The Head Hunter: il fantasy medievale povero di mezzi ma ricco di pathos

Un padre ogni giorno esce dalla sua abitazione per scontrarsi con delle creature mostruose e con la disperata volontà di trovare quella che ha ucciso sua figlia per potersi vendicare del torto subito.  Come trofeo delle sue battute di caccia riporta indietro sempre la testa delle sue vittime e utilizza degli strani intrugli per curarsi dalle ferite. La stessa cosa si ripete giorno dopo giorno, fino a quando…

Un film sporco e sanguigno, che si basa su poco e racconta con quel poco di vendetta, di violenza e sopravvivenza in maniera cruda e impressionante, senza mostrare quasi nulla di tutti questi elementi, ma affidandosi ad un solo attore e a inquietanti oggetti di scena, protagonisti insieme a lui, tra i quali le teste mozzate al centro del titolo o dei pezzi di legno acuminati da cui sgocciola copiosamente del sangue, che ci fa solo intuire le battaglie combattute dal guerriero all’esterno della casa.

Viene da pensare ad una similitudine che forse è un vero e proprio volo pindarico: The Head Hunter sembra la ricetta di un piatto gustoso e succulento, fatto con pochi ingredienti, gli unici a disposizione, ma mescolati in modo tale da portare a casa il risultato, elaborandoli e sfruttandoli al loro massimo, per dargli un sapore, nonostante le mancanze.

La vera violenza, infatti, avviene sempre fuori campo e viene fatta percepire e assaporare allo spettatore non solo tramite gli oggetti di scena di cui sopra, ma anche ricorrendo ad un utilizzo degli effetti sonori molto importante in questo caso per intuire ciò che avviene fuori dallo schermo. Una violenza che viene trasmessa anche dall’andamento sempre più stanco e trascinato e dal respiro sempre più affannoso del protagonista, totalmente immerso nella melma fino al collo man mano che esce dalla sua casa per combattere contro i “troll” che si aggirano per la foresta, nella quale si muove sempre più risoluto e per nulla arrendevole, circondato da un’aurea ancestrale.

Stiamo parlando, insomma, di un film “tamarro” che gioca di sottrazione, per forza di cose più che per una vera e propria scelta di fondo. Sembra un ossimoro, ma il risultato è un qualcosa di sorprendentemente inatteso e nuovo, anche se il motivo risiede nella mancanza di budget per poter puntare maggiormente su più attori, più effetti speciali e su una sceneggiatura che non fosse formata da tre righe in tutto.

Un po’ Game Of Thrones un po’ qualsiasi fantasy che vi venga in mente, The Head Hunter fa della scarsità di mezzi la sua arma vincente, puntando sui contenuti e sulle atmosfere e coinvolgendoci enormemente nel dolore di questo padre solo al mondo e nella sua ossessionante ripetitività che diventa quasi sfiancante, ma che trasmette tutto l’amore nei confronti della figlia troppo presta sottrattagli. E il finale a “sorpresa”, facilmente intuibile comunque, arriva a concludere in maniera beffarda e anche bastarda questo percorso fatto di enormi sacrifici, dimostrando che la vita è spesso molto ironica nel concludersi in maniera del tutto differente rispetto a quanto ci si aspetterebbe visti gli sforzi per farla andare nel verso che noi vogliamo.

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