Cadaveri e compari

REGIA: Brian de Palma

CAST: Danny De Vito, Joe Piscopo, Harvey Keitel
ANNO: 1986

TRAMA:

Harry Valentini e Moe Dickstein sono amici sin da bambini e lavorano per il boss mafioso Frank Costelo. Dopo aver sottratto un’ingente somma di denaro, datagli dal capo per scommettere su un cavallo, i due amici si ritrovano in un mare di guai.

 




ANALISI PERSONALE

A fine visione, che per fortuna dura un’oretta e mezza scarsa, viene da chiedersi se abbiamo assistito proprio ad un film del grande Brian de Palma o magari abbiamo letto male i titoli di testa. Possibile che l’artigiano della settima arte, l’abile cineasta che ci ha regalato un sacco di capolavori e di chicche registiche, abbia girato una scialba commedia che pare essere la parodia della parodia del gangster-movie? Se si riesce a trovare qualcosa di positivo in questa sorta di “sottogenere” della commedia è in quei film come Un boss sotto stress o Terapia e pallottole ma giusto perchè ad interpretarli c’è lo stesso immenso De Niro che ha contribuito a rendere grandi i ganster-movies.  Con la premessa che si tratta di una parodia voluta, bisogna comunque ammettere che poteva essere diretta con l’originalità e la singolarità che di solito caratterizza il geniale de Palma. E invece ci tocca sorbirci un Joe Piscopo che gigioneggia alla grande e un Danny De Vito che fa il Danny De Vito…

Harry Valentini (Danny De Vito) è di origini italiane e abita accanto al suo amico d’infanzia Moe Dickstein (Joe Piscopo) di origini ebraiche. Lavorano da un po’ di tempo per il boss del quartiere Frank Costelo e vengono vessati dal loro collega obeso Frank Acavano che suole rivolgersi al Moe chiamandolo “faccia di culo”. Sognano di aprire un ristorante italo-ebraico ma i loro compiti sono sempre i più umilianti e gravosi, come andare a fare la spesa. Di solito Costelo li manda anche a scommettere per i cavalli. Quando gli affida 10.000 dollari da scommettere sul cavallo numero due della corsa numero due, Harry decide che è stanco di scommettere sempre su cavalli perdenti e convince Moe a scommettere sul cavallo dato per vincente. Questa volta però il boss ci aveva preso e a vincere la gara è proprio il cavallo numero due. Harry e Moe sono nei guai, perché hanno fatto perdere a Costelo ben 250.000 dollari. Quando questi si accorge di essere stato fregato, tortura i suoi due scagnozzi fino a quando non gli viene in mente una brillante idea con la quale divertirsi con gli altri suoi scagnozzi: promette ad entrambi i traditori di salvare la loro vita se solo saranno disposti ad uccidersi l’un l’altro. I due accettano riluttanti, anche se appare chiaro che non avrebbero mai il coraggio di farsi del male e, proprio mentre stanno per ammazzarsi, il barista del locale da loro frequentato e gestito da Costelo, li avverte di essere finiti in una trappola.
Così i due cominciano una fuga per salvarsi la pelle. Sono diretti ad Atlantic City, dove c’è lo zio di Harry, un tempo amico di Costelo. Harry crede di poter trovare aiuto presso la sua famiglia, ma quando arriva a destinazione si rende conto che suo zio è morto e viene anche abbandonato da Moe, ormai stanco di essere preso in giro (Harry infatti gli aveva detto di aver parlato al telefono con lui, anche se questo non era vero).
Dopo numerose peripezie e grazie anche all’aiuto di un amico di vecchia data, Bobby (interpretato da Harvey Keitel in un simpatico cameo), i due riusciranno a cavarsela in maniera rocambolesca…

Cadaveri e compari (titolo originale Wise Guys) è uno dei più scarsi film di de Palma che forse con la commedia non ci sa proprio fare, anche se qua e là riesce a strappare qualche sorriso. Il doppiaggio indecente, inoltre, non aiuta ad apprezzare quello che avrebbe potuto essere un interessante scambio di battute tra i due protagonisti. Non si salva nemmeno la colonna sonora, davvero insopportabile e quasi onnipresente, oltre che estremamente scontata nel sottolineare le origini italiane ed ebraiche di Harry e Moe. La mano del regista però c’è e si riconosce, soprattutto in due o tre sequenze: quella nella quale Harry viene mandato ad accendere l’auto del boss (che ogni giorno sceglie uno scagnozzo diverso per adempiere a questa funzione, dato che potrebbe esserci dell’esplosivo nella sua auto), quella del barista che insegue i due compari per avvertirli del pericolo (col tipico impermeabile e gli occhiali da sole, consueti nell’immaginario “depalmiano”, che a sua volta nella sua carriera ha attinto molto da quel genio che era Hitchcock) e quella della chiesa nella quale i due si rifugiano col barista e vengono presi di mira dagli altri scagnozzi che non si preoccupano di sparare alle candele o alla statua della Madonna (forse l’unica che riesce a divertire più delle altre, nonostante si tratti di un’ironia alquanto spicciola). Ma tutto ciò non basta a sollevare le sorti di un film che si rivela mediocre su tutti fronti, anche perché come se non bastasse cu si cimenta in richiami a grandi film come Taxi driver che contribuiscono solo ad aumentare il livello di irritamento causato dalla delusione di un film che gioca volutamente con lo stereotipo e il luogo comune (la nonna napoletana, il boss siciliano e via dicendo), ma che non riesce a farlo con la dovuta classe e con il dovuto rigorismo tecnico che si pretende da un regista di cotale fama e livello che è riuscito a farsi perdonare ad un solo anno di distanza con l’uscita dell’indimenticabile Gli intoccabili.

VOTO: 5



CITAZIONE DEL GIORNO

"Ma lui ti manca?". "Noi donne ci si affeziona anche al colonnello delle previsioni del tempo, figuriamoci a un marito". (da "E allora mambo")


LOCANDINA


Sweeney Todd

REGIA: Tim Burton

CAST: Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Alan Rickman, Sacha Baron Cohen, Laura Michelle Kelly, Timothy Spall, Anthony Stewart Head.
ANNO: 2007

TRAMA:

Un barbiere felicemente sposato con una piccola bambina viene incastrato da un giudice che ha preso di mira sua moglie e viene mandato in prigione per 15 anni. Una volta uscito e assunto il nome di Sweeney Todd, mediterà vendetta…

 


ANALISI PERSONALE

Sweeney Todd è un film al 100% burtoniano per cui non rischia di deludere tutti gli affezionati e gli ammiratori del regista visionario e sognatore. Questa volta però, (sarà per l’età che avanza, sarà per il desiderio di ritornare alla sua antica vena nera), il pessimismo più tetro e più cupo si impossessano della fantasia di Burton e sfociano in questa sorta di musical horror-noir che stupisce più per l’estrema bellezza di costumi, scenografie e ambientazioni, che per le musiche in sé per sé che faticano ad entrare nella testa e nel cuore dello spettatore, ma che perlomeno si discostano per originalità e particolarità dai soliti motivetti da sdolcinati spettacoli di serie b. Rime veloci e scattanti, a volte anche difficili da seguire per quanto siano estremamente fulminee, che accompagnano la storia di amore e vendetta di un uomo che ormai non sa più cosa voglia dire vivere una vita felice e normale (come dimostra la sua espressione sempre stralunata nel sogno che fa la sua compagna d’avventure). Un finale stupefacente e lapidario che lascia con la bocca aperta e col fiato sospeso e le straordinarie le interpretazioni di Depp e della Bonhan Carter che danno vita a questi due freaks dark e sopra le righe, con tanto di occhiaie rosse e profonde e di capigliature al di là di ogni classificazione, sono quanto di meglio si potesse chiedere e desiderare.

Sweeney Todd (un Johnny Depp pallido e funereo) torna a Londra dopo 15 anni di esilio a causa del giudice Turpin (Alan Rickman) che l’aveva accusato di un crimine non commesso mandandolo in prigione, solo per poter posare le sue grinfie sulla sua bellissima moglie Lucy e la sua bambina Johanna. Torna e non è più lo stesso uomo felice e affascinante di una volta. Il suo unico desiderio e la sua unica ragione di vita ora come ora è quella di vendicarsi dell’uomo che gli ha letteralmente rovinato la vita. Torna su una nave dove ha fatto la conoscenza di un giovane marinaio e si reca in Fleet Street, dove abitava con la sua famiglia. Il palazzo sul quale si trova il suo vecchio appartamento è ormai in disuso ed è disabitato da anni, perché la signorina Lovett (una cadaverica Helena Bonam Carter), che gestisce la sottostante pasticceria, non è mai riuscita ad affittarlo a nessuno. Quando Sweeney svela alla donna la sua vera identità questa le racconta che sua moglie, dopo la sua “partenza”, si suicidò e sua figlia fu adottata dal terribile giudice. L’odio verso quell’uomo e il desiderio di vendetta si accrescono nell’animo del barbiere, che si ristabilisce nella sua vecchia dimora e che comincia ad ideare un piano di vendetta con la sua nuova amica.
Nel frattempo il marinaio da lui conosciuto nel viaggio di ritorno, intravede una ragazza dalla finestra dell’abitazione del giudice Turpin e se ne innamora, ma capisce subito che la donna è tenuta prigioniera dal suo padre adottivo e per questo motivo chiede aiuto all’unica persona che conosce a Londra: Sweeney.

Il barbiere, dopo aver perso le speranze per la riuscita del suo piano, comincia a sfogare tutta la sua rabbia e il suo dolore, assassinando tutti i clienti che si recano da lui per farsi la barba e utilizzando le loro carni per cucinare le torte della signorina Lovett, i cui affari subiscono un netto miglioramento. Proprio quando il connubio tra i due comincia a diventare più intimo, Sweeney fa una scoperta sconcertante…

“Avrò la mia vendetta! Avrò la mia salvezza!”, urla il diabolico barbiere di Fleet Street, ed è infatti la vendetta l’unica ruota motrice della sua esistenza che da quindici anni è costituita dal ricordo del torto subito: “Mai dimenticare, mai perdonare”. E di sicuro Sweeney Todd non perdona e non risparmia nessuno, facendo ricadere anche delle persone innocenti nella sua spirale di odio e pazzia. Una Londra cupa e sordida, fotografata con colori scuri e foschi che sottolineano la lividezza e l’ombrosità dei vari personaggi e dei loro sentimenti, fa da sfondo a questa grottesca storia recitata, cantata e ballata con professionalità da tutti gli attori (fantastico il cameo di Sacha Baron Cohen nel ruolo di un coloratissimo e vanitoso barbiere italiano che ha creato l’elisir per far crescere i capelli), a cominciare dai due protagonisti che riescono a muoversi sulla scena in maniera abile, nonostante non siano dei cantanti e dei ballerini di professione. Sweeney Todd ha tutte le carte in tavola per essere considerato un vero e proprio film horror-drammatico, piuttosto che un semplice musical anche perché le canzoni non hanno il ruolo fondamentale nell’evolversi della narrazione, che viene piuttosto arricchita e impreziosita da particolari e i dettagli che fanno di Burton il grande regista che è: poltrone ribaltabili, torte di carne umana, rasoi che fanno un tutt’uno con le braccia di chi li impugna (Finalmente il mio braccio è al completo…, dice il protagonista quando ne prende uno in mano per la prima volta dopo tanti anni) capigliature bizzarre, sfondi e ambientazioni scurissimi  a cui si contrappone l’intensità del sangue rosso pastello che sgorga dalle gole degli sfortunati avventori. Se allo spettatore non bastasse leccarsi i baffi con queste straordinarie immagini che sembrano quasi dipinte e che fanno da sfondo ad una tragica storia senza speranza e priva di illusioni, potrà sicuramente giovarsi della visione di una fantastica sequenza che si contrappone nettamente per contenuti e per impatto visivo al resto della pellicola, in quanto estremamente colorata e vivace: quella del sogno di Helena Bonham Carters che cammina vestita di tutto punto lungo la spiaggia con un Johnny Depp letteralmente tra le nuvole. Se la vita ci pone davanti alla tragedia e all’ineluttabilità del destino, non ci resta altro che rifugiarci nell’incanto e nel miraggio che può provenire solo da un dolce, magico e fantastico sogno.


VOTO: 8,5/9

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Quando non ci sarà più posto all’inferno, i morti cammineranno sulla terra. ("Zombi")


LOCANDINA


Notturno bus

REGIA: Davide Merengo

CAST: Valerio Mastrandrea, Giovanna Mezzogiorno, Ennio Fantastichini, Francesco Pannofino, Roberto Citran, Mario Rivera, Antonio Catania, Ivan Franek
ANNO: 2007

TRAMA:

Un importante microchip, che molte persone vorrebbero avere, finisce nelle mani sbagliate: quelle di una ladra professionista maestra nel raccontare bugie e inventarsi storie. Ad incrociare casualmente la strada della ragazza è un conducente di autobus, la cui vita verrà completamente stravolta.

 




ANALISI PERSONALE

Era da tempo che non si vedeva un film di genere dalle nostre parti. In questo caso il genere è un misto tra il noir e l’action-movie con un pizzico di commedia. Il risultato non è del tutto soddisfacente, ma non ci si può lamentare. Certo che vedere una scena d’azione con due autobus che si inseguono per le strade di Roma, non è cosa di tutti i giorni, così come non è cosa di tutti i giorni assistere ad un’interpretazione senza urla e isterismi della bellissima Giovanna Mezzogiorno.
Ma la forza di questo film non è tanto nella trama intricata costruita attorno al micorchip, ma nel personaggio del simpaticissimo e molto bravo Valerio Mastrandrea, ex-studente di filosofia, conducente d’autobus con il vizio del gioco, uomo facilmente manipolabile da donne forti e fascinose, disilluso osservatore della realtà che lo circonda. L’incontro tra questi due personaggi totalmente opposti e differenti porterà inevitabilmente, dopo numerosi ostacoli, alla caduta delle barriere che ciascuno dei due ha imparato a costruire negli anni (che novità eh?). E’, infatti, nella scontata, insulsa e già vista e rivista storia d’amore dei due protagonisti (insopportabile il vezzo della donna di rivolgersi al suo compagno col nomignolo di “cuordileone”) che sta il punto debole della pellicola (ma perché in un film ad incontrarsi e a dover affrontare necessariamente un’avventura pericolosa insieme non sono mai una bellissima donna e un orbo inguardabile o il contrario?).

Un uomo (Antonio Catania) è venuto in possesso di un importantissimo microchip, ma da solo non ce la fa a gestirlo e quindi chiede l’aiuto di un altro uomo, Andrea (Ivan Franek) che però si libera subito di lui per poter intascare la ricompensa promessa per la consegna dell’oggetto. A fare le veci del personaggio potente che vuole assolutamente recuperare il microchip, è l’agente segreto Matera (il duro dal cuore d’oro  Ennio Fantastichini), che sogna di poter guadagnare abbastanza soldi con quest’ultimo incarico per scappare all’orizzonte con la donna che ha sempre amato, ma che trent’anni prima aveva abbandonato per seguire il suo lavoro.
Ad intromettersi in questo scambio arriva la ladra di p
rofessione Leila (una posata Giovanna Mezzogiorno), che abborda Andrea in un locale con l’intento di rubargli i soldi e i passaporti (che poi lei rivende a 1000 euro l’uno). Dopo averlo drogato la donna porterà tutto via con sé, inconsapevole del fatto che l’uomo ha nascosto il microchip nel passaporto.

Quando Andrea si risveglierà intorpidito, troverà al capezzale del suo letto altri due scagnozzi (sempre interessati al microchip), Garofano (il grottesco Francesco Pannolino) e Diolaiti (il silenzioso Roberto Citran) che lo tortureranno fino a fargli confessare di aver subito un furto da parte di una bellissima donna. Leila, dopo essersi accorta di aver dimenticato le chiavi di casa da Andrea, ci ritorna e ci trova i due ceffi che la minacciano di morte, ma lei riesce a scappare e a salire sul primo autobus che si trova davanti. Questo è guidato da Franz (il simpaticissimo Valerio Mastrandrea), incallito giocatore di poker che ha contratto un forte debito con l’amico di infanzia Titti (il corpulento Mario Rivera), che lo minaccia incessantemente, nonostante si capisca che in fondo in fondo non sia cattivo.
Le strade di questi due ragazzi da ora in poi saranno tenute unite dalla scaltrezza di Leila che cerca di sfruttare la bontà di Franz e dall’ingenuità e proverbiale incapacità di resistere alle femme-fatale dell’autista che si lascia trascinare in una spirale di complotti e inseguimenti dalla donna di cui si è innamorato. Entrambi, a turno, sospetteranno dell’altro: lei perché abituata a non fidarsi mai di nessuno e a crearsi numerose identità per tenere ben celata la sua vera natura, lui perché troppe volte scottato da amori sbagliati.
Dopo numerose peripezie, i due decideranno di consegnare il microchip e di partire per il Sud America, ma Garofano e Diolaiti non si arrenderanno tanto facilmente…

Numerosi i difetti della pellicola: una sceneggiatura non proprio lineare che salta da una situazione all’altra in maniera non molto coerente e costante e che presenta non pochi personaggi e storie secondarie decisamente evitabili, un finale un po’ troppo telefonato, una colonna sonora a tratti insopportabile (con la canzone finale La paranza di Daniele Silvestri…) e alcuni cliché tipici dei film d’azione di media fattura. Ma tutto sommato il risultato finale non è del tutto negativo grazie all’ambientazione che ci presenta una Roma notturna fotografata abilmente con i colori forti del rosso e del blu e soprattutto alle gag e alle numerose situazioni divertenti che coinvolgono il povero Franz che deve vedersela col temibile Titti e con due scagnozzi che ricordano alla lontana i mitici e indimenticabili Vincent e Jules di Pulp ficition. Uno vessato da una moglie vestita in abiti leopardati e da un capo che pretende aggiornamenti ogni minuto e che soprattutto fa una distinzione tra “cadaveri utili” e “cadaveri inutili” (divertentissime le suonerie da disturbo alla quiete pubblica del cellulare di Garofano) e l’altro colpito per quasi tutto il film da un terribile mal di stomaco causato da una pietanza trovata nel frigorifero di Leila. Il personaggio che più soffre dello stereotipo è forse quello dell’agente Medusa, uomo di mezza età che capisce di aver sprecato la sua vita e che nel momento in cui decide di dare una sferzata e di abbandonare tutto, si vede invece costretto a rinunciare ai suoi sogni.

VOTO: 6

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Non sono i 6 milioni di ebrei che mi preoccupano, e’ che i record sono fatti per essere battuti. (Woody Allen in "Harry a pezzi")



LOCANDINA

Non è un paese per vecchi

REGIA: Ethan Coen, Joel Coen

CAST: Javier Bardem, Tommy Lee Jones, Josh Brolin, Woody Harrelson, Kelly MacDonald
ANNO: 2007

TRAMA:

Il cacciatore bellimbusto Llewellyn Moss, mentre sta dando la caccia a dei cervi, trova per caso una valigetta piena di soldi ai piedi di un uomo morto. Ben presto verrà ricercato da varie persone: lo sceriffo Bell, gli spacciatori di droga proprietari della valigetta e soprattutto un killer psicopatico davvero molto singolare.

 




ANALISI PERSONALE

Tornano i Coen e tornano alla grande. Dopo il bellissimo Fargo, riprendono il tema della violenza e lo scandagliano in maniera davvero molto originale seguendo le orme dell’omonimo romanzo di Cromac McCarthty. Il romanzo, così come lo strabiliante film, narra una delle tante storie che si è soliti tramandare di padre in figlio e che sta a rappresentare il mutamento, la trasformazione e l’evolversi di una realtà, quella del West messicano che diviene sempre più violento e quindi quasi insostenibile per i “vecchi”, come lo sceriffo Bell, che si sente ormai estraneo al suo mondo, che non è più capace di sopportare il peso del male. Ed è proprio nella contrapposizione tra bene e male che si snoda l’intera vicenda, narrata con lo stile inconfondibile dei due fratelli prodigio. Il male è personificato dallo psicopatico ed enigmatico killer che semina morte lungo il suo cammino, mentre il bene è rappresentato dallo sceriffo ormai vicino alla pensione che rimpiange i tempi passati, non perché privi di violenza, ma perché capaci di fargli sopportare il carico della crudeltà e delle brutture del mondo.

Il cacciatore Llewellyn Moss (il bravissimo Josh Brodlin che ha sostituito in extremis Heath Ledger), durante una delle sue escursioni scopre un furgoncino pieno di droga contornato dai cadaveri. Ai piedi di uno di questi c’è una valigetta piena zeppa di soldi. Lleewellyn è un brav’uomo, onesto e fedele a sua moglie Carla Jean (Kelly MacDonald), ma la cupidigia, dopo la vista del malloppo, si impossessa di lui. Manda Carla Jean a stare dalla madre e comincia una corsa per cercare di salvarsi dai suoi vari inseguitori. Interessati a trovarlo sono lo sceriffo Bell, che vuole proteggerlo dai suoi pedinatori, gli spacciatori messicani che rivogliono i loro soldi e un killer psicopatico che decide se uccidere o meno in base ad una monetina: Anton Chigurgh (l’impressionante e agghiacciante Javier Bardem).
L’inseguimento si fa teso e serrato, anche perché all’interno della valigetta c’è un dispositivo che permette ad Anton di rintracciarla e soprattutto perché questi, quasi con nonchalance, semina lungo il suo cammino una lunga scia di sangue e cadaveri. L’organizzazione di cui egli stesso fa
apparentemente parte, gli mette alle costole uno strambo personaggio che si suppone sia l’unico a riuscire a tenere testa al pazzo (come lo chiamano i numerosi personaggi con cui ha a che fare Anton), tale Carson Wells (il sempre ottimo Woody Harrelson).
Llewellyn si accorge di avere a che fare con una persona molto pericolosa e si munisce di tutta l’astuzia e la precauzione possibile per riuscire ad affrontarlo, riuscendo a sfuggirgli in più di un’occasione e a ferirlo anche gravemente.

Ma Anton è quasi pervaso da una forza soprannaturale che gli permette di andare avanti per la sua strada come fosse un automa e nemmeno un terribile incidente stradale riuscirà a fermarlo nella sua continua e inarrestabile sete di sangue.
Per lo sceriffo Bell, che sarà nuovamente costretto ad assistere all’estrema violenza, crudeltà e malvagità umana, non rimarrà altro che ritirarsi in pensione e rimpiangere i “bei” tempi andati con  la moglie, alla quale rivela anche i suoi sogni/speranze.

Inutile dire che il punto di forza, anzi uno dei tanti, di questa pellicola è la sceneggiatura che riesce a giostrare e ad amalgamare perfettamente e abilmente violenza e ironia, disincanto e illusione, rassegnazione e determinazione. Tre le punte di diamante del film: Javier Bardem dallo sguardo allo stesso tempo assente e spietato che con la sua capigliatura ridicola contribuisce a mettere il male alla berlina; Josh Brolin astro nascente del recente panorama cinematografico che ha dato vita ad un personaggio molto concreto e genuino e il grandissimo Tommy Lee Jones che incarna forse il vero messaggio che si voleva lanciare con questo bellissimo affresco della violenza e della ferocia umana.  Anche volendo tralasciare analisi approfondite del reale significato nascosto e sotteso di questa pellicola, ci si può comunque crogiolare con una costruzione perfetta che mescola l’azione, la suspance e la tensione in maniera encomiabile e che regala una soddisfazione dopo l’altra agli amanti dei due registi e sceneggiatori che non deludono e riconfermano il loro estremo talento e la loro innata capacità di riuscire a partorire pellicole che si distinguono per originalità e particolarità da tutte le altre. Una nota di merito va fatta allo strabiliante montaggio molto particolare che arricchisce notevolmente lo stile narrativo e la superba fotografia che si alterna tra visioni immense della natura ormai contaminata dall’uomo (con campi lunghi che mostrano i deserti messicani nella loro smisurata bellezza) e attenzioni minuziose ai dettagli e ai particolari (una serratura, un bicchiere di latte, una bombola dell’ossigeno usata come arma micidiale e via dicendo).
Non è un paese per vecchi è forse, insieme a L’uomo che non c’era, il migliore film dei fratelli Coen (anche se a dire il vero è assolutamente arduo fare una scelta) perché porta con sé riflessione e intrattenimento, ironia e profondità di soggetto, tensione e divertimento. Una caccia all’uomo
condotta sul filo del rasoio con uno stile elaborato, caratteristico ed esclusivo che costituisce anche un’interessante e impedibile lezione di regia, sceneggiatura e recitazione.
Un ulteriore tratto distintivo di Non è un paese per vecchi è la quasi totale assenza di commento musicale, che contribuisce a rendere ancora più tesa la narrazione e a sottolineare il messaggio di desolazione, rovina, declino e deterioramento di un “paese” che ormai non fa più per i “vecchi”.

VOTO: 9/9,5

 




CITAZIONE DEL GIORNO

C’e’ solo una cosa piu’ gustosa dello sputare su 100 miliardi di dollari: far credere a tutti che l’hai fatto. (Tenente John McLane (Bruce Willis), in "Die hard – Duri a morire")



LOCANDINA


There will be blood

REGIA: Paul Thomas Anderson

CAST: Daniel Day Lewis, Paul Dauno, Dillon Fraiser
ANNO: 2007



TRAMA:

Il cercatore d’argento Daniel Plainview, scopre l’esistenza di giacimenti di petrolio nella cittadina di Little Boston. Da questo momento in poi, l’ ambizione e la sete di potere si impossesseranno di lui fino a renderlo quasi inumano.

 




ANALISI PERSONALE

Rifiutandoci di chiamarlo Il petroliere (titolo quanto mai semplicistico e stupido che non rispecchia affatto la vera natura della pellicola), There will be blood può essere descritto perfettamente con un aggettivo: prelibato. In tutti i sensi e sotto tutti i punti di vista possibili ed immaginabili. Il titolo ci avverte subito: le mani del grandioso e implacabile protagonista non si sporcheranno solo del nero del petrolio, ma anche del rosso del sangue. Che si tratti di un horror western o di un western horror (ma le generalizzazioni, quando ci si trova al cospetto di opere d’arte di cotale fattura, lasciano il tempo che trovano), There will be blood non è solo un film spettacolare dal punto di vista cinematografico, è anche e soprattutto una grande metafora politica, economica e religiosa, talmente articolata e approfondita che una sola visione non basta per cogliere tutti i riferimenti e le allusioni. E’ anche la parabola di un uomo completamente succube della sua ambizione e accecato dalla bramosia e dal desiderio di affermazione. “Io sento la competizione in me. Non voglio che gli altri riescano. Odio la maggior parte della gente”, “Alcune volte io guardo le persone e non ci trovo niente di attraente. Voglio guadagnare così tanto da poter stare lontano da tutti” dice infatti durante il corso della pellicola. Quindi oltre ad essere ossessionato e letteralmente vessato dal delirio di onnipotenza è anche pervaso da una forte misantropia che lo ha fatto isolare da tutto il resto del mondo (“Io vedo il peggio nelle persone. La mia barriera di odio si è innalzata lenta negli anni”), fino a condurlo a “barricarsi” nella sua ossessione: il petrolio che è poi diventato la sua ragione di vita tanto da arrivare a dire a colui che voleva comprare per un milione di dollari le sue terre, “Che altro potrei fare di me stesso?”.

Texas, inizi del ‘900. Daniel Plainview (un mastodontico Daniel Day Lewis che straripa con la sua forza dirompente ed esce quasi dallo schermo per quanto è potente la sua recitizione) è un cercatore d’argento che in seguito alla soffiata di un ragazzo di nome Paul, trova dei giacimenti di petrolio. Per poter sfruttare i terreni soprastanti sfrutta sia il suo piccolo bambino H.W. (il dolce ma risoluto Dillon Fraieser) usandolo per convincere i proprietari dei vari terreni a cederglieli, sia il fratello di Paul, Eli (Paul Dauno che in realtà interpreta entrambi i ruoli e che dà una buona prova anche se quasi scompare al cospetto del grandissimo Day-Lewis), prete della comunità di Little Boston, per convincere la cittadina ad accettare la sua presenza.
Dopo un terribile incidente suo figlio perde l’udito e Daniel, ormai accecato dal
delirio di onnipotenza, lo abbandona continuando la sua ascesa economica e diventando nel giro di poco tempo un uomo ricchissimo. A mettergli i bastoni tra le ruote è lo stesso Eli, che dopo l’iniziale appoggio, comincia a temere un’eccessiva ingerenza dell’uomo nella sua comunità, fatta di gente semplice e ignorante che lui può plagiare e ammansire con i suoi deliranti sermoni.

Ma la forza e la potenza di Daniel crescono in maniera proporzionale come i suoi giacimenti di petrolio e i suoi soldi. Per poter ottenere la concessione di un terreno fondamentale è persino disposto a farsi vedere pentito dalla comunità e a farsi battezzare da Eli, che gli ordina di chiedere perdono a Dio e di ammettere di essere un terribile peccatore. Per ottenere ulteriori favori, riprende con sé il piccolo H.W., che però comincia a covare per lui, giorno dopo giorno, un odio sempre maggiore.
A distanza di anni, Daniel avrà accumulato una ricchezza enorme, ma sarà rimasto completamente solo (suo figlio una volta cresciuto e sposatosi, romperà la società con il padre e lo abbandonerà al suo destino), ma per niente consapevole delle sue colpe e assolutamente non pentito per esse, tanto da arrivare ad un ultimo estremo confronto con l’amico/nemico di un tempo, Eli che torna da lui implorandolo di aiutarlo per lo sfruttamento di un terreno dal grande potenziale economico, e che invece rimarrà estremamente sorpreso dalle rivelazioni del petroliere.

Un impianto narrativo impeccabile, arricchito da un montaggio maestoso e da una delle migliori fotografie degli ultimi tempi. Una colonna sonora che non è relegata a svolgere un ruolo marginale di puro e semplice commento e accompagnamento (tant’è che se non ci fosse il film non sarebbe lo stesso), ma che si imprime a forza con le sue meravigliose note nelle nostre orecchie e nella nostra immaginazione che ne rimane colpita e quasi intimorita. Una sequenza magistrale da brividi e pelle d’oca che fa entrare il film nella storia: quella dell’incendio. Un rapporto padre-figlio molto intenso e particolare come forse non si era mai visto. E dulcis in fundo: un protagonista che è il vero e proprio emblema dell’intera pellicola. “Questa è la mia faccia. Non c’è alcun mistero”, dice Daniel alla comunità di Little Boston, ed è vero. Capiamo sin da subito che egli è un uomo avido e assetato non tanto di soldi, ma di potere e di cupidigia. Il suo volto fa quasi paura, soprattutto quando è immerso nel buio o è quasi completamente coperto dal petrolio, ma nonostante questo è un personaggio molto umano nella sua inumanità (se è permesso l’ossimoro). Un personaggio talmente ben caratterizzato, costruito e soprattutto interpretato da meritarsi ampiamente un posto d’onore tra i vari personaggi che questa stagione cinematografica ha sfornato e che sono destinati a rimanere nell’immaginario collettivo: il Viggo Mortensen/Nikolai di Eastern Promises, il Javier Bardem/Anton di No country for old man, il Johnny Depp/Sweeney di Sweeney Todd, la Kate Blanchett/Jude di I’m not there, il Brad Pitt/Jesse de L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, il Kurt Russel/Mike di Death proof e, infine, l’immenso e impareggiabile Daniel Day-Lewis/Daniel di There will be blood.

VOTO: 9/9,5

 




CITAZIONE DEL GIORNO

Mi piace la tua rabbia. Non fartela togliere da nessuno. (Vanessa Redgrave e Jane Fonda in "Giulia")



LOCANDINA


Lo scafandro e la farfalla

REGIA: Julian Schnabel

CAST: Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner, Maria Josè Croze, Anne Consigny, Jean-Pierre Cassel, Max von Sydow
ANNO: 2007

TRAMA:

E’ la storia vera del giornalista Jean-Dominique Bauby, direttore della rivista Elle, che a 42 fu colto da un ictus che gli paralizzò tutto il corpo ad eccezione dell’occhio destro attraverso il quale imparò a comunicare riuscendo a dettare un romanzo: Lo scafandro e la farfalla.

 




ANALISI PERSONALE

Davvero molto coinvolgente questo film del pittore Schnabel che dimostra di saperci fare con la macchina da presa. Trattando un tema davvero molto delicato che poteva facilmente incappare e scadere nella mera retorica e nel facile piagnisteo, il regista compone un’opera ironica e commovente al tempo stesso, ma soprattutto davvero molto toccante. La disgrazia di Jean-Do è narrata in maniera tale da riuscire ad emozionare onestamente: non strappa la lacrima, ma regala sorrisi. Lo strabiliante inizio in soggettiva, inoltre, è estremamente immedesimante e molto forte visivamente parlando. Quello che più colpisce è la completa assenza di facili pietismi e la mancanza da parte del protagonista e dei suoi cari di commiserazione e soprattutto di autocommiserazione. Jean-Do, riesce ad affrontare la sua situazione con un’estrema dose di ironia e autoironia: ride di sé, ride dei suoi zelanti dottori, ride degli operai che lo prendono in giro, ride.

Jean-Dominique, dagli amici chiamato Jean-Do (l’espressivo Mathieu Amalric), si risveglia in un letto d’ospedale dopo essere stato in coma per quasi 20 giorni. Molto presto si renderà conto di essere completamente paralizzato e di poter muovere solo gli occhi, senza riuscire a parlare. Il suo occhio sinistro però non resisterà a lungo e gli verrà cucito (in quella che è forse la scena più intensa e travolgente della pellicola). L’unica parte ancora attiva del suo organismo è quindi l’occhio destro. L’uomo, un tempo personaggio popolare e di mondo (era il direttore della rivista di moda Elle), è ora costretto in un metaforico scafandro che lo fa sentire come se il suo corpo fosse imprigionato in fondo al mare, incapace di comunicare e di chiedere aiuto. Il suo cervello, del tutto funzionante, non è più in grado di comunicare con il suo organismo, ma la fantasia e l’intelletto scalciano per sottolineare e rafforzare la sua personalità, nonostante le mostruose fattezze fisiche “disindividuanti” lo rendano quasi irriconoscibile. L’uomo non potrà di certo esprimersi facilmente, ma la sua immaginazione sarà capace di volare come una farfalla che sbattendo le sue ali può portarlo in giro per il mondo, può renderlo affascinante come Marlon Brando, può fargli fare l’amore con la donna della sua vita o farlo mangiare in un ristorante lussuoso.
All’iniziale sconforto e la comprensibile voglia di morire del giovane uomo ormai ridotto ad un “vegetale” (come dicono in giro), subentrerà una quasi invidiabile forza di volontà e voglia di vivere.
Jean-Do deciderà di imparare a comunicare con il suo occhio destro anche grazie all’aiuto di una disponibilissima e gentilissima logopedista la quale tramite una sorta di alfabeto ordinato secondo le lettere più utilizzare riuscirà a comporre parole e frasi pronunciando le lettere una per una e trascrivendo quelle per le quali il suo paziente strizzerà l’occhio (appare lampante la similitudine tra il battito d’ali della farfalla che riesce a far volare la mente e l’immaginazione di Jean-Do e il battito delle sue ciglia che riuscirà a tenerlo in contatto con il mondo).

Numerose le visite e le telefonate che l’uomo riceverà di volta in volta: la madre dei suoi tre figli (una bellissima Emmanuelle Seigner), la fisioterapista, l’anziano padre costretto nella poltrona di casa sua perché impossibilitato a muoversi, l’amante perduta, il migliore amico, un uomo a cui aveva ceduto il suo posto in aereo e che poi era finito vittima di un dirottamento e soprattutto la segretaria della casa editrice con cui aveva preso accordi prima che l’ictus lo cogliesse. Jean-Do, infatti, aveva deciso di scrivere una nuova versione al femminile del Conte di Montecristo. Dopo il suo terribile “incidente”, invece, decide di scrivere un romanzo sulla sua esperienza e sarà grazie alla segretaria che riuscirà a compiere la sua impresa per poi morire pochi giorni dopo: ed è così che dalle rovine sarà possibile ricostruire una montagna; ed è così che è nato Lo scafandro e la farfalla.

Perfettamente dosato tra visioni in soggettiva, flashback e punti di vista di parenti e amici, il film riesce a raccontare in maniera misurata e garbata una vera e propria sciagura. Di particolare fattura sono i primi minuti della pellicola nei quali la visione in soggettiva di Jean-Do, che parla dentro di sé senza essere udito e guarda attraverso gli occhi ancora appannati i suoi interlocutori, ci fanno immedesimare in maniera tale da farci credere di essere lui. Non è Jean-Do che soffre e si dispera, siamo noi. Non è Jean-Do che non vuole essere toccato dal dottore che gli sta cucendo l’occhio: siamo noi. Non è Jean-Do che fa battutine sarcastiche e ironiche sul dottore fin troppo smielato e gentile: siamo noi. E si potrebbe continuare all’infinito. Come del resto è difficile non immedesimarsi nel dolore della madre dei suoi figli, che non è mai stata amata come avrebbe voluto e desiderato, ma che continua a stargli fedelmente accanto o nella costernazione del figlio maggiore che ha assistito al malore di suo padre o nell’imbarazzo del migliore amico che non sa come comportarsi, ma che poi lo capisce subito.
Cosa rimane a fine visione, oltre alla soddisfazione di aver ascoltato delle musiche paradisiache e di aver osservato dei grandi attori muoversi sulla scena? Rimane la sensazione di aver assistito ad un inno alla vita sempre e comunque, che (condivisibile o meno) è comunque un forte messaggio e una
lezione che ci insegna, o ci dovrebbe insegnare, a fare quello che possiamo fin quando possiamo e a cercare di lasciare il segno, in un modo o nell’altro, così come ha saputo fare questo grandissimo uomo che dai cumuli e dalle macerie (la metafora della frana che butta giù una montagna che dopo la pubblicazione del romanzo e la morte di Jean-Do si ricompone è molto comunicativa), ha saputo mantenere viva la sua presenza e a costruire il ricordo di sé.

VOTO: 9

 




CITAZIONE DEL GIORNO

"Chissà se è in gamba come diceva Wheeler". "Io direi di si: è tanto in gamba che non sente la necessità di dimostrarlo". (Dean Martin e John Wayne a proposito del pistolero Ricky Nelson in "Un dollaro d’onore")



LOCANDINA


Sciarada

REGIA: Stanley Donen

CAST: Cary Grant, Audrey Hepburn, Walter Matthau, James Coburn, George Kennedy, Ned Glass, Jacques Marin, Dominique Minot
ANNO: 1963

TRAMA:

Regina Lambert è in vacanza con la sua amica Sylvie e sta meditando il divorzio da suo marito Charles. Quando torna a casa però scopre che questi è morto in circostante sospette e comincia ad essere pedinata da strani ceffi che vogliono da lei qualcosa di molto importante…

 




ANALISI PERSONALE

Avete mai visto un thriller divertente, ilare, frizzante e scoppiettante? Avete mai visto una commedia piena di mistero e suspance? Avete mai visto un film d’amore che è anche una commedia e un thriller? Molto probabilmente si e si trattava sicuramente di un film di Hitchcock ed infatti questa bellissima pellicola, molto originale e spassosa, è condita da forti sapori hitchcockiani (come dimostrano numerosi escamotage registici primo su tutti quello della sequenza iniziale nella quale vediamo la protagonista seduta ad un tavolo e poi subito dopo una pistola in primo piano puntata contro di lei per poi vedere allargarsi il quadro e scoprire che si tratta di una pistola ad acqua impugnata da un bambino).
Se non volete perdervi un grandissimo Cary Grant che fa la doccia vestito, che ingaggia strambi balletti con signore avvenenti, che lotta con un brutto ceffo su un tetto o la meravigliosa Audrey Hepburn che mangia a più non posso e che indossa dei meravigliosi vestiti con un garbo ed un’eleganza ineguagliabili, questo è proprio il film che fa al caso vostro. Un’ingente somma di denaro è l’oggetto della contesa dei vari personaggi che compaiono sullo schermo: oltre ai due protagonisti, abbiamo un funzionario del governo, un ispettore di polizia, e tre brutti ceffi. Ognuno di loro ha un lato sinistro e uno comico. Ognuno di loro riesce ad essere buffo e inquietante allo stesso tempo ed è proprio nell’equivoco e nel capovolgimento delle aspettative che Sciarada trova il suo punto di forza.

L’oziosa e viziata Regina (la delicata e graziosa Audrey Hepburn) si trova in vacanza su una nave con l’amica Sylvie e col suo bambino. Ha preso una seria decisione: divorziare da suo marito Charles perché non lo ama più e perché non è più amata da questi, ma soprattutto perché sente che lui le mente spudoratamente su tutto. Mentre la nave sta ritornando a destinazione, la donna fa la conoscenza di un distinto signore che le si presenta come Peter Joshua (l’affascinante e irresistibile Cary Grant). I due si stuzzicano e si lasciano con la promessa di risentirsi. Quando Regina torna a casa, la trova completamente vuota e spoglia di mobili, suppellettili, vestiti e quant’altro. Ad attenderla nell’appartamento c’è l’ispettore di polizia  Grandpierre (il macchiettistico Jacques Marin) che la mette al corrente della morte di suo marito Charles e le chiede di presentarsi in commissariato per un interrogatorio. La donna, dopo aver scoperto che suo marito è stato buttato giù da un treno in corsa, vede restituirsi la borsa contenente le uniche cose in possesso di suo marito al momento della sua uccisione: un’agenda, uno spazzolino, un dentifricio, una lettera a lei indirizzata e una serie di passaporti falsi. Regina rimane allibita e scopriamo anche che sapeva molto poco di suo marito: né che lavoro facesse, né quanti soldi possedesse, né quanti famigliari avesse e via dicendo.


Quando torna a casa, ormai sola e sconfortata, arriva a darle un po’ di sollievo il signor Joshua conosciuto sulla nave, che avendo appreso la notizia sui giornali si è recato a dare un po’ di consolazione alla povera vedova. Regina nel frattempo viene anche contatta da un agente segreto della CIA, il signor Bartholomew (un caratteristico Walter Matthau) che le svela un terribile segreto: suo marito aveva rubato 250.000 dollari al governo americano durante gli anni della guerra, nei quali insieme ad altri suoi tre commilitoni aveva trovato un tesoro appartenente allo stato e se ne era impossessato. La donna quindi è in serio pericolo, perché i tre vecchi compagni del marito (tra i quali spicca Tex, il bravissimo James Coburn) sono alla ricerca di quei soldi e sono del tutto sicuri che a possederli ora sia lei.
La donna aveva fatto la conoscenza di questi tre strani individui al funerale di suo marito e, non sapendo assolutamente che pesci pigliare dato che non è assolutamente in possesso del denaro, chiede l’aiuto del signor Joshua che le aveva promesso di prendersi cura di lei se ce ne fosse stato bisogno. Regina però scoprirà man mano che l’uomo di cui si sta piano piano innamorando, in realtà non è chi dice di essere e cambia identità almeno tre o quattro volte, inoltre continuerà ad essere vessata dai tre delinquenti in cerca di soldi, che cominceranno a morire uno alla volta.
Regina non sa più di chi fidarsi e si rivolge allora al signor Bartholomew per scoprire qualcosa di più sul suo enigmatico aiutante. Dopo una serie di peripezie e di ribaltamenti di prospettive e convinzioni la verità sulla reale identità dei vari personaggi verrà a galla e l’amore potrà essere lasciato libero di esprimersi e diffondersi.

A rendere più coinvolgente e speciale Sciarada sono soprattutto i dialoghi fitti e sferzanti, molto ironici e sarcastici (lo scambio di battute tra la Hepburn e Grant sono davvero deliziosi e spiritosi) e le situazioni esilaranti e quasi sconcertanti (quando ci sembra di aver capito una determinata cosa, subito dopo l’avvenimento viene capovolto e ci ritroviamo di nuovo nel marasma più totale, così come la svampita Regina). Ma Sciarada non è solamente una commedia (e che commedia!), ma è anche un giallo davvero molto denso e incalzante che accumula misteri su misteri e che mantiene alto l’interesse e la curiosità dello spettatore non solo sulle sorti che toccheranno all’esile e indifesa Regina, ma anche sul destino e sul percorso che compie il malloppo, che non è costituito da banconote, assegni o quant’altro, ma è stato camuffato furbescamente e astutamente dal defunto Charles sotto forma di qualcos’altro. Scandito da una colonna sonora basata su un motivetto quasi da carillon (il compositore Henry Mancini disse di essersi ispirato ai fantastici occhi della Hepburn per comporla), Sciarada mostra sin dai titoli di testa, estremamente colorati e vivaci, la dualità (anzi molteplicità) degli stili narrativi utilizzati, dato che sono costituiti da una serie di labirinti cromatici che si incrociano e che racchiudono e intrappolano le scritte, così come Regina è racchiusa e intrappolata nella ragnatela del pericolo e del mistero.

VOTO: 8,5/9

 




CITAZIONE DEL GIORNO

E’ soltanto nelle misteriose equazioni dell’amore che si può trovare un’equazione logica. (da "A beautiful mind")



LOCANDINA


Away from her

REGIA: Sarah Polley

CAST: Julie Christie, Michael Murphy, Gordon Pinsent
ANNO: 2007

TRAMA:

Fiona e Grant sono sposati da 45 anni e sembrano ogni giorno più innamorati che mai. Un triste ricordo torna a minare la loro felicità, ma i coniugi riescono a tenerlo lontano. Fiona però comincia a subire gravi perdite di memoria per rendersi presto conto di essere affetta dal morbo di Alzhimer.

 




ANALISI PERSONALE

Il calore di un fiore e la rigidità della neve. La forza della passione e la vacuità dei ricordi. La potenza dell’amore e la debolezza degli sguardi. L’enormità degli sforzi e l’inutilità dei risultati. Questo e molto altro è Away from her, delicato ed elegante ritratto di una coppia che ha quasi raggiunto il mezzo secolo di vita insieme, superando ostacoli insormontabili e giungendo ad una certa serenità interiore ed esteriore. Ma si sa, la vita non è mai così generosa e qualcosa giunge sempre a turbare gli animi e a smuovere i cuori. In questo caso è il sopraggiungere di una malattia, forse la più terribile: l’alzhimer che cancella giorno dopo giorno le memorie, le immagini, le esperienze, lasciando libero il cuore e tenendo in gabbia la mente. Una malattia che distrugge non solo, e anzi principalmente, i congiunti di coloro che ne vengono colpiti e in questo caso Grant, il marito di Fiona, che si sente in colpa per un suo tragico errore passato e che quasi crede, e sicuramente spera, che sua moglie stia fingendo per punirlo della sua colpa.

Fiona (una raffinatissima Julie Christie) e Grant (il toccante Gordon Pinsent) sono sposati da 45 anni e vivono in un cottage sulla neve. Lei è di origini islandesi e adora leggere libri che narrano della sua terra, anzi adora farseli leggere da suo marito. La loro vita procede sui binari della sicurezza e della stabilità, risultato ottenuto dopo aver sostenuto delle dure prove in passato.
Ma qualcosa sopraggiunge a sconvolgere la calma e la serenità: Fiona ha dei vuoti di memoria, mette le padelle nel freezer, non ricorda cosa ci sia nei cassetti della sua cucina, si perde durante le sue passeggiate con gli sci e via dicendo. La donna non tarda a rendersi conto di avere il morbo di alzhimer e decide di ricoverarsi in una casa di cura. Suo marito è restio, non vuole separarsi da lei, non si sono mai separati per 45 anni. La sua riluttanza aumenta quando va a visitare il posto in questione: personale gentilissimo, bellissime sale ed elegantissime stanze, ma qualcosa non gli torna e soprattutto non vuole che sua moglie vada a finire al secondo piano, il punto di non ritorno.
Ma Fiona è del tutto decisa a ricoverarsi, forse per liberare il marito dal suo pesante fardello e così riesce a far capitolare Grant che però apprende sconvolto di non poter andare a trovarla per il primo mese di degenza.

La separazione sarà dolorosa, ma inevitabile. Grant telefona ogni giorno alla capo-infermiera e quando giunge il giorno della sua prima visita verrà posto davanti ad una triste ed amara verità: Fiona sembra non riconoscerlo e soprattutto si è affezionata morbosamente ad un altro “ospite” della casa di cura: Aubrey (Michael Murphy). Grant inizialmente combatterà per far sì che Fiona ricordi di lui e del loro grande amore, ma molto presto si rassegnerà all’ineluttabilità della malattia e continuerà ad andare a trovarla, rimanendo in disparte fino a quando non assisterà ad uno di quei momenti di lucidità mentale che possono capitare ai malati di alzhimer, ma che passano in fretta, troppo in fretta.

Una regia molto contenuta, una colonna sonora gradevole e per nulla invasiva (anzi sapientemente centellinata) e una fotografia che lascia poco spazio ai colori (per sottolineare la cupezza, il grigiore, la mestizia della storia narrata), salvo poi esplodere in alcuni momenti di un’intensità che riesce a turbare l’anima (i primi piani con i profondissimi occhi blu di Fiona o la scena nella quale la donna accarezza il fiore giallo).
Struggente ed emozionante, senza mai sfociare nel pietismo o nel patetismo, grazie alla delicatezza delle immagini e alla sottile ironia di cui sono permeati i dialoghi, Away from her riesce a colpire lo spettatore senza sfinirlo con terribili e insostenibili piagnistei. Il tutto è condotto con una leggiadria e un’eleganza davvero apprezzabili, soprattutto se si tiene conto della giovanissima età della regista Sarah Polley (già attrice di numerosi film di successo) che è riuscita a raccontare con garbo e con finezza una grandissima storia d’amore, il sacrificio di un uomo devoto e forse colpito dal senso di colpa e il decorso di una terribile malattia annullante, degradante e devastante per chi se ne rende tristemente conto e per chi la subisce. La Chistie dà vita ad un personaggio intenso recitando con dolcezza e purezza e riuscendo a comunicare tutto un mondo interno e inespresso di emozioni e sensazioni attraverso i suoi fantastici occhi blu. Non è da meno Pinsent che ha saputo interpretare la parte di un marito combattivo e devoto che si rassegna ad essere sconfitto da un nemico più potente
di lui. Non ci sono moralismi (se si esclude la discutibile scena nella quale Fiona guarda in tv della guerra in Iraq e si domanda come abbia fatto l’America a dimenticarsi del Vietnam o la figura cinica della donna che gestisce la casa di cura, apparentemente incurante dei sentimenti dei suoi pazienti e dei parenti di questi) né tantomeno esagerazioni e straripamenti emotivi, pericolo in cui è molto probabile incorrere quando si ha a che fare con pellicole incentrate su una malattia, che divide, distrugge e deteriora.

VOTO: 8

 




CITAZIONE DEL GIORNNO

Marty: "Hey Doc dove siamo?" Doc: "Ragazzo la domanda esatta è: quando siamo!". (da "Ritorno al Futuro")



LOCANDINA


Marnie

REGIA: Alfred Hitchcock

CAST: Sean Connery, Tippi Harden, Diane Baker, Louise Letham
ANNO: 1964

TRAMA:

Marnie è una ladruncola e una piccola criminale. Ha varie identità e si a assumere presso varie ditte per poi derubarle. L’ultima ditta per la quale va a lavorare è diretta da Mark Rutland, che scopre la vera natura di Marnie ma che contemporaneamente se ne innamora, costringendola a sposarlo in cambio della reticenza sulle sue malefatte. La donna però negli anni ha sviluppato un’estrema avversione verso i rapporti affettivi e sessuali e Mark decide di andare a fondo alla questione.

 




ANALISI PERSONALE

Una donna di spalle che stringe una borsetta gialla sotto il braccio. L’inizio di questo film è estremamente hitchcockiano. Non sappiamo chi è questa donna, né dove sta andando e perché ci sta andando così di fretta. Così come non sappiamo, una volta scoperta l’identità (una delle tante) della donna, perché mai il colore rosso e i temporali la terrorizzano, perché fa degli strani incubi e soprattutto per quale motivo odia gli uomini e il contatto con essi. Il mistero si infittisce ogni secondo di più, e al di là delle sorti dei due protagonisti e della loro stramba storia d’amore, ad interessare in maniera viscerale è proprio il passato di quella piccola furfantella. La sete di conoscenza si impossessa delle nostre menti che si fanno coinvolgere nella spirale di disperazione in cui precipita Marnie dopo essere stata costretta a sposare Mark. Le simpatie sono tutte per lui (come biasimare un uomo che vuole avvicinarsi fisicamente e non a sua moglie?), ma l’interesse è tutto per lei. Con mano sapiente (la solita) Hitchcock non mostra mai tutte le sue carte in tavola e preferisce lasciarci col fiato sospeso fino alla rivelazione finale, che forse non regge il peso delle aspettative, ma che comunque si fa apprezzare soprattutto per quanto attiene al carico emotivo de quale è pregna.

Marnie (un’algida Tippi Harden) è una ladra-segretaria. Si fa assumere da varie ditte per poi dilapidarne il capitale. Cambia identità e colore di capelli ad ogni cambio di lavoro e dedica tutti i suoi sforzi e i suoi risparmi alla madre che sembra non dedicarle le attenzioni che vorrebbe. Quando si fa assumere dalla ditta Strutt, viene notata da uno dei suoi clienti, Mark Rutland (un simpaticissimo Sean Connery) che è il dirigente di una azienda editoriale. Mark rimane immediatamente affascinato dalla donna e quando questa, dopo aver rapinato Strutt, va a chiedere lavoro proprio nella sua ditta (inconsapevole che Mark fosse un cliente di Strutt), lui la assume cercando di far luce sulla questione. Ben presto però la curiosità, lascia il posto all’innamoramento e Mark comincia a corteggiare la sua segretaria. La donna ha un’incredibile paura del colore rosso e ogniqualvolta questo gli si palesa davanti agli occhi, Marnie cade nel terrore e nell’angoscia più totale. La stessa cosa accade quando è in presenza di un temporale.
I due cominciano ad uscire insieme e Marnie non si rende conto di essere ormai caduta in trappola. Il suo spasimante, infatti, vistosi rifiutare la sua proposta di matrimonio, costringe la donna a sposarlo in cambio del suo silenzio sulla rapina a Strutt. Marnie allora accetta riluttante, continuando a mentire sulla sua vera identità. I due si sposano e vanno a vivere nella casa del padre di lui, dove vive anche la piccola cognata Lile (un’intrigante Diane Baker) segretamente (ma mica tanto) innamorata di Mark. Lei riuscirà a scoprire che la madre di Marnie in realtà non è morta e, una volta confidatolo a Mark, costui comincerà ad indagare sul passato di sua moglie che prova orrore al solo contatto con un uomo e che si rifiuta perentoriamente di dormire con lui.

Piano piano, Mark si renderà conto che sua moglie ha dei seri problemi psicologici legati ad un terribile ricordo infantile che è poi quello che si ripresenta ogni notte nei suoi incubi indecifrabili. La donna è restia a farsi aiutare, non crede di avere nessun problema psicologico, è solo convinta di voler mantenere intatta la sua virtù, così come la sua adorata madre le ha insegnato. Quella madre che sembra non amarla, non averla mai amata e che non conosce assolutamente le varie traversie di sua figlia. Alla fine Mark, provetto psicologo, riuscirà a risolvere l’arcano e svelare il mistero e la piccola Marnie in un transfert che la riporterà a quella fatidica vicenda della sua infanzia, ritroverà la pace interiore.

Ad aggiungersi alla fitta rete intricata di misteri ed enigmi che Hitchcock ci serve su un piatto d’argento con la sua solita e proverbiale maestria, questa volta abbiamo anche una sorta di trattato psicologico incentrato sul personaggio di Marnie e portato avanti dal personaggio di Mark ed è indicativa a tal riguardo (oltre che estremamente ricca di pathos) la scena dei due che fanno il gioco delle associazioni. Entrambe le componenti sono miscelate con la solita esperienza del regista che riesce ad far alternare nello spettatore un senso di curiosità (su quale sia il problema della donna e il perché di tutte le sue paure e manie) e un senso di terrore e di suspance (le scene della mamma che va a scegliare Marnie per la cena è quanto di più pauroso si potesse desiderare e il bellissimo piano sequenza di Marnie che deve scappare dopo aver svaligiato la cassaforte di Mark, senza farsi udire dalla donna delle pulizie è estremamente denso di tensione). Con la consueta attenzione millimetrica al particolare (la borsetta, la pistola, le chiavi e via dicendo), Hitchcock dirige i suoi attori con mano sapiente riuscendo a far esprimere ad entrambi le diversità dei loro personaggi: Marnie (che avrebbe dovuto essere interpretata da Grace Kelly che si rifiutò all’ultimo minuto) e Frank, la prima estremamente fredda, algida e molto rigida e il secondo estremamente affascinante, caloroso, rassicurante e molto molto simpatico. Non deludono nemmeno i comprimari: soprattutto la giovane Baker nel ruolo dell’enigmatica e sensuale Lile e Louise Letham nel ruolo dell’agghiacciante madre.  
Menzione d’onore alla colonna sonora davvero molto ben confezionata, soprattutto nei momenti di più alto coinvolgimento emotivo, in cui il motivo portante si fa ancora più intenso e all’ambientazione (che va dalla casa di Marnie a quella di Frank, per poi passare dall’ippodromo alle varie ditte presso cui lavora la ragazza).
Unica nota dolente (se proprio ci si vuole cimentare a trovare qualche difetto nei meravigliosi film del maestro) è una soluzione finale un po’ troppo semplicistica
ma sicuramente di grande impatto visivo ed emotivo.

VOTO: 8,5

 




CITAZIONE DEL GIORNO

"Abitualmente fumo dopo mangiato. Perché non torni tra dieci minuti?". "Tra dieci minuti fumerai all’inferno". (da "Per qualche dollaro in più’" 1965)



LOCANDINA


La guerra di Charlie Wilson

REGIA: Mike Nichols

CAST: Tom Hanks, Julia Roberts, Philip Seymour Hoffman
ANNO: 2007

TRAMA:

Il deputato texano Charlie Wilson all’inizio degli anni ’80, grazie all’aiuto di una sua ricchissima amica anticomunista e di un agente segreto della CIA, riuscì a fornire tutti gli armamenti necessari all’Afghanistan per sconfiggere la Russia comunista.

 




ANALISI PERSONALE

La guerra di Charlie Wilson è una bella storia, proprio perché nella sua incredibilità e nella sua assurdità, è assolutamente vera. Si tratta di una pagina molto intensa e scottante della storia americana e non, narrata con estro, briosità e comicità (alle volte un po’ troppo spicciola, ma al grande Nichols gli si perdona tutto). Ed è così che il film riesce a raccontare operazioni segrete, contorti passaggi politici, complotti nascosti e orrori della guerra con una semplicità e una graziosità uniche. La vicenda ruota attorno a tre personaggi fondamentali, interpretati ottimamente dal grande Tom Hanks, dalla sensuale Julia Roberts e dallo strabiliante Philip Seymour Hoffman. Ognuno di questi personaggi ha avuto un ruolo decisivo nella riuscita della strategia vincente ideata da Charlie Wilson: quella di raddoppiare anzi moltiplicare i fondi destinati all’aiuto per l’Afghanistan contro la minaccia della Russia comunista, grazie all’appoggio del presidente Zia, della sesta donna più ricca d’america Joanne Herring e di un’agente della CIA dai modi burberi, ma davvero molto competente.

Il deputato Charlie Wilson (un Tom Hanks in grande spolvero) non è quello che si suol dire uno stinco di santo. Amante dell’alcool, della cocaina e soprattutto delle donne, sembra disinteressarsi completamente del mondo della politica di cui si è ritrovato a far parte. Gestisce il suo ufficio solo con l’aiuto di bellissime donne, da lui chiamate ninfette e si diverte come meglio può. Quando la sua amica e amante Joanne Henning (una Julia Roberts che dà il meglio di sé quando viene diretta da Nichols, perfettamente calata nel ruolo di femme-fatale), molto maschilista ed estremamente anti-comunista gli chiede una mano per aiutare il popolo afgano vessato dalla guerra contro la Russia, Charlie non riesce a tirarsi indietro. Ed è così che comincia a intavolare trattative a destra e a manca per riuscire ad aumentare i fondi destinati a quel paese che sta combattendo una guerra non sua. Iniziano i suoi viaggi in Afghanistan dove ha modo di rendersi conto dal vivo dello scempio del comunismo. Bambini, donne, vecchi che muoiono di fame, che non hanno acqua, non hanno scuole e molti dei quali sono stati mutilati o hanno subito gravi perdite. Il libertino deputato rimane molto colpito dalla visione terribile e si impegna maggiormente per raggiungere il suo obiettivo, in cui ora crede più che mai. A soccorrerlo arriva un burbero agente della CIA, Gust Avrakotos (l’incredibilmente abile Philip Seymour Hoffman) vessato dai suoi superiori e in cerca di riscatto.

Questo trio, apparentemente mal assortito, riuscirà a portare la cifra destinata all’Afghanistan da 5 milioni ad un miliardo di dollari, grazie all’abilità diplomatica di Charlie, alla capacità di persuasione di Joanne e ai contatti segreti di Gust.
Dopo numerose peripezie i tre riusciranno nei loro intenti: donare armi moderne e intelligenti agli afgani in modo tale da poter distruggere i potentissimi elicotteri russi. E fu così che lAfghanistan potette vincere la guerra contro il comunismo, per poi (purtroppo) cominciare a preparare quella contro gli americani, per mezzo delle loro stesse armi.

La straordinarietà del personaggio di Wilson sta nel fatto che non si tratta di un eroe, ma di un semplice uomo, non esente da vizi e difetti, che fece quello che poteva fare e quello che riteneva più giusto, senza tra l’altro riuscire a portare a termine fino in fondo i suoi intenti iniziali: costruire scuole e ospedali per i bambini afgani. La pellicola ha il merito di raccontarci una storia estremamente seria e importante, con una verve e in maniera talmente frizzante da far passare l’oretta e mezza della sua durata in maniera leggera, ma intelligente. Certo non mancano momenti di scarsa ilarità e elementare banalità (alcuni scambi di battute tra la Roberts e Hanks potevano essere tranquillamente evitati come anche alcune gag di dubbia efficacia e soprattutto la storiella insulsa raccontata da Wilson alla sua assistente di come ha cominciato ad amare il suo paese e quindi la politica) e anche di facile sensazionalismo (era necessario mostrare bambini mutilati per far comprendere l’orrore della guerra o far parlare l’assistente di Wilson con una donna afgana che ha perso i figli?); ma il risultato finale è sicuramente soddisfacente. Certo i costumi e le acconciature sono un po’ troppo esagerati (più che negli anni ’80 sembra di essere catapultati in un party in maschera), ma la fotografia riesce ad alternarsi in maniera encomiabile tra momenti di pura e sana ilarità e momenti di estremo dramma.
Una commedia frizzante, piacevole e godibile che riesce a divertire e ad informare di una (forse troppo poco conosciuta) pagina della storia, anche grazie all’ammirevole sceneggiatura di Alan Sorkin che ha saputo rendere perfettamente l’idea del personaggio di Charlie Wilson (né diavolo e né acqua santa) e soprattutto l’idea della sua brillante strategia.

VOTO: 7

 




CITAZIONE DEL GIORNO

Non sarai tanto ingenuo da credere che viviamo in una democrazia, vero Buddy ? E’ il libero mercato. (Gekko (M. Douglas) in "Wall Street")



LOCANDINA