Diary of the dead – Le cronache dei morti viventi


REGIA: George A. Romero

CAST: Michelle Morgan, Joshua Close, Shawn Roberts, Amy Ciupak Lalonde, Joe Dinicol, Scott Wentworth, Philip Riccio, Chris Violette, Tatiana Maslany

ANNO: 2009

 

Un gruppo di studenti universitari sta girando un film horror, quando vengono sorpresi dall’imminente caos causato dalla rinascita dei morti che stanno seminando il panico. Jason, il regista, decide di filmare tutto il loro viaggio a bordo del camper per sfuggire ai pericoli e per documentare tutto ciò che sta sconvolgendo il mondo.

 

Il quinto, e non ultimo, capitolo della saga romeriana dedicata agli zombie e alle critiche sociali che essi nascondono, non è sicuramente all’altezza dei primi episodi, trattandosi in quel caso di veri e propri gioiellini della cinematografia horror, divenuti giustamente dei cult imperdibili ed indimenticabili. Ciò non toglie che si tratti comunque di un validissimo film che continua la tradizione di Romero in maniera apprezzabile, seppur condito da qualche difetto che, anche se in maniera labile, ne mina il totale e incondizianato godimento. Posando come sempre sulle spalle dei suoi zombie il fardello di condannare e metaforizzare quelle che sono le tematiche politiche e sociali della nostra società, questa volta il regista, cogliendo a piene mani dallo stile di “The Blair Witch Project” e, rielaborandolo deliziosamente a modo suo, anticipa quelli che sono divenuti poi gli esemplari del genere e cioè “Cloverfield” e “Rec”, che, seppur distribiuiti prima di “Diary of the dead”, sono stati girati successivamente. Ecco che allora l’idea originale spetta a Romero che ha saputo ancora una volta creare un horror che non si limita a mostrare frattaglie, spargimenti di sangue, lotte corpo a corpo tra zombie e umani ed effetti speciali, stavolta tutt’altro che artigianali, ma li accompagna con una serie di sottotesti  che al di là del consueto riferimento ai problemi razziali che attanagliano la nostra società (cosa altro simboleggiano questi zombie se non i diversi, i “clandestini” che terrorizzano all’estremo tutti gli altri?), si spinge fino ad analizzare in profondità la moderna società dell’informazione. La pellicola, che si basa sui filmati colti dal protagonista durante la sua fuga dagli zombie, e poi rielaborata e rimontata dalla sua fidanzata per restituirla ai posteri, è infatti attraversata (così come accade nelle pellicole succitate, ma anche nel capolavoro depalmiano “Redacted”), da una serie di filmati colti da numerosi e modernissimi mezzi di cominicazione, partendo dall’ormai obsleta tv, fino ad arrivare a tutti  i canali di condivisione presenti in internet. Video di youtube, testimonianze di blogger, riprese di telecamere a circuito chiuso e via dicendo mostrano l’impossibilità odierna di avere un’unica e veritiera versione di un fatto, quasi sempre sporcata dall’enfasi, dalla voglia di emergere di chi diffonde le notizie, dalla spasmodica volontà di documentare ogni singolo avvenimento, che sia per il gusto del poter affermare “io c’ero”, o per fini più nobili nel tentare di avvertire le generazioni future sul pericolo.

Ecco che quindi, l’espediente di trasmettere a noi spettatori il video originale del ragazzo, musicato e sistemato dalla fidanzata, che inizialmente perplime proprio perché in un certo senso disattende quanto il regista va comunicando, alla fine ci risulta in qualche modo funzionale ai suoi intenti: non è possibile in nessun modo riuscire ad ottenere una realistica trasposizione di qualsiasi avvenimento. Anche se Romero sembra parteggiare per la libertà espressiva ed espositiva del singolo (cioè tutti coloro che sviando dalla comune informazione televisiva, giornalistica o radiofonica, si fanno divulgatori delle proprie esperienze vissute), neanche questa riesce alla fine a risultare completamente genuina, così come didascalicamente i protaginisti ci fanno notare, ricordandoci che ad ogni video visualizzato tutto sembra differente e confuso.

Il didascalismo è forse uno dei pochi difetti di questa pellicola, visto che questa volta il valore simbolico e metaforico della stessa è affidato alle parole dei protagonisti, ma soprattutto alla voce fuori campo della ragazza che ha rimontato il film del fidanzato, laddove Romero era solito comunicare le sue idee e i suoi sottotesti affidandosi esclusivamente all’immagine e alle situazioni. Tralasciando, inoltre, il non proprio eccellente livello recitativo del cast di sconosciuti (sicuramente scelto per meglio coinvolgere lo spettatore nelle loro vicende) e i non eccessivi stereotipi che accompagnano la descrizione di ciascun personaggio, si può sempre e comunque godere di un’ironia irresistibile (come nella sequenza del fattore sordomuto che di zombie ne fa fuori parecchi) e dell’abile mano registica di Romero che quando si tratta di zombie rimane sempre il numero uno. Fanno sorridere, infatti, le considerazioni negative circa la caratterizzazione poco moderna dei suoi zombie (che non sono veloci e temibili come quelli di Boyle, con cui ovviamente Romero polemizza come nella sequenza iniziale in cui il regista dice al suo attore che interpreta la mummia di camminare molto lentamente perché è così che si muovono queste creature), criticati perché poco paurosi. Ma essi non sono mai stati pensati per essere paurosi al cospetto di noi spettatori, bensì, simboleggiando quanto succitato, per spaventare a morte i protagonisti dei film che a loro volta sono metafora di una serie di negatività della nostra società. Forse, quindi, dovrebbero essere questi ultimi a suscitare terrore, come del resto suggerisce la retorica domanda finale: “Meritiamo di essere salvati?”.

 

VOTO:

 


Brüno


REGIA: Larry Charles

CAST: Sacha Baron Cohen, Anthony Hines

ANNO: 2009

 

Brüno, un dicianovenne austriaco con la fissa per il mondo dello spettacolo, si trasferisce in America accompagnato da un fedele aiutante e tenta in tutte le maniere di scalare la vetta del successo.

 

Irriverente come non mai, voglare fino all’estremo, politicamente scorretto in ogni gesto o battuta, decisamente triviale per le continue e a volte esagerate gag a stampo sessuale, provocatorio oltre ogni limite, esagerato nella sua comicità estrema ma ben studiata, spassosamente parodistico.

Tutto questo è “Brüno”, l’ultimo goliardico evento cinematografico di Larry Charles e Sacha Baron Cohen, perché, nel bene o nel male, si tratta comunque di un evento, suscitante in un modo o nell’altro un’elevata dose di curiosità. Fin dove si spingeranno questa volta quei due strampalati agitatori della morale pubblica e dei terribili luogocomunismi della società americana ed occidentale in generale? Questa è la principale domanda che spinge alla visione, ammesso che si accetti questo tipo di cinema, sfacciatamente e spudoratamente sopra le righe, in ogni modo pensabile, e anche impensabile.

Non c’è niente di sorprendente allora, se già preparati in seguito alla conoscenza del cinema di Cohen e Charles, in un pene inquadrato in primissimo piano che volteggia e addirittura “parla” sullo schermo, così come non ci si dovrebbe scandalizzare per tutta una serie di espedienti comici come gli strambi incontri sessuali del protagonista orgogliosamente e fieramente omosessuale o lo svelamento (neanche tanto eclatante, trattandosi di cose ormai arcinote) di molte delle meschinità della nostra società.

Si parte da una sorta di demolizione del mondo della moda, sino ad arrivare più in generale allo star system, osservato sia dal punto di vista di chi ne è già protagonista (con i riferimenti satirici alle adozioni africane, alla beneficenza per pubblicità, ai video a sfondo sessuale con personaggi politici), sia da quello di chi vuole diventarlo a tutti i costi (gli sconcertanti e al tempo stesso assurdi provini di bambini con genitori disposti a scendere a qualsiasi compromesso pur di farli entare nel mondo dello spettacolo). Tutto questo senza dimenticare un’ampia visuale sul bigottismo e l’imperante omofobia della nostra società, come dimostrano numerose situazioni in cui gli atteggiamenti oltremodo estremi di Brüno nell’esprimere la sua dilagante omosessualità (esasperati proprio per enfatizzare il concetto), incontrano lo sdegno e in certi casi anche la rabbia di alcuni personaggi emblematici in questo senso, come il responsabile dell’hotel che si rifiuta di sbrogliarlo dalle catene con cui si è legato al suo assistente, o un cacciatore che ne rifiuta quasi violentemente le avances, per raggiungere l’apoteosi del pubblico invasato di un combattimento di wrestling che si scaglia contro il protagonista ormai del tutto abbandonato alla sua passione per l’uomo di cui si è innamorato. Ecco che allora, la scelta di far seguire a Brüno un corso di eterosessualità si carica del peso di sradicare e mettere alla berlina una serie di stereotipi che accompagnano il pensiero dominante circa le scelte sessuali di ognuno e le maniere in cui esse si esplicano. Per essere un buono eterosessuale, insomma, il nostro aspirante gay di successo dovrà arruolarsi nell’esercito, andare a caccia, seguire dei corsi di arti marziali, andare ad una festa di scambisti, e soprattutto, cosa per lui veramente impensabile, fare sesso con una donna.

Si ride spesso con “Brüno”, ammesso che si sopportino determinate esagerazioni ed eccessi di linguaggio e di sostanza, ma non spesso come si dovrebbe molto probabilmente, visto che pur sempre di un film comico-demenziale si tratta, seppur venato da aspirazioni polemiche e da intenti quasi paradossalmente etici insiti nell’obiettivo di mostrare, distruggendoli, molti dei cattivi costumi che attanagliano e peggiorano la società moderna. Il paradosso consiste, ovviamente, nel fatto di utilizzare dei mezzi completamente amorali (anche se il giudizio sulla moralità o meno degli stessi dipende molto anche dalla moralità soggettiva di ciascun spettatore), per raggiungere una sorta di morale. Del resto, il dilemma, è secolare: “Il fine giustifica i mezzi?”. Trovata la risposta a questa domanda, avrete trovato anche la chiave di lettura di questa pellicola. In caso contrario, comunque, ferma restando la disponibilità ad accettare la monumentale provocazione e l’attitudine a non scandalizzarsi per una volgarità senza limiti (sopportabile proprio perché volutamente spiattellata), trattasi pur sempre di una decente (o se vogliamo anche indecente visti i contenuti), commedia spassosa e nascostamente intelligente.

 

VOTO:

 


La battaglia dei tre regni





REGIA: John Woo

CAST: Tony Leung, Takeshi Kaneshiro

ANNO: 2009

 

III secoldo d. C., in Cina il primo ministro Cao Cao ambisce alla conquista dell’intero paese. Il Vicerè della terra di Wu a Sud, Zhou Yu, alleatosi con il dominatore della terra di Xu a Ovest, Liu Bei, decide di affrontare la battaglia partendo dalla base di Red Cliff.

 

Un ritorno in patria di quelli col botto, questo di John Woo che, abbandonando il genere action a lui caro che ci ha donato perle come “Face-off”, ma anche parecchi passi falsi, si dedica ad un war-movie in odore di kolossal dalle venature epiche e poetiche. Un maestoso affresco di una notevole fetta di storia della Cina, giostrato in maniera molto abile dal regista che ne ha creato una pellicola di notevole interesse, soprattutto visivo ed emotivo.

Rifacendosi spudoratamente e quasi simpaticamente ad una sorta di stile citazionistico della migliore tradizione di spaghtti-western (Leone è sempre dietro l’angolo, fino ad uscirne completamente nella scena della goccia dell’acqua che rappresenta il cambiamento della direzione del vento), Woo costruisce un’impalcatura solidissima in cui allo spettatore è dato modo di assistere ad un susseguirsi di sequenze che mozzano il fiato, alternandosi tra l’intimità di alcune straordinarie scene d’interni con i rispettivi regnanti che affrontano in maniera opposta “l’arte della guerra”, e l’ampiezza di vedute e di paesaggi delle sequenze in esterno, in cui la mdp di Woo avvolge sapientemente le centinaia di soldati in guerra, per poi restringersi sulla singolarità di alcuni di essi, arrivando persino a commuovere, onestamente il più delle volte, lo spettatore che ne ha conosciuto in precedenza le personalità e le caratteristiche più intime.

Un film, questo “La battaglia dei tre regni” (titolo originale molto più evocativo “Red Cliff”), che ci restituisce anche l’importanza e la grandezza dell’ingegno umano a dispetto della mera forza e supremazia, così come dimostrano gli esiti della roboante battaglia finale (in cui l’amore del regista per l’azione ha completamente modo di esprimersi), in cui la parte apparentemente debole della contesa, governata da un Vicerè onesto e leale, riesce ad avere la meglio sull’esercito più numeroso, preparato e fornito dell’ambizioso primo ministro. Ma non è in questa netta e manicheistica separazione tra buono e cattivo, seppur decisamente estremizzata dalla sceneggiatura e dal montaggio, che sta l’interesse di questo trionfo del bene, perché ciò che più coinvolge e conquista lo spettatore sono le modalità e le azioni che portano a questa vittoria. Un inno alla strategia, all’intelligenza e alla furbizia, dunque, questa pellicola che per quasi tutta la sua durata su questi elementi si regge e questi aspetti ci mostra, rendendoci partecipi delle mosse, meschine o meno a seconda di chi le intraprende (tornando a quella netta separazione succitata), di ciascun regnante, dimostrando la completa fatuità ed inettitudine di chi, adagiandosi sugli allori per la completa sicurezza e convizione della propria supremazia, si affida unicamente alla propria superiorità di armi e soldati, e chi, invece, non si arrende nonostante le avversità facendo della scaltrezza e dello studio preciso e approfondito di quanto l’ambiente circostante ha da offrire, una potentissima arma vincente.

Ecco che allora gli elementi naturali assumono importanza capitale nella narrazione di questa strategia di guerra, a partire dal vento, fino ad arrivare al fuoco, senza tralasciare comunque sia l’acqua che la terra. Impossibile, dunque, non rimanere affascinati dall’eleganza dello stile narrativo ed estetico di questa pellicola (fotografia e colonna sonora sono davvero molto raffinate, così come l’utilizzo quasi estremo del ralenti a sottolineare i momenti di più alto pathos, quasi sempre corrispondenti con l’imminenza della morte), seppur attraversata da venature quasi goliardiche in alcuni primissimi piani e zoomate dei vari protagonisti, poi ripresi faccia a faccia di profilo, proprio da tipica tradizione western, come premesso.

Nonostante la lunga durata (due ore e mezza di per sé già dimezzate rispetto alle quattro ore e passa della versione originale), lo spettatore non trova un attimo di noia nella visione del film, che nonostante l’introspezione approfondita di molti personaggi emblematici (oltre ai due contendenti, anche le due figure femminili hanno un certo spessore), riesce a tenere desta l’attenzione dall’inizio alla fine, grazie anche al ricco cast di attori decisamente apprezzabili, a partire dagli ormai famosissimi Tony Leung e Takeshi Kaneshiro. Un film da non perdere, insomma, che regalerà un’opportunità in più per approfondire un segmento di storia cinese, per riflettere come sempre sulla guerra e tutte le sue sfumature e sfaccettature, ma soprattutto per assistere ad un grande cinema.

 

VOTO:




Zombi 2


REGIA: Lucio Fulci

CAST: Tisa Farrow, Ian McCulloch, Richard Johnson, Al Clever, Auretta Gay, Stefania D’Amario, Olga Karlatos

ANNO: 1979

 

Una barca abbandonata viene ritrovata nel porto di New York da due poliziotti, uno dei quali viene tremendamente ucciso da uno zombi nascosto su di essa. La figlia del dottore proprietario della barca e un giornalista in cerca di scoop si recano sull’isola di Matul, dove lo studioso si trovava da tempo e da dove non aveva dato più notizie. Qui i due, accompagnati da altri due turisti, si ritroveranno nel bel mezzo di un contagio inarrestabile, in cui quasi tutti gli abitanti verranno mutati in terribili zombie.

 

Assurto ormai al rango di zombie-horror per eccellenza, oltre che di vero e proprio cult nella cinematografia di genere, “Zombi 2” merita sicuramente la fama che ha conquistato durante gli anni, nonostante la scarsità di budget utilizzato per girarlo, le polemiche di Argento e Romero per il titolo (visto che ovviamente è stato scelto per ricalcare il successo di “Zombi” di Romero, prodotto e distribuito in Europa proprio da Argento), e i tribolamenti della produzione nella scelta del regista a cui affidare questa storia, scritta da Dardano Sacchetti, ma firmata da sua moglie Elisa Briganti. Infatti i produttori, Fabrizio de Angelis (con cui poi dopo Fulci collaborerà per i suoi horror) e Ugo Tucci decisero di affidare la regia a Enzo G. Castellari, dopo aver scartato Joe D’Amato perché legato troppo al cinema erotico. Ma il regista rifiutò l’offerta, suggerendo di rivolgersi al grande Lucio Fulci, che non aveva mai girato un horror, ma che nei suoi thriller “ci andava giù pesante”, come in “Una lucertola con la pelle di donna” e “Non si sevizia un paperino”, di qualche anno precedente.

Del tutto infondate erano le accuse di plagio e saccheggio dello zombie-horror di Romero, con cui condivise, come suddetto, solo il titolo, visto che il primo, “Zombi”, è più una sorta di metafora politica-sociale contro i mutamenti della società americana, tant’è che è totalmente ambientato a New York, mentre il secondo, “Zombi 2”, è più una vera e propria avventura rocambolesca che tenta anche di dare una diversa interpretazione sull’origine di questi “non-morti”, origine a quanto pare caraibica e derivante da strani riti voodoo, tant’è che è ambientato in un’isola immaginaria, Matul, situata nei Caraibi, con solo l’incipit e il finale ambientati a New York. Grande punto di forza della pellicola è infatti l’ambientazione oltre che una certa caratterizzazione esotica data dalla colonna sonora, firmata Fabio Frizzi, incentrata sulle percussioni e sui ritmi serrati.

Polemiche a parte (affrontate tra l’altro dal regista con cipiglio quasi strafottente, dato che secondo lui se di plagio si trattava, era comunque plagio di numerosi zombie-horror anche precedenti a “Zombi”, e si può notare l’ispirazione al film di Jacques Tourner “Ho camminato con uno Zombie”, del 1943), “Zombi 2”, conserva ancora oggi una sua unicità, che è quella di riuscire a impressionare e spaventare lo spettatore con questi zombi lentissimi ma crudelissimi che mangiano letteralmente la carne dei poveri sventurati che si trovano sul loro cammino, rendendoli della loro specie. Il merito, va detto, va al curatore degli effetti speciali, Giannetto De Rossi, che si rifiutò di creare zombi simili a quelli di Romero, così come gli era stato chiesto, perché li riteneva poco paurosi e troppo pallidi e decisamente normali. Lui, invece, decise di renderli oltremodo mostruosi, costruendo sui volti e sui corpi degli attori chiamati ad interpretarli (tra cui i tre fratelli Dell’Acqua, Alberto, Arnaldo e Roberto) delle maschere mostruose create con la creta, il lattice, la plastilina e altri materiali. Un’altra differenza tra i due tipi di zombi, romeriani e fulciani, è proprio nella loro caratterizzazione. Se i primi erano riconoscibili nella loro passata “umanità”, con notevoli differenze di abbigliamento e di conseguenza di estrazione sociale; i secondi sono oltremodo unificati nel modo in cui ci vengono presentati, con vestiti sudici e strappati e con lo stesso identico modo di camminare e di muoversi, quasi sempre con la testa abbassata. Ma l’elevata qualità degli effetti speciali è ravvisabile soprattutto in una determinata sequenza, quella che poi è rimasta nella storia oltre ad essere stata omaggiata negli anni a venire in numerosissime pellicole (persino Tarantino nel suo Kill Bill 1 e 2 non ne ha potuto fare a meno), e cioè quella dello smembramento dell’occhio di Olga Karlatos (nel ruolo della moglie dello studioso che sull’isola sta facendo esperimenti per risalire all’origine del fenomeno degli zombie, visto che continua ad essere scettico sull’effettività dei riti voodoo come invocatori di questi terribili mostri). Una scena che lasciò, e ancora lascia a distanza di anni, col fiato sospeso gli spettatori inorriditi e spaventati dallo zombie che una volta rotta la porta di legno dietro la quale la donna si è trincerata, comincia a spingere la testa della povera vittima (appena uscita dalla doccia dove ha mostrato un nudo impeccabile, elemento immancabile in un certo cinema di genere degli anni ’70) contro una scheggia di legno. Il suo povero e bellissimo occhio farà ovviamente una brutta fine e il tutto sembrerà talmente realistico proprio grazie agli effetti speciali ben studiati e congeniati da De Rossi (si creò addirittura un calco della testa dell’attrice, che data l’efferatezza della scena, si sentì male).

Altra grande sequenza, che però non fu girata da Fulci che non voleva nemmeno inserirla nella pellicola, ma dallo stesso De Rossi, è quella della lotta corpo a corpo tra uno squalo e uno zombie subacqueo (scena che sicuramente voleva ironicamente competere con “Lo squalo” spielberghiano), anche se si può notare una specie di blooper, dato che allo zombie viene via il braccio prima che questo venga morso dallo squalo. Indimenticabile anche il contagio di Susan, una delle protagoniste della pellicola, che viene terribilmente morsa al collo da uno zombie uscito dal cimitero dei conquistadores spagnoli, con litri e litri di sangue che sgorgano a più non posso.

Nonostante l’ostracismo di una certa critica, che con gli anni però si è resa conto dell’aura di grandezza che circonda questo progetto poco ambizioso ma sicuramente valente, si può asserire che “Zombi 2”, così come la pensavano sin da allora i critici francesi, è un horror imprescindibile per chiunque si consideri, anche solo di striscio, un vero e proprio appassionato del genere.

 


Funny people


REGIA: Judd Apatow

CAST: Adam Sandler, Seth Rogen, Leslie Mann, Eric Bana, Jonah Hill, Jason Schwartzman

ANNO: 2009

 

George Simmons, famosissimo cabarettista e attore comico, scopre di avere una malattia incurabile che gli lascerà poco tempo da vivere. Completamente solo, nonostante la marea di fan, trova l’appoggio di un’aspirante battutista con cui legherà moltissimo, fino ad arrivare a riconquistare il suo primo amore.

 

“Funny people” segna il ritorno dietro la macchina da presa dell’irriverente Apatow, emblema della nuova commedia americana, che trasforma in oro tutto quello che tocca, o quasi. Che si occupi solo di sceneggiature (come nell’esilarante e bellissimo “Walk hard” o nello strampalato “Strafumati”), o unicamente dell’aspetto produttivo delle pellicole (vedasi il fortunato “Suxbad” e il recente e simpatico “Non mi scaricare”), riesce sempre ad avere successo, oltre al fatto di essersi creato una folta schiera di estimatori. Il tocco Apatow, dunque, è ormai riconoscibile anche in pellicole che apparentemente non recano il suo zampino ma sembrano portare ugualmente la sua firma, tanto da far nascere un vero e proprio stile sicuramente apprezzabile in molte delle sue sfaccettature, a cominciare da una sorta di demenzialità ragionata, si perdoni l’ossimoro, che nasconde molto spesso anche della classe. Con “Funny people”, però, non si ripropone tutto ciò anche se la prima parte della pellicola sembra suggerirlo fortemente. Il problema del film è che in realtà si tratta di due pellicole in una, e non solo per la sua durata eccessiva e quasi spropositata, ma proprio perché ad una prima parte tipicamente “apatowiana” in cui non ci si stanca di ridere e sorridere per battute intelligenti e meno intelligenti ma comunque molto divertenti (e si, come al solito volgari, sboccate e a volte anche misogine, ma al tempo stesso anche colte e molto citazionistiche), segue una seconda parte che non ha nulla a che fare con tutto ciò che si è visto prima e che si concentra su una noiosa, sfiancante, prevedible e scontatissima diatriba amorosa, con tanto di stucchevolezze e banalità annesse, senza tralasciare anche una buona dose di retorica che accompagna gli atteggiamenti di quasi tutti i personaggi coinvolti in essa (dà da pensare il fatto che al centro di questa seconda parte ci siano la moglie e le figlie del regista).

Ecco che allora viene rovinato quanto di buono fatto fino a quel momento, come ad esempio l’ottima scelta del cast (al di là di Sandler, amico storico del regista, e di Rogen che fa quasi coppia fissa con Apatow, non possiamo non citare il grande Jason Schwartzman nel ruolo di un borioso attore di sit-com), un discreto utilizzo della tematica di fondo costituita dal ritratto di un comico dalla vita triste (tema sicuramente inflazionato quello di raffrontare la vita pubblica dei comici fatta di frizzi e lazzi con la loro vita privata non esente da drammi e solitudini, ma perlomeno reso godibile dal modo di proporlo) e un buonissimo utilizzo della colonna sonora (tra l’altro composta dallo stesso Schwartzman). Così come ci dimentichiamo subito, una volta immersi nel “secondo film” di quanto interessante fosse “il primo” nell’esplorare il mondo della comicità in molte delle sue sfaccettature e nel tessere una fitta e godibilissima rete di riferimenti, omaggi e imperdibili camei come quello di Ray Romano, famosissimo e amatissimo protagonista di “Tutti amano Raymond” e di Eminem nel ruolo di un incazzatissimo sé stesso. Ecco che allora la classe di cui sopra, insita anche in piccoli particolari come i poster appesi nell’abitazione del più giovane dei due protagonisti, o l’auto-ironia del regista nell’ideazione delle pellicole oltremodo demenziali a cui ha partecipato il protagonista più “anziano” (tra cui “Il sirenetto”!), va a perdersi in una mancanza di inventiva che si protrae stancamente per raggiungere il copioso minutaggio con l’unico scopo di dare, togliere e poi ridare spessore umano e sentimentale al protagonista che in realtà non ne aveva affatto bisogno, meritandosi tra l’altro un finale più originale rispetto a quello che gli viene riservato.

Fa strano leggere tra le varie critiche che questa è indubbiamente la migliore interpretazione di Adam Sandler, molto probabilmente non si conoscono o si sono stranamente e colpevolemente dimenticate le sue straordinarie perfomance in pellicole come “Ubriaco d’amore” o “Reign over me”, pur non essendo questa da disprezzare.

Tralasciando la sua completa irriverenza, dunque, Apatow stavolta si è lasciato andare ad un pizzico di convenzionalità, tra l’altro mal gestita, che speriamo venga presto abbandonata per tornare a fare quello che sa fare meglio: delle sane, demenziali e per niente noiose (come nel caso di “Fanny people”) commedie “sofisticate”.

 

VOTO:

 

America oggi










REGIA: Robert Altman

CAST: Andie MacDowell, Bruce Davison, Jack Lemmon, Julianne Moore, Matthew Modine, Tim Robbins, Madeleine Stowe, Anne Archer, Fred Ward, Jennifer Jason Leigh, Chris Penn, Lili Taylor, Robert Downey Jr, Tom Waits, Lily Tomlin, Francis McDormand, Peter Gallagher

ANNO: 1993

 

Los Angeles. La vita di una serie di persone si intreccia in maniera a volte casuale a volte meno. Ognuno di loro ha qualcosa da raccontare fino a quando l’arrivo di un terremoto non resetterà tutto.

 

Il film corale per eccellenza, quel tipo di cinema in cui Altman è stato un inarrivabile maestro, “America oggi” è un ritratto stroardinariamente lucido e profondo della società americana in tutte le sue sfaccettature, sicuramente non prive di difetti. Un racconto quasi onniscente con Altman che dall’alto, seppur rimanendo imparziale, dirige il tutto mostrandoci vizi e virtù di una galleria quasi infinita di personaggi che hanno molto o poco da dire, a seconda  dei punti di vista. Ognuno di loro, quasi paradossalmente trattandosi di Los Angeles luogo di “perdizione” in tutti i sensi, è collegato all’altro in una sorta di labirinto quasi inestricabile in cui sono racchiusi volontariamente o meno.

 Abbiamo Earl Piggot (un magnifico Tom Wait), conducente di limousine e ubriacone a tempo pieno, sposato con Doreen, cameriera insoddisfatta della sua vita che un giorno per caso investe un bambino di 8 anni che si rifiuta poi di farsi riaccompagnare a casa. Quest’ultimo, soccorso in ritardo, si ritroverà in coma, assistito dai suoi genitori Ann e Howard Finningan (rispettivamente l’intensa Andie MacDowell e il coriaceo Bruce Davison). All’ospedale arriverà anche il padre di Howard, Paul, con cui non parlava da moltissimi anni perché aveva tradito la madre con la cognata (un coinvolgente Jack Lemmon). Il nonno del bambino, che non aveva mai conosciuto, si interesserà di più alle sorti del ragazzo compagno di stanza operato due volte e poi salvatosi quasi miracolosamente, che di quelle del nipote. Il tuttofare dei Finningan, Jerry Kaiser (Chris Penn) è frustrato a causa del lavoro di sua moglie Lois (la bravissima Jennifer Jason Leigh) che mentre si occupa della casa e dei figli intrattiene telefonate erotiche con clienti fin troppo spinti. Verrà assunto anche dalla vicina dei Finningan, cantante ormai in là con l’età che nessuno ha più voglia di ascoltare e madre di una violoncellista sull’orlo della depressione. Gli amici di Chris e Lois, Honey e Bill Bush (rispettivamente Lily Taylor e Robert Dowenry Jr), devono occuparsi della casa dei vicini per un mese, mentre lui continua a studiare per diventare truccatore cinematografico, divertendosi a fare le prove sulla moglie e l’amica. Honey è la figlia di Doreen e preferirebbe che sua madre lasciasse Earl che non fa altro che ubriacarsi. Il medico che ha in cura il figlio dei Finningan, Ralph Wyman (Matthew Modine) è ossessionato dal dubbio di un tradimento da parte di sua moglie, Marian (una Julianne Moore completamente a suo agio anche spogliata di ogni velo). Lei invece, che pure confessa il tradimento avvenuto tre anni prima, è tutta presa dall’organizzazione di una cena con una coppia conosciuta ad un concerto. Loro sono Claire e Stuart Kane (rispettivamente Anne Archer e Fred Ward): lei si veste da pagliaccio per organizzare feste e portare un po’ di gioia ai bambini negli ospedali, lui ha l’hobby sfrenato della pesca. Mentre un giorno si trova in campeggio con gli amici scopre un cadavere di donna, ma decide di lasciarlo lì per continuare a pescare. Sua moglie, invece, fa uno strano incontro col poliziotto Gene Shepard (un volutamente viscido Tim Robbins) che le chiede il suo numero di telefono. Costui è sposato con Sherri, sorella di Claire, (Madeleine Stowe) ed è vessato dal chiasso incessante dei suoi tre bambini e del loro cagnolino. Gene ha anche un’amante, Betty (Francis McDarmond) che continua a ricevere fastidiose visite dall’ex-marito Stormy (Peter Gallagher) che arriva addirittura a distruggerle la casa quando scopre delle sue numerose tresche.

 Un panorama che ci mette a confronto con numerosi temi come la vita e la morte, il tradimento, la famiglia, la società intera, tutta attraversata da ipocrisie e contraddizioni, nonché da ingiustizie e fatalità come dimostra il finale quasi purificatore che sembra dare l’opportunità ad ognuno di loro di ricominciare da prima che i tre fatidici giorni che ci vengono raccontati cominciassero.

 Grandissima forza della pellicola è la magnifica sceneggiatura che riesce a tenere unite e compatte, senza alcun minimo di confusione o peggio ancora di noia, tutte le fila che uniscono il variegatissimo mosaico di personaggi che compongono la narrazione. Personaggi scritti e delineati alla perfezione e, cosa ancora più apprezzabile, interpretati egregiamente da un parterre di attori come forse si è visto davvero raramente sullo schermo. Altman riesce a dirigere un insieme di attori non solo molto famosi ma anche decisamente valenti e lo fa senza far pesare l’importanza del cast, che comunque dona un valore aggiuntivo alla pellicola che già di per sé riesce a farsi apprezzare per tutte le qualità succitate e per le riflessioni che, ben nascoste nell’apparente racconto di pezzi di vita di ciascun personaggio, affiorano tra le righe coinvolgendoci sempre di più.

Storie tratte da nove racconti e da una poesia di Raymond Carver, così ben amalgamate e raccontate che hanno fatto vincere alla pellicola il Leone d’Oro al miglior film nella 50° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, anche se in ex aequo con un’altra straordinaria pellicola, “Film blu” di Kiewloski.


 


Orphan





REGIA: Jaume Collet-Serra

CAST: Vera Farmiga, Peter Sarsgaard, Isabelle Fuhrman

ANNO: 2009

 

Kate e John dopo aver perso il loro terzo figlio durante il parto, decidono di riversare il loro amore adottando una bambina. Verrà scelta Esther, ragazzina di 9 anni molto a modo ed intelligente. Una volta arrivata a casa però, cominceranno a succedere delle strane cose…

 

Ci si aspettava qualcosa di più da questo “Orphan” e invece a conti fatti risulta ricalcare pedissequamente tutti i passaggi, narrativi e non, di qualsiasi film incentrato sui bambini malefici. Ecco che allora sorprende quasi, che a distanza di poco più di un anno da “Joshua”, l’attrice Vera Farmiga si ritrovi nuovamente ad essere la madre di una di queste “pesti”. Non cambiano i film, non cambiano più nemmeno gli attori. Ma al di là di questo, quello che più delude in “Oprhan”, che per il resto tutto sommato è un prodotto sufficientemente apprezzabile, è l’utilizzo del sonoro un po’ troppo inflazionato, con scoppi di rumori e musiche improvvisamente elevate di volume, solo per far saltare lo spettatore sulla sedia, tra l’altro non sempre riuscendoci. Ecco che Collet-Serra focalizza la sua regia sulle apparizioni dal nulla, i giochi di specchi, gli sguardi agghiaccianti, affossandosi in una ripetizione, quasi stanca e superficiale, di tutti gli elementi di molti film appartenenti al filone. E’ così che, al di là del fatto che si protrae faticosamente per due ore, il film risulta essere decisamente prevedibile nel suo sviluppo, sin da quando la bambina fa la prima comparsa sullo schermo, fino ad arrivare ad un ottimo e inaspettato (l’unico) colpo di scena nel pre-finale, che risulta essere, e questo è uno degli elementi di apprezzamento, quasi geniale nella sua originalità, trovandosi a sorreggere l’enorme peso di essere l’unico elemento di novità e interesse di “Orphan”, che poi in realtà termina come i milioni di finali che abbiamo visto in moltissimi thriller o horror.

Qui siamo più dalle parti del thriller, non ci sono esplosioni esagerate di violenza fisica, bensì una pesante patina di violenza psicologica che la bambina (una straordinaria Isabelle Fuhrman), bravissima a dipingere e a suonare il piano, oltre che di intelligenza superiore alla media dei bambini della sua età, riversa dapprima sui nuovi fratellini (la più piccola Max, ha anche problemi d’udito), e poi man mano anche sui genitori.

E come da copione, uno dei due genitori si renderà conto di ciò che sta accadendo, mentre l’altro continuerà imperterrito e ciecamente ad avere fiducia nella bambina, in questo caso in maniera quasi ridicola e forzata, visto che ormai diviene palese la vera natura della “pargoletta”. E la dimostrazione lampante che uno dei due si sbagliava sarà oltremodo esemplare, anche perché (sempre come da copione), guardacaso i coniugi vivono in una villa sperduta in mezzo alla neve dove la polizia arriva molto tempo dopo essere stata contattata.

E’, infatti, (oltre che nella banalità dello script), nella sceneggiatura che risiedono gli altri problemi di “Orphan”, visto che non ci vengono risparmiari i soliti problemi di coppia (tradimenti e alcolismi, i più sfruttati dei clichè), e una fin troppo semplicistica motivazione di fondo per le terribili azioni della bambina. Se da un lato dunque, veniamo piacevolmente sorpresi dalla rivelazione sulla vera natura della bambina di origine russe che vide tutta la sua famiglia morire in un terribile incendio, lo stesso non si può dire su ciò che la spinge ad agire.

Fatto sta, che al di là di questi difetti, non sempre evitabili in questo genere di pellicole, ma con un maggior sforzo utilizzabili in maniera più efficace, “Orphan” è costruito con un buon crescendo di suspance e di angoscia da parte dello spettatore che viene sempre più turbato dai comportamenti della bambina dall’aspetto e dai modi angelici, ma dalla condotta oltremodo diabolica. Contribuisce a fare da contraltare alle pecche suddette, anche una buona fotografia che incornicia adeguatamente le situazioni narrate e le atmosfere sempre più cupe e inquietanti anche grazie ad una calzante colonna sonora (da citare anche l’incubo iniziale di Vera Farmiga ossessionata dalla perdita della sua bambina in grembo, davvero molto interessante).

Niente di eccessivamente entusiasmante, insomma, questo “Orphan”, ma una modesta pellicola in cui poter godere di buone interpretazioni (soprattutto della madre e della figlia adottiva) e di un discreto contenitore formale che però pecca un tantinello in quanto a contenuto, come quando ci viene fatto un regalo di cui apprezziamo fortemente la confezione, ma che poi ci delude una volta aperto.

 

 VOTO:



La signora Dalloway


AUTORE: Virginia Woolf

ANNO: 1925

 

Clarissa Dalloway, signora elegante e snob, sta preparando un party importantissimo da tenere nella sua abitazione. Nel frattempo Septimus Smith, reduce dalla  guerra dove ha perso un carissimo amico, si ritrova a vivere una sorta di inadeguatezza alla vita, ponderando il suicidio.

 

Un tuffo imperdibile nelle acque profondissime della mente umana e di come essa si rapporti alla società. Un emozionante e coinvolgente percorso di interiorità attraverso la psicologizzazione di due personaggi emblema, attorniati da una serie di pedine che ne compeltano la figura a volte indistinta e ne chiarificano le funzioni e le posizioni all’interno della società stessa. Ecco che Virginia Woolf, con una padronanza della scrittura sorprendente, riesce a creare un mondo di pensieri, riflessioni, considerazioni, sentimenti ed emozioni, raccontando di una singola giornata e di come questa possa cambiare la vita delle persone che la vivono, o non cambiarla affatto. Una staticità d’azione che nasconde però una grandissima dinamicità di pensiero e riflessione, di moti interiori più o meno controllati e controllabili. In questo caso abbiamo la protagonista, la stessa che dà il titolo al romanzo, Clarissa, che più di tutto il resto sembra interessata alla preparazione della sua festa a cui saranno presenti tutti i più alti esponenti dell’alta società londinese. Attraversando letteralmente la sua mente, sempre percorsa quasi ininterrottamente da pensieri e monologhi illuminanti, noi lettori veniamo risucchiati nel suo mondo che si fa specchio e metafora di tutto il mondo circostante. E’ così che la figura di Clarissa, e di Septimus personaggio altrettanto importante, non sono altro che un pretesto (e che pretesto!) per raccontare i meccanismi, le ingiustizie, le difficoltà del vivere sociale che molto spesso schiaccia le aspirazioni, le personalità, i desideri, le volontà. Ce ne accorgiamo tramite la storia personale di Clarissa che, anche solo osservando degli oggetti che le riportano alla memoria momenti passati o presenti della sua vita, si sofferma a rimuginare su quello che avrebbe potuto essere o su quello che avrebbe potuto fare se solo si fosse lasciata andare o non si fosse inserita quasi forzatamente nella schematicità e “obbligattorietà” delle convenzioni sociali. Pur essendo corteggiata, e soprattutto attratta, da Peter per esempio, sin da quando era molto giovane, la donna ha deciso di sposare Richard Dolloway, uomo più a modo, più elegante, più ricco e soprattutto più apprezzato dall’alta società e più inserito in essa. E’ così che Clarissa è riuscita a soddisfare la parte più frivola e superficiale di sé stessa, tutta dedita ai rapporti con le altre signore altolocate e all’organizzazione delle sue feste mondane, reprimendo però i suoi più reconditi sentimenti e le sue pulsioni più primordiali (come ad esempio l’attrazione nascosta e quasi negata per la migliore amica Sally). Un personaggio oltremodo complesso e sfacettato, che riesce a suscitare una vasta gamma di sensazioni che vanno dall’irritazione per la sua frivolezza e per il suo snobismo, fino ad una certa immedesimazione per la mancata forza e l’inesistente coraggio richiesti per perseguire i reali desideri di una vita ricca d’amore con Peter, fuggito in India per dimenticarla, senza tra l’altro riuscirci affatto.

Dall’altro lato abbiamo Septimus, l’altra faccia della medaglia di Clarissa, personaggio oltremodo coinvolgente che sembra in qualche modo ribellarsi a questa convenzionalità che la società e la vita ci impone, ribellandosi ad essa ed evitando di farsi risucchiare in essa, anche a costo della propria vita. Non è un caso che l’uomo, ormai farneticante non solo per l’esperienza della guerra in cui ha visto morire il suo migliore amico, ma anche per tutto ciò che lo circonda e che non riesce più ad accettare, venga reputato insano di mente dal dottor Bradshaw (simbolo della meschineria di chi superficialmente etichetta chi è diverso dall’imperante costume sociale come un matto), che consiglia a sua moglie Lucreza di rinchiuderlo in qualche ospedale psichiatrico. Così come non è casuale la sottile convergenza finale che avviene tra i due personaggi, visto che il dottor Bradshaw (uno dei medici più un voga a Londra), invitato all’esclusivissimo party di Clarissa (in cui Sally e Peter in uno straordinario e illuminante dialogo mettono in mostra tutte le tematiche principali del romanzo), annuncia alla padrona di casa che è arrivato in ritardo perché un suo paziente, Septimus appunto, si è tolto la vita. Ecco che nella reazione di Clarissa, notiamo il rispecchiamento di questi due personaggi, visto che la donna viene colpita oltremodo da questa notizia, in qualche modo condividendola, ma al tempo stesso respingendola, perché la vita è meravigliosa per il fatto stesso di viverla. Una contraddizione che non è difficile da condividere proprio perché entrambi i personaggi, nelle loro diversità ma soprattutto nelle loro somiglianze, trasmettono quanto di meglio e di peggio la vita stessa (considerata ovviamente sotto il punto di vista della repressione sociale e della rete di rapporti interprersonali il più delle volte obbligati), ha da offrirci.

Nel mezzo una serie di altri personaggi-emblema, come l’insegnante privata di Christine, la figlia di Clarissa e Richard, simbolo dell’estremo bigottismo religioso e di quanto di negativo possa esserci in esso e del resto le idee della Woolf al riguardo erano e sono abbastanza chiare. Importantissimi, ovviamente, per sottolineare maggiormente i pensieri dei due protagonisti, tutti coloro che li circondano: Lucrezia, Peter, Sally, Richard e Christine.

Un romanzo estremamente comunicativo quindi, che ha anche un’enorme forza narrativa che sfocia addirittura nell’empatia, grazie dalla scrittura coinvolta e coinvolgente della Woolf, che tramite gli intensi e straordinari pensieri, nascosti o meno, di tutti questi grandi personaggi, riesce a trasmettere, oltre alle tematiche personali e sociali degli stessi, anche un ventaglio ricchissimo di emozioni. Un inno alla poetica degli oggetti (un mazzo di fiori, una lettera, un cappotto, ecc…), che nel loro essere viatico di ricordi, suscita sentimenti contrastanti, ma potentissimi.

 


Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto Vs Travolti dal destino





IL COMUNISTA E LA SOCIALDEMOCRATICA

Film profondamente ancorato alla realtà storica in cui è stato girato, “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”, di Lina Wertmuller è una buonissima commedia al vetriolo che mette a nudo, ridicolizzandoli, tutti i luoghi comuni, veritieri o meno, di una società come quella italiana degli anni ’70, tutta attraversata da differenze culturali, econonomiche e sociali impersonate dai due protagonisti, completamente opposti per estrazione e provenienza. Grandissimo merito della pellicola, non esente da seppur irrilevanti difetti, sta proprio nella straordinaria ed indimenticabile interpretazione dei grandissimi Giancarlo Giannini nel ruolo di Gennarino Carunchio il pescatore e Mariangela Melato nel ruolo della signora altolocata Raffaella Pavone Lanzetti. Lui rappresenta l’Italia incolta e arretrata del Sud, l’Italia dei lavoratori comunisti per cui il partito vale più di ogni cosa (micidiale la scena in cui lui si adira perché lei si è permessa di deridere il partito), l’Italia dell’arretratezza economica e culturale. Lei impersona l’Italia da bene, quella fatta di feste e vacanze su yacht, l’Italia del capitalismo e dello snobismo, nonché dell’inadeguatezza al lavoro e alla fatica, l’Italia dalla vita facile e agiata, l’Italia intellettuale e vagamente radical chic. Entrambe le Italie vengono messe sonoramente alla berlina tramite le avventure e disavventure di questi due protagonisti che si ritrovano costretti a convivere su un’isola deserta. E’ così che Gennarino da servitore scocciato dalla sua padrona sempre più esageratamente esigente con richieste il più delle volte assurde dettate dal suo temperamento viziato, si trasforma in padrone che non ci pensa due volte a picchiare la sua schiava e a prendere da lei il rispetto che non ha mai avuto, oltre ovviamente a vendicarsi di tutte le ingiustizie sociali da sempre a carico del mondo a cui appartiene, sfogando la sua rabbia su quella che ritiene essere il massimo esponente della categoria “avversaria” (esplicativa al riguardo la scena in cui Giannini comincia a picchiare la Melato rivendicando le sue azioni violente per vendetta nei confronti dell’evasione fiscale dei ricchi, dell’aumento dei prezzi della benzina e di tutta una serie interminabile di ingiustizie). Esilaranti saranno i duelli verbali e anche maneschi tra i due, seppur alle volte troppo eccessivi nel rimarcare il concetto di ribaltamento dei ruoli (non solo politiche, economiche e sociali le differenze di mentalità tra i due, tanto che anche sul ruolo uomo-donna i due la pensano in maniera completamente opposta prima di giungere al compromesso dettato dall’amore), di cui sono rimaste nell’immaginario collettivo le mitiche battute che Giannini urla in un siciliano perfetto pur essendo ligure (“bottana industriale socialdemocratica!”, “bacia la mano al padrone!”). Ovviamente tra i due non tarderà a scoccare la passione, ognuno dei due attirato dalla diversità dell’altro e affascinato da un mondo fino ad allora del tutto sconosciuto e per questo o ignorato od odiato. Ecco che lui si ritrova ad apprezzare la disinvoltura sessuale e non solo della sua compagna di naufragio e lei si ritrova ad apprezzare l’autorità e la mascolinità del pescatore. Una scelta quella della Wertmuller che si è attirata contro l’ira delle femministe inorridite dal fatto che la protagonista trovi la vera felicità nel lavare le mutande e cucinare per il suo uomo che comanda e prende tutte le decisioni, salvo poi ribaltare la prospettiva in un finale sicuramente poco ispirato ed eccessivamente melodrammatico. Al di là di tutto, comunque, “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”, rimane una straordinaria commedia divertente e coinvolgente venata da caustiche e velenose riflessioni sociali, storiche, economiche e politiche, rese alla perfezione da un duo di attori in stato di grazia.

LA POP-STAR E IL FIGLIO D’ARTE

Un passo veramente falso nella succulenta filmografia del regista inglese, quel Guy Ritchie che ci ha regalato perle di azione e divertimento come “Lock & Stock” e “The snatch”. Una scelta malaugurata quella di girare il remake della Wertmuller che perde di ogni valenza se decontestualizzato e snaturato dei suoi temi principali. Ritchie ci prova forse per dare spazio a sua moglie, solitamente apprezzata per la sua carriera musicale. Ecco che la famosissima Madonna viene chiamata a vestire i panni che una volta furono della stroardinaria e inarrivabile Mariangela Melato. A rimpiazzare il mitico Giannini, ci pensa suo figlio, molto probabilmente più aitante, ma sicuramente molto meno espressivo e comunicativo. Eliminate tutte le questioni politiche, economiche e sociali, la pellicola si concentra semplicemente sulle differenze superficiali tra i due. Lui è un povero operaio e lei una ricca signora americana. Spostata anche l’ambientazione dall’Italia alla Grecia, il film non ha ragione di esistere a differenza dell’originale che faceva delle sottotematiche la sua forza principale oltre che dei suoi attori protagonisti, e si affossa in una sorta di insulsa e improbabile storia d’amore molto più patinata e ben studiata della precedente. Storia d’amore che vede, come nell’originale, ribaltati i ruoli dei due protagonisti fino a giungere ad un amore passionale ed estremo che porta poi ad un finale leggermente rivisitato e dieci volte più stucchevole e melodrammatico del precedente. Difficile riuscire a slavare qualcosa di questa operazione disastrosa che risultò un flop al botthegino e con la critica, vincendo tra l’altro numerosi Razzie awards, i premi per i film più brutti dell’anno. Nemmeno la presenza allettante, almeno per i fan, di Madonna è riuscita a risollevare le sorti di questa pellicola che la vede costretta in un ruolo molto probabilmente studiato appositamente per lei, ma sicuramente malcostruito e decisamente stereotipato e banale. Lo stesso dicasi per quello riservato ad Adriano Giannini che, seppur ricordando fisicamente il padre, ci fa rimpiangere la presenza di un attore dalla presenza scenica e dal talento ineguagliabile come Giancarlo Giannini. Cercando di rendere il tutto più cool e più appetibile ad un pubblico “moderno” Ritchie rovina tutto, discostandosi dal suo solito modo apprezzabile di fare cinema oltre che, cosa più importante, dal remake che in qualche modo viene quasi “offeso” da questa riproposizione molto blanda e arbitraria. Per questo viene anche difficile di parlare di vero e proprio remake, visto che gli unici punti di contatto con l’originale sono le caratteristiche fisiche degli attori, il loro naufragio e il ribaltamento dei ruoli. La stessa storia d’amore ha connotazioni completamente opposte nell’uno e nell’altro film, visto che qui abbiamo una sorta di epopea sentimentale quasi poetica mentre lì avevamo la nuda e cruda esplosione di una passionalità fino ad allora repressa per questioni sociali. Insomma un vero fiasco che molto probabilmente né Ritchie né gli spettatori riuscianno mai a digerire.

Pubblicato su www.supergacinema.it

Antichrist





REGIA: Lars von Trier

CAST: Willem Dafoe, Charlotte Gainsbourg

ANNO: 2009

 

Mentre stanno facendo sesso, due coniugi perdono il proprio bambino che si alza dal suo box e si lancia dalla finestra inseguendo affascinato la neve. Lei viene risucchiata dal dolore e lui che è uno psicoterapeuta decide di curarla portandola nella loro baita nel bosco.

 

Difficilissimo accostarsi a questa pellicola con fare critico ed oggettivo, visto che data la sua forza prorompente, insita non solo nei temi trattati ma anche nella maniera particolarissima, provocatoria e quasi pazzesca di trattarli, riesce a coinvolgere enormemente, che sia negativamente o positivamente, lo spettatore che si ritrova letteralmente risucchiato e immerso fino al collo nella spirale di dolore e pazzia che von Trier ha intessuto per sé stesso e per noi. Non è superfluo allora riferirsi al fatto che lo stesso regista ha ammesso di aver girato questa pellicola come una sorta di cura terapeutica per la sua depressione, così come non è superfluo soffermarsi sul fatto che al centro della narrazione (tutt’altro che lineare anche se così potrebbe apparire, ma ricca di sentieri tortuosi e impervi che si inseriscono ai margini della strada maestra), ci sia un ciclo di sedute terapeutiche che alla fine ci mostrano tutta la loro inutilità e forse anche la loro pericolosità. Che si tratti di una sorta di polemica dell’autore indirizzata alla pratica o meno, quello che più conta di “Antichrist” è che a conti fatti risulta essere un potentissimo film di testa e di pancia. Di testa perché ci mette a confronto con una serie di riflessioni di non poco conto che spaziano da quella principale inerente il dolore e tutte le sue forme e manifestazioni (rese note dal regista stesso in una suddivisione del film in capitoli), fino a giungere ad una sorta di confluenza con tematiche apparentemente scollegate, ma ad una visione più attenta ed approfondita, ben giustificate nella loro compresenza. Si passa dal rappporto uomo-donna, evidentemente uno dei maggiori chiodi fissi del regista danese, sviscerato in ogni minimo atomo (non solo attraverso la storia personale dei due protagonisti, ma anche tramite lo studio storico-antripologico da parte della moglie del periodo storico in cui le donne venivano bruciate al rogo per il semplice fatto di appartenere al genere femminile, argomento che trascinerà la protagonista verso il baratro impossessandosi quasi di lei), fino ad una serie di allegorie sul ruolo della natura: maligna o benigna? Osservando rapiti, oltre che decisamente turbati, lo scorrere delle lentissime e quasi immobili immagini (von Trier fa suo il mezzo comunicativo del ralenti e lo rende funzionale al racconto come quasi mai si è visto sullo schermo), verrebbe da indirizzarsi verso la prima ipotesi, come ci dimostra il terrore della donna a camminare nel bosco, le insidie che esso nasconde e i messaggi che sembra lanciare ai due, come il continuo e rumoroso cadere delle ghiande sul tetto della casa o l’apparire di tre bestie dall’enorme forza metaforica (addirittura una volpe in una scena estremamente inquietante afferma: “Il caos regna”).

A giudicare da quello che avviene poi, e soprattutto dal bellissimo finale (girato con lo stesso straordinario bianco e nero dell’incipit e musicato ugualmente con il “Lascia che io pianga” di Händel), in cui il protagonista maschile si abbandona finalmente libero assaporando delle more, la risposta al precedente quesito non è più così immediata. E’ davvero la natura esterna ad essere maligna o è la nostra natura interna di uomini (anche se von Trier si concentra misoginamente su quella delle donne) ad essere malvagia? La risposta ci arriva dallo stesso protagonista che comprende, erroneamente o meno, ciò che sta succedendo a sua moglie, riuscendo finalmente a riempire la punta della piramide che ha disegnato per scoprire le paure più forti della donna (arrivando alla fine a scrivere “me”, cioè la paura di sé stessi e di cosa si è capaci), salvo poi incorrere nella sua ira funesta che sfocia in quelle scene tanto discusse, ma assolutamente non pretestuose, anche se decisamente provocatorie, delle mutilazioni genitali e delle sevizie a cui l’uomo viene costretto. Scene fortissime che mettono a dura prova la forza e il coraggio visivo dello spettatore (una sfida che sostanzialmente ha vinto von Trier, perché tutto sommato di sfida si tratta, pur essendo una sfida funzionale al concetto che si voleva esprimere), in opposizione ad altrettanto bellissime scelte registiche e non che compongono questo contorto e quasi indecifrabile mosaico: a partire dalla straordinaria fotografia che immobilizza alcune incredibili immagini comunicando un mondo di considerazioni, fino a giungere all’utilizzo del sonoro e delle atmosfere quasi lynchiano (ma le influenze di importanti registi non sono poche, come dimostra del resto anche la dedica finale a Tarkovskij).

Un’esperienza da vivere con le viscere e col cervello, dunque, rimanendo in sospeso su una delle tante domande, forse la principale, che sembrerebbe avere risposta facile, ma che sostanzialmente continua a rimbombare nelle nostri menti lasciandoci col dubbio: chi è, se c’è, l’Anticristo?