Personaggi televisivi del 2009

PERSONAGGI MASCHILI

1) Donald Draper (Jon Hamm – Mad men)

2) Dexter Morgan (Michael C. Hall – Dexter)

3) Eric Northman (Alexander Skarsgård – True Blood)

4) Walter Bishop (John Noble – Fringe)

5) Hank Moody (David Duchovny – Californication)

6)
John Locke (Terry O’Quinn – Lost)
7) J.D (Zach Braff – Scrubs)
8) Sheldon cooper (Jim Parsons- The Big Bang Theory)
9) Barney Stinson (Neil Patrick Harris – How I met your mother)
10)Ned (Lee Pace – Pushing daisies)
11)Johnatan Ames (Jason Scwhartzman – Bored to death)
12)Bel Linus (Michael Emerson – Lost)
13)Daniel Faraday (Jeremy Davies – Lost)
14)James Ford/Sawyer/LaFleur (Josh Holloway – Lost)
15)Peter Biship (Joshua Jackson – Fringe)
16)Perry Cox  (John McGinley- Scrubs)
17)Trinity killer (John Lightow – Dexter)
18)Arthur Frobisher (Ted Danson – Damages
19)George Christopher  (Ted Danson- Bored to death)
20)Marshall Eriksson (Jason Segel – How I met your mother)
21)Charlie Runkle (Evan Handler – Californication)
22)Rajesh Koothrappali (Kunal Nayyar – The Big Bang Theory)
23)Ted Mosby (Josh Radnor – How I met yout mother)
24)Emerson Cod (Chi McBride – Pushing daisies)
25)Inserviente (Neil Flynn – Scrubs)
26)Ray Hueston (Zach Galifianakis – Bored to death)
27)Roger Sterling (John Slattery – Mad men)
28)Daniel Purcell (William Hurt – Damages)
29)Howard Wolowitz (Simon Helberg – The big bang theory)
30)Vincent Masuka (C.S. Lee – Dexter)

PERSONAGGI FEMMINILI

1) Patty Hewes (Glenn Close – Damages)

2) Debra Morgan (Jennifer Carpenter – Dexter)

3) Peggy Olsen (Elizabeth Moss – Mad men)

4) Sue Collini (Kathleen Turner – Californication)

5) Sophie-Anne (Evan Rachel Wood – True Blood)

6)
Juliet Burke (Elizabeth Mitchell – Lost)
7) Joan Halloway (Christina Henricks – Mad men)
8) Ellen Parsons (Rose Byrne – Damages)
9) Olive Snook (Kristin Chenoweth – Pushing daisies)
10) Nina Sharp (Blair Brown – Fringe)
11)Claire Maddox (Marcia Gay Harden – Damages)
12)Mercy Runkle (Pamela Adlon – Californication)
13)Chuck (Anna Friel – Pushing daisies)
14)Jessica (Deborah Ann Woll – True Blood)
15)Olivia Duhnam (Ann Torv – Fringe)
16)Betty Draper (January Jones – Mad men)
17)Anna (Morena Baccarin – V)

18)Sookie Sotckhouse (Ann Paquin – True Blood)

19)Robin Scherbatsky (Cobie Smulders – How I met your mother)
20)Elliot Reid (Sarah Chalke – Scrubs)
21)Penny (Kaley Cuoco – The Big Bang Theory)
22)Lily Aldrin (Alyson Hunnigan – How I met your mother)
23)Eloise Hawking (Fionnula Flanagan- Lost)
24)Jackie (Eva Amurri – Californication)
25)Astrid Fransworth (Jasika Nicole – Fringe)
26)Pam (Kristin Bauer – True Blood)
27)Karen Van Der Beek (Natasha McElhone- Californication)
28)Jordan Sullivan (Christa Miller – Scrubs)
29)Grethen Morgan (Jodi Lyn O’Keefe – Prison break)
30)Becca Moody (Madeleine Martin – Californication)

PREMIO SPECIALE AL PEGGIOR PERSONAGGIO MASCHILE DELL’ANNO

Mark Benford (Joseph Fiennes – Flash Forward)



PREMIO SPECIALE AL PEGGIOR PERSONAGGIO FEMMINILE DELL’ANNO


Claire Bennet (Hayden Panettiere – Heroes)

Sherlock Holmes





REGIA: Guy Ritchie

CAST: Robert Downey Jr, Jude Law, Mark Strong, Rachel McAdams, Kelly Reilly, Eddie Marsan, Hans Matheson, James Fox, William Hope

ANNO: 2009

 

Il grande investigatore Sherlock Holmes, seguito e aiutato dal fido collaboratore, il dottor Watson, è chiamato a risolvere un caso molto particolare, visto che il terribile Lord Blackwood pare essere tornato in vita dopo la sentenza di morte in cui è stato impiccato e dichiarato deceduto dallo stesso Watson. Holmes allora si troverà a confrontarsi con pratiche di magia nera e con superstizioni che minacciano la quiete pubblica. Ad inserirsi nelle sue indagini, arriva anche la bella Irene Adler, vecchia fiamma dell’investigatore.

 

Difficile immaginare come sia potuto venire in mente al regista inglese Guy Ritchie di riadattare per lo schermo le avventure del più noto e più importante investigatore privato che la penna di uno scrittore abbia mai partorito. Difficile anche comprendere come mai sia giunto al risultato di trasporre suddette avventure in questa maniera, facendo ricorso a questo determinato cast di attori, stravolgendo molte delle caratteristiche originali dei protagonisti e delle storie stesse, rendendolo un film estremamente “moderno” e appetibile soprattutto ai non conoscitori, o conoscitori superficiali, dei racconti e dei romanzi. Fatto sta che alla fine ha realizzato questa idea, rivoluzionando completamente, o quasi, l’iconografia del mitico Sherlock Holmes e restituendocelo decisamente opposto a come ce lo saremmo aspettato. Nessuno avrebbe mai pensato di vederlo interpretato da un attore così sensuale e “gigione” come Robert Downey Jr (che grazie al suo carismo e al suo fascino irresistibile riesce comunque a conquistare il pubblico, nonostante le notevoli discordanze con l’Holmes originale), così come assolutamente nessuno avrebbe potuto immaginare di vederlo combattere in lotte clandestine o in inseguimenti rocamboleschi e adrenalinici con i suoi nemici. Abituati alla sua flemma, oltre che ad un eleganza e uno stile tipicamente inglesi, i puristi di Holmes non potranno che storcere il naso di fronte al fatto che il loro eroe assume contorni tipicamente “americani”, sfoggiando un fisico non indifferente, facendosi al centro di momenti alquanto piccanti (come quando viene ammanettato completamente nudo al letto dalla bella e furba Irene Adler, qui interpretata da Rachel McAdams), e sfoderando un’ironia molto poco sottile e sarcastica, ma piuttosto quasi infantile ed immediata. Non è da meno il caro e fidato Watson, qui affidato all’interpretazione dell’ottimo Jude Law, che però al pari del suo collega co-protagonista, sfoggia una forma fisica invidiabile (anche se in effetti leggendo i racconti di Doyle scopriamo che Watson è un abile corridore e forse anche un ex-giocatore di rugby, oltre che uomo dal forte fascino visto il successo con le donne), una certa propensione al combattimento corpo a corpo (nonostante il difettuccio fisico in seguito alla guerra combattuta in Afghanistan), e una capacità di deduzione forse fin troppo superiore a quello che di solito siamo stati abituati a leggere. Qualche momento di sussulto nostalgico per i cultori di Arthur Conan Doyle e del suo genio inventivo è possibile ravvisarlo, come ad esempio la passione di Holmes per il violino, la sua propensione al ragionamento deduttivo, il suo genio infallibile, il suo ricorso ai travestimenti, le conoscenze chimiche, il disordine che contrassegna la mitica abitazione al 221b di Baker Street, e soprattutto il rapporto molto particolare e profondo tra l’investigatore e il dottore, qui ben rappresentato da una sorta di gelosia estrema di Holmes nei confronti della fidanzata e futura moglie di Watson (interpretata dalla bellissima Mery Reilly). Fa capolino il caro ispettore Lestrad e, nonostante rimanga nell’ombra per tutto il tempo, abbiamo modo di vedere il malefico professor Moriarty, anche se il vero cattivo della pellicola è Lord Blackwood, interpretato dal sibillino Mark Strong.

Con il suo proverbiale stile frenetico costituito da un montaggio velocissimo, e da una serie di zoomate e ralenti che vanno a interscambiarsi nel corso della narrazione, soffermandosi maggiormente sui pugni, i calci, i capitomboli e le cadute, Guy Ritchie crea una pellicola di puro intrattenimento confezionandola tra l’altro in maniera apprezzabile, con una buona fotografia, un’ambientazione decisamente interessante e soprattutto con delle interpretazioni decisamente notevoli (anche se Mark Strong si mantiene faticosamente in bilico sul limite della macchietta). Non ci si annoia mai durante la visione di “Sherlock Holmes”, anche se in effetti la durata per un film d’azione e di intrattenimento è forse troppo eccessiva, tant’è che non è comunque esente da lungaggini e ridondanze. Ma tutto sommato, discostandosi completamente dal confronto con il mito del vero e inimitabile Sherlock Holmes e chiudendo un occhio, o forse anche tutti e due, su alcune incongruenze di sceneggiatura e su alcuni dialoghi e passaggi narrativi un po’ troppo banali e grossolani, possiamo uscire sufficientemente soddisfatti dalle sale con la speranza che il quasi scontato sequel di questo primo capitolo della saga “holmesiana” di Ritchie, sia non tanto formalmente, ma piuttosto idealmente, superiore a questo.

 

VOTO:

 


Classifica personaggi femminili 2009

1) Shosanna Dreyfus (Mélanie Laurent – Bastardi senza gloria)

2) Mrs Ganush (Lorna Raver – Drag me to hell)

3) April Wheeler (Kate Winslet – Revolutionary road)

4) Cassidy/Pam (Marisa Tomeri – The Wrestler)

5) Eli (Lina Leandersson – Lasciami entrare)

6) Sorella Aloysious Beauvier (Meryl Streep – Il dubbio)


7) Michelle (Gwyneth Paltrow – Two lovers)

8) Billie Frechette (Marion Cotillard – Nemico pubblico)

9) Bridget von Hammersmark (Diane Kruger – Bastardi senza gloria)

10) Coraline (/ – Coraline e la porta magica)

11)
Daisy Fuller (Cate Blanchett – Il curioso caso di Benjamin Button)
12) Lucie (Mylène Jampanoi – Martyrs)
13) Melodie St. Ann Celestine (Evan Rachel Wood – Basta che funzioni)
14) Hanna Schmitz (Kate Winslet – The reader)
15) Ida Mancini (Anjelica Huston – Soffocare)
16) Summer (Zooey Deschanel – 500 giorni insieme)
17) Esther (Isabelle Fuhrman – Orphan)
18) Jeanne Schneider (Cecile de France – Nemico pubblico n. 1)
19) Ray Eddy (Melissa Leo – Frozen River)
20) Emilia/Sally (Eva Green – Franklyn)

Classifica personaggi maschili 2009

1) Randy "Ram" l’Ariete (Mickey Rourke – The Wrestler)

2) Walt Kowalski (Clint Eastwood – Gran Torino)

3) Hans Landa (Christoph Waltz – Bastardi senza gloria)

4) John Dillinger (Johnny Depp – Nemico Pubblico)

5) Tetro (Vincent Gallo – Segreti di famiglia)

6) Leonard (Joaquin Phoenix – Two Lovers)

7) Sam Bell (Sam Rockwell – Moon)

8) Larry Gopnik (Michael Stuhlbarg – A serious man)

9) Melvin Purvis (Christian Bale – Nemico Pubblico)

10) Harvey Milk (Sean Penn – Milk)

11) Aldo Raine (Brad Pitt – Bastardi senza gloria)


12) Spock (Zachary Quinti – Star Trek)

13) Il Conte (Philip Seymour Hoffman – I love Radio Rock)

14) Jacques Mersine (Vincent Cassel – Nemico Pubblico n. 1)

15) Boris Yellnikoff (Larry David – Basta che funzioni)

16) Frank Wheeler (Leonardo Di Caprio – Revolutionary road)

17) Mr Nick (Tom Waits – Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il Diavolo)

18) Benjamin Button (Brad Pitt – Il curioso caso di Benjamin Button)

19) Alieno Christopher Johnson (/ – District 9)

20) Raùl Peralta (Alfredo Castro – Tony Manero)

21) Rorschach (Jackie Earle Haley – Watchmen)

22) Anthony "Tony" Shepard (Heath Ledger, Johnny Depp, Jude Law, Colin Farrell – Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il Diavolo)

23) Everett Hitch (Viggo Mortensen – Appaloosa)

24) Alan Garner (Zach Galifianakis – Una notte da leoni)

25) "Lui" (Willem Dafoe – Antichrist)

26) Parnassus ( Christopher Plummer – Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il Diavolo)

27) Tom Hansen (Joseph Gordon-Levitt – 500 giorni insieme)

28) Eric Cantona (Eric Cantona – Il mio amico Eric)

29) Padre Brendan Flynn (Philip Seymour Hoffman – Il dubbio)

30) Oskar ( Kåre Hedebrant – Lasciami entrare)



Smile

 L’horror italiano in Marocco 

Un gruppo di sette amici si reca in Marocco per passare una vacanza all’insegna dell’avventura. Ad una di loro con aspirazioni da fotografa, viene rubata la macchina fotografica e così è costretta ad acquistarne una in un emporio del posto. Da quel momento in poi niente più sarà come prima.

Il tentativo di ricreare all’interno del nostro panorama cinematografico uno spazio per il cinema horror con tutti i suoi vari sottogeneri è sicuramente lodevole, come qualsiasi tentativo di creare qualcosa di diverso che si discosti dalle cose che siamo abituati a vedere nel nostro cinema. Sotto questo punto di vista bisogna dare atto a Gasperoni e agli altri registi che stanno intraprendendo lo stesso percorso di avere avuto il coraggio di cimentarsi con pellicole di questo genere. A conti fatti però, il risultato finale non è dei più apprezzabili e se si riesce ad avere simpatia e indulgenza nei confronti delle intenzioni, lo stesso non si può dire per come queste poi prendano vita sullo schermo. Quello che delude maggiormente in "Smile – La morte ha un obiettivo", non è tanto la scarsezza della sceneggiatura, il basso livello dei dialoghi o la non sempre eccellente recitazione generale, quanto il fatto che non riesce a divertire e a fomentare come uno slasher-movie che si rispetti dovrebbe fare. I protagonisti sono dei giovani diplomati in attesa di cominciare l’università (il fatto che siano interpretati da attori visibilmente oltre i 30 anni è davvero disarmante e sconcertante) che cominciano a morire uno ad uno. Insomma, la base perfetta per il più consueto ed "esilarante" degli slasher-movie, come da tipica tradizione anni ’80.  Ci sarebbe da leccarsi i baffi allora, perlomeno per gli appassionati del genere, se non fosse che ogni uccisione, ogni atto di violenza, ogni morte avviene fuori campo e a noi spettatori ne vengono lasciate le "briciole", nel senso che ci è dato modo di vedere solo gli effetti finali di quello che in realtà in tutti gli slasher-movie viene posto in bella mostra per soddisfare lo spirito voyieristico e sadico dello spettatore. Tant’è che la questione della fotografia che sta al centro della pellicola avrebbe sicuramente trovato più compimento proprio nell’evidenziazione del concetto di voyierismo insito nella stessa. E se il binomio fotografia/morte risulta perlomeno alquanto suggestivo ed interessante (lo scatto fotografico equivale ad una vera e propria "cattura" di un attimo di vita), il modo in cui viene proposto allo spettatore non è altrettanto apprezzabile. Tralasciando il fatto che si è deciso di ambientare la pellicola in Marocco per poi "stabilirsi" in mezzo a dei boschi stregati, qualche cosa di convincente si riesce anche a scovare in "Smile", che tutto sommato dal punto di vista registico regala qualche momento interessante, come le soggettive dei protagonisti in preda al panico e qualche inusuale inquadratura (escludendo l’eccessività dei primi piani, riproposti in maniera quasi asfissiante).

La delusione consiste nel fatto che se si voleva fare un film più "introspettivo" e d’autore non ci si avvicina neanche minimamente alle intenzioni; intenzioni completamente fallite anche nel caso opposto e cioè nel tentativo di  proporre una pellicola che risultasse un brillante divertissment per intrattenere goliardicamente lo spettatore.

Con la speranza che questi primi tentativi servano per assestare una tendenza dotata di un grande potenziale di miglioramento in seguito all’esperienza di questi registi che potrebbero imparare dai loro errori e offrirci prodotti più succulenti, attendiamo incuriositi e speranzosi i prossimi horror italiani.

Pubblicato su www.supergacinema.it

Il mio amico Eric





REGIA: Ken Loach

CAST: Steve Evets, Eric Cantona

ANNO: 2009

                         

Eric Bishop è un postino di mezza età che sta attraversando una crisi dovuta ai problemi causati dai due figli lasciatigli da una moglie che l’ha abbandonato, e dall’amore mai scemato per la sua prima moglie che lui abbandonò trent’anni prima. A soccorrerlo arriva il suo mito, il calciatore Eric Cantona, che si materializzerà accanto a lui, uscendo dall’enorme poster nella sua stanza, indicandogli la maniera migliore per ricominciare a vivere.

 

Un Ken Loach rinnovato e abbastanza inedito questo de “Il mio amico Eric”, visto che ci aveva abituato a film ben più drammatici, impegnati e seriosi, che si facevano apprezzare proprio per il loro valore etico-sociale e per il bagaglio di denunce ai soprusi contro i componenti più deboli della società, da sempre presi ad oggetto di narrazione da parte del regista inglese. In questo caso ci troviamo di fronte ad una perfetta e piacevolissima commistione tra dramma e commedia, con qualche punta di “surrealismo” insita nell’irresistibile e a tratti esilarante figura del “grillo parlante” Cantona. Sia chiaro, Loach non ha potuto resistere a scegliere come protagonista della sua nuova pellicola un operaio (da sempre la categoria privilegiata del regista) e a mostrarci tutto il valore dei lavoratori e la loro potenza sociale ed umana proprio tramite la figura di tutti i fantastici amici di Eric che sequenza dopo sequenza dimostrano la loro grandezza d’animo e la loro forza di spirito (come quando si riuniscono per aiutare Eric con una specie di seduta di auto-stima o come nella straordinaria sequenza in cui riunitisi in due pullman da tifosi, indossando la maschera di Cantona, distruggono la villa di un criminale che minaccia l’esistenza di Eric e del suo “figlioccio” maggiore). Sono molti i sottotesti che accompagnano questa sorta di ascesa dagli inferi del protagonista aiutato dal suo mito di sempre, a partire appunto dall’importanza e dal carattere a volte salvifico dell’esistenza di un punto di riferimento al quale aggrapparsi nei momenti più tristi e difficili della nostra vita. Non un’apologia al divismo, sia ben chiaro, ma una sana e innocua immedesimazione in qualcuno che si ammira e che si ritiene “invincibile”. Non è un caso, infatti, che il protagonista abbia lo stesso nome di battesimo di Cantona, a sottolineare il concetto di immedesimazione e voglia di emulazione che si provano nei confronti dei propri punti di riferimento. Ma quello che emerge ancora più chiaramente durante la visione de “Il mio amico Eric”, seppur presente in sottotraccia all’interno della narrazione, è l’importanza della solidarietà umana, dell’umanità stessa, del concetto di gruppo e di fiducia nell’altro, della fratellanza e dell’impegno reciproco ad aiutarsi. Lo dimostra non solo la già citata sequenza in cui Eric, nonostante numerosi tentativi, riesce a risolvere uno dei suoi più grandi problemi solo in seguito alla condivisione di esso con i suoi amici che scendono in campo (la metafora è d’obbligo) solo per lui e per i suoi figli (straordinaria la battuta di un suo amico rivolta al criminale accorso in giardino in mutande: “Io ti troverò ovunque e sai perché? Perché sono un postino!”, a rimarcare ulteriormente in maniera ironica il concetto di grandezza della classe operaia); ma anche un momento molto coinvolgente in cui Eric tenta di indovinare il ricordo più bello di Cantona, andando a pescare tra i suoi migliori goal, per poi scoprire che per il calciatore il momento più indimenticabile della sua carriera calcistica è stato un passaggio ad un collega che poi ha segnato.

Ad arricchire ulteriormente la già ricchissima narrazione si inserisce anche il filone “sentimentale” impersonato da Lily, la prima moglie di Eric, quella che l’ha mandato in sato confusionale perché, dopo un silenzio durato quasi trent’anni, sarà costretto a riallacciare i rapporti con lei per aiutare la loro unica figlia che ha bisogno di una mano con la sua bambina, per riuscire a laurearsi in tempo. Sarà il fatto di doversi incontrare con lei che scatenerà in Eric quella sorta di depressione che i suoi amici cercano di curare con barzellette e bevute di birra al pub. Ma l’unico che riuscirà ad indicare ad Eric la via giusta per rapportarsi con l’amore della sua vita sarà il grande Cantona, che esprimendosi autoironicamente com motti di spirito francesi (così come faceva spesso il calciatore nelle conferenze stampa come dimostra quella famosissima che vediamo dopo i titoli di coda), guida il postino verso un’inevitabile introspezione che lo porterà ad uno svelamento e ad un’approfondita conoscenza di tutti i fantasmi del suo passato (anche se in un momento molto commovente e toccante Loach ci racconta che sono i ricordi più belli quelli più difficili da sopportare), di modo da poterli affrontare per sistemare il presente e proseguire felicemente con il futuro. Del resto, facendoci sorridere di gusto, è lo stesso Cantona che decanta l’importanza e il valore del personaggio da lui interpretato, rispondendo a Eric che gli ha detto di essersi reso conto che del resto anche lui è un uomo come tutti gli altri, con una battuta davvero emblematica: “Io non sono un uomo. Io sono Eric Cantona!”.

 

VOTO:


 

Jennifer's body


REGIA: Karyn Kusama

CAST: Megan Fox, Amanda Seyfried, Adam Brody, Johnny Simmons, J.K Simmons

ANNO: 2009

 

Jennifer è la solita bella ragazza un po’ stupida. La sua  migliore amica Needy, più bruttina secondo i canoni imperanti della moda adolescenziale, è più intelligente e profonda. Una sera andranno ad un concerto in cui scoppierà un terribile incendio. Jennifer verrà portata via dai componenti del gruppo e al ritorno a casa nulla sarà più come prima.

 

Il produttore è Jason Reitman,  la sceneggiatura è di Diablo Cody, nel cast è presente J.K. Simmons. Tre nomi che ci riportano al delizioso film-indie di qualche anno fa, “Juno”, diretto dal primo, sceneggiato dalla seconda e interpretato dal terzo. Le comunanze tra le due pellicole finiscono qui però, al di là del fatto che si tratta di due generi completamente differenti. A dirigire in questo caso abbiamo Karyn Kusama che non riesce a colpire, limitandosi e limitandoci con una regia priva di momenti entusiasmanti che mostra quel che avviene senza offrici uno sguardo di interesse o nulla di simile. Nemmeno la sceneggiatura riesce a liberarsi delle maglie di alcuni clichè di genere e di ripetuti stereotipi sul mondo degli adolescenti oltre che sul ruolo dell’uomo e della donna e dei rapporti tra i due sessi. Diablo Cody, però, così come aveva dimostrato in “Juno” facendo un lavoro ben più apprezzabile, riesce ad inserire all’interno della sua sceneggiatura dei momenti di simpatica e ficcante ironia, conditi con battute per niente banali e accompagnati da riflessioni che però purtroppo lasciano il tempo che trovano perché vengono poco approfondite, e soprattutto perché vengono completamente annullate da un finale decisamente spiazzante, nel senso negativo del termine (per finale intendiamo la rivelazione circa la “mutazione” comportamentale e fisica di Jennifer). Nemmeno J.K Simmons, solitamente esilarante e irresistibile, riesce a centrare il bersaglio come le altre volte, seppure si ha l’impressione che il suo personaggio (come tutti gli adulti mostrati in questa pellicola) sia volutamente caricaturizzato, a rimarcare il carattere prettamente e fortemente teen della pellicola. Purtroppo però molte delle questioni interessanti che vengono proposte allo spettatore (come l’esistenza di “micro-classi” sociali all’interno del mondo dei teen-ager e soprattutto il rapporto di essi, le donne in primis, col proprio corpo), rimangono in superficie a fare da contorno ad un plot che alla fin fine si risolve con un nulla di fatto. Sia chiaro, “Jennifer’s body” si fa guardare senza sbadigliare o senza rimpiangere i soldi del biglietto, ma si ferma qui lasciandoci con l’amarezza di non portar a casa nessun momento indimenticabile da nessun punto di vista, narrativo, visivo o estetico che sia. 

Se fino ad un certo punto vediamo trasposte sullo schermo le classiche fantasie sulla cosidetta donna mangiauomini (in questo caso il concetto viene espresso in maniera compiuta sia metaforicamente che letteralmente), con lo svelamento dei motivi della nuova condotta della protagonista (una Megan Fox decisamente adatta per la parte accompagnata da un’apprezzabile Amanda Seyfried), tutto viene cancellato, andando a sfociare in una banale proposizione di temi satanici e diabolici che tra l’altro non riescono nemmeno a impressionare come dovrebbero, perché ridicolizzati fino all’estremo. E’ un peccato “sporcare” un teen-horror che poteva essere un succulento divertissement (cosa che riesce solo in parte) con una sorta di estremo femminismo che, se all’inizio era divertente in quanto volutamente estremizzato con la questione della donna ammaliatrice che ha tutti gli uomini in tasca, alla fine si riduce al solito assunto che se la donna è “cattiva”, lo diventa a causa dell’uomo (così come succedeva in “Denti”), scatenando desideri di vendetta estrema come ci mostra il finale sicuramente sornione, ma poco apprezzabile per l’assunto emblematico di cui si fa carico.

Certo se siete delle femministe convinte (ammesso che questo sia il vostro modo di intendere il femminismo) o degli esponenti del sesso forte (anche se nel film viene dimostrato il contrario) in cerca di momenti hot come il bacio sensuale tra le due protagoniste femminili, allora alla fine del film potrete ritenervi più che entusiasti. Per tutti gli altri c’è la magra consolazione di vedere qualche schizzo di sangue qui e lì e di arrivare fino alla fine senza imprecare o indignarsi.

 

VOTO:

 


 


Le valigie di Tulse Luper – Storia di Moab





REGIA: Peter Greenaway

CAST: JJ Field, Valentina Cervi, Drew Mulligan, Scott Williams, Nigel Terry, Caroline Dhavernas, Tom Bower, Deborah Harry, Jordi Mollà, Yorick Van Wagenighen, Kevin Tighe

ANNO: 2002

 

Tulse Henry Purcell Luper, non fa altro che passare da una prigione all’altra, collezionando una serie di valigie dove conserva i ricordi più emblematici delle sue esperienze.

 

Che Peter Greenaway abbia delle precise e inusuali idee riguardanti il cinema è cosa ormai arcinota. A sua detta il cinema, puramente inteso, è cosa ormai morta e bisogna alimentarlo con altre arti e con delle precise direttive estetiche e poetiche. E’ quello che da un po’ di anni a questa parte sta cercando di fare con i suoi film, che a dirla tutta non possono essere definiti nemmeno film, almeno non nel senso comunemente inteso. Il suo è un cinema sperimentale, quasi indecifrabile e incomprensibile, molto probabilmente nemmeno condivisibile, soprattutto nel suo tentativo di demolire qualsiasi altra forma della settima arte. Ma al di là della condivisibilità delle sue idee, bisogna ammettere che ciascuna delle sue pellicole, nel bene o nel male, risulta essere una sorta di esperienza extra-sensoriale, che ci porta a ragionare e riflettere approfonditamente sul mezzo cinema, sulla strada che ha percorso, che sta percorrendo e che potrebbe o non potrebbe percorrere. E’ quello che avviene anche con “Le valigie di Tulse Luper – Storia di Moab”, film estremamente emblematico per quanto andiamo dicendo, oltre che sicuramente irritante nella sua esagerazione di intenti e di modi. In ogni istante di questo film, infatti, Greenaway ci sbatte in faccia la sua visione del cinema, per lui arte ormai inesistente, soprattutto dal punto di vista narrativo, se non come viatico per altre forme di comunicazione, a partire ovviamente dalla pittura (possiamo definirlo in effetti un pittore dello schermo, vista l’influenza di Caravaggio e Veermer, nella composizione di ogni singola immagine restituitaci sotto forma di fotogrammi che potrebero sembrare dei quadri dipinti), senza dimenticare Internet, tant’è che a detta dello stesso Greenaway questo film altro non è se non l’introduzione ad un suo sito su vari argomenti. Argomenti che ci vengono presentanti come contenuto di 92 valigie, quelle riempite dal protagonista durante le sue prigionie e le sue avventure. Un numero il 92, quello che indica anche l’uranio protagonista nascosto ma neanche tanto della pellicola, che costituisce quasi il numero di pellicole che si potrebbero ricavare da questo film. Ogni valigia, infatti, apre la strada ad un’infinità di narrazioni, non comunemente intese ovviamente, che ci portano a divagare quasi confusionariamente da un tema all’altro. Tant’è che ciascuna di queste valigie è stata presa poi a pretesto per una serie di iniziative culturali che vanno dal succitato sito, a rappresentazioni teatrali e musicali a mostre d’arte e via di questo passo. Un progetto ambiziosissimo, dunque, quello di Greenaway che partendo da un film vuole creare una rete quasi infinita di divulgazione della propria arte, del proprio lavoro. 

Il fatto che il protagonista sin dall’infanzia non faccia altro che rimanere imprigionato in prigioni fisiche e metaforiche, non fa altro che confermare il fatto che Greenaway ritenga il cinema narrativo, lo schermo stesso, una vera e propria prigione artistica e intellettuale, ecco che allora cerca di liberarsene e liberarcene, credendo di farci un grosso favore, tramite una serie di espedienti ripetuti fino allo sfinimento: decostruzione dell’immagine che si ripete più e più volte sullo schermo in riquadri che si fanno via via più piccoli e più ravvicinati; sovraesposizione delle battute della sceneggiatura ripetute fino allo sfinimento dagli attori, sia sul set che in una sorta di dimensione surreale fuori dal set come se le stessero provando tra loro, ma anche scritte letteralmente sullo schermo e fatte scorrere in concomitanza con la loro effettiva realizzazione; intervento di personaggi non ben identificati che commentano le avventure del protagonista; suddivisione della narrazione in un numero quasi spropositato di capitoli e numerazione di ciascun personaggio (il protagonista è il personaggio n. 1 ovviamente); espedienti visivi che ricalcano ossessivamente le azioni degli attori come ad esempio la numerazione e il posizionamento delle percosse che un gendarme nazista riversa continuamente sul protagonista, con tanto di accompagnamento musicale per ciascun calcio, pugno o schiaffo; didascalismo estremo che però non fa altro che rendere ancora più incompresibile, paradossalmente, ciò che viene mostrato e raccontato.

“Le valigie di Tulse Luper – Storia di Moab” è a conti fatti un film cerebrale, che non offre nessuna emozione o coinvolgimento, totalmente pregno di autocompiacimento, visto che il protagonista, intellettuale, regista, naturista, artista, ecc…, altri non è se non un vero e proprio alter-ego del regista tant’è che più volte si fa riferimento alle sue pellicole. Al tempo stesso, però, è anche un film che offre la possibilità di metterci a confronto con la nostra idea di cinema, pervenendo al risultato di rigettare o accettare totalmente quella di Greenaway (non esistono vie di mezzo) e impegnandoci in una visione attenta e appagata dalla bellezza, non solo delle immagini, ma della prospettiva e delle angolazioni in cui queste sono riprese.

Un’esperienza, detestabile o meno, a seconda delle conclusioni a cui si perviene circa la natura e la valenza della settima arte, che in un certo qual senso ha la forza di far parlare, e molto, di sé, nel bene o nel male e di interrogarci, lasciandoci nell’impossibilità di un giudizio netto e definitivo, sulla valenza artistica, cinematografica e intellettuale della pellicola e del suo stesso regista.

 


Le colline hanno gli occhi (1977) Vs Le colline hanno gli occhi (2006)

La speranza e’ sempre l’ultima a morire

Un horror come non se ne fanno più questo secondo lungometraggio di Wes Craven, che attinge vistosamente dal ben più riuscito "Non aprite quella porta" di Tobe Hooper. Sono molte le cose in comune tra le due pellicole, a partire dall’atmosfera malsana che si respira per tutta la durata del film fino ad arrivare alla riflessione sulla famiglia e sui suoi meccanismi (non è un caso che al centro di entrambe le pellicole ci sia una famiglia di "cannibali disadattati"). Nonostante non raggiunga il livello di coinvolgimento del film di Hooper, "Le colline hanno gli occhi" rimane comunque un horror molto interessante e per certi versi terrificante, nonostante a distanza di più di 30 anni gli spettatori siano abituati a ben più impressionanti orrori cinematografici (in tutti i sensi).

Al centro del mirino (parlare di mirino non è casuale così come si evince durante la visione del film) di Wes Craven ci sono due tipologie molto diverse di famiglie. Quella canonica, borghese composta dalla middle-class americana, fatta di viaggi in camper nel deserto, di venticinquesimi anniversari di matrimonio, di preghiere e di armi sempre pronte alla difesa; e quella ben più anticonvenzionale degli abitanti delle colline, chiamati con i nomi dei vari pianeti, e soliti condurre una vita ai margini, letteralmente e metaforicamente parlando (anche se a lungo andare notiamo che non sono completamente esclusi dal resto della civiltà, visto che ne conoscono approfonditamente il linguaggio, i modi di dire e i principi fondamentali, segno forse che è impossibile sfuggire completamente alle maglie dell’imperante società opprimente?). Questi ultimi, infatti, contrassegnati anche da un’orribile aspetto fisico (c’è un velato e poco approfondito riferimento ad alcuni esperimenti compiuti nella zona dall’esercito), si cibano di carne umana e non fanno altro che aspettare il malcapitato di turno per potersi divertire sadicamente e crudelmente con lui.

Apparentemente non c’è speranza per nessuna delle due famiglie, perché a quanto sembra la prima andrà incontro ad un destino tragico e la seconda non può che annegare nella sua estrema "follia" senza alcun spiraglio di redenzione. Quello che riesce a fare Craven, invece, è ribaltare completamente le carte in tavola donando quel pizzico di speranza, che si sa è sempre l’ultima a morire, ad entrambe le famiglie, restituendoci il messaggio che nonostante lo stato di disgregazione a cui questo particolare ambito sociale, la famiglia appunto, è andato incontro negli ultimi tempi (ricordiamoci che siamo negli anni ’70), non tutto è da considerare perduto.

Sottilissima, ma molto riuscita, anche la critica al convenzionalismo e alla prevedibilità della classe media borghese americana, tant’è che la stessa, impersonata in questo film dalla famiglia dei "buoni", viene fortemente punita dall’incontro con l’altra famiglia, proprio in seguito alla scelta di usufruire di una scorciatoia per arrivare in California, e dunque di allontanarsi dalla consueta e programmata "strada maestra". Ecco che, allontanandosi dai propri schemi precostituiti, questi ameni borghesi con padre ex-poliziotto e madre devotamente religiosa vanno anche incontro alla loro fine. Non vengono risparmiati però nemmeno gli altri, come verrà sottolineato perfettamente nel finale shockante e fulmineo con lo schermo che si tingerà completamente di rosso sangue, in una sorta di messaggio implicito che ci restituisce il valore della "via di mezzo" (non bisogna inserirsi stancamente e convenzionalmente all’interno della società, così come è impossibile riuscire a sopravvivere completamente avulsi da essa).

Nonostante la "sporcatura", causata dalla presenza di attori non proprio all’altezza, e nel caso dell’edizione italiana, da un doppiaggio davvero ignobile con dialoghi decisamente evitabili e il più delle volte banali e quasi risibili, per certi versi è molto apprezzabile dal punto di vista tecnico con una regia, una fotografia e un montaggio davvero funzionali. Del resto, come ci dice Craven, nessuno è perfetto, o se lo è, molto probabilmente in realtà è più imperfetto degli altri.

Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate

Uno di quei rari casi, "Le colline hanno gli occhi" del 2006, in cui pur non surclassando il predecessore, la pellicola riesce a non farne rimpiangere il ricordo. Approfondendo molti dei temi che nell’originale venivano lasciati al margine (come quello delle mutazioni genetiche a causa della cattiva condotta del governo), Aja, abile maestro dell’horror così come ha dimostrato col bellissimo "Alta tensione", spinge l’acceleratore sul gore e imbratta letteralmente attori e scenografie con litri e litri di sangue. Gli amanti del genere troveranno pane per i loro denti, soprattutto in un corposissimo e diluito, rispetto al capostipite, finale in cui uno dei protagonisti "buoni" si sfogherà esageratamente sui suoi terribili nemici (non è un caso che il protagonista in questione sia proprio quello che viene descritto come un democratico e quindi come pacifista e contrario alle armi).

Lo sguardo di Aja, si sofferma maggiormente sulle figure di questi cannibali, la cui trasfigurazione fisica è ancora più sottolineata, per restituirci una visione complessiva della società marcia e "deforme" in cui viviamo, che se per un attimo sembra andare incontro ad una sorta di redenzione e salvezza (la stessa che si percepisce grazie ad un particolare personaggio appartenente alla famiglia dei cannibali, presente in entrambe le pellicole), alla fine ci rilancia nel tunnel della "disperazione". Ecco che allora l’estrema cattiveria e crudeltà di questi esseri è in parte giustificata dal modo in cui sono stati trattati dal resto della società, incurante della loro condizione di difficoltà e di indigenza. Permane la critica al convenzionalismo, al bigottismo e al perbenismo della middle-class, anche se sembra quasi che ad avere la meglio a fine pellicola siano proprio gli esponenti della stessa. Ma Aja è abilissimo a rituffarci nell’angoscia e nell’inquietudine totale, la "disperazione" di cui sopra, con un istantaneo e fulminante zoom finale che ci lascia quasi col fiato sospeso.

Dal punto di vista effettistico, ovviamente, avendo a disposizione un budget più alto, oltre che mezzi maggiori a disposizione visto il lasso di tempo che intercorre tra le due pellicole, questo "Le colline hanno gli occhi" è più riuscito del precedente, anche se tutto sommato più patinato, rispetto allo stile casereccio e forse più genuino dell’originale. Fatto sta che indubbiamente si sono fatti dei passi avanti in sede di recitazione generale, di depurazione da banalità e stereotipi (anche se effettivamente, seppur in misura minore, sono presenti anche qui), e soprattutto di rivisitazione in chiave più apprezzabile dei dialoghi. Quello che Aja è riuscito a fare, insomma, è stato creare un horror decentemente e sufficientemente godibile, partendo dall’idea originale e particolare di Craven (qui in veste di produttore che voleva ampliare il suo progetto con più mezzi e più soldi a disposizione), senza infangare la memoria del predecessore e anzi accostandovisi in maniera rispettosa e per certi versi pedissequa, se si escludono alcuni passaggi narrativi, per forza di cose modificati. Tra le tante cose, non tutte essenziali ovviamente, che ci lascia questa pellicola, rimane sicuramente la curiosità e il desiderio morboso di continuare ad osservare il disfacimento della "società-famiglia", così come fanno i cannibali (o Aja stesso?) utilizzando il mirino di un binocolo, dunque tenendosi in disparte e super-partes rispetto all’oggetto dell’osservazione.

Pubblicato su www.supergacinema.it

Cado dalle nubi





REGIA: Gennaro Nunziante

CAST: Checco Zalone, Dino Abbrescia, Giulia Michelini, Fabio Troiano, Raul Cremona, Ivano Maresciotti, Rocco Papaleo

ANNO: 2009

 

Checco, un aspirante cantante del sud, parte per Milano in cerca di fortuna dopo essere stato lasciato dalla sua fidanzata storica. Al nord, ospitato dal cugino omosessuale convivente col fidanzato da 10 anni, si innamorerà di Marika, una laureanda in psicologia e riuscirà persino a vedere avverato il suo sogno.

 

Ci si può accostare al giudizio critico di questa pellicola (anche se forse è esagerato parlare di giudizio critico per un film che tra l’altro si basa proprio sul suo essere immeritevole dello stesso) in due differenti maniere. Prenderla come un semplice film comico che non fa ridere o se ci riesce lo fa in maniera grossolana e banale, oppure prenderla come un film estremamente parodistico che con tono canzonatorio (l’aggettivo non è casuale dato che spesso Zalone si esprime per ritornelli e canzoncine) prende sonoramente in giro e ridicolizza molti dei vizi e delle apparenti virtù del nostro panorama sociale, musicale e anche cinematografico. Con le dovute misure, se prendiamo in considerazione questa seconda strada, allora possiamo asserire di aver visto un film sufficientemente godibile e ficcante nei confronti dei soggetti e dei concetti presi di mira. Molte delle battute che costituiscono la sceneggiatura scritta a quattro mani dal regista e da Zalone stesso, ovviamente non sono all’altezza della situazione. In alcuni momenti però si ride davvero di gusto, pensando al tempo stesso che si sta ridendo non solo della battuta in sé per sé ma anche del fatto che questa sottolinea molti dei nostri cattivi costumi difficili da sradicare (la canzone che Checco canta nel locale “per omosessuali” ne è una dimostrazione o anche la battuta esilarante sulla statuetta di Alberto Giussano scambiata per un Power Ranger). Sono piccole sottilezze che pur non facendo di “Cado dalle nubi” un film memorabile, lo discostano ampiamente da tutti gli esponenti di genere comico-leggero presenti nel nostro panorama. In questo caso perlomeno abbiamo attori di mestiere (valenti e meno valenti), laddove di solito ci propinano soubrette televisive o volti noti del momento, oltre alla decenza di proporre un film non costruito su una stanca e inutile riproposizione di tutti i più famosi e riusciti sketch televisivi del comico, come spesso accade quando c’è il passaggio dalla tv al grande schermo.

Così come da anni fanno Elio e le storie tese, in maniera sicuramente più alta e apprezzabile, con i loro fantastici ed irresistibili pezzi che costituiscono un immancabile occasione per riflettere bonariamente e in maniera divertente sul nostro paese; e così come, in maniera indubbiamente più riuscita, irriverente ed esilarante, fa Ben Stiller coi suoi film da regista in cui prende di mira un “micromondo” determinato per smontarlo con le armi e i difetti dello stesso; Checco Zalone e Gennaro Nunziante nel loro piccolo, se vogliamo molto piccolo, tentano una strada diversa andando a ricoprire un vuoto cinematografico di genere, che è quello della parodia, e deridendo molti aspetti già sostanzialmente risibili per conto loro come la dilagante omofobia che attraversa la nostra società nonostante ci troviamo “negli anni 3000”, il razzismo, l’ignoranza inconsapevole ma innocua, di contro a quella nascosta da una patina di cultura ma ben più pericolosa, e soprattutto l’imperante moda musicale in base alla quale il successo in Italia è dei mediocri. Non è un caso allora che il film, di per sé volutamente e sfacciatamente mediocre, si concentra sul desiderio di questo cantante mediocre, che fa musica mediocre (addirittura all’inizio fa riferimento a “La cura” di Battiato, tacciandola come una canzone di poco conto, proprio a dimostrare che la musica “alta” non viene compresa dalla maggioranza), di sfondare nel panorama musicale, e il fatto che alla fine ci riesca clamorosamente proprio grazie alla sua straordinaria e disarmante mediocrità non fa che rafforzare il concetto. Non sempre però la parodia e il sarcasmo vanno a buon fine visto che la pellicola funziona meno nella riproposizione fin troppo stereotipata e scontata delle differenze tra Nord e Sud con una serie di gag certamente evitabili, visto il maggior interesse che le altre tematiche avevano a confronto.

Dotandoci di un’ampia mole di buona fede nei confronti degli intenti del film, è possibile anche non storcere completamente il naso di fronte a scelte registiche che, seguendo la linea interpretativa fin qui adottata, non fanno altro che parodiare certo cinema mediocre (il concetto di mediocre ricorre continuamente ed è tramite l’utilizzo della mediocrità esposta e dichiarata che si critica la stessa) che si poggia sui clichè estetici, formali e narrativi delle solite scialbe commedie sentimentali, dei faciloni e irritanti film comici, degli scontati e smielati film sul talento e sulla realizzazione dei sogni (ecco allora giustificati i terribili campi/controcampi, i ralenti, i tic e le macchiette e via di seguito).

Purtroppo però questa visione della pellicola non è così immediata o condivisibile in maniera unanime, solo con un grande sforzo alla buona fede, come suddetto, si può giungere al soddisfacimento, seppur minimo, dello spettatore più esigente. Alla fine si tratta di una vera e propria scelta di campo: spetta a noi decidere.

 

VOTO: