Daybreakers – L'ultimo vampiro





REGIA: Michael e Peter Spierig

CAST: Ethan Hawke, Sam Neill, Willem Dafoe, Isabel Lucas, Claudia Karvan

ANNO: 2010

 

Nel 2019 la terra sarà popolata al 95% da vampiri e solo al 5% da esseri umani. La situazione si farà disastrosa perché i primi, che sfruttano gli esseri umano per “mungere” sangue come loro unico nutrimento, molto presto rimarranno a corto della loro materia prima. Uno scienziato, Edward, sta cercando un surrogato del sangue in modo da non dover più sfruttare gli esseri umani per sopravvivere, ma ben presto si rende conto che esiste una vera e propria cura per il vampirismo…

 

I fratelli Spierig, il cui script risale al 2004 e quindi molto prima dello scoppio della “Twilight” mania, immaginano un futuro distopico neanche troppo lontano, in cui a dominare incontrastati, numericamente e non, saranno i vampiri. Certo che cinematograficamente la “previsione” si può dire già in parte avverata, visto che sono sempre più numerose le pellicole e anche le serie televisive (si pensi a “True Blood” in cui il surrogato del sangue è stato trovato, o a “The Vampires Diaries”), incentrate su questa figura sempre più patinata ed affascinante. Non è da meno la caratterizzazione data ai vampiri di questo “The Daybreakers – L’ultimo vampiro”, dato che li vediamo girare quasi sempre in giacca e cravatta (addirittura il protagonista, interpretato da Ethan Hawke, vampiro suo malgrado, è vestito come uno dei protagonisti dei noir degli anni ’50), oltre che inseriti in scenografie e ambientazioni davvero molto curate. Ecco che allora li vediamo a bordo di auto di lusso, perfettamente in grado di farli guidare anche di giorno proteggendoli totalmente dai raggi solari; e abitare in case ultra-moderne ed eleganti. Un connubio questo tra la modernità e l’”old fashioned”, che rende oltremodo affascinante la pellicola. Ma sono anche molti altri i motivi di apprezzamento del film a partire da una particolare fotografia, virante soprattutto suo toni scuri e bluastri, che poi si apre a squarci di luce improvvisi una volta che diventa giorno. Il tutto condito anche da una sorta di sottotesto etico-politico-economico che accompagna questa battaglia finale tra vampiri e umani (anche se poi potremo parlare pure di vampiri-umanizzati e umani-vampirizzati), contrassegnante soprattutto la figura del dirigente dell’azienda per cui lavora il protagonista (interpretato da Sam Neill), cinico e spietato, nonché mirante solo ed esclusivamente alla logica del guadagno e dello sfruttamento. Insomma, non bisogna certo pensare ai vampiri, per trovare effettivo riscontro di questa situazione anche nell’odierna società. Imperdibile anche la figura dell’ex-vampiro, Elvis (interpretato da un’imperdibile Willem Dafoe), che ha trovato fortuitamente la cura al vampirismo e che, insieme ad uno sparuto gruppetto di umani che si nascondono strenuamente dai vampiri, sta organizzando una sorta di rivolta in modo da ribaltare la situazione ed equilibrare le “potenze”. Ad aiutarli, ovviamente, arriverà il nostro protagonista che si ritroverà a combattere contro la fazione a cui è appartenuto per 10 anni, non senza dolorosi e immani sacrifici. Dal punto di vista stilistico e formale, almeno per tutta la prima parte del film, sembrerebbe quasi di trovarci di fronte ad una pellicola “d’autore” (visto che anche la narrazione procede con molta lentezza allontanandosi dalle dinamiche dei film d’azione o di genere), ma inseriti nel contesto generale ci sono dei deliziosi momenti altamente splatter e gore che non mancheranno di entusiasmare gli appassionati. Da citare sono soprattutto alcune sequenze come quella in cui il protagonista e suo fratello (colui che l’ha vampirizzato per renderlo immortale non sapendo che gli avrebbe fatto un torto) vengono assaliti da una sorta di vampiro-mostro (altra bella idea del film è quella di inserire questa figura di vampiri che pur di non continuare a sfruttare gli esseri umani, comincia a cibarsi del proprio stesso sangue finendo come dei tossicodipendenti e poi dei veri e propri mostri), che poi finisce con la testa mozzata (scena che verrà ripresa ironicamente nel finale). “Deliziosa” anche la sequenza in cui avviene una vera e propria rissa tra i clienti-vampiri di un bar e i baristi-vampiri perché nel caffè c’è sempre meno sangue a causa della scarsezza dello stesso. Ad aggiungersi a queste due “microfazioni”, arrivano anche i vampiri-poliziotti in un calderone di sangue e arti che voleranno sullo schermo. Se ne potrebbero citare molte altre, ma bisogna soffermarsi anche sul fatto che “The Daybreakers – L’ultimo vampiro”, non è comunque esente da difetti, soprattutto in fase di sceneggiatura, con alcuni personaggi di contorno che si affossano sulla scontatezza e sulla prevedibilità e su alcune “americanate” che cominciano a susseguirsi verso il finale fin troppo eccessivo e rocambolesco, rispetto all’equilibrio fino ad allora mantenuto. Lo splatter allora si moltiplica esponenzialmente senza riuscire ad avere la misura che aveva avuto fino ad allora e stonando con lo stile complessivo della pellicola e le soluzioni semplicistiche si fanno sempre più numerose (salvataggi all’ultimo nanosecondo con l’eroe di turno che casualmente si trova “dietro l’angolo” e cose di questo genere).

Tutto sommato, comunque, possiamo asserire che questo film riesce a distinguersi da tutti gli altri film sui vampiri (anche se ormai possiamo scordarci croci, agli ed espedienti simili), perché si discosta dalla patina romantica che solitamente contrassegna questo genere di pellicole (seppur non manchino comunque dei cenni) e perché, esclusi gli strafalcioni finali, riesce ad essere originale per quasi tutta la sua durata. Certo però che non ci sono più i vampiri di una volta!

 

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Happy Family


REGIA: Gabriele Salvatores

CAST: Fabio De Luigi, Margherita Buy, Fabrizio Bentivoglio, Diego Abatantuono, Carla Signoris, Valeria Bilello, Corinna Agustoni, Gianmaria Biancuzzi, Alice Croci, Sandra Milo

ANNO: 2010

 

Un aspirante sceneggiatore comincia a scrivere una storia e a delineare i suoi personaggi. Durante le pause che si prende per staccare la spina o per riflettere, viene letteralmente assalito dai suoi personaggi che lo assillano con richieste e suggerimenti sulla trama e sulla storia.

 

Dopo lo “sporco” e drammatico “Come Dio comanda”, Salvatores torna al cinema con una pellicola dai toni decisamente più leggeri e spensierati, ma comunque non privi di un carico comunicativo e metaforico che il regista ha deciso di nascondere tra le risate e le assurdità. Tutto ruota intorno alla paura, anzi alle infinite paure, dell’uomo moderno, snocciolate nell’incipit dal sempre simpatico Fabio De Luigi. Ma il regista, tra le righe della narrazione, nasconde una sorta di critica alle paure cinematografiche di molti degli addetti ai lavori, che non si arrischiano ad addentrarsi in nuovi territori, adagiandosi sulle strade ormai conosciute e di sicuro successo. Di sicuro non si può dire che Salvatores non sia stato coraggioso con questo “Happy Family”, visto che si tratta di un’operazione inusuale che molto difficilmente accontenterà tutti i palati. Del resto le dichiarazioni iniziali sono chiarificanti: per mano del protagonista, l’aspirante sceneggiatore che si industria nella costruzione della storia narrataci in questa pellicola, Salvatores annuncia di voler fare un film d’autore, che però abbia anche grande successo di pubblico. In pochi, nel corso della storia del cinema, ci sono riusciti, ma molto probabilmente, aiutato da un cast sicuramente appetibile al grande pubblico, Salvatores potrebbe avvicinarsi alla meta. Sicuramente le aspirazioni non mancano, come dimostrano i riferimenti neanche tanto velati al cinema di Allen (che per carità, non viene nemmeno sfiorato nella sua ironia colta e nel suo sarcasmo affinato), ma soprattutto a quello di Wes Anderson che di ritratti di famiglie “strampalate” ne sa qualcosa. Ma anche in questo caso il risultato non è pienamente raggiunto, perché, pur provandoci, non riesce a fare dei particolari (costumi, suppellettili, ambienti), il tratto distintivo e portante della sua pellicola. Soprattutto uno dei personaggi rimanda al tipo di cinema del regista americano, trattasi del ragazzino di sedici anni, Filippo, che ha deciso di sposare la sua coetanea fidanzatina. I due dovranno dirlo ai rispettivi genitori: quelli di lui molto posati e a modo, quelli di lei un po’ inusuali e libertini (spicca su tutti Diego Abatantuono, sempre vestito con camicie floreali e sempre colto dal desiderio di fumare canne, anche se quest’ultimo espediente è sicuramente un po’ semplicistico nella sua reiterazione e nel suo voler strappare la risata a tutti i costi). Tutti loro, arricchiti da una forzatamente simpatica vecchina e da altri personaggi di contorno, formano il quadro disegnato da Ezio, il protagonista, che quando si prende una pausa dalla narrazione, viene subito richiamato al dovere con i personaggi che reclamano il proseguo della loro storia. Ecco che allora i personaggi inventati prendono vita all’interno dello schermo, fino poi ad uscirne letteralmente, quasi come il Buster Keaton di “Sherlock Jr”, che però nello schermo ci entrava. Sono forse questi i momenti più interessanti, proprio perché originali, di “Happy Family”, anche perché Salvatores per bocca di questi “personaggi in cerca d’autore” di pirandelliana memoria, fa una sorta di riflessione decisamente interessante sui vari meccanismi narrativi del nostro cinema, contrassegnato dalla smania di concludere tutte le storie in modo netto e deciso, con i soliti clichè che accompagnano questo genere di narrazioni e con tutti i difetti che ne conseguono. Certo, questi difetti, seppur spiattellati e in un certo modo dileggiati quasi affettuosamente, non sono del tutto assenti dalla pellicola (in primis la storia d’amore che nasce tra il protagonista e uno dei suoi personaggi, ma non solo), che però ha al suo arco molte frecce davvero “infuocate”: l’estrema attenzione alle ai colori (ci sono infatti dei momenti totalmente bianchi, altri totalmente rossi, altri totalmente verdi, a seconda delle situazioni e degli stati d’animo dei vari protagonisti), la cura particolare data ad ogni singola inquadratura (rimangono impresse quelle in ospedale quando uno dei protagonisti viene ricoverato per il suo cancro) e il rapporto dicotomico tra la Milano “sognata” (quella che il protagonista percorre giornalmente in bicicletta) e quella “reale” (quella che ci viene mostrata in bianco e nero durante il concerto al pianoforte di un’altra protagonista).

Certo è che alla fine, stando a quanto dimostrano tutti gli oggetti presenti nella casa dello sceneggiatore, e nonostante le sue dichiarazioni contrarie, traspare lampante un’altra considerazione “andersoniana” (guardare “Il treno per il Darjeeling” ponendo attenzione al personaggio interpretato da Jason Schwartzman per ricordarselo): qualsiasi scrittore, pur negandolo o semplicemente non ammettendolo, traspone su carta le sue esperienze di vita vissuta, le cose e le persone che lo circondano e che gli offrono degli spunti. E sicuramente questa non è un’eccezione, dato che lo sceneggiatore extra-diegetico e quello diegetico di “Happy Family”, avranno fatto esattamente la stessa cosa.

 

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Il profeta





REGIA: Jacques Audiard

CAST: Tahar Rahim, Niels Arestup, Adel Bencheriff, Hichem Yacoubi, Reda Kateb, Jean-Philippe Ricci, Gilles Cohen

ANNO: 2010

 

Malik El-Djebana è un diciannovenne arabo condannato a sei anni di carcere. Entrato in prigione da ingenuo e ignorante, ne uscirà da colto e navigato. Per riuscire nella sua scalata attuerà un piano strategico consistente nell’amalgamarsi ai due gruppi dominanti del carcere, i corsi e gli arabi, e ad imparare a servirsene per i suoi scopi.

 

Dopo il “Nemico Pubblico n. 1” di Richet con il volto di Vincent Cassel, dalla Francia arriva un altro straordinario film di genere, stavolta firmato da Audiard con il volto dell’esordiente e al tempo stesso sorprendente Tahar Rahim. Questo “Il Profeta” è un film che entusiasma moltissimo, non solo perché si incastra alla perfezione tra due generi molto interessanti come il gangster-movie e il “carcerario”, riuscendo in entrambi gli ambiti ad assumere una qualità davvero molto alta, ma anche perché lo fa in maniera davvero molto originale e canonica al tempo stesso. Difficile intuire l’ossimoro se non dopo aver visionato il film, in cui vediamo molte delle regole dei suddetti generi prendere vita sullo schermo sia a livello stilistico, che a livello registico e narrativo. Il tutto però viene accompagnato da squarci quasi “filosofici” e metafisici che non mancano di stemperare la crudeltà e la violenza mostrata (sono molte le sequenze che lasciano col fiato sospeso per il realismo con cui sono costruite, una su tutte quella del primo omicidio del ragazzo ai danni di un arabo, armato di una lametta nascosta nella bocca) in più di un’occasione. Non c’è un attimo di noia ne “Il Profeta”, nonostante la sua lunga durata, così come non c’è modo di lamentarsi di momenti poco interessanti o scarsamente influenti ai fini della trama o degli intenti comunicativi ed espressivi del regista. Ecco che allora lo spettatore riesce ad apprezzare oltremodo molte delle soluzioni adottate da Audiard per raccontare questo percorso di ascesa del piccolo criminale che con coraggio, determinazione e soprattutto scaltrezza e furbizia (anche se non mancano i cedimenti come dimostrano le continue apparizioni della prima vittima del ragazzo che compare nella sua cella guidandolo in una sorta di “visioni” da cui il soprannome di “profeta”), riuscirà a liberarsi dalle maglie che lo hanno reso schiavo delle due fazioni contendenti, ma soprattutto a sperare di poter ricominciare con una nuova vita (esemplare al riguardo l’ultimissimo primo piano che lo ritrae fuori dalle mura del carcere).

Sei anni sono lunghi da passare, soprattutto se si è costretti a lavorare per un boss corso senza nessuno scrupolo e nel frattempo si vuole affermare la propria indipendenza costruendo una personale rete di spaccio e di connessioni con i componenti della comunità araba, quella a cui il ragazzo sente maggiormente di appartenere, pur non essendo un musulmano praticante. E questi sei anni, Malik, cerca di passarli nel migliore dei modi, dove per migliore in un ambiente come quello carcerario contrassegnato da un’estrema criminalità e distinzione razziale (metafora poi che si può allargare anche al di fuori delle pareti del carcere), si intende quello più consono per sopravvivere e non farsi completamente sopraffare. Ecco che Malik, riuscirà in questo suo intento, pur sporcandosi le mani e vendendo la sua anima. Straordinaria al riguardo la sequenza in cui fa una strage a bordo di un’auto blindata, il tutto ripreso con una celerità ed un’istantaneità che ci fa sembrare come se l’avvenimento avesse luogo “in presa diretta”. Una sensazione che più volte colpisce lo spettatore, coinvolgendolo oltremodo nelle vicende all’interno e all’esterno del carcere, grazie anche ad una serie di personaggi di contorno scritti e interpretati davvero magistralmente, a partire dal suddetto boss corso, un uomo che suscita sdegno, ma anche timore e paura (sia nel protagonista che di rimando nello spettatore) e che alla fine, paradossalmente, racchiuso in una magistrale sequenza che lo vede ormai solo in mezzo ai “nemici”, arriva a far provare addirittura pietà e compassione. Altro personaggio che crea una sorta di empatia con lo spettatore, tralasciando ovviamente il protagonista che pur nei suoi comportamenti negativi è quasi giustificabile seguendo quanto dice anche il sottotitolo italiano del film “uccidi o sarai ucciso”, è l’amico conosciuto in carcere, il ragazzo che una volta uscito metterà su famiglia, ma anche un giro di spaccio di droga e che poi verrà sopraffatto dal cancro, senza poter attuare nessuna strategia, così come Malik contro i suoi sopraffattori, per sconfiggere il suo nemico.

Con la telecamera di Audiard, spesso tremolante ma sempre implacabile, che segue da vicino tutti i cambiamenti di Malik e la sua crescita culturale e non (funzionalissimi i primi piani che ci mostrano tutti i segni sui volti dei protagonisti), siamo immessi a viva forza in questo carcere sporco e corrotto che risulta essere per il ragazzo, ma non solo, una vera e propria scuola di vita e di morte.

 

VOTO:

 


Rapporto confidenziale – numero 23








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EDITORIALE di Alessio Galbiati


«Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l
’adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica, voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana.
[...]
Ciò che, in tutto ciò, resta immutato, e assicura così la continuità del modo di vita che è o
rmai storicamente imposto, è la televisione. Non è difficile supporre che in questi mesi di relegazione e di noia, è alla televisione che gli italiani si rivolgeranno senza possibilità di scelte per passare il tempo. Così che in un periodo di emergenza che sembra però destinato a fissarsi e ad essere il nostro futuro, la televisione diventerà ancora più potente: e la violenza del suo bombardamento ideologico non avrà più limiti. La forma di vita – sottoculturale, qualunquistica e volgare – descritta e imposta dalla televisione, non avrà più alternative.»
Pier Paolo Pasolini, "Sfida ai dirigenti della televisione", Corriere della Sera, 9 dicembre 1973

 

Questo ventitreesimo è un numero di transizione, di sicuro l’ultimo concepito e pensato nella torre d’avorio del "solo online". Dal prossimo mese Rapporto Confidenziale riverserà le proprie suggestioni nel "mondo reale", attraverso un appuntamento mensile, a Milano, presso lo Spazio Frida. Nelle intenzioni sarà l’occasione per offrire ai lettori quelle opere insolite che da oltre due anni raccontiamo attraverso il mensile ed il sito. Uno spazio per la visione dunque, lontano, al solito, dalle contingenze del mercato e dalle mode imperanti. Rapporto Confidenziale era nato per andare oltre "la forma" blog, poi è divenuto rivista cinematografica, riconosciuta ed apprezzata, ora è il tempo che questo progetto si trasformi in luogo, spazio per la visione, per la condivisione e lo scambio, punto di contatto “reale” con la virtualità della verbosità, sutura fra la critica e la visione. Inizieremo il 24 aprile con una serata dedicata a Giorgio Scerbanenco, mentre l’8 maggio presenteremo in anteprima Seize the Time di Antonello Branca (kiwido edizioni), storico documentario del 1970 sul movimento delle Pantere Nere.


Prima di concludere mi preme segnalare la presenza di due nuovi film sulla nostra CINETECA (http://vimeo.com/channels/cineteca): Pasolini requiem, un
’animazione opera di Mario Verger (al quale abbiamo proprio su questo numero abbiamo dedicato un’ampia intervista, pp.14-22) tributo al genio del poeta friulano, al suo cinema ed alla sua poesia, e Gara de Nord_copii pe strada, pluripremiato documentario di Antonio Martino sulla drammatica condizione dei bambini che abitano attorno alla stazione di Bucarest. Due opere originali e toccanti che vi consiglio vivamente di guardare.


Se sessanta pagine di critica indipendente e gratuita vi sembrano poca cosa
… fatti vostri.
Noi continueremo lo stesso, incuranti di tutto, soprattutto dell
’epoca che viviamo.


Buona visione.
 

 

SOMMARIO NUMERO23

04 LA COPERTINA di D. Sharon Pruitt

05 EDITORIALE di Alessio Galbiati e Roberto Rippa

06 BREVI. APPUNTI SPARSI DI IMMAGINI IN MOVIMENTO di Alessio Galbiati

08 ALICE IN WAL-MART. BURTON E IL TEMA NEGATO di Matteo Contin

09 CHEUNG FO (THE MISSION) di Alessandra Cavisi

10 REVANCHE di Roberto Rippa

14 MARIO VERGER. MOANA, WOJTYŁA, GHEZZI, GIUSTI, ANDREOTTI, MILINGO, FELLINI, L’ANIMAZIONE, IL CINEMA, LA TV, LA STORIA, IL DISEGNO E… GESÙ. CONVERSAZIONE CON MARIO VERGER a cura di Roberto Rippa
23 MARIO VERGER. FILMOGRAFIA

26 LINGUA DI CELLULOIDE AGUIRRE FUHRER DI DIO cineparole di Ugo Perri

28 RCSPECIALE «MOTHER, IT’S THE MAYSLES!». IL MONDO DI GREY GARDENS di Matteo Giuseppe Luoni
38 ALBERT MAYSLES. UNA BREVE BIOGRAFIA di Roberto Rippa

40 ROLAND KLICK di Simone Buttazzi

41 GLI INVASORI di Francesco Moriconi

42 CONVERSAZIONE CON GIANCLAUDIO CAPPAI, REGISTA DI "SO CHE C’È UN UOMO" di Alessio Galbiati

48 UNIVERSAL MONSTER. IL FANTASMA DELL’OPERA, L’UOMO INVISIBILE, FRANKENSTEIN, DRACULA, L’UOMO LUPO: I MOSTRI DELLA UNIVERSAL E LA CREAZIONE DI UN GENERE (a cura di R. Rippa)
PARTE TERZA: FRANKENSTEIN E THE BRIDE OF FRANKENSTEIN di Roberto Rippa
51 FRANKENSTEIN di Roberto Rippa
53 THE BRIDE OF FRANKENSTEIN di Matteo Contin
54 GODS AND MONSTERS. L
’ULTIMO MESE DI VITA DI JAMES WHALE IMMAGINATO DALLO SCRITTORE CHRISTOPHER BRAM E DAL REGISTA BILL CONDON di Roberto Rippa

57 THE ONE-LINE REVIEW. GUIDA CONCISA ALLE ARTI CINEMATOGRAFICA E TELEVISIVA di Iain Stott

 

 

 

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Mine vaganti





REGIA: Ferzan Ozpetek

CAST: Riccardo Scamarcio, Ennio Fantastichini, Alessandro Preziosi, Nicole Grimaudo, Lunetta Savino, Elena Sofia Ricci, Ilaria Occhini, Bianca Nappi, Carolina Crescentini

ANNO: 2010

 

Tommaso, studente universitario a Roma con velleità letterarie, nonché omosessuale, torna a Lecce nella sua città natale, con l’intenzione di dire ai suoi tutta la verità circa la sua natura e le sue aspirazioni. Purtroppo però viene preceduto dal fratello Antonio, che dichiara prima di lui di essere omosessuale, mandando in confusione tutta la famiglia, soprattutto il padre. A Tommaso non resterà altro che continuare ad assecondare i voleri del padre che vorrebbe lasciargli la gestione della loro pastificio.

 

Torna Ozpetek e per fortuna fa molto meglio rispetto al suo ultimo “Un giorno perfetto”. Certo non che ci volesse molto, ma almeno “Mine vaganti”, pur con molti limiti, riesce a farsi guardare senza desiderare di abbandonare la sala a cinque minuti dall’inizio del film. Per la prima volta il regista italo-turco tenta la strada della commedia, commistionandola però alla sua solita fissa per le tematiche sociali e familiari che caratterizzano il nostro paese. Questa volta punta sull’argomento ormai “di moda” del nostro paese, oltre che nel suo cinema, cioè l’omosessualità e lo unisce, andando a spianare una strada semplice e se vogliamo anche scontata, all’arretratezza mentale del sud e in particolare delle città di provincia e delle piccole comunità. La commistione non è delle più felici, in quanto i vari livelli narrativi non riescono a fondersi nella giusta maniera, tant’è che si percepisce netta la distinzione tra i momenti più drammatici, quelli più riflessivi e quelli apertamente comici, che a dirla tutta, essendo essi la novità “ozpetechiana”, sono molto probabilmente i più riusciti della pellicola (con le dovute remore circa alcuni eccessi negli stereotipi sulla caratterizzazione non solo degli omosessuali, ma soprattutto dei meridionali un po’ arretrati e chiusi di mente). Quello che continua a non convincere del cinema di Ozpetek, e di questo “Mine vaganti” di rimando, è proprio l’insistenza su molti dei luoghi comuni, che sicuramente fanno parte della nostra società, ma che magari sullo schermo potrebbero essere resi in maniera più efficace, piuttosto che semplicistica nel tentativo di ribaltarli con un’ironia, sicuramente a tratti apprezzabile, ma tutto sommato scontata e sempliciotta (esemplare la scena in cui un’antipaticissima signora leccese, incontra la mamma di Antonio e Tommaso e le sbatte in faccia l’imminente matrimonio del figlio, ricevendo come risposta un non tanto velato insulto nei confronti della futura nuora, dai facili costumi).

Ma fermandoci a questo livello di approfondimento della pellicola, si potrebbe dire che “Mine vaganti”, pur nella sua scorrevolezza e quasi piena godibilità, soffre tutto sommato delle stesse pecche e degli stessi difetti di quasi tutto il cinema italiano. A peggiorare le cose però, ci pensa il solito stile registico di Ozpetek che sfianca con continui e quasi infiniti primi piani costituenti i campi-controcampi dei dialoghi tra i protagonisti (insopportabili ad esempio quelli della cena a base di vino e lacrime tra Riccardo Scamarcio e Nicole Grimaudo, la cui storyline non fa altro che indugiare sulle solite “disgrazie” emotive tanto care ad Ozpetek, come l’innamoramento del figlio del marito in “Un giorno perfetto”, o la morte della madre e l’isolamento dal resto della società in questo film), ma soprattutto con le sue solite “scene a tavola”, in cui il regista continua a girare intorno ai personaggi e alla tavola stessa, ripetute fino allo sfinimento. Scene che sicuramente costituiscono il marchio di fabbrica del regista, ma che a lungo andare stancano lo spettatore, oltre al fatto che non riescono bene ad amalgamarsi con la cifra stilistica che contrassegna il resto della pellicola, quasi come se fossero degli spezzoni narrativi e formali completamente avulsi dal resto del contesto. Pur rendendo merito al cast di attori perfettamente calati nelle loro parti, ad esclusione di alcune esagerazioni interpretative in determinati frangenti (come gli amici omosessuali di Tommaso o la zia “zitella”), non si può non notare il fatto che Ozpetek continua a calcare la mano su molti retoricismi (il continuo rimando all’amore impossibile della matriarca per il cognato, sottolineato tra l’altro da insistenti e insopportabili flashback del giorno del suo matrimonio col “fratello sbagliato” e appesantito dall’onere di caratterizzare la nonna come il personaggio più moderno e liberale della famiglia, proprio perché ostracizzata in passato nel raggiungimento della propria felicità), confluente in un finale a dir poco evitabile con il solito “angelo” che guida il personaggio più “innocente” della pellicola, fino ad arrivare al momento forse più imbarazzante del film, in cui tutti i protagonisti si ritrovano riuniti in una pista da ballo, in un’unione armonica e decisamente stucchevole.

 

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Amityville horror


REGIA: Jay Anson

CAST: James Brolin, Margot Kidder, Rod Steiger

ANNO: 1979

 

In una casa sul lago avviene una strage: un’intera famiglia sterminata apparentemente senza motivo da un individuo in preda ad un raptus. Un anno dopo ad abitare la stessa casa, arriva una tranquilla famigliola che ben presto si ritroverà a dover affrontare una serie di eventi paranormali e diabolici. A tentare di aiutarli un prete che però verrà ostacolato in tutti i modi, fino a diventare cieco.

 

Un horror non del tutto riuscito questo “Amityvile horror” che ha dato inizio ad una lunga schiera di sequel e ad un remake nel 2005. Quello che non funziona nella pellicola, che comunque si fa apprezzare in quanto ad atmosfere, ambientazione e trovate visive, è la sceneggiatura un po’ ridondante e per certi versi poco credibile. La felicità della famiglia che con sforzi è riuscita finalmente ad acquistare una casa, è fin troppo palesata, oltre che ripetuta con una serie fastidiosa di dialoghi tra marito e moglie, durante i quali continuano a ripetersi ad oltranza di amarsi. Molte delle situazioni pericolose o apparentemente pericolose vengono mostrate più di una volta, senza nessun motivo di fondo (George che regge l’ascia e spacca la legna, George che continua a cercar di mantenere il fuoco del camino acceso e via di questo passo). Il tema della casa infestata trova in questo film piena attuazione, difatti  la vera protagonista della pellicola è proprio l’abitazione infestata dai demoni che non riescono ad accettare gli ospiti disturbanti. Il continuo rimando alla facciata della casa con le finestre che si illuminano e che sembrano degli occhi diabolici, ha davvero un effetto disturbante e impressionante, contribuendo ad accrescere la vena orroristica della pellicola, basata più sul non visto che sugli effetti speciali, anche se questi non mancano come nella famosa e scioccante sequenza in cui il sangue comincia a sgorgare dai muri e sulle scale dell’abitazione. George, sua moglie Kathy e i suoi tre figli, cominceranno ad assistere a strani avvenimenti, come porte che si sradicano da sole, api che infestano una particolare stanza, finestre che si vanno ad abbattere sulle mani dei bambini, crocifissi appesi al muro che si capovolgono, scalini della cantina che all’improvviso si spezzano e via di questo passo. La piccola Amy comincerà ad interagire con un’amica immaginaria e lo stesso George diventerà sempre più scorbutico e scostante, fino a rischiare di divenire un terribile assassino, come quello che un anno prima aveva compiuto la strage. Il film comincia proprio così: un terribile temporale e sullo sfondo la casa vista dall’esterno con le finestre che si accendono ad una ad una e gli scoppi del fucile utilizzato per ammazzare tutti i componenti della sfortunata famiglia. In seguito l’assassino dichiarerà alla polizia locale di essere stato guidato da una voce a compiere quell’insano gesto. Ed è così che si spiegano gli strani atteggiamenti di alcuni dei componenti della nuova famiglia venuta a stabilirsi su lago. Appare poco credibile il fatto che nonostante la mole impressionante di “sfortune” che si abbattono sulla casa, i Lutz, decidano di abbandonarla solo dopo 28 giorni, ma comunque se si abbandonano eccessive pretese per quanto attiene ad una certa coerenza e linearità di fondo, si può godere appieno di questa pellicola che offre anche una certa dose di tensione e di turbamento soprattutto grazie all’impatto visivo di alcune sequenze: il prete che viene attaccato da uno sciame d’api, lo stesso che in chiesa tentando di allontanare il maligno dalla casa dei Lutz diviene cieco, la baby-sitter che rimane chiusa nel ripostiglio con la bambina che all’esterno non muove un dito per aiutarla, gli scoppi d’ira di George, lo sconvolgimento emotivo della moglie del suo migliore amico che comincia a subodorare la presenza del maligno nella casa, l’arrivo della zia suora che scappa subito in preda al panico. Tra i vari personaggi, l’unico che appare degno di attenzione, rimane il prete interpretato dall’ottimo Rod Steiger, che si fa assertore di un certo modo di vedere la fede e la religione, contrapposto ai suoi superiori e per questo osteggiato fino al vero e proprio allontanamento. Il dialogo tra lui e i suoi superiori e colleghi, nasconde comunque una sorta di considerazione su laicismo e religiosità che offre non pochi spunti di riflessione. Ottimo l’utilizzo del sonoro costituito da una serie di cigolii, ronzii d’api, grugniti del cane che vanno a confondersi con i boati dei tuoni e dei fulmini del temporale che si abbatte su Long Island e decisamente apprezzabile la colonna sonora con note molto particolari che si fanno via via più pressanti man mano che il pericolo si palesa nella sua vera natura. Per concludere, ci si può ritenere decisamente, anche se non pienamente, soddisfatti di questo piccolo horror senza pretese, che sicuramente non raggiunge le vette di altre pellicole cult appartenenti al genere, ma che tutto sommato svolge in maniera discreta il suo compito.

 

 

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Legion


REGIA: Scott Stewart

CAST: Paul Bettany, Dennis Quaid, Lucas Black, Tyrese Gibson, Adrianne Palicki, Charles S. Dutton, Jon Tenney, Kevin Durand, Doug Jones, Willa Holland, Kate Walsh

ANNO: 2010

 

Un gruppo di persone asserragliate in una stazione di servizio, tra cui una donna incinta, viene assalito da un gruppo di “zombie” con l’intento di uccidere il figlio nascituro della cameriera. I primi verranno aiutati dall’Arcangelo Michele, i secondi, invece, sono capitanati dall’Arcangelo Gabriele in missione diretta per Dio.

 

Cosa succederebbe se Dio si arrabbiasse col genere umano così tanto come quando mandò sulla terra i diluvio universale? Questo cerca di raccontare “Legion”, con una calamità del tutto “moderna”, fatta di gente posseduta che si comporta come degli zombie e di un obiettivo quanto mai emblematico: evitare la nascita di colui che potrebbe essere la salvezza del mondo (certo è che ad Alfonso Cuaron, autore de “I figli degli uomini”, saranno sicuramente fischiate le orecchie). Il difetto più grande di “Legion”, dunque, è che ha troppe ambizioni, ambizioni totalmente disattese che si esplicano in un tentativo fallito di miscelare una serie di generi cinematografici e narrativi, pervenendo al risultato opposto e cioè la creazione di una sorta di calderone in cui gli ingredienti non sono nient’affatto amalgamati. Si passa dall’horror vero e proprio all’apocalittico, senza tralasciare il mistico e l’epico, passando anche per il genere incentrato sugli “asserragliamenti” (Romero e Carpenter insegnano). La componente religiosa della pellicola, seppur non occupa la maggior parte dello “spazio” narrativo, è l’altra nota dolente del film, visto che più volte si cerca di suggerire interpretazioni e riflessioni sull’argomento come quando l’Arcangelo Michele (interpretato da un eccessivo Paul Bettany), continua a ripetere al suo vecchio “collega” Gabriele (il “lostiano” Kevin Durand) che lui vuole dare a Dio non ciò che ordina e chiede, ma ciò di cui ha effettivamente bisogno (rimando neanche tanto velato a chi segue ciecamente i dettami religiosi senza interrogarsi sui loro effettivi contenuti e sulle loro conseguenze?). Ad aggiungersi a questi motivi che abbassano notevolmente il livello di gradimento di “Legion” ci sono le interpretazioni degli attori protagonisti, che non riescono a dare il giusto spessore ai personaggi che interpretano, di certo non aiutati nel loro lavoro da una sceneggiatura fin troppo prevedibile e stereotipata, soprattutto nei dialoghi per nulla brillanti o quantomeno decenti. 

Nonostante questo la prima parte ambientata nel deserto riesce ad essere in qualche modo interessante e coinvolgente, con tutti i personaggi che si trovano bloccati nella tavola calda e che, pur non conoscendosi tra loro, sono costretti ad allearsi e a fare fronte comune contro la minaccia esterna. Il tutto assume dei contorni da buon b-movie, almeno fino a quando non compare un’improbabile vecchietta che, se non si prendesse troppo sul serio, sarebbe comica e divertente (con la padella che si becca sulla testa e la corsa sul soffitto), invece che involontariamente ridicola come risulta essere, dopo che si trasforma in un mostro assetato di sangue. Ma sono anche le ulteriori trasformazioni che inficiano l’intento di creare un film senza pretese, ma comunque apprezzabile. Trasformazioni eccessivamente “cartoonesche”, che vogliono sicuramente costituire una sorta di omaggio e rimando al Raimi dei tempi d’oro, ma che non ci riescono minimamente a causa del contesto prevalentemente serioso in cui sono inserite. Un figlio “fessacchiotto” (che paradossalmente è colui che Michele ha preso ad esempio come elemento umano su cui avere ancora fede e speranza), un padre autoritario ed iperprotettivo (un Dennis Quaid che non ne “azzecca” una da anni), una donna un pò tropo moderna che aspetta il salvatore, una famiglia scompensata, un ragazzo di colore incredibilmente armato e un uomo senza una mano, compongono il quadretto degli uomini deputati alla salvezza del mondo. Un quadretto mal assortito che però poteva creare un’atmosfera positivamente goliardica e spassosa (così come riusciva il “gruppo” de “La casa” di Raimi), se inserito nel giusto contesto.

Certo, gli amanti dell’action potranno fomentarsi per qualche sparatoria e per le lotte corpo a corpo (soprattutto quelle tra gli arcangeli), ma questa è l’unica consolazione di un film che poteva essere simpaticamente tamarro ma che ha il difetto di puntare troppo in alto, sbagliando inevitabilmente mira.

 

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Revanche – Ti ucciderò





REGIA: Gotz Spielmann

CAST: Johannes Krisch, Ursula Strauss, Andreas Lust, Irina Potapenko, Johannes Thanheiser

ANNO: 2010

 

Alex, appena uscito di prigione, fa l’autista per il proprietario di un bordello, ma sogna una vita diversa per sé e per la prostituta, dipendente del suo boss, di cui si è innamorato. Per salvare lei dalla vita squallida che conduce e dai debiti che l’assillano progetta una rapina in banca. Qualcosa però va storto e durante la fuga la sua compagna viene accidentalmente colpita a morte da un poliziotto che tenta di fermarli. Il poliziotto in questione si rivelerà essere il suo vicino di casa, una volta che Alex si rifugerà in campagna dal nonno…

 

Un film che si basa completamente sui contrasti, mostrando poi però tutte le diverse gradazioni e chiaroscuri che intercorrono tra le diverse tonalità dell’anima. Il contrasto principale è senza ombra di dubbio quello tra città (in questo caso una Vienna contrassegnata dalla delinquenza e dallo squallore) e campagna (la periferia in cui si vive del proprio lavoro e dei propri prodotti). Ben presto però la dualità acquista sempre più importanza, fino a toccare ogni elemento della narrazione, a partire dalle due coppie antitetiche che si avvicendano sullo schermo (il rapinatore e la sua fidanzata prostituta, il poliziotto e la sua noiosa e annoiata moglie), fino ad arrivare ai diversi atteggiamenti nei confronti della fede, della religione e della morale cristiana (la moglie del poliziotto e il vecchio nonno del rapinatore sono accomunati dalla loro osservanza alle leggi religiose, mentre al contrario paradossalmente il poliziotto e il rapinatore sono “uniti” sul fronte opposto). La grande particolarità di “Revanche – Io ti ucciderò” (film che si mantiene perfettamente in equilibrio su tre binari narrativi differenti a cominciare dal noir, passando per il dramma, fino ad arrivare, sfiorandolo e poi superandolo, il filone “vendicativo”), è lo stile registico di Spielmann che attraverso una serie di bellissime inquadrature fisse riesce a scolpire le reazioni dei personaggi ai casi della vita, nonché la maestosità e la capitale importanza del paesaggio nella formazione delle coscienze (l’ambientazione infatti è una componente più che fondamentale del film). I personaggi, tramite l’espediente dell’inquadratura fissa, entrano ed escono dal “quadro”, rimanendo immersi e quasi imprigionati nell’immobilità del paesaggio, come il poliziotto che fa stretching vicino ad una panchina sul lago circondata dagli alberi e il protagonista che si reca nello stesso luogo in perlustrazione e anche soprattutto in meditazione. Giocando di sottrazione, tramite l’utilizzo di atmosfere rarefatte e la mancanza quasi totale della colonna sonora, il regista riesce a catturare l’attenzione dello spettatore su ciò che di più importante viene narrato all’interno della pellicola, a cominciare dai contrasti di cui sopra, fino ad arrivare alle suddette sfumature. Tutto questo reso perfettamente dalle ottime interpretazioni degli attori che trasmettono egregiamente tutte le sfaccettature dei loro personaggi senza fare ricorso ad orpelli recitativi, ma rimanendo equilibrati e molto credibili.

Altro pregio di “Revanche – Io ti ucciderò” è la fotografia che cambia perfettamente registro nei passaggi dal giorno alla notte (ed ecco riapparire un altro forte contrasto). Durante il giorno la luce “illumina” il lavoro del protagonista (che per sfogare il suo senso di vendetta e il suo dolore non fa altro che spaccare la legna) e le corse del poliziotto (che invece deve sfogare il suo enorme senso di colpa e la sua inadeguatezza a confrontarsi con la situazione in cui si trova); mentre di notte il buio “ingloba” totalmente sia il senso di vendetta del primo che il senso di colpa dell’altro, lasciando ad entrambi i sentimenti la possibilità di fluire e di avere libero sfogo. Spiellman riesce a trasmettere questa gamma di sensazioni facendo poco ricorso ai primi piani, inquadrando anzi quasi sempre i suoi personaggi nella loro interezza e nella loro “piccolezza” rispetto agli ambienti in cui sono immersi, lasciando poi ampia possibilità allo spettatore di immaginare le reazioni degli stessi e di entrare in totale empatia con loro. Ecco che allora molto spesso i protagonisti non vengono ripresi nella loro totalità, a volte i loro volti non ci vengono mostrati (con inquadrature che ce li mostrano proprio dal volto in giù), ponendo l’attenzione su alcuni particolari del loro corpo (ad esempio le mani del protagonista che spacca la legna) o osservandoli nei loro tumulti interiori quasi sempre di schiena (esemplari al riguardo le antitetiche scene del protagonista che spia il poliziotto e la moglie nella loro veranda e del poliziotto che si ritrova nel bel mezzo dei festeggiamenti per un suo collega appena diventato papà).

 Tutto questo è “Revanche – Io ti ucciderò”, un film in cui è possibile riflettere sui contrasti per poi magari arrivare ad una loro totale o parziale fusione, ma soprattutto un film in cui i personaggi “escono di scena” (metaforicamente e tecnicamente parlando), lasciando gli spazi vuoti, ma sicuramente pregni di significato, così come dimostra lo straordinario fotogramma finale.

 

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Shutter Island





REGIA: Martin Scorsese

CAST: Leonardo Di Caprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Michelle Williams, Emily Mortimer, Patricia Clarkson, Max von Sydow, Elias Koteas, Ted Levine, John Carroll Lynch

ANNO: 2010

 

Gli agenti federali Teddy Daniels e Chuck Aule vengono inviati in un manicomio situato su un’isola ad indagare sulla misteriosa scomparsa di una criminale molto pericolosa, Rachel Solando. Una volta arrivati si ritroveranno nel bel mezzo di un uragano che li costringerà a protrarre la loro permanenza sull’isola. Teddy, tormentato dall’esperienza della Seconda Guerra Mondiale e dall’omicidio dell’amatissima moglie, perverrà a delle sconcertanti rivelazioni.

 

Tratto dal romanzo di Dennis Lehane, “L’isola della paura”, “Shutter Island” segna il grande ritorno di un cineasta immenso come Martin Scorsese e di un attore straordinario come Leonardo Di Caprio, che anche stavolta non deludono, riuscendo ognuno nel proprio ambito, a confermare l’alta considerazione che gli si rivolge. Il primo, donandoci un ulteriore capolavoro “scorsesiano” che andrà a porsi accanto agli altri testimonianti dell’inusitato talento del regista e formanti sicuramente un tassello fondamentale e imprescindibile della storia del cinema; il secondo inanellando un’ulteriore interpretazione da standing ovation che, anch’essa, costituirà un pezzo fondamentale del mosaico costituito dalle perfomance  indimenticabili dell’attore. Insieme danno vita a questo intenso percorso verso e dentro la follia umana (lasciando lo spettatore nel dubbio sulla reale “ubicazione” della stessa, non essendo poi così ovvio che risieda necessariamente nei pazienti dell’ospedale psichiatrico o in coloro che ci lavorano e che lo gestiscono), che ha come pregio principale quello di coinvolgere lo spettatore a tutti i livelli, a partire da quello visivo (con una fotografia strabiliante che incornicia alla perfezione la desolazione di quest’isola agitata non solo dal temporale ma anche dai “pazzi” che la popolano), passando per quello emotivo (soprattutto i magnifici flashback del protagonista che ricorda le brutture della guerra, oltre alle continue visioni della moglie defunta, riescono a trasmettere molteplici e differenti emozioni), senza tralasciare quello cerebrale, dato che sono molte le considerazioni e le riflessioni che scaturiscono durante la visione della pellicola (a partire proprio dalla concezione che la società ha dei cosiddetti “pazzi”, fino a giungere a concetti quali l’alienazione da essa metaforizzata in maniera sublime dall’isola stessa isolata da tutto il resto del mondo e poi sconquassata proprio da una rivolta, anch’essa metaforica, di un gruppo di pazienti fuggiti dalle loro celle). Da non trascurare anche le interpretazioni dei comprimari, ognuno chiamato ad impersonare  dei personaggi di grande valore simbolico, come il Chuck di Mark Ruffalo (il collega più spiritoso e più leggero di Teddy, che assumerà un’importanza capitale col proseguo della narrazione), la Dolores di Michelle Williams (eterea e angelica protagonista delle visioni di Teddy, fino a quando non finirà in letteralmente in cenere) e il dottor Cawley di Ben Kinglsey (che tenta il tutto e per tutto di recuperare i suoi pazienti piuttosto che sottoporli a cure estreme e violente). Ogni singolo paziente dell’ospedale psichiatrico (tra cui un impressionante e ficcante Elias Koteas), riesce in qualche modo a rendere perfettamente un altro dei temi principali della pellicola, e cioè la perdita dell’identità a causa di un mondo che non accetta il diverso, reputandolo “malato”.

Il grande merito di Scorsese è poi quello di assumere una linea registica sostanzialmente al servizio della storia e di ciò che questa storia vuole trasmettere e comunicare, una regia che dunque pur non “nascondendosi” dietro la narrazione, riesce a coadiuvarla e a caratterizzarla in maniera esorbitante  (ecco che allora ogni primo piano, ogni angolatura particolare dell’inquadratura, ogni carrellata, assume un’importanza non solo tecnico-formale e stilistica, ma soprattutto narrativa). Con “Shutter Island” il cuore dello spettatore non smette mai di battere, soprattutto quando l’abile mano registica di Scorsese riesce a trasmettere sensazioni come l’inquietudine e l’angoscia tramite degli “oggetti” scenici che assumono il ruolo di veri e propri protagonisti, nonché viatici e catalizzatori delle suddette sensazioni. Trattasi della scala a chiocciola (di chiara matrice espressionista tedesca, così come quasi tutta l’atmosfera della pellicola, ispirata palesemente a quel determinato tipo di cinema, omaggiato magnificamente da Scorsese), che si imprime indelebilmente negli occhi e nella mente dello spettatore; e del faro, più volte ripreso nella sua assoluta minacciosità, fino  a quando non assumerà un valore emotivamente e narrativamente deflagrante nell’ultimo potentissimo e meraviglioso fotogramma.

Poco importa allora, se la rivelazione e il colpo di scena finale farà storcere il naso a molti a causa della sua non proprio remota prevedibilità, quando per tutta la pellicola abbiamo avuto modo non solo di assistere ad un prodotto dall’altissimo valore qualitativo in tutte le sue componenti, ma soprattutto di intraprendere lo stesso viaggio che intraprende il protagonista arrivando su quest’isola “maledetta”, simbolo e simulacro delle “ombre” insite nella natura umana, di quella violenza che caratterizza tutti gli uomini e in particolar modo quelli tormentati  o quelli costretti ad ingabbiare e a tenere a bada le loro personalità, con la minaccia sempre incombente di quella maledetta scala a chiocciola e di quell’imponente faro.

 

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Alice in Wonderland


REGIA: Tim Burton

CAST: Johnny Depp, Elena Bonham Carter, Mia Wasikowska, Anne Hathaway, Crispin Glover

ANNO: 2010

 

Alice Kinglsey da anni fa sempre lo stesso sogno. Un giorno, recatasi con la madre e la sorella ad un ballo in cui il suo aspirante le chiede di sposarlo, Alice insegue un coniglio bianco fino a quando non cade nella sua tana. Da quel momento viene risucchiata in un mondo fantastico in cui farà la conoscenza di personaggi strambi e scoprirà di avere una missione.

 

Un film molto convenzionale questo di Tim Burton, e da uno come lui tutto ci si può aspettare tranne la convenzionalità. Guardando “Alice in Wonderland”, non si riesce a cogliere la firma burtoniana, non si riesce ad individuare la sua presenza come autore del progetto, se non fosse che all’interno di esso sono presenti i suoi attori feticcio, l’amico Johnny Depp e la compagna Elena Bonham Carter. E a dirla tutta, nemmeno le loro solitamente magistrali interpretazioni, riescono a convincere fino in fondo, forse perché eccessivamente sopra le righe, seppur da copione, e prive di quelle sfumature ambigue e a tratti angoscianti che hanno caratterizzato i loro personaggi precedenti. Molto probabilmente è anche colpa della sceneggiatura che rende ciascun personaggio quasi monodimensionale, lasciando veramente poco spazio all’immaginazione e questo è un paradosso visto che il cinema di Burton ha sempre avuto come qualità primaria quello di essere altamente immaginifico, e non solo visivamente parlando come accade in questo caso. Ovviamente stiamo parlando di una pellicola che supera sicuramente la sufficienza perché costruita con una dovizia di particolari davvero entusiasmante per gli occhi dello spettatore. Ad essere però debolmente coinvolti nella visione sono il cuore e la mente, intrappolati in una sequela di stereotipi favolistici scarsamente rielaborati (addirittura Alice assume il ruolo di paladina del Sottomondo con il compito capitale di ammazzare un mostro feroce, indossando tanto di armatura e cavalcando una creatura fantastica). Quasi tutti i passaggi narrativi e non della storia originale (in realtà si dovrebbe parlare di storie visto che la pellicola è stratta da “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie” e dal suo sequel “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò”, sempre di Lewis Carroll), vengono sicuramente rispettati, fatto sta che la natura di alcuni personaggi (in primis il Cappellaio Matto che sul finale si esibisce in una sconcertante “deliranza”, il momento più triste e desolante della pellicola e forse anche del cinema in toto di Burton), viene se non proprio stravolta, modificata in maniera più appetibile per un pubblico di giovanissimi. Anche la caratterizzazione di altri personaggi non è proprio delle più allettanti, soprattutto se prendiamo in considerazione le altre due protagoniste femminili, oltre Alice, e cioè le due regine di Sottomondo, la sorella cattiva, la Regina Rossa (interpretata da una fin troppo ridicolizzata Carter dalla testa enorme) e la sorella buona, la Regina Bianca (interpretata da una fin troppo svampita e inebetita Anne Hathaway). E se sotto certi punti di vista alcuni di essi, soprattutto il Depp-Cappellaio Matto, richiamano alla mente alcuni personaggi tipici della filmografia burtoniana (l’alienato che vive ai margini della “follia”), una certa insistenza quasi didascalica nel sottolinearlo non solo con i fatti e le immagini, ma soprattutto con le parole (Alice continua a dire che “i migliori sono i matti” per esempio), ne rovina la presenza significativa e metaforica.

Fatto sta che dal lato puramente tecnico (escludendo la questione 3D che sinceramente lascia a desiderare in quanto non se ne concepisce l’utilità nel caso specifico, visto che per gran parte della pellicola non è presente e quando lo è non ha molta importanza decisiva ai fini dell’economia della pellicola, se non quella di far scansare qualche oggetto volante allo spettatore), “Alice in Wonderland” in certi istanti lascia davvero a bocca aperta, soprattutto per l’utilizzo dei colori (da sempre una delle carte vincenti di Burton) e degli spazi scenografici (memorabile ad esempio la caduta di Alice nella tana del coniglio o la vista per la prima volta del castello della Regina Rossa, o la battaglia finale combattuta su una scacchiera). Purtroppo però tutto questo non basta a far entusiasmare notevolmente chi solitamente da Burton (e da un film ispirato alla straordinaria storia di “Alice nelle meraviglie” in generale), si aspetta sicuramente un’occasione in più non solo per assistere ad uno spettacolo visivo impareggiabile, ma anche per impelagarsi in labirintiche e allucinanti allegorie, allusioni e simbolismi.

Un vero peccato che Burton si sia adagiato su una narrazione più canonica e quasi “impersonale”, perché siamo sicuri che se avesse lasciato ampio respiro alla sua immaginazione e alla sua poetica cinematografica, “Alice in Wonderland”, avrebbe potuto sicuramente affiancarsi ad alcuni dei suoi più grandi capolavori.

 

VOTO: 

 

 

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