La maschera di cera 1933 Vs La maschera di cera 1953

La giornalista tutto pepe e lo scultore "pazzo"

Un artista che scolpisce la cera creando dei personaggi davvero molto veritieri, subisce l’attacco del suo socio che decide di dare fuoco al loro laboratorio, contenente tutte le statue, per riscuotere i soldi dell’assicurazione. Scampato all’incendio l’artista continuerà a svolgere il suo lavoro, stavolta perfezionato dal fatto che le cere non sono più completamente scolpite da lui, che ha perso l’uso delle mani, ma sono ricalcate sui cadaveri di alcune delle sue vittime.  A intralciare i suoi loschi affari arriva una giornalista molto intraprendente.
Un horror davvero molto interessante, soprattutto dal punto di vista visivo e scenografico, grazie soprattutto all’utilizzo del colore, non proprio usuale nel 1933, trattato con la famosa tecnica del Technicolor.
A rendere inquietante e angoscioso il film, che di per sé non è proprio confacente agli standard attuali dei film horror (giustificato in questo dalla sua veneranda età ovviamente), sono proprio le ambientazioni e il modo in cui il regista, quel Michael Curtiz che tutti ricordiamo per "Casablanca", riesce ad incorniciarle donando loro delle atmosfere espressioniste e macabre. Ecco che allora tutto lo studio dello scultore riesce in qualche modo a farci avere qualche sussulto, con le immancabili scale a chiocciola e gli anfratti segreti. Anche gli esterni non scherzano, con un’attenzione alle strade buie e alle ombre proiettate sui muri delle case che dimostra un lavoro certosino e approfondito riguardante proprio la creazione della suspance e del timore.
Anche perché, dal punto di vista prettamente narrativo l’attenzione del regista e dello sceneggiatore è rivolta più che altro alla figura sbarazzina e ammiccante della giornalista, interpretata dalla biondissima Glenda Farrell passata poi alla storia come l’attrice in grado di snocciolare centinaia di parole al minuto, che per non perdere il lavoro e soprattutto per dimostrare al capo col quale è sempre in attrito di valere ancora qualcosa, comincerà a ficcare il naso nel lavoro dello scultore. Questi, interpretato da un inquietante Lionel Atwill, ha poco spazio per esprimersi, seppur non manchino i momenti in cui il regista non perde occasione per mostrarcene la natura ambigua e sospettosa, fino ad arrivare al momento propriamente terrificante in cui una ragazza, la fidanzata di un suo nuovo aiutante (interpretata da Fay Wray che poi diventerà famosa per la sua interpretazione in "King Kong"), scoprirà che anche il suo volto è costituito da una maschera di cera che nasconde sotto una faccia completamente deturpata dalle fiamme dell’incendio che lo videro protagonista.
Interessanti anche tutti i personaggi di contorno, a partire dal milionario sospettato dell’omicidio di una sua vecchia fiamma, in realtà assassinata dallo scultore, che poi finirà con l’innamorarsi proprio della giornalista che lo tirerà fuori di prigione. Di qui una serie di dialoghi brillanti e divertenti da tipica screwball comedy che si rispetti ("La conosco da 24 ore e mi sono già innamorato!" "Oh, in genere ci mettono di meno, ma la perdono, non è un bel periodo per lei" "No, non scherzo, sono pazzo di lei!" "Io direi che è solo pazzo" "Così non mi crede? Glielo dimostro: vuole sposarmi?" "Di quant’è il suo patrimonio?" "Non saprei, un sacco di soldi" "In questo caso potrei anche farci un pensierino"). Non sono da meno nemmeno il suddetto capo-redattore, e l’indifesa e ingenua amica della giornalista che finirà tra le grinfie dello scultore che vuole utilizzarla per riprodurre la cera della sua amatissima Maria Antonietta.
Un horror d’altri tempi che sicuramente farà storcere il naso ai teen-ager in cerca di frattaglie e spargimenti di sangue (che per carità sono sempre apprezzabili se però accompagnati anche da una certa sostanza), ma che non mancherà di conquistare i veri amanti del grande cinema.


L’artista maledetto nel vero senso della parola

Il plot sostanzialmente rimane lo stesso: c’è lo scultore che "impazzisce" in seguito al tradimento del suo socio che ha dato fuoco alle sue amatissime opere e che, non potendo più utilizzare le mani per lavorare, escogita un metodo alquanto discutibile per ridare vita ai suoi capolavori: uccidere qualche povero ignaro e utilizzare il suo cadavere per le sue creazioni. Al posto di Lionel Atwell, però, stavolta abbiamo il mitico Vincent Price, qui alla sua prima interpretazione horror dopo anni nell’avventura e nel dramma, che costituisce un vero e proprio valore aggiunto alla pellicola. Manca del tutto la figura della giornalista che molto probabilmente stemperava eccessivamente la componente orroristica della pellicola. Compare invece in primo piano una delle vittime dello scultore, che poi prenderà il volto di Giovanna D’Arco, fidanzata proprio con il vecchio socio in affari, anch’egli poi brutalmente assassinato. L’altra figura femminile, protagonista di un finale quasi totalmente rispondente a quello dell’originale, sarà la fidanzata del nuovo aiutante, nonché ex-coinquilina della suddetta vittima.
Questo "La maschera di cera", che arriva esattamente vent’anni dopo l’originale e ventidue anni prima dell’ultimo remake che ne è stato tratto, si fa apprezzare anche e soprattutto per la straordinario talento istrionico e sornione di Vincent Price, in grado di dare vita a tantissimi personaggi (tra cui questo "artista maledetto") davvero indimenticabili. Non manca il richiamo ad una componente quasi metacinematografica presente, seppur in maniera più velata, anche nell’originale. Trattasi dell’insistenza del socio in affari dello scultore nel pigiare l’acceleratore sulla creazione di opere sempre più macabre e "spettacolari" in modo da attirare una maggiore fetta di pubblico. Inutile dire che il discorso può estendersi direttamente al cinema, e in particolare a quello horror, in cui più si spettacolarizza la violenza e più si ottengono successi di botteghino. Evidentemente Curtiz inizialmente e De Toth con questo film, hanno voluto percorrere strade probabilmente più tortuose, ma a conti fatti più apprezzabili.
Ecco che allora anche in questo bellissimo remake, le scenografie e le ambientazioni assumono un’importanza essenziale, come dimostra il primo piano-sequenza che apre la pellicola in cui ci vengono mostrate tutte le statue dello scultore e come dimostrano successivamente vari momenti ad alto tasso "adrenalinico" come l’inseguimento del mostro ai danni dell’indifesa ragazza (che gli ricorda la solita  Maria Antonietta, come nell’originale) tra le strade deserte e bue della città.
Un altro horror poco patinato, seppur girato sorprendentemente in 3D (fu uno dei primi, in effetti), in modo forse da utilizzare al meglio il carattere "spaventoso" delle sculture di cera (che nell’originale in realtà erano degli attori che tentavano in tutto e per tutto di rimanere totalmente immobili pur non riuscendoci sempre), "La maschera di cera" del 1953 non fa rimpiangere affatto l’originale, pur comunque non surclassandolo.
Una cosa alquanto rara da poter dire quando si parla dei remake horror, ma non solo, dei giorni nostri.

Pubblicato su www.supergacinma.it

Agora





REGIA: Alejandro Amenábar

CAST: Rachel Weisz, Max Minghella, Oscar Isaac, Ashraf Barhom, Michael Lonsdale, Rupert Evans, Richard Durden, Sami Samir

ANNO: 2010

 

391 d. C. Ad Alessandria d’Egitto la filosofa Ipazia si ritrova a dover lottare per la propria libertà d’espressione e di professione religiosa, oltre che per il diritto di studiare e di insegnare. Ad ostacolarla un gruppo di fanatici cristiani che, capitanati dal vescovo Cirillo, si riuniscono in una crudele e spietata lotta al mondo ortodosso.

 

Tutto ciò che di negativo ci si poteva aspettare apparentemente e aprioristicamente, pur sapendo di avere a che fare con un grande regista come Amenábar, non si è avverato. Potevamo infatti imbatterci in uno di quei kolossal epici e modaioli che ormai infestano le nostre sale e fanno oscillare la nostra pazienza. Poteva essere uno di quei peplum all’”americana” incentrato unicamente sulle battaglie sanguinolente e sulle varie e smielate storie d’amore tra i vari protagonisti. Poteva, soprattutto, eccedere nell’enfasi del tratteggio dei vari personaggi, sia in senso positivo che negativo, a cominciare dall’importante protagonista.

“Agora”, invece, riesce a sviare tutte queste cattive aspettative, anche grazie ad un impianto concettuale davvero molto saldo, che tramite la coesione dei vari mezzi tecnici e formali (la regia, la sceneggiatura, la colonna sonora, le ambientazioni e le scenografie), riesce ad emergere potentemente prendendo il sopravvento sulle caratteristiche da kolossal e da peplum comunque presenti.

Ecco che allora il racconto di questa donna straordinaria, lodevole sia dal punto di vista umano con la predicazione dell’uguaglianza che da quello filosofico-scientifico con i suoi importantissimi studi, si fonde perfettamente col racconto di una delle più grandi “prepotenze” della nostra storia: la presa del potere e del sopravvento della religione cristiana a discapito di quella ortodossa ed ebraica. Una vera e propria guerra combattuta ad armi e scritture sacre (ben più taglienti delle prime, in tutti i sensi), che ci fa riflettere non solo sull’evento in sé per sé, ma anche sul riproporsi dello stesso nel corso dei secoli fino ai giorni nostri. Insomma cambiano i tempi e cambiano le provenienze dei fondamentalismi, ma alla base il concetto rimane lo stesso. Sarà forse per questo che il Vaticano non ha gradito la pellicola? Lungi da ogni tipo di polemica in tal senso, quello che rimane è l’altissimo valore di una pellicola che tra l’altro, grazie all’intelligenza e all’originalità registica (applicata al genere), si sofferma sapientemente sull’allargamento dei punti di vista (con la visione dei luoghi e delle lotte che si svolgono in essi, dapprima da vicino e poi sempre da più lontano), e soprattutto sullo “sguardo dall’alto” (metaforico e non) con l’inversione delle proporzioni. Dapprima la grandezza e la preponderanza delle lotte e dei soprusi, visti da vicino e osservati con attenzione, poi la grandezza e l’apparente immobilità dell’intero universo, con la Terra che ne occupa uno spazio risibile,  ripresa in tutta la sua piccolezza. Le urla e gli strepiti si propagano come un’eco nella calma e nell’autorevolezza del cielo che sembra quasi osservare severo e impassibile. Una vera e propria riduzione delle meschinità degli uomini che messi a confronto con il vero ordine delle cose, risultano essere come delle formiche che si azzannano per una mollica (da qui le straordinarie riprese dall’alto che esprimono magistralmente il concetto).

Impossibile poi, nonostante l’assenza di tentativi ruffiani in tal senso, non rimanere oltremodo coinvolti dalla personale battaglia di Ipazia per mantenere intatto il suo diritto di non dover professare obbligatoriamente la religione cristiana, così come quello di potersi esprimere nonostante fosse una donna e per questo considerata inferiore. E se inizialmente il netto triangolo amoroso che si delinea sin dalle prime sequenze (tra Ipazia, il suo schiavo Davo e l’allievo Oreste) può destare sospetti sulla qualità complessiva della narrazione che poteva risultare fin troppo romanzata, alla fine i rapporti intercorrenti tra i tre personaggi, oltre a non catturare troppa attenzione, risultano totalmente funzionali al racconto e alle varie tematiche che realmente ne sono alla base. Amenábar, dunque, è riuscito in una difficile impresa: imbastire un grande e sfarzoso film di genere, piegandone però tutti gli aspetti a favore di una sua personale visione e dei suoi intenti comunicativi.


VOTO:

 



Pubblicato su www.livecity.it

La nona porta





REGIA: Roman Polanski

CAST: Johnny Depp, Emmanuelle Seigner, Frank Langella

ANNO: 1999

 

Dean Corso, esperto di libri ari, viene incaricato da un collezionista di recuperare le altre due copie di un libro in suo possesso: Le nove porte del regno delle ombre. L’intento del collezionista è di scovare l’originale per impossessarsene. L’”investigatore” viene avvertito del fatto che, attraverso le incisioni presenti nelle varie copie, è possibile evocare il demonio. Ben presto, durante la sua investigazione, si renderà conto che questi libri fanno gola a molti e rischierà più volte la vita per difendere la copia in suo possesso.

 

Quella per il demonio sembra essere diventata una fissazione “saltuaria” del grande Roman Polanski che, a trent’anni di distanza dal bellissimo “Rosemary’s baby”, torna ad occuparsi di questo tema con l’altrettanto apprezzabile “La nona porta”. Ispirato al romanzo “Il club Dumas” di Arturo Pérez-Reverte, questo film riesce perfettamente ad affascinare lo spettatore soprattutto grazie ad un magistrale utilizzo delle atmosfere, da sempre carta vincente delle pellicole del maestro, create grazie alle ambientazioni, alle scenografie, alle musiche e soprattutto alla fotografia davvero molto suggestive e molto attrattive. Il protagonista, infatti, per la sua ricerca sarà costretto a viaggiare in Europa passando per la Spagna, il Portogallo e la Francia. E’ così che allora il regista ci mostra dapprima delle case ultralussuose, appartenenti ai suoi datori di lavoro o ai suoi acquirenti/venditori di libri rari, sempre ricche di biblioteche stratosferiche; per poi accompagnarci in librerie fatiscenti e sicuramente maleodoranti (è anche questa la capacità del regista, quella di esprimerci sensazioni che con la vista solitamente non si colgono), in cui sono sempre i numerosi e polverosi libri a farla da padrone (rimane impresso lo straordinario incipit in cui in uomo si impicca e poi l’attenzione si sposta sulla sua libreria e soprattutto sull’assenza di un determinato libro, dietro il quale si nasconde un “mondo”).

Ed è proprio il libro, l’importanza estrema del suo contenuto (e il fatto che in questo caso si tratti di un contenuto demoniaco è solo un “pretesto” per costruire sul concetto che si vuole trasmettere un delizioso film di genere), nonché la forza che questo può assumere se mal interpretato o maneggiato dalle “menti” sbagliate, il vero e proprio protagonista assoluto de “La nona porta”, nonché il suo pregnante e stimolante sottotesto. Un sottotesto rivestito di tutto punto, grazie all’abilità registica e narrativa di Polanski che si ispira ai grandi, facendoci sorridere e ammirare la qualità del suo lavoro. E’ impossibile non ricordarsi del mitico Philip Marlowe, osservando lo spirito beffardo e sarcastico dell’”investigatore” qui interpretato da uno straordinario e ironico Johnny Depp, così come viene automatico pensare al geniale Hitchcock più volte omaggiato e richiamato in diverse situazioni. Prima su tutte il ricorso e l’attenzione minuziosa al particolare e agli oggetti, che acquistano così un’importanza decisiva nello scatenarsi degli eventi o un richiamo simpatico ma comunque significativo agli stessi. Qui abbiamo, al di là ovviamente del libro in primis, anche un paio di scarpe da ginnastica e un paio di occhiali.

Merito del regista è anche quello di aver saputo mescolare abilmente (se si esclude forse l’eccessivamente grottesco e fantasioso finale) la narrazione puramente investigativa caratterizzata da influenze da thriller d’atmosfera, con il paranormale e il surreale, visti i ripetuti riferimenti alla possibilità di Lucifero come scrittore di alcune pagine del libro in questione (scritto guarda caso nel 1666, da cui l’altra chicca di far uscire il film nel 1999, con un continuo e minuzioso gioco di numeri significativi anche all’interno del racconto) e, soprattutto, la presenza di un personaggio molto singolare (interpretato dalla bellissima e ipnotica Emmanuelle Seigner), sorta di angelo/diavolo custode che aiuta più di una volta l’ignaro e un po’ sprovveduto protagonista. Il tutto, comunque, mescolato ad un irresistibile umorismo, insito soprattutto nella qualità dei dialoghi che alleggerisce la lunga visione e la rende oltremodo più gradevole. Non rimane altro, dunque, che asserire di trovarci di fronte all’ennesimo ottimo lavoro di Roman Polanski che da sempre ha saputo maneggiare e manipolare il genere (dal noir, all’horror, al thriller, al drammatico, ecc…), rendendolo personalissimo e inconfondibile. Così come ha fatto con “La nona porta”, film polanskiano fino al midollo, che risulta essere, quindi, un  mix perfetto e caratteristico di tensione, curiosità, qualità del racconto, contenutismo e perché no, leggero intrattenimento.

 


 

Caccia a Ottobre Rosso





REGIA: John McTiernan

CAST: Sean Connery, Alec Baldwin, Scott Glenn, Sam Neill, James Earl Jones, Tim Curry, Peter Firth, Stellan Skarsgard, Jeffrey Jones

ANNO: 1990

 

Un sommergibile russo in grado di non farsi captare da nessun sonar perché assolutamente silenzioso, capitanato dal comandante Marko Ramius, sta navigando verso le coste statunitensi. Ma quali sono le intenzioni del comandante: disertare, attaccare l’America in connivenza con i Russi o preparare un attacco privato nei confronti degli Stati Uniti?

 

Un thriller fanta-politico che ha il suo più grande punto di forza nell’abile utilizzo di un mezzo narrativo quale la suspance e nell’accattivante caratterizzazione di ciascun personaggio. Tratto dal romanzo “La grande fuga dell’Ottobre Rosso” di Tom Clancy, specializzato in questo genere di racconti, “Caccia a Ottobre Rosso” riesce a catturare l’attenzione con un susseguirsi di strategie belliche e politiche che rimangono misteriose nella loro vera natura, anche perché è la natura stessa di ciascun personaggio a rimanere ambigua e quasi imperscrutabile. Prima su tutte quella del protagonista, il comandante russo dalla battuta sempre pronta e dai modi decisamente oscuri, interpretato da un apprezzabilissimo Sean Connery in un ruolo molto caratteristico e riconoscibile all’interno della sua lunga e proficua carriera attoriale. Decisamente in parte anche il più giovane Alec Baldwin, nel ruolo dell’analista americano che prima di tutti comincia ad intuire la stranezza dei comportamenti del comandante e a pavesare la possibilità che egli voglia disertare piuttosto che attaccare il loro paese. Il dubbio, però rimane, dati i comportamenti non sempre così “lindi” del comandante (non si risparmia di uccidere per arrivare al suo intento e cioè quello di non scoprire le sue carte in tavola e portare al termine la sua missione, di cui lo spettatore è sempre più incuriosito), e dunque non si riesce davvero ad essere convinti di un’ipotesi piuttosto che un’altra.

Interessante, anche, la visione del mondo politico (sia russo che americano) che viene soprattutto dalla sceneggiatura ricca di dialoghi molto significativi e comunicanti le “bassezze” a cui spesso i componenti di questo mondo sono costretti per mantenere il proprio ruolo e la propria posizione, oltre che in alcuni casi, come questo, per salvaguardare la sicurezza del proprio paese. “Io sono un uomo politico; e questo vuol dire bugiardo e truffatore, e quando mi chino a baciare i bambini rubo loro le caramelle. Ma vuol dire anche che mi lascio tutte le porte aperte…”, dirà ad esempio Jeffrey Pelt, il consigliere della sicurezza nazionale. Di contro, invece, è possibile ravvisare lo spirito totalmente differente di coloro che scendono direttamente in campo, come il comandante protagonista: “Quando arrivò nel nuovo mondo Cortez bruciò le sue navi… di conseguenza i suoi uomini erano ben motivati”. Nel mezzo delle due posizioni, si pone la “limpidezza” e se vogliamo anche l’ingenuità politica e strategica del giovane analista che però, una volta addentro al meccanismo in cui è immischiato, riuscirà a far valere la propria voce e la propria opinione.

“Caccia a Ottobre Rosso”, però, al di là del valore narrativo e contenutistico, risulta essere soprattutto una pellicola dall’impianto formale davvero ottimo con un montaggio degli effetti sonori (fino ad arrivare alla colonna sonora stessa) interessantissimo e davvero stupefacente, tanto che vinse l’Oscar; una fotografia perfetta nell’incorniciare le varie ambientazioni (dal sottomarino quasi onnipresente, agli uffici dei vari rappresentanti delle due superpotenze implicate nella Guerra Fredda); fino a giungere alla regia che si destreggia perfettamente all’interno di questi ambienti chiusi, mostrandocene l’importanza nel loro inglobare, letteralmente e non, i personaggi in essi contenuti.

Un vero e proprio spy-movie, insomma, che non mancherà di appassionare gli amanti del genere (nonché del romanzo di Clancy) e che, nonostante la durata forse un po’ troppo eccessiva, si fa guardare con gli occhi dello spettatore sempre incollati allo schermo, oltre che con la mente sempre attiva e in movimento per cercare di intuire i propositi di ciascuna parte in causa e le macchinazioni che si nascondono dietro e dentro ogni strategia politica e militare di ogni personaggio. Sembra quasi che il regista voglia sfidare lo spettatore in una vera e propria gara di resistenza e del resto, a dircelo arriva anche Scott Glenn nel ruolo del comandante Burt Mancuso: “È difficile capire quando fermarsi in una gara di resistenza”.

 

Speciale Ivan Zuccon – 2° parte





NYMPHA

 

Sarah, una giovane in fuga dalla sua vecchia vita, decide di farsi suora presso il convento del Nuovo Ordine, in Italia. Qui però si ritroverà a vivere la terribile esperienza di un’altra ragazza, Ninfa, oltre che a subire delle terribile torture per avvicinarsi a Dio con il solo ausilio della sua anima.

 

Un horror mentale e psicologico questo “Nympha”, anche se non mancano vistose e piacevoli (per gli appassionati) virate verso il gore con mutilamenti vari e copiosi fiotti di sangue che sgorgano dalle porte e dalle pareti, oltre che sul corpo della povera protagonista, ma non solo. Ma ciò che più impaurisce in questa pellicola è proprio ciò che risiede nei meandri della mente umana, ciò che si compie in nome di forze superiori che pilotano le nostre azioni, ovviamente nel caso di chi, come alcuni protagonisti di questa pellicola, della propria mente non ha un pieno controllo.

Ma “NyMpha” può essere letto sicuramente come un monito metaforico contro qualsiasi tipo di fanatismo, in questo caso ovviamente quello religioso che si impossessa letteralmente dei fedeli in maniera quasi spaventosa; ma anche di ciò che i fedeli sono spesso richiamati a fare dalla propria religione (qui è presa in esame quella cattolica, anche se poi si scopre che non è proprio così, ma il discorso si può estendere a qualsiasi religione) che richiede sacrifici e sforzi non sempre facili da sopportare e il più delle volte ingiusti.

Un film che ci fa aprire gli occhi, dunque, sulle esagerazioni di entrambe le parti chiamate in causa (fedeli e Dio (?)), e che con una serie di trovate visive davvero coinvolgenti trasmette una vasta gamma di sensazioni nello spettatore sempre più sconvolto da ciò che si palesa sullo schermo.

Non è una critica sterile alla religione e alla Chiesa, questo “Nympha”, anche perché appunto verso la fine si scopre che questo Nuovo ordine, il convento presso cui si rifugia la protagonista e presso cui subirà torture non indifferenti, non è proprio stato riconosciuto dalla Chiesa, anche se viene sostenuto da molti vescovi, come dice la terribile e agghiacciante madre badessa.

Il tutto si svolge quasi completamente nella stanza in cui viene “ospitata” Sarah, l’americana venuta in Italia per ritrovare la sua anima e il contatto con Dio. Grande forza della pellicola, così come per il precedente “Bad brains”, è infatti l’ambientazione estremamente claustrofobica e decisamente indicata per il tipo di racconto allucinante e allucinato. Perché Sarah ben presto comincerà a rivivere i terribili ricordi di un’altra donna, Ninfa, che sembra comunicare con lei per farle comprendere la reale natura del posto in cui si trova e delle persone che lo “governano”. Ed è così che tramite i flash di Sarah, scopriamo le vicende di Ninfa, messa al mondo da una donna morta di parto e cresciuta da un nonno oltremodo fanatico nei confronti della religione e di Dio. Egli crede infatti che nella sua soffitta ci sia Dio stesso che gli chiede in “pasto” sempre più persone per placare la sua estrema fame di anime, ma non solo. Ed è così che Geremia, il nonno, chiude in soffitta il vicino, il dottore e non solo, che vengono poi letteralmente sbranati. La piccola Ninfa crescerà inoltre nella convinzione di essere la figlia stessa di Dio, messa al mondo per porre fine alla sempre più crescente fame di suo “padre”. La povera Sarah, dunque, sarà costretta ad assistere alla morte di un po’ di gente, alle pazzie di Geremia e all’inesorabile confusione mentale di Ninfa, che sarà poi la sua stessa confusione, tant’è che le due figure possono essere sovrapposte e unite quasi a formarne una sola (esplicativa e molto comunicativa al riguardo la scena di sesso tra le due protagoniste, lontane nel tempo, ma vicine col cuore e con l’anima). La ragazza, oltre ad essere vessata dai ricordi orribili e terrificanti di Ninfa, sarà inoltre costretta a subire, suo malgrado, una serie di torture, dalle suore ritenute necessarie, per avvicinarsi a Dio solo ed esclusivamente con l’anima (ed ecco che le verrà precluso l’uso di tutti i sensi come la vista, l’udito, il gusto e il tatto). Cosa si nasconde allora nella soffitta della casa di Ninfa che adesso è il rifugio delle suore e la prigione di Sarah? Questa la domanda a cui lo spettatore troverà una risposta, forse prevedibile, ma decisamente illuminante.

Molti sono anche gli aspetti tecnici apprezzabili nella pellicola, a partire dagli effetti speciali con una serie di trovate visive non indifferenti (gli occhi bruciati da una specie di acido, la lingua tagliata da un paio di enormi forbici, le porte che sembrano prendere vita) e dalla fotografia cupa e tetra, perfettamente in grado di esprimere tutta l’angoscia e la paura provata da Sarah, ma anche la malvagità di ciò che avviene tra le mura del convento, solitamente luogo di pace e serenità ma qui dipinto come covo del male più inaudito, proprio perché non consapevole, visto che le suore credono fermamente di essere nel giusto e di aiutare la ragazza ad avvicinarsi a Dio. Ottime anche le interpretazioni degli attori protagonisti, a partire da un’intensa Tiffany Shepis nel ruolo di Sarah, fino ad arrivare ad Allan McKenna nel ruolo del terrificante Geremia.

Funzionale e non invadente la regia, che ci accompagna per mano all’interno delle menti dei personaggi, grazie ad apprezzabili movimenti della mdp che si destreggia tra la ristrettezza della cella di Sarah, motrandocene l’aspetto castrante e claustrofobico, e la “pazzia” degli altri protagonisti, messi a nudo e osservati da varie angolazioni letteralmente e metaforicamente parlando.

 

 

Link alla 1° parte

Cella 211


REGIA: Daniel Monzón

CAST: Luis Tosar, Alberto Amman, Carlos Bardem, Marta Etura, Antonio Resines, Luis Zahera, Vincente Romero, Manuel Morón, Fernando Soto, Jesús Carroza, Manolo Solo

ANNO: 2010

 

Juan Olivier, da poco assunto come guardia carceraria, si reca un giorno prima al lavoro per sembrare più zelante. Casualmente viene colpito in testa da un calcinaccio e le altre guardie lo fanno stendere un attimo nella cella 211, rimasta libera. Proprio in quel momento scatta la rivolta dei detenuti e il povero ragazzo viene lasciato all’interno del braccio. Per salvarsi la pelle sarà costretto a fingersi un detenuto e ad amalgamarsi al gruppo di criminali.

 

Dalla Spagna arriva un altro interessantissimo film di genere. Dopo la svolta horror, con registi quali Del Toro, Amenabar, Balguerò, adesso è il turno del cinema carcerario da sempre prerogativa degli americani. In questo caso, la rivolta carceraria di questi detenuti pericolosi e aggressivi è dettata da una richiesta di maggiori diritti e dalla stanchezza di abusi subiti da parte del sistema carcerario in generale, a partire dall’alto, fino a giungere ai secondini. Nel mezzo riferimenti anche alla situazione politica con l’inserimento di tre ostaggi davvero inusuali: tre terroristi dell’ETA che vengono tenuti in considerazione dai negoziatori per evitare ripercussioni da parte del governo basco. Ma non è questo, o almeno non solo, a rendere “Cella 211” un film decisamente valido, sia dal punto di vista stilistico-formale che da quello contenutistico-narrativo. A connotare più che positivamente la pellicola arriva un sottotesto che parte in sordina per poi esplodere verso un finale davvero allucinante. Trattasi delle molte sfaccettature insite nella natura umana, magari relegate in zone nascoste e sconosciute, ma poi riaffioranti in momenti decisivi. E’ quello che ci dimostrano i due grandiosi protagonisti della pellicola: Juan Olivier (interpretato dall’esordiente e sorprendente Alberto Amman), uomo per bene che non vuole altro se non fare bella figura al lavoro e prendersi cura di sua moglie e del bambino che aspettano; e Malamadre (interpretato dallo straordinario Luis Tosar), capo della rivolta dei detenuti, criminale della peggior specie. I due, in qualche modo, si ritroveranno ad agire in comune e addirittura a ritrovarsi amici in un interscambio di caratteristiche che ha dell’incredibile, ma che risulta giustificato alla luce del concetto che si vuole trasmettere: in ognuno di noi sono presenti luci e ombre, pronte a mostrarsi vicendevolmente o meno al momento opportuno. Ecco che allora il ragazzo verrà trascinato sempre di più all’interno dei meccanismi della rivolta e, soprattutto, della violenza (a causa di un colpo di scena che lo porterà a questo inaspettato cambiamento), fino addirittura a diventarne protagonista assoluto; mentre il detenuto darà dimostrazione di sprazzi di sentimentalismo nei confronti del ragazzo e della sua situazione familiare, mostrando un’umanità che sembrava ormai completamente inglobata nella brutalità e nella crudeltà della vita da criminale prima e di carcerato dopo. Anche registicamente “Cella 211” riesce a trasmettere i concetti insiti nella struttura narrativa della pellicola: le numerose inquadrature dall’alto che mostrano nella sua completezza e nella sua ferocia e caoticità la rivolta dei detenuti riescono bene a comunicare il senso di claustrofobia provato da chi è costretto a vivere in spazi ristretti come le celle e il braccio più violento del carcere; la telecamera a mano che segue letteralmente i protagonisti (soprattutto Malamadre più volte ripreso di schiena con molta attenzione alla sua nuca che in qualche maniera riesce a spaventare e ad incutere timore), mostrandocene poi le ferite, i tagli, il sangue che imbratta le magliette, i volti, le mani, ci immette a viva forza nello squallore che viene narrato, rendendolo più veritiero e per questo più coinvolgente ed agghiacciante per l’estrema violenza e crudeltà ripresa e raccontata. E’ apprezzabile il non eccedere in prese di posizione da parte del regista, che mostra luci e ombre non solo dei due protagonisti all’interno del micro-mondo carcerario, ma anche di tutte le varie parti in causa, allargandosi al macro-mondo esterno e dunque dei politici, del direttore del carcere, dei secondini, dei mass-media che riportano la notizia della rivolta e via dicendo. Non mancano i momenti emozionanti e quasi poetici, come i ricordi felici del ragazzo con la moglie incinta o l’attenzione posta alle pareti della cella 211 e ai disegni in essa presenti che si riallacciano magistralmente al silenzioso e raggelante incipit. Altro grande merito di “Cella 211” è quello di riuscire ad infondere una certa dose di angoscia, di inquietudine, di tensione e anche di suspance (con il pericolo che il finto detenuto venga scoperto), utilizzando al minimo la colonna sonora, lasciando che siano le urla dei detenuti stessi o i rumori delle varie risse all’interno del braccio a raccontare il “terrore”. Un terrore che sembra non avere un solo colpevole, ma che nasce dalla concomitanza di errori e inadeguatezze di tutte le parti in causa. Un terrore che, seppur di finzione e dunque volutamente enfatizzato, molto probabilmente fa parte della nostra realtà quotidiana.

 

VOTO:

 


 

Green Zone





REGIA: Paul Greengrass

CAST: Matt Damon, Greg Kinnear, Brendan Gleeson, Amy Ryan

ANNO: 2010

 

Una squadra di soldati americani, capitanati dall’ufficiale Roy Miller, viene incaricata di trovare le armi di distruzione di massa irachene in un sito a Baghdad. Ovviamente dopo numerose ricerche non troveranno nulla e Miller comincerà ad indagare per conto proprio, con l’aiuto di un iracheno e di un agente della CIA,  nonostante la reticenza delle alte cariche americane.

 

Un action-thriller geo-politico questo “Green Zone” che segna il ritorno alla collaborazione tra Paul Greengrass e Matt Damon. Le somiglianze con la saga dello smemorato Jason Bourne non sono poche, al di là dei nomi succitati. Infatti anche il protagonista di questo film, così come l’altro, cerca disperatamente più di ogni cosa di arrivare alla verità. La verità dunque è il concetto principale che Greengrass cerca sempre di comunicare attraverso il suo cinema, sia metaforicamente (con questa ricerca estrema dei suoi protagonisti) sia formalmente attraverso il suo stile registico (pesante utilizzo della camera a mano in primis). La verità che ricerca l’ufficiale Roy Miller è una verità che noi tutti abbiamo avuto modo di constatare nel corso degli ultimi anni e cioè che il “casus belli” della guerra americana contro l’Iraq (l’esistenza di armi di distruzioni di massa) era una gigantesca e sonora bufala. Nonostante l’assunto fosse ormai di dominio pubblico (tant’è che la pellicola è ambientata nel 2003), quello che riesce a fare Greengrass, aiutato anche dallo sceneggiatore Brian Helgeland e dallo scrittore del romanzo da cui è tratta la pellicola, Rajiv Chandrasekaran, è proprio riuscire a coinvolgere enormemente lo spettatore, non solo nella componente etico-politica del film (con l’uomo comune che tenta il tutto e per tutto per evitare che si combatta una guerra ingiusta, oltre che per giungere a questa benedetta verità),  ma anche in quella più legata alla natura di thriller di “Green Zone”. Il perfetto connubio, insomma, tra ciò che viene narrato e la maniera in cui viene fatto. Ecco che allora sarà impossibile distrarsi o annoiarsi tra i vari inseguimenti mozzafiato, i combattimenti tra le strade polverose e sudice di Baghdad, i bombardamenti e le uccisioni, le torture, le alleanze e i tradimenti. Con uno stile estremamente frenetico, il suo solito, costituito da un montaggio mozzafiato e da un’impronta estremamente realistica di tutto quello che viene mostrato, Greengrass non ci fa mai staccare gli occhi dallo schermo, catturandoci e quasi ipnotizzandoci con il susseguirsi caotico e frenetico delle varie situazioni. Merito della riuscita della pellicola (al di là della regia, della sceneggiatura e dei vari sottotesti che la compongono) è sicuramente la colonna sonora, che si distingue per un perfetto connubio tra suoni diegetici ed extra-diegetici con un utilizzo magistrale del sonoro. Non è da meno la fotografia che ci regala una Baghdad notturna davvero impressionante che si illumina solo in seguito allo scoppio di qualche bomba o altre armi pesanti. E’ così che Greengrass ci accompagna letteralmente con la sua telecamera attraverso le strade che ci condurranno, insieme al suo protagonista testardo e idealista (un po’ come il regista stesso che si è ormai specializzato e concentrato nelle stesse tematiche e nello stesso stile per comunicarle), verso lo svelamento di intrighi politici, strategie di guerra, cospirazioni e colpi di scena. Grande merito anche al cast di comprimari che riescono a rendere al meglio la natura di ciascun personaggio che interpretano (il funzionario corrotto e manipolatore, la giornalista pronta a tutto per uno scoop, l’agente CIA dal “buon cuore”, il civile iracheno stanco di vedere il suo paese travolto dalla guerra e dall’orrore), ognuno impigliato nella fitta rete di macchinazioni che sta alla base (nella fiction così come molto probabilmente nella realtà) di questa guerra che nasconde molte verità, come quella che viene raggiunta, non senza sacrifici, dal protagonista del film. Una verità che, al di là del fatto che fosse conosciuta ormai da tutti, aveva il diritto di non essere archiviata e dimenticata, ma di essere giustamente mostrata e raccontata.

 

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Sunshine cleaning





REGIA: Christine Jeffs

CAST: Amy Adams, Emily Blunt, Alan Arkin

ANNO: 2010

 

Una ragazza madre, ormai stanca del suo lavoro di donna delle pulizie, e desiderosa di un’istruzione più elevata per suo figlio, decide di fondare insieme a sua sorella Norah, una ragazza senza arte né parte, una ditta di pulizie di scene del crimine. Le cose andranno bene all’inizio, ma poi una serie di peripezie, compresa la stranezza del padre, metteranno a repentaglio la loro attività e il loro futuro.

 

Vi ricordate di “Little Miss Sunshine”, quel piccolo gioiellino indie che vinse il Sydney Film Festival del 2006, portando a casa l’apprezzamento del pubblico e della critica? E come dimenticarlo, vista la storia straordinaria, lo stile narrativo e formale particolarissimo, e i protagonisti altrettanto grandiosi? Ecco, questo “Sunshine cleaning”, che tra l’altro nel titolo riprende una parola dell’altro, vuole essere una sorta di riproposizione di quello stile, di quelle tematiche, di quella pellicola in parole povere. Il “vuole” è d’obbligo, perché, pur apprezzando molti degli aspetti di questo film, non si può sicuramente asserire che il risultato sia raggiunto. Quello che rende questo “Sunshine cleaning” decisamente meno godibile della pellicola a cui si vuole paragonare, è proprio l’insistenza nel volerle assomigliare (addirittura si ripropone Alan Arkin nel ruolo di un nonnino tutto pepe un po’ sopra le righe, in un personaggio che imita palesemente l’originale, con tanto di nipotino un po’ “strambo” a seguito che, nonostante un’intelligenza superiore alla norma, viene reputato un po’ “ritardato”), insistenza che a lungo andare diventa un po’ troppo forzata e visibile, cosa che suscita un certo fastidio nello spettatore. Al di là di questo, comunque, a frenare la possibilità di essere un grande film di “Sunshine cleaning” è lo scarso equilibrio esistente tra il dramma e la sdrammatizzazione del dramma (dato che questo genere di pellicole solitamente è contrassegnato da una quasi sempre perfetta commistione tra il drammatico e il comico-grottesco-surreale), dato che sul primo ricade un’eccessiva enfasi, mentre sul secondo pesano i difetti “imitativi” di cui sopra.

Certo che poi le straordinarie interpretazioni delle due attrici protagoniste (una perfetta Amy Adams nel ruolo della donna frustrata dal proprio lavoro e dalla propria vita che ha preso una piega diversa da quella prefissata, e un’intensa Emily Blunt sommersa dal ricordo svanito della madre defunta e dalla voglia di libertà da un’esistenza che le va stretta), oltre ad alcuni momenti davvero coinvolgenti, rendono comunque “Sunshine cleaning” una pellicola che vale la pena di essere vista. Tra i suddetti momenti c’è sicuramente la riunione della ragazza madre con le sue ex compagne di liceo tutte sposate o in qualche modo realizzate, riunione durante la quale la donna si rende conto che al di là del tipo di mestiere che si ritrova a fare, in qualche modo si sente realizzata per l’aiuto che dà alle persone; il “viaggio” sotto le rotaie di un treno della triste e “spenta” sorella; e lo stupendo finale in cui il cerchio si chiude e ognuno (compresi il nonno strampalato e il nipotino curioso e silenzioso) trova la sua “strada”, letteralmente e metaforicamente.

Così come spesso capita nel cinema di Anderson, e anche in “Little Miss Sunshine”, anche in questo caso sono alcuni oggetti a fare da viatico dell’espressione delle emozioni e delle intenzioni dei vari protagonisti. In questo caso abbiamo un tanto anelato binocolo, un furgone (anche questa sembra non essere affatto una coincidenza con la pellicola di quattro anni fa), delle casse di gamberetti o una scatola piena di ricordi o di oggetti che servono a mantenere vivi questi ricordi. Ma alla fine il messaggio sembra essere uno (al di là del retorico riferimento al fatto che “siamo chi siamo e non quello che facciamo”): ognuno deve compiere il proprio personale percorso, senza escludere ovviamente i legami affettivi e l’aiuto reciproco che da essi scaturisce, per giungere al superamento del dolore per i propri drammi e i propri fallimenti, ma soprattutto per il raggiungimento, o il tentativo dello stesso, della propria identità e della propria soddisfazione. Lo dimostrano, ad uno ad uno, tutti i protagonisti di “Sunshine cleaning” che, un po’ individualmente, un po’ coralmente, arrivano ad una svolta che gli permetterà di guardare ad un futuro, sicuramente imprevedibile e insicuro, ma senza ombra di dubbio migliore.

 

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Fantastic Mr. Fox


REGIA: Wes Anderson

CAST: George Cloone, Meryl Streep, Bill Murray, Willem Dafoe, Owen Wilson, Jason Schwartzman, Michael Gambon, Adrien Brody, Brian Cox, Jarvis Cocker

ANNO: 2010

 

Mr. Fox è una volpe che ha abbandonato i suoi istinti animali, tendenti ad una vita criminale e adrenalinica di ladro di galline, a causa dell’arrivo di  un cucciolo, Ash. Ma la sua nuova vita di giornalista, in cui le aspirazioni sono represse e il brivido è cancellato, non riesce a soddisfarlo e così progetta un nuovo colpo ai danni di tre malefici contadini: Boggis, Bunce e Bean. Questi però, una volta scoperta l’identità della volpe, mediteranno una terribile vendetta…


Il ritorno di Wes Anderson al cinema è sorprendente soprattutto per la sua estrema capacità di comunicazione, che trova sempre delle vie inusuali e molto coinvolgenti per arrivare al pubblico. Il cinema di questo giovane regista è un cinema personalissimo e particolare, che difficilmente può soddisfare tutti i palati, ma che gode dell’indiscutibile capacità di distinguersi e di colpire in un modo o nell’altro. Le tematiche sono sempre le stesse, e i grandi appassionati del regista non faticheranno a trovarle, a cominciare dai rapporti interpersonali intercorrenti all’interno della famiglia (con il padre sempre in primo piano nella sua incapacità iniziale di gestire le situazioni per poi arrivare all’”eroicismo” finale), e il binomio società-aspirazioni con conseguente riferimento al fatto che non sempre è possibile unire i due elementi.  Con la coralità dei suoi personaggi (le famiglie sono sempre allargate, oltre che strampalate), Anderson ha sempre comunicato che il senso di appartenenza ad una famiglia è dato dai sentimenti che uniscono una persona all’altra, più che dalle convenzioni sociali. Ecco che allora in questo straordinario ritratto di una famiglia di volpi, non sono esclusi opossum, topolini, puzzole, donnole e conigli. La scelta di riproporre tutti i suoi leit-motiv sotto forma di animazione (ispirandosi al racconto di Roal Dhal con l’artigianale e laboriosa tecnica dello stop-motion), a partire dal principale in assoluto che è il difficile rapporto padre-figlio, raggiunge un risultato eccezionale: riuscire ad eliminare quella sorta di barriera che si poteva creare tra lo spettatore e  i personaggi dalle caratteristiche quasi grottesche da lui tratteggiati, per arrivare ad una totale empatia con i protagonisti di questo film. Il fatto che si tratti di animali, anche se umanizzati quasi del tutto, consente allo spettatore di accettare quasi automaticamente qualsiasi “surrealismo” insito nel tratteggio dei loro caratteri. Ed è la diversità, la stranezza appunto, l’altro stendardo del cinema di Anderson e dei suoi fantastici personaggi. Tutto questo è possibile constatarlo osservando il modo di esprimersi, di agire, di vestirsi, di comportarsi in generale di ciascun protagonista di “Fantastic Mr. Fox”, a cominciare dal capo-famiglia, volpe affascinante e intraprendente con la fissa per i suoi istinti animali e per la sua vera natura che vuole sia lasciata libera di esprimersi; passando per suo figlio Ash, che smania per avere l’approvazione di suo padre e per riuscire a diventare un grande atleta; senza tralasciare la mamma volpe, pittrice di paesaggi sconvolti da temporali, che gira sempre con gli “attrezzi” da cucina nelle tasche del suo vestito, dopo aver appeso il passamontagna al chiodo;  fino ad arrivare al cugino Kristofferson, atleta perfetto ed esperto di karate. Non si possono dimenticare nemmeno tutti i personaggi di contorno che contribuiscono a rendere ancora più “stralunata” e spassosa questa narrazione di crescita e consapevolezza dell’unione familiare e dell’importanza della stessa per riuscire a raggiungere i propri obiettivi individuali e le proprie aspirazioni. Sono molti altri i sottotesti che compongono questo variegatissimo e coloratissimo mosaico (anche nell’utilizzo dei colori Anderson è inconfondibile, oltre che nello straordinario e sapiente utilizzo della colonna sonora e nella minuziosa attenzione ai dettagli e ai particolari, con una vera e propria poetica degli oggetti come ad esempio una coda-cravatta, un calzino-passamontagna o degli occhi a spirali), sfocianti addirittura nell’etico-politico, come dimostra la smania di essere sempre più ricco che contrassegna la parte più “umanizzata” di Mr. Fox, per poi scomparire dietro il desiderio di naturalezza e istintualità insita invece nella sua parte più “animale”. Ma “Fantastic Mr. Fox” non è solo un divertente e spassoso racconto quasi “western” di questi animali che si asserragliano sottoterra per difendersi dalla vendetta crudele e spietata dei tre contadini (perché solo scavando, metaforicamente e non, è possibile risolvere i conflitti); ma è anche una pellicola pregna di momenti molto intensi e coinvolgenti come la risoluzione di alcuni conflitti familiari o l’emozionante incontro con un lupo “selvaggio” che sullo sfondo osserva silenzioso e austero la battaglia dei suoi simili per la salvezza e il mantenimento della propria essenza e indipendenza. La stessa battaglia che Anderson conduce con il suo cinema e che fino ad ora non ha mai perso.


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L'uomo nell'ombra





REGIA: Roman Polanski

CAST: Ewan McGregor, Pierce Brosnan, Kim Catrall, James Belushi, Tom Wilkinson

ANNO: 2010

 

L’ex primo ministro inglese, Adam Lang, sta stendendo la sua autobiografia, ma a seguito della morte del suo primo ghost writer, decide di assumerne un altro. A prendere il posto è  uno scrittore che ben presto si ritroverà nel bel mezzo di un’accusa di crimini di guerra ai danni del suo datore di lavoro. Durante le ricerche per la stesura del manoscritto, lo scrittore, arriverà a conoscere delle verità nascoste.

 

Dopo sette anni Polanski torna al cinema e lo fa nella migliore delle maniere, regalandoci una pellicola dalla qualità altissima e dal valore non indifferente. Un thriller politico che trova tutta la sua forza comunicativa e formale soprattutto nel magistrale utilizzo delle atmosfere e delle ambientazioni, con un perfetto connubio tra l’impianto narrativo (con colpi di scena, momenti di rivelazioni e di riflessioni) e l’impianto formale del film (splendida la fotografia che incornicia alla perfezione i tumulti interiori di ciascun personaggio, volutamente metaforizzati e paragonati ai tumulti atmosferici con una fitta pioggia che si abbatte feroce sull’isola del mistero).  Inutile rimarcare che, al di là del plot intrigante e coinvolgente (ispirato tra l’altro al romanzo di Robert Harris, vero ghost writer di Tony Blair, a cui il personaggio di Adam Lang ovviamente è ispirato), il motivo principale di apprezzamento de “L’uomo nell’ombra” è indubbiamente la sapiente regia di Polanski che con una serie di inquadrature davvero straordinarie (soprattutto quelle all’interno del blindatissimo ufficio dell’ex primo ministro che si affaccia sul panorama quasi desolante dell’isola in cui si è “rifugiato”), riesce a catturare e coinvolgere lo spettatore, affascinandolo con un sapiente utilizzo della macchina da presa, perfetta e precisa nell’amalgamarsi all’intreccio da mettere in scena. Rimane impressa, su tutte, oltre alle già citate, lo straordinaria sequenza finale che, al di là della prevedibilità o meno del colpo di scena che la contrassegna, si fa apprezzare enormemente soprattutto per il fotogramma col quale si conclude la pellicola, che colpisce per la sua altissima potenza comunicativa, oltre che per il forte impatto visivo. Merito della riuscita della pellicola, che potrebbe trovare estimatori o detrattori a seconda delle idee politiche-sociali di ciascun spettatore (è chiara infatti la critica alla politica americana e non solo, nella conduzione della lotta al terrorismo), oltre ai già citati, è sicuramente la scelta dell’ottimo cast con un Pierce Brosnan perfetto nel donare la natura ambigua al suo personaggio e soprattutto un impeccabile Ewan McGregor nel ruolo dello scrittore protagonista, di chiara ascendenza hitcockiana, che da uomo comune e ordinario, si ritrova al centro di una situazione oltremodo straordinaria e difficilmente gestibile (apprezzabilissime anche le interpretazioni delle due protagoniste femminili, Kim Catrall e Olivia Williams e i camei di James Belushi, Tom Wilkinson ed Eli Wallach). Al centro di tutto, proprio come succedeva in molti dei thriller del maestro Hitchcock, c’è l’inadeguatezza dell’uomo ad affrontare situazioni complicate, nel caso in questione a rapportarsi alle varie scoperte che si susseguono durante lo studio del manoscritto cominciato dal suo predecessore, la cui morte per annegamento suscita non pochi sospetti, a scegliere se rimanere fedele al proprio incarico, e di rimando all’altissima retribuzione che ne consegue, o se fare la cosa giusta. Ecco che allora l’uomo, suo malgrado, si farà al centro delle mire delle varie parti in causa, alcune delle quali a dir poco inquietanti. Una situazione decisamente intrecciata che viene strutturata in maniera perfetta grazie ad un’ottima sceneggiatura che dipana la matassa in maniera coerente e lineare, nonostante la componente misterica e “oscura” sia molto ficcante nella creazione della tensione ,del pathos e dell’ambiguità. Gradevolissimo anche l’humour, di chiara impronta inglese, che accompagna questa storia di segreti e connivenze (ad esempio il protagonista non verrà mai chiamato per nome, a sottolineare la sua piccolezza nei confronti delle vicende narrate e dei meccanismi che ne stanno alla base).  Interessante anche l’ammiccamento ad un sottotesto quasi meta-cinematografico con l’attenzione posta sull’importanza della scrittura (grande protagonista della pellicola, oltre all’ambientazione isolana e tetra, è senza ombra di dubbio il manoscritto stesso, costantemente al centro del mirino del regista e dello sceneggiatore, nonché dei protagonisti stessi del film, quasi come un vero e proprio McGuffin hitchockiano), dato che sta proprio nel contenuto dell’autobiografia, la risoluzione dell’intreccio e dei misteri che lo contrassegnano. Una scrittura perfetta che contribuisce a rendere “L’uomo nell’ombra” non solo uno straordinario film di genere, ma anche un’eccellente racconto intrigante e appassionante.

 

VOTO:


 

 

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