I Monty Python si riuniscono per Absolutely Anything

Li abbiamo amati tutti, i simpaticissimi membri degli ormai mitici Monty Python. Parliamo di Michael Palin, John Cleese, Terry Jones, Terry Gilliam e Eric Idle che stanno per riunirsi sul grande schermo per un film di fantascienza demenziale intitolato “Absolutely anything”. Si tratterà di un prodotto girato in live action, per cui non vedremo gli attori e autori in carne ed ossa e sarà incentrato su un gruppo di alieni che si divertirà ad impartire ad uno di loro il potere di fare “assolutamente niente”! La regia sarà nelle mani di Terry Jones che ha già coinvolto nel progetto Gilliam, Palin e Cleese. I produttori, quindi, stanno lavorando per portare a bordo anche Idle. Queste, comunque, sono state le affermazioni di Jones: “Non è un film dei Monty Python, ma ha certamente la sua sensibilità”. Il gruppo presterà la voce agli alieni protagonisti, che saranno rappresentati in CGI, mentre il grande Robin Williams potrebbe essere il doppiatore di un cane e di un uomo francese, entrambi presenti all’interno della storia.

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Pontypool

REGIA: Bruce McDonald
CAST: Stephen McHattie, Lisa Houle, Georgina Reilly
ANNO: 2008

Grant Mazzy, dj della cittadina di Pontypool in Ontario, si ritrova nel bel mezzo della diffusione di un terribile virus che lo costringe a rimanere rinchiuso nella sala di registrazione del suo programma, insieme alla produttrice della radio e ad una collaboratrice. Presto si scoprirà che il virus si diffonde tramite le parole e stare zitti sarà l’imperativo comune.

Tratto dal romanzo “Pontypool Changes Everything” di Tony Burgess, questo horror al tempo stesso tipico ma anche decisamente singolare, stupisce per la semplicità della messa in scena e della narrazione, unita alla profondità dell’idea di fondo che sta alla base di tutto. Il pretesto è la diffusione di un terribile virus che rende le persone rabbiose e ossessionate da determinate parole, ma in realtà ciò che si vuole raccontare è proprio il mondo della comunicazione verbale. Le parole, allora, diventano al tempo stesso dannazione e salvezza a seconda delle situazioni narrate, venendo sviscerate in ogni loro significato, svuotate o analizzate nella loro più profonda essenza, correlate o separate per trovare nuove modulazioni del linguaggio. Partendo dalla comunicazione vista nel suo carattere generale, con un interessantissimo discorso sui media e sulla diffusione spesso fasulla o falsata di notizie, si va sempre più verso il particolare, approfondendo la comunicazione interpersonale che diventa meno genuina e naturale. Siamo di fronte ad uno zombie-movie, insomma, che però cerca di crearsi un’identità tutta sua coinvolgendo con un impianto concettuale di non poco conto che viene supportato da alcune scelte davvero apprezzabili, a partire dall’azzeccatissimo protagonista, la cui voce calda e potente non soltanto si addice alla perfezione al tema trattato, ma diventa vero e proprio veicolo delle riflessioni portate avanti nel film; passando per l’ambientazione radiofonica che a discapito dell’apparente fissità e staticità dà modo di creare un ottimo gioco di suspense e ritmo, oltre che di rimandi considerevoli ai cosiddetti film d’assedio, ma anche all’ormai lontana “Guerra dei mondi” di Orson Welles; arrivando all’ottima sceneggiatura che gioca abilmente tra terrore e ironia, con una serie di dialoghi molto brillanti e notevolmente adeguati alla tematica portante.

Si riesce, quindi, a soprassedere su alcuni momenti che smorzano l’entusiasmo, come lo “spiegone” finale di un dottore che didascalicamente espone la natura e le conseguenze del virus al centro di tutto, arrivando ad alcune esagerazioni narrative in fase finale. E questo avviene grazie al fatto che pur non avendo tra le mani un budget stratosferico e portando avanti con intelligenza e misura la forza di un’idea, il regista Bruce McDonald ha sfornato un ottimo film che non soltanto intrattiene nel migliore dei modi, impressionando anche al punto giusto come un buon horror dovrebbe fare, ma crea un discorso stimolante sulla filosofia del linguaggio, usando il mezzo cinema solitamente simbolo della comunicazione per immagini. Piegando a suo vantaggio un genere cinematografico ormai abusato, compie, dunque, un’analisi sul “verbale” nient’affatto verbosa, ma piuttosto coinvolgente, cadenzata e decisamente potente.

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I migliori momenti della storia del cinema – Nodo alla gola

Categoria: OGGETTO

Nodo alla gola (tit. originale Rope) Regia: Alfred Hitchcock / Anno: 1948 / Durata: 77 min. / Colore: colore / Paese: USA

Brandon e Philip, studenti universitari, uccidono il loro amico David strangolandolo con una corda. Philip è sconvolto, ma Brandon con presenza di spirito e sangue freddo decide di dare comunque il ricevimento che avevano organizzato, ricevimento a cui parteciperanno, tra gli altri invitati, anche il padre e la fidanzata della vittima. Prima che tutti gli ospiti arrivino però, ripongono il cadavere in una cassapanca. Philip è nel panico più totale e vorrebbe rimandare il ricevimento, mentre Brandon sicuro di sé e fiero del suo atto, decide che sarebbe proprio un’ottima idea servire la cena proprio sulla cassapanca/bara dove hanno riposto la loro povera vittima.

Ennesimo capolavoro hitckoockiano, “Nodo alla gola” attraversa con la solita ironia nera la teoria del superuomo di Nietszche secondo la quale esistono degli uomini superiori agli altri ai quali sarebbe permesso di porre fine alla vita degli uomini inferiori. E’ quello di cui sono convinti i due protagonisti per giustificare il loro omicidio, che in realtà non ha movente o giustificazione alcuna. Uno dei tanti motivi, però, per cui il film è passato alla storia è lo straordinario e sorprendente montaggio che mostra il film come se fosse un unico e lungo pianosequenza, mentre in realtà è costituito da undici diversi pianisequenza montati abilmente grazie soprattutto ad alcuni espedienti come stacchi di regia effettuati inquadrando oggetti scuri, tra cui la giacca di Brandon, il pianoforte di Philip o, udite udite, la cassapanca di David! Ecco che come oggetto filmico questa cassapanca/bara assume valenza non solo narrativa, ma addirittura tecnica, risultando a conti fatti la protagonista principale del film, insieme ovviamente alla corda usata come arma del delitto. La sensazione che si ottiene è quella di una sorta di claustrofobia che ci costringe a stare nella stessa stanza per tutta la durata del film obbligandoci a vedere il tutto dal punto di vista della cassapanca stessa, in quella che è forse la sequenza più strabiliante della pellicola. Infatti l’obiettivo è puntato su quella che inizialmente era solo una cassapanca, ma che poi diventa, dapprima bara e poi addirittura tavola imbandita. Con i protagonisti lasciati all’esterno della ripresa, sulla destra, l’obiettivo è costantemente puntato sull’oggetto della nostra discussione, con l’unica protagonista che appare in scena, la governante, seguita mentre sparecchia entrando ed uscendo dall’inquadratura e creando un sussulto nello spettatore, dato che poco prima aveva detto di voler riporre i libri proprio all’interno della benedetta cassapanca. Quando ritorna vicino all’obiettivo per l’ultima volta, dopo aver finalmente finito di sparecchiare, sta per aprire la cassa e per poco allo spettatore non prende un colpo, se non fosse che magicamente Brandon torna ad occupare il suo posto davanti alla macchina da presa immobile, suggerendo alla governante di tornare il giorno dopo a sistemare il resto. Senza muovere di un millimetro la mdp, rimanendo quindi immobile su una splendida inquadratura fissa, Hitchcoock riesce a creare suspense facendo ricorso, appunto, ad un semplice oggetto ripreso nella sua apparente fissità, ma dotato di una dinamicità scenica e narrativa incredibile.

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Coming soon – 13 Gennaio 2012

Dal 13 gennaio: Tra spie, delfini, industriali e sessuomani

Dramma francese con Kristin Scott Thomas, “La Chiave Di Sara” (“Elle s’appelait Sarah”) racconta di una giornalista americana che vive a Parigi, la quale si troverà davanti ad una scoperta sconcertante una volta trasferitasi a casa dei genitori del marito. La componente misteriosa sembra essere decisamente interessante.

Dal dramma allo spionaggio con “La Talpa” (“Tinker, Tailor, Soldier, Spy”) interpretato da Gary Oldman, Colin Firth, Tom Hardy, Mark Strong, Ciarán Hinds, John Hurt e Benedict Cumberbatch. Siamo negli anni ’70 e avremo a che fare ovviamente con storie di spie e controspie. Il fascino di questi temi e la grandezza del cast fanno sicuramente ben sperare.

Quasi distopico il mokumentary italiano “L’Era Legale” è ambientato in una Napoli del 2020 dove non ci sono più camorra e problemi legati ai rifiuti. Alcuni personaggi (tra cui Arbore, De Cataldo, Lucarelli, Isabella Rossellini, e Tano Grasso), raccontano i passi di colui che ha portato a questo clima di legalità, il sindaco Nicolino Amore. Dire che si tratta di fantascienza è poco…

Film d’animazione in 3D, invece, “L’Incredibile Storia Del Delfino Winter” (“Dolphin Tale”), doppiato da Morgan Freeman, Ashley Judd e Kris Kristofferson, racconta della vera storia del delfino che rimase impigliato in una trappola per granchi rischiando di perdere la vita, venendo poi salvato da un’intera comunità che si mobilitò per lui. Film per famiglie in cerca di lacrime, potrebbe disturbare chi dal cinema pretende altro.

Pierfrancesco Favino e Carolina Crescentini sono i protagonisti de “L’Industriale“, incentrato sul proprietario di una fabbrica torinese in piena crisi economica che comincia anche a sospettare dei comportamenti della moglie sempre più distante. Lavoro e vita privata si intrecciano in un film che potrebbe deprimere dato il clima economico-politico che stiamo vivendo.

Horror vero e proprio, “Non Avere Paura Del Buio” (“Don’t Be Afraid Of The Dark”), con Guy Pearce e Katie Holmes, racconta la storia di una ragazzina che si trasferisce dal padre e dalla sua compagna e che scopre una cantina nascosta nella quale risiedono creature misteriose e pericolose. Lo zampino di Guillermo Del Toro, qui sceneggiatore, è decisamente visibile.

Di tutt’altra pasta è l’inglese “Shame“, presentato all’ultima Mostra di Venezia, con protagonisti Michael Fassbender, Carey Mulligan e James Badge Dale. Girato da Steve McQueen II, il film è incentrato su un uomo che non riesce a controllare i suoi istinti sessuali. Quasi sicuramente sarà una pellicola che osa…

Si conclude con “Succhiami” (“Breaking Wind”), parodia demenziale dei vari “Twilight” con i tre protagonisti principali che in qualche modo portano avanti il loro strambo triangolo amoroso. Considerando il livello di riferimento che ha ormai stancato, probabilmente anche questo derivato comico non lascerà pienamente soddisfatti.

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J. Edgar

REGIA: Clint Eastwood
CAST: Leonardo Di Caprio, Judi Dench, Naomi Watts, Armie Hammer, Josh Hamilton
ANNO: 2012

Vita morte e miracoli di J. Edgar Hoover, fondatore e poi direttore per cinquant’anni dell’FBI. Tra rapporti con i più potenti d’America e questioni private, una figura molto complessa e sfaccettata percorre un pezzo di storia degli Stati Uniti.

Come al solito ci aspettavamo il capolavoro, soprattutto per aprire l’anno con una pellicola che avremmo voluto indimenticabile e immensa. Ancora una volta non abbiamo visto avverarsi i nostri desideri di grandi e risoluti ammiratori dell’inossidabile e comunque sempre inimitabile Clint Eastwood. Qualcosa, però, è sicuramente cambiato rispetto allo scontatissimo “Invictus” e al traballante “Hereafter”, ultime due opere del maestro, seguenti lo straordinario “Changeling” e l’immenso “Gran Torino”. Come ambientazione e atmosfere siamo dalle parti della pellicola con protagonista la sofferente Angelina Jolie, ma i paragoni terminano qui, dal momento che “J. Edgar”, pur essendo comunque un ottimo film sotto diversi punti di vista, non riesce a possedere una forza tellurica e coinvolgente, risultando a conti fatti privo di pathos e coinvolgimento emotivo ai massimi livelli, tranne qualche raro guizzo, e non riuscendo a contenere nemmeno delle grandi riflessioni sul cinema stesso, così come avvenuto nell’ultimo film con Eastwood come protagonista, salvo anche qui alcuni passaggi comunque abbastanza suggestivi.

Se da un lato, infatti, riusciamo ad empatizzare ed emozionarci quando scrutiamo i profondi rapporti affettivi, castrati e castranti, con i personaggi chiave della storia (la madre con lo sguardo duro e agghiacciante di Judi Dench, il braccio destro con la dolce espressione di Armie Hammer, la segretaria con l’aspetto austero di Naomi Watts), dall’altro notiamo una certa discontinuità di toni quando affrontiamo la figura pubblica del protagonista. Del resto abbiamo avuto modo di constatare che in relazione a figure emblematiche della storia americana, viste sotto la luce dei riflettori e raccontate con il metodo del classico biopic, Eastwood non è riuscito a raggiungere gli stessi altissimi risultati  riscontrati in opere che hanno scavato nella più profonda intimità dei protagonisti. Le due anime di “J. Edgar”, quindi, stanno ben a riassumere questa dualità della filmografia del regista.

Tornando al sottotesto e all’impianto se vogliamo metacinematografico di un grande lavoro come il succitato “Gran Torino”, ma non solo, possiamo comunque riscontrare in quest’ultimo film la presenza di un discorso molto interessante sul binomio reale-fantastico in relazione al mezzo cinema, alla narrazione su grande schermo, così come raccontato in maniera intensa e appassionante in “J. Edgar”, in un pre-finale caratterizzato da potenti immagini che svelano l’inconsistenza e la magia di alcuni racconti, siano essi composti di immagini o di parole.

E’ per questo che l’espediente di far partire il tutto dalla dettatura del protagonista delle proprie memorie e l’inusuale costruzione per flashback cronologicamente scollegati risultano sicuramente indicati al tipo di concetto che striscia sotto il più evidente resoconto della vita di uno dei personaggi più influenti d’America, ma di rimando soprattutto dell’identità di un intero paese, attraverso l’apparente collateralità di eventi, personaggi e fatti storici. Grazie anche ad un profondo lavoro sul personaggio principale, perfettamente interpretato da un Leonardo Di Caprio in odore di Oscar, “J. Edgar” assume uno spessore non indifferente, ricordandoci la grandezza di altri personaggi scolpiti ormai nella memoria cinematografica, e cioè l’Andreotti de “Il divo” e il Foster Kane di “Quarto potere” (l’archivio segreto, le connessioni con i più potenti, la solitudine esistenziale, le difficoltà interpersonali, la smania di potere e di protagonismo, e si potrebbe continuare a lungo). Peccato, dunque, ritrovarci poi di fronte a diverse cadute di stile con forzate sottolineature del melodramma in alcuni casi e con sequenze posticce ed evitabili in altri, ferma restando comunque la qualità registica sempre indiscutibile quando parliamo di un autore imprescindibile come Clint Eastwood.

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Non avere paura del buio

REGIA: Troy Nixey
CAST: Guy Pierce, Katie Holmes, Bailee Madison
ANNO: 2012

 

Sally è una bambina problematica che viene mandata dalla madre a vivere col padre e la sua nuova compagna in una grande magione da loro acquistata per ristrutturarla e venderla al miglior offerente. Nella nuova abitazione scoprirà l’esistenza di una cantina all’interno della quale vivono terribili creature che minacciano la sua incolumità e quella dei suoi cari.

L’impronta di Guillermo del Toro in questo “Non avere paura del buio” è talmente visibile che si stenta a credere che non ne sia l’effettivo autore. Qui in veste di produttore e sceneggiatore, il regista che manca con un film tutto suo da parecchio tempo, dà libero sfogo alla sua vena favolistica e fantasy, cercando di creare suggestione e inquietudine raccontando della difficoltà dell’infanzia, del difficile rapporto tra bambini e adulti e della veridicità di alcune leggende che riguardano mostri, fate e gnomi, che in realtà, ovviamente, stanno a rappresentare i disagi di cui sopra, prendendo effettivamente vita e metaforizzandoli concretamente. Sotto questo punto di vista, l’unico se vogliamo, il film potrebbe dirsi anche riuscito, dal momento che si concentra fortemente sulle caratteristiche succitate, con dei mostriciattoli (fin troppo palesati, cosa che smorza la curiosità e l’entusiasmo dello spettatore) che risultano poi essere delle vere e proprie fatine dei denti. Nulla da dire sulla scelta leggermente discutibile, tranne che forse un po’ di ironia non avrebbe guastato, dal momento che spesso quando fanno la loro comparsa sullo schermo, o quando comunicano con le loro vocine assurde, questi esseri più che angosciare, spaventare o terrorizzare, riescono nell’intento di far ridere involontariamente. Se ci aggiungiamo una pesantezza narrativa davvero sconcertante, con un insieme di elementi che rendono l’opera altamente indigeribile e notevolmente noiosa, allora non possiamo che concludere asserendo di trovarci di fronte ad un lavoro scarsamente appetibile. Tralasciando, infatti, l’enorme mole di stereotipi e cliché che accompagnano la costruzione di ciascuno dei tre protagonisti, nonché l’evoluzione dei rapporti interpersonali tra loro, non possiamo neanche accontentarci con l’originalità di qualche personaggio di contorno o passaggio narrativo collaterale, perché ci troviamo di fronte alla solita governante allibita e all’immancabile giardiniere a conoscenza di tutto. Si potrebbe, allora, riversare la propria attenzione sulle atmosfere e sull’ambientazione, dal momento che siamo di fronte ad un film gotico che si rifà notevolmente al filone “case infestate”, ma pure sotto questo punto di vista veniamo delusi, perché che abbiamo delle scenografie più “vuote” e finte che mai, poco indicate a creare coinvolgimento visivo e figuriamoci emotivo, e una colonna sonora decisamente fastidiosa, onnipresente, didascalica, quando non scontata, col solito coro di voci fanciullesche che dovrebbero rabbrividire non riuscendoci affatto.

E’ un peccato, comunque, aver sprecato una buona occasione di fondere il fantasy con l’horror, raccontando un’età difficile e un mondo magico e oscuro come quello forzatamente esposto in questo film. Del resto si poteva ben sperare dopo un incipit misterioso, impressionante e caratterizzante come quello che apre la pellicola. Peccato che poi ci ritroviamo di fronte alle facce compassate di un Guy Pierce più trasparente che mai, ad una Katie Holmes meno “mossista” del solito e ad una piccola Bailee Madison decisamente convincente nel ruolo di una bambina oltremodo insopportabile. Probabilmente del Toro, che si è affidato al talentuoso fumettista Troy Nixey per la regia contenente comunque qualche sequenza tecnicamente apprezzabile, dovrebbe tornare dietro la macchina da presa e dare vita egli stesso a quelle che sono le sue passioni letterarie e cinematografiche, così come viene accennato in questo “Non avere paura del buio”, dove si fa riferimento a scrittori e artisti che si sono occupati in passato degli stessi temi.

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Box office 06.01.12: In Italia siamo Immaturi, mentre in Usa sono diabolici!

Schizza direttamente in prima posizione “Immaturi – Il viaggio” portandosi a casa ben 4.497.302 euro solo per quanto riguarda il weekend preso in considerazione. A seguirlo un film più consistente come “J. Edgar” di Clint Eastwood che si piazza secondo incassando 2.293.290 euro. Due film completamente diversi che ci portano ad un terzo posto ancora più distante, occupato da “Alvin Superstar 3 – Si salvi chi può”, con un guadagno di fine settimana pari a 2.236.699 euro. Siamo ancora dalle parti dell’animazione con la quarta posizione in cui troviamo “Il gatto con gli stivali” che registra un’entrata di 1.632.598 euro, per un totale che però ammonta a 15.205.077 euro. Ancora in ambito giocoso al quinto posto con “Sherlock Holmes: Gioco di ombre” con i mattacchioni Robert Downey Jr. e Jude Law che fanno portare a casa ai produttori ben 1.469.500 euro. I due cinepanettoni nostrani e cioè “Finalmente la felicità” e “Vacanze di Natale a Cortina”, si posizionano rispettivamente in sesta e settima posizione, guadagnando 818.201 euro e 817.974 euro. All’ottavo posto, invece, l’adolescenziale “Finalmente maggiorenni” che si assesta sui 517.566 euro. Per finire in coda alla classifica al nono posto abbiamo quello che è stato definito il cinepanettone americano e cioè “Capodanno a New York” con un incasso di 486.240 euro, mentre al decimo abbiamo l’impegnato e sofisticato “Le idi di marzo”, ultima fatica di George Clooney, che incassa 373.963 euro.

A regnare negli Usa, invece, è l’horror con “L’altra faccia del diavolo”, film a bassissimo costo che sulla scia di “Paranormal activity” si porta a casa un bel po’ di soldi, per la precisione 34.500.000 dollari. Si passa all’action che si piazza in seconda posizione con “Mission: Impossibile – Protocollo fantasma” che guadagna 20.500.000 dollari su un totale di ben 170.201.000 dollari. In terza posizione, resistono stoicamente i due mattacchioni di “Sherlock Holmes: Gioco di ombre” con 14.055.000 dollari di incasso. Scendendo dal podio troviamo al quarto posto il remake di David Fincher “Uomini che odiano le donne” che guadagna 11.300.000 dollari, seguito a ruota da “Alvin Superstar 3 – Si salvi chi può” con 9.500.000 dollari in entrata. Stranamente così basso, Spielberg si piazza al sesto posto con il suo “War horse” da noi ancora inedito che incassa 8.603.000 dollari. La commedia va sempre forte oltreoceano come dimostra la settima posizione de “La mia vita è uno zoo” con un guadagno di fine settimana pari a 8.450.000 dollari. Ancora Spielberg all’interno della stessa classicia, all’ottavo posto con il magico “Le avventure di Tin Tin” che resiste e incassa ancora 6.600.000 dollari. Così come per il nostro box office, anche in Usa la nona posizione è occupata da “Capodanno a New York” con un guadagno di 3.265.000 dollari. A chiudere il tutto ci pensa un vero e proprio thriller adrenalinico, “L’ora nera”, anch’esso da noi ancora inedito, che si mette in saccoccia solo, si fa per dire, 3.140.000 dollari.

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La talpa

REGIA: Tomas Alfredson
CAST: Gary Oldman, Colin Firth, Tom Hardy, Mark Strong, Ciaràn Hinds, Benedict Cumberbatch, Toby Jones, Jon Hurt, David Denick, Stephen Graham, Simon McBurney
ANNO: 2012

Un ex agente segreto britannico, George Smiley, durante la Guerra Fredda, viene incaricato da alcuni suoi superiori di scovare una talpa sospettata di fare il doppio gioco tra servizi segreti inglesi e sovietici. Dovrà investigare proprio tra i suoi ex-colleghi e cari amici, fino a scoprire l’identità sospetta.

Era stato prima trasposto come serial televisivo interpretato da Alec Guinnes negli anni ’70, il romanzo del grande scrittore di spy-story John le Carré. Adesso è stato trasposto per i grandi schermi in questa versione che lascia a bocca aperta in quanto a valore formale, estetico, narrativo e soprattutto registico da essa posseduto. Film di spionaggio solidissimo e avvincente fino all’ultimo minuto, “La talpa” affastella sequenze dal grande impatto visivo ed emotivo che vanno a mescolarsi ad altre più verbali ma comunque ricche di strategie politiche, alleanze e tradimenti, misteri e indizi da scoprire. L’osservazione, infatti, è uno degli elementi principali del film, sia da parte dello spettatore, extradiegeticamente parlando, sia da parte dei personaggi stessi del film, da un punto di vista diegetico. Del resto gli occhiali indossati perennemente da Gary Oldman sono un esempio lampante di questo, tanto che non li toglie nemmeno durante i suoi solitari bagni nel lago. In un’altra sequenza dal sapore estremamente poetico e delicatamente sentimentale (elementi che si ritrovano in maniera leggera e mai marcata in tutta la durata della pellicola, segnati da sguardi, piccoli gesti o frasi), il personaggio interpretato da Mark Strong parla dell’osservazione come della caratteristica peculiare degli uomini solitari, come sono quelli raccontati egregiamente in quest’opera, a partire ovviamente dal protagonista principale. Nonostante, infatti, la fitta rete di eventi, personaggi e rapporti interpersonali che compone questo grande puzzle narrativo, lo spettatore più attento, e ovviamente più osservatore per l’appunto, riuscirà a districarsi perfettamente, appassionandosi a ciascuna storia personale, ma soprattutto alla ricerca dell’identità della talpa.

Elementi decisamente rimarchevoli dell’opera sono, comunque, senza ombra di dubbio, la chirurgica e perfetta regia di Alfredson (al suo secondo lungometraggio dopo lo splendido “Lasciami entrare”, ma al suo primo lavoro in lingua inglese), che si muove egregiamente tra i grandi spazi e gli interni nei quali cattura dei primi piani imperdibili, soffermandosi poi su particolari anatomici di rilevante importanza come mani o piedi; la millimetrica sceneggiatura che non tralascia nulla e gioca abilmente tra passato e presente mostrando dei flashback al tempo stesso rivelatori ed emozionanti; e, infine, la recitazione complessiva di un cast da capogiro capeggiato da un Gary Oldman perfettamente sommesso e nostalgico, seguito dai commoventi Mark Strong e Tom Hardy, e condito da attori del calibro di Jon Hurt, Colin Firth, Benedict Caumberbatch (direttamente dal serial “Sherlock”), Stephen Graham (dal piccolo schermo di “Boardwalk empire”), Toby Jones, David Denick e Simon McBurney.

Da tenere d’occhio particolarmente tutta la sequenza che precede i titoli di coda, perché con la sola forza registica, senza far ricorso a dialoghi o voci narranti, riesce a raccontare un mondo decisamente particolare, con rigore e precisione, ma al tempo stesso con grande impeto. Notevoli anche numerose altre sequenze, che riescono a rimanere impresse, grazie ad un abile montaggio che le incastona in momenti altamente riflessivi, per poi lasciar spazio ad un’azione pur sempre realistica e decisamente poco fracassona. Spesso, infatti, è lo stesso efficacissimo montaggio ad assumere una potente forza narrativa, sostituendosi egregiamente alla parola, rendendo il racconto molto più maturo, poco immediato e mai banale. L’eleganza, la compostezza e lo stile, sono infatti i caratteri peculiari di questo film che comunque non lascia una sensazione di freddezza, riuscendo a comunicare un universo di sensazioni ed emozioni, difficilmente riscontrabile in questo genere di pellicole spionistiche, solitamente distanti da intense introspezioni psicologiche e racconti di profonda umanità. Insomma, la guerra è “fredda”, ma tutte le pedine che si susseguono nella partita decisiva (parlare di pedine tra l’altro non è affatto casuale come dimostra l’utilizzo delle stesse per contrassegnare i sospettati), nascondono una infinita sfaccettatura di toni e colori, così come viene splendidamente raccontato in questo coinvolgente, suggestivo e imperdibile film.

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Tim Burton e Steven Spielberg al lavoro su nuovi progetti?

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Stando a quanto afferma Deadline, il regista Tim Burton potrebbe essere al timone di un progetto molto particolare. Trattasi dell’adattamento cinematografico del romanzo di Ransom Riggs, intitolato “Miss Peregrine’s Home for Peculiar Children”. La 20th Century Fox avrebbe puntato gli occhi su Burton proprio perché la trama sembrerebbe su sua misura. Si tratta infatti di Jacob, un ragazzino che trova un messaggio del suo nonno defunto, il quale gli parlava di un posto dove ci sono dei bambini con molti poteri. Il messaggio lo spinge direttamente in un’isola vicino il Galles, dove Jacob scoprirà che gli abitanti non soltanto hanno dei poteri, ma sono anche pericolosi…

steven-spielberg-wikileaks

Passando al sito cinematografico Twitch, invece, abbiamo delle news circa i prossimi progetti del grande regista Steven Spielberg, che potrebbe occuparsi della direazione dell’epico “Gods And Kings”, incentrato sulla figura di Mosè, dalla sua nascita fino alla sua morte. La pellicola sarà divisa in episodi che riguarderanno soprattutto il ricevimento delle tavole coi comandamenti, la liberazione degli schiavi ebrei e quasi sicuramente la separazione del Mar Rosso. Insomma, se dovesse occuparsene Spielberg, potrebbe trattarsi davvero di uno dei più grandi film basati sulla Bibbia.

Coming soon – 6 gennaio 2012

Clint Eastwood stupirà tutti con il suo J. Edgar

Si parte con l’ennesimo sequel di una saga che sicuramente attirerà i più piccini: “Alvin Superstar 3 – Si salvi chi può“. Già il sottotitolo italiano ci dà da pensare…

Pare essere indirizzato a un target un po’ più adolescenziale “Finalmente Maggiorenni” (“The Inbetweeners Movie”), incentrato su quattro ragazzi che finalmente riescono a organizzare un viaggio a Creta con la speranza di rimorchiare un bel po’ di ragazze.

Ovviamente otterranno ben poco, come quasi sicuramente gli spettatori più esigenti. Un altro viaggio è quello di “Immaturi – Il Viaggio“, dal momento che si parla di quarantenni che si recano anch’essi in Grecia per fare il viaggio di fine maturità che non avevano mai fatto. Cambia il paese di produzione, dal momento che siamo in Italia stavolta, cambia l’età dei protagonisti, ma tutto sommato sembra di parlare dello stesso film…

Produzione italo-tedesca, il documentario “Italy: Love It Or Leave It” racconta della cosiddetta fuga di cervelli dal nostro paese e cerca in qualche modo di trovare ancora dei motivi per amare l’Italia. Potrebbe essere il momento giusto per trovare uno spiraglio di ottimismo, ammesso che ci sia…

A movimentare una settimana decisamente fiacca, però, ci pensa l’inossidabile Clint Eastwood che torna con l’attesissimo “J. Edgar“, incentrato sul fondatore dell’FBI e interpretato da Leonardo di Caprio nel ruolo del protagonista e da Naomi Watts, Armie Hammer, Judi Dench e Josh Hamilton. Non ci resta altro che correre al cinema insomma.

Altro documentario italiano, “Tutti Giù Per Aria” racconta invece della vertenza Alitalia avvenuta nel periodo 2008-2009. In tempi di crisi non è proprio il massimo per tirarsi su, però potrebbe essere un’occasione per aprire gli occhi su una delle tante pagine della nostra storia recente.

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