My blueberry nights – Un bacio romantico

REGIA: Wong Kar-wai

CAST: Norah Jones, Jude Law, Rachel Weisz, David Strathairn, Natalie Portman
ANNO: 2007

TRAMA:

Elizabeth scopre che l’amore della sua vita la tradisce con un’altra donna. A fargli la sconcertante rivelazione il barista Jeremy, col quale comincia a confidarsi facendo nascere una platonica amicizia che viene troncata dalla partenza della ragazza, prima che diventi qualcosa di più. Elizabeth, infatti, decide di viaggiare per diversi stati americani alla ricerca di una nuova identità e soprattutto per dimenticare il suo dolore. Lungo il cammino, numerose le conoscenze che le cambieranno la vita: un poliziotto alcolizzato, la moglie che l’ha abbandonato e una piccola seducente giocatrice d’azzardo.




ANALISI PERSONALE

Dopo l’indimenticabile e insuperabile In the mood for love e lo straordinario 2046, da Wong Kar-wai ci si aspetta sempre il capolavoro estremo e se non lo si ottiene si rimane indelebilmente delusi, anche se ci si trova davanti ad un prodotto di valore. E’ questo il caso di My blueberry nights, prima incursione americana del regista, che non riesce a raggiungere le vette poetiche dei suoi precedenti lavori, ma che ha non pochi pregi (ma ci sono anche dei difetti), primo su tutti l’altissimo livello di recitazione e la straordinaria fotografia che ci mostra le bellezze dell’America (lunghe strade sconfinate, casinò, tavole calde, locali notturni e via dicendo) immergendole in colori dalle tinte fortissime che riscaldano i cuori e riempiono gli occhi. My blueberry nights, non è, quindi, un capolavoro, ma avrebbe potuto esserlo se si fosse avvalso di una sceneggiatura migliore e soprattutto di un minor uso del ralenty (punto di forza di numerose pellicole del regista, prima su tutte la succitata In the mood for love, dove rappresentava forse il maggior elemento di potenza emotiva e narrativa) che se per certi versi risulta essere funzionale al racconto (soprattutto all’interno del bar di Jeremy e nel rapporto tra lui e la giovane tradita Elizabeth), per altri appare estremamente gratuito e senza senso. Meno ralenty e più coerenza espositiva e si sarebbe sfiorato il risultato massimo. Non sempre si può pretendere la perfezione, ma non per questo è lecito disprezzare una pellicola, che se pecca di qualche ingenuità e di non pochi stereotipi tipici dei road-movies americani, dove si parte e dopo numerose peripezie si ritorna più cresciuti e consapevoli di prima; ci regala alcuni momenti di alto, anzi di altissimo cinema. Un inizio e una fine, ambientati nel bar di Jeremy e incentrati sul rapporto tra lui ed Elizabeth, che regalano non pochi brividi e che sono costruiti con una maestria non indifferente e con la solita attenzione del regista per gli oggetti e per l’importanza che essi hanno nello svolgersi dei rapporti umani: un mazzo di chiavi, una torta ai mirtilli avanzata, una telecamera rotta, una porta che non si apre fino in fondo. Se il film si fosse svolto interamente all’interno del bar continuando sulla falsariga di quei primi momenti superlativi, nessuno avrebbe potuto trovare un difetto alla pellicola. Volendo, invece, incentrare l’attenzione sulla cantante Norah Jones e sulla crescita formativa del personaggio che interpreta (discretamente tra l’altro), il regista è incappato in alcune difficoltà che si sono materializzate in sottotrame poco convincenti, anche se magistralmente interpretate, che sfiorano il luogo comune del dispiacere per arrivare al piacere, delle delusioni per arrivare alla felicità, dei rapporti d’amore spezzati (tra un uomo e una donna, tra un padre e una figlia) che insegnano ad apprezzare la propria vita e via dicendo.

Stilisticamente Kar-wai non delude e sicuramente non deluderà mai. Primi piani che bucano lo schermo (straordinari quelli delle bellissime e sensualissime Weisz e Portman); carrellate che ci mostrano particolare dopo particolare la totalità della scena; colonna sonora estremamente fine e raffinata; un trattamento del tempo, ma soprattutto dello spazio, che stupiscono per eleganza ed efficacia; una direzione degli attori determinante ai fini della riuscita della messa in scena (ad emozionare più di tutti è lo scapigliato Jude Law nel ruolo del barista con una storia profonda dietro, che conserva le chiavi dei suoi avventori e che tenta disperatamente di rispondere alle cartoline di Elizabeth). Non mancano i richiami al grande capolavoro del regista, come lo Yunjin’s theme che arriva ad avvolgere i due protagonisti principali in un dolcissimo ed emozionante abbraccio e, soprattutto, non manca l’emozione e il coinvolgimento dello spettatore che rimane affascinato dalla sensualità delle protagoniste femminili e dal romanticismo che permea quasi ogni singolo fotogramma.
Tre gli incontri fondamentali che Elizabeth fa durante il suo viaggio: Arnie (il fenomenale David Strathairn) poliziotto di giorno ed ubriacone di notte, ossessionato dal ricordo di una moglie che l’ha abbandonato e con la quale vorrebbe a tutti i costi poter tornare; Sue Lynne (la sensualissima e disperata Rachel Weisz) l’ex-moglie di Arnie che desidera sopra ogni cosa essere lasciata in pace e, infine, Lesile (una straordinaria Natalie Portman) incallita giocatrice d’azzardo con un rapporto di amore-odio verso un padre che non vede da tempo. Elizatbeh imparerà da loro, ma insegnerà anche loro, come in ogni viaggio formativo che si rispetti, ma alla fine capirà che è tempo di tornare al punto di partenza, da quell’amico che non ha mai smesso di pensarla e al quale non ha mai smesso di pensare e dalla sua amata e bistrattata torta ai mirtilli con gelato alla panna.

Un finale da batticuore quello di My blueberry nitgts (stupidamente e banal
mente tradotto in Un bacio romantico), che comincia con l’incontro dei due a distanza di un anno e culmina con un meraviglioso bacio suggestivo e poetico, estremamente intenso sia dal punto di vista visivo che dal punto di vista emozionale. Kar-wai ha fatto e sa fare di meglio, ma lo si ringrazia comunque per il suo cinema sempre ottimo e di qualità, che non risparmia, attraverso storie dal forte sapore melò, le forti sensazioni e le trepidazioni del cuore e dell’anima.

VOTO: 7,5/8


 



CITAZIONE DEL GIORNO

"Lei e’ l’uomo sbagliato, nel momento sbagliato, nel posto sbagliato". "La storia della mia vita!". (John McLane (Bruce Willis) in "Die Hard 2 – 58 minuti per morire")



LOCANDINA

Eraserhead

REGIA: David Lynch

CAST: Jack Nance, Charlotte Stewart, Allen Joseph, Jeanne Bates, Jean Lange, Laurel Neal, Judith Anna Roberts, Jack Fisk, Thomas Coulson, John Monez, Darwin Joston, Neil Moran
ANNO: 1977

TRAMA:

Henry Spencer è un uomo psicologicamente labile che vive nei bassifondi e che sopporta stoicamente la sua posizione. Quando va a trovare la fidanzata che non vedeva da tempo, l’epilettica Mary, scopre che questa ha partorito prematuramente un feto mostruoso ed è costretto a sposarla. Solo che il figlio ha problemi di salute e sua madre disperata dai continui pianti lo abbandona per tornare a casa. Henry è lasciato solo ad occuparsene, cosa che gli procurerà non pochi squilibri mentali.

 




ANALISI PERSONALE

Se ancora non ne fossimo stati sicuri al 100%, questa pellicola ce ne da la conferma: David Lynch è un pazzo, e che pazzo! Senza il suo tocco allucinante e folle, il cinema non sarebbe lo stesso. Sarebbe un po’ come fare a meno di una parte di noi, quella più irrazionale, più nascosta e repressa, ma non per questo più debole. Il regista, con questo suo primo “parto” difficile e sofferto, ci mostra forse quali sono le sue paure più recondite e i suoi dolori nascosti (appare lampante il richiamo alla sua vera esperienza con la prima moglie, con la quale viveva nei bassifondi…). E’ inutile stare a cercare di raccontare linearmente la trama e gli avvenimenti di questa pellicola, anche perché sono assolutamente ininfluenti. Così come inutile è stare a cercare di decifrare tutte le sconcertanti immagini che ci vengono mostrate o tutti i messaggi nascosti o meno nei vari personaggi, negli oggetti, nei suoni e via dicendo. “Un sogno di cose oscure e inquietanti”, ecco qual è l’autodefinizione che Lynch ha dato della sua prima opera. E in effetti, è difficile non rimanere impressionati e quasi shockati dal delirio che minuto dopo minuto prende forma sullo schermo. I nostri occhi e la nostra mente vagano da una scena all’altra sempre più sconcertati e increduli, ma comunque attenti e affascinati soprattutto. Se alcune visioni appaiono a dir poco disturbanti, la condizione di Henry che scivola sempre più in una spirale di ossessioni e di sogni a dir poco angosciosi è quasi condivisibile. Il pover’uomo, già di per sé problematico perché alienato dal resto della società, è chiamato a sopportare delle situazioni eccessivamente estreme. La cena a casa dei genitori di Mary è il preludio di una serie di sempre più spaventose e insopportabili esperienze. Durante il pasto, la madre di Mary viene colta da un attacco epilettico, il pollo posto nel suo piatto comincia a sanguinare a fiotti e a muoversi meccanicamente, la nonna completamente immobile fuma una sigaretta senza prenderla mai in mano, il padre di Mary continua a sorridere enigmaticamente e alla fine gli viene fatta anche la rivelazione sconcertante: Mary ha partorito prematuramente un feto che si stenta a credere possa essere un bambino, quindi Henry è costretto a sposarla e a portarla con sé nella sua misera e piccola stanza. All’inizio sembra andare bene, Mary si occupa del suo “mostriciattolo” (che è un misto tra una rana ed E.T.) ma ben presto questi si rivela malato e non fa altro che piangere disturbando il sonno dei suoi genitori. Mary disperata allora abbandona figlio e marito e torna a casa sua. Henry tenta di abbandonare il suo bambino, ma questi ogni volta che suo padre si avvicina alla porta comincia a strillare a più non posso. Quindi l’uomo tenta, come può, di aiutare il piccolo essere (che se all’inizio crea disgusto, col passare del tempo fa quasi tenerezza), ma nel farlo scivola sempre più nell’oblio della follia.

 

Comincia ad umanizzare gli oggetti attorno a sé: dal termosifone prende vita una donna sfigurata in volto (con le guance estremamente gonfie) che canta su un palco un motivetto che inneggia alla bellezza del Paradiso, mentre è intenta a schiacciare la testa a delle larve schifose; da un vaso raccoglie una sorta di vermiciattolo che appare più vivo di suo figlio; va a letto con la vicina di casa e durante l’atto sprofondano in una tinozza contenente un liquido bianco non ben identificato; durante un altro sogno la sua testa si stacca dal suo corpo e viene sostituita da quello di suo figlio; la stessa testa va a finire ai piedi di un bambino che la vende ad una fabbrica che la usa per fabbricare gomme da cancellare; il feto mostruoso alla fine si trasforma in qualcosa di davvero orribile e spaventoso e via dicendo…Di questo genere di visioni il film è pregno e si riesce a rimanerne contemporaneamente impressionati e suggestionati anche grazie alla visionarietà che il regista è riuscito ad immettere nella sua pellicola, resa anche tramite una fotografia molto particolare e da una colonna sonora che ci “opprime” con una serie di incessanti suoni stridenti che non fanno altro che accrescere il livello di disturbo e di angoscia creato dalle immagini.
Il film comincia facendoci immergere immediatamente nel clima fantastico e surreale che contrassegna tutto il resto della pellicola, dato che la prima immagine che ci viene mostrata è proprio quella della testa del protagonista (contrassegnata da una capigliatura molto singolare, come quella del regista: sarà un caso?) che fluttua su una specie di pianeta e subito dopo quella di una specie di macchinista completamente pieno di cicatrici che muove un non ben identificato marchingegno. Lo stesso macchinista farà la sua comparsa alla fine della pellicola e degli incubi di Henry, mostrandoci la sua incapacità a governare ancora la sua macchina (che è molto probabilmente il pianeta sul quale si andava a posare la testa di Henry) che si sfalda sotto i suoi (e i nostri) occhi. Ad Henry, quindi, non rimane altro che lasciarsi andare in una danza onirica con la donna deformata…La pellicola porta con sé tutta la potenza e la comunicatività espressiva delle immagini e dei suoni, così come pochi film sono riusciti a fare (tra cui gli stessi successivi del regista, compreso anche uno dei telefilm più belli della storia e cioè Twin peaks), anche grazie alla quasi totale assenza di dialoghi tra i protagonisti, dialoghi che per fortuna non sono stati doppiati nella versione italiana. Eraserhead non è un film per tutti, dato che è completamente antinarrativo, estremamente impressionante e quasi fastidioso, con alcune sequenze al limite della sopportabilità (soprattutto quella finale del feto che
comincia a secernere una sostanza disgustosa), ma che contribuiscono a mettere sotto la lente d’ingrandimento le nostre inquietudini e le nostre angosce più recondite, riuscendo quindi in quello che molto probabilmente era l’intento del regista nel quale quasi sicuramente si riscontrano caratteristiche simili ad Henry: l’alienazione, la visionarietà, una potente immaginazione e una sorta di incapacità di esplicare linearmente e comprensibilmente gli stati d’animo e le emozioni.

VOTO: 8,5/9

 




CITAZIONE DEL GIORNO

Come si fa a fidarsi di uno che porta insieme cinta e bretelle, di uno che non si fida nemmeno dei suoi pantaloni? (da "C’era una volta il West")



LOCANDINA


 

I padroni della notte

REGIA: James Gray

CAST: Joaquin Phoenix, Mark Wahlberg, Robert Duvall, Eva Mendes
ANNO: 2007

TRAMA:

Bobby Green, libertino amante della droga e delle donne, gestisce una discoteca nella quale ci sono traffici illeciti, senza batter ciglio. Suo fratello e suo padre sono rispettivamente il vice e il capo della polizia di New York e stanno indagando su un giro losco di un russo che frequenta il suo locale e che è il nipote del padrone. Quando gli chiedono di collaborare per incastrarlo e lui si rifiuta, il mafioso cerca di fare fuori Joseph, il fratello di Bobby, per via di una sua irruzione nella discoteca del fratello. Da questo momento in poi, il cocainomane gestore di discoteca si trasformerà in un infiltrato della polizia per vendicarsi dell’uomo che ha quasi tolto la vita a suo fratello, ma metterlo nel sacco non sarà così facile e comporterà numerosi sacrifici. 

 




ANALISI PERSONALE

Il tema della famiglia sta diventando un chiodo fisso per i registi americani, forse perché il loro paese, così come tutti gli altri del resto, sta vivendo un periodo di perdita dei valori più importanti e fondamentali. Cercando di fare il percorso inverso a quello dei registi che in quest’ultimo periodo hanno raccontato il disfacimento e la disgregazione totale di questo valore (vedasi il più recente Onora il padre e la madre), James Gray, tenta con la sua ultima fatica di raccontare la persistenza e la difesa a tutti i costi di questo ideale che è la famiglia, per difendere e vendicare la quale, persino una sorta di delinquente si trasforma in un eroico poliziotto vendicatore.
Un canonico poliziesco dove si snodano le solite tematiche del genere: confronto tra bene e male, mafia e giri di droga, vendette personali e non, donne da difendere a tutti i costi e via dicendo. Evitando improponibili paragoni con registi del calibro di Scorsese o Frankenheimer, si può riuscire a godere di questa pellicola che non aggiunge e non toglie niente alle precedenti produzioni dello stesso genere, ma che riesce ad intrattenere grazie ad alcuni elementi davvero apprezzabili, primo su tutti la recitazione dell’attore protagonista, Joaquin Phoenix che contribuisce a rendere particolare un personaggio che soffre di non pochi difetti e il grande Robert Duvall, forse il personaggio più riuscito della pellicola, che si allontana dalla banalità e che regala l’interpretazione migliore della pellicola. Tutti gli altri protagonisti e tutte le varie situazioni, molto spesso cadono nello stereotipo e nell’incoerenza, soprattutto la protagonista femminile che non viene aiutata nemmeno dalla sua
interprete, Eva Medes che recita con le gambe, per usare un eufemismo; ma anche il fratello poliziotto ligio al dovere ed eroico, interpretato dal sottotono Mark Wahlberg, che ci aveva abituati benissimo con intense interpretazioni come quella di The departed, film  ingiustamente paragonato a questo I padroni della notte, discreta pellicola che però non regala le stesse emozioni.
Anche qui abbiamo due protagonisti principali che rappresentano a vicenda il bene e il male e che nel corso della pellicola incrociano le loro strade scambiandosi i ruoli, ma le somiglianze finiscono qui.

James Gray, autore anche della sceneggiatura, sovraccarica i dialoghi rendendoli a tratti quasi ridicoli e riempiendoli di ovvietà, esaspera le situazioni, acutizza eccessivamente i gesti: il duro e fin troppo libertino protagonista dopo il suo fulmineo cambiamento interiore ed esteriore, comincia a piangere ogni cinque minuti, abbraccia ripetutamente padre e fratello e via di questo passo, come se questi fossero gli unici modi per comunicare un cambiamento interiore causato dal sentimento di appartenenza ad una famiglia che si era lasciato alle spalle per sentirsi indipendente e libero di esprimere la sua personalità ribelle.
Ma se si tralasciano considerazioni troppo dure ed esigenti su questo genere di cliché, in cui è facile cadere quando si ha a che fare con un film di genere, si può rimanere soddisfatti da alcuni aspetti davvero molto interessanti e ben confezionati, come ad esempio la bellissima colonna sonora che ci trascina a forza nel periodo in cui si svolgono i fatti e cioè la fine degli anni ’80, un’ambientazione notturna molto elegante ed affascinante che fa da sfondo alle inquietudini dei due fratelli diversi ma uniti, lontani nel modo di vivere ma vicini nel cuore e una regia a cui non si può rimproverare nulla e che ci regala alcune delle sequenze migliori viste ultimamente al cinema, in primis il super-citato inseguimento in soggettiva sotto la pioggia che inchioda alla poltrona, ma anche l’assalto alla raffineria che non risparmia allo spettatore qualche brivido e l’ultimo inseguimento finale ricco di suspance anche perché ambientato tra le altissime fronde di un campo erboso. Interessantissimi poi i primi 15-20 minuti che fanno quasi sperare in un capolavoro e che poi però, sfortunatamente, non
vengono seguiti da altrettanto fascino e  validità. I difetti, quindi, sono tutti nella sceneggiatura e nella scarsa valorizzazione di quelli che avrebbero potuto essere gli elementi di forza delle pellicola.
Il finale risulta alquanto deludente anche perché non solo è affrettato e retorico, ma è soprattutto estremamente irreale (com’è possibile che il protagonista faccia quello che fa davanti a tutti i poliziotti senza che questi tentino di fermarlo e, anzi, viene addirittura premiato?), ma lascia con un interrogativo sospeso che è anche fonte di riflessione: il bene trionfa sempre? E se si, a che prezzo, con quali sacrifici?

VOTO: 6,5/7

 




CITAZIONE DEL GIORNO

"Prima che tu muoia, c’è una cosa che dovresti sapere di noi, Stella Solitaria…". "Che cosa?". "Sono stato il primo compagno di stanza del cugino del nipote del fratello di tuo padre". "Uh… Che comporta per noi?". "Assolutamente niente!". (Rick Moranis in "Balle Spaziali")



LOCANDINA


 

La banda

REGIA: Eran Korilin

CAST: Sasson Gabai, Ronit Elkabetz, Saleh Bakri, Khalifa Natour
ANNO: 2007

TRAMA:

Otto componenti della banda musicale della polizia di Alessandra d’Egitto, devono andare a fare un concerto in una cittadina israeliana. Purtroppo però all’aereoporto di Tel Aviv non trovano nessuno ad attenderli e quindi devono sbrigarsela da soli. Il più giovane della banda si rivolgerà alla bigliettaia degli autobus e un po’ per la sua proverbiale piacioneria, un po’ per la difficoltà con la lingua, comprerà i biglietti per un paese piuttosto che per un altro. Una volta giunti a destinazione, quella sbagliata, i musicisti si troveranno a doversi confrontare con una realtà completamente diversa dalla loro.

 




ANALISI PERSONALE

Ce ne fossero di più di pellicole così eleganti e delicate che riescono ad emozionare a far riflettere e sorridere contemporaneamente, senza risultare sconclusionate o approssimative. Con un tocco a dir poco delicato e grazioso il regista riesce a raccontare l’incontro di due civiltà nettamente in contrasto tra loro, senza scadere nel politico e senza indugiare sulle diversità e le divergenze. Il confronto tra egiziani e israeliani avviene invece su un campo da gioco nettamente diverso che è quello delle singole personalità che si incrociano, dei piccoli e grandi drammi che vengono a galla durante il fuggevole ma intenso contatto che ciascun componente della banda ha con gli abitanti dello sperduto paese nel quale capitano per caso. Il tutto, imbevuto in un’atmosfera misurata e amena che fa da sfondo ad un grande messaggio sulla diversità e su come questa non sia un ostacolo nell’esplicazione dei rapporti umani, bensì una sorta di ponte da attraversare per unirsi e venirsi incontro. Sembrerebbe la solita trita e ritrita tiritera sulla fratellanza e sulla pace, ma in realtà si tratta di una ben più profonda analisi sull’umanità intera (quella egiziana e israeliana in particolare, ma avrebbe potuto essere incentrata anche su francesi e tedeschi o italiani e russi e via dicendo senza che il risultato finale cambiasse), che con un’ampia dose di ironia e di comicità davvero molto particolare ci regala dei bellissimi momenti di intense emozioni scaturite da uno sguardo, una carezza, un bacio e di sincere risate per un ragazzo impacciato che non sa come conquistare una donna o per una cena imbarazzante che si trasforma in una sorta di concerto a cappella.
Ogni componente della banda si ritroverà a passare del tempo con i cittadini dello sperduto paese
immerso in una specie di deserto. Il capo Tewfiq (il malinconico Sasson Gabai) passerà una serata intera fuori con la padrona dell’unico ristorante della città, Dina (la sensuale Ronit Elkabetz), che si offrirà poi di ospitare per la notte lui e il ragazzo della banda. Quest’ultimo, in cerca di divertimento uscirà con un ragazzo timido e impacciato che lo porterà a visitare la città, insieme ad alcuni amici, una coppia ormai collaudata, e una ragazza che sembra avere degli interessi per lui. Gli altri ceneranno in casa di una famiglia davvero molto particolare con la quale sarà difficile entrare in sintonia. Ognuna di queste persone, nel loro incontro, racconterà un pezzo di se stessa, scambiandosi esperienze ed emozioni e riuscendo a trovare una via di comunicazione universale: la musica. E’ infatti tramite di essa che i protagonisti di questo film riescono a trovare un punto di incontro e a sfondare il muro della diversità.

 

 

Quando durante una cena, cade l’imbarazzo perché non ci si capisce a causa di una lingua e di una cultura diversa, basta intonare le strofe della struggente Summertime per entrare tutti in sintonia e proseguire la serata tranquillamente e serenamente; quando si vuole esprimere un’emozione ad una persona vicina ma così lontana o lontana ma così vicina, non si deve far altro che dedicargli una canzone o comunicare a gesti la sensazione che si prova nel dirigere un’orchestra; quando vogliamo conquistare un esponente dell’altro sesso non serve far altro che sfoderare la propria passione per Chet Baker e la sua romantica My funny Valentine. La musica come linguaggio universale, quindi. Un linguaggio che affascina, emoziona, seduce, ma soprattutto unisce. Ma non è l’unico. Universale può essere anche un altro linguaggio che è quello del cinema e infatti l’affascinante Dina, confessa all’amico egiziano di essere cresciuta con il mito del cinema del suo paese, col mito di Omar Shariff; e ancora più universale, forse anche di più è il linguaggio dell’amore tant’è che per esprimere cosa si prova durante un rapporto sessuale con una donna, non serve parlare in inglese, ma comunicare nella propria lingua giungendo a farsi comprendere da un interlocutore straniero grazie all’intensità della voce, della luce negli occhi, delle pieghe del viso.
Il risultato finale è sicuramente ottimo anche grazie ad una sceneggiatura che abilmente riduce all’osso dialoghi inutili e strabordanti per concentrarsi su un gioco di sguardi e di gesti e una regia molto particolare che alterna primissimi piani a campi lunghi, non risparmiandosi inquadrature singolari (bellissima quella dei due componenti della banda che guardano lo schermo all’aereoporto), carrellate orizzontali che mostrano la desolazione del paese e che denotano una certa padronanza della macchina da presa. La pellicola colpisce per la sua intelligenza che si esplica anche in autoironia (“Non c’è cultura. Né israeliana, né araba. Non c’è proprio cultura”, dice Dina ai componenti della banda spaesati) e in alcuni momenti in aperta e deliziosa comicità come nella scena alla sala di pattinaggio nella quale il componente più giovane della banda cerca di insegnare al suo compagno di serata come conquistare la donna che gli interessa, dandogli prima un fazzoletto, poi una bottiglietta di liquore o posando le sue mani sulla gamba e sulla spalla per fargli comprendere come approcciarsi al gentil sesso. Persino in un paese dove si può trovare un parco, solo facendolo nascere con la fantasia da una panchina circondata dal nulla, i vari personaggi che si muovono all’interno di questa pellicola riusciranno a divertirsi e soprattutto ad imparare qualcosa, per poi giungere ad un finale lieto e tranquillizzante, che ci lascia però con un graditissimo velo di malinconia.

La banda è uno straordinario incontro tra due culture che non mette in ballo assolutamente le diversità e le divergenze ma che gioca sui piccoli o grandi drammi personali, ironizzando delicatamente e deliziando la vista e le orecchie con dei colori romantici (fantastiche le divise dei componenti della banda e interessante la fotografia molto naturale) e delle note affascinanti (la canzone jazz israeliana è davvero straordinaria). Un film ingiustamente passato in sordina durante le feste pasquali che merita di essere valorizzato e promosso in quanto costituisce un esempio di ottimo e interessantissimo cinema.

appella. pacciato che non sa come conquistare una donna o su una cena imbarazzante che si trasforma in una sorta di concerto a VOTO: 8,5

 




CITAZIONE DEL GIORNO

Stare sulla corda è vita. Tutto il resto è attesa. (Roy Scheider in "All that Jazz")



LOCANDINA


7 film – 1 persona

Copiando l’idea a vari amici cineblogger, ho deciso di tracciare un mio profilo psicologico (se così vogliamo chiamarlo) ripercorrendo la mia personalità attraverso alcune pellicole le cui tematiche o caratteristiche si possono dire affini alle mie (ma 7 film non bastano per la mia personalità estremamente sfaccettata…):


Il cielo sopra Berlino: anche io come Bruno  Ganz/Damiel vorrei poter assaporare tutte le emozioni e le sensazioni che questa vita ci può offrire e che non siamo mai in grado di cogliere nella loro totalità, presi come siamo da impegni, doveri, incombenze e quant’altro. Mi sento in Paradiso, quando riesco a godere appieno di tutti i sapori, gli odori, i colori, le bellezze naturali e non che mi circondanno; provo piacere nel contatto con la gente e sarei pronta a rinunciare anche a delle ali, per poter continuare a vivere in questo mondo.

Quarto potere: nel mio piccolo sono una sorta di Orson Welles/Charles Foster Kane e cioè ambiziosa, egoista, piena di sè, non del tutto capace di concedersi totalmente agli altri e di amare nel vero senso della parola e cioè incondizionatamente (salvo rarissimi casi), desiderosa di affermarmazione personale e sociale e pronta a tutto (nel limite del consentito dalla legge ovviamente :P ) per riuscirci. E poi qui si parla di giornalismo, quindi diciamo che giochiamo in casa.


Il pasto nudo: pur non essendo omosessuale e non utilizzando nessuna sostanza stupefacente di alcun tipo, mi sento molto vicina a Peter Weller/Bill Lee con cui condivido un’affannosa ricerca di un’identità ben precisa e di un posto nella società dalla quale mi sento cosa distinta e separata ma con cui mi piacerebbe entrare in sintonia (o ancora meglio che essa entrasse in sintonia con me). Molto spesso la gente che mi circonda mi sembra come gli extraterrestri o gli schifosissimi mostriciattoli che Bill incontra nel suo cammino e soprattutto, così come lui armato della sua Clark Nova tenta di trovare non solo un’identità di persona ma anche di artista e di scrittore, anche io armata col mio pc cerco di esprimermi e di mettere tutta me stessa non solo nelle mie recensioni e nei miei articoli, ma anche in romanzi, racconti, in tutto ciò che si può scrivere insomma.

Fight club: come dicevo prima, la mia personalità non è solo doppia, ma multipla (nel senso buono del termine, non è che sono una psicopatica eh? :P ). La dualità è molto presente in me, anche se vorrei che non ci fosse, ma a volte mi sento quasi costretta ad amalgamarmi e assimilarmi agli altri per sopravvivere, anche se questo castra quella che è la mia vera persona. Nel mio profondo sono una Brad Pitt/Tyler Durden (non perchè sono violenta, attenzione…), ma la maggior parte della gente mi conosce come una Edward Norton. Alla metodicità e schematicità della mia vita mi piacerebbe molto poter contrapporre una totale libertà intellettuale, emotiva, sentimentale e via dicendo…

Taxi driver: la solitudine è la mia compagna preferita. Nonostante io non disdegni affatto la compagnia e a volte la cerchi anche affanosamente, credo di stare veramente bene solo con me stessa e con i miei pensieri. Così come Robert De Niro/Travis Bickle ho un rapporto di amore-odio con il resto dell’umanità e così come lui mi sento rifiutata da essa, che accetta solo una facciata delle tante che compongono la mia persona. Non ho un buon rapporto col mondo della politica, anche se non organizzerei mai un attentato ai danni di qualche esponente, nonostante ce ne siano di meritevoli in questo senso, e (anche se a dire il vero non ne ho subiti tanti) rimango molto delusa dai rifiuti, di qualsiasi genere, amorosi e non.


Otto e mezzo: quando sono sottoposta a pressioni di qualsiasi tipo non dò proprio il meglio di me. Non mi sento a mio agio con le scadenze e con le incombenze e così come Marcello Mastroianni/Guido Anselmi comincio quasi a perdere la ragione se mi si pongono dei limiti o mi si impongono determinate scelte piuttosto che altre. Mi è capitato di non riuscire a portare a termine determinati impegni più o meno importanti e di sentirmi estremamente in colpa per questo, ma una volta raggiunta la meta, anche se in ritardo, mi sento doppiamente soddisfatta del risultato e il senso di colpa scivola via…


Eternal sunshine of the spotless mind: se Jim Carrey/Joel e Kate Winslet/Clementine dovevano rivolgersi alla Lacuna inc. per farsi cancellare la memoria e i ricordi, io posso dire di fare un bel lavoro da sola. Sono una smemorata cronica e inguaribile. Dimentico date, ricorrenze, festività (compreso il mio compleanno) e la maggior parte delle volte se non mi avvertono di che ora, giorno, mese, anno sia, io da sola non saprei dirlo. Come se non bastasse, quando indugio in ricordi infantili, adolescenziali, antichi o meno antichi, così come per i due protagonisti di questo film, anche io salto sconclusionatamente da un evento all’altro senza forse neanche rendermene conto: un secondo prima sono lì che a 10 anni gioco col mio cagnone Peggy e un secondo dopo ho 15 anni sono sul balcone di casa mia a baciare per la prima volta quello che è il mio attuale fidanzato; oppure in un attimo passo dal cadere divertendomi come una matta sulla neve nell’ immenso giardino della mia casa d’infanzia ad affacciarmi malinconica alla finestra della bellissima casa antica della mia adolescenza. Per fortuna la memoria mi assiste in momenti importanti quali esami universitari e affini, visto che altrimenti non si spiegherebbe come io faccia ad andare all’università o anche solo a scrivere tutto quello che scrivo.


Di altri esempi ce ne sarebbero a centinaia, ma purtroppo me ne sono concessi solo 7. Un’altra mia caratteristica è proprio quella di non avere il dono della sintesi e di non riuscire a circoscrivere a pochi elementi, quelli che sono i miei interessi, i miei gusti, le mie peculiarità e via dicendo. Avrei potuto inserire ad esempio il film L’arte del sogno (proprio perchè a volte mi credo delle vere e proprie vite parallele che sono talmente vivide e ben immaginate e studiate, da sembrare quasi realmente vissute), ma l’hanno fatto già in troppo colleghi cineblogger e quindi ho voluto evitare la ripetizione.

Pallottole su Broadway

REGIA: Woody Allen

CAST: John Cusack, Dianne Wiest, Jennifer Tilly, Chazz Palminteri, Mary-Louise Parker, Jack Warden, Joe Viterelli, Rob Reiner, Tracey Ullman, Jim Broadbent
ANNO: 1994

TRAMA:

New York, anni ’20. L’autore teatrale David Shayne ha scritto una nuova commedia che per poter andare in scena necessita del denaro di un boss mafioso che pretende che la sua donna abbia una parte nella rappresentazione. David, costretto a scendere a compromessi, si rallegra per la presenza della grandissima attrice Helen Sinclair, ma durante le prove sorgono dei problemi con la guardia del corpo della donna del mafioso…

 




ANALISI PERSONALE

Woody è sempre Woody. Anche se non appare davanti alla telecamera, possiamo intuire e ravvisare la sua personalità nei protagonisti che di volta in volta sceglie per interpretare se stesso, o una parte di se stesso. In questo caso abbiamo John Cusack, che sicuramente non regge il confronto con il mitico Allen, ma che riesce a modo suo a dar vita a tutte le sue manie, le sue idiosincrasie, il suo modo di essere che tutti, o perlomeno coloro che lo apprezzano, conoscono e amano. Questa volta il regista mette in scena una storia dai sapori ganster, che è ovviamente una parodia del genere, ma che si rivela poi essere soprattutto un apologo sul teatro, sull’arte, sul mestiere dell’autore e dell’attore e particolarmente sul talento e su come questo sia una cosa innata e naturale che non si può acquistare col tempo, nonostante gli sforzi e la volontà, ma che si possiede sin dalla nascita, così come dimostrano le rocambolesche vicende del povero David che desidera con tutte le forze essere un buon autore teatrale, ma che non ha il guizzo, il genio, la naturale disposizione insomma. E’ questo l’unica differenza tra il David Shayne/John Cusack di Pallottole su Broadway e il Woody Allen che conosciamo, che al contrario del suo “doppio”, di talento e di inventiva ne ha molti e da vendere.

David Shayne (un perfetto John Cusack) ha scritto una nuova commedia e spera di riuscire a portarla sui palcoscenici di Broadway. A finanziarlo arriva un noto mafioso della zona, Nick Valenti (il caratteristico Joe Viterelli), che però in cambio pretende che la sua donna Olive (la sgallettata Jennifer Tilly) reciti una parte nell’opera. Olive è un’attrice pessima, ha una voce orrenda e si comporta come un’ochetta, ma David è costretto ad affidarle una parte importante, seppur minore, quella di una psicologa. Mentre si dispera per essere sceso a compromessi, gli viene la felice idea di chiedere di interpretare il ruolo della protagonista, alla grande attrice Helen Sinclair (la favolosa Diane Wiest che fu giustamente premiata con l’Oscar), che però da almeno tre anni non è più sulla cresta dell’onda a causa dei suoi problemi con l’alcool. La donna, inizialmente riluttante, alla fine accetta anche perché il suo agente le fa capire che le converrebbe ritornare sulle scene prima che venga dimenticata del tutto dal pubblico. A completare il cast della commedia arrivano il famoso Warner Purcell (Jim Broadbent) che ha seri problemi col cibo e una strampalata attrice perennemente accompagnata dal suo cagnolino alquanto fastidioso. I componenti di questo inusuale cast faticheranno ad entrare in sintonia, ma alla fine riusciranno ad amalgamarsi anche grazie agli accorgimenti di Cheech (il mitico e straordinario Chazz Palminteri), la guardia del corpo di Olive, che presenzierà a tutte le prove e che di volta in volta darà dei suggerimenti per migliorare il copione. Inizialmente David si opporrà agli interventi di Cheech, perché si rifiuta di ricevere suggerimenti da parte di un ignorante della materia, ma pian piano scoprirà che la guardia del corpo mafiosa, sa scrivere meglio di lui, ha delle idee migliori delle sue, ha un’innata predisposizione per il teatro e ha una fantasia e un’inventiva davvero inusuali. Di nascosto ai suoi attori e alla sua fidanzata Ellen, David si farà riscrivere completamente il copione dal suo nuovo amico che rimarrà nell’ombra ma che pian piano comincerà a rivendicare la paternità del copione, ribellandosi alla presenza della sciatta Olive che gli rovina tutto il suo lavoro. Durante le prove, David si innamorerà della sua prima donna Helen che però lo ricambierà solo quando comincerà a vedere nel suo copione dei lampi di genio, facendo intendere di amare più l’artista che l’uomo. David approfitterà di questo suo fascino derivante in realtà dal talento di Cheech e instaurerà una relazione con l’attrice.
Nel frattempo Cheech, esasperato dalla presenza di Olive che continua a rovinare la sua straordinaria commedia, decide di farla fuori, dato che per lui la sua arte vale di più della vita di una persona. Quando David scoprirà il terribile misfatto, dopo l’iniziale sgomento e sconcerto, perverrà ad una triste ma inevitabile conclusione: è inutile intestardirsi a continuare a fare una cosa per la quale non si ha il quid necessario, che è insito e innato e che non si può acquistare col tempo o con la fatica e il lavoro.

Pallottole su Broadway è un’interessantissima analisi sull’arte e sul suo valore. I protagonisti ingaggiano numerose conversazioni sull’argomento e significativo appare il dialogo tra David e Ellen con un’altra coppia di amici nella quale ci si chiede se in caso di pericolo mortale si tenterebbe di salvare la vita di un’altra persona piuttosto che l’opera omnia di Shakespeare. Non tutti sono d’accordo sulla superiorità del valore della vita umana su quello dell’arte e più spesso questo leight-motive si ripresenterà nel corso della pellicola e continuerà ad ossessionare David che si interrogherà più volte sulla supremazia e l’importanza dell’uomo sull’artista o viceversa. Helen si è innamorata dell’uomo o dell’artista? E la sua dolce Ellen (che nel frattempo gli ha confessato di tradirlo con il loro amico Sheldon interpretato da Rob Reiner) lo ha lasciato per un uomo che è anche un vero artista o per un artista che è anche un vero uomo? Il finale sarà illuminante e non solo sotto questo punto di vista. In effetti, proprio sul finale avviene un interessantissimo e divertentissimo scambio di battute illuminanti e spassose che vertono oltre che sull’arte, anche sul sesso; dialogo che avviene da una finestra all’altra, come da tradizione teatrale. Il teatro è anche vita e la vita è anche teatro (dove per teatro si intende l’arte più in generale)? E’ un quesito interessantissimo e Allen ce lo offre su un piatto d’argento immergendolo nel mondo dei gangster degli anni ’20, fotografato in maniera impeccabile (grazie alla collaborazione di Carlo de Palma) e musicato come solo lui sa fare, con un meraviglioso e coinvolgente jazz che contribuisce ad arricchire l’atmosfera e l’ambientazione, resi ancora più affascinanti e particolari grazie all’uso di costumi davvero favolosi.
L’ottima rappresentazione dei personaggi (ottenuta anche grazie ad una sceneggiatura che non fa una piega), volutamente eccessivi nelle loro caratteristiche peculiari, riesce perfettamente a rendere l’idea della tematica principale della pellicola: Olive è una gallinella priva di ogni talento e desiderosa sola di farsi notare, la grande attrice Helen possiede sicuramente delle qualità ma si sono perse col tempo, scalzate dalla voglia di sopraffare e di quasi sovrastare la sua stessa arte e, infine, i due personaggi simbolo di questo film e cioè David e Cheech, sono in realtà due facce della stessa medaglia, che dovrebbero convivere nella stessa persona ma che molto spesso nella finzione così come nella vita reale si ritrovano in diversi individui: da un lato colui che sogna e che tenta disperatamente di fare, produrre e rappresentare l’arte senza però riuscirci proprio perché manchevole del necessario talento e dall’altro colui che lo possiede naturalmente senza forse neanche rendersene conto, ma che non lo sfrutta nel migliore dei modi, sminuendosi in attività di minor spessore (in questo caso quella del mafioso, qui ridicolizzata e parodiata in maniera divertente, ironica, sarcastica ma molto intelligente e acuta).
Apprezzabilissimo l’espediente di non precisare e raccontare il soggetto della commedia di David e di Cheech, lasciandocela immaginare solo per piccoli passi, proprio a sottolineare la sottile linea di demarcazione tra la vita e l’arte o tra l’arte e la vita.

VOTO: 8,5

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Se c’e’ una cosa che schifo sono gli uomini: quelle bestie pelose, piene di mani… (Daphne in "A qualcuno piace caldo")



LOCANDINA


Redacted

REGIA: Brian de Palma

CAST: Kel O’Neal, Ty Jones, Izzy Dias, Rob Devaney, Patrick Carroll, Mike Figueroa
ANNO: 2007

TRAMA:

Un gruppo di soldati americani di istanza in un villaggio iraqueno, dopo settimane e settimane di posti di blocco snervanti ed estenuanti e dopo la perdita di un loro commilitone ucciso da una mina, decidono di stuprare una ragazzina quindicenne e subito dopo, in preda a ad una malvagità costernante e sotto l’effetto dell’alcool, le danno fuoco uccidendo anche i suoi famigliari, tra cui una bambina di sei anni.

 




ANALISI PERSONALE

Una storia vera? Si, ma de Palma ce la mostra rendendola quasi finta, anzi togliamo il quasi. Traendo spunto da una vicenda realmente accaduta, Brian de Palma trova l’occasione per ribadire un concetto a lui caro: non sempre, anzi quasi mai, quello che vediamo, quello che ci viene mostrato è accaduto così come ci viene mostrato. Non sempre quello che ci viene presentato come la verità, è realmente la verità. E, soprattutto, non sempre esiste una verità assoluta, dato che di una stessa vicenda possiamo cogliere diversi punti di vista a seconda che questa venga vista tramite occhi diversi. In questo caso gli occhi sono i vari mezzi di informazione: i tg, i documentari, i video su youtube, i blog, i giornali, i documenti, e infine, ma soprattutto, il cinema. Il regista si serve della finzione per dimostrarci il suo punto di vista. Egli stesso ci consiglia di non fidarci ad occhi chiusi di tutto quello che ci viene detto e soprattutto mostrato e quindi, prima di tutto, di cominciare a non fidarsi soprattutto di quello che vediamo sullo schermo, nel suo film. Insomma, con un ragionamento contorto da esprimere (ma semplice da intuire a fine visione), de Palma usa le stesse armi da lui condannate, per dimostrare la negatività e l’inaffidabilità delle medesime. Non a caso durante la visione della pellicola appare lampante che quelli che stiamo guardando non sono dei veri soldati, che quelli che stiamo osservando non sono davvero dei villaggi iraqueni, che i discorsi che ascoltiamo sono assolutamente e volutamente fittizi. Redacted (termine che sta ad indicare proprio la manipolazione e la censura di qualsiasi verità, censura della quale lo stesso film è stato vittima, dato che nel nostro bel paese non uscirà mai al cinema: della serie Redacted è stato redacted…), non è un film sulla guerra, ma è un film “nella guerra” e più precisamente riguardante la guerra delle immagini, la guerra così come noi la conosciamo, ma così come non è realmente.
Se narrativamente è altamente lineare e quasi didascalico, registicamente cambia tono numerose
volte. Lo stesso avvenimento ci viene mostrato prima tramite la telecamera di uno dei soldati che aspira ad entrare nel mondo del cinema e che quindi si “diverte” a filmare la sua esperienza militare, poi da un fittizio documentario francese, poi da un servizio televisivo giornalistico, poi da un video suestremamente esplicativo e dimostrativo degli intenti e del messaggio contenuto nella pellicola: una didascalia ci avverte che stiamo per guardare delle vere foto di vittime della guerra e subito dopo queste ci vengono mostrate con un sottofondo musicale che sfiora il melodrammatico (ovviamente volutamente) e con i volti e soprattutto gli occhi delle persone ritratte oscurati da un pennarello (così come oscurate dal pennarello erano certe parti dei documenti attestanti il “fattaccio” avvenuto in questo villaggio iraqueno).

Questa scelta finale sta a dimostrare, se ancora ce ne fosse stato bisogno dopo un film che mostra con evidenza il suo intento, che la verità non sta mai negli occhi di chi la guarda, ma in quelli di chi la vive in prima persona. E quindi, neanche questo film ce la potrà mai mostrare (ecco il perché dell’oscuramento dei volti e del voler caricare emotivamente e quindi quasi in maniera fittizia il passaggio di queste foto con quella musica strappalacrime). A voler rendere ancora più lampante questo fortissimo messaggio che porta con sé delle riflessioni talmente profonde da non potersi contenere in una sola recensione, de Palma avrebbe potuto scegliere come protagonisti di questa sua pellicola attori famosissimi (che chiunque avrebbe faticato a credere dei veri soldati), a rimarcare la sua “simulazione della simulazione della simulazione…della verità”. Ma anche senza questo accorgimento, de Palma riesce a colpire nel segno, e il colpo è davvero molto potente, rischia di farci rimanere secchi.
Evitando quel didascalismo di cui sopra (molto probabilmente inevitabile, dato che si stenta a credere che sia stato pensato con questo fine), il film sarebbe stato un vero e proprio capolavoro dato che riesce a mostrare la contrarietà ad una determinata pratica, proprio utilizzando la stessa, cosa che sembra quasi impossibile ed inconcepibile, ma come si suol dire “vedere per credere”. La cosa importante non è lo stupro della ragazza, non è la testa mozzata di uno dei soldati (che si è “meritato” questa fine proprio per lo stupro da lui effettuato con i suoi compagni), non è la denuncia dell’atto da parte di uno dei soldati che si era tirato indietro e che non era riuscito a fermare lo scempio che si stava per svolgere davanti ai suoi occhi, scappando perché minacciato da una pistola e denunciando poi il tutto anonimamente con un video su youtube; ma è proprio la rappresentazione e la comunicazione di tutto ciò, che diventa via via più artefatta, più lontana dalla verità, più ingannevole man mano che passa da un mezzo d’informazione all’altro.
Accompagnando le vicende dei giovani soldati con la musica utilizzata anche da Kubrick nel suo capolavoro Barry Lyndon (un riferimento cinematografico che contribuis
ce a sottolineare l’artificiosità di ciò che stiamo guardando?), il film è una vera mina che scoppia nei nostri cervelli e li costringe a relazionarsi con quello che si è appena finito di vedere e soprattutto ci spinge, anzi quasi ci costringe, a riflettere su ciò che avviene sotto (anzi davanti) ai nostri occhi ogni giorno (ma si potrebbe anche dire ogni ora, ogni minuto, ogni secondo…). Più che un film contro la guerra (certo gli americani non ci fanno proprio una bella figura) è un film che non pretende di avere una netta posizione politica, ma che forse desidera affermare la propria visione di un fenomeno moderno e quanto mai vivo e reale, pur nella sua lampante irrealtà.

VOTO: 8,5

 




CITAZIONE DEL GIORNO

"Mi ucciderai, adesso, Jena?". "Ora sono troppo stanco, forse più tardi…". (Jena Plissken in "1997 – Fuga da New York")



LOCANDINA


 

30 giorni di buio

REGIA: David Slade

CAST: Josh Hartnett, Melissa George, Danny Huston, Ben Foster
ANNO: 2007

TRAMA:

Barrow, Alaska. Sta per arrivare il consueto periodo tra novembre e dicembre in cui il sole non sorge mai e lascia il paese completamente nel buio. I più saggi lasciano la città, alcuni però rimangono, chi per forza di cose chi no, e ad approfittarne è un’orda di vampiri assetati di sangue che sono liberi di gironzolare per il paese grazie alla mancanza della luce.

 




ANALISI PERSONALE

Cenere eravamo e cenere ritorneremo. Sarà forse questa la morale che il finale quasi tragicomico di questo film vuole trasmetterci? Sinceramente è forse inutile tentare di trovare un qualsiasi messaggio sotteso in questa pellicola che altro non ha come obiettivo se non quello di intrattenere e magari anche divertire lo spettatore con una serie di trovate (quasi standard nel cinema dell’orrore) che vanno da teste mozzate con asce, vampiri stritolati da strani macchinari o tranciati da gatti delle nevi e via dicendo. Le trovate visive ci sono e sono molto apprezzabili: l’antitesi tra il bianco candido della neve e il rosso peccaminoso del sangue non è niente male (anche se di esempi ben più sottili della contrapposizione tra bene e male resa visivamente dal contrasto tra la neve e il sangue ce ne sono già molti e molto migliori di questo, primo su tutti il bellissimo Fargo dei grandissimi fratelli Coen); e la sequenza dell’inizio della vera e propria guerra tra i vampiri e gli abitanti di Barrow è girata e montata in maniera davvero impeccabile e raggiunge il suo culmine con una stupenda ripresa dall’alto che mostra la strage di corpi insanguinati che giacciono abbandonati ed inermi sulla neve. Ma tutto questo non basta per sollevare le sorti di un film che in realtà rimane nella mediocrità, impigliato com’è nel luogo comune che vede come soli e unici protagonisti degni di far parte di un film horror, coppie in crisi, ragazzetti che si dimostrano degli uomini spavaldi, gli amici di sempre che si rivelano egoisti e i vicini burberi e quasi cattivi che invece dimostrano di essere degli eroi.

Lo sceriffo di Barrow, Eben Oleson (un Josh Hartnett che sa fare sicuramente di meglio) ha trovato, in un giro di ricognizione col suo collega, una fossa nella quale giacciono tutti i telefoni satellitari del paese. Barrow è il paese più a nord degli Stati Uniti e una volta all’anno, per in intero mese, non vi sorge il sole. Si hanno quindi trenta giorni di notte (da qui il titolo italiano che ha voluto sostituire la parola notte con buio, come se noi poveri stolti non fossimo in grado di comprendere che i vampiri non sopravvivono alla luce e quindi ne approfittano della notte che è appunto buia), e la maggior parte della popolazione decide di trasferirsi altrove per questo mese. Tra quelli che stanno per andare via c’è Stella (la monoespressiva Melissa George), che vuole allontanarsi non solo dal suo paese, ma da suo marito con cui è in crisi, Eben appunto. Ma qualcosa va storto. Mentre si reca all’aeroporto, viene bloccata da un incidente automobilistico con un gatto delle nevi (risulta davvero difficile riuscire a credere che in una grandissima piana ricoperta di neve, dove si dovrebbe guidare a 10 all’ora, possa avvenire un incidente di tale sorta) e quindi è costretta a rimanere per 30 giorni al buio, ma soprattutto per 30 giorni accanto a quel marito con cui non va più molto d’accordo. Nel frattempo altri avvenimenti strani cominciano a preoccupare Eben e tutta la cittadina di Barrow. Alcuni cani vengono trovati sbranati e la corrente comincia ad andare via poco alla volta. Molto presto la gente comincia a morire e i nostri protagonisti non possono far altro che nascondersi e tentare di sopravvivere per 30 giorni, aspettando il sorgere del sole.

E si, perché ad uccidere impunemente tutte queste persone, sono dei veri e propri vampiri assetati di sangue e liberi di gozzovigliare in giro per la città, proprio perché tenuti al sicuro dalla notte perenne. Ad annunciare il loro arrivo, uno straniero davvero inquietante (l’impressionante Ben Foster), che viene arrestato da Eben, perché in un locale aveva ordinato della carne cruda e si era alterato perché gli era stata negata…Eben e i suoi, e cioè Melissa, suo fratello Jake e altre tre persone si rifugiano in una soffitta nascosta e tentano di rimanerci per tutto il tempo necessario alla sopravvivenza, osservando da uno spioncino lo scempio compiuto dai vampiri che non hanno pietà di nessuno. Ma ben presto appare chiaro che non è possibile rimanere lì nascosti per 30 giorni e quindi è necessaria la fuga e la lotta alla vera e propria sopravvivenza che si ottiene solo grazie ad un grande sacrificio…

L’altra nota di interesse di questo film è la caratterizzazione data ai vampiri. Hanno dei vestiti alla moda, portano delle giacche e dei soprabiti molto eleganti (nonostante il freddo artico) e hanno dei capelli (quelli che ce li hanno) davvero ben curati (ad un certo punto il capo del gruppo utilizza il sangue di una vampira come gel…). Viene quasi da dire che sono meglio loro che le loro povere vittime, imbacuccate in giacconi enormi con tanto di cappucci impellicciati e quasi più cadaverici dei loro affamati e mostruosi usurpatori. Ma a parte la suddetta sequenza, la rappresentazione dei vampiri (o qualunque cosa essi siano) e una fotografia davvero molto ben curata incentrata sui toni del grigio a cui fa da contraltare l’intenso rosso del sangue che fuoriesce non solo a fiotti dai corpi delle povere vittime, ma che abbellisce (se così vogliamo dire) i volti e soprattutto le labbra dei vampiri; il film non riesce proprio ad entusiasmare. L’incipit in realtà è davvero molto promettente, dato che abbiamo una bella scenografia che costituisce e arricchisce l’ambientazione particolare (anche se ormai un po’ troppo sdoganata) e che mostra un protagonista che appare essere molto interessante, ma minuto dopo minuto ci rendiamo conto che siamo di fronte al solito prodotto banale, stereotipato e scontato che siamo ormai abituati a sorbirci con le produzioni odierne di film horror (salvo le dovute eccezioni). Insomma, ci si poteva risparmiare la coppia in crisi, che nel pericolo e nel marasma più totale, trova il tempo di riconciliarsi e, cosa ancora peggiore, si poteva assolutamente evitare un finale che dovrebbe essere commovente ma che riesce ad essere a dir poco ridicolo. Possiamo soprassedere sul fatto che quasi tutti gli abitanti di questa cittadina si comportano come degli stupidi che altro non fanno se non correre all’impazzata contro la morte in maniera del tutto inconcepibile, ma almeno dai protagonisti principali ci si aspetta un minimo di spessore in più, che invece viene del tutto a mancare.
A fine visione rimangono dei grandi quesiti irrisolti: qual era il ruolo di quello straniero che anelava con tutto se stesso di essere catturato dai vampiri e che chiede di essere ucciso quando appare chiaro che questi l’hanno abbandonato alla sua sorte? (Non è un vampiro, dato che questi o quelli che vengono contagiati da questi, hanno gli occhi completamente stravolti, mentre quest’uomo li ha assolutamente normali, anche se il resto non è per niente normale). Come ha fatto costui a rubare tutti i telefoni satellitari del paese? La gente dorme ad occhi aperti? Che lingua parlavano questi vampiri e soprattutto dove hanno comprato le loro giacchette chic? E, in ultima istanza, da dove vengono? Come hanno fatto a scoprire e ad arrivare in questa cittadina quasi sperduta?

VOTO: 5,5

 




CITAZIONE DEL GIORNO

Tara… A casa… A casa mia! E troverò un modo per riconquistarlo. Dopotutto, domani è un altro giorno! (Vivien Leigh in "Via col vento", 1939)



LOCANDINA


Il testamento del mostro

REGIA: Jean Renoir

CAST: Jean-Louis Barrault, Jean Topart, Michel Vitold, Teddy Billis
ANNO: 1959

TRAMA:

Il notissimo psichiatra Cordellier redige un testamento lasciando tutti i suoi cospicui averi allo sconosciuto signor Opale, che si rivela essere molto presto un individuo davvero raccapricciante.

 




ANALISI PERSONALE

Non più dottor Jeckyll, ma dottor Cordellier. Niente Mr. Hyde, ma Monsieur Opale. Scordiamoci di Londra e catapultiamoci a Parigi. E’ chiaro che il grande Renoir si è ispirato al noto romanzo di Stevenson per girare questa sua pellicola, anche se ha stravolto, rendendolo del tutto personale, il punto di vista dello scrittore. Tralasciando l’opinabilità o meno del messaggio insito nelle vicende di Cordellier/Opale, il testamento del mostro è un ottimo film girato perfettamente (con l’uso contemporaneo di diverse macchine da presa ) e recitato in maniera quasi sublime. A farla da padrone è ovviamente l’attore protagonista, Jean-Louis Barrault che riesce a conferire al dottore un aspetto quasi più viscido e antipatico del mostro suo doppio. “Cordellier è un paranoico”, dice lo psichiatra suo rivale, e non si stenta a crederci durante il corso della visione, dato che il dottore appare quasi sempre più estraneo alla realtà, così come dimostra il dialogo finale nel quale Opale afferma: “E’ il testamento di un mostro a favore di un altro mostro”.

Il notaio Jolie (Teddy Billis) sta aiutando il suo amico Cordellier a redigere il suo testamento. Il dottore ha lasciato tutti i sui averi al signore Opale, che Jolie non ha mai visto né conosciuto. Subito dopo, lo stesso notaio, dalla finestra della sua abitazione scorge uno strano individuo mentre aggredisce una bambina e si precipita per strada in modo da poterlo acciuffare. L’uomo, dall’aspetto quasi mostruoso, riesce a scappare e si nasconde proprio nel retro della villa del dottor Cordellier.
Quando Jolie avverte il suo amico del pericolo che sta correndo, questi gli confessa che si tratta proprio del signor Opale, il beneficiario del suo testamento. Jolie rimane allibito e sconvolto e tenta di dissuadere l’amico a far arrestare il malefico individuo. Ma Cordellier si oppone, dicendo che l’uomo si è prestato per farsi studiare da lui e che quindi merita di essere citato nel suo testamento. Il dottore è quindi deciso a continuare i suoi studi sul cervello del signor Opale, nonostante questo costituisca un pericolo per la società. L’uomo infatti continua a portare avanti le sue malefatte: aggredisce un uomo anziano, spia le coppiette negli angoli, toglie le stampelle agli infermi, maltratta le donne e via dicendo.
Il signor Jolie si reca dal dottor Severin, un tempo amico di Cordellier e ora suo strenuo nemico. Questi non si stupisce della notizia, dato che aveva sempre sospettato che qualcosa era cambiato nel dottore. Ed è proprio da Severin che Cordellier si recherà per dare dimostrazione dei suoi studi e quindi della sua superiorità sul rivale. Severin, però, in accordo con Jolie, ha chiamato la polizia,
deciso a far arrestare il terribile Opale, ma quando i poliziotti arrivano nel suo studio lo trovano morto. Opale ha collezionato un’altra vittima.
Jolie, disperato, si reca nuovamente alla villa del signor Cordellier, dove tutta la sua servitù è in apprensione perché dallo studio del dottore arrivano delle urla lancinanti. Il notaio si precipita nel laboratorio, temendo per l’incolumità del suo amico e vi trova il signor Opale, che gli farà una sconcertante rivelazione.

E’ palese che le simpatie del regista sono tutte per il mostruoso Opale, piuttosto che per il sibilino dottor Cordellier. Infatti, a giacere morto alla fine del film, non è il corpo del mostro, ma quello del dottore. Questo a significare che è colpa sua se la terribile personalità ha avuto modo di manifestarsi, ed è colpa sua il non aver saputo controllarla, ma soprattutto l’averla fatta fuoriuscire.
“Ero divenuto un essere libero, libero da qualsiasi costrizione”, dice Opale durante la confessione al notaio Jolie (che nel corso della pellicola cambia numerose volte professione, da notaio ad avvocato e viceversa). E in effetti questa libertà morale viene mostrata dagli atteggiamenti allegri e quasi gioviali di Opale, che cammina quasi danzando e passeggia col suo bastone, mentre il dottor Cordellier appare sempre rigido e impettito, racchiuso in un corpo, ma soprattutto in un’anima e in una mente che forse non sente più sue. Infatti, continuando nella sua confessione, Opale rivelerà all’amico: “ Quel corpo tanto cambiato era il riflesso di me stesso, distorto dai miei istinti”.
Una confessione che si apre con delle parole davvero molto significative: “Questo è molto di più di un testamento, è una confessione…”, e procede col racconto di come ha avuto inizio il terribile esperimento portato avanti da Cordellier, credendo di poterlo terminare in qualsiasi momento, ma continuano per l’impossibilità di fermarsi, quasi come se la pozione che lo trasformava in Opale, fosse una potente droga alla quale impossibile rinunciare. Stupefacenti le rivelazioni di Cordellier/Opale che lasciano turbato il povero notaio/avvocato Jolie, che non sa se crederci o meno e che quando capisce che si tratta di una terribile e sconcertante verità, non sa se far arrestare il suo “pazzo amico” o aiutarlo a guarire e a liberarsi del suo doppio che sta prendendo il sopravvento. Alla fine non gli viene dato il modo di scegliere, dato che il destino e la cruda realtà sceglieranno per lui.
Al di là del soggetto già conosciuto, e leggermente stravolto nel significato, quello che lascia un po’ perplessi è l’incipit in cui vediamo lo stesso regista entrare in uno studio dove comincia a proiettarsi sullo schermo il suo film e poi lo vediamo cominciare a commentare le vicende che vi hanno luogo, per poi scomparire all’improvviso senza più fare capolino, nemmeno nel finale; e anche la scarsa utilizzazione dell’ambientazione parigina che avrebbe forse contribuito a rendere più originale il
soggetto non originale. Ma se si tralasciano questi aspetti, che se vogliamo dirla tutta non sono poi così importanti, possiamo tranquillamente asserire che Il testamento del mostro è un’affascinante pellicola che trova il suo punto di forza nella rappresentazione del male e cioè dell’orrendo Opale, che suscita timore e terrore in tutti coloro che sfortunatamente si imbattono in lui: “Aveva un’aria diabolica”, “Faceva paura”, continuano a ripetere queste persone, e hanno ragione.

VOTO: 7,5

 




CITAZIONE DEL GIORNO

"Sembra la pistola di una donna…". "Conosce bene le armi, mister Bond?". "No, conosco un po’ le donne…". (Sean Connery a Largo in "007: Thunderball")



LOCANDINA


Onora il padre e la madre

REGIA: Sydney Lumet

CAST: Philip Seymour Hoffman, Ethan Hawke, Albert Finney, Marisa Tomei
ANNO: 2007

TRAMA:

Andy e Hank sono due fratelli che navigano in cattive acque, chi per un motivo chi per l’altro. Allora decidono di attuare una rapina ai danni della gioielleria dei propri genitori, consapevoli del fatto che questi intascheranno i soldi dell’assicurazione e che quindi ci guadagneranno tutti. Ma qualcosa andrà storto…

 




ANALISI PERSONALE 

Un’America sempre più nera, quella del cinema d’oltreoceano. Tra Non è un paese per vecchi, Il petroliere, Sweeney Todd, Sogni e delitti e via dicendo non c’è da stare tranquilli. Il comun denominatore di quasi tutti i suddetti film è il denaro, l’oggetto che muove e smuove gli animi e che porta ad una sete impareggiabile di possesso e al superamento di ogni limite consentito dalla società e persino dalla propria coscienza. Si assiste alla perdita di ogni valore, persino quello dagli americani ritenuto il più importante e cioè la famiglia. Il cinema si tinge di un pessimismo estremo e ci mostra la completa sfiducia proprio nell’unica via di speranza che si potrebbe e dovrebbe avere: i legami affettivi e famigliari. I parallelismi e le somiglianze con l’ultimo film di Allen saltano agli occhi. Innanzitutto lo scandaloso e ignobile trattamento della distribuzione italiana riservato ai titoli delle pellicole: laddove si aveva Cassandra’s dream si è passati a Sogni e delitti e, cosa ancora più incredibile, con un titolo così evocativo e potente come Before the devil knows you’re dead (che riprende un proverbio irlandese che recita: Cerca di andare in Paradiso mezz’ora prima che il Diavolo sappia che tu sia morto) è diventato l’inconsistente e fuori luogo Onora il padre e la madre, che darebbe da pensare a connotazioni religiose che in realtà sono del tutto cinicamente e pessimisticamente assenti dal contesto, così come ci fa capire il più spietato dei protagonisti (Andy) che rivolgendosi a suo padre a proposito di Dio gli dice: “Smettila con queste stronzate…”.

Andy (un magistrale Philip Seymour Hoffman) ha un ottimo lavoro in una grossa compagnia e una bella e giovane moglie che però sembra insoddisfatta della sua vita e ha troppe pretese. Per mantenere il suo stile di vita e quindi riuscire a soddisfare le richieste della moglie, ma anche a consumare una serie di droghe (marijuana, cocaina, eroina) ad Andy non rimane altro che rubare dalla cassa della sua società, se non fosse che ad un certo punto gli viene comunicato che ben presto ci saranno dei controlli esterni. Per Andy si mette male, deve assolutamente risolvere questo suo grosso problema e soprattutto deve sparire per un bel po’, anche perché durante l’ultimo viaggio a Rio con sua moglie Gina (la svampita Marisa Tomei), aveva vissuto un idillio sessuale che non viveva da tempo.
Suo fratello Hank (l’ottimo Ethan Hawke) non naviga proprio in buone acque. Abusa con l’acool, è separato dalla moglie, ha una bambina piccola da mantenere ed è molto indietro con gli alimenti. Quando sua moglie lo minaccia e sua figlia lo implora di mandarla ad una gita per andare a vedere il
Re Leone, Hank si rende conto di aver bisogno di una bella cifra.
I due fratelli si incontrano e si confidano di avere dei problemi economici. Allora il maggiore, Andy,
suggerisce di fare un colpo e di sistemarsi a vita. Hank è riluttante, vuole avere maggiori delucidazioni, ma Andy gliele darà solo dopo che il fratello avrà dato la sua parola di esserci dentro in tutto e per tutto. Quando Hank accetta, Andy gli fa la sconcertante rivelazione: il loro bersaglio sarà la gioielleria di famiglia, quella di mamma e papà. Conoscono gli orari di apertura e chiusura, sanno dove sono gli allarmi, come si apre la cassaforte e via dicendo. Non ci sono problemi, perché nessuno si farà male, tanto più che la mattina c’è la commessa anziana amica di mamma, e i genitori non ci rimetteranno perché incasseranno la cospicua somma dell’assicurazione. Con queste rassicurazioni, Hank si convince ma Andy gli dice che deve farlo da solo, perché per lavoro nell’ultimo mese è stato troppo presente nell’area dove si trova la gioielleria e chiunque lo riconoscerebbe subito.

Andy allora decide, all’insaputa del fratello, di rivolgersi ad un amico esperto in questo genere di affari. Costui si presenta con una pistola e anche se Andy si oppone strenuamente, pretende di portarla nella gioielleria con sé. Ed ecco che accade l’inevitabile. Andy dalla sua auto ode tre colpi d’arma da fuoco e quando si gira per guardare, trova il suo compagno di malefatte steso a terra, morto. Non gli resta altro che scappare e che contattare il fratello per dirgli che è andato tutto a rotoli.
Molto presto i due scopriranno che all’interno della gioielleria quella mattina non c’era la vecchia commessa, ma la loro mamma, colpita dal ladro e ora in coma permanente. La tragedia si è abbattuta sulla famiglia, ma soprattutto su loro due che sono i responsabili della sorte capitata alla loro povera madre. Vengono a galla i problemi di Andy con suo padre Geroge (uno strepitoso Albert Finney) che però cerca di fargli capire che lo ha sempre voluto bene, soprattutto il giorno del funerale di Nanette (la madre, che George, suo padre, ha deciso di “lasciare andare via”).
Per i due fratelli si mette davvero male: la fidanzata del furfante defunto (che aveva visto Hank andarlo a prendere la mattina della rapina) manda suo fratello a minacciare Hank e questi gli chiede 10.000 dollari in cambio della sua vita. Andy scopre che sua moglie lo tradiva proprio con suo fratello e in più continua ad essere vessato dai problemi sul lavoro. E come se non bastasse, a loro insaputa, George li sta seguendo per capire cosa stanno combinando i suoi figli.
Per uscire da questi ulteriori guai, non resterà altro che scendere sempre più in basso nella spirale della violenza, della degradazione, del delirio, della quasi onnipotenza fino a giungere ad un finale da elettrocardiogramma piatto, in tutti i sensi.

“Cerca di andare in Paradiso mezz’ora prima che il Diavolo sappia che tu sia morto”, cosa significa? Che forse siamo tutti irrimediabilmente e forse anche naturalmente dei peccatori e che quindi ci conviene evitare l’Inferno se ci riusciamo? A guardare questo film sembrerebbe di si. La crudeltà e la malvagità umana può giungere fino a certi limiti da noi quasi impensabili ed inimmaginabili, ma Lumet riesce con questo noir dalle tinte molto forti a mostrarcelo. Non sempre la somma delle parti dà come risultato il tutto, così come dice Andy nell’intensissimo dialogo con suo padre il giorno del funerale di sua madre. La somma delle sue parti non crea il totale della sua persona, lui non si sente completo e soprattutto non si sente effettivamente appartenente alla sua famiglia: suo fratello e sua sorella sono sempre stati più benvoluti, anche perché più belli e giovani di lui, persino i suoi anziani genitori sono più belli di lui tanto che gli viene da chiedere “Sei sicuro che sono tuo figlio?”, e viene da chiedercelo anche a noi, ovviamente non per questioni estetiche, ma perché risulta difficile credere che da due genitori che sono anche delle brave persone, così come ci vengono mostrati nel corso della pellicola, possa nascere un tale “mostro” di disumanità, spietatezza e aberrazione.
Con una costruzione narrativa che è una vera e propria bomba ad orologeria pronta a scoppiare quando meno ce lo aspettiamo, Lumet flashback dopo flashback (che contribuiscono a rendere il racconto più intrigante, avvincente e coinvolgente e che soprattutto mostrano di volta in volta i vari stati d’animo, prima di tutto, ma anche i punti di vista di tutti i protagonisti) ci porta in una strada che appare essere, minuto dopo minuto, sempre più senza via d’uscita, senza speranza alcuna, priva di illusioni e di fiducia nell’umanità, nella società, nell’individuo e soprattutto nel futuro.

VOTO: 8,5/9

 




CITAZIONE DEL GIORNO

L’avidità, non trovo una parola migliore, è valida, l’avidità è giusta, l’avidità funziona, l’avidità chiarifica, penetra e cattura l’essenza dello spirito evolutivo. L’avidità in tutte le sue forme: l’avidità di vita, di amore, di sapere, di denaro, ha impostato lo slancio in avanti di tutta l’umanità. E l’avidità, badate bene, non salverà solamente la Teldar Carta, ma anche l’altra disfunzionante società che ha nome America. (Michael Douglas, in "Wall Street")



LOCANDINA