Conto alla rovescia

REGIA: Robert Altman

CAST: Robert Duvall, James Caan, Barbara Baxley, Joanna Moore
ANNO: 1967

TRAMA:

I russi stanno per mandare il loro primo uomo sulla luna, ma gli americani non ci stanno a farsi superare in campo astronomico, così come in tutti gli altri campi. Cercheranno, quindi, di batterli sul tempo.



ANALISI PERSONALE

Prima regia di Altman (escludendo la co-regia per il documentario La storia di James Dean), Conto alla rovescia è un buon film di fantascienza che narra lo sbarco sulla luna con due anni d’anticipo dal suo effettivo svolgimento. All’epoca la rivalità tra Russia e America era ancora molto forte, ed entrambe le multi-potenze si combattevano su vari campi, politico, economico e militare. I protagonisti di questa pellicola, sono gli americani, estremamente decisi a non farsi battere. La notizia dell’addestramento di alcuni astronauti scelti per la missione, deve quindi rimanere strettamente segreta, per far sì che i russi non siano preparati all’avvenimento. Ma ciò non avverrà, e i russi si daranno da fare, costringendo gli americani a velocizzare le loro operazioni per non vedersi battuti nuovamente sul tempo. In sostanza, sono due i personaggi principali e cioè un astronauta militare, Chiz (interpretato dall’ottimo Robert Duvall) e uno civile, Louis (interpretato da James Caan). E’ attorno alla loro amicizia che ruota l’attenzione del regista, che non si sofferma solo sull’impresa titanica che gli americani stanno per mettere in atto, ma anche e soprattutto su tutte le reazioni che una determinata occasione può causare nelle persone che vi sono coinvolte, come le consorti dei prescelti ad imbarcarsi in un’operazione rischiosissima ed ignota. Chiz è un uomo risoluto, coraggioso, ambizioso e a tratti prepotente che vede in questa missione l’occasione per misurarsi con sé stesso e per dimostrare il suo valore. Purtroppo, a causa di alcuni intoppi burocratici, i piani alti si rifiutano di affidare a lui la missione e offrono il suo posto al suo migliore amico Louis, che inizialmente titubante, anche a causa delle preoccupazioni di sua moglie, alla fine accetta richiamato anch’egli dallo spirito d’avventura e dall’immensità del compito che viene chiamato a svolgere. Chiz ovviamente non la prenderà affatto bene, inizialmente pregherà il suo amico di rifiutare in modo tale da spingere i loro superiori ad affidarsi nuovamente a lui, e quando capirà che tutto ciò non servirà a far avverare il suo sogno, si offrirà di aiutare comunque il suo amico durante le prove e gli addestramenti, per dimostrare quanto sia inadeguato perché privo di coraggio e risolutezza. Ma tutti i suoi tentativi di riappropriarsi della missione, saranno vani e dunque non gli resterà altro che accettare il ruolo di aiutante da terra. Una grande amicizia messa alla prova, dunque, è l’assunto principale di questo Conto alla rovescia, che tutto sommato si inserisce discretamente nel filone meanstream, senza però affossarsi in cliché di genere. Il rapporto di Louis con la sua famiglia, moglie e figlio, viene scandagliato in maniera molto particolare (interessanti gli incontri che l’astronauta farà con sua moglie tra una pausa e l’altra durante gli addestramenti). Rimangono impresse alcune sequenze davvero molto particolari, soprattutto quella della prima prova di Louis che rischia di rimanerci secco a causa di una svista alla quale Chiz si rifiuta di porre rimedio per dimostrare che il suo amico non è in grado di farcela da solo. Interessante anche il finale un po’ spiazzante che ci lascia con dei forti dubbi circa la sorte dell’astronauta apparentemente giunto al suo obiettivo. La pellicola è suddivisa in tre parti, che paiono essere dei veri e propri capitoli: presentazione dei protagonisti e dei legami che li tengono uniti o che li separano, periodo di prove ed addestramenti nei quali vengono a galla anche i dissidi con le persone care e, infine, missione vera e propria. Sicuramente non un capolavoro del genere, se si considerano i validissimi concorrenti (primo su tutti 2001 – Odissea nello spazio, ma non solo), però effettivamente un buon prodotto che non annoia e presenta due o tre momenti di ispirazione che hanno sicuramente aperto la pista al grande cineaxsta che è stato Altman, in seguito maestro non solo di sci-fi, ma di cinema in generale. Alla fine si prova anche una forte emozione alla vista delle bandiere russe e americane affiancate sul territorio lunare a fare da spettatrici inermi e passive della camminata di Louis verso l’ignoto.

VOTO: 7,5

 




CITAZIONE DEL GIORNO

Quando me metto ‘n testa ‘na cosa io, deve da esse quella! O il mondo ammazza a me, o io ammazzo a lui. (Franco Citti in "Accattone")



LOCANDINA

Fino all'ultimo respiro

REGIA: Jean-Luc Godard

CAST: Jean-Paul Belmondo, Jean Seberg, Roger Hanin
ANNO: 1960

TRAMA:

Michel Poiccard è uno scavezzacollo che dopo aver rubato un auto viene fermato da due poliziotti per un sorpasso ad alta velocità. Pur di non passare i guai uccide uno di loro e scappa in una continua lotta alla sopravvivenza. Sul suo cammino si porrà la giovane Patrizia, studentessa americana a Parigi, che perdutamente innamorata di lui, lo seguirà ovunque fino a giungere ad un tragico epilogo.

 


ANALISI PERSONALE

Prima regia di Jean-Luc Godard, sceneggiato da Francois Truffaut e supervisionato da Claude Chabrol, Fino all’ultimo respiro (titolo originale A bout de souffle) costituisce il vero e proprio inizio di quella corrente cinematografica che vide come protagonisti i maggiori esponenti dei Chaiers du cinema, chiamata Nouvelle vague. Corrente contraddistinta da una serie di caratteristiche molto particolari: sceneggiature quasi inesistenti e il più delle volte costruite giorno per giorno, recitazione improvvisata e nata dall’ispirazione momentanea degli attori che avevano quasi carta bianca nella gestione dei proprio personaggi, regia molto particolare aiutata anche da un montaggio caratteristico. Tutto questo è Fino all’ultimo respiro, grandissimo film che ha aperto la succosissima filmografia del regista francese, maestro di stile e di eleganza, ma anche narratore di storie apparentemente ordinarie, ma condite da elementi straordinari. In questo caso abbiamo una sorta di poliziesco che ricalca i film di serie b americani appartenenti al genere e che prosegue sul filo delle citazioni (prima su tutte il grande omaggio ad Humphrey Bogart del quale il giovane protagonista imita le smorfie e i movimenti, per essere un vero duro come è sempre stato il grande attore sullo schermo) e delle auto-citazioni (la ragazza fa la giornalista proprio come all’epoca Godard e ad un certo punto legge al suo amico un pezzo di un articolo dei cahiers du cinema). Nonostante Michel (interpretato egregiamente da un Jean-Paul Belmondo ad inizio carriera) sia un assassino e un ladro, non si riesce a non simpatizzare per lui e per tutti i suoi trucchetti per sopravvivere, per giungere fino all’ultimo respiro. Così continua a rubare automobili, si presenta in casa di una sua vecchia amica chiedendo dei soldi in prestito, ma in realtà rubandoli dal suo portafoglio, continua a cercare un suo vecchio amico, Antonio, che apparentemente gli deve dei soldi e via di questo passo. L’unico imprevisto è costituito dalla bella Patrizia (straordinariamente impersonata da una bellissima e dolcissima Jean Seberg, che si rivelerà fatale) , di cui Michel si innamora perdutamente. La ragazza americana è un po’ sfuggente, perché è giovane e inesperta e non sa se ama davvero l’uomo che ogni tanto si ritrova nel suo letto. “Non so se non sono felice perché non sono libera o se non sono libera perché non sono felice”, dirà al suo amante. Tra di loro una serie di “giochi di fioretto”, dialoghi davvero molto vitali e pieni di domande apparentemente stupide, ma in realtà illuminanti circa le personalità di ognuno dei due.

Straordinaria la lunga sequenza nella stanza d’albergo, nella quale i due innamorati si affrontano verbalmente nel letto e fuori dal letto, prendendosi di quando in quando una pausa per tuffarsi sotto le lenzuola e dare libero sfogo al loro amore. “Fra il dolore e il nulla, io scelgo il dolore”, confesserà la biondina dai capelli corti. “Il dolore è idiota: io scelgo il nulla”, le risponderà il disilluso Michel. E in effetti non farà altro che questo: correre all’impazzata verso il nulla, consapevole o meno del suo destino inficiato dall’amore per una donna, ma anche dalla stanchezza di proseguire un cammino difficoltoso e stancante. Pur potendosi salvare dalle grinfie del fato a lui avverso, dopo una serie di fortunate coincidenze che gli hanno permesso di cavarsela a buon mercato nonostante la sua foto fosse su tutti i giornali, sceglierà di fermarsi e di arrendersi anche perché estremamente ferito dal “tradimento” della sua Patrizia. Interessanti piani-squenza speculari che si richiamano a vicenda si alternano a scene quasi spezzate a metà tramite un montaggio che senza un attimo di respiro ci porta da un volto ad un altro, da una situazione ad un’altra, apparentemente senza un minimo di logica, ma in realtà in maniera davvero ben studiata e congeniata. Interessantissimo l’espediente di far interagire i protagonisti col pubblico, con il loro rivolgersi alla telecamera e di rimando a noi spettatori. Esemplare a riguardo la sequenza iniziale della lunga corsa in auto di Michel che, durante la sua sfrenata guida, volta il capo verso un inesistente passeggero e continua a porre dei quesiti o a esternare i suoi, apparentemente stupidi, pensieri: “Se non amate il mare, se non amate la montagna, se non amate la città… andate a quel paese!”. Anche nel finale, ritroviamo lo stesso espediente, con una sconvolta Jean Seberg con lo sguardo incredibilmente fisso nella camera che l’avvolge in un primissimo piano. La sua ultima domanda sarà: “Che significa schifosa?”, apparentemente posta al poliziotto accorso sul luogo dell’”incidente”, ma in realtà rivolta a noi che abbiamo assistito sin dall’inizio alla sua inesperienza con la lingua francese.
Fino all’ultimo respiro, contrassegnato da uno straordinario bianco e nero, è dunque per tutti questi motivi un film dall’importanza capitale, proprio perché ha dato l’avvio ad un’epoca e ad un genere, rendendoci in grado di essere spettatori di tantissimi piccoli-grandi capolavori, proprio come in questo caso.

VOTO: 9/9,5

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Nessun calcolatore della serie 9000 ha mai commesso un errore o alterato un’informazione. Noi siamo, senza possibili eccezioni di sorta, a prova di errore e incapaci di sbagliare. (Hal 9000, in "2001 – Odissea nello spazio", 1968)


LOCANDINA

Il cavaliere oscuro

REGIA: Christopher Nolan

CAST: Christian Bale, Heath Ledger, Aaron Eckhart, Gary Oldman, Morgan Freeman, Michael Caine, Maggie Gyllenhaal, Eric Roberts, Cilian Murphy
ANNO: 2008

TRAMA:             

Batman, il cavaliere oscuro, deve combattere contro la criminalità organizzata che imperversa a Gotham, ma soprattutto contro un nemico spietatissimo e imprevedibile, Joker. Ad aiutarlo, il commissario Gordon e il procuratore distrettuale Harvey Dent, ligio al dovere e incorruttibile, fidanzato con il suo amore giovanile, Rachel.

 


ANALISI PERSONALE

Nonostante la campagna pubblicitaria mastodontica che ha preceduto e accompagnato l’uscita cinematografica di questo sesto capitolo della saga di Batman, è possibile rimanere estremamente sorpresi e soddisfatti da questo film che non è un semplice comic-movie (nulla togliendo alle pellicole appartenenti alla categoria), ma che risulta essere uno straordinario miscuglio di azione, terrore, eroismo, amore e molta molta riflessione estremamente attuale e applicabile alla nostra realtà sociale e politica. Batman è insomma un film a strati che può essere fruito a seconda delle esigenze e delle aspettative del pubblico. Se ci si fomenta, a ragione, con le avventure rocambolesche e fantastiche dell’uomo pipistrello che sfreccia sulla sua bat-mobile (qui avremo anche una tecnologissima bat-moto) per le strade di Gotham city alla ricerca di criminali da smascherare, allora non si può affatto rimanere delusi, dato che in Il cavaliere oscuro di azione ce n’è moltissima e tutta ben costruita e girata, basti citare le numerose sequenze di inseguimenti, soprattutto tra Batman e Joker, ma non solo. Se si ricercano le forti emozioni, allora Batman è il film giusto, che colpisce al cuore con una semplice lettera scritta per amore e bruciata poi per lo stesso motivo, per una missione vendicativa dettata dalla perdita della donna amata più di ogni altra cosa o per un enorme sacrificio consumato per il bene altrui. Se si è bramosi di brividi e scossoni, Il cavaliere oscuro non può deludere, soprattutto perché l’importantissimo personaggio del Joker avrà un ruolo primario e riuscirà a terrorizzare anche il più smaliziato degli spettatori (un cattivo, quello interpretato da Ledger, che non ha passato e soprattutto non ha moventi e per questo risulta essere estremamente agghiacciante, si guardi la sequenza nella quale vestito da infermiera semina il panico in città, in un mix di inspiegabile e grottesca pazzia). Se, inoltre, si richiede anche una certa qualità e finezza complessiva, riguardante i campi della regia, della sceneggiatura, della recitazione e via di questo passo, Il cavaliere oscuro risponde positivamente anche a questi requisiti, soprattutto grazie all’abile mano di Nolan che ci regala dei momenti di altissimo cinema, primo su tutti lo strabiliante incipit che ci mostra una violentissima rapina in banca dove solo uno degli ideatori, Joker, scapperà col malloppo (interessante il piccolo cameo del direttore di banca interpretato dal bravissimo William Ficthner mitico protagonista del telefilm Prison break), ma anche tutti gli incontri faccia a faccia con Joker e i suoi interlocutori (Batman, Harvey Dent, Gordon e via dicendo), il più spettacolare dei quali è quello finale con l’uomo pipistrello che gli sta di fronte mentre lui penzola a testa in giù sul cornicione di un grattacielo. Nonostante i due protagonisti assoluti della pellicola siano posti l’uno dinanzi all’altro, ma in posizioni opposte, la telecamera fa un ampio giro sul corpo del pagliaccio assetato di violenza e ce lo mostra come se fosse perfettamente speculare a Batman. Una scena questa, dal forte impatto visivo ma anche emotivo, considerando i dialoghi sempre molto curati e raffinati che i due attori sono chiamati a recitare. La recitazione è l’altro punto di forza di questa importantissima pellicola grazie ad un cast megastellare che si avvale di tre magnifiche punte di diamante: Christian Bale che con la sua espressione a tratti sofferta a tratti decisa, dà volto ad un eroe solitario che porta con sé l’enorme peso della sua missione, aiutato solo dal suo fidatissimo maggiordomo (l’ottimo Michael Caine) e da colui che gli costruisce armi e armature, Lucius Fox, impiegato della sua enorme impresa che si troverà di fronte ad un dilemma enorme, spiare o no quasi tutti gli abitanti di Gotham attraverso delle intercettazioni che permetteranno però di raggiungere il luciferino Joker? (il gigione Morgan Freeman, il cui personaggio è posto di fronte ad un quesito quanto mai attuale nella nostra odierna società); Aaron Eckhart, qui chiamato ad assolvere un compito estremamente difficile, visto che il suo personaggio, il procuratore incorruttibile e del tutto deciso a smascherare e a combattere la criminalità che imperversa nella sua città (“La notte è più buia prima dell'alba e ve lo prometto…l'alba sta per arrivare!”), si trasformerà in seguito ad un avvenimento tragico che lo colpirà in prima persona, in un uomo completamente diverso, divenendo la perfetta via di mezzo tra Batman e Joker, il connubio tra bene e male, quello che vive, scopertamente o meno, in ognuno di noi che decidiamo con il cuore e con la testa quale parte della nostra anima far emergere, al contrario del procuratore che si affiderà ad una particolarissima moneta; quell’Heath Ledger morto prematuramente, ma del tutto meritevole di apprezzamenti indipendentemente dalla tragedia che gli è capitata, che dà volto e fisionomia ad un Joker estremamente folle e psichedelico, grottesco e spaventoso che cammina strascicando per le strade di Gotham armato di coltello col quale minaccia la gente raccontando storie sempre più incredibili circa le mostruose cicatrici del suo volto, coperte da un trucco sbavato che contribuisce a renderlo estremamente inquietante, soprattutto perché l’uomo dai capelli unti e dagli occhi cerchiati di nero continua ad esprimersi per metafore poco rassicuranti (“No, non voglio ucciderti, tu completi me.”, “Perché così serio? Mettiamo un sorriso su questa faccia”, “Questa città merita un criminale di maggior classe… glielo darò!”, “Il caos è equo”). Menzione d’onore anche per il mitico Gary Oldman chiamato ad interpretare un ruolo apparentemente semplice, ma in realtà molto complesso e sfaccettato, quello del commissario Gordon, aiutante e alleato di Batman, che dovrà vedersela con un nemico inimmaginabile. L’altra grande protagonista della pellicola è indubbiamente Gotham city, una città che è metafora della nostra attuale società, una città nella quale regna la mafia e la corruzione, una città nella quale il pericolo si cela dove nessuno mai penserebbe, una città che sta perdendo ogni speranza di poter risorgere dalle sue ceneri (le esplosioni pirotecniche non mancano), una città che ha bisogno di un vero eroe per poter continuare a credere di potercela fare (emblematica a riguardo la scena dei due battelli che trasmette a noi spettatori il valore di una società non del tutto caduta nel baratro e al terribile Joker una realtà che aveva dimenticato o forse mai conosciuto). Ed è per questo che l’enorme sacrificio di Batman, condannato a rimanere il cavaliere oscuro, assume una potenza e una forza devastante, che ci lascia con un enorme e potentissimo groppo in gola. "O muori da eroe o vivi tanto a lungo da diventare il cattivo".

VOTO: 8,5/9

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Prima eri una tigre di carta… ora di carta carbone!! (Joker in "Batman")


LOCANDINE

 

La signora di Shangai

REGIA: Orson Welles

CAST: Orson Welles, Rita Hayworth, Everett Sloane, Glenn Anders
ANNO: 1946

TRAMA:

Michael O’hara, un marinaio irlandese, salva una bella donna da un’aggressione in Central Park. Questo sarà l’evento scatenante tutte le successive vicende che lo vedranno coinvolto come protagonista passivo di alcuni loschi eventi. Verrà ingaggiato dal marito della bella donna per lavorare come marinaio sul suo yacht e qui si renderà conto di essere circondato da “squali” fino ad arrivare ad un’inaspettata e sgraditissima sorpresa.

 




ANALISI PERSONALE

Fece tagliare i capelli a Rita Hayworth e la dipinse come una terribile femme-fatale. Fu così che Orson Welles fu “radiato” dal cinema hollywoodiano e sbarcò in Europa a continuare la sua magnifica opera di immenso cineasta. All’epoca già sua ex-moglie, la bellissima attrice fu chiamata a ricoprire un ruolo per niente facile, soprattutto considerando l’immaginario collettivo e la fama che la precedeva. Una donna priva di scrupoli che intrappola in una rete senza possibilità di scampo un uomo sicuramente molto forte, ma altrettanto ingenuo e debole per quanto attiene all’influenza femminile. Egli stesso (interpretato dal regista), ci racconta le sfortunate vicende che l’hanno portato verso una maggiore consapevolezza dei propri limiti e di quelli altrui. Egli stesso comincia il suo racconto maledicendo il giorno in cui ha incontrato la bellissima Elsa, e sottolineando che molto probabilmente il più grande “colpevole” delle sue disgrazie è proprio lui, a causa della sua imprudenza. “Sono un inguaribile sciocco e lo sarò per tutta la vita”, dice alla donna del quale si è perdutamente innamorato. E anche nel finale un po’ moralistico, ma sicuramente di forte impatto, prosegue su questa falsa riga rimarcando la sua stupidità nel non essersi reso conto di quello che in realtà gli stava succedendo. La signora di Shangai è un elegantissimo noir che conserva ancora una potente attualità, dato che è incentrato su un complicatissimo rapporto di amore-egoismo tra un uomo e una donna, nonché su una complicata e sporca faccenda di soldi e omicidi. Il terribile marito di Elsa, il signor Bannister (Everett Slogane), un famosissimo avvocato zoppo, è sempre affiancato da un fidato collaboratore che alza un po’ il gomito e che segretamente è innamorato della bellissima donna estremamente sensuale proprio perché apparentemente indifesa e bisognosa d’aiuto. A cadere nella sua trappola è lo stesso Michael che comincia la sua ascesa verso l’inferno offrendo una sigaretta alla donna, che ammette candidamente di non fumare, ma che nasconde comunque il “regalo” del suo spasimante in un fazzoletto riponendolo nella sua borsetta. Da quel momento in poi, vedremo Elsa aver contratto il vizio del fumo, colpevolizzando candidamente e simpaticamente l’uomo che a sua detta le ha rapito il cuore e con il quale sarebbe disposta a rinunciare tutto e a scappare. Ma Michael ha visto in che ambiente vive la donna dei suoi sogni, quale gente è abituata a frequentare e qual è il livello economico e sociale della sua amante.

Pur continuando a disdegnare questo determinato modo di vivere, minacciando parecchie volte di abbandonare lo yacht perché del tutto deciso a non condividere nulla con quella marea di “squali”, alla fine soccombe al suo amore per Elsa e rimane a bordo. Ormai deciso ad approfondire la sua storia d’amore, accetta anche se riluttante, una proposta molto pericolosa, ma foriera di un cospicuo guadagno. Il fidato collaboratore del signor Bannister, George, deciso a scomparire per sempre e a non farsi mai più ritrovare, escogita un piano per inscenare il suo assassinio e chiede a Michael di aiutarlo facendosi passare per il colpevole, scrivendo una lettera di confessioni con la sicurezza di non poter andare in prigione, in mancanza del corpo che ovviamente non verrà mai ritrovato. Tutto questo in cambio di 5.000 dollari. Michael, che ha già ucciso un uomo ma in ambito bellico, pur di far felice la sua donna accetta di mettersi nei guai e infatti ben presto ci finirà, perché George verrà trovato morto per davvero e ovviamente il maggior indiziato sarà proprio lui, in seguito alla lettera trovata vicino al cadavere. A difenderlo arriverà lo stesso Bannister, che una volta scoperta la tresca alle sue spalle, si rivelerà più spietato di quello che aveva dato a vedere. In un continuo cambio di prospettive e di sospettati colpevoli o innocenti, si giungerà verso un finale estremamente onirico e surreale girato dapprima in un teatro cinese dove sta avendo luogo una particolarissima rappresentazione e poi in un luna park dove Michael verrà risucchiato in un’ossessiva ed infinita spirale di pericolo e al contempo di verità. La resa dei conti avverrà in una contortissima casa degli specchi che si romperanno a suon di sparatorie tra marito e moglie che sono gli “squali” che tentano di farsi fuori a vicenda. Indimenticabile rimarrà anche la bellissima sequenza girata nell’acquario, con i due amanti che amoreggiano e discorrono del loro futuro con alle spalle numerose specie di pesci che continuano a fluttuare nell’acqua. Di particolare rilievo l’interpretazione di Everett Sloane che dà corpo e volto ad un personaggio viscido e mellifluo, simbolo di una determinata casta sociale, tutta soldi e divertimento, quel tipo di vita che moralisticamente (e forse un po’ troppo bigottamente) Welles denuncia con questa sua ultima pellicola in terra americana.

VOTO: 8,5

 




CITAZIONE DEL GIORNO

Mattias: «Definizione di uno scienziato: un uomo che non ha capito niente, finché non è rimasto niente da capire". (dal film "1975: occhi bianchi sul pianeta terra" di Boris Segal)



LOCANDINA

Le morti di Ian Stone

REGIA: Dario Piana

CAST: Mike Vogel, Charlie Anson, Christina Cole, Michael Dixon, George Dillon
ANNO: 2007

TRAMA:

Ian Stone, di ritorno da una partita di hockey andata male, si consola con la fidanzatina che cerca di tirargli su il morale. Quando sta per tornare a casa, lungo i binari della metropolitana avvista un corpo steso apparentemente in fin di vita. In realtà si rivelerà ben altro e per il ragazzo ogni giorno successivo sarà diverso dal precedente, in una continua e strenua lotta alla sopravvivenza.

 




ANALISI PERSONALE

Apparentemente uno di quegli horror estivi un po’ stupidi e inutili, questo Le morti di Ian Stone (girato da un regista milanese specializzato nella regia di spot televisivi), invece, è un solido film che ci offre non pochi spunti di riflessione, ma soprattutto ci intrattiene in maniera più che sufficiente, grazie ad un ritmo adrenalinico che non ci dà modo di annoiarci e ci coinvolge nelle vicende del povero protagonista latore di non poche sorprese e di alcuni colpi di scena per nulla telefonati o scontati. Ian Stone è un ragazzo che ha dimenticato la sua reale natura e che conduce una vita semplice con la fidanzata. Quando però fa uno strano incontro sui binari della metropolitana, la sua vita non sarà più la stessa, ma in realtà la sua vita non era già più la stessa. Da quel momento in poi, Ian Stone morirà ogni giorno per poi rinascere in una nuova vita nella quale c’è qualche elemento in comune con quella precedente della quale però lui non ha nessun ricordo, salvo poi riacquistare passo dopo passo la memoria, ma soprattutto la consapevolezza della reale natura della sua persona e delle vicende che lo vedono coinvolto. Ed è così che da studente universitario, diventa un giovane impiegato d’ufficio, per poi passare ad essere un tassista o un drogato all’ultimo stadio e via di questo passo. A sconvolgergli l’esistenza, alcuni mostri dalle orribili fattezze (in tutti i sensi visto che la grafica con la quale sono disegnati non è proprio il massimo), che riescono a sopravvivere cibandosi delle paure altrui, che vengono da loro assorbite ed ingerite per potenziarsi e per continuare a soddisfare il loro bisogno, che è diventato un vero e proprio vizio. Una dipendenza, come quella dalle droghe (durante la pellicola vengono fatti vari rimandi a questo particolare tema) che affligge non solo i cattivi di questa pellicola. E qual è la paura più grande di tutte? Indubbiamente, in cima alle paure più terribili di tutte, c’è quella che colpisce qualunque essere umano nel momento in cui si accorge che sta per morire. Ed è per questo motivo che Ian Stone viene braccato da questi mostri, dotati di armi molto singolari che fuoriescono dalle loro braccia, che ogni giorno lo uccidono facendolo poi catapultare in una nuova vita, nella quale potersi nuovamente cibare della sua enorme paura. Ma in realtà, scopriremo minuto dopo minuto che c’è qualcosa di molto più grosso sotto. Ian Stone dovrà quindi combattere contro questo destino infame, ma non sarà solo in questa sua “missione autosalvifica”. A consigliarlo e aiutarlo arriverà un sinistro personaggio, di cui non si conosce la reale identità, che continuerà a ripetergli che la chiave di tutto è la sua amatissima fidanzata, che ad ogni cambio di vita assume un’identità diversa: una collega d’ufficio, una cliente in corsa sul suo taxi, un’inquilina del suo condominio e via dicendo. Il legame che li lega sarà sempre più labile, ma la forza dei ricordi e soprattutto dell’amore riuscirà ad aprire gli occhi ad entrambi. L’assunto principale della pellicola è quello del “vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo”, un invito che ci spinge ad assaporare tutte le emozioni che la vita ci dona, cogliendo l’attimo e approfittando di tutte le occasioni che ci capitano sottomano. In realtà però ad aggiungersi a questo tema sicuramente già sfruttato cinematograficamente e non (basti ricordare la commedia brillante Ricomincio da capo), arrivano dei sottotesti particolarmente interessanti, come quello del già citato tema delle dipendenze, di qualsiasi natura esse siano (dipendenze da droghe come quella che colpisce il protagonista, o dipendenza delle paure altrui che affligge i mostri malefici), superabili solo con la scoperta dell’amore, con l’aiuto delle persone più care che riescono a farti superare qualsiasi difficoltà (emblematico a riguardo il personaggio enigmatico che arriva ad aiutare lo spaesato Ian). Rovinano il risultato complessivo della pellicola, alcune scene di dubbio gusto: l’abbigliamento alla Matrix dei cattivoni (su cui spicca la sensualissima protagonista malefica della serie televisiva Dexter), alcuni buchi di sceneggiatura, e un finale aperto che non aveva modo di esistere. Interessante invece la recitazione più che convincente di Mike Vogel, l’ambientazione prevalentemente notturna e la fotografia  che contribuisce a rendere più angosciante “l’avventura” di Ian Stone. In sostanza, Le morti di Ian Stone è un horror che non deluderà gli appassionati e che farà storcere il naso a tutti gli altri.

 

VOTO: 6/6,5

 




CITAZIONE DEL GIORNO

Da ragazzo, Leonard Zelig e’ tiranneggiato spesso dagli anti-semiti. I suoi genitori, che non prendono mai le sue parti e lo incolpano di tutto, stanno con gli anti-semiti. (Da “Zelig” di Woody Allen)



LOCANDINA

Joshua

REGIA: George Ratliff

CAST: Sam Rockwell, Vera Farmiga, Celia Weston, Dallas Roberts, Jacob Kogan, Michael McKean
ANNO: 2007

TRAMA:

Joshua è un bambino un po’ strano, amante del piano piuttosto che del basbell e vestito sempre come un ometto, di cui possiede anche la parlantina. Quando nasce la sorellina Lilly, in casa cominciano a succedere delle strane cose, che portano sua madre verso la depressione e suo padre verso l’esasperazione. Inquietante e quasi terrorizzante si rivelerà la causa di cotali avvenimenti.

 




ANALISI PERSONALE

Chi di noi, anche per un solo istante, negli anni dell’infanzia non è stato geloso di un fratellino o di una sorellina che ricevevano troppe attenzioni da parte dei cari e amati genitori? Chi non ha mai escogitato un piano per attirare le suddette attenzioni su di sé e per farsi coccolare un po’ di più? In sostanza l’assunto di questa pellicola è tutto qui, se non fosse che in realtà qui l’intento non è quello di riacquistare quel minimo di affetto che per un periodo i genitori ci sottraggono per dedicarsi completamente ai “nuovi arrivati”. Qui si fa molto di più e in maniera davvero piuttosto subdola ed agghiacciante. Qui ci si libera direttamente dei “traditori”, lasciando spazio solo a coloro che se lo meritano e che hanno dimostrato di voler bene in egual modo a tutti i componenti della famiglia. Ed è così che la mamma, Abby, viene spedita in una clinica psichiatrica, il papà, Brad, viene fatto accusare di abusi e la nonna un po’ pedante viene spedita all’altro mondo, anche se rimane il dubbio che quello possa essere stato un terribile incidente. Rimane solo lo zio, l’unico che si è seduto con lui a suonare il pianoforte anche quando i genitori lo rimproveravano per il rumore che disturbava la sorellina. La tematica del bambino pestifero, per non dire malefico, non è nuova al cinema (il primo che viene in mente è Sean di Io sono Sean, ma anche i due protagonisti de L’innocenza del diavolo andando un po’ indietro con gli anni o addirittura il terrificante Omen). Ma Joshua ha una faccia pulita, è sempre molto carino ed educato e apparentemente addolorato di tutte le disgrazie che colpiscono la sua perfetta famigliola dell’Upper East Side (particolarmente interessante l’interpretazione di Jacob Kogan). Nessuno potrebbe mai pensare che la causa di tutti i mali possa mai provenire da lui, eppure noi spettatori che ne rendiamo conto sin dalle prime battute del bambino, che preferisce disfarsi di tutti i suoi costosissimi giocattoli per darli in beneficenza e per dedicarsi all’egittologia, che continua a preferire un genitore e poi l’altro, dicendo apertamente ad ognuno di loro “Sei meglio tu” e via di questo passo.

Pur non essendo originalissimo nel soggetto, anche se in realtà questa figura molto emblematica dà modo di pensare, il film colpisce per alcune sequenze che ci fanno provare la suspance e la sensazione dell’attesa di qualcosa di terribile. Una su tutte quella in cui il bambino molto candidamente chiede alla mamma di giocare a nascondino e poi scompare facendo perdere letteralmente le sue tracce e anche quelle della sua piccola e indifesa sorellina, sempre colta da crisi di pianto sin dalla nascita e per tutti i giorni della sua crescita. La pellicola è proprio suddivisa in capitoli che scandiscono i giorni che passano dalla nascita di Lilly che ha scatenato le reazioni a catena di tutti i componenti della sua famiglia. Abby, già di per sé sul filo della depressione post parto, comincia ad avere seri problemi a partire da questa circostanza e crollerà definitivamente quando vedrà il soffitto della camera da letto aprirsi lentamente a causa di alcuni lavori all’appartamento di sopra. Le medicine non basteranno più, e nemmeno l’amorevole pazienza di Brad, che si ritrova in bilico tra l’amore per il figlio e la nascita dei sospetti su di lui (particolarmente intensa l’interpretazione di Sam Rocwell). Il papà, che sta avendo anche non pochi problemi sul lavoro e che ha perso da poco il suo amatissimo cane, morto in circostanze oscure di ritorno da una passeggiata col piccolo Joshua, e la madre caduta dall’altissima scalinata di un museo che era andata a visitare col nipotino, rimane solo a prendersi cura dei suoi piccoli, ma ben presto i suoi dubbi cominceranno a prendere sempre più consistenza fino ad arrivare ad uno scoppio d’ira, intelligentemente e maleficamente provocato.. Quella del parco, con Brad che non riesce più a trattenersi dal picchiare suo figlio, è l’altra sequenza che riesce a colpire lo spettatore, soprattutto in seguito al ghigno malefico di Joshua che minaccia suo padre con queste parole “Non potrai più avere amore da nessuno”. Arenandosi in non poche ripetizioni nella parte centrale che prosegue piattamente (ad esclusione di quelle poche sequenze girate con abile maestria) e noiosamente, il film si conclude con un finale privo di eclatanti colpi di scena, ma sicuramente illuminante e shockante.

VOTO: 6

 


CITAZIONE DEL GIORNO

"Chissà se il Generale Custer si senti’ come me…". "Il Generale Custer era una mezza sega signore… lei no". (da "We were soldiers")



LOCANDINA

Perfect creature

REGIA: Glenn Standring

CAST: Dougray Scotto, Saffron Burrows, Stuart Wilson, Leo Gregory, Craig Hall, Scott Willis
ANNO: 2007

TRAMA:

In un luogo imprecisato e in un tempo imprecisato, uomini e vampiri convivono pacificamente da 300 anni, aiutandosi a vicenda nelle difficoltà e costituendo una società mista dove nessuno è estraneo. All’improvviso però, un membro della Fratellanza, il gruppo dei vampiri, decide di dare libero sfogo alla sua vera natura.

 




ANALISI PERSONALE

Comincia veramente bene questa sorta di horror-thriller che tenta in tutti i modi di darsi un tono e di apparire un film d’autore con anche qualcosa da dire, oltre che mostrare qualche morso di vampiro qua e là. E in realtà, perlomeno nella prima parte della pellicola, un sottotesto etico-politico-religioso accompagna le vicende di questi poliziotti che devono tentare di mantenere l’ordine nonostante un membro della Fratellanza stia creando il caos ovunque. E già perché i vampiri convivono pacificamente con  gli umani, ma in una posizione di subalternità. Costoro sono riuniti in una vera e propria setta religiosa, con tanto di chiese e di funzioni liturgiche a base di sangue, alle quali si recano tutti gli umani che non fanno altro che venerare i rappresentanti di questa “nuova religione”. Uno dei vampiri impartisce lezioni di catechismo a dei bambini, un altro ancora, il protagonista, in attesa di essere eletto Grande Sacerdote, si intrattiene con un altro vampiro sorseggiando da eleganti bicchierini di vetro il sangue che viene loro donato in sacrificio dagli umani che ricambiano la loro estrema gentilezza nel mettere a loro disposizione i propri poteri. Un rituale che ha del raffinato, ma al contempo dell’inquietante. Questi vampiri infatti, nati da una mutazione genetica avvenuta 300 anni prima, sono in grado di scalare i muri dei palazzi, di schivare proiettili ad una velocità altissima, di volare sui tetti e via dicendo. Un equilibrio davvero pacifico quello instaurato in questa specie di città dai sapori e dai contorni vittoriani, nonostante paia esserci una commistione di ere a giudicare dagli abbigliamenti, dalle capigliature, dai mezzi di trasporto, dalle armi a disposizione sia dei poliziotti che dei vampiri (particolarissimi i proiettili utilizzati dal vampiro protagonista per riuscire a fermare l’altro vampiro ribelle). I loro nomi sono Silus (Dougrey Scott) ed Edgar (Leo Gregory) e in realtà sono fratelli, perché nati dalla stessa madre. Per Silus però non sarà difficile tentare di fermare “il sangue del suo sangue”, anche perché perdutamente innamoratosi della bella poliziotta che sta seguendo le indagini (Saffron Burrows). Una storia d’amore molto defilata che porterà lo stesso Edgar ad attuare una strategia molto sottile per poter finalmente posare le sue grinfie sul fratello “traditore”, che non accetta la sua reale natura di vampiro, convivendo in maniera pacifica con gli umani e arrivando persino ad innamorarsi di uno di loro. Una metafora, questa delle alleanze tra gruppi diversi che ci restituisce il valore dell’integrazione e dell’accettazione del diverso da sé, salvo poi ribaltare tutto con il personaggio del vampiro Edgar che non riesce a sottostare a delle regole che sopprimono i suoi reali istinti. Significa questo che ci sarà sempre qualcuno che non riuscirà ad amalgamarsi e qualcun altro che non riuscirà ad accettare il diverso, l’estraneo. Una completa e definitiva unità di diverse culture, religioni, credenze e via dicendo non sarà mai possibile né immaginabile. Il fatto poi che uno dei due gruppi, in sostanza stia a rappresentare la Chiesa rende la metafora ancora più interessante, donando quell’aurea mistica al film e facendoci riflettere sul ruolo di questa “organizzazione” all’interno delle nostre vite e sul rapporto che si viene a creare tra essa e la civiltà nella quale e per la quale opera. Ma, forse per la paura di annoiare lo spettatore che si reca a guardare un “film sui vampiri” aspettandosi solo denti aguzzi e fiotti di sangue a go go, il regista a metà pellicola abbandona completamente qualsiasi tipo di introspezione e di approfondimento dei temi fino ad allora proposti, lasciando spazio ad una sorta di “caccia al ladro” costituita con una strategia che si avvale di una trappola per topi: Edgar, dopo aver ucciso un bel po’ di innocenti umani, rapisce la bella poliziotta per attirare il fratello a sé e costringerlo ad una resa dei conti.  Hanno inizio così numerosi inseguimenti a suon di colpi di pistola che volano nell’aere accompagnati da  ralenty fastidiosissimi, arrampicate sui muri costruite con effetti speciali davvero grossolani e scene d’azione davvero spicciole e poco coinvolgenti. Si procede piattamente verso un finale a dir poco telefonato che ci lascia con l’amaro in bocca per aver perso l’occasione di vedere un film diverso, comunque costituito da un’ambientazione davvero molto affascinante e recitato perlomeno discretamente, tralasciando qualche esagerazione di troppo per quanto attiene soprattutto i due vampiri protagonisti. Insomma, tutto sommato non uno sfacelo completo, ma sicuramente una piccola delusione.

VOTO: 5

 




CITAZIONE DEL GIORNO

Devi stare attenta perche’ e’ come un cane! Se vede qualcosa prova a scoparla, se non riesce a scoparla prova a mangiarla e se non riesce a mangiarla ci piscia sopra. (da "Vertical limit")



LOCANDINA

Classifica di fine stagione cinematografica 2007/2008 (quarta parte)

Siamo in dirittura d’arrivo. Le ultime posizioni prima di arrivare alla fatidica top ten. Ci sono solo filmoni davvero molto interessanti. Sono curiosa di conoscere la vostra opinione!!!

11-Into the wild


12-Across the universe


13-Reign over me


14-Paranoid park


15-Be kind, rewind


16-Il treno per il Darjeeling


17-Gone baby gone


18-Sweeney Todd


19-American gangster


20-Sogni e delitti


21-Grindhouse – Deathproof


22-Leoni per agnelli


23-La banda


24-Sleuth


25-Away from  her


26-Tideland