Righteous kill – Sfida senza regole


REGIA: Jon Avnet

CAST: Robert de Niro, Al pacino, Carla Gugino, 50 Cent, John Leguizamo, Donnie Wahlberg

ANNO: 2008

 

TRAMA:

 

Turk e Rooster sono legati da un’amicizia trentennale e da un’altrettanto lunga collaborazione lavorativa tra i ranghi della polizia di New York. Arrivati quasi alla fine della loro carriera, pluridecorati e felici del loro lavoro, si ritrovano ad investigare fianco a fianco su una serie di omicidi ai danni di criminali su cui vengono sistematicamente ritrovati dei versetti in rima.

 



ANALISI PERSONALE

 

Se il mitico protagonista della serie televisiva Dexter fosse morto, per descrivere il valore di questo film si potrebbe utilizzare il famoso detto che lo vedrebbe “rivoltarsi nella tomba”. Per fortuna così non è, e dunque possiamo solo asserire che questo Righteous kill (inspiegabilmente tradotto in Sfida senza regole, titolo del tutto alieno ai contenuti della pellicola) è una scialba e malfatta riproposizione dei temi trattati nel noto e fortunato telefilm. La lotta tra bene e male, il non preciso confine di separazione tra le due entità, il ruolo che vengono ad assumere in un mondo sempre più crudele, sia i criminali che i tutori della legge e così via, queste le tematiche affrontate dalla pellicola di Jon Avent (regista dal talento e dai risultati altalenanti), nella quale un serial killer che ha ammazzato ben 14 persone, trova “conforto” nell’assassinare criminali che in un modo o nell’altro sfuggono alla legge, da assassini a stupratori, da pedofili a papponi, da spacciatori e delinquenti vari. Pur essendo un argomento ormai abusato e strautilizzato al cinema, così come in tv o in letteratura, si poteva sicuramente approfondire il discorso e renderlo non solo più interessante, ma anche più appetibile visivamente parlando. Cosa pensare di una pellicola che vanta come protagonisti due mostri sacri (non più così mostri e non più così sacri) del cinema di tutti i tempi come Robert de Niro e Al Pacino, se a spuntarla è invece il famosissimo rapper 50 cent, nel ruolo di Spider, un noto spacciatore? In realtà nemmeno lui ci fa una bellissima figura, ma perlomeno dal canto suo non destava nessun tipo di aspettative, mentre per quanto riguarda i due grandi attori, ultimamente sempre più fiacchi, imbolsiti per non dire quasi “bolliti”, la delusione è piuttosto cocente. Se qualcuno, pur ammettendo la scarsa qualità della pellicola, ha trovato comunque una nota positiva solo per la presenza dei due attori riunitisi nello stesso film dopo 13 anni

 

(l’ultima e unica volta in cui li abbiamo visti insieme in due o tre scene è stato nello splendido Heat di Michael Mann, film e regista totalmente superiori a quelli di cui stiamo trattando), in realtà questo è soltanto un altro punto a sfavore del film, proprio perché ci ha resi partecipi del netto calo artistico di due icone cinematografiche che negli ultimi anni molto probabilmente non hanno saputo scegliere con oculatezza i progetti migliori ai quali accostarsi. Stupisce maggiormente la notizia che i due attori si siano decisi a tornare finalmente insieme sullo schermo dopo così tanto tempo, proprio perché aspettavano la sceneggiatura migliore che gli potesse capitare. E se quella di Righteous kill, fiacca, scontata, piena zeppa di luoghi comuni, di dialoghi insostenibili e a tratti quasi ridicoli e di fastidiosissimi personaggi totalmente fuori contesto (l’avvocatessa drogata, per non parlare della poliziotta con istinti masochistici), risulta essere per loro una delle migliori, preferiamo non immaginare in cosa possano impelagarsi in futuro. Ed è così che oltre ad irritarci per una serie di scelte registiche a dir poco fuori luogo (una serie di sgradevolissimi e stucchevolissimi ralenty totalmente fuori contesto, così come infiniti slipt screen dei due protagonisti che sembravano più che altro le note interviste doppie delle Iene, scene totalmente inutili oltre che inconcludenti e via di questo passo), quello che più “ferisce” è proprio la recitazione stanca e autoreferenziale di de Niro e Pacino che giocano a recitare “loro stessi”, esibendosi (e divertendosi vistosamente) in tutto il loro repertorio di ben note smorfie e sguardi ormai abbondantemente sfruttati. Se a tutto questo, di per sé già abbondantemente insopportabile, ci aggiungiamo il sopravvento di un telefonatissimo e banalissimo colpo di scena, intuibile ad un bel pezzo della fine della pellicola e scongiurato sin dal suo inizio, la frittata è veramente fatta. A conti fatti, Righteous kill, un film d’azione con pochissima azione e con molte aspirazioni fallite di riflessioni metafisiche e psicologiche, risulta essere un film da dimenticare il più presto possibile con la speranza di rivedere un giorno i due grandi colossi del cinema hollywoodiano impegnati in qualcosa di più apprezzabile.

 

VOTO: 3,5/4

 



CITAZIONE DEL GIORNO

 

Siete talmente vuoti che se mi affaccio su di voi mi vengono le vertigini. (da "La cena")

  


LOCANDINA

 

Scarface





REGIA: Howard Hawks

CAST: Paul Muni, Ann Dovrak, George Raft, Boris Karloff, Vince Barnett, Karen Morley

ANNO: 1931

 

TRAMA:

 

Chicago, anni ’30. Il boss mafioso Tony Camonte si impossessa sempre più del potere e fa una scalata che lo fa diventare il numero uno tra i criminali, fino a quando viene stravolto da un fatale delirio di onnipotenza.

 



ANALISI PERSONALE

 

Ispirato alle reali vicende del noto boss mafioso Al Capone, Scarface – Lo sfregiato è indubbiamente il primo vero e proprio gangster-movie, colui che ha assurto al ruolo di capostipite di una successiva, folta e fortunatissima schiera di film a lui ispirati in qualche maniera. Primo su tutti l’omonimo film di de Palma, che a cinquant’anni di distanza è riuscito nell’intento di inserire le vicende della pellicola degli anni ’30 in un contesto totalmente diverso, ma a cui va soprattutto il merito di aver omaggiato e ricordato quel grande capolavoro che è il film in questione. Maestro nel manovrare e gestire i più disparati generi cinematografici, Hawks all’epoca giovanissimo ma già grande esperto della materia, dà vita ad una storia molto particolare ed indimenticabile, aprendo anche la strada ad una nuova era di fare e concepire il cinema. Non a caso la sua pellicola andò incontro a censure di vario tipo, proprio perché i suoi contenuti erano ritenuti fin troppo espliciti per l’epoca. In un tempo in cui al cinema i “cattivi” si vedevano di rado e se si vedevano facevano solo da sfondo o da contraltare per esaltare le qualità positive ed eccezionali dei “buoni”, Hawks stravolse i canoni e le aspettative di tutti facendo assumere il ruolo di protagonista assoluto della sua pellicola ad un personaggio che di eroico non ha assolutamente nulla, nonostante risulti essere il più simpatico, affascinante, sensuale ed interessante. Uno stravolgimento senza dubbio rischioso, che però ha dato degli ottimi frutti. Ed è grazie a questa scelta coraggiosa ed innovativa che possiamo ricordare il, a suo modo, mitico Tony Camonte (interpretato da un Paul Muni eccezionale), uomo senza scrupoli che ammazza gente a destra e a manca andandosene via fischiettando allegramente. Il suo volto estremamente espressivo e comunicativo è caratterizzato da una cicatrice a forma di x, la stessa x che il regista intelligentemente fa comparire a mò di ombre o di disposizioni di oggetti poco prima che qualcuno venga ammazzato a dimostrazione lampante del fatto che anche Tony andrà incontro ad un destino nefasto. Ma del resto è lo stesso atteggiamento di Tony a costituire l’indizio più evidente della fine a cui andrà incontro. Sfacciato, sfrontato, poco attento alle sue frequentazioni e sempre più avido e affamato di potere e di “cose che non gli appartengono”, non può che essere esposto a rischi quasi insormontabili, come l’ira del suo boss che gli scatenerà contro tutti i suoi scagnozzi in una delle sequenze memorabili del film, quella dell’inseguimento in cui Tony deve riuscire a schivare la marea di pallottole che gli si riversano contro dai suoi nemici. Ma la sequenza più geniale della pellicola è quella dell’omicidio alla pista da bowling nella quale una raffica di pallottole viene riversata su un uomo, la cui mano abbandona la palla che va a finire su tutti i birilli lasciandone in piedi solo uno, almeno fino a quando non cade anch’esso dopo una seconda raffica letale di proiettili. Quello che più sorprende in Scarface è proprio la perfetta commistione tra emotività, comunicatività (una certa critica sociale attraversa le vicende gangstaristiche della pellicola, incarnata dalla figura dei poliziotti, uno in particolare) e rigore tecnico e formale. Il film si apre proprio con un meraviglioso piano-sequenza seguito poi da altri che arriveranno ad inframmezzare e stemperare le scene di più inaudita violenza, che nonostante non ci siano spargimenti evidenti di sangue o palesamenti eccessivi dei vari omicidi, riesce a colpire lo spettatore come un pugno allo stomaco. Azzeccata la scelta di non inserire alcun tipo di commento musicale, proprio a rimarcare la crudezza e la durezza delle vicende narrate, che ci presentano l’America degli anni ’30, quella degli anni del proibizionismo fotografandola in maniera sublime, quasi a ricordare in qualche maniera l’espressionismo. Funzionalissimi i primi piani che scrutano persino i volti più imperscrutabili come quello dello stesso Tony, ma anche dell’amante del suo boss Poppy affascinante e seducente femme-fatale. Non deludono nemmeno i personaggi di contorno, come la mamma e la sorella con cui Tony ha uno strano rapporto morboso sfociante quasi nell’incestuoso, l’amico fidato Gino, ma soprattutto un segretario davvero molto divertente che va incontro ad una morte quasi tragi-comica.  Scarface è un film che crea in qualche modo un mito del mondo dei gangster, che fa parteggiare lo spettatore per i boss piuttosto che per i poliziotti, fino a quando però questo stesso mondo, prima quasi osannato, non viene messo a nudo e mostrato nella sua reale natura, ed è così che assistiamo alla vigliaccheria prima del boss di Tony e poi di Tony stesso che implora pietà e poi scappa accasciandosi ironicamente e beffardamente sotto l’insegna luminosa che recita: “Il mondo è vostro", non prima di aver fatto un’agghiacciante confessione a sua sorella morente: "Io non sono niente da solo". 

 

VOTO: 10

 


  


CITAZIONE DEL GIORNO

 

Mercy: "Che, vuoi scoparmi?". Swan: "Mi sa proprio che non basterei da solo, ti ci vuole un treno pieno di cazzi!". (da "I guerrieri della notte")

 


LOCANDINA

 


Black sheep


REGIA: Jonathan King

CAST: Nathan Meister, Danielle Mason, Tommy Davis, Peter Feeney, Oliver Driver, Glenis Levestam

ANNO: 2006

 

TRAMA:

 

Harry Olfield, affetto dalla fobia per le pecore a causa di un trauma infantile, torna dopo 15 anni alla fattoria che è rimasta in eredità a suo fratello. Costui, Angus, sta progettando degli esperimenti genetici sulle pecore, ma ad ostacolarlo ci sono due ambientalisti. Una volta tornato a casa, Harry dovrà affrontare per forza di cose le sue più intime paure e soprattutto dovrà trarre in salvo la fattoria appartenuta al suo amato padre.

 



ANALISI PERSONALE

 

Black sheep è un piccolo gioiellino del cinema più trash e più splatter, con punte di sano e appetibile gore e con momenti di ilarità e comicità assurdi, scadenti anche nel triviale e nel volgare. Insomma non mancheranno allusioni sessuali più sconce e sconvenienti che mai (umani che si accoppieranno con pecore o pecore che in preda al delirio più totale morderanno i falli altrui o cercheranno di ingroppare individui di altre “specie”), oltre alle flatulenze e affini, elementi tanto cari di una certa comicità demenziale, non sempre apprezzabile, se si esclude questa pellicola che li inserisce in un contesto per nulla pretenzioso che gioca a prendersi e a prenderci in giro. Così sulla carta si potrebbe anche essere indotti a pensare di trovarsi di fronte ad una boiata colossale: delle pecore impazzite e mutate geneticamente che assalgono gli umani smembrandoli e mangiandoli fino a trasformarli in una sorta di pecore-mannare. In realtà in parte è così, ma non si sa per quale strano motivo Black sheep riesce a coinvolgere e in alcuni punti persino a far sussultare, nonostante si stia parlando di pecore. Eppure allo spettatore non saranno risparmiati colpi di scena, sequenze più truculente che mai e alti momenti di suspance, come da buon horror che si rispetti. Impossibile non impressionarsi per dei corpi umani letteralmente squartati e sviscerati dei loro organi interni e dei loro arti, così come sarà impossibile non abbandonarsi alle più sane risate per un’improbabilissima lotta corpo a corpo tra un ragazzo e una pecora a bordo di un auto che poi verrà abbandonata dai protagonisti per essere “guidata” solo dalla pecora. E ancora, ci sarà da divertirsi anche grazie alle strambe e originali personalità dei protagonisti, a partire da uno dei due ambientalisti che si oppongono agli esperimenti di Angus, che sarà la causa scatenante della mutazione genetica dell’intera mandria presente nella fattoria, ma non solo. La sua compagna, di nome Experience (un nome una garanzia) si ritroverà a dover lottare al fianco di Harry, il protagonista ossessionato dalla fobia per le pecore, e del suo vecchio amico fattore, per sfuggire dall’attacco delle fameliche pecore assassine e soprattutto per salvare il destino della fattoria.


A completare il quadro, una scienziata molto sensuale ma estremamente cattiva, una vecchietta un po’ sadica che si diverte a cucinare testicoli di montoni e altre “squisitezze” del genere e Angus, il fratello di Harry, del tutto deciso ad arricchirsi con gli esperimenti di mutazione genetica, ma poi caduto nel baratro della follia più pura a seguito di un determinato avvenimento. Gran parte del merito della riuscita della pellicola va soprattutto alla semplicità degli effetti speciali che si avvalgono di espedienti elementari ma funzionali, come quello di inquadrare le pecore in ombra o in penombra evitando di strafare con mostri di fattezze troppo fantastiche e irreali, piuttosto che abbandonarsi ad esagerazioni che avrebbero reso il risultato solo ed esclusivamente ridicolo, invece che decisamente burlesco e gustosamente grottesco come in realtà risulta essere.  Non è da meno la regia, che pur non distinguendosi particolarmente, non si fa disprezzare, accompagnata da una fotografia molto interessante che ci restituisce tutta la bellezza delle terre della Nuova Zelanda e da una sceneggiatura (che pur affossandosi in alcune ripetizioni di troppo) fila liscia come l’olio, intrattenendo nel migliore dei modi. Nonostante sia impossibile non notare quel sottile sottotesto che si riferisce al rapporto uomo-ambiente e ai guai a cui si vanno incontro se si osano sfidare le regole prestabilite dalla natura, Black sheep è un film che non si prende affatto sul serio e si lascia guardare per quello che è: una divertita e divertente commedia horror che tra le altre cose non si risparmia di omaggiare e citare una serie di cult (senza per questo assurgere a tale aspirazione),  da Shining (una pecora impazzita che sfonderà una porta di legno a suon di craniate), fino ad arrivare gli horror veri e propri come quelli di Romero (con tutte le sue albe, notti e giorni dei morti viventi).

Una cosa è certa, dopo aver visto questo film nessuno si potrà più accostare ad una pecora senza provare un minimo di disagio.

 

VOTO: 7/7,5

 



CITAZIONE DEL GIORNO

 

Dimostro venti anni di meno. E perché? Perché sono vergine. Ogni orgasmo porta via ventotto giorni di vita. (Lauren Bacall in "Health")

 


LOCANDINA

 

Sono affari di famiglia


REGIA: Sidney Lumet

CAST: Sean Connery, Dustin Hoffman, Matthew Broderick, Rosana de Soto

ANNO: 1989

 

TRAMA:

 

Vito McMullen, ex delinquente e ladro di professione ora dedito al commercio delle carni, sogna per suo figlio Adam un futuro da brillante laureato e professionista. Questi però è richiamato dalla figura del nonno, Jessie anch’egli criminale da strapazzo. Nonno e nipote decidono di mettere a segno un colpo da un milione di dollari e a Vito non resterà altro che entrarci solo per tenere d’occhio suo figlio.

 

 


ANALISI PERSONALE

 

Ci si aspetta solo grandissime cose se a dirigere una pellicola c’è il grande Lumet che decide di far interpretare a Sean Connery e a Dustin Hoffman il ruolo di padre e figlio, nonostante la scarsa differenza di età e l’assenza di qualsiasi tipo di somiglianza. Non delude nemmeno la presenza del nipote, un giovanissimo Matthew Broderick alle prime armi, ma già padrone della situazione. Un cast coi fiocchi insomma che fa leccare i baffi a cinefili e non. Un film che da un lato non delude le aspettative, proprio perché le interpretazioni sono eccezionali, ma che da un certo punto di vista lascia un po’ a desiderare proprio perché ad una prima parte scoppiettante, divertente e portatrice di non poche riflessioni sui legami familiari e su come questi portino le persone a comportarsi in determinate maniere, segue una seconda parte un po’ troppo stucchevole che sfocia persino nel melodramma con morti e pentimenti che mal si digeriscono. Insomma va tutto bene fino a quando osserviamo i tre componenti della famiglia McMullen litigare e battibeccare tutto il tempo e fino a quando poi si mettono d’accordo per effettuare il piano consistente nella sottrazione ad un’associazione scientifica di una determinata formula atta a portare a termine un’importantissima scoperta. Il film comincia a zoppicare e poi pian piano a capitombolare proprio dopo che uno dei tre viene colto in fallo dalla polizia e viene arrestato e agli altri due non resta altro che continuare a litigare e battibeccare fino a che uno dei due non decide di sacrificare se stesso e l’altro per poter liberare il terzo. Le simpatie dello spettatore si alternano prima per uno poi per l’altro e poi per l’altro ancora, perché ognuno di loro è contrassegnato da un lato simpatico e affascinante, ma anche da uno oscuro o irritante. Abbiamo Adam il nipote, un giovane studente a cui mancano tre mesi per laurearsi ma che si sente costretto in una vita che non gli appartiene, sognando il brivido e il pericolo che contrassegnano la vita attuale di suo nonno e quella passata di suo padre. Decide così di abbandonare tutto e di cercare il vero se stesso lanciandosi in un’avventura oltre che pericolosa, altamente criminosa. Non gli si possono dare tutti i torti, visto che chiunque sia giovane o lo sia stato, conosce bene il sentimento di oppressione che molto spesso i genitori con i loro desideri e le loro aspettative riversano sui propri figli, però gli si può rimproverare una certa irriconoscenza soprattutto nel finale della pellicola, irriconoscenza per aver vissuto un’infanzia più che felice e per aver potuto diventare quello che è diventato. Abbiamo poi Vito, che è sia figlio che padre, sicuramente il personaggio col quale si empatizza di più perché lotta pur di tenere suo figlio fuori di guai e per proteggerlo da un nonno un po’ troppo sui generis. E se da un lato non si può che allinearsi al suo modo di pensare consistente nel condurre una vita retta all’insegna della legalità, dall’altro si comincia a sopportarlo sempre meno per il suo continuo “rinfacciare” a suo figlio di averlo fatto crescere nella bambagia e a suo padre di avergli fatto vivere invece un’infanzia degradante all’insegna di furti e marachelle, negando persino a se stesso di essersi divertito un mondo. Infine, c’è Jessie, il nonno e il padre, un uomo di una certa età che non si rassegna a condurre una vita tranquilla e che continua a destreggiarsi, tra una permanenza in prigione e l’altra, con mezzucci poco legali fino a quando il suo giovanissimo nipote non gli propone il piano da un milione di dollari. E’ lui il più simpatico dei tre, un gigione dall’aspetto burbero ma dai modi gentili che però non tiene assolutamente conto del fatto che suo figlio è uscito con sforzo da quella vita per poterne condurre una pulita e che suo nipote potrebbe cercare se stesso in altri modi, senza mettersi nei guai. Un inguaribile egoista, che nonostante gli avvertimenti del figlio continua ad incoraggiare gli atteggiamenti del nipote. I tre si uniranno loro malgrado e troveranno persino quell’unità familiare che non avevano mai avuto. Come a dire, anche nella più brutta delle esperienza si possono trovare degli aspetti positivi. Oltre alla (seppur blanda perché inserita in un contesto comico e quasi parodico che è quello del mondo dei ladri) rappresentazione dei rapporti familiari , è ravvisabile anche una certa riflessione sui concetti di legalità e moralità che il più delle volte vanno a braccetto, ma che molto spesso sono ben distinti e separati. Ce lo spiega Jessie in una discussione a tavola con l’improbabile compagna di suo nipote e noi spettatori non possiamo far altro che pendere dalle sue labbra, nonostante sappiamo benissimo che si tratti di un delinquente impenitente. Insomma, Sono affari di famiglia non è sicuramente tra i migliori lavori di Lumet che ci ha abituato a ben altri livelli, ma tutto sommato risulta essere una brillante commedia che si fa godere e apprezzare fino a quando non prende una svolta inaspettata e poco ispirante.

 

VOTO: 6

 

 



CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Non hai mai pensato di risposarti?". "Si’, ci ho pensato un’infinità di volte. Mai di giorno però". (Marilyn Monroe e Clark Gable in "Gli spostati")




LOCANDINA

 


Burn after reading – A prova di spia


REGIA: Ethan Coen, Joel Coen

CAST: John Malkovich, George Clooney, Brad Pitt, Frances McDormand, Tilda Swinton, J.K. Simmons, Richard Jenkins

ANNO: 2008

 

TRAMA:

 

Osbourne Cox, analista della CIA, dopo essere stato ingiustamente licenziato si dà all’alcool anche perché sua moglie Katie lo tradisce con un federale, Harry Pfaffer. Nel frattempo decide di scrivere un libro delle sue memorie, solo che il dischetto va perso in una palestra dove viene ritrovato da due strambi impiegati, una donna di mezza età che non ha i soldi per pagarsi tutti gli interventi chirurgici che vorrebbe eseguire sul suo corpo e uno svampito ragazzone fissato coi frullati e le corse in bicicletta. I due convinti di aver trovato delle informazioni scottanti riguardanti i segreti del paese, decidono di ricattare Ozzy.

 


ANALISI PERSONALE

 

Dopo quel grande capolavoro che è stato Non è un paese per vecchi, per i Coen era davvero difficile riuscire a raggiungere così alte vette, ma non è detto che per essere apprezzato un film debba necessariamente essere un capolavoro. E’ proprio questo il caso del divertentissimo Burn after reading, una black-comedy in puro stile Coen che non può affatto deludere gli estimatori e sostenitori dei due registi fratelli. Laddove in Non è un paese per vecchi c’era molto “black” e poco “comedy”, in questo caso abbiamo un dilagare di “comedy” con qualche venatura “black”. Tutto ruota attorno ad un cd che ha diversa importanza a seconda delle persone che vi si confrontano. Per Ozzy è importante perché rappresenta la svolta della sua vita, la realizzazione di un sogno lasciato troppo a lungo nel cassetto, la materialità delle sue aspirazioni da scrittore represse per poter svolgere il lavoro di analista per la CIA, il palesamento della sua parte esibizionista. Per Katie, sua moglie non è altro che una stupidaggine, un’altra delle inutilità di quel marito da lei non più amato, sopportato a malapena solo per risolvere questioni finanziare prima di chiedere il divorzio per poter continuare alla luce del sole la sua relazione segreta con Harry, sceriffo federale, affetto da una serie di allergie alimentari e fissato con la corsa e l’esercizio fisico. Per Linda e Chad, i due impiegati della palestra che lo ritrovano per caso negli spogliatoi, sarà il mezzo che li condurrà su una strada di malintesi e coincidenze che li vedranno coinvolti e invischiati nel mondo dello spionaggio e dei ricatti a potenze straniere quali la Russia, con delle punte di assurdità e di ilarità imperdibili. Non si smette mai di sorridere in Burn after reading, anche quando la violenza più inaudita si scatena quando meno ce lo aspettiamo e viene liquidata nel giro di pochi secondi. Il merito va, oltre che alla sceneggiatura geniale come quelle a cui i fratelli ci hanno sempre abituati, anche al parterre di attori chiamati ad interpretare la serie di “idioti” che popolano questa storia, anzi questo intrecciarsi allucinante di storie, all’insegna del divertimento più puro. Un divertimento che però non è fine a se stesso e porta con sé una sottile e ben nascosta critica sociale a quello che è il bisogno quasi fisiologico di apparire (la donna di mezza età che vuole rifarsi dalla testa ai piedi, l’uomo fissato con la corsa, l’analista della CIA che vuole scrivere le proprie memorie) e a quelli che sono i rapporti umani del tutto svuotati di sincerità e lealtà (in questo film tutti vanno a letto con quasi tutti mentendosi ad oltranza e tradendo il proprio partner).

 

Una pellicola ricca di brio e frizzantezza che colpisce anche per l’ottima regia e direzione degli attori e che, come sempre accade con i Coen, è attraversata da un’adorabile sarcasmo unito alla tipica ironia nera che contrassegna il modo di fare e di vedere il cinema dei fratelli. Difficile trovare qualche difetto in Burn after reading, anche se in effetti per un paio di minuti si avverte una sorta di calo del ritmo, ma in realtà è solo un’impressione, perché veniamo subito smentiti dal prosieguo del film non privo di colpi di scena perfettamente miscelati alle situazioni quasi paradossali di pura comicità. Gran parte del merito della riuscita della pellicola, questo va detto, va soprattutto agli attori che hanno saputo perfettamente ed elegantemente prendersi e prenderci in giro. Difficile preferire l’uno o l’altro, dato che ci troviamo di fronte ad interpretazioni al limite dell’adorabile  e dell’irresistibile con un John Malkovich più incazzato che mai sposato ad un’acida ed antipatica Tilda Swinton che va a letto con l’assurdo George Clooney attento al cibo e costruttore di sedie speciali (quando vedremo la sua creazione, trattenere le risate più smargiasse sarà impossibile). Ma i Coen non si accontentano e ci deliziano con quelle che sono forse le vere due perle della pellicola e cioè la mitica Frances McDormand  che cerca l’amore su internet in attesa di poter effettuare interventi di chirurgia plastica nell’intento di reinventare se stessa e lo straordinariamente svampito Brad Pitt (il più divertente e accattivante) con tanto di meche biondo platino, tutine rosse e auricolare onnipresente, che armato di frullato e di bicicletta tenta di svolgere il suo compito di ricattatore facendolo passare per quello di buon samaritano. Menzione d’onore per il grande J.K. Simmons che ci regala un finale letteralmente straordinario e nonsense, perfetta conclusione di una storia che ci racconta l’idiozia umana e che può essere letta anche come una sorta di parodia non solo di alcuni generi cinematografici, ma soprattutto della vita vera e propria. E cosa succede se ad essere idiote non sono solo le persone comuni, ma anche coloro che dovrebbero essere attenti alla salvaguardia della sicurezza del proprio paese, come gli agenti della CIA? (Ogni riferimento all’attuale situazione americana è puramente casuale?) Lo scopriremo alla fine del film che ci restituisce una realtà fatta di gente che agisce senza pensare alle conseguenze, ma soprattutto senza sapere cosa sta realmente facendo. "Cosa abbiamo imparato, Palmer?" "Non lo so, signore" "Non lo so neanche io, forse abbiamo imparato a non farlo più, anche se non so che cazzo abbiamo fatto"

 

VOTO: 8

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Nostra figlia è un tipo!". "Un tipo? un tipo di scimmia, il tipo più brutto d’ Europa!" (La signora Pina e Andrea Roncato in "Fantozzi")

 


LOCANDINA

Hancock


REGIA: Peter Berg

CAST: Will Smith, Charlize Theron, Jason Bateman

ANNO: 2008

 

TRAMA:

 

John Hancock è un supereroe che mentre salva la sua città dal crimine, combina disastri e guai a non finire finendo con l’essere odiato da tutti i suoi concittadini e dalle forze dell’ordine. Quando salva la vita ad un pr, Ray, questi si offre di aiutarlo a ripulire la sua immagine di ubriacone e scorbutico, per far sì che la gente impari ad amarlo e ad apprezzare i suoi poteri e l’aiuto che, suo malgrado, tenta di dare all’umanità.

 



ANALISI PERSONALE

 

In un periodo in cui il cinema è letteralmente sommerso da avventure e disavventure superomistiche con protagonisti più tormentati che mai (vedasi Batman in primis, ma anche Hulk, Spiderman e compagnia bella) posti di fronte al dilemma della propria dualità e alle grandi responsabilità che derivano proprio dai loro grandi poteri,  Hancock tenta di fare un discorso metacinematografico riflettendo proprio sul ruolo che questo filone sta assumendo sia per gli spettatori che per gli addetti ai lavori. Certo questo sottotesto è davvero molto blando e si perde per strada a metà film, oltre al fatto che può essere colto solo da chi di cinema mastica in maniera più che approfondita, però perlomeno si spera che abbia aperto la strada per una più attenta disamina dell’argomento che nasconde un alto potenziale di interesse e di riflessione cinematografica. Sostanzialmente però Hancock non è altro che un prodotto di intrattenimento che si destreggia tra avventura, divertimento puro, azione e, purtroppo (e questo è sostanzialmente l’aspetto che non fa decollare la pellicola) di vero e proprio melodramma sfociante nella retorica e nella stucchevolezza più inaudita. Tutto sommato il grado di apprezzamento del film dipende molto anche da come ci si pone alla sua visione. Se si pretende di cercare una qualche profondità di contenuti o di assistere ad un prodotto di alta qualità, allora non si può far altro che rimanere delusi. Se, invece, si sgombra la mente da pregiudizi e soprattutto da aspettative e ci si accontenta di divertirsi e di lasciare spazio alla parte più infantile e giocosa di noi, allora non si può far altro che abbandonarsi alle risate più smargiasse, dettate da situazioni davvero esilaranti, e al fomento che una serie di riuscitissimi e abbondanti effetti speciali possono causare negli affezionati e appassionati dell’action-movie di cui Will Smith è egregio esponente. Ed è così che durante la prima parte del film si assiste ad una serie di gag di imperdibile comicità con il supereroe che tanto eroe poi non è, visto che si ubriaca tutto il giorno, maltratta vecchiette e bambini (alcuni dei quali se lo meritano ampiamente), distrugge tutto quello che gli si para davanti creando dei danni insormontabili nel tentativo di combattere la criminalità seguendo un istinto del quale non conosce l’origine, e si destreggia tra un atterraggio e l’altro, sfondando grattacieli, inghiottendo piume di uccelli, toccando sederi a destra e a manca e incazzandosi di brutto se viene chiamato “stronzo”. Un uomo non proprio amabile, quindi, questo Hancock, che non ricorda affatto del suo passato e passa le giornate su una panchina coperto da un cappello di lana e da enormi occhiali da sole. Fin quando si rimane su questo livello che fonde amabilmente e simpaticamente l’azione con il divertimento, la pellicola risulta più che gradevole e soprattutto godibile. Si ride di gusto e si spera di continuare a farlo fino alla fine. Poi però, inspiegabilmente, il film prende tutta un’altra piega disattendendo (e questo forse potrebbe essere anche un piccolo merito) tutte le aspettative che una campagna pubblicitaria mastodontica aveva creato negli spettatori. Il regista e lo sceneggiatore compiono una virata inaspettata, facendo assumere alla vicenda e soprattutto al personaggio, dei contorni un po’ troppo buonisti con una spiegazione che tra l’altro delude si tutti i fronti, visto che sciorina in cinque minuti tutta l’essenza di quest’uomo simpaticamente politically uncorrect. Un colpo di scena intuibile sin dalla prima comparsa del personaggio che lo sostiene e un cambiamento netto dell’atteggiamento bastardo ma al contempo attraente del protagonista, fanno perdere alla pellicola quella verve che aveva fatto sperare bene fino alla fine del primo tempo. Ed è così che Hancock si ripulisce, indossa una tuta di pelle aderente, sostituisce gli insulti e gli improperi con complimenti e buone azioni e soprattutto viene a scoprire la sua reale natura di “angelo sceso in terra”, arrivando un finale più sdolcinato e prevedibile che mai, che sinceramente lascia un po’ con l’amaro in bocca. Ma d’altronde nessuno è perfetto e ce lo dimostra ampiamente questo supereroe sui generis che, nonostante alla fine si dimostri più convenzionale che mai, perlomeno ha il merito di  aver stravolto, nel suo piccolo, l’immagine consueta e radicata degli eroi cinematografici.

 

VOTO: 6/6,5

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

"A commissario, come mai avete un guanto rosso e uno verde?". "Perchè col rosso te do l’ ordine de fermatte, mentre col verde te do er via libera per anna’ affanculo!". (Thomas Milian in "Delitto in formula uno")

 


LOCANDINA

 


La terra





REGIA: Sergio Rubini

CAST: Fabrizio Bentivoglio, Sergio Rubini, Emilio Solfrizzi, Massimo Venturiello, Paolo Briguglia, Claudia Gerini, Giovanna di Rauso, Marisa Eugeni

ANNO: 2006

 

TRAMA:

 

Luigi, professore di filosofia all’università di Milano, ritorna dopo molti anni nel sud-Italia, a Mesagne suo paese Natale. Qui dovrà riuscire a riappacificare i suoi tre fratelli in lite per la vendita di una terra da loro ereditata. Nel bel mezzo delle loro beghe familiari, Tonino, lo strozzino del paese, viene ammazzato e ad essere sospettati sono proprio due dei fratelli di Luigi.

 



ANALISI PERSONALE

 

Sergio Rubini torna ad occuparsi in maniera profonda e intensa della sua terra d’origine, troppo presto abbandonata per seguire le sue velleità artistiche. E se con i suoi precedenti lavori aveva inserito i suoi racconti nel cuore della Puglia, restituendoci uno spaccato molto vivido e reale di una terra così ricca e misteriosa, con La terra quello che più ci arriva è proprio quella sorta di legame atavico che lega, volenti o nolenti, ognuno di noi alla propria terra. Una terra che possiamo anche odiare, negare, disprezzare, ma che indissolubilmente nel profondo ci caratterizza e sostanzialmente contribuisce, anche se ci si allontana da essa, a delineare la nostra natura, la nostra personalità, quello che siamo nella nostra totalità. Un legame che possiamo anche dimenticare, cancellare, allontanare o nascondere, ma che prima o poi riaffiora prepotentemente nei momenti più impensabili, o nelle situazioni che ci spogliano di qualsiasi maschera, costruita da noi stessi o formatasi naturalmente nel corso degli anni, facendo emergere quella che è la nostra vera essenza, la nostra vera e propria natura. Altamente esplicativa al riguardo la sequenza nella quale Luigi in preda al delirio più totale, sconfortato dagli infiniti problemi creati dal suo ritorno a casa, durante un alterco con un cameriere torna istintivamente ad esprimersi in quel dialetto ormai dimenticato e inutilizzato per anni. Un discorso antropologico sul quale si può anche dissentire, ma che sostanzialmente riguarda tutti coloro che per un motivo o per l’altro, in maniera forzata o volontaria, hanno dovuto o voluto allontanarsi per anni dalla propria terra d’origine per poi tornarci, trovandosi a dover  pareggiare i conti con una realtà che si è abbandonata ma che non ha mai reciso il suo cordone ombelicale, palesando tutti quelli che sono gli aspetti positivi e negativi del posto che in un modo o nell’altro ha contribuito alla propria formazione, alla propria genesi. In questo senso La terra è percorso da un fremito che colpisce potentemente lo spettatore ponendolo di fronte allo stesso dilemma che va ad ingarbugliare la tranquilla esistenza del mite Luigi (un fantastico Fabrizio Bentivoglio inizialmente contratto in una perenne espressione impassibile che si trasforma pian piano in un susseguirsi di emozioni contrastanti proprio a dimostrazione del fatto che la nostra vera essenza si palesa proprio quando siamo a contatto con la nostra “terra”), trovatosi ad affrontare un ritorno a casa non previsto, a tratti doloroso e complicato che farà venire a galla molti quesiti lasciati irrisolti, posti nel dimenticatoio. E’ giusto dimenticare tutti colori che si sono amati e che ci hanno amato per inseguire i propri obiettivi tagliando completamente i ponti con il proprio passato? (una nota di autobiografismo percorre quasi tutte le pellicole dell’attore-regista pugliese). Questo uno dei tanti quesiti che Luigi si ritrova ad affrontare, e insieme a lui anche lo spettatore che accompagna la visione di straordinari scorci di paesaggi (le campagne di ulivi si alternano a straordinarie spiagge bagnate da un mare paradisiaco, il tutto fotografato con una sorta di alone mistificatorio dato che questi luoghi nascondono un marciume e una corruzione che costituiscono l’altro risvolto della medaglia di una terra amata e al tempo stesso odiata) con delle riflessioni di non poco conto sul rapporto uomo-terra.

 

Tralasciando la stereotipicità con la quale sono designati la maggior parte dei personaggi – l’uomo politico con problemi economici, il contadino buzzurro, il bravo ragazzo filantropo e generoso, la ragazzina innamorata che fa il filo al fratello più grande, ma soprattutto la compagna gelosa e pedante – tutti i protagonisti di questa pellicola sono recitati in maniera davvero molto convincente. Primeggia il già citato Bentivoglio, ma non sono da meno il grande Emilio Solfrizzi in bilico ma perfettamente equilibrato tra tragicità e comicità e il coriaceo Massimo Venturiello un vero e proprio “bastardo” che dà filo da torcere a tutti gli altri fratelli. Convincono di meno il giovane Paolo Briguglia nel ruolo del fratello più piccolo e l’insignificante Claudia Gerini (solitamente discreta attrice) qui chiamata ad interpretare un ruolo non solo marginale, ma del tutto incomprensibile ai fini del contesto nel quale viene inserita questa sorta di faida familiare. Ma è lui, il regista stesso, a regalarci l’interpretazione migliore, un uomo talmente viscido e mellifluo da sfociare quasi nell’orrorifico, una figura di delinquente talmente reale da apparire quasi tangibile. Sarà la sua morte, avvenuta durante la processione del venerdì santo (girata e fotografata in maniera straordinaria), a scatenare la terribile spirale delirante che colpirà la famiglia già di per sé disastrata. Ed è proprio nel susseguirsi e nel dipanarsi di questo secondo filone giallistico, che risiede il più grande difetto di questa pellicola. Con una soluzione “a portata di mano” sin dai primi minuti del film e con un susseguirsi di flashback fin troppo didascalici ed esplicativi, si arriva purtroppo ad uno scontato e prevedibile scioglimento dei dubbi circa l’assassino di Tonino e ad un finale alla “tarallucci e vino” con la famiglia riunita attorno alla tavola a brindare con un vino rosso come il sangue, come quello che è dovuto scorrere per far sì che si arrivasse alla pace. Ma tutto sommato la pellicola riesce comunque a rimanere apprezzabile, anche e non solo, grazie ai numerosi riferimenti e omaggi letterari che Rubini dissemina qua e là, da Dostojevski (i quattro fratelli implicati in un omicidio ricordano il suo romanzo I fratelli Karamazoff) fino ad arrivare a Verga (cosa è la terra che dà il titolo alla pellicola e che costituisce il terreno di scontro dei fratelli se non “la roba” alla quale Don Gesualdo era legato più di ogni altra cosa al mondo?), e ad una colonna sonora, seppur troppo “inflazionata”, firmata Pino Donaggio, che arriva a sottolineare la disperazione e l’estraniazione di un uomo che ha perso l’orientamento (lo capiamo sin dall’inizio, quando Luigi arriva a Mesagne e si ritrova in una campagna desolata senza sapere dove andare).  

Il finale ironico ma molto significativo di Luigi che in treno tenta di raccontare la sua esperienza alla sua compagna, salvo poi venire totalmente ricoperto dai rumori della locomotiva, ci fa prendere atto del fatto che nessuno può comprendere il complesso meccanismo del rapporto primordiale con la propria terra e del legame ancestrale con la propria famiglia.

 

VOTO: 7/7,5

 



CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Eh, già, c’è un cavallo di meno". "No, ci sono due cavalli di troppo". (da "C’era una volta il West")

 


LOCANDINA

 


Un giorno perfetto





REGIA: Ferzan Ozpetek

CAST: Isabella Ferrari, Valerio Mastrandrea, Stefania Sandrelli, Monica Guerritore, Nicole Grimaudo, Valerio Binasco, Angela Finocchiaro, Milena Vukotic, Federico Costantini, Nicole Murgia, Gabriele Paolino

ANNO: 2008

 

TRAMA:

 

Una signora sente degli spari provenire dall’appartamento di fronte e chiama la polizia. Ad abitarlo è Antonio separato da un anno con Emma, con la quale ha due figli. Le ventiquattro ore precedenti raccontano di uno di quei cosiddetti “giorni perfetti” che hanno portato passo dopo passo al terribile epilogo.





ANALISI PERSONALE

 

Un giorno perfetto, ma un film disastroso. Come banalizzare e svuotare di qualsiasi significato e interesse un tema molto scottante e attuale come quello della violenza all’interno delle famiglie. Un film che si presenta per quello che è sin dal primo inutilissimo e forzatissimo piano-sequenza che ci mostra ogni angolo e anfratto dell’appartamento una volta abitato da Emma, Antonio e i loro due bambini. Subito dopo veniamo catapultati nel cuore della vicenda, una giornata decisiva che segnerà i destini di ciascuno di loro, e anche di altri personaggi totalmente avulsi dal contesto e per nulla amalgamati in qualche maniera ai protagonisti o alle loro vicende. Un cast che faceva sperare perlomeno in una buona prova recitativa, ma che alla fine, escludendo l’intensa Isabella Ferrari l’unica a regalarci qualche scampolo di emozione, si rivela un buco nell’acqua. Quel Valerio Mastrandrea, che solitamente si rivela apprezzabile e adorabile in quasi ogni sua interpretazione, in questo caso carica eccessivamente il suo personaggio, rendendolo affettato e in alcuni frangenti anche poco credibile, eccessivamente costruito e costretto in un ruolo che molto probabilmente non gli si confà. L’unico a salvarsi è il piccolo Gabriele Paolino nel ruolo di Kevin, il più piccolo dei figli della coppia divisa, che per conquistare il cuore di una bella bambina dai capelli d’oro si esibisce in un balletto sulle note di “Bruci la città” di Irene Grandi. Un momento di ilarità che contiene anche una grande tenerezza per il mondo dei bambini che non conoscono a fondo i meccanismi di una vita piena di dolore e difficoltà.

Tratto dall’omonimo romanzo di Melania Mazzucco, Un giorno perfetto tenta anche di inserire la storia familiare in un contesto sociale molto attuale, quale quello della precarietà del lavoro, delle separazioni difficili con figli che non sanno e non vogliono scegliere da che parte stare, dei giovani sempre più fragili e indecisi sul proprio futuro e dell’incomunicabilità tra gli uomini e le donne. L’intento non è dei più deprecabili, ma il risultato si avvicina rovinosamente allo sfacelo, proprio perché pur di inserire più tematiche possibili, si sono create delle sottotrame che non hanno nulla a che fare con il resto della pellicola costringendo lo spettatore ad assistere ad una serie di inspiegabili e indigeribili luoghi comuni. Abbiamo così la giovane donna elegante e snob sposata (Nicole Grimaudo) con un onorevole molto più grande di lui (Valerio Binasco, colui per il quale lavora Antonio, facendogli da scorta), che però è stanca di essere trascurata e comincia a cedere alle attenzioni del figlio di suo marito, salvo poi scoprire di essere incinta. Quest’ultimo a sua volta incarna il ragazzo di giovani speranze che è stanco di vivere all’ombra di suo padre, di prendere buoni voti solo perché figlio di un onorevole (senza magari preoccuparsi di studiare davvero o di rifiutare suddetti voti, proprio come gli suggerisce suo padre quando questi gli sputa in faccia tutta la sua rabbia che altro non è se non ipocrisia) e durante il suo cammino incrocia una donna (Angela Finocchiaro), che poi casualmente si troverà sulla strada di quasi tutti gli altri protagonisti (una sorta di angelo custode che però non riuscirà ad evitare totalmente la tragedia). Aggiungiamoci una madre (Stefania Sandrelli) che legge i tarocchi e una professoressa (Monica Guerritore) che in seguito ad un appuntamento mancato non sa far altro che sorbirsi le paturnie di una mamma preoccupata per la sorte dei propri figli, e abbiamo concluso il parterre di inutili personaggi che si affollano nel corso della pellicola. Ma se la sceneggiatura si rivela insopportabile ed irritante nel suo essere oltre che sconclusionata anche retorica, è la regia l’elemento più scarso che contribuisce a rendere ancora più negativo il risultato finale. Prolungatissimi ed estenuanti primissimi piani che si susseguono in campi e controcampi peggio che nelle più becere soap-opera (non solo quelli dei due protagonisti che si confrontano su un campo minato, ma anche quelli di tutti gli altri protagonisti della pellicola, persino il più insignificante), cedono il passo ad alcuni piano-sequenza totalmente fini a sé stessi, senza contare la scena del tentativo di stupro di Antonio girata in maniera eccessivamente confusionaria. 

Sopperendo alla mancanza di intensità e pathos, con una colonna sonora che insiste a sottolineare didascalicamente e banalmente  i momenti più salienti che costituiscono il preludio della tragedia, Un giorno perfetto non si dimostra all’altezza di una mostra cinematografica come quella di Venezia e si rivela al massimo passabile per una prima serata televisiva, come quelle che ultimamente ci offrono solo fiction sempre più inguardabili e inaccettabili.

 

VOTO: 3,5/4

 



CITAZIONE DEL GIORNO

 

Se leggete questa riga, non avete bisogno degli occhiali. (Mel Brooks in "Balle spaziali")

 


LOCANDINA