Tropic thunder





REGIA: Ben Stiller

CAST: Ben Stiller, Robert Downey Jr, Jack Black, Nick Nolte, Tom Cruise, Matthew McCounaughey, Jay Baruchel, Bill Hader, Steve Coogan, Brandon T. Jackson

ANNO: 2008

 

TRAMA:

 

Cinque attori vengono ingaggiati per girare il più grande film di guerra della storia. Qualcosa però va storto e alla fine si ritrovano nel bel mezzo della foresta asiatica a vedersela con dei nemici a dir poco crudeli.

 

 


ANALISI PERSONALE

 

Dopo 7 anni Ben Stiller decide di tornare alla regia, e se per vedere delle perle come quella che fu Zoolander e come quella che è Tropic thunder, bisogna aspettare così tanto, allora ben venga. Perché Stiller, pur essendo un bravo attore riesce a valorizzare in pieno il suo talento e la sua intelligenza, solo quando si mette anche dietro la macchina da presa. La pellicola, apparentemente costruita solo per far ridere, in realtà è anche una critica ben mirata ad un certo determinato modo di fare cinema, alla macchina di Hollywood che macina giorno per giorno dei modelli sempre più definiti e precostituiti. Ma Tropic thunder è egli stesso un grande blockbuster e questo dovrebbe far pensare che Ben Stiller ha marciato ipocritamente sugli stessi binari da lui criticati, ma in realtà non è affatto così perché per prendere sonoramente alla berlina un determinato mondo, non si può fare altro che mostrare quello stesso mondo in tutte le sue ridicolaggini e debolezze. Prendendo come pretesto l’ambientazione bellica (e mirando alla parodia di molti film appartenenti al filone primi su tutti Apocalypse now e Platoon), in realtà Tropic thunder “denuncia” e “sfotte” tutto il cinema hollywoodiano in generale partendo dagli elementi più nascosti come i creatori degli effetti speciali o gli scrittori dai quali vengono tratte le storie da raccontare o la scelta delle ambientazioni per poi arrivare a quelle che sono le vere e proprie star della mecca del cinema: attori protagonisti, registi e soprattutto produttori. Con una serie di personaggi enormemente esilaranti e volutamente caricaturizzati, non si riesce a tenere la mandibola ferma per un solo istante, si ride si in maniera quasi smargiassa, ma anche e soprattutto in maniera sottile. Impossibile resistere a ciascun strampalato personaggio che si presenta sullo schermo sin dall’inizio con dei meravigliosi, strabilianti e stupidissimi finti trailer che ce ne mostrano il ruolo e le caratteristiche principali: Ben Stiller è Speedman, un famoso attore di film d’azione che arrivano anche ad improbabili sesti capitoli, (chi non ha pensato ai vari Rambo e Rocky alzi la mano) ormai sul viale del tramonto che tenta di ricostruire la sua carriera partecipando a progetti un po’ diversi (come Simple Jack in cui interpreta un ragazzino completamente ritardato); Robert Downey Jr è Kirk Lazarus, il più bravo attore al mondo che ha vinto ben 5 premi oscar e che è completamente assuefatto e immerso nel cosiddetto metodo Stanislavskij, tanto da arrivare a cambiare completamente il suo aspetto e il colore della sua pelle (“Io non leggo mai il copione è il copione che legge me”, “Io non esco mai dal personaggio fino a quando non ho girato gli extra del DVD”); Jack Black è Jeff “Fats” Portnoy, la solita star cocainomane impegnata sempre in film dallo scarso valore (nel suo caso la saga dei “Fatties”) che fanno ridere solo per trivialità come flatulenze e cose di questo genere; Brandon T. Jackson è Alpa Chino (e già il nome dice tutto), un rapper di colore che viene scritturato come co-protagonista in grandi produzioni cinematografiche (l’ultimo esempio che ci viene in mente è Righteous kill proprio con Al Pacino) e che si dimostra forse il più impegnato e serio di tutti; Jay Baruchel è Kevin Sandusky, l’ultima ruota del carro, l’attore emergente che nessuno conosce e di cui nessuno si ricorda il nome (è l’unico ad essersi esercitato, ad aver letto il romanzo da cui è tratto il film, ad aver letto il copione, ad aver fatto l’addestramento, ecc…, critica questa all’eccessiva sicurezza delle grandi star e al loro “menefreghismo” che cresce man mano che acquisiscono successo, soldi e popolarità); Nick Nolte è Quadrifoglio, lo scrittore del romanzo da cui è stata tratta la sceneggiatura (gli uncini che possiede al posto delle mani saranno al centro di alcune divertentissime gag); Matthew McConaughey è Rick “Pecker” Peck, l’agente di Speedman che con il suo tivo ci farà sbellicare dalle risate e, infine, il miticissimo Tom Cruise è Les Grossman, il produttore arcigno e cattivo della pellicola (truccato in maniera da renderlo irriconoscibile ci regalerà dei siparietti a dir poco irresistibili, soprattutto durante i titoli di coda).

Tropic thunder è contrassegnato da una comicità deliziosamente demenziale, ma anche molto irriverente e in alcuni casi politicamente scorretta (le gag che vedranno coinvolte un panda e un piccolo bambino asiatico sono sicuramente le più spassose), una comicità esaltante ma anche molto intelligente che fa uscire dalla sala completamente soddisfatti, non solo grazie al cast di tutto rispetto che riesce con grandissima autoironia a condensare una serie di riflessioni, se ci pensiamo di non poco conto, in un calderone fatto di assurdità e insensatezze, ma anche per merito di alcune piccole-grandi battute e situazioni esilaranti: un oscar di legno, un animale "cingolato", una rappresentazione teatrale nel bel mezzo della giungla, dei camei spiritosissimi, e si potrebbe continuare a lungo.  

 

VOTO: 8

 




CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Cos’e’ questo?". "E’ l’adesso". "Come l’adesso?". "Questo è l’adesso adesso, quello che sta succedendo ora sta succedendo adesso". "Che è successo al prima?". "E’ passato". "Quando?". "Adesso". "Quando il prima sarà adesso?". "Presto". "…quanto presto?". (da "Balle spaziali", di Mel Brooks)




LOCANDINA

 

L'uomo che ama

REGIA: Maria Sole Tognazzi

CAST: Piefrancesco Favino, Monica Bellucci, Ksenia Rappaport, Piera degli Espositi


In una Torino dai contorni indistinti, si muovono le pedine di questa storia ordinaria che racconta la più comune delle vicende: la fine di un amore, le conseguenze che si hanno da una parte e dall’altra, il dolore che si prova a non essere più amati quando ancora si ama. Quello che tentano di fare regista e sceneggiatore è cercare di raccontare il tutto principalmente dal punto di vista maschile. Sostanzialmente al cinema è raro vedere un uomo che piange per amore, o un uomo che mostra apertamente le proprie pene e le proprie sofferenze, come fa in questa pellicola il sempre ottimo e convincente Pier Francesco Favino. Nonostante la regista sia una donna, ha tentato, e per certi versi ci è riuscita, di entrare nell’universo maschile, nella mente degli uomini, e di raccontare quali possono essere i meccanismi che muovono i loro sentimenti, i loro pensieri. Sotto questo punto di vista, la pellicola è perfettamente riuscita, proprio perchè trasmette, in alcuni punti rendendo il suo protagonista addirittura irritante, tutta la disperazione di Roberto per aver perso una donna che considerava la sua anima gemella. I suoi atteggiamenti ossessivi, il suo scivolare sempre più velocemente verso il baratro, sono condizioni che molto probabilmente quasi tutti coloro che hanno subito un abbandono hanno provato. Funzionale in questo senso l’espediente di circondare Roberto da un alone via via più sfocato che lo accompagna nelle sue tristi e solitarie passeggiate notturne, che finiscono quasi sempre con una corsa in tram verso casa per cercare di riuscire a dormire e dimenticare il dolore. Un’ottima idea dunque che però viene leggermente inficiata da alcuni elementi non molto apprezzabili, come una sceneggiatura fin troppo didascalica e per certi versi ridondante (troppe passeggiate solitarie, troppe notti insonni, troppe corse in tram, e via di questo passo), e una serie di sequenze che appaiono fuori contesto, come quella in farmacia nella quale Roberto si rifuuta di vendere un medicinale senza la dovuta prescrizione medica. Al di là di questo, quello che forse non funziona a dovere è l’eccessiva enfasi con la quale si è voluta sottolineare questa condizione comune a uomini e donne, ma vissuta da entrambi i sessi in maniera differente. Se Roberto si intestardisce e non voler dimenticare la donna che lo ha lasciato, la donna da lui precedentemente lasciata, invece, reagisce impulsivamente allontandandolo per sempre da lui. Apprezzabilissima, invece, anche se per certi versi un tantino abusata la colonna sonora firmata Carmen Consoli, che riesce a sottolineare perfettamente gli stati d’animo di tristezza e di nostalgia di ciascun personaggio. Ottime, inoltre, quasi tutte le intepretazioni: intenso e molto comunicativo Favino, decisa e al contempo fragile la Rappaport, e bravissimi Michele Alhaique e Glen Blackhall nel ruolo del fratello minore di Roberto e del suo fidanzato, Yuri. Interessanti, anche se a tratti un pò stereotipati, i personaggi di contorno: i genitori che dopo tanti anni di matrimonio ancora si amano e tengono ben saldo il loro legame nonostante si punzecchino continuamente, la collega di lavoro che si accorge del tormento di Roberto e gli confida di vivere la stessa condizione. Altro pregio de L’uomo che ama è quello di mostrare che quando una storia d’amore finisce a soffrire non è solo colui che viene lasciato, ma anche colui che lascia proprio perchè viene attanagliato dai sensi di colpa per aver provocato tanto dolore, ma soprattutto di porre l’attenzione su quello che sta diventando un problema comune a molti: l’insonnia che ha origine il più delle volte da tormenti interiori. La regia, complessivamente apprezzabile soprattutto quando la camera mostra l’interminabilità dei corridoi nei quali ciascun protagonista si perde, metaforicamente parlando e quando “gira” letterlamente attorno ai suoi protagonisti mostrandone forze e debolezze; si perde invece quando indugia in forzati ed insistenti primi piani.

Tra pregi e difetti, tutto sommato L’uomo che ama è una pellicola sufficientemente apprezzabile che regala anche qualche emozione, soprattutto grazie all’empatia che si riesce a stabilire, a tratti, con il suo protatonista, che a seconda di come ci si pone di fronte al “problema”, appare prima vittima e poi carnefice, o prima carnefice e poi vittima.


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Conferenza stampa – L'uomo che ama



Ed eccoci nuovamente in sala Petrassi, un pò spossi dalla visione di due pellicole consecutive, compresa quella in questione, pronti ad accogliere il cast di questo film italiano in concorso alla terza edizione del Festival internazionale del cinema di Roma. Ben posizionati e pronti a recepire il massimo di informazioni possibili, assistiamo all’arrivo sul palco di gran parte del cast tecnico e artistico della pellicola. Seduti di fronte a noi abbiamo la regista Maria Sole Tognazzi, i protagonisti principali della pellicola Pier Francesco Favino, Ksenia Rappaport, Monica Bellucci e la creatrice e compositrice della colonna sonora Carmen Consoli. Seduti nelle prime file il co-sceneggiatore Ivan Cotroneo e i due giovani attori che danno il volto a Carlo e Yuri. Dopo un doveroso applauso, si parte direttamente con le domande, alcune delle quali un pò provocatorie e forse fuori contesto.

Per quale motivo con questa pellicola si è scelto di mostrare il dolore di un uomo?

Maria Sole Tognazzi: “La mia scelta è dettata dal fatto che a soffrire per amore, o per qualunque altra cosa, non sono solo le donne, anzi. Gli uomini soffrono, solo che raramente si mostrano.”
Pier Francesco Favino: “Quando c’è di mezzo un sentimento, bisdogna arrendersi. Non si può lottare contro qualcosa di più grande. Anche io ho sofferto, ho lasciato e sono stato lasciato. Quando mi hanno proposto questo ruolo, all’inizio ho avuto un pò di paura, ma poi Maria Sole ha saputo guidarmi e consigliarmi benissimo. Sono riuscito a mettere a nudo quello che molto probabilmente molto uomini desideravano che venisse messo a nudo.”

In questa pellicola gli elementi come il montaggio o la fotografia sono molto visibili. Quanto questi elementi fanno parte del suo stile?

Maria Sole Tognazzi: “Con il direttore della fotografia e del montaggio c’è stata un’ottima collaborazione. Volevo un film intimo che dimostrasse l’interiorità dei protagonisti e, anche grazie a loro, ci sono riuscita.”

E’ insolito vedere delle donne completamente “risolte” nel cinema italiano, donne che sostanzialmente non hanno bisogno di un uomo. Lei cosa ne pensa?

Monica Bellucci: “Le donne protagoniste di questa pellicola, sono due donne che fanno parte della quotidianità di oggi. Sono molto pratiche e indipendenti, ma questo non vuol dire che non abbiano bisogno degli uomini, perchè gli uomini, come dico sempre, sono l’altra metà del cielo. La cosa più giusta da fare è cercare un rapporto di parità.”

Nella lavorazione di questo film sono coinvolte molte donne. Una di queste è Carmen Consoli, com’è stato lavorare con lei?

Maria Sole Tognazzi: “Questa collaborazione è una delle cose che mi ha emozionato di più, perchè io e Carmen siamo amiche e avevamo già collaborato insieme per un suo videoclip. All’epoca mi disse che le sarebbe piaciuto scrivere una colonna sonora e quando ho cominciato a scrivere la sceneggiatura di quest film ho pensato subito a lei. Lei è formidabile, perchè ha cominciato a lavorarci leggendo solo la sceneggiatura, senza ancora vedere le scene. Insomma, una collaborazione straordinaria con un dialogo costante.”

Carmen Consoli: “Questa per me è stata la prima colonna sonora e l’ho composta per un’amica. Abbiamo cominciato a collaborare sui sentimenti e ho cercato di creare una musica che bussasse al cuore. Adesso “L’uomo che ama” è dentro di me. Sono una donna “che ama l’uomo che ama”.”

Nella sua pellicola abbiamo assistito all’interpretazione di due giovanissimi attori. Cosa ne pensa di loro?

Maria Sole Tognazzi: “Ho avuto la fortuna di lavorare con grandissimi attori, ma mi sembrava interessante mostrare talenti nuovi e spero proprio che abbiano la meravigliosa carriera che meritano.”

Le è mai successo di “portare a casa” qualcuno dei suoi personaggi? Ce n’è uno in particolare che le ha cambiato la vita?

Monica Bellucci: “I miei personaggi li lascio sempre sul set, cerco di non pensare mai al passato, anche se ovviamente rimango sempre attaccata a loro in un modo o nell’altro. In questo mestiere non si smette mai di imparare, c’è sempre qualcosa di nuovo da cui trarre ispirazione.”

Gli uomini tendono a parlare d’amore solo tra di loro, secondo lei come mai? Sarà perchè le nuove generazioni sono più “femminilizzate”?

Pier Francesco Favino: “Io credo che questa sia una cosa che esiste da tempo, e non solo nel cinema. Solo che cambiano le modalità con cui gli uomini mostrano e dimostrano i loro sentimenti. E’ difficile che un uomo vada a raccontare i propri fallimenti e dolori ad una donna, ecco perchè lo fanno con gli esponenti del proprio sesso. Ho preso treni mentre lavoravo per andare a consolare degli amici e loro hanno preso treni per me. Del resto abbiamo l’esempio di Dante che ha sofferto moltissimo per amore. Anche Marlon Brando in Ultimo tango a Parigi, quando si affaccia alla finestra, ci mostra tutto il suo dolore. Io spero che cambi l’atteggiamento degli uomini e delle donne nei confronti della propria emotività.”

Cosa ha provato ad interpretare il suo personaggio?

Ksenia Rappoport: “Nel film Sara lascia Roberto perchè con il tempo l’avrebbe fatto soffrire. Lei non lo ama con la stessa intensità con cui lui la ama. Quello che volevo mostrare è che anche la persona che lascia soffre moltissimo, perchè sente molto il senso di colpa.”

L’abbiamo scoperta qui al Festival di Roma con La sconosciuta, ora ci ritorna con questa nuova pellicola. Come sta andando il suo lavoro qui in Italia? Che effetto fa tornare qui a Roma?

Ksenia Rappoport: “Non so cosa ho fatto per meritare questo amore che sento forte. Sono molto felie per le numerose proposte che mi provengono da diversi registi.”

Per quale motivo ha scelto proprio Ksenia come protagonista femminile?

Maria Sole Tognazzi: “La scelta di Ksenia è avvenuta dopo un incontro a Roma in albergo. Mi ero fatta un’ottima idea di lei grazie a La sconosciuta. Ho subito capito che era adatta per la parte. Il fatto che fosse una donna di un altro paese rafforzava l’assenza di radici che io volevo esprimere col personaggio di Sara. Non ha una casa fissa e soprattutto ha difficoltà a legarsi sentimentalmente. Un’ambiguità, un’assenza di basi che lei ha reso alla perfezione.”

Che differenza c’è tra registi russi e italiani? Ha intenzione di continuare con il suo lavoro a teatro in Russia?

Ksenia Rappaport: “Non c’è nessuna differenza. La differenza è tra le personalità. Non importa la nazionalità, ma il carattere, la forza nell’esprimere le cose. Ho molti problemi con il teatro, lavoro moltissimo in Russia e non riesco a fare tutto quello che vorrei fare. Ma non voglio perdere il teatro russo.”


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Incontro con David Cronenberg: quando la genialità diventa follia

Nonostante il cospicuo ritardo è impossibile irritarsi durante l’attesa di uno dei più grandi cineasti viventi e quando finalmente arriva sul palco con un’aria umile e disponibile, trattenere l’emozione è impossibile. Tra domande improbabili con preamboli assurdi del tipo “M’illumino d’immenso quando guardo le sue pellicole”, abbiamo modo di pendere dalle labbra del regista canadese che risponde esaurientemente ed intelligentemente – oltre che spiritosamente – a molte domande.



Uno dei chiodi fissi della sua filmografia è la trasformazione del messaggio in medium. C’è sempre un corpo che si trasforma, anche nelle sue ultime pellicole. E’ un percorso che continuerà a lungo?
“Penso gli uomini siano gli unici animali uin grado di pensare e di sperare di poter essere diversi, di poterlo immaginare. E questo può avvenire in differenti maniere. Per me questa cosa è naturalmente interessante, è una cosa che appare incoscientemente in ogni mio film”.

“Sono molto interessato all’idea di fare qualcosa di nuovo, di non usuale. Curare la regia di un film è come dirigere una grande nave, un vero e proprio transatlantico. Un’altra cosa che mi interessa molto fare è collaborare con i musicisti delle mie opere. Nei film di solito la musica è una cosa che viene alla fine, ma in alcuni casi come per esempio per il mio film La mosca, la musica venne prima di tutto. E’ molto difficile creare una colonna sonora e per questo io cerco sempre di creare una via più sfot per i miei collaboratori. Vivere a Parigi e dirigere l’opera è stata un’esperienza grandiosa”.

Quando è morto Stanley Kubrick, si disse che Eyes Wide Shut fosse incompleto per via del mixaggio. Che importanza hanno per lei i suoni, le atmosfere, la colonna sonora?
“A Montreal, molti anni fa incontrai Bernardo Bertolucci che stava girando “Il conformista”. Il montatore gli mostrò quanto si potesse lavorare sul film, anche in post-produzione. Si possono cambiari singoli elementi della pellicola, soprattutto con le nuove tecnologie. Il suono per me è ciò che rende tridimensionale un film, ciò che gli dona spazio e dimensione. “Stereo”, il mio primo film non aveva affatto colonna sonora ed era molto disturbante perchè ciò rendeva il film bidimensionale. Il suono dà solidità, tutti i suoni sono diversi e trasmettono sensazioni diverse. Se Kubrick non era coinvolto in questo aspetto di Eyes wide shut, allora si tratta di una pellicola incompleta. Si può distruggere un film nel mixaggio del suono, possono stravolgersi le battute, persino le interpretazioni”.

Dopo essersi occupato per molte pellicole della mutazione e trasformazione fisica, è passato ad interessarsi all’invisibile. Il suo cinema è diventato più mentale. Continuerà a lavorare sulle linee invisibili dell’inconscio umano?
“Quando dice invisibile, presumo che voglia dire astratto e non letteralmente “non visibile”. Ci sono concetti che non è possibile filmare, ma bisogna trovare una visuale per mostrare questi concetti astratti. Per me si tratta del corpo umano, ho cominciato da lì. Io comunque non ho mai pensato a me sotto questo punto di vista, questo è solo un modo di approcciarsi della critica nei miei confronti”.

Al contrario di molti altri registi della sua generazione, lei non ha ottenuto lo stesso successo di pubblico. Le dispiace non essere popolare?
“Una volta Oliver Stone mi disse: “Ma non ti fa rabbia rimanere ai margini?”. Sinceramente è una cosa che non mi interessa, tutto quello che voglio è fare i miei film ed esprimere quello che voglio esprimere”.

Molti dei suoi film sono tratti da romanzi. Sta anche per uscire da noi un suo romanzo. Di cosa si tratta, ce ne può parlare?
“No. No, davvero. E’ stata un’esperienza interessante. Una volta una giornalista mi chiese: “Ha mai pensato di scrivere un romanzo?” “Si, ci penso solo da 15 anni”, le risposi. Sono in una fase molto delicata, non posso parlarne.”

Quali sono i suoi scrittori preferiti?
“Molti, moltissimi. Amo tanto gli scrittori russi come Dostojevsky, ma anche tutti quelli da cui ho tratto i miei film, come Borroughs”.

Quanto deve trasformarsi un attore per poter essere apprezzato da lei?
“Ognuno ha il proprio modo di lavorare. Io come regista posso solo dare delle direttive, ma il mio compito è far sentire agli attori che possono esprimere loro stessi. In genere i miei attori sanno già quello che devono fare. Non devono preoccuparsi di essere umiliati. Tra me e loro si crea un rapporto di fiducia, è una cosa quasi fisica. Ho fatto l’attore anche io qualche volta e fare il regista è una cosa completamente diversa. Non si tratta di una trasformazione magica, io sono molto collaborativo, non dico mai loro cosa fare o non fare.”

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Al Pacino: quando recitare è uno stile di vita oltre che un'arte








AL PACINO: QUANDO RECITARE E’ UNO STILE DI VITA OLTRE CHE UN’ARTE

 

L’agitazione e l’attesa per una grande star e un grandissimo artista come Al Pacino, si sente forte alle ore 18.00 nella sala Petrassi dell’Auditorium, soprattutto perché l’attore è in leggero ritardo e qualcuno vocifera che non ci sia. Poi però le luci si abbassano leggermente e sul palco compare il mito, un uomo che trasuda cinema da tutti i pori. Elegante nel suo abito scuro, sbarazzino con gli occhiali da sole in testa, Pacino si mette subito a suo agio e si gode il lunghissimo applauso di benvenuto. Prima di cominciare a rispondere alle domande ci tiene a fare un breve ma interessantissimo commento iniziale sull’Actor studio, il reale motivo per il quale è qui a Roma, visto che ha vinto il Marc’Aurelio d’oro:

 

L’Actor studio è la cosa più importante per me. In un paio di film, ma sostanzialmente in tutte le mie pellicole, la mia recitazione ha origine proprio da lì. L’actor studio è come una casa per me, ma è un posto che accoglie chiunque abbia passione e determinazione. Nel mio film “Babilonia”, mi occupo proprio di raccontare questa realtà dall’interno, mostrando cosa si prova a parlare con molti attori provenienti da tutto il mondo. Tutti possono accedere all’Actor studio, non ci sono preferenze di età o di provenienza, e una volta entrati si è membri per la vita. La parola chiave è “sperimentare”, ricordo ancora quando, molto giovane, ho recitato in un film di Kazan, in cui potevo confrontarmi con molti attori professionisti. Bisogna cercare di carpire,  recepire, interagire con gli altri, esercitarsi. L’Actor studio è un’opportunità enorme, non solo dal punto di vista professionale, ma anche per la ricchezza della propria vita sociale”.

 

Partono le domande e Pacino risponde molto esaurientemente con un’ampia dose di particolari e di informazioni davvero succulente. Non mancano le gag e i momenti divertenti, ad un certo punto il suo accompagnatore, seduto alla sua destra, gli rivolge una domanda, ma Pacino che guarda attentamente il suo pubblico, non recepisce la reale provenienza della domanda, visto che tutto ciò che viene detto gli arriva tramite la voce della traduttrice in auricolare. Gli si suggerisce di guardare a destra, ma lui continua a guardare in platea, fino a quando non si accorge della piccola “gaffe”, sorridendo di gusto. In un altro momento chiede cortesemente che gli si ripeta una domanda, perché invece di ascoltare la traduttrice in auricolare, si era incantato a leggere il labiale del suo interlocutore. Al di là dell’aspetto puramente gioviale e sereno che ha caratterizzato la conferenza stampa, si è potuto ascoltare dalla e nella viva voce di un grandissimo artista, la grande passione per il cinema e soprattutto per il teatro.

 

Ancora giovanissimo ha avuto la possibilità di recitare accanto a Strasberg, uno dei più grandi attori mai esistiti. Cosa si prova a recitare di fronte a qualcuno che si considera “il proprio maestro”?

 

Strasberg era un vero amico. Lavorare con lui fu straordinario, perché era il guru della recitazione. E quando lavori con un grande attore e riesci a capire cosa fa e come lo fa, allora poi lo si fa insieme. Era “solo un altro attore”, come io “ sono solo un altro attore”. Lui non mi ha mai istruito o giudicato. Ho fatto due film con lui che mi hanno dato l’opportunità di conoscerlo. Oltre ad essere un attore, era anche un maestro nato. Lavorare con lui è stata una rivelazione, il suo modo di recitare era molto classico. Una volta mi disse: “Se vuoi recitare, devi imparare a memoria le battute”. E aveva ragione, anche se è difficile, soprattutto quando invecchi e non hai più tanta memoria, ma col passare degli anni ti impadronisci del mestiere e impari anche ad andare a braccio.

 

Il modo di vedere il cinema sta cambiando radicalmente. Tecnologie sempre più avanzate, festival in tutto il mondo, mercati sempre più accessibili. Come vede questi cambiamenti?

 

Molto spesso è chiamato a recitare il ruolo di un mentore, una figura di riferimento per personaggi più giovani. Cosa si prova ad insegnare qualcosa ai giovani?

 

Ad Hollywood funziona così: se qualcosa diventa popolare allora la si ripropone più volte. La figura del mentore è diventata popolare grazie ad alcuni miei personaggi. Tutti, o quasi, i giovani attori con cui ho lavorato sono diventati miei amici, oltre che colleghi, come successe a me con Strasberg e Brando. Gli attori oggi sono molto più fiduciosi in sé stessi, più esperti, e anche se potrebbero essere un po’ intimiditi trovandosi a recitare accanto a me, è una cosa che si risolve subito tra me e loro. A volte ci vogliono minuti, altre volte ore. L’unica buona idea è instaurare un rapporto amichevole. Io spesso chiacchiero con loro,  vado a cena con loro o magari  a prendere un caffè. Questo fa la differenza.

 

Che significato ha per lei ricevere un premio come il Marc’Aurelio d’oro in una città come Roma? A che punto è della sua carriera? Con quale titolo indicherebbe la sua “posizione” ora?

 

Ricevere questo premio è un onore davvero speciale per me. Venire qui in Italia è anche un’occasione per incontrare vecchi amici. Davvero non riesco ad esprimere quello che si prova, è molto difficile da spiegare a parole. Inoltre, arrivato a questo punto della mia carriera, essere premiato mi serve anche da buon promemoria per tutto il lavoro svolto fino ad ora e per quello che svolgerò in futuro. E’ un vero onore sia come attore che come artista. E poi i voli per Roma sono così pratici!

 

Più spesso ha dichiarato che recitare a teatro la soddisfa di più che recitare sul grande schermo. E’ vero?

 

Bè, si è vero. Perché ho cominciato proprio sul palco e ci ho lavorato per molti anni. Per carità, amo i film, adoro guardarli, un po’ meno farli perché c’è sempre qualcosa che non va, qualche problema di ordine pratico. Ma la performance è parte di me, soprattutto se dal vivo. Amo moltissimo il contatto col pubblico dal vivo, tutto ciò costituisce uno stimolo per me, oltre ad avere un’aria familiare e più calorosa.

 

Qual è la cosa migliore dell’essere attore?

 

E’ avere un tenore di vita elevato, ma soprattutto è bere dopo lo show!

 

Come si sente nel ruolo di “maestro” per le nuove generazioni?

 

Io non sono un maestro di recitazione. Io dico seriamente che bisogna andare sempre avanti nel recitare. “Impara le tue battute”, come diceva Strasberg. Il mio stile è particolare, ed è il mio stile. Tutto quello che voglio è permettere al vostro inconscio di essere liberi. Un po’ come fa Jackson Pollock con la sua arte.

 

Nella sua carriera ha interpretato una marea di ruoli differenti. Quanto è difficile staccarsi dai propri personaggi?

 

Questa è una grande domanda. Dopo molti anni di mestiere e di esperienza bisogna imparare a discernere la propria vita dal lavoro. Quando ero ancora molto giovane rimasi molto scosso dalla mia interpretazione in “Quel giorno di un pomeriggio da cani”. Alla fine l’unica cosa che sapevo è che non volevo “tornare indietro”, che dovevo letteralmente staccare da quel personaggio. Ora non ho più questo problema e questo lo devo al passare del tempo, perché ho imparato ad concentrarmi su altre cose. Nell’arco di una settimana ci sono talmente troppe cose da fare che non puoi concentrarti solo su una di esse. Per esempio,  una volta a teatro, mentre recitavo un’opera di Shakespeare, ero talmente confuso che pronunciai la battuta di un’opera diversa. Quello che aiuta molto è avere molti interessi e possedere molta energia, l’unica che ti fa andare avanti.

 

In Scarface Tony Montana diceva “Dico sempre la verità, anche quando mento”. E’ un po’ quello che fa un attore?

 

Secondo me è proprio l’opposto. Nella vita di tutti i giorni siamo più portati a mentire, mentre quando recitiamo diciamo la verità perché abbiamo la reale opportunità di esprimere interamente noi stessi.

 

Pubblicato su www.livecity.it e www.supergacinema.it

 

 

 

Vacanze romane

Carissimi e gentilissimi lettori, so che siete a migliaia e migliaia, colgo l’occasione per salutarvi prima della mia imminente partenza per Roma, dove andrò a "lavorare" al Festival internazionale del cinema. Se qualcuno di voi ha qualche richiesta da farmi, tipo toccare il culo alla Bellucci; pomiciare con Viggo Mortensen;  tirare un pomodoro ad Al Pacino per la sua ultima interpretazione in Righteous kill; chiedere a Guy Ritchie come ha fatto a farsi sfuggire quella gran gnocca di Madonna; chiedere a Cronenberg di che tipo di acidi si fa; tirare un’anguria a Carlo Verdone per i suoi ultimi film; dare qualcosa da mangiare a Keira Knightley; fare le sopracciglia a Colin Farrell; consolare Jon Voight per il fatto che nel trailer del film che ha interpretato accanto a Colin Farrell e Edward Norton, il suo nome non compare affatto; e cose di questo tipo, fatemelo sapere entro l’ora di pranzo perchè poi chiudo baracca e burattini e torno tra una decina di giorni. Nel frattempo magari vi aggiornerò su qualche chicca di particolare interesse, del tipo alla Bellucci l’è uscita na tetta di fori, Mortensen porta la dentiera, Jon Voight è rimbambito e non si è accorto di aver recitato in nessun film, Croneneberg non si fa di acidi ma di funghi allucinogeni, Ritchie si è lasciato sfuggire Madonna perchè ora sta con Santa Lucia (ok, per questa potete insultarmi a vita), Keira Knigthley in realtà mangia come una porca e non ingrassa mai (e qui potete insultare lei per tutta la vita), Al Pacino è rimbambito e non si è accorto di aver recitato in nessun film (questo l’ho già detto?), a Verdone piacciono moltissimo le angurie, Colin Farrell ha le sopracciglia tatutale, ecc…
Mi raccomando non disperate per la mia assenza, tornerò sicuramente ad illuminare e allietare le vostre giornate buie e tempestose e a tirarvi su il morale con le mie brevissime e interessantissime recensioni (ok questa è falsa quasi quanto quella della Knightley che mangia a volontà e non ingrassa mai).
Detto questo, un abbraccio a tutti e a presto!!!

Vicky Cristina Barcelona


REGIA: Woody Allen

CAST: Rebecca Hall, Scarlett Johansson, Penelope Cruz, Javier Bardem

ANNO: 2008

 

TRAMA:

 

Vicky e Cristina, due ragazze americane, decidono di trascorrere un’estate a Barcellona, la prima per preparare la sua tesi sulla cultura catalana, la seconda per dimenticare un amore finito male. Le due amiche sono molto simili tra di loro in tutto, tranne che nell’approccio all’amore. Vicky è molto razionale e sta per sposare quello che si suol dire “un buon partito”, mentre Cristina cerca sempre qualcosa di diverso che la faccia scombussolare. La conoscenza di un artista spagnolo sconvolgerà l’idea che entrambe hanno dei rapporti sentimentali.

 



ANALISI PERSONALE

 

Dopo la parentesi londinese (in Europa il regista dice di aver trovato la libertà creativa che non gli era concessa in patria), Woody Allen decide di ambientare la sua nuova pellicola in un luogo caldo, cosa che non era forse mai successa prima. Pur essendo Vicky Cristina Barcelona una sorta di spot pubblicitario della città spagnola con tanto di omaggi che sembrano delle vere e proprie cartoline di un’agenzia di viaggi, in realtà il regista è riuscito comunque a coglierne lo spirito e a sottolinearne, magari ricorrendo al solito cliché, la migliore caratteristica: la passionalità. Passionalità degli spagnoli e della città stessa nella quale si respira, e si recepisce anche durante la visione, sensualità e focosità. Il merito, va detto, va ai due protagonisti spagnoli, entrambi davvero molto sexy ed intensi: Javier Bardem ottimo nel ruolo dell’uomo ancora innamorato di sua moglie, che tenta di dare un senso alla sua vita senza lei, andando a letto con belle donne e Penelope Cruz (di cui il regista sembra essersi letteralmente innamorato), che ruba la scena e attira l’attenzione con i suoi isterismi e la sua follia. Entrambi sono degli artisti, entrambi si sono influenzati a vicenda, entrambi hanno imparato qualcosa dalla vicinanza con l’altro, ma irrimediabilmente (almeno così è secondo il regista) ogni rapporto umano è destinato a deteriorarsi, a consumarsi per poi finire in una maniera o nell’altra. Ma l’amore non è vero amore se durante il suo percorso le persone coinvolte non riescono a stravolgersi e a migliorarsi, o magari anche peggiorarsi, a seguito della convivenza con l’altro, che porta ad una sorta di osmosi nella quale si cerca di attingere la giusta ispirazione dall’altro. E in effetti Vicky Cristina Barcelona, altro non è se non un trattato di quello che è sempre stato il tema portante della filmografia di Allen, i rapporti umani, la loro natura, il loro evolversi e il loro trasformarsi col passare del tempo. Fondamentale al riguardo il dialogo che si svolge tra Juan Antonio, il pittore spagnolo e Vicky la studentessa americana, quando i due si recano a far visita al padre di lui. Per spiegare il motivo per il quale suo padre non rende partecipe il mondo della sua arte (scrive bellissime poesie), l’uomo asserisce che “nonostante secoli di civiltà non ha ancora imparato ad amare”. Nonostante le reali protagoniste, che danno poi il titolo alla pellicola, siano Vicky e Cristina, ad attirare l’attenzione (oltre ovviamente a Barcellona e per un po’ anche la bellissima Oviedo), è il rapporto burrascoso e molto particolare che intercorre tra il pittore e la sua strampalata ex-moglie, che va a trasferirsi da lui nonostante abbia cominciano una focosa convivenza con la bella e dolce Cristina, da subito invaghitasi di quest’uomo diverso dagli altri. E così si comprende che l’amore per sopravvivere ha sempre bisogno di un “elemento” esterno, in assenza del quale è difficile, quasi impossibile, andare avanti. Il triangolo però diventa ben presto un quadrilatero, visto che nemmeno Vicky, fidanzatissima in attesa di sposarsi, riesce a resistere all’estremo fascino di Juan Antonio, che non nasconde di voler andare a letto con entrambe le amiche, invitandole ad un week-end nel quale le cose andranno in maniera totalmente opposta a quella prefissata e prevista. Il sesso, pur essendo una componente fondamentale della pellicola, viene solo sfiorato in alcune scene che ci fanno intuire la passione intercorrente tra i vari protagonisti (il bacio saffico tra la Cruz e la Johansson dura solo 8 secondi ed è quanto mai castissimo), mentre assume più importanza il valore dell’arte, di un qualche interesse che rende ciascuno di noi degno di considerazione o di attenzione (i due protagonisti spagnoli sono dei pittori, ma anche Cristina si appassiona ad una forma d’arte: la fotografia). Non mancano le citazioni colte, prima su tutte quella a Truffaut e al suo Jules et Jim (altra storia incentrata su un triangolo amoroso) e soprattutto non manca la consueta ironia che contrassegna il modo di fare cinema del grande Allen. Ironia che sgorga dai dialoghi in spagnolo tra Bardem e la Cruz, ma che tocca anche altri temi come una critica ad una certa borghesia un po’ bigotta (incarnata dal fidanzato di Vicky che strappa più di una risata, ma anche dalla zia di Vicky che decide finalmente di liberarsi dalle maglie di una vita che le va stretta). Bellissimi e bravissimi i protagonisti, molto ben tratteggiati i loro personaggi, leggera ed intrigante la storia che porta anche a riflessioni sui rapporti umani, interessante anche se fin troppo patinata l’incursione nella bellissima città spagnola, eppure c’è qualcosa che non torna. A rovinare il tutto una fastidiosissima ed imperante voce narrante che arriva a sottolineare anche la più lampante ed evidente delle azioni, della serie “Vicky sta mangiando un dolcetto”, “Cristina sta fotografando le strade più particolari di Barcellona”, senza la quale molto probabilmente il risultato finale sarebbe stato più soddisfacente. Sfornando una pellicola all’anno è normale che Allen subisca qualche calo di prestazione, e dopo lo straordinario Sogni e delitti, ci si deve accontentare di una pellicola a dir poco inferiore, ma discretamente godibile e apprezzabile.

 

VOTO: 7

 

 



CITAZIONE DEL GIORNO

 

Il successo non ha sapore, né odore e quando ti ci abitui è come se non esistesse più. (da "Tutto su mia madre")

 


LOCANDINA

 

Thank you for smoking





REGIA: Jason Reitman

CAST: Aaron Eckhart, Maria Bello, Cameron Bright, William H. Macy, Robert Duvall, J.K. Simmons, Katie Holmes, Adam Brody, Sam Elliott

ANNO: 2005

 

TRAMA:

 

Nick Naylor è un dipendente della Big Tabacco e il suo ruolo è quello di difendere le sigarette da tutti colori che lottano contro la lobby del tabacco. Un lobbista che ha fatto dell’arte della parola il suo mestiere, ma che non riesce a spiegare a suo figlio qual è il suo lavoro effettivamente, portandoselo dietro ad ogni viaggio d’affari per farglielo capire.

 



ANALISI PERSONALE

 

Un film sulle sigarette e nessuna sigaretta viene mai accesa. Già questo fa pensare alla particolarità di questa simpatica e divertente pellicola, che non manca di lanciare delle accuse alla società americana con i suoi falsi perbenismi e le sue sicurezze infondate (“Sii fiero dell’America. Abbiamo il miglior governo che i soldi possono comprare”). Un film talmente assurdo nel suo svolgimento, che risulta sicuramente divertente, soprattutto grazie ad una sceneggiatura ricca di dialoghi arguti e a tratti quasi disarmanti, portatori di una serie di considerazioni di non poco conto. Del resto la forza della parola, il mezzo della persuasione per convincere gli altri, l’argomentazione delle proprie idee, sono gli elementi basilari della pellicola. “Questo è il bello della discussione: se argomenti in modo giusto non hai mai torto”, dice il protagonista al suo bambino che lo adora senza aver capito esattamente che lavoro fa suo padre. E non è bastato l’incontro con i genitori a scuola, durante il quale Nick (un bravissimo e più che convincente Aaron Eckhart) ha cercato di convincere i bambini che se nessuno gli dimostra che il fumo fa male, allora non devono necessariamente crederci. Un personaggio scomodo, che si attira le antipatie di tutti proprio perché difende un’associazione che uccide quasi 1200 persone al giorno, cercando di non farlo sembrare un problema. Tra ospitate in tv accanto a ragazzini malati di cancro e riunioni nelle quali suggerisce di far tornare le sigarette al cinema (i grandi divi del passato ne fumavano sempre qualcuna nei loro film), Nick non ha da stare tranquillo, visto che viene minacciato da “terroristi” che gli affibbiano sempre soprannomi diversi: magnaccia, sanguisuga, mefistofele yuppie. La pellicola si destreggia quindi per far risultare simpatico, almeno a noi spettatori, questo personaggio che incarna il cinismo e a tratti l’arrivismo di una determinata fetta di società, e alla fine paradossalmente ci riesce eccome.

 

“Tutti devono pagare il mutuo”, continua a ripetere a coloro i quali gli chiedono perché svolge quel determinato lavoro, ma in realtà Nick crede davvero in quello che fa e in quello che dice, è davvero convinto (e man mano convince anche noi) che ognuno debba essere lasciato libero di scegliere come meglio condurre la propria vita (il diritto di esercitare il libero arbitrio è l’altro tema portante della pellicola). Esplicativa al riguardo la discussione finale con un senatore che gli si oppone strenuamente (un macchiettistico William H. Macy), che pretende di immettere su ogni pacchetto di sigarette l’immagine di un teschio “perché ormai le parole non bastano più”. Altra forza di questa brillante pellicola sono i personaggi di contorno, tutti deliziosamente interpretati da un parterre di attori molto interessanti: i due unici amici di Nick, quelli che con lui formano il gruppo MDM (mercanti di morte), una Maria Bello appartenente alla lobby degli alcolici e un David Koechner rappresentante della lobby delle armi (strabilianti gli incontri settimanali di questi tre personaggi, nei quali i lobbisti fanno a gara a chi ne uccide di più col proprio prodotto); il capo di Nick, un fantastico J.K Simmons; il “capitano” della compagnia, un particolarissimo Robert Duvall; il signor Marlboro, un esilarante Sam Elliott; una giornalista tutto pepe, una sensuale Katie Holmes; un agente di star hollywoodiano fissato con l’oriente, un affascinante Rob Lowe. Nota di merito anche alla colonna sonora, davvero deliziosa e all’incipit in cui sfilano tutti i pacchetti più famosi di sigarette che fanno da sfondo ai titoli di coda. Con una regia molto fresca e particolare, piena di intermezzi nei quali la voce narrante del protagonista esprime i suoi pareri e i suoi pensieri in maniera pungente e sicuramente con un pizzico di sarcasmo, Jason Reitman, autore anche della sceneggiatura, ha dato vita ad una pellicola in cui l’azione non ha il ruolo di protagonista, ma dove prevalgono le parole e tutto ciò che in esse può essere contenuto, la forza con la quale esse possono smuovere chiunque, se utilizzate in maniera furba e adeguata. “Michael Jordan gioca a basket. Charles Manson uccide la gente. Io parlo. Ognuno… un talento”.

 

VOTO: 7,5/8

 




CITAZIONE DEL GIORNO

 

La CIA seppe del Muro di Berlino solo quando gli crollo’ addosso. (Denzel Washington (Anthony Hubbard) in "Attacco al Potere")

 


LOCANDINA

 

Rapporto confidenziale numero otto


EDITORIALE di Alessio Galbiati

Fare il cinema, in questa epoca – nella quale ci accingiamo ad incominciare a vivere e della quale presto comprenderemo la premonizione che fu l’epoca nostra (1) – diverrà sempre più complesso e per questo necessario. L’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte ormai giunta all’epifania del dispiegarsi del proprio potenziale rende alla portata di molti (mai tutti!) l’armamentario tecnico (appunto) per l’edificazione dell’immagine in movimento. Il nuovo cinema italiano è campione del budget minimale, i nuovi (centomila?) autori dovrebbero (ma in realtà già lo fanno e pure da qualche decennio) andare la dove si insegna a fare il cinema a tenere simposi sull’esperienza accumulata (ma quali sono davvero i luoghi dove si impara a fare il cinema?). Fare un film è, oggi più che mai, il miracolo della raccolta dei fondi necessari per fare il film. Spesso l’impegno è talmente gravoso che da mezzo per il raggiungimento d’un fine, la raccolta fondi diviene essa stessa il fine. In buona sostanza c’è bisogno di soldi, quantomeno un sistema di credito agevolato, magari (!) privato. Privato dal viscido paternalismo ministeriale, il cinema può tornare ad essere libero mercato di emozioni e saperi? La realtà, al solito sorprendente, ci racconta che un cinema completamente libero esiste ed è talmente vivo da mettere in discussione il presunto idillio d’un epoca mitica ormai perduta, che poi così libera non è (quasi) mai stata. La prima vera rivoluzione fu il Super-8, qui da noi fu Grifi fra i primi a comprenderlo (ma anche mio padre non si lasciò sfuggire da sotto il naso la possibilità di riprendere matrimoni, viaggi di nozze e cresime), al mondo invece lo fece capire Abraham Zapruder con la sua preistorica Bell&Howell Zoomatic Director Series otto millimetri modello 414 PD (2). Ad esser più precisi la rivoluzione fu opera della Kodak che, nel ’65, introdusse il formato fornendo ad una cifra assai più ragionevole del 35mm miliardi di km di pellicola pronta per essere impressionata. A quel punto la realtà fu per la prima volta davvero a portata d’un numero assai più vasto d’esseri umani. E’ un peccato che non esista una "Storia del cinema amatoriale", sarebbe una lettura fantastica, cercherei il capitolo dedicato ai "viaggi di nozze" e cercherei la sezione dedicata a Venezia per sapere in che modo la città sia stata ripresa e di quanto il cinema, quello con la ‘c’ maiuscola, abbia condizionato questo modo di mettere in scena la realtà. Oggi il digitale apre la possibilità di fare cinema ad un numero ancor maggiore di individui, ma i problemi sembrano sempre gli stessi.

La libertà è mettere sempre qualsiasi cosa in discussione e questo esercizio proviamo a farlo pure noi, nel nostro piccolo, inaugurando la seconda fase di Rapporto Confidenziale. Con il numero otto, che segue l’enorme sforzo dello speciale uscito in settembre e dedicato alla 61° edizione del festival del film di Locarno, ricominciamo la cadenza mensile delle nostre pubblicazioni cercando di divenire sempre più chiari al lettore, compatti nella struttura e gradevoli alla vista per cercare di "professionalizzare" il più possibile questo progetto che vorremmo indistinguibile da fratelli maggiori assai più danarosi.

In questo numero troverete al solito parecchie chicche cinéfile, c’è un articolo dedicato a quell’oscuro e mitico attore che è stato Lon Chaney come pure due recensioni di pellicole dirette dal dimenticato Tod Browning. Inauguriamo poi una sezione dedicata a quei film ingiustamente precipitati nell’oblio della memoria: Detour à la raison è il nome che abbiamo scelto. Un nome che gioca con il leggendario film di Elgar G. Ulmer, sommo esempio di qualità celata all’interno d’una produzione di serie B. Ma parliamo anche di David Lynch e della sua perturbante sit-com malata dedicata ai conigli. Buttiamo anche l’occhio ai film nelle sale, a quelli popolari (Burn After Reading) ed a quelli invisibili (Haiti Chérie), che facciamo parlare direttamente perché ci piace l’idea di concepire RC come spazio aperto alla produzione indipendente italiana. In questa direzione c’è uno speciale dedicato alla malastrada.film, piccola casa di produzione e distribuzione siciliana che abbiamo il piacere di presentarvi con dovizia di particolari. C’è poi il report del Volcano Film Festival, manifestazione della quale siamo stati media partner e che anche in questo numero vi raccontiamo attraverso una lunga intervista al suo direttore artistico.

Un’ultima cosa prima di lasciarvi alla lettura, con il numero otto inauguriamo anche un nuovo modo di concepire la copertina di RC. Abbiamo infatti pensato che fosse una cosa interessante e piacevole dare carta bianca per la sua realizzazione ad un artista ogni volta differente. Ad ottobre la firma è quella di Maurizio Giuseppucci, un artista che utilizza il cinema come dato manipolabile. Del resto aanche noi di Rapporto Confidenziale facciamo lo stesso.

Buona lettura.

 

note. (1) Scrivo in giorni di crack borsistici durante i quali editorialisti pluri-laureati di mezzo mondo scrivono d’un nuovo ventinove. (2) Dice wikipedia.

 

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SOMMARIO del numero 8


04 La copertina. Maurizio Giuseppucci

05 Editoriale di Alessio Galbiati

06 DETOUR À LA RAISON. Spoorloos di Roberto Rippa

07 Rabbits di Alessandra Cavisi

08 Le macerie dei Coen di Ciro Monacella

09 "Presentarti con il tuo vero volto e renderlo presentabile, questo è difficile". Lon Chaney di Samuele Lanzarotti

14 Tod Browning’s Freaks di Samuele Lanzarotti

17 The Unknown – Lo sconosciuto di Samuele Lanzarotti

18 Il cinema seconda la American International Pictures. Sisters di Brian De Palma di Roberto Rippa

20 Intervista a malastrada.film a cura di Alessio Galbiati

     cinemautonome di malastrada.film 26

     malastrada.film(ografia) 28

30 Haiti Chérie – comunicato stampa

31 Il profumo della signora in nero a cura di Francesco Moriconi

32 DETOUR À LA RAISON. Confidenzialmente, un segreto sugli alieni di Ciro Monacella

34 Volcano Film Festival. il report di Alessio Galbiati

     Intervista a Peppe Cammarata, direttore artistico del Volcano Film Festival a cura di Alessio Galbiati 35

42 indice filmografico

44 arretrati


ALTA QUALITA’ 10.2mb

http://confidenziale.files.wordpress.com/2008/10/numero8_high.pdf

BASSA QUALITA’ 6.3mb

http://confidenziale.files.wordpress.com/2008/10/numero8_low.pdf



Rabid – sete di sangue


REGIA: David Cronenberg

CAST: Marylin Chambers, Frank Moore, Howard Ryshpan, Patricia Gage

ANNO: 1976

 

TRAMA:

 

Una giovane coppia subisce un tremendo incidente in motocicletta. Lui si fa qualche graffio, lei, Rosie,  rimane gravemente ferita. I due vengono portati nella vicina clinica del dr. Keloid, chirurgo plastico che da anni sogna di poter effettuare un trapianto di pelle. Costui approfitta dell’occasione che gli è capitata ed effettua l’operazione rischiosa sulla ragazza. Quando si risveglierà dopo un mese, Rosie si ritroverà a dover affrontare una terribile mutazione del suo corpo che la condurrà a comportamenti terribili.

 



ANALISI PERSONALE

 

Dal complesso residenziale L’arca di Noè de Il demone sotto la pelle alla clinica privata di chirurgia  estetica di Rabid. Dalla fame di sesso alla fame di sangue. Da un protagonista maschile ad una protagonista femminile (un’attrice porno imposta dalla produzione, anche se Cronenberg avrebbe fortemente voluto per questo film Sissy Spacek). Quale migliore posto di una clinica di questo genere, dove tutti si recano per “modificare” il proprio corpo, per ambientare questa nuova storia di mutazione della carne e della psiche, con conseguenti disastri più o meno insormontabili? I riferimenti si sprecano, da Freud (che viene letto da una giovane paziente della clinica che vi si reca perché suo padre vuole che abbia il naso diverso dal suo) a de Palma (la giovane protagonista dopo essere stata in un cinema porno a succhiare il sangue ad un uomo, passa davanti ad un altro cinema dov’è affissa la locandina di Carrie, guarda caso recitato da Sissy Spacek), a Romero (già citato nel finale del film precedente, qui richiamato proprio perché ancora più fortemente le vicende di questo film richiamano alla mente quelle degli zombie romeriani, oltre che dei vampiri).

Rabid – sete di sangue è un horror un po’ sui generis, come sono poi tutte le pellicole del regista canadese, proprio perché inserito in alcuni contesti che il più delle volte cozzano col genere, come quello fortemente melò che si esprime maggiormente nel finale che vede consumarsi un enorme contesto melodrammatico sfociante poi nella famosissima scena del ballo scolastico. Sicuramente, dunque, una scelta voluta quella di Cronenberg che ancora non ha perfettamente delineato la sua poetica e la sua estetica, ma che si trova decisamente sulla strada giusta. Molti degli elementi, visivi o narrativi, ravvisabili in questa pellicola li ritroveremo infatti in alcune delle sue bellissime pellicole a venire. Tralasciando l’ovvia trasformazione del corpo che si avvia a seguito di una mutazione interna (in questo caso la trasfusione di pelle ha creato dei problemi al sangue della ragazza), tipico e ricorrente leit-motive cronenberghiano, possiamo ad esempio notare che la protuberanza che cresce sotto l’ascella di Rosie, una sorta di apertura a forma di vagina dalla quale fuoriesce un pungiglione a forma di pene (la sete di sangue è in realtà di nuovo sete di sesso?), ricorda moltissimo la “porta verso l’altro mondo” che posseggono i protagonisti di Exsistenz o le protuberanze attraverso le quali i ragni e le macchine da scrivere de Il pasto nudo, secernevano una qualche viscida sostanza. Ma, tornando a Rabid, quello che più conta è che comunque il film si svolge seguendo le regole di un canonico horror. La donna, una volta resasi conto della sua nuova natura, non riesce a fare a meno di “cibarsi” del sangue altrui, a cominciare dai pazienti della clinica stessa, diffondendo un terribile virus inizialmente scambiato per idrofobia. Ed è così che infettato dopo infettato, la città di Montreal si riempie di gente affamata di sangue che si riconosce dal terribile pallore del volto e dalla schiuma bianca che fuoriesce dalla bocca. Si passa da un paziente della clinica, ad un taxista, ad un camionista, ad un fattore e via di questo passo, fino a quando quasi tutta la popolazione non verrà infettata, costringendo gli altri a rintanarsi e difendersi sparando a vista sui contagiati. Il tutto a causa dell’operazione del dr. Keloid, segno questo dell’estrema negatività della scienza quando si vuole sostituire all’uomo e alla natura, critica aspra e notevole del regista ad una società sempre più arrivista e interessata al successo e all’affermazione personale. Rosie, avendo la sua arma nascosta sotto l’ascella, per poter attaccare il prossimo è costretta ad abbracciarlo (se nel film precedente il contagio si trasmetteva con un bacio, qui si passa ad un altro “elemento” dolce e romantico come può essere l’abbraccio), arrivando persino ad un exploit quasi zoofilo (la donna si recherà in una stalla per abbracciare col suo pene-vagina una mucca). La perversione, dunque, è l’altro elemento che scaturisce dalla mutazione corporea di Rosie (ed ecco giustificata, oltre che per gli incassi, la scelta di un’attrice erotica molto conosciuta all’epoca), mutazione che però non le impedirà di mantenere saldi i suoi affetti, tanto che si rifiuterà di attaccare sua sorella o il suo amatissimo fidanzato, fino a giungere ad un finale davvero terribile che la vedrà cadavere inerme gettata in un camion di rifiuti, completamente annullata e distrutta.

 

VOTO: 8

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO


I mussulmani si depilano le parti intime. Non mi stupisce che poi diventino terroristi. (Dal film "100 ragazze")

  


LOCANDINA