Changeling


REGIA: Clint Eastwood

CAST: Angelina Jolie, John Malkovich, Jeffrey Donovan

ANNO: 2008

 

TRAMA:

 

Los Angeles, 1928. La ragazza madre Christine Collins si reca al lavoro lasciando il suo giudizioso bambino di 9 anni da solo per un paio d’ore. Quando torna a casa il ragazzo è scomparso e la donna si rivolge disperata alla polizia che dopo cinque mesi le restituisce un bambino che in realtà non è suo figlio. Per non ammettere di aver commesso degli errori, il corpo di polizia di Los Angeles, corrotto fino al midollo, continua ad insistere sul fatto che quel ragazzo è davvero Walter Collins, e quando sua madre si oppone strenuamente, la fanno rinchiudere in un ospedale psichiatrico. Ad aiutarla, un pastore presbiteriano del tutto deciso a smascherare la corruzione del dipartimento di polizia.

 

 


ANALISI PERSONALE

 

Changeling è un film estremamente potente, soprattutto dal punto di vista emotivo. Trattasi di una potenza assolutamente “pulita” che non lascia spazio a patetismi di alcuna sorta e che, soprattutto, non affonda grossolanamente e ingenuamente in alcun tipo di eccessivo pietismo od esagerato melodramma. Nonostante si parli di una storia vera che riguarda una madre single in lotta per il ritrovamento del suo bambino, Eastwood (e lo sceneggiatore preso in prestito dai fumetti) riescono a mantenersi onestamente sulla retta via, nel senso che ci raccontano questa straziante e commovente disavventura nella più elegante e raffinata maniera possibile ed immaginabile. Nessun indugio ruffiano e scorretto sul dolore e la sofferenza, ma un accento deciso e vigoroso sulla determinazione e l’amore assoluto che ci fa sfidare qualsiasi tipo di legge o di regola prestabilita, soprattutto quando sappiamo di combattere contro un nemico iniquo e terribilmente crudele. Non si pensi, però, di trovarsi di fronte ad un film freddo che non comunica nessuna emozione o nessun tipo di palpitazione, perché la magia di questa pellicola sta proprio nel fatto di coinvolgere estremamente lo spettatore e di farlo entrare nel vivo della vicenda, senza fare ricorso ai facili espedienti di cui sopra. Il merito va soprattutto al grandissimo autore che è Clint Eastwood e al suo modo sempre straordinario di descrivere e raccontare, tramite storie personali come quella di Christine Collins, tutto il marcio della sua (ma anche della nostra) società. In Changeling la mdp non esiste, nessuno di noi si accorge della sua presenza, ci sono solo lo spettatore e i protagonisti di questo straziante racconto di una Los Angeles lontana nel tempo, ma forse vicinissima nei meccanismi che la regolano. Lo sguardo si sofferma sul dipartimento di polizia e sulla sua estrema corruzione, incarnata in questa pellicola dallo spietatissimo capitano J.J. Jones (Jeffrey Donovan), un uomo che si merita tutto il disprezzo che suscita nel pubblico di fronte allo schermo (anche se lo schermo in realtà in questo film non esiste. Man mano che la pellicola prosegue, la distanza tra lo spettatore e la pellicola diviene praticamente nulla). Altra grande forza della pellicola è quella di far immedesimare inverosimilmente lo spettatore nella spirale di angoscia e sofferenza in cui viene ingabbiata la giovane donna protagonista (una Angelina Jolie che dimostra un talento non indifferente, rimanendo in perfetto equilibrio tra stupore, dolore e indignazione, senza scadere nel facile stratagemma della lacrima facile), agnello sacrificale di un’organizzazione marcia fino al midollo, un’organizzazione che sguazza nell’immoralità e nel putridume della disonestà. Un’organizzazione che pur di non ammettere di aver sbagliato e di essersi impigliata nelle maglie dell’inefficienza e, soprattutto, pur di guadagnare consensi con la falsa risoluzione di alcuni casi, tra i quali quello del piccolo Walter Collins, è disposta a rovinare la vita di una donna nella maniera più terribile e più crudele immaginabile. Una società, dunque, che non possiede nessuno spiraglio di speranza (parola chiave di Changeling), se non fosse per l’altro grande personaggio della pellicola, il pastore presbiteriano (un altamente incisivo John Malkovich) che prende a cuore la storia di Christine, sia perché profondamente colpito dalla disgrazia cadutale rovinosamente e inevitabilmente dall’alto (il dolly iniziale con la mdp che dall’alto giunge sulla casa della protagonista è di una forza comunicativa non indifferente, soprattutto se messo a confronto con quello finale antitetico sia dal punto di vista tecnico che narrativo), sia perché del tutto deciso a smascherare gli orrori di un dipartimento di polizia che si arroga persino il diritto di decidere della sanità mentale delle persone, rinchiudendole in ospedali psichiatrici quando queste diventano un pericolo alla loro apparente efficienza e diligenza. Ad incastrarsi perfettamente tra questi due grandi temi perfettamente fusi, la parallela narrazione della scomparsa e uccisione di alcuni bambini (l’innocenza e l’incapacità di difendersi di queste “creature” è un altro pilone portante della pellicola), che ci porta verso un finale di straziante commozione, che scalfisce anche i cuori più duri e coriacei. Changeling è, a conti fatti, un film che si insinua nelle nostre viscere anche grazie ad una serie di sequenze di meravigliosa fattura e di immensa energia emozionale ed efficacia espressiva: quella nella quale il ragazzino complice degli omicidi scava nel terreno sotto il quale sono stati sepolti i bambini con il poliziotto che si volta perché non riesce a guardare; quella di Christine che si reca a far visita all’assassino seriale (un personaggio sicuramente negativo, ma molto meno viscido e più meritevole di “compassione”, rispetto al vero cattivo del film) per scoprire se questi ha ucciso o meno il suo bambino; quella raggelante e immobilizzante dell’esecuzione del suddetto assassino e quella del ritrovamento di un bambino scomparso nel periodo in cui è scomparso Walter che restituisce uno spiraglio di ottimismo (come quello che permea la pellicola di Capra, Accadde una notte, premiata agli Oscar in barba alle previsioni che vedevano come vincitore Cleopratra) alla donna  che nonostante tutto è uscita vittoriosa da un’atroce vicenda grazie alla sua immensa fermezza e risolutezza.

 

VOTO: 9

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

Un giorno ho chiesto a mia moglie: "Cara, dove vuoi andare per il tuo compleanno?". E lei: "In un posto dove non sono mai stata". "Allora prova in cucina". (In "Quei bravi ragazzi")

 


LOCANDINA

 

Il sipario strappato





REGIA: Alfred Hitchcock

CAST: Paul Newman, Julie Andrews

ANNO: 1966

 

TRAMA:

 

Il fisico americano Armstrong accompagnato dall’assistente-fidanzata Sarah, si trova in Europa per partecipare ad una conferenza, ma in realtà per poter entrare in contatto con i fisici della Germania Est con i quali lavorare ad un progetto su un missile anti-missile rifiutato dai suoi connazionali. In realtà, il professore è deciso a fingersi un traditore della patria per poter rubare la vera formula ai suoi avversari, ma ad impedirgli il corretto adempimento del piano si pone l’ostinata e testarda fidanzata.

 



ANALISI PERSONALE

 

Uno degli ultimi film del grandissimo e prolifico regista inglese, Il sipario strappato non rientra sicuramente tra le sue migliori pellicole e cioè tra quelli che sono dei veri e propri capolavori indimenticabili. Ma nella lunghissima filmografia di Hitchcock è quasi impossibile riuscire a trovare una pellicola di per sé deludente o poco soddisfacente. L’unica nota negativa che si può riscontrare nei suoi film “minori” è proprio il fatto di non riuscire a raggiungere le altissime vette che in altre occasioni ha raggiunto e persino superato. E’ questo uno di quei casi in cui non si può gridare al miracolo, ma che comunque ci dimostra come, anche se poco ispirato o poco aduso a determinate tematiche o generi cinematografici, Hitchcock riuscisse sempre a sfornare pellicole di qualità e di spessore registico e non solo. Il sipario strappato è una spy-story sulla scia di quelle che all’epoca impazzavano al cinema, soprattutto quelle con protagonista il mitico 007, che però non risulta coinvolgente e fomentatrice come lo erano le sue simili. Nonostante qualche difetto in fase di creazione della suspance, del pathos o dell’immedesimazione degli spettatori con i protagonisti, cosa che gli è riuscita perfettamente e inimitabilmente in moltissimi altri film, la pellicola risulta essere comunque altamente godibile e decisamente apprezzabile sotto diversi punti di vista a partire dai due attori protagonisti, interpreti di due personaggi molto particolari e ben caratterizzati. Lui, il magnetico e forse fin troppo misurato Paul Newman (le bizze tra attore protagonista e regista, riguardanti la tecnica dell’Actor’s studio, sono ben note), incarna l’uomo tutto d’un pezzo, pronto a sacrificarsi per la propria patria a costo di apparire agli occhi della propria fidanzata un terribile traditore; lei, la bellissima e quasi svampita Julie Andrews (è lei il personaggio più particolare della pellicola, quello con il quale lo spettatore simpatizza maggiormente), incarna la donna perdutamente innamorata, pronta a tutto pur di rimanere accanto al proprio uomo, ma motivo e causa di non pochi guai e intoppi nel proseguimento del piano altamente segreto portato avanti dal professore. Il tema dell’amore e del dovere, chiodo fisso del regista, è qui fortemente presente anche se in misura minore rispetto, ad esempio, a quel grandissimo capolavoro che è Notorious (altra storia di spionaggio inserita in un contesto completamente diverso), e la tribolata avventura di questi due personaggi ne è un esempio lampante:

 

pur di rimanere fedele al proprio amore lei è disposta a diventare una traditrice al pari del suo uomo (anche se sappiamo benissimo che in realtà non è affatto così), e pur di non perdere la sua donna lui è disposto a mettere a repentaglio la propria missione, palesandola in ogni suo particolare alla fidanzata. A fare da perfetto contraltare a queste figure al contempo eroiche ma molto umane, una serie di personaggi altamente caricaturizzati (una sorta di anti-comunismo risultante dalla caratterizzazione dei tedeschi, è perfettamente palpabile), a partire dal professor Lindt, colui il quale distrattamente e stupidamente consegnerà la formula del missile al professor Armstrong (risulta poco credibile che una formula di cotale importanza si riduca a poche cifre scritte su una lavagnetta, ma questi sono particolari ininfluenti che poco contano quando si tratta di analizzare una pellicola), in preda ad una sorta di impeto d’orgoglio e di vanità che lo metterà alla berlina ai nostri occhi, proprio perché inconsapevole del fatto di rivelare un segreto importantissimo proprio al suo nemico. Tre sono le sequenze che rimangono impresse su tutte le altre, soprattutto per la tensione e l’abilità con la quale sono orchestrate dalla sempre abile e furbissima mano del Genio: quella nella quale il professor Armstrong si reca in un museo per depistare lo “scagnozzo” messogli alle calcagna dai suoi neo-colleghi tedeschi poco fiduciosi nei suoi confronti (qui l’uso del sonoro è di fondamentale importanza con il suono dei passi dei due personaggi che si susseguono alternativamente creando una certa tensione); quella dell’omicidio di suddetto scagnozzo nella villa di campagna di un componente della “setta” Pi greco (organizzazione che tenta di aiutare il professore e la sua fidanzata), portato avanti lungamente e molto lentamente con diverse armi, a partire da un coltello da cucina fino ad arrivare al gas del forno (con questa sequenza Hitchcock ha voluto dimostrare quanto possa essere difficile uccidere un uomo, soprattutto per chi non è avvezzo a determinate “pratiche”); e quella della fuga dei due protagonisti e di altri componenti del Pi greco a bordo di un finto autobus, guidato da un finto autista, forse unico vero grande momento di suspance della pellicola. Con un finale alquanto rocambolesco, incentrato sulla fuga a bordo di una nave all’interno di due cesti per i costumi di uno spettacolo teatrale (la ballerina dello spettacolo è uno dei personaggi più ironici e al contempo “antipatici” della pellicola), Il sipario strappato si farà ricordare anche per la solita apparizione del regista, qui seduto al centro della hall di un albergo con un bambino in braccio che gli fa la pipì addosso.

 

VOTO: 7,5/8

   


CITAZIONE DEL GIORNO

 

Sposi un becchino, sposi un contrabbandiere, sposi un borsaiolo, ma un giornalista non lo sposi mai. Dia retta a me… (Walter Matthau a Susan Sarandon in "Prima pagina")

  


LOCANDINA

 

Galantuomini

REGIA: Edoardo Winspeare

CAST: Donatella Finocchiaro, Fabrizio Gifuni, Beppe Fiorello


Lecce, anni ‘60. Lucia, Fabio e Ignazio sono amici sin dall’infanzia, ma col passare degli anni le loro strade si divideranno. Ignazio diventerà un giudice e lascerà la sua città, Fabio si perderà nei meandri della droga e Lucia in seguito ad una relazione con uno spacciatore, si affilierà alla Sacra Corona Unita. In seguito alla morte di Fabio, le strade di Lucia ed Ignazio si incroceranno di nuovo, fino a giungere ad una inevitabile e necessaria separazione definitiva.

Un film fatto di gesti e di sguardi questo di Winespeare, ambientato nella più profonda Puglia, dove la criminalità la fa da padrone. Andandosi ad allineare ad una folta schiera di film che si occupano delle “mafie italiane”, riesce comunque a colpire soprattutto grazie alle interpretazioni di Donatella Finocchiaro e Fabrizio Gifuni, ottimi attori che danno volto e vita a due personaggi molto complessi e molto profondi, portatori di due storie particolari e complicate, che però terminano nelle più prevedibili delle maniere. Al di là dell’importanza del non detto nell’espressione dei sentimenti e delle sensazioni che intercorrono tra i due sempre contrassegnati da una sorta di tensione che li rende incapaci di avvicinarsi quanto vorrebbero, il film è interessante anche per le ottime scene d’azione e di sparatorie che spezzano i momenti di più alta riflessione o contemplazione e scoppiano improvvise immobilizzando lo spettatore. Evitando qualche clichè tipico di questo genere di narrazioni, questa storia d’amore impossibile e sofferto (lui è un giudice lei è affiliata alla Sacra Corona Unita) e per questo motivo anche molto romantico (i due si inseguivano tra le straordinarie stradine leccesi sin da bambini), riesce comunque ad emozionare e coinvolgere, nonostante il contesto per niente rassicurante. La faida tra le bande rivali, quella di Lucia, che nonostante sia una donna è a capo di molti suoi “colleghi” grazie ad una paventata scappatella col boss e quella dei baresi che non ci stanno ad affiliarsi e a sottostare alle regole dei leccesi; assume un significato particolare quando il personaggio di Infantino (Giuseppe Fiorello), il padre del figlio di Lucia, in seguito al rifiuto della sua donna, decide di passare dalla parte opposta, rischiandoci le penne. In questo momento avviene la vera e propria svolta del personaggio di Lucia, fino a quel momento rimasta ai margini dell’organizzazione criminale, evitando di sporcarsi le mani, ma dopo l’avvenimento costretta a “immegersi” nel sangue. In realtà tutto comincia con la morte del suo carissimo amico Fabio inghiottito e sconfitto da una realtà circostante del tutto desolante (nonchè dalla droga venduta dalla stessa banda di Lucia, motivo per il quale lei incolperà il suo compagno Infantino piuttosto che se stessa), ragione per la quale Ignazio torna in città. La terribile perdita per entrambi i personaggi principali, sarà il punto di partenza per un cambiamento interiore contrassegnato da moti dell’animo e da reazioni consce ed inconsce dapprima impensabili. Molto evocative e potenti le sequenze che ricordano l’infanzia dei tre amici cresciuti tra le galline e le pietre leccesi, potentissima la sequenza nella quale Lucia e il suo piccolo bambino vengono aggrediti dalla banda rivale. Un pò meno riuscito, anche se forse inevitabile, il finale che si prospetta nei suoi contorni sin da quando Ignazio fa ritorno al suo paese natale, con due scene di sesso fin troppo esibite e insistenti che forse stonano col contesto e non trovano una sostanziale giustificazione. Tra la polvere e il sangue, la droga e le armi, i cadaveri e i proiettili, Galantuomini, racconta la storia di tre persone unite da un fortissimo legame che si ritrovano ad affrontare una vita non prevista e si rapportano ad essa nell’unica maniera a loro possibile, sopportandone inermi le tremende conseguenze e gli enormi sacrifici.

M il mostro di Dusseldorf





REGIA: Fritz Lang

CAST: Peter Lorre, Ellen Widmann, Inge Landgut, Otto Wernicke, Gustaf Grundgens

ANNO: 1931

 

TRAMA:

 

La piccola Elsie viene avvicinata da un passante che le offre un palloncino. Il giorno dopo viene trovata morta nel parco. E’ la nona vittima di un sadico assassino che ammazza e, probabilmente, sevizia, le bambine di una città tedesca. A braccarlo sia la polizia che brancola nel buio e procede a rilento a causa di problemi burocratici, sia la malavita del paese che ci tiene a mantenere l’ordine e a far sì che la polizia non entri nei loro affari.

 

  


ANALISI PERSONALE

 

Grandissimo thriller-noir, M il mostro di Dusseldorf, che inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi Gli assassini sono tra di noi, titolo che fu osteggiato dal nascente partito nazista, costituisce forse il primo esempio di film incentrato sulla figura di un terribile serial killer e sulle indagini atte a smascherarlo. Dobbiamo quindi al grande Lang e a questa sua straordinaria pellicola, tutta una serie di film che col tempo hanno costituito un vero e proprio genere. Prima pellicola del regista che si avvale del sonoro, M costituisce un perfetto connubio tra l’espressionismo muto tedesco e la nascente tecnica del sonoro. Privo di una vera e propria colonna sonora, il film si avvale di un espediente agghiacciante che caratterizza lo spietato assassino che ogni volta che si avvicina alle sue vittime comincia a fischiettare un motivetto tratto da Peer Gyant, motivetto che condurrà l’assassino vero il suo amaro, ma giusto destino. Il protagonista, che in realtà costituisce solo un trampolino di lancio per descrivere e narrare quella che effettivamente è la vera protagonista della pellicola e cioè la società tedesca agli albori del nazismo, non pronuncia parola se non nel potentissimo ed efficacissimo finale che lo vede di fronte ad un tribunale di criminali che lo giudicano senza rivolgersi alle competenti autorità. Qui tutte le potenzialità espressive del grandissimo Peter Lorre fanno capolino in quella che può essere considerata una delle interpretazioni più importanti e incisive della storia del cinema. L’aspetto quasi innocente e innocuo dell’attore, unito al monologo quasi straziante nel quale il mostro racconta della sua “malattia”, del diavolo che lo possiede e lo costringe e a compiere le terribili azioni che ha compiuto, riesce a coinvolgere non solo per l’alta qualità della recitazione, ma anche e soprattutto per il contesto in cui è inserito, contesto che ci porta verso più ampie riflessioni come possono essere quella sulla pena di morte, sull’ammissibilità di un giudizio da parte di persone non competenti, sul tema della giustizia in generale. Come può una giuria composta di criminali pretendere di essere in grado e di avere il diritto di giudicare un altro criminale? Le risate quasi malefiche di questo folto gruppo di delinquenti, uniti ai primissimi piani dei loro volti che ce ne mostrano i difetti e le debolezze (Lang ha asserito che alcune delle comparse utilizzate per la giuria, erano dei veri e propri criminali), ci fanno quasi più orrore del vero e proprio mostro posto in ginocchio davanti a loro. Lang, infatti, decide di non lasciare il terribile assassino nelle mani di una giustizia fittizia e sbagliata e fa terminare la pellicola con l’arrivo della polizia, una volta tanto in perfetto orario, che consegna il criminale nelle mani della vera giustizia. Del resto, anche le forze dell’ordine escono con le ossa rotte da questo racconto macabro di una società complessa e piena di contraddizioni. Rallentati da inutili e stupidi problemi burocratici, interessati alla carriera e all’avanzamento di grado, colti da uno spirito di rivalità che non fa altro che renderli ancora più ridicoli (particolarmente interessanti a questo proposito le figure dei due poliziotti che si occupano delle indagini), i poliziotti arrivano allo smascheramento del mostro solo dopo i più efficienti e veloci delinquenti della città, aiutati anche dai barboni e dai mendicanti. Ma la valenza sociale ed etica della pellicola non è assolutamente l’unico pregio di questo capolavoro, proprio perché il grande Lang ha firmato una regia davvero molto importante e ricca di straordinari piano-sequenza e di altre sequenze indimenticabili, come quella della scoperta dell’assassino dell’ultima vittima (un palloncino incastrato in una grata, un pallone che scivola nel parco), quella dell’incursione dei delinquenti nel magazzino dove si è nascosto il mostro, quella con scene alternate delle riunioni della polizia e dei criminali, e ovviamente, quella finale dotata di una carica emotiva dirompente. Il terrore e l’orrore sono comunicati senza mai mostrare nessuno degli omicidi del mostro o dei cadaveri da lui abbandonati sulla strada o nessun’altro espediente di questo genere, ma con l’ausilio di un’atmosfera cupa e angosciante aiutata anche da una splendida fotografia e da un’ambientazione e una messa in scena calcolata nei minimi particolari (le vetrine di un negozio con oggetti ipnotici e quasi psichedelici che rispecchiano alla perfezione la contorta e malata personalità del protagonista). M il mostro di Dusseldorf rimane ancora, a distanza di quasi 80 anni, un film attualissimo ed interessantissimo con tematiche tutt’ora scottanti e irrisolte mostrate con uno stile asciutto ed elegantissimo.

 

VOTO: 10

 

  



CITAZIONE DEL GIORNO

 

Ci sono due semplici strade per avere i soldi: o li rubi o te li sposi! (Tony Curtis in "Operazione sottoveste")




LOCANDINA

Tutta la vita davanti





REGIA: Paolo Virzì

CAST: Isabella Ragonese, Sabrina Ferilli, Massimo Ghini, Micaela Ramazzotti, Valerio Mastrandrea, Elio Germano

ANNO: 2008

 

TRAMA

 

Marta, laureata con lode in filosofia, non riesce a trovare lavoro e alla fine si vede costretta ad accettare un posto come telefonista part-time in un call-center. Qui si troverà di fronte ad una realtà apparentemente felice, ma in realtà disarmante e molto triste. Una serie di personaggi incarnerà la desolazione e la disperazione di una realtà fatta di precarietà e di instabilità, fino a giungere ad un finale speranzoso e fiducioso verso un futuro migliore.

 



ANALISI PERSONALE

 

Un film non del tutto riuscito questo Tutta al vita davanti, che sicuramente si distingue dal solito cinema italiano, ma che poteva essere molto più apprezzabile se alleggerito da alcune scelte di dubbio gusto e soprattutto da alcuni personaggi e situazioni collaterali che nulla hanno a che vedere con il filone principale e soprattutto che ristagnano nello stereotipo e nei tipici e ripetuti luoghi comuni del cinema nostrano. Se fino ad un certo punto siamo felici di notare uno stile registico abbastanza sobrio con rimandi e citazioni varie e con momenti davvero molto interessanti, in altri momenti ci cadono le braccia per l’inserimento di elementi come la madre morente accompagnata da “fattona” (la stessa che si esibisce nella scena forse più “orrida” della pellicola, quando fuoriesce dalla bara per ballare con sua figlia), l’ex-fidanzato emigrato in America, l’ex-moglie del capo con tette rifatte e piscina supersonica, l’onnipresente incidente stradale e via di questo passo. Ma tralasciando i difetti che contrassegnano gran parte delle sceneggiature del nostro cinema, Tutta la vita davanti può essere goduto appieno proprio grazie alla freschezza con la quale viene trattato un argomento di spinosa e triste attualità, l’instabilità lavorativa che poi diventa instabilità privata. La bella e dolce protagonista della pellicola (interpretata da una più che convincente Isabella Ragonese) si ritrova in una realtà a lei sconosciuta, che solo alla fine si dimostra nella sua reale natura. Narrando il tutto con uno stile da vera e propria commedia all’italiana, in realtà Virzì ci mostra un mondo alquanto inquietante e pauroso, in questo caso quello dei call-center. Tutte le azioni compiute dai lavoratori e dai gestori di questo complesso che sorge “nel bel mezzo del nulla” (la costruzione sembra quasi futuristica), nella loro ridicolaggine (canzoni e balletti di mattina per augurare il buongiorno e il buon lavoro, premiazioni assurde a fine mese con le migliori venditrici che vincono sempre lo stesso premio e le peggiori che vengono umiliate di fronte a tutti), sono a dir poco agghiaccianti. Si ride e si piange, insomma, con l’ultima fatica di Virzì, ma si riesce a stare col cuore leggero, grazie alla positività di alcuni personaggi come la stessa Marta o il suo amico sindacalista Conforti anche se in realtà pure lui non esente da luoghi comuni (il solitamente simpaticissimo Valerio Mastrandrea).


Completano il quadro Sonia, una strampalata telefonista con figlia al carico (Micaela Ramazzotti che interpreta benissimo la donna un po’ burina dal cuore d’oro), Daniela, la motivatrice e organizzatrice del gruppo di ragazze che lavorano al call-center (una sorprendente Sabrina Ferilli che mostra un talento fino ad ora tenuto ben nascosto), Claudio, il proprietario del call-center (un ottimo Massimo Ghini) e Lucio 2, il venditore porta a porta che pian piano viene risucchiato dal sistema per poi uscirne letteralmente con le ossa rotte (un inedito Elio Germano). La voce narrante di Laura Morante (in certi momenti quasi irritante) è funzionale a donare alla pellicola quell’alone di favola nera che lo accompagna fino al finale nel quale c’è spazio per omaggiare addirittura Viale del tramonto, storia di un diverso tipo di estraniazione dalla realtà, la stessa che coglie Daniela, ma anche tutti gli altri lavoratori del call-center. In realtà Virzì non “salva nessuno”, ci va giù duro sia con i dipendenti che si prestano alle condizioni degradanti e irrispettose dei datori di lavoro senza preoccuparsi di chiedere maggior rispetto e dignità nascondendosi dietro la scusa che bisogna pur lavorare, sia con gli stessi datori di lavoro mostrati in tutta la loro “crudeltà” e assurdità. Marta sta nel mezzo, perché pur essendo conscia della triste condizione in cui si trovano lei e le sue colleghe, continua a mettere in pratica nuove tecniche per “raggirare” il prossimo come se niente fosse, come se tutto attorno a lei le fosse estraneo e non si rendesse conto di esserne immersa fino al collo. La consapevolezza, anche se tardi, arriverà quando sarà posta prepotentemente e inevitabilmente di fronte alla degradazione più totale. Tralasciando le scelte musicali di dubbio gusto, soprattutto nel finale se vogliamo un po’ telefonato, e abbandonando pregiudizi negativi sul cinema italiano, si può godere appieno di questa pellicola che riesce ad unire pensieri filosofici con il Grande Fratello e a farci fare risate amare di triste e inevitabile consapevolezza di una realtà che forse non era mai stata narrata così approfonditamente.

 

VOTO: 6/6,5


 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

San Rocco è un bugiardo. Ti puoi fidare solo di San Biagio: quello non ti mente mai. (dal film "Non si sevizia un paperino" di Lucio Fulci)

 


LOCANDINA

 

L'ombra del dubbio





REGIA: Alfred Hitchcock

CAST: Joseph Cotten, Teresa Wright

ANNO: 1943

 

TRAMA:

 

Carla vive apaticamente una vita senza particolari scossoni o novità. Quando decide di invitare suo zio Charlie per dare un po’ di movimento alla sua vita, questi arriva inaspettatamente a fare visita alla sua famiglia portandosi dietro un terribile segreto che ben presto verrà scoperto dalla ragazza. 

 



ANALISI PRSONALE

 

Quando si parla di Hitchcock si va sempre sul sicuro, è ormai una garanzia di qualità per chiunque conosca anche minimamente il suo cinema e il suo modo di approcciarsi ad esso. Aggiungiamoci il fatto che, a detta del regista, questo è il suo film migliore e la curiosità di vederlo al più presto non può affatto essere trattenuta. A fine visione, come già si sapeva in partenza, non si rimane affatto delusi, anche se sicuramente non si concorda con la dichiarazione del regista che ha girato capolavori del calibro di Vertigo, Notorious, Intrigo internazionale o Psycho. Tralasciando improbabili e impossibili classifiche tra i migliori film del regista, L’ombra del dubbio colpisce proprio perché si basa interamente, come del resto suggerisce il titolo, sul dubbio che si insinua e cresce sempre più nella mente della giovane e ingenua protagonista. A partire da questo dubbio si viene totalmente immersi a viva forza nella spirale di ossessione e pericoli nella quale rimarrà impelagata la piccola Carla, dapprima letteralmente innamorata di suo zio e poi man mano sempre più inorridita da lui. I protagonisti sono proprio loro, lo zio affascinante, ricco, benestante e gioviale (uno straordinariamente ammaliante e attraente Joseph Cotten) e la nipote stanca della sua vita lineare e piatta che cerca di ravvivare proprio con la presenza del carissimo zio (la bellissima ed espressiva Teresa Wright). A fare da prelibatissimo contorno, tutta una serie di personaggi davvero ben costruiti con quel mix di ironia e ambiguità da sempre marchio di fabbrica del grandissimo cineasta. Loro sono i genitori di Carla che accolgono sempre benevolmente le visite a sorpresa del caro Charlie che porta sempre doni e allegria in casa e i suoi fratellini, un bambino molto intelligente e vivace e una bambina, Anna davvero molto particolare (in questa figura costruita magistralmente si può ravvisare la nota idiosincrasia di Hitchcock per i bambini), sempre attenta a ciò che si dice e sempre pronta a dire la sua. Ma il più simpatico e interessante è proprio l’amico di famiglia che si presenta sempre all’ora dei pasti  e che ossessiona il suo amico con la ricerca dell’omicidio perfetto. I due giocano insistentemente a trovare una maniera perfetta per uccidersi a vicenda senza essere sospettati. L’ironia, appunto, è sempre la protagonista delle storie raccontate da Hitchcock, un’ironia a volte molto ben nascosta, che fa da contraltare alle vicende oscure e agghiaccianti che contraddistinguono la filmografia del regista. In questo caso trattasi di un uomo che è costretto ad eliminare una persona che ama perché venuta a conoscenza di un suo terribile e inconfessabile segreto. Ed è così che la povera Carla, quasi senza volerlo, si ritrova a doversi difendere dai tentativi di omicidio di suo zio, proprio perché è riuscita a scoprire quello che nasconde, seguendo quello che dapprima è solo “l’ombra del dubbio”, ma che quasi subito si trasforma in un’agghiacciante e spaventosa realtà. Il cambiamento di atteggiamento di Carla fa sorgere i sospetti in Charlie, un personaggio tanto più impressionante proprio perché estremamente convinto della giustezza dei suoi “delitti”. Altro grande pregio di questa pellicola è la “fotografia” dello spaccato di vita provinciale, dove tutti si conoscono e dove non succede mai nulla di interessante, tanto che ci si deve accontentare di passare il tempo scrivendo e inventando storie di omicidi o passando le proprie giornate su un letto a pensare a come migliorare la propria condizione di noia e monotonia. Rimangono impresse su tutte tre sequenze di meravigliosa fattura: l’incipit con il protagonista maschile braccato da due figure misteriose di cui non si conosce l’identità e il ruolo, la scena in cui a tavola con la propria famiglia Charlie riversa tutto il suo odio verso determinate donne (che poi si scoprono essere le sue vittime) con la camera che lentamente si avvicina al suo volto sempre più sconvolto ma al tempo stesso deciso e il finale a bordo di un treno in movimento in cui ci sarà una sorta di lotta corpo a corpo tra zio e nipote in cui solo uno dei due l’avrà vinta, mentre l’altro soccomberà in una maniera confusa che ci lascerà col dubbio sulla reale natura della sua fine: suicidio, omcidio o incidente?

 

VOTO: 8,5

 

  


CITAZIONE DEL GIORNO

 

Fai il bravo e mi rivedrai una volta, fai il cattivo e mi vedrai altre due volte. (da "Mulholland Drive")

  


LOCANDINA

 

The orphanage


REGIA: Juan Antonio Bayona

CAST: Belèn Rueda, Fernando Cayo, Geraldine Chaplin, Montserrat Carulla, Mabel Rivera

ANNO: 2008

 

TRAMA:

 

Laura dopo tanti anni ritorna nell’orfanotrofio dov’è cresciuta per ristrutturarlo e trasformarlo in una casa famiglia. Suo figlio Simon passa il tempo con degli amici immaginari, ma suo padre non si preoccupa perché crede che con l’arrivo degli altri bambini comincerà a giocare con loro. Il giorno dell’inaugurazione dell’orfanotrofio, dopo una lite con sua madre, Simon scompare e si perdono completamente le sue tracce. Laura, disperata, si farà trascinare nel mondo immaginario del figlio per poterlo ritrovare.

 

  


ANALISI PERSONALE

 

The orphanage pubblicizzato come un horror, in realtà di orrorifico non ha quasi nulla, se non qualche atmosfera gotica e la presenza di alcuni “fantasmi” che arrivano a sconquassare la pace e la tranquillità familiare della protagonista. In realtà siamo di fronte ad una sorta di melodramma con punte fantastiche che di quando in quando viene inframmezzato da momenti di tensione e suspance, peraltro ottimamente costruiti. Rifacendosi vistosamente ad altri film spagnoli dello stesso filone, primo su tutti La spina del diavolo di Guillermo del Toro qui in veste di produttore (oltre che di amico di vecchia data del regista), ma anche The others di Amenabar (pur non raggiungendo le altissime vette di quella grande pellicola), The orphanage si concentra sulla narrazione della commistione di due mondi, quello reale e quello fantastico, quello dei vivi e quello dei morti, o fantasmi per essere più precisi. E se dal primo film prende in “prestito” l’ambientazione e in qualche modo la trama (i bambini fantasmi che tornano a reclamare vendetta), dal secondo attinge per quanto riguarda atmosfera e stile, raccontando anche della disperazione di una madre per i propri figli. Insomma, l’originalità non è il piatto forte di questa pellicola che non ci dice nulla di nuovo e soprattutto non ci offre nessuno spunto di riflessione in più rispetto alle pellicole a cui si ispira. Una sorta di omaggio, se così vogliamo chiamarlo, un po’ sterile che si accontenta di citare e riproporre gli stessi temi, gli stessi spunti già proposti dai due registi in passato. E se ci aggiungiamo una sorta di morale che si rifà alla favola di Peter Pan (la protagonista sarebbe una Wendy cresciuta che torna a “liberare” i suoi vecchi amici d’infanzia) che ci porta verso un finale un po’ troppo stucchevole e melò, allora non possiamo dirci del tutto soddisfatti. Ma nonostante queste sbavature, il film riesce comunque a farsi apprezzare per quanto riguarda la messa in scena con un’ambientazione davvero molto interessante, anche se pur’essa già vista. 

 

La grande abitazione, che prima era un orfanotrofio e ora sta diventando una casa famiglia,  offre al regista la possibilità di “giocare” abilmente con la macchina da presa che si muove tra i corridoi, le scale, le stanze buie creando quel giusto mix di tensione e di angoscia che coinvolge positivamente lo spettatore che si reca a guardare un film di questo genere con determinate aspettative. Se ci aggiungiamo una fotografia davvero molto interessante e un ottimo utilizzo della colonna sonora, con una perfetta gestione dei suoni e dei rumori che sconquassano la donna che si muove da sola tra gli ampi spazi della sua abitazione, allora possiamo asserire che pur non trattandosi di un grandissimo film, ci troviamo comunque di fronte ad un prodotto alquanto godibile.  Gli scricchiolii di una porta che si chiude da sola o di una giostra che di notte comincia a girare senza che nessuno la tocchi o di una scala che viene calpestata da presenze invisibili, riescono davvero a trascinare lo spettatore nel delirio e nelle paure della protagonista, paure che scompaiono al cospetto del suo obiettivo primario: ritrovare il suo amatissimo bambino. Particolarmente interessanti, soprattutto visivamente parlando, alcune sequenze come quella dell’arrivo di una medium (la bravissima Geraldine Chaplin) che entra in contatto con i fantasmi dei bambini o quella in cui Laura viene “attaccata” da un bambino che indossa un’inquietante cappuccio. Ma è una la scena che rimane davvero impressa e che contribuisce da sola a sollevare la qualità complessiva della pellicola: trattasi di uno straordinario piano-sequenza nel quale la protagonista gioca a “un, due, tre tocca la parete” con i suoi vecchi amici d’infanzia. La mdp si muove dapprima lentamente e poi sempre più affannosamente da destra a sinistra, mostrandoci prima Laura, poi la stanza alle sue spalle che comincia man mano a popolarsi di bambini che si avvicinano sempre più a lei. Una scena che si fa apprezzare non solo per la qualità tecnica con la quale è girata, ma soprattutto per le emozioni e le sensazioni che riesce a trasmettere. A conti fatti, insomma, The orphanage è come quei compiti in classe ottimamente svolti (in questo caso ottima la regia che si fa apprezzare dall’inizio alla fine senza nessuna particolare sbavatura) che però non entusiasmano eccessivamente perché magari non proprio interamente farina del sacco di chi li ha svolti.

 

VOTO: 6


 



CITAZIONE DEL GIORNO

 

Come fai a sapere che un avvocato mente? Si muovono le labbra! (Matt Dillon in "L’uomo della pioggia")

 


LOCANDINA

 

Che fine ha fatto baby Jane?


REGIA: Robert Aldrich

CAST: Bette Davis, Joan Crawford, Victor Buono

ANNO: 1962

 

TRAMA:

 

Jane e Blanche Hudson sono due sorelle che in passato hanno assaporato il sapore del successo. Bambina prodigio da tutti dimenticata la prima, famosa attrice con la carriera stroncata da un terribile incidente d’auto che l’ha costretta sulla sedia a rotelle la seconda, vivono una sorta di rapporto sado-masochistico, dove una è la vittima e l’altra il carnefice, anche se non tutto è come sembra.

 



ANALISI PERSONALE

 

Una grandissima pellicola che è contemporaneamente un noir e uno psico-horror coi fiocchi, Che fine ha fatto baby Jane si pone a capo di una lunga tradizione di film che in seguito si sono serviti di rapporti psicologici e complessi come quello delle due sorelle, per trasmettere angosce e paure. Un po’ Viale del tramonto (la critica alla macchina-cinema che abbandona i suoi “prodotti” a se stessi una volta che non sono più utili in termini di successo e di guadagno è fortemente presente nella storia di queste due ex-attrici, così come lo era in quella di Norma Desmond), un po’ Psycho (il senso di asfissia e claustrofobia proveniente dalla casa in cui è quasi totalmente ambientata la pellicola unita alla maniacale attenzione per gli oggetti e per i particolari come una finestra, un’auto che si chiude in un garage, un vassoio ricco di “prelibatezze”, ecc, ci ricordano potentemente quell’altro grande film del maestro Hitchcock), questo film assurge al rango di capolavoro proprio perché riesce a ricordare senza strafare o esagerare, altri due capolavori entrambi appartenenti al genere noir. Merito delle due magistrali protagoniste, ma anche della straordinaria fotografia in bianco e nero e della colonna sonora più coinvolgente che mai, lo spettatore non fa altro che immergersi totalmente nella pellicola per essere risucchiato nella spirale di ossessione e disperazione che attanaglia le due sorelle. Una, Jane, sembra aver perso talmente la lucidità mentale, nell’eterna e continua convinzione di essere ancora baby Jane, quella che tutti smaniavano per vedere a teatro, quella che sin da bambina aveva dato sfoggio del suo talento. L’altra, Blanche, passa le sue giornate chiusa nella sua stanza, in attesa delle visite della cameriera Elvira, l’unica che riesce a darle un po’ di sollievo, soprattutto dopo una settimana di angherie e soprusi da parte di Jane. Del tutto assorbita dall’alcool e dal delirio di “onnipotenza”, Jane si occupa in maniera poco ortodossa della povera Blanche costretta sulla sedia a rotelle a causa di un incidente apparentemente causato proprio da sua sorella. Legata a lei da un rapporto molto morboso, Jane ne è fortemente gelosa perché, se da bambina a primeggiare era lei, quando sono diventate delle donne, è stata Blanche ad ottenere il maggior successo ed i maggiori consensi. Entrambe, comunque, abbisognano l’una dell’altra per sopravvivere, nonostante sembri che sia Jane a sopraffare con i suoi atteggiamenti cattivi la sorella più debole. Ma se la debolezza di Blanche è fisica, quella di Jane è psicologica e forse ben più difficile da tenere sotto controllo. Entrambe sono unite e contemporaneamente e paradossalmente divise dal ricordo di un padre che ha significato molto, in maniera differente per ciascuna di loro. Bette Davis, chiamata ad interpretare uno di quei ruoli che le sono rimasti “appiccicati” addosso per il resto della sua vita, grazie anche ad un make-up “terrificante” (il rossetto molto scuro e l’acconciatura alla Shirley Temple la resero davvero agghiacciante), incarna alla perfezione il veloce e progressivo straniamento di Jane dalla realtà, la repentina caduta verso gli inferi di una donna che vive nel perenne ricordo del passato, continuando ad illudersi di farne ancora parte. Joan Crawford, straordinariamente calata nella parte della vittima indifesa, riesce a far empatizzare lo spettatore e a farlo precipitare nella sua disperazione e nella sua “gabbia” dalla quale è sempre più difficile uscire e nella quale è impossibile difendersi. Sono entrate nell’immaginario collettivo le sequenze nelle quali Jane porta da mangiare a Blanche, nascondendo nei vassoi sempre qualche sgradevole e terrificante sorpresa (se al giorno d’oggi certi “espedienti” possono far sorridere, all’epoca inorridivano e non poco).

Il film procede senza un attimo di calma o di sosta e intrattiene lo spettatore sempre più impaurito dai comportamenti di Jane e sempre più compassionevole nei confronti di Blanche, fino ad arrivare ad un finale che ribalta le prospettive, oltre a lasciare di sasso per il brusco cambiamento di atmosfera. Dalla tetraggine dell’appartamento a due piani quasi sempre immerso nel buio e chiuso agli estranei si passa all’amenità di una spiaggia dove i bambini giocano a palla e i chioschi vendono gelati alla fragola e dove, finalmente, Jane può tornare ad essere, forse per sempre, la piccola baby Jane.

 

VOTO: 10

 



CITAZIONE DEL GIORNO


Dicono che i soldi non possono comprare l’amore, e’ chiaro. Ma possono comprare un po’ di cocaina e una dolce diciassettenne. Bene, cio’ non e’ amore, ma va bene lo stesso. (Randy Newman in "It’s money that I love")




LOCANDINA

 

Donnie Darko


REGIA: Richard Kelly

CAST: Jake Gyllenhaal, Maggie Gyllenhaal, Jena Malone, Holmes Osborne, Mary McDonnell, Daveigh Chase, Katherine Ross, Drew Barrymore, Beth Grant, Patrick Swayze, James Duval

ANNO: 2001

 

TRAMA

 

Donnie Darko, a causa di un episodio di piromania, viene sottoposto a cure psichiatriche che lo rendono più aggressivo e nervoso. Un enorme motore di aereo cade sulla sua stanza, ma la sua vita è salva grazie al fatto che un enorme coniglio, visto solo da lui, ogni notte lo porta verso altre destinazioni nelle quali poi si risveglia per tornare a casa. Lo stesso coniglio gli ha predetto che a breve ci sarà la fine del mondo e che nel frattempo deve compiere delle azioni per far sì che ciò non avvenga.

 



ANALISI PERSONALE

 

E’ stato considerato un cult sin dalla sua uscita e forse si tratta di una piccola esagerazione. Fatto sta che, comunque, Donnie Darko è un film davvero molto particolare ed intrigante che sicuramente non passa inosservato e che probabilmente non verrà mai dimenticato, anche grazie al battage pubblicitario che si è creato sia prima che dopo la sua uscita. Critici di tutto il mondo si sono divisi nel giudizio, ma soprattutto nell’interpretazione di questa a tratti indecifrabile pellicola, ma anche il pubblico non è stato da meno. Un film che quindi ha spaccato le opinioni degli spettatori in due, con chi lo ritiene un vero e proprio capolavoro degno di essere paragonato ai migliori film di Lynch e chi, invece, pensa che sia solo un ingarbugliato e inutile susseguirsi di azioni e dialoghi senza senso.

Da queste parti, ci piace pensare che la verità è sempre nel mezzo e questo “motto” ci pare del tutto indicato proprio per questa pellicola, che se non è un vero e proprio capolavoro, sicuramente e decisamente non è affatto un film da tenere in scarsa considerazione. Perché Donnie Darko, al di là di qualsiasi interpretazione vogliamo dargli, ha il grande pregio di coinvolgere emotivamente ed intellettualmente lo spettatore. Un coinvolgimento pieno, non solo perché si ha quasi bisogno di riuscire a comprendere cosa succede al giovane studente e per quale motivo si comporta in determinati modi, ma anche e soprattutto perché le sue visioni, le sue azioni, il suo stesso volto trasmettono un’inquietudine ed un’angoscia non indifferenti. E quando un film riesce a trasmettere sensazioni ed emozioni così forti, non si può affatto dire che non sia riuscito. Merito soprattutto dell’allora giovanissimo Jake Gyllenhaal, il personaggio di Donnie, davvero molto enigmatico, è uno dei meglio costruiti degli ultimi anni, proprio perché l’aura di mistero che lo circonda, oltre al suo passato oscuro, rendono il racconto di una fetta di vita di per sé problematica quale può essere l’adolescenza, ancora più intrigante ed interessante. Donnie è un ragazzo che si distingue dalla massa, non solo perché viene colto da improvvise e terrificanti visioni del coniglio Frank che, oltre a profetizzargli la fine del mondo, lo porta a compiere delle azioni apparentemente inutili e disastrose, ma alla luce dei fatti necessarie per evitare tragedie o per smascherarne altre; ma soprattutto perché si rifiuta di accettare chiunque gli propini una visione della vita semplificata e prestabilita e perché, non godendo di ottima fama tra i suoi compagni, empatizza e solidalizza con i più deboli (molto importante, anche se di contorno, il personaggio di Cherita).

 

Se ci aggiungiamo un’ingarbugliata ma interessantissima visione dei viaggi nel tempo (tutto quello che vediamo dalla caduta del motore in poi è solo un sogno profetico o è un vero e proprio viaggio nel tempo, o magari non è nessuna delle due cose, ma trattasi di un salto temporale della durata di 28 giorni?), corroborata con delle tesi scritte su alcuni testi (il punto di riferimento è Hawking, anche se poi nel film viene inserito il romanzo scritto da Roberta Sparrow, soprannominata "nonna Morte", che vaga sul sentiero tra la sua casa e la cassetta della posta e sussurra nell’orecchio di Donnie che "ogni persona quando muore è sola"), le cose si fanno più confuse, ma anche più affascinanti e avvincenti. Straordinaria, inoltre, la colonna sonora che accompagna perfettamente le immagini cupe e angoscianti che ossessionano Donnie e ben presto anche noi. Resta da capire qual’era l’intento principale del regista, creare un fanta-horror o magari raccontare, tramite l’espediente dei viaggi nel tempo e dell’inquietante coniglio, quelle che possono essere le conseguenze di un’adolescenza difficile e soprattutto di una terapia psichiatrica a base farmacologica? Al di là degli intenti, che sono quasi sempre ininfluenti ai fini del giudizio finale su una pellicola, Donnie Darko ci offre anche una visione profonda della società grazie ad una serie di personaggi che raccontano determinate verità, a partire da Jim Cunnhingam (un inedito Patrick Swayze), cialtrone che tenta di propinare le sue assurde teorie sulla linea della vita che si dividerebbe in due sole categorie: la paura e l’amore (Donnie le proverà paradossalmente entrambe, pur essendo in netto contrasto con le idee di Jim); fino ad arrivare alla professoressa Karen Pomeroy (Drew Barrymore) che legge ai suoi ragazzi un racconto di Graham Green nel quale si parla di "distruzione" e per questo viene cacciata via. Ognuno di loro (anche i genitori, le sorelle, i compagni di scuola, la neo-fidanzatina), saranno per Donnie fonte di ispirazione per le sue azioni e le sue scappatelle notturne, che notte dopo notte, si susseguiranno fino ad arrivare al ventottesimo giorno nel quale il cerchio si chiuderà e tutto tornerà al suo posto, se non fosse che i volti di ciascun personaggio ci trasmetteranno un senso di consapevolezza che ci lascerà con il dubbio sulla reale natura di tutto ciò a cui abbiamo assistito.

 

VOTO: 8




CITAZIONE DEL GIORNO

 Ti torturero’ cosi’ lentamente che morirai sbadigliando. (Da "Hudson Hawk")

 


LOCANDINA

 

Susanna!


REGIA: Howard Hawks

CAST: Cary Grant, Katherine Hepburn, Charles Ruggles, May Robson

ANNO: 1938

 

TRAMA

 

David, un professionale zoologo ligio al dovere sta per avvicinarsi ad una grande scoperta oltre che al matrimonio con una donna severa e austera che lo tiene sulla retta via. Quando però fa per caso la conoscenza di Susanna, una donna quasi sbucata dal nulla, tutta la sua vita verrà stravolta.

 



ANALISI PERSONALE

 

Screwball comedy per eccellenza, Susanna (titolo originale ben più indicato Bringing up Baby) è una divertentissima commedia piena zeppa di gag, di equivoci, di battute e di situazioni esilaranti. Merito soprattutto dei due attori protagonisti, la pellicola ha il pregio di intrattenere allegramente e spensieratamente lo spettatore facendolo sognare con il fascino e l’eleganza degli attori, che però si prestavano benissimo ad interpretare ruoli strampalati e spassosissimi. Lui, il magnetico Cary Grant, con occhialini seriosi (che quando vengono tolti o distrattamente persi mostrano tutto il fascino dell’uomo, così come nota la sua nuova “amica” Susanna), dà vita ad un personaggio che forse non sa nemmeno cosa voglia dire vivere davvero, che si muove su una via già prestabilita, priva di emozioni e di scossoni, tutto dedito al lavoro e all’adorazione di una fidanzata a dir poco algida; lei, la bellissima Katherine Hepburn, incarna un tipo di donna che era raro vedere sullo schermo all’epoca, indipendente e soprattutto sicura di quello che vuole, tanto da fare di tutto pur di ottenerlo (in questo caso si tratta ovviamente dell’ingenuo e indifeso David). In questa commedia è l’uomo la parte debole della “coppia” dato che non riesce a contrastare la controparte femminile e nemmeno a risolvere i problemi che man mano sorgono casualmente o meno. La donna, invece, con tenacia e anche un pizzico di fortuna, riuscirà lì dove nessun uomo era riuscito (recuperare un terribile leopardo scappato dal circo) e conquistare l’amore dell’uomo che al primo sguardo ha capito essere quello della sua vita. A contornare questo assortito duetto di protagonisti, ci sono un sacco di personaggi davvero molto ben costruiti e soprattutto divertenti, a partire dal mitico leopardo (il Baby che dà il titolo alla pellicola e non l’altro feroce che alla fine si confonderà con lui), che ama la musica e soprattutto i cani e di cui David ha tremendamente paura, fino ad arrivare al piccolo e pestifero George, il cane della zia di Susanna, che farà perdere a David quello che aspettava da almeno quattro anni, l’osso di uno scheletro di dinosauro. A completare il quadro la zia Elizabeth che è poi quella che doveva donare un milione di dollari al museo per il quale lavora David, l’amico di famiglia il maggiore Applegate, la fidanzata dispotica, l’avvocato dal pugno duro, qualche distratto e confuso funzionario di polizia e due braccianti del circo. Con una serie interminabile e inarrestabile di velocissimi e brillantissimi dialoghi, le “sfortunate” situazioni di Susanna e David si susseguiranno con un ritmo forsennato che ci farà sorridere e anche ridere di gusto per tutta la durata della pellicola. Impossibile resistere alle facce di Cary Grant quando viene colto con una vestaglia fuxia indosso, quando deve inseguire George per scoprire dove ha interrato il suo osso, quando deve vedersela con Baby cantandogli la sua canzone preferita per farlo stare buono, quando deve sostenere una cena con la zia e l’amico che lo credono un po’ “toccato” e via di questo passo. Così come è impossibile non divertirsi con tutti gli enormi equivoci che si susseguono man mano che David e Susanna si impelagano in situazioni sempre più assurde senza essere in grado di spiegarle (in realtà l’unica grande situazione in cui si impelagano sin dall’inizio è proprio l’amore). Appare chiaro sin dal loro primo incontro che, nonostante la ritrosia e l’iniziale scontrosità di David, i due non riusciranno a resistere l’uno all’altro, soprattutto perché lei ha già capito di essersi perdutamente innamorata e lui assaporerà tutto quello che fino ad allora non aveva mai provato, il brivido del pericolo, ma soprattutto il divertimento e l’euforia per una nuova avventura. Indimenticabile la scena al ristorante di lusso dove Susanna strappa la giacca di David e David strappa il vestito di Susanna, in modo tale che dopo sono costretti a camminare appiccicati l’uno all’altra per evitare che la donna metta in mostra il suo didietro, ma anche la scena in cui entrambi cadono all’interno di una profonda pozzanghera e soprattutto il finale romantico ma contemporaneamente esilarante, con Susanna che ne combinerà un’altra delle sue.

 

VOTO: 9

 



CITAZIONE DEL GIORNO

 

E’ meglio che prendi nota: io sono cattivo, incazzato e stanco. Sono uno che mangia filo spinato, piscia napalm e riesce a mettere una palla in culo a una pulce a duecento metri. Per cui va’ a rompere il cazzo a qualcun altro. (Clint Eastwood, "Gunny")

  


LOCANDINA