The reader





REGIA: Stephen Daldry

CAST: Kate Winslet, Ralph Fiennes, David Kross

ANNO: 2009

 

TRAMA:

 

Michael Berg, in preda alla scarlattina, viene soccorso dalla misteriosa e affascinante Hanna Schmitz. Tra i due, nonostante la differenza d’età, nasce una passione scandita non solo dal sesso ma anche dalle letture ad alta voce che lei ogni volta pretende da lui prima di ogni rapporto sessuale. Un giorno la donna scompare nel nulla e dopo otto anni Michael, studente di legge, la ritrova come imputata insieme ad altre sei donne, con l’accusa di crimini contro l’umanità. Hanna, infatti, era una sorvegliante nazista.

 


ANALISI PERSONALE

 

Storia d’amore, racconto di formazione, film storico, pellicola che denuncia determinati parametri di giudizio verso il fenomeno dell’olocausto? Un po’ di tutto questo è The reader, film che narra la storia di due personaggi che, loro malgrado, rimarranno uniti, perlomeno mentalmente, per la totalità delle loro vite. Lui ragazzino inesperto, lei già donna matura, si incontrano per caso e si innamorano. Sanno poco l’uno dell’altro, solo che lui ama molto fare sesso e lei ama molto che le vengano letti i grandi classici a voce alta. Lei nasconde due grandi segreti però: è una sorvegliante delle SS tedesche e soprattutto, cosa di cui si vergogna enormemente, è analfabeta. Per questo motivo, ogni volta che le viene offerta una promozione, che comporterebbe il leggere o lo scrivere, è costretta a rifiutare e a trasferirsi altrove. E’ quello che succede dopo la focosa e intensa estate d’amore passata col ragazzo, che una volta rimasto solo, non fa fatica a riprendersi dalla delusione e a cercare svaghi altrove, così come solo i ragazzi sanno fare. Quello che però scombussolerà l’intera esistenza del protagonista maschile di The reader, sarà la scoperta ad otto anni di distanza, di aver avuto la sua prima esperienza sessuale e di essersi innamorato per la prima volta di una donna che col suo operato ha contribuito ad uccidere trecento persone. Pur potendo scagionare la donna, che si assume l’intera responsabilità dell’incendio in cui morirono quelle persone anche se non poteva essere lei la principale accusata proprio per il suo “deficit”, il ragazzo decide di non intervenire, soffrendone amaramente per il resto della sua vita. Una scoperta, quella della reale natura della sua prima amante, che lo porterà ad una totale incapacità di gestire i rapporti con le altre donne (la sua ex-moglie, sua figlia, le amanti che si danno il cambio nel suo letto scomparendo la mattina dopo). Quello che più colpisce è il sentimento di vergogna della protagonista femminile, non perché aveva fatto parte di un’organizzazione così tremenda e crudele, ma perché non sapeva leggere e scrivere. Una sorta di ignoranza e inconsapevolezza che forse tende a mostrare una tavolozza più ricca di colori per dipingere il “quadro” olocausto, invece che i solito bianco e nero. Tentativo di giustificazione o di riabilitazione di alcuni tedeschi arruolati nelle SS? Il nazismo è stato frutto dell’ignoranza e non della cattiveria umana? Si può avere pietà di qualcuno che, consapevolmente o meno, ha recitato, attivamente o passivamente, nel “film” olocausto, interpretando la parte dei cattivi? Una serie di domande che è lecito porsi a fine visione e alle quali è difficile rispondere nettamente ed esaustivamente. Una serie di quesiti di non poco conto che sostanzialmente vanno tutti a finire “nelle mani” del professore di diritto, interpretato da Bruno Ganz, che porta i suoi studenti, compreso Michael, ad assistere al processo in questione e che dopo discute con loro sulla giustizia, sul diritto e sull’etica anche in rapporto a coloro che hanno fatto parte del nazismo. Applicare la legge, o perlomeno quella che all’epoca del loro operato era la legge, pedissequamente o lasciarsi trasportare dal naturale sentimento di odio e di ribrezzo verso determinati essere umani che sono stati capaci di perpetuare certe nefandezze? Esplicativa al riguardo, la reazione di uno degli studenti del professore che infervorato gli chiede: “Perché non vi siete ammazzati quando l’avete scoperto?”, proseguendo affermando che sarebbe disposto ad uccidere egli stesso con le proprie mani le donne accusate. Una reazione molto forte, ma di certo comprensibile, soprattutto se amputata alla generazione successiva a quella del nazismo, caricata di un enorme senso di colpa per ciò che era avvenuto nel proprio paese, senso di colpa che non abbandonerà mai nemmeno il protagonista, anche se pietoso nei confronti del suo primo amore. Tralasciando ogni giudizio etico, non si può negare che, indipendentemente dalle implicazioni, la storia personale di questi due personaggi è molto toccante e coinvolgente. Di forte impatto anche le interpretazioni, a partire da Kate Winslet e dalla sua potente e impressionante capacità espressiva, passando per David Kross nel ruolo di Michael da ragazzo, arrivando a Ralph Fiennes, forse poco misurato, ma sicuramente valente. La pellicola, suddivisa in tre tronconi (racconto dell’estate d’amore tra Hanna e Michael, processo ad Hanna e reazioni di Michael, ricordo dell’esperienza passata di un Michael ormai in là con l’età), può essere goduta anche per i suoi aspetti raffinati ed eleganti: ottima la fotografia, ben calibrata ed emozionante la colonna sonora. Appare un po’ troppo “telefonato” il montaggio parallelo e alternato che mostra i due protagonisti nel mentre compiono le stesse azioni, espediente giù utilizzato dal regista nello straordinario The hours (ma se lì aveva una valenza emotiva e narrativa non indifferente, lo stesso non si può dire per il film in questione).

Che donna è Hanna Schmitz, dunque? Una donna che apparentemente non sembra pentita di ciò che ha fatto, nemmeno dopo vent’anni di carcere (“Mi chiedevo cosa avessi imparato”, le chiede Michael quando va a trovarla, “Ho imparato a leggere”, risponde lei), ma che con il gesto che compie a fine pellicola sembra dimostrare il contrario.

 

VOTO: 7/7,5

 

  


CITAZIONE DEL GIORNO

 

L’importante è che nessuno si faccia male: peccato che succeda sempre. (da "Confidence")

  


LOCANDINA

 

Targets





REGIA: Peter Bogdanovich

CAST: Boris Karloff, Tim O’Kelly

ANNO: 1968

 

TRAMA:

 

Un ragazzo perbene, reduce dalla guerra in Vietnam, comincia a sparare con dei fucili sui passanti in autostrada, appostandosi su un gasometro. Poi si sposta in un drive-in, nel quale comincia a sparare da dietro lo schermo cinematografico dove viene proiettato un vecchio film di Byron Orlock, vecchia star del cinema dell’orrore, recatosi lì per riguardare il suo vecchio film…

 

 


ANALISI PERSONALE

 

Un attore di vecchi film horror ormai diventato vecchio ha perso ogni speranza per poter continuare a comunicare il terrore in un mondo dove il reale ha superato la fantasia, per questo tentenna nell’aderire ad un nuovo progetto cinematografico. Nel frattempo un ragazzo di famiglia bene mette in atto quel terrore “moderno” e molto reale, cominciando a sparare all’impazzata sui passanti, rendendo dunque plausibili i timori del vecchio attore. E’ questo l’assunto principale di questa straordinaria pellicola che al di là della contrapposizione tra questi due personaggi e tra ciò che significano, opera un profondissimo discorso metacinematografico, incentrato su tutti i meccanismi del cinema, a partire dai rapporti interni come quelli che possono esserci tra attori, registi, produttori, sceneggiatori e via dicendo. Senza tralasciare, ovviamente, una sorta di nostalgia per un determinato cinema che già allora (la fine degli anni ’60) non esisteva più: “Tutti i buoni film sono già stati fatti”, dice il regista all’interno del film che tenta in tutti i modi di convincere l’attore a partecipare al suo progetto, guardando in tv Codice penale di Howard Hawks, prima grande occasione per Boris Karloff. Perché Targets è soprattutto un grandissimo omaggio al mitico Boris Karloff e al cinema considerato kitsch e fuori moda, di cui egli stesso era simbolo (il film comincia con una scena tratta da La vergine di cera, con il grande attore protagonista). Non manca nemmeno una riflessione molto approfondita sul rapporto sempre più proporzionalmente scostante tra cinema e società, come dimostra l’articolo di giornale letto al regista insistente dal grande attore rinunciatario, che tenta di dimostrare quanto ormai gli orrori del reale superino e sovrastino quelli della fantasia. Ma il personaggio di Bobby arriva a destabilizzare questa sorta di certezza, proprio perché facendosi portatore di una sorta di discorso sull’alienazione in seguito all’esperienza in Vietnam, dimostra palesemente come attualità e società, nonostante le apparenze di preponderanza del reale sul “filmico”, continuino e sempre continueranno ad influenzare il cinema. Ma Bogdanovich non si ferma qui e inserisce anche una sorta di denuncia a quegli ingranaggi che portano i grandi attori di genere (ma non solo) a rimanere intrappolati in un personaggio o in un determinato stereotipo cinematografico nel quale è l’attore stesso a sentirsi ingabbiato: esemplare al riguardo la scena in cui Boris Karloff appena sveglio si guarda nello specchio e si spaventa.

 

Un momento di alta ironia che però dimostra quanto la stessa vittima del pregiudizio ne diventi anche “esecutrice”. Al di là dei numerosissimi sottotesti che accompagnano la pellicola, Targets si fa apprezzare anche in quanto a stile registico e narrativo: precisa e di chirurgica attenzione, asciutta e muta (se si escludono i rumori degli spari), la sequenza in cui il protagonista comincia ad esternare il suo disagio interiore facendo letteralmente fuori i membri della sua famiglia, che in quanto tali meritano un trattamento di un certo tipo (mamma e moglie vengono riposte entrambe nei propri letti, al contrario del garzone della spesa, capitato lì per caso e per sfortuna, abbandonato nel corridoio). Straordinaria la sequenza nella quale Karloff comincia a raccontare una storia dell’orrore ad un pubblico costituito dal regista e da quelli che sembrano essere i presentatori di uno show a cui parteciperà. La telecamera si avvicina sempre di più al volto dell’attore, muovendosi lentamente fino a centrarlo in un primo piano, in cui sembra che si stia rivolgendo alla camera e a noi spettatori. La camera poi continua a muoversi mostrando l’inganno. Lo sguardo di Karloff non si è mai mosso, rimasto incollato ai suoi interlocutori di “finzione”, è solo la telecamera col suo movimento ad averci dato l’impressione di un certo contatto diretto. Un espediente che ci restituisce tuta la forza comunicativa di un accorgimento tecnico come un movimento di camera, una carrellata orizzontale, un primissimo piano. Una sorta di dimostrazione lampante di quello che molto spesso si dà per scontato. Tutte le riflessioni pessimistiche che costituiscono la forma mentis del protagonista più anziano (e di rimando del regista), vengono in qualche modo smentite dalla sequenza del drive in dove c’è gente che vi si reca solo per appartarsi, ma anche bambini piccolissimi che aspettano con trepidazione di poter guardare l’ultimo film di Orlok, segno questo della forza della passione che persiste a dispetto di qualsiasi ostacolo o elemento disturbante (come il folle dietro lo schermo), che arriva a dissacrare una forma d’arte che è quella che più aggrega e riunisce ed amalgama, ma è anche la stessa che a volte “crudelmente” esclude e rifiuta chi non ne è perfettamente addentro e consapevole conoscitore, così come escluso e rifiutato da una società sorda e incurante (simbolizzata da una moglie troppo intenta a lavorare piuttosto che ad ascoltare i problemi di suo marito), si sente ed è il protagonista “negativo” della pellicola. Di straordinaria lucidità il finale dove l’arte si confonde con la realtà  e viceversa, in una lotta frontale che vede vincere inesorabilmente solo una delle due parti contendenti.

 

VOTO: 9

 




CITAZIONE DEL GIORNO

 

Ned: "Forse non dovresti vestire così". Matty: "Ho una camicetta, non vedo che altro dovrei portare". Ned: "Non dovresti portare quel corpo". (da "Brivido caldo")


LOCANDINA

 

 

Rapporto confidenziale numero dodici

EDITORIALE di Roberto Rippa
Dopo otto anni bui, nei conservatori e comunque sempre un po’ puritani Stati Uniti il popolo ha eletto presidente un quarantasettenne nero con idee liberali e ora attende di vedere come lavorerà. Intanto, con l’intento di «tornare agli
standard della Costituzione, anche in un momento di guerra», si chiude quella
vergogna che è stata Guantanamo. Nel 2009 a Sean Penn è stato attribuito il premio Oscar come migliore attore protagonista grazie al ruolo di un attivista per i diritti civili, primo gay eletto, trent’anni fa, ad una carica pubblica.

Il buio in Italia piace: abbiamo un presidente del Consiglio settantaduenne che di nero ha solo le idee, che è liberale unicamente a riguardo dei suoi interessi personali – che sono molti essendo il terzo uomo più ricco d’Italia, secondo la rivista Forbes, grazie a un patrimonio di 9.4 miliardi di dollari – e che parla di una ragazza in coma irreversibile da diciassette anni come di una persona che potrebbe partorire. In Italia la guerra non c’è – almeno ufficialmente – ma la Costituzione viene da lui definita come filo-stalinista e vengono istituzionalizzate le ronde. Nel 2009 un innominabile cantante – tanto innovativo in forma e contenuti da fare apparire Nilla Pizzi come una cantante di Death Metal – ha quasi vinto la prima (perché unica) manifestazione musicale della televisione con un brano vergognoso che parla di "redenzione" di un gay che nel resto d’Europa nessuno avrebbe mai preso nemmeno lontanamente in considerazione di trasmettere. E il pubblico ha votato compatto per lui.

Allegria e buona lettura.
 


SOMMARIO DEL NUMERO 12
04
La copertina. Giampiero Assumma
05 Editoriale di Roberto Rippa
06 Metacinema. Quando l’autoreferenzialità si fa comunicazione di Alessandra Cavisi
09 L’imperatore di Roma di Samuele Lanzarotti
10 LINGUA DI CELLULOIDE El Topo cineparole di Ugo Perri
11 Changeling di Luciano Orlandini
12 CINEMA SERBO di Francesca Mitrovic
     Apsolutnih 100 di Francesca Mitrovic
15 SPECIALE GUS VAN SANT. GENIO RIBELLE
     Milk di Roberto Rippa 16
     Milk di Luciano Orlandini 17
     Mala Noche di Roberto Rippa 18
     Drugstore Cowboy di Roberto Rippa 19
     My Own Private Idaho di Roberto Rippa 20
     Even Cowgirls Get the Blues di Alessio Galbiati 21
22 GIAMPIERO ASSUMA. FOTOGRAFO DI SCENA
28 Pierre Clémenti di Samuele Lanzarotti
30 America, oggi di Costanza Baldini
     Man on Wire | Who the #$&% is Jackson Pollock?
31 W La foca di Francesco Moriconi
32 CECI N’EST PAS CINÉMA. DOPPIOSENSO UNICO. Intervista a Ivan Talarico sulla sorprendente creatività fuori tempo massimo degli ultimi dadaisti di Alessio Galbiati
     DoppioSenso Unico videografia 38
43 cinemautonome
45 Indice filmografico
47 Arretrati

LINK

ALTA QUALITA’ 10.5mb
http://confidenziale.files.wordpress.com/2009/02/rapportoconfidenziale_numerododici_high.pdf
BASSA QUALITA’ 4.0mb
http://confidenziale.files.wordpress.com/2009/02/rapportoconfidenziale_numerododici_low.pdf
ANTEPRIMA
http://issuu.com/rapportoconfidenziale/docs/rc12?mode=embed&documentId=090225025410-801d0a43f98c43a39a22321e06e87872&layout=grey

Accadde una notte





REGIA: Frank Capra

CAST: Clark Gable, Claudette Colbert

ANNO: 1934

 

TRAMA:

 

Una ricca ereditiera scappa dallo yacth di suo padre, perché questi si oppone al suo matrimonio con un uomo che a suo avviso è solo un arrampicatore sociale. Durante il viaggio a bordo di un bus, fa la conoscenza di un giornalista licenziato per scarsa affidabilità. I due faranno un patto: lui porterà lei dal suo fidanzato in cambio dell’esclusiva sullo scoop della sua fuga.

 


ANALISI PERSONALE

 

Vero e proprio prototipo dei road-movie sentimentali, Accadde una notte è una brillante screwball-comedy che sfocia anche in quella che veniva denominata stophisticaded-comedy. I protagonisti sono un uomo e una donna, entrambi molto affascinanti, entrambi molto brillanti, entrambi molto forti e diversi. Dall’incontro scatta la miccia e dopo i proverbiali battibecchi per affermare la supremazia di uno sull’altro, non si potrà fare a meno di cadere nelle maglie dell’amore.

Il film comincia in una maniera brusca: una ragazza sta litigando pesantemente con suo padre, volano i vassoi e anche gli schiaffi. Tutto questo per mostrarci immediatamente il caratterino tutto pepe della protagonista femminile. Dopo il tuffo della ricca ereditiera che fugge verso New York e verso il suo fidanzato, si cambia totalmente ambientazione e si passa ad una redazione giornalistica in fermento e piena di vita. Qui ci viene mostrata la qualità primaria, o quella che sembra essere tale, del protagonista: l’inaffidabilità. Il suo direttore stanco della condotta del giornalista, lo licenzia e lo caccia in malo modo. Questi dunque gli avvenimenti che porteranno all’incontro casuale tra i due: una lite con un genitore per una e un licenziamento per l’altro. Sarà la forza prorompente del fato, dunque, a farli incontrare e scontrare a bordo di un bus. Qui la donna ricca e viziata avrà modo di conoscere anche le altre classi sociali subalterne e di rendersi conto della consistenza della crisi economica che all’epoca imperversò tra la popolazione; il giornalista sfaccendato si caricherà di responsabilità fino ad allora molto probabilmente sconosciute. I litigi tra i due non saranno pochi: lei, ormai riconosciuta perché sbattuta in prima pagina dal padre che sta facendo di tutto pur di ritrovarla, non potrà far altro che sottostare alle regole di lui; lui, costretto a prendersene cura fino alla consegna al suo fidanzato, capirà l’importanza di quest’occasione per poter tornare a lavorare con in saccoccia uno scoop di portata colossale. “Siete viziata da un padre imbecille…mi sbattete in faccia il vostro denaro per non umiliarvi a chiedermi un favore”, dirà Pietro il giornalista ad Ellie, la donna in fuga. Il giornalista, dunque, è più interessato al conseguimento di un grande scoop, piuttosto che ai soldi. Grande sottotesto che accompagna le vicende sentimentali, è appunto il mondo del giornalismo e i suoi vari meccanismi: i metodi per scegliere le notizie da mandare in prima pagina, per vendere più copie possibili, il cinismo che molto spesso accompagna gli appartenenti alla categoria, la scaltrezza e la non sempre pulita condotta dei giornalisti (basti pensare alla scena in cui Pietro finge di essere un terribile rapitore, per spaventare un uomo che aveva riconosciuto la ragazza e che quindi rischiava di fargli perdere lo scoop), le velleità letterarie che frequentemente caratterizzano i giornalisti: “Scriverò un libro su questo”, continua a riptere Pietro.

Anche se è la storia d’amore a fare da protagonista assoluta di questa pellicola, la cosa che più colpisce è proprio la maniera in cui questa viene narrata e comunicata. Quello che più affascina è l’eleganza della messa in scena, della sceneggiatura e della recitazione stessa dei protagonisti (nonostante entrambi all’epoca si dimostrarono poco entusiasti per i ruoli che interpretarono, vincendo poi sorprendentemente il premio Oscar). Stupisce anche l’ironia e la frizzantezza dei dialoghi, che a volte si fanno anche molto profondi e arguti (“La parola è l’unica cosa che distingue gli uomini dalle bestie” “Ma distingue anche le bestie dagli uomini”), oltre al preciso spaccato sociale di un’epoca importante come quella della Grande Depressione (esplicative al riguardo, oltre alle sequenze a bordo del bus dove la gente si diverte intonando canzoni popolari, anche le scene in cui i due alloggiano in vari luoghi, con le docce all’esterno ostruite da file di signore in pigiama).

Sappiamo subito che Pietro e Ellie si innamoreranno, dunque il divertimento sta nello scoprire se a cedere per prima sarà la ricca e viziata donna in fuga da un padre opprimente o il cinico e opportunista giornalista in cerca di uno scoop per risalire la china. “Non mi interessa un fico secco di conquistarvi. Per me siete solo un fatto di cronaca”, dirà Pietro ad Ellie, mostrando tutta la sua inadeguatezza a rapportarsi con l’altro sesso. Ma alla fine sarà costretto a cedere al sentimento che la frizzante e intraprendente ragazza ha suscitato in lui. Il film è costellato da un sacco di sequenze entrate poi nella storia del cinema e nell’immaginario collettivo, tanto da essere riprese pedissequamente e numerose volte in tantissime altre pellicole dal sapore più o meno romantico. La sequenza che si fa ricordare più a lungo è sicuramente quella della prima notte che i due sono costretti a passare insieme: tra i due letti della loro stanza viene posto un divisorio costituito da un lenzuolo appeso ad una corda, chiamato da Pietro “le mura di Gerico”, sottile e molto ironica metafora di ben altro. Altra scena indimenticabile è quella dell’autostop (altro argomento su cui Pietro si ritiene in grado di poter scriver un libro), nella quale lui tenta di insegnare a lei i metodi più efficaci per chiedere un passaggio fallendo miseramente e lei, con una semplice alzata di gonna, in un secondo riesce nell’intento (questa è sicuramente la scena che più volte è stata ripresa in altre pellicole dallo stampo romantico). La pellicola si conclude in maniera rocambolesca con una serie di  imprevisti che si susseguono senza sosta, facendo cambiare ogni volta la notizia da sbattere in prima pagina, in seguito ai repentini cambiamenti degli avvenimenti tra Pietro e Ellie (sposerà il vecchio fidanzato, scapperà col giornalista?). “A volte si crede di avere una storia, poi capita qualcosa e va tutto all’aria”, dirà il direttore del giornale dove lavora Pietro, all’uomo ormai sconsolato per la perdita della donna amata. Così come è saltato lo scoop, quindi, salterà anche la storia d’amore? Per conoscere la risposta è necessario guardare questa pellicola d’altri tempi che contiene però, sapori decisamente intriganti e divertenti.

 

VOTO: 8,5

 


 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Ma tesoro, amerai anche il mio cervello?". "Una cosa per volta". (Priscilla Lane a Cary Grant in "Arsenico e vecchi merletti" di Frank Capra, 1944)

 


LOCANDINA

 

Yojimbo vs Per un pugno di dollari

Yojimbo VS Per un pugno di dollari

IL WESTERN ORIENTALE: POLVERE E DUELLI TRA SAMURAI E BRIGANTI

In un villaggio diviso da due fazioni in lotta, arriva un samurai che decide di farsi ingaggiare da una delle due, per poi attuare una strategia per far sì che si uccidano e annientino a vicenda.
Grande capolavoro di Kurosawa, ispiratore dello spaghetti-western all’italiana (Per un pugno di dollari docet), Yojimbo – la sfida del samurai (il titolo originale significa letteralmente guardia del corpo), si fa ricordare per la maestosità delle scene ambientate in un paesaggio desolante come quello che può essere un villaggio completamente devastato dalle lotte tra bande rivali. Siamo nell’800 e i valori della società feudale giapponese stavano scomparendo per lasciare spazio alla sete di denaro e di potere, che colpisce tutti gli strati della società, portando alla nascita della criminalità. “Tutti oggi vogliono guadagnare senza fatica”, dice ad un certo punto l’oste che durante la pellicola si rivelerà salvifico per il protagonista. “Invece del mercato della seta si fa quello degli assassini”, proseguirà poi, visto che entrambe le fazioni contendenti sono alla ricerca di guardie del corpo da ingaggiare come sicari per far fuori i propri avversari. Ed è così che si palesa l’importanza del protagonista assoluto di questa pellicola, un eroe un po’ sui generis che fa della furbizia e dell’intelligenza la sua arma più affilata, anche se non mancheranno duelli a suon di katane (rimane impressa la figura del cane che passeggia con una mano in bocca o degli arti che volano nell’aria, tagliati nettamente dall’arma dell’eroe protagonista). Tema portante dunque è anche una sorta di commercializzazione del male con personaggi che pur di arrivare a subiti guadagni, spinti dalla fame o dalla sete di nuove avventure, sono disposti a vendere i propri servigi a padroni che “non guardano in faccia a nessuno”.
Il protagonista de La sfida del samurai è davvero molto interessante perché è un personaggio enigmatico e per questo molto affascinante e carismatico anche se parte del suo eroismo e di questo fascino si perdono in quelle che sembrano le motivazioni iniziali, decisamente poco romantiche e molto materiali. Poi però, andando avanti nella visione e nella scoperta delle strategie e degli intenti dell’eroe, scopriamo che in realtà ciò di cui più gli importa è distruggere i “cattivi” e difendere i più “deboli”. Altro elemento tipico della poetica di Kurosawa è sicuramente la crudeltà delle donne, che sanno essere ben più “strateghe” dei loro corrispettivi maschili, esempio lampante la moglie del “boss” che per primo si guadagna i servigi di Yojimbo, che suggerisce a suo figlio e a suo marito di liberarsi di lui una volta conclusa la sua missione: “Che tu ne abbia ammazzato uno o cento, comunque sia ti impiccheranno una volta sola”, così risponde al figlio che tenta di opporsi.
La sfida del samurai è un vero e proprio western orientale con tanto di villaggio all’interno del quale avvengono sfide e duelli sotto il sole e tra la polvere. Elemento fondamentale è la colonna sonora: incalzante, trascinante e coinvolgente e decisiva, oltre che perfettamente calzante ad ogni situazione narrata, dalla più tesa alla più drammatica. Straordinaria, inoltre, la fotografia che del gioco tra luci e ombre (a seconda che ci si trovi in interni o in esterni, di giorno o di notte) in un bianco e nero perfetto, fa il suo elemento di forza che va ad unirsi agli altri primo su tutti la narrazione che si arricchisce grazie anche ad un montaggio eccezionale che diventerà tipico del genere: decisamente esplicative le sequenze dell’arrivo iniziale e della partenza finale dell’eroe. “Ti aspetto all’entrata della porta dell’inferno”, queste le ultime parole che Yojimbo udirà prima di abbandonare il villaggio per sempre.

DAL SOLITARIO SAMURAI AL TENEBROSO COW-BOY

Liberamente ispirato, forse fin troppo, al film di Kurosawa, tanto da indurre il regista giapponese a citare quello italiano per plagio, Per un pugno di dollari è il prototipo dello spaghetti-western all’italiana, che si fa ricordare tra le tante cose soprattutto per la bellissima e famosissima colonna sonora di Morricone. Tutti gli elementi tipici del genere fanno qui la loro comparsa, entusiasmando gli appassionati e gratificando anche chi non è molto addentro o esperto conoscitore. Dell’originale riprende praticamente il plot e molti dei messaggi in esso compresi, cambiando qualche elemento narrativo e, per forza di cose, estetico. Si nota infatti un certo snellimento nella narrazione, con la scomparsa di alcuni passaggi e la velocizzazione di altri. Certo è che il passaggio dal mondo orientale a quello occidentale è sicuramente molto visibile: le botti per i morti vendute dal bottaio diventano delle vere e proprie bare con tanto di croce posta sopra, le katane vengono sostituite da pistole e fucili, il kimono si trasforma in poncho, cappelli e cavalli fanno la loro comparsa. Dal commercio di seta, uno dei campi di battaglia su cui si battono le due famiglie, si passa a quello di alcool e armi.
Il tema di fondo però rimane sempre lo stesso: la mercificazione del male e la crescita della sete di soldi e di potere: “Qui tutti sono o molto ricchi o morti”, dirà l’oste al protagonista appena arrivato nel villaggio di San Miguel. Lo stesso farà poi una rivelazione illuminante al riguardo: “In poco tempo diverrete molto ricco”, “Infatti questo è l’unico motivo che mi spinge a restare qui”.
Lo svolgimento della pellicola è praticamente lo stesso, il nuovo arrivato decide di porsi al servizio di una delle due famiglie che si contendono la piazza (“Quando i padroni sono due allora vuol dire che ce n’è uno di troppo”), per poi decidere di attuare una strategia per fare in modo che “se la sbrighino da sole”. Interessante notare però le differenze nella trattazione di alcuni personaggi, ad esempio in attinenza al ruolo che assumono le donne nella vicenda. In questo caso la donna è oggettio di sentimenti positivi come la compassione (il personaggio di Marisol ha un ruolo ben più centrale di quello della sua progenitrice), a differenza che nell’originale, dove è una donna a suggerire di uccidere “l’eroe” dopo averne sfruttato i servigi di guardia del corpo, pur di non doverlo pagare. Lì la donna era vista come essere crudele e calcolatore, qui come essere indifeso e puro. Il carattere del protagonista è l’altro elemento di “distacco” dall’originale. Se prima avevamo un eroe molto coinvolto nelle vicende del villaggio in cui era capitato in cerca di fortune, qui abbiamo un uomo quasi impassibile che va per la sua strada impugnando una fedele pistola. La furbizia e la scaltrezza, comunque, accomuna indiscutibilmente i due protagonisti (“Quando uno fa quel mestiere vuol dire due cose: che è veloce, ma anche molto intelligente”).
Nei western occidentali, e questo non fa eccezione, gran parte della riuscita delle pellicole è affidata ai dialoghi, il più delle volte ironici e pungenti: “Quando un uomo col fucile incontra un uomo con la pistola, quello con la pistola è un uomo morto”… “vediamo se è vero”. Gian Maria Volontè ci regala un grande cattivo dalla lingua tagliente, Clint Eastwood un protagonista molto meno romantico del suo progenitore, ma sicuramente incisivo: la leggenda delle due uniche espressioni, col cappello o senza cappello, potrebbe anche essere fondata, però gente che espressioni!!

Pubblicato su www.supergacinema.it

Il curioso caso di Benjamin Button





REGIA: David Fincher

CAST: Brad Pitt, Cate Blanchett, Tilda Swinton, Taraj. P. Henson, Jason Flemyng, Julia Ormond

ANNO: 2009

 

TRAMA:

 

Vita morte e miracoli di Benjamin Button, uomo nato in circostanze curiose, destinato a ringiovanire col passare degli anni. Nato già vecchio nel corpo di un neonato, Benjamin diventa ogni anno più giovane nel corpo e più vecchio nello spirito. Numerose le esperienze di vita che si ritroverà ad assaporare, sia in senso positivo che in senso negativo.

 


ANALISI PERSONALE

 

Il curioso caso di Benjamin Button, al di là della storia che narra di per sé sicuramente inusuale, è anche e, forse, soprattutto “il curioso caso di David Fincher”. Un film che risulta essere singolare, non tanto perché è girato e raccontato in una determinata maniera, ma perché a raccontarlo e a girarlo in quella determinata maniera c’è un regista che ci aveva abituato ad uno stile estetico e comunicativo completamente differente. Un tuffo nel rigore e nella rassicurante linearità narrativa e registica che non ci aspetteremmo mai dal regista di Fight club. Una scelta che può deludere gli strenui sostenitori del suo cinema di stampo sicuramente più particolare, ma che non mancherà di soddisfare un largo numero di spettatori alla ricerca della potenza visiva ed emotiva. Una scelta che ultimamente sta diffondendosi tra i registi di “nuova generazione” (basti pensare al Milk di Gus Van Sant o anche al The wrestler di Darren Arronofsky) e sulla quale è importante riflettere, dato che molto probabilmente costituisce la rinascita di un determinato modo di fare e di concepire il cinema, una sorta di “ritorno al passato”, come quello che in qualche modo viene raccontato nella pellicola.

“Il curioso caso di Benjamin Button” è il racconto approfondito di un uomo fuori dal comune che si ritrova a doversi confrontare con la vita e con tutta la sua ordinarietà, frammista solo casualmente da sprazzi di straordinarietà. Benjamin è un uomo che è nato vecchio e morirà neonato. Un uomo che col passare degli anni ringiovanisce fisicamente, crescendo però in maturità interiore. Un uomo prigioniero di un corpo che non rispecchia la sua anima. Un uomo che troverà sulla sua strada una serie di persone/personaggi che si imprimeranno nel suo percorso formativo e gli insegneranno il valore delle esperienze, dei sentimenti, dei legami umani e affettivi. Ed è così che fanno la loro comparsa sullo schermo alcuni personaggi-embelma (il primo amore che da sempre desiderava di poter essere la prima donna ad attraversare la Manica e che ci riuscirà solo in tarda età, l’uomo colpito sette volte da un fulmine che però è contento, nonostante i numerosi acciacchi, di essere ancora vivo, la mamma adottiva che continua a ripetergli che “non si sa mai cosa ti può capitare), che pur impigliandosi nelle maglie della retorica e della scarsa originalità, riescono in qualche maniera a coinvolgere lo spettatore e a farlo riflettere sul fin troppo abusato concetto del “cogli l’attimo”, della necessità di assaporare ogni occasione che la vita ci pone davanti, indipendentemente dagli ostacoli che possono frapporsi al raggiungimento dell’obiettivo (ecco che vediamo il giovanissimo Benjamin, rinchiuso in un corpo di un ultra ottantenne, fare la sua prima esperienza sessuale in un bordello o candidarsi come aiuto-marinaio di un uomo che si definisce l’artista del tatuaggio e via di questo passo). Di qui anche la riflessione sulla fatalità del destino, espressa ottimamente nella sequenza di tutte le coincidenze che hanno portato la protagonista femminile a subire un incidente.

Tema fondamentale della pellicola è sicuramente il concetto del tempo e di come rapportarsi ad esso e al suo scorrere lento e inesorabile (se le persone “normali” hanno paura di invecchiare e preferirebbero che il tempo si fermasse per poter vivere più tempo in salute e in gioventù, Benjamin non vede l’ora che il tempo passi in fretta per poter cominciare a camminare con le sue gambe, a vedere il suo corpo finalmente assumere una forma “accettabile”). Bellissimo, a questo riguardo, il poetico incipit che ci mostra attraverso una incantevole metafora, il valore di quanto appena asserito. Il signor Gateau, dopo la morte in guerra dell’amatissimo figlio, decide di portare a compimento il lavoro che egli stava svolgendo prima di partire: costruire l’orologio per la stazione di New Orleans. L’uomo farà in modo che le lancette scorrano al contrario (così come scorre la vita di Benjamin), nella speranza di poter tornare indietro nel tempo e riportare in vita tutti i “figli”, compreso il suo, caduti in guerra.

Altro tema fondamentale di questa sorta di epopea romanzata, è sicuramente il sentimento d’amore che lega indelebilmente chi ne viene colto. Benjamin, sin dalla tenera età, costretto in un corpo di “vecchio”, farà la conoscenza di Daisy, la nipotina di una signora che condivide con lui la casa di riposo gestita dalla sua mamma adottiva. Tra i due nascerà subito un’intesa particolare, tanto che non smetteranno mai di pensare l’uno all’altra, fino a quando (invecchiando lei e ringiovanendo lui), non si “incontreranno a metà strada”, per vivere intensamente la loro forte passione e il loro grande sentimento. “Niente dura per sempre”, dice lei al suo compagno, “Qualcosa dura”, risponde lui dimenticandosi che presto o tardi diventerà un vecchio nel corpo di un bambino. L’amore, dunque, si può pesare solo in relazione alla mancanza di esso, mancanza che si sente ancora più forte quando l’oggetto dell’amore in qualche modo “scompare” (esplicativa al riguardo la morte della vecchietta che insegna a Benjamin a suonare il pianno). Sicuramente Fincher ha fatto un ottimo lavoro, discostandosi abbondantemente dal suo consueto stile registico, però il risultato non è completamente apprezzabile dato che a conti fatti la pellicola risulta essere per certi versi ridondante, prolissa, a tratti ruffiana (non solo per i personaggi già citati, ma anche per molte situazioni contingenti come il collega marinaio che non spende un soldo della sua paga per mandarla alla sua famiglia o un colibrì che fa la sua comparsa nei momenti più azzeccati, come ad esempio nel pre-finale). Di contro però si può godere delle ottime interpretazioni degli attori protagonisti e da una messa in scena curatissima ed elegantissima: ambientazioni, costumi, trucco, musiche, atmosfere, il tutto racchiuso da una patina di raffinatezza.

Soppesando pro e contro (uno dei più grandi contro è sicuramente la durata eccessiva), si può concludere che “Il curioso caso di Benjamin Button”, non è sicuramente un film straordinario, ma rimane comunque un prodotto più che soddisfacente.

 

VOTO: 7,5

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

La vita e’ come una scatola di cioccolatini: non sai mai cosa ti capita! (Tom Hanks in "Forrest Gump")

 


LOCANDINA

 

Charade: primo round

Cary e Audrey si stanno consultando su come comportarsi con questo primo round della quarta tappa del Cinebloggers trivia awards. Essere più buoni per far abituare i giocatori a questo nuovo stile del quiz o comiciare già in maniera forte e intensa? L’esito del quesito vi sarà noto solo alla fine di questo round. Per scoprire la condotta di questi due fascinosi ed ammalianti giudici, restate sulle pagine di questo blog e giocate con loro! Tra qualche minuto tra i commenti del post appariranno gli indizi della prima manche!
Mi raccomando: attenzione, ingengo e partecipazione!!!

Rubrica Remake-mania su Superga cinema


Sin dalla nascita del sonoro, dunque quasi agli albori della settima arte, molte pellicole considerate dei veri e propri capolavori o dei cult, hanno ispirato nuovi registi (o magari gli stessi che le avevano girate) a girarne dei remake con l’intento di omaggiare la grandezza non solo del film in sé per sé, ma anche di chi l’aveva girato, interpretato, sceneggiato, fotografato, ecc… Questo modo di accostarsi alle pellicole è divenuto ormai costume ben radicato nel mondo della cinematografia con risultati più o meno altalenanti e soprattutto valenti. Molti di questi progetti cinematografici hanno successo indipendentemente dal filo rosso che li unisce ai loro capostipiti, altri trascinano le masse proprio in quanto figli di un cinema del passato a cui si guarda con nostalgia e con affetto. Non tutti riescono nell’intento prefissato che non è solo quello di omaggiare, ma anche di ricreare le atmosfere e le emozioni suscitate dagli originali; solo in qualche caso si riesce a raggiungere la grandezza e i risultati dell’”antenato” e in rarissime volte addirittura a superarli. Fatto sta che, tranne qualche rara eccezione, queste operazioni incontrano sempre una fortuna di botteghino, di preferenze da parte del pubblico, proprio in quanto accompagnati dall’etichetta di remake. Ecco dunque perché, dato l’aumento e l’espandersi del fenomeno, ci sembra giusto dedicargli una rubrica che metterà a confronto con recensioni incrociate i mitici “padri” con i propri “figli” riconosciuti o non riconosciuti.

1) WESTERN: UN GENERE ORMAI MORTO?

Dai deserti ai saloon, passando per ranch e prigioni, i cavalieri erranti da sempre protagonisti dei film western, armati di postole e cappelli e accompagnati da un fidato cavallo, si muovono quasi sempre solitari tra la polvere e il calore del sole, per mostrare la loro superiorità in duelli, per conquistare il cuore di qualche donna, per cimentarsi in qualche avventura dal sapore esotico, per vivere alla macchia o seguendo la legge, nel ruolo di assaltatori e rapitori di treni o in quello di sceriffi dal sangue freddo. Che lottino contro gli indiani per appropriarsi delle frontiere o che tentino di spodestare qualche terribile criminale giunto a sconquassare la pace dei villaggi, gli eroi western seguono sempre un proprio codice d’onore che il più delle volte va al di là della legge stessa. La stessa legge che arriva inesorabilmente a regolare qualsiasi conto in sospeso, con la storia, col progresso, con le morali. Grandi protagonisti dei western sono anche i paesaggi che non fanno dunque solo da sfondo alle vicende avventurose dei protagonisti ma si fanno simbolo degli stati d’animo degli stessi, oltre che del rapporto dicotomico e spesso contrastante tra uomo e natura. Contenitore di numerosi sottogeneri (western epici, spaghetti western, western sparatutto, commedie western, parodie western), da tempo era stato dimenticato dagli addetti ai lavori, forse considerato un po’ troppo desueto e fuori moda, oltre che anacronistico con la società odierna. In realtà, però, negli ultimi anni ci si è prodigati in una riscoperta del filone cominciata con registi che li hanno letteralmente omaggiati come Kevin Costner in Balla coi lupi e Clint Eastwood in Gli spietati e proseguita anche con remake che ne hanno ricordato la grandezza. Ma la “moda” del remake in relazione al western non è assolutamente recente, dato che anche registi come Hawks si sono imbarcati in operazioni del genere, omaggiando i loro stessi film. Inutile rimarcare l’importanza del western che ha dato modo al grande pubblico di affezionarsi ad attori come John Wayne o Gary Cooper, anche se con questa rubrica si tenta di rispolverare, ed è questo proprio il caso di dirlo, la grande passione per un genere che è tutt’altro che morto.


Rubrica a cura di Alessandra Cavisi

Prossimamente sulle pagine di SupergaCinema e anche di C’era una volta il cinema


Cinebloggers trivia awards – round zero


                                                CHARADE


E’ COMINCIATO IL QUIZ CON LA PRIMA MANCHE VISUALIZZABILE NEI COMMENTI DI QUESTO POST


Trattandosi di una sorta di gioco enigmistico a mò di rebus, la quarta tappa dei quiz cinefili che hanno visto i natali sulle pagine di Para e Chimy e poi ci hanno  intrattenuto, fomentato ed entusiasmato su Cinedrome e Losteyeways, si chiamerà giustappunto Sciarada e avrà come giudici attenti ed eleganti il bel Cary Grant e la raffinata Audrey Hepburn. Ma non lasciatevi ingannare dall’apparente bontà e avvenenza di questo padrino e di questa madrina, perché anche loro sapranno essere crudeli e severi sia nella scelta dei film da indovinare e dei corrispettivi indizi, sia nella distribuzione dei punti tra i concorrenti. Con il loro consueto charme assisteranno impassibili e impettiti l’incedere delle diverse manches, senza mai stancarsi o annoiarsi.

 

Prima di dare inizio alle danze con questa manche zero che servirà da prova è ovviamente necessario elencare la regolamentazione del gioco (siete pregati di leggerla attentamente altrimenti non sarete in grado di partecipare):

 

  • Il titolo del film finale da indovinare sarà costituito da un minimo di tre parole.
  • Per arrivare ad indovinarlo i due giudici costruiranno una sorta di rebus nel senso che dovrete indovinare un numero di film pari al numero delle parole del titolo del film finale e dai titoli di questi tre o più film, in base alle parole che li compongono, pervenire al titolo di quello misterioso (se il titolo del film finale è costituito da quattro parole, i film da indovinare con gli indizi saranno quattro).
  • Per indovinare i tre o più film in questione vi saranno dati degli indizi costituiti da: fotogrammi, citazioni, inserti audio o video.
  • Ciascun round sarà composto da un massimo di tre manches.
  • La prima manche sarà così strutturata: se il titolo del film finale è composto da quattro termini, ci saranno da indovinare quattro titoli di film diversi che contengono al loro interno i quattro termini del titolo del film finale. Gli indizi (costituiti, ripetiamo, da citazioni, fotogrammi, video e audio), saranno posti in ordine sparso. Non necessariamente come primo indizio ci sarà il film che contiene al suo interno la prima parola del titolo finale e via di seguito.
  • La seconda manche che avverrà a distanza di 15-20 minuti dalla prima in caso di mancata vittoria di un concorrente, servirà ad aiutare i partecipanti nell’individuazione di quei film-indizi che non si sono “scoperti” e dunque ci saranno ulteriori citazioni, indizi, video o audio su quegli stessi film, con la possibilità che l’ordine degli indizi possa essere invertito.
  • La terza manche, sempre a distanza di 15-20 minuti dalla seconda, darà ulteriori aiuti ai concorrenti per individuare gli eventuali film-indizi che non si sono “scoperti”. Questa volta però gli indizi saranno posti in ordine, nel senso che al primo posto avremo il film-indizio che contiene il primo termine del titolo-finale e via dicendo.
  • I termini del titolo-finale possono essere richiamati all’interno dei titoli-indizi con variazioni di singolare/plurale, maschile/femminile, accento/non accento, italiano/altre lingue, presente/passato, ecc…
  • Si tenga presente che a volte i titoli-indizi o i titoli-finali saranno costituiti anche dal sottotitolo (ovviamente in questo caso si tratta del sottotitolo dato dalla distribuzione italiana, esempio: Severance – tagli al personale).
  • Per quanto riguarda i punteggi si proseguirà nel seguente modo: si può indovinare il titolo finale anche senza nominare tutti i titoli indizi, però il quiz non finirà fino a quando tutti i titoli indizi saranno indovinati, anche da persone diverse da colui che indovina il titolo finale
    1. Chi indovina il titolo finale nella prima manche ottiene 10 punti
    2. Chi indovina il titolo finale nella seconda manche ottiene 5 punti
    3. Chi indovina il titolo finale nella terza manche ottiene 3 punti

 

  • Nessuno potrà scrivere qualsiasi titolo-indizio, prima che il titolo-finale sia stato indovinato. Dunque si dovrà indovinare prima il titolo finale e poi al via dei giudici si potranno indovinare i titoli-indizi.
  • Si ha a disposizione un numero massimo di tre tentativi per il titolo-finale e di due tentativi per i titoli-indizi.
  • Se a distanza di mezz’ora dalla terza manche nessuno avrà indovinato il titolo finale, al via dei giudici si potrà comunque tentare la risoluzione dei titoli-indizi.

 

Esempio pratico: Se il titolo finale da indovinare è Il dittatore dello stato libero di Bananas, il quiz si svolgerà nel seguente modo:

 

  • Prima manche:

a)      1° indizio: fotogramma del film Banana Joe

b)      2° indizio: citazione del film Il grande dittatore

c)      3° indizio: video del film Free willy

d)      4° indizio: audio da Lo stato delle cose

e)      5° indizio: fotogramma del film Alla ricerca della pietra verde

 

  • Seconda manche

a)      1° indizio: fotogramma di Free willy

b)      2° indizio: citazione de film Alla ricerca della pietra verde

c)      3° indizio: audio da Banana Joe

d)      4° indizio: video da Il grande dittatore

e)      5° indizio: citazione da Lo stato delle cose

 

  • Terza manche

a)      1° indizio: audio da Il grande dittatore

b)      2° indizio: audio da Alla ricerca della pietra verde

c)      2° indizio: fotogramma di Lo stato delle cose

d)      3° indizio: citazione di Free willy

e)      4° indizio: video di Banana Joe

 

Alla fine avremo dunque cinque film-indizi e cioè:

 

1)      Il grande dittatore

2)      Alla ricerca della pietra verde

3)      Lo stato delle cose

4)      Free willy

5)      Banana Joe

 

Sono ovviamente esclusi  dagli indizi gli articoli, le congiunzioni e le piccolissime particelle pronominali (parole come della, nello, negli, degli, e via dicendo verranno considerate).

 

Alla fine del quiz per divertirci faremo anche un piccolo quiz-bonus intitolato L’occhio che uccide, consistente nell’individuazione di un attore, regista o film famoso partendo da una foto o fotogramma decisamente “deformato” con Photoshop. Se si indovina il personaggio o il film misterioso al primo colpo, si ottengono 5 punti, se si indovina dopo che i giudici l’avranno un po’ “ripulito”, si ottengono 3 punti.

Fra mezz’ora circa tra i commenti compariranno gli indizi della prima manche.