Una moglie





REGIA: John Cassavetes

CAST: Gena Rowlands, Peter Falk, Matthews Cassel

ANNO: 1974

 

TRAMA:

 

Mabel, madre di tre figli, sposata con Nick, un italo-americano poco presente per motivi di lavoro, cade in una sorta di depressione a causa del suo senso di inadeguatezza al di fuori del ruolo di moglie e di madre. Dopo sei mesi in un ospedale psichiatrico tornerà a casa, ma nulla sarà cambiato, o forse si…

 

 


ANALISI PERSONALE

 

Uno dei più grandi e complessi ritratti familiari mai visti al cinema, “Una moglie” persegue quella che era l’idea di cinema di Cassavetes, incentrata su una sorta di realismo e di senso di verità che permeava quasi tutte le sue pellicole a partire dal suo primo grande lavoro, “Ombre”. “Una moglie” sembra quasi a volte farci dimenticare di essere di fronte ad uno schermo e di assistere alle “schermaglie” recitative di attori e professionisti. Sembra quasi farci entrare a viva forza in una vera casa, in una vera famiglia e in un vero inaridimento dei rapporti interpersonali che intercorrono tra i vari componenti della stessa. Merito non solo dell’apprezzabilissimo stile registico di Cassavetes, ma anche e soprattutto, della mangnifica interpretazione dei due attori protagonisti, qui non solo facenti parte del disegno generale, ma vere e proprie colonne portanti della pellicola, grande motivo e causa della sua riuscita e della sua estrema e profondissima comunicatività. Gena Rowland, nel ruolo di Mabel una donna che viene considerata “pazza” solo perchè dà libero sfogo alle sue sensazioni e ai suoi sentimenti, è perfetta in ogni singolo gesto e movimento nel tratteggiare il ritratto di questa donna sull’orlo del precipizio della follia, sempre in bilico tra dolcezza e isterismo, tra compassione e ferocia, tra rabbia e rassegnazione, tra amore e dolore. Numerosissimi e tutti molto coinvolgenti gli stati d’animo che l’attrice, e il regista grazie ai perfetti e illuminanti movimenti della sua macchina da presa, riesce a trasmettere allo spettatore che in men che non si dica si ritrova completamente immerso e coinvolto nelle vicende che la riguardano, senza rendersi conto dell’eccessiva durata della pellicola o del fatto che sia costrutita facendo scarsissimo ricorso al montaggio e reggendosi sulla somma di alcune lunghe sequenze e di molti piani-sequenza davvero congeniali e adatti ad esprimere il caos creatosi all’interno della famiglia presa in esame. Caos che sicuramente accomuna la maggior parte delle famiglie, ma il discorso può essere esteso a qualunque tipo di rapporto sociale e interpersonale, ma che molto spesso viene represso o mascherato con falsi perbenismi e ipocrite accondiscenze. Espedienti che si utilizzano per nascondere le grandi difficoltà che stanno alla base di qualsiasi rapporto umano e di cui Mabel non riesce a servirsi, facendosi portavoce di un’estrema genuinità e libertà di espressione del proprio vero io, che la rendono agli occhi degli altri, abituati a vivere in un mondo controllato e controllabile, una vera e propria pazza. Dall’altro lato abbiamo suo marito Nick (il grandissimo ed adeguatissimo Peter Falk), un italo-americano vecchio stampo che fa di tutto pur di far sembrare sua moglie normale ai suoi occhi e agli occhi degli altri e che non riesce a reggere il peso della sua vera natura, pur amandola con tutto sé stesso, non rendendosi conto di quanto lei abbia bisogno di affetto e comprensione, piuttosto che di sberle e medicine. “Guarda che non è pazza, è solo diversa”, dirà ad un suo collega, cercando di giustificarne i comportamenti un po’ strambi. Mabel però è una donna completamente sommersa nel suo ruolo di mamma e di moglie, fino a perdere la sua vera identità personale ed individuale, cosa che la condurrà a farsi tracinare nelle nevorsi domestiche e familiari fino a giungere ad una vera e propria depressione e addirittura ad un tentativo di suicidio, una volta resasi conto di non riuscire ad essere come gli altri vogliono e pretendono che sia. Un ritratto feroce e amaro, ma al tempo stesso dolce e sentimentale, di una società e di un periodo storico-sociale ben preciso che riesce anche nell’intento di farci emozionare e di coinvolgerci oltremodo, soprattutto nelle sequenze che hanno un alto impatto emotivo, come quella della visita a casa del dottore o quella del ritorno a casa di Mabel in cui non riesce a trattenersi nemmeno di fronte ai propri figli. 

“Io sarò ciò che desideri. Io sarò qualsiasi cosa. Tu dimmi solo cosa”, è l’appello disperato che Mabel rivolge a suo marito e che forse molto probabilmente trova rispondenza in un finale aperto che ci lascia con l’interrogativo sul futuro e sulle sorti di questa famiglia, ma che ci restituisce un senso di tranquillità e di pace che forse, ma non è detto affatto, precede la tempesta.

 

VOTO: 9

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Siamo veramente stanchi di….vedere attori che ci danno false emozioni..esauriti da spettacoli pirotecnici ed effetti speciali anche se il mondo in cui si muove è in effetti per certi versi fittizio, simulato…non troverete nulla in Truman che non si veritiero….non c’e’ copione, non esistono copie….non sarà sempre Shakspeare ma è autentico….è la sua vita" (The Truman show)

 


LOCANDINA

 

La frusta e il corpo


REGIA: Mario Bava

CAST: Christopher Lee, Daliah Lavi, Tony Kendall, Isli Oberon, Harriet White, Dean Ardow, Alan Collins, Jacques Herlin

ANNO: 1963

 

TRAMA:

 

Tornato a casa dopo una lunga assenza e malvoluto, Kurt, comincia a gettare scompiglio tra i suoi famigliari, soprattutto Nevenka, dapprima sua amante e ora moglie di suo fratello. Il suo ritorno darà il via ad una catena di omicidi il cuo colpevole sarà guidato esclusivamente dall’ossessione nei suoi confronti.

 

 


 

ANALISI PERSONALE

 

Un vero e proprio horror psicologico questo di Mario Bava, che però non raggiunge le vette astronomiche di alcune delle sue pellicole più famose e riuscite a partire dal capolavoro “La maschera del demonio”, ma non solo. Ma, nonostante questo, “La frusta e il corpo” riesce a farsi ricordare soprattutto per l’audacia e il coraggio di affrontare all’epoca tematiche scabrose e scottanti come quelle erotiche e sado-masochistiche affrontate in questo film. Come si intuisce dal titolo, infatti, la frusta è un oggetto fondamentale e primario all’interno delle dinamiche dei rapporti che intercorrono tra i vari protagonisti. Kurt (interpretato da un’agghiacciante Christopher Lee) era, infatti, il promesso sposo di Nevenka (la straordinaria Daliah Lavi) con cui intratteneva un rapporto “malato” di sesso e violenza, dato che lei riusciva ad accendere i suoi sensi solo se veniva da questi colpita ripetutamente con una frusta. Ma qualcosa nel loro rapporto andò sicuramente storto, dato che ad inizio pellicola ci viene mostrato un pugnale con il quale una giovane donna (figlia della domestica) si è tolta la vita a causa della grande delusione d’amore ricevuta da Kurt stesso. Georgia, la madre ferita, giura di fronte al pungale chiuso in una teca che sarà proprio quell’arma a porre fine alla miserabile vita di quell’uomo crudele e insensibile. E così sarà, visto che una notte, l’uomo verrà attaccato alle spalle e ammazzato a sangue freddo.

Questo sarà l’evento che scatenerà tutti i guai che si imbatteranno nel castello e sui loro abitanti. Nevenka, ossessionata dalla figura del cognato e della sua frusta, sarà continuamente disturbata dalle visioni del suo ex-amante, per lei ancora in vita, e crederà di essere in pericolo a causa sua. Nel frattempo anche il capo-famiglia, il conte Menliff verrà trovato assassinato proprio con lo stesso pugnale scomparso dalla sua teca. Chi sarà il colpevole? E’ davvero Kurt tornato dal regno dei morti per vendicarsi di chi gli ha tolto la vita? O è semplicemente un altro abitante del castello ossessionato dalla sua figura o magari interessato all’eredità o alla vendetta e nascosto dietro l’alibi del “fantasma”? Il finale decisamente agghiacciante, soprattutto visivamente parlando, ci offrirà più di una risposta e soprattutto più di una riflessione sull’intensità e sulla diversità dei vari rapporti interpersonali e della maniera in cui possono influenzare l’intero corso delle nostre esistenze, malati o puliti che siano. Grande particolarità de “La frusta e il corpo” è la straordinaria fotografia (firmata Ubaldo Terzano), dai toni quasi irreali ma oltremodo coinvolgenti, soprattutto quando ci si sofferma sui primi piani malefici di Kurt o spaventati di Nevenka, in cui i colori virano dal blu, al viola, al rosso. L’atmosfera è resa cupa e stimolante, non solo grazie ai toni scuri e tetri della fotografia, ma anche grazie all’abile mano registica di Bava (che qui si firma John M. Old, per assecondare la moda ingiustamente esterofila di allora, tant’è che anche tutto il resto del cast tecnico assunse nomi stranieri), che gioca magistralmente con le zoomate, i primissimi piani, i grandangoli (che fanno sembrare interminabili i corridoi e gli anfratti del castello) e le inquadrature inusuali, come quella bellissima in cui Cristiano (il fratello di Kurt) e Katia (la serva di cui è segretamente innamorato, pur essendo stato costretto a sposare Nevenka), discutono sulla serie di eventi catastrofici abbattutisi sul castello, ma la macchina da presa si sofferma dapprima su una finestra e poi su un mazzo di fiori rossi, lasciando sullo sfondo i due che si interrogano sull’identità del colpevole, cosa che evidentemente non interessa minimamente Bava, che preferisce soffermarsi sulle dinamiche e sulle motivazioni, piuttosto che sul cosidetto “whodunnit”. Indimenticabile anche la scena in cui Nevenka viene avvicinata, o credere di essere avvicinata, da Kurt, con il primo piano terrificante della sua mano che si avvicina alla sottana della donna per poi strapparla con forza e violenza. Si tratta di allucinazioni e desideri repressi e perversi di Nevenka oppure è tutto vero e il terribile Kurt è tornato a reclamare vendetta? In un modo o nell’altro si può rispondere affermativamente ad entrambe le domande, perché i morti con la loro influenza sui vivi possono ancora avere effetti sulla loro condotta, soprattutto quando il loro rapporto è stato così intenso, forte e particolare come quello che intercorreva tra Kurt e Nevenka.

 

VOTO: 8,5

 

 


 

CITAZIONE DEL GIORNO

 

"È come se la macchina da presa fosse il buco della serratura della porta dei tuoi genitori. E tu spii e ti senti in colpa. Ma non puoi fare a meno di guardare. Fare film è un reato ed il regista è un criminale" (The dreamers)

 


LOCANDINA

 

Masters of horror 9-10


PATTO CON IL DEMONIO

Tara è un’adolescente con problemi relazionali sia con i suoi compagni di scuola sia con sua madre decisamente assente e insensibile. Di ritorno a casa viene investita da un furgoncino per poi svegliarsi in quella che sembra essere una stanza d’ospedale ma che si rivela essere qualcosa di ben più spaventoso e pericoloso.

Sicuramente non tra i migliori episodi della serie questo “Patto con il demonio” (non raggiunge le vette degli episodi di Carpenter, Landis o Dante), ma decisamente godibile e piacevole se ci si accosta alla sua visione senza avere pretese eccessive, considerando anche che stiamo parlando di prodotti ideati e realizzati per la televisione, con tutte le restrizioni del caso. In questo caso abbiamo la riproposizione di un tema ben noto nell’ambito del cinema dell’orrore e cioè il cosiddetto patto col diavolo per avere in cambio qualcosa che si desidera fortemente. Questo patto, nella pellicola in questione, consiste nel sacrificare alla creatura diabolica dodici ragazzini vergini e non battezzati. La dodicesima è proprio Tara che viene rapita e portata in questa casa sperduta nella campagna (tipico luogo orrorifico) e poi rinchiusa in una tetra e buia cantina dove farà la conoscenza di uno strano ragazzo dai capelli biondi (da qui il titolo originale “The fair haired child”).

Per quale motivo la coppia di sposi che ha rapito Tara ha fatto questo patto col demonio? Una serie di flashback in bianco e nero (forse le parti meno riuscite della pellicola perché fin troppo didascaliche ed esteticamente lontane dallo stile del resto dell’episodio) ci darà la risposta e il finale, non originalissimo, ribalterà persino le carte in tavola facendoci capire che il demonio non è proprio uno di cui ci si può fidare ciecamente. Quello che più si apprezza de “Il patto con il demonio” è il rapporto che si viene a creare tra Tara e il ragazzo che trova appeso ad una corda nella cantina e poi, subito dopo, la parte propriamente orrorifica della pellicola, in cui un mostriciattolo di fattezze terrificanti, insegue la povera ragazza tra gli anfratti e i cunicoli dello scantinato in cui non c’è un filo di luce. Merito dunque della fotografia e degli effetti speciali se lo spettatore si sente coinvolto nelle vicende della ragazzina che fa di tutto per salvare la propria vita, ma anche quella del suo nuovo amico. Interessante anche la regia che non si appiattisce come ci si aspetterebbe da un prodotto televisivo e che, invece, ci regala più di un momento di alta tensione.

Dove la pellicola latita, seppur non esageratamente, è nella descrizione dei personaggi, ad eccezione forse dei due ragazzini. Infatti i due genitori sono fin troppo stereotipati e macchiettistici, soprattutto la mamma che sembra tenere il marito in suo pugno e che dirige le operazioni malefiche portate avanti su richiesta del diavolo. I due, appassionati di musica classica, daranno in pasto alla creatura più maligna di tutte, dodici ragazzini riuscendo perfettamente nei loro piani fino a quando non si imbatteranno in Tara, apparentemente debole e fragile, ma poi decisamente combattiva. Lui, ormai succube di una moglie completamente assorbita dal patto suggellato, comincia ad avere segni di cedimento, ma non riuscirà a fermare l’orrore che si paleserà nuovamente nella sua casa. Orrore impersonato dal terribile mostriciattolo ricoperto di rami e foglie che seminerà il panico e che alla fine riserverà più di una sorpresa.

Interessante, anche se prevedibile, il finale quasi fiabesco in cui a contrapporsi all’atmosfera cupa e buia respirata fino a poco prima, arriva una sorta di luce quasi irreale che illumina coloro che furbescamente sono riusciti a rimanere in vita.

CREATURA MALIGNA

Ida, un’entomologa lesbica, non riesce a tenersi una donna troppo a lungo perché tutte scappano inorridite dagli insetti che tiene amorevolmente nel suo appartamento. Un giorno però fa la conoscenza di Misty, una ragazza che sembra non avere paure delle piccole creature, se non fosse che durante un amplesso con la sua nuova compagna viene morsa da uno strano insetto sconosciuto che è stato spedito ad Ida dal Brasile, e comincia ad accusare mutamenti dapprima nell’aspetto caratteriale e poi in quello fisico.

Se non fosse che ci troviamo a visionare un episodio della serie “Masters of horror” per i primi 40 minuti di questa pellicola ci sembrerebbe di essere di fronte ad una commedia sentimentale un po’ strampalata, piuttosto che ad un horror. Negli ultimi dieci minuti, però, il regista (conosciuto oltreoceano per una sola pellicola, “May”), ci propone delle situazioni oltremodo terrificanti con una consistente virata nello splatter, dato che la giovane ragazza, dapprima sensibile e amorevole, diventa una specie di sboccata maleducata per poi trasformarsi letteralmente in un enorme insetto dalle dimensioni umane (a Cronenberg saranno fischiate sicuramente le orecchie).

Ma la qualità principale di questo decimo episodio è sicuramente l’ironia e l’auto-ironia (così come per “Leggenda assassina” di John Landis, sicuramente più riuscito sotto questo punto di vista però), ottenute soprattutto grazie alla deliziosa interpretazione della protagonista decisamente sfigata in campo amoroso e del tutto assorbita dal suo lavoro che è poi anche la sua passione. Una sorta di nerd al femminile che incarna una serie di messaggi sociali che il regista ha sicuramente voluto trasmettere attraverso questa lesbic-comedy. Infatti, sono numerosi i temi connessi all’omosessualità di queste due ragazze, prima di tutto il pregiudizio e l’ignoranza altrui che accomunano l’essere gay con l’essere pedofilo: la severa padrona di casa con nipotina a carico è spaventata dal fatto che Ida possa corrompere la bambina che stravede per lei; e poi, soprattutto, l’incapacità di poter mettere al mondo e poi crescere dei bambini di chi decide di passare la sua vita con una persona dello stesso sesso, tema questo che viene affrontato in un finale decisamente grottesco ed estremamente ironico.

Interessanti anche i siparietti comici tra Ida e il suo strambo collega che si diverte ad ascoltare i racconti erotici della sua amica per poi trastullarsi sotto la doccia e che poi, prevedibilmente, fa una brutta fine per salvare l’amica dall’attacco dell’enorme mostro che si aggira per il suo appartamento. Dunque possiamo dire che “Creatura maligna” è due film in uno: una commedia brillante all’inizio, e un monster-splatter-movie verso la fine (l’orecchio di Misty morso dall’insetto fa veramente impressione), riuscendo a farsi apprezzare in entrambe le salse.

La reale provenienza e la motivazione della spedizione di questo oscuro e sconosciuto insetto, poi, rafforzano ancora di più il concetto di pregiudizio e di vero e proprio odio verso il diverso e di incomprensione immeritata verso chi non si attiene a ciò che è dato per prestabilito senza alcun motivo apparente.

Coraline e la porta magica





REGIA: Henry Selick

CAST: Dakota Fanning, Teri Hatcher, Ian McShane, Keith David

ANNO: 2009

 

TRAMA:

 

Coraline, trasferitasi da poco coi suoi genitori in una sperduta casa in campagna, trascurata e annoiata trova una porticina che dal salone di casa sua la porta in una realtà parallela molto più bella e confortante, con dei genitori apprensivi e amorevoli, la cui unica differenza fisica con i reali è quella di avere dei bottoni cuciti al posto degli occhi. Ben presto, peròl, si renderà conto però che non è tutto oro ciò che luccica.

 

 


ANALISI PERSONALE

 

Che Henry Selick in passato abbia collaborato con Tim Burton per la realizzazione di “Nightmare before Christmas” è vistosamente intuibile anche a giudicare da questo suo ultimo lavoro, tratto dal racconto di Neil Gaiman. Ci sono molte delle tematiche care al regista di “Edward mani di forbice” in questa pellicola in stop-motion 3D che ci confermano la sensazione di omaggio ed ispirazione ad uno dei più grandi registi visionari e fantastici presenti nel panorama cinematografico odierno. Ci sono i freaks che poi si rivelano essere i più genuini e sinceri, c’è il riferimento al marcio che si nasconde sotto apparenti e illusori perbenismi e luccichii, c’è soprattutto una componente quasi horror-gotica a fare da sfondo e accompagnamento a questa storia che, nonostante si stia parlando di un film d’animazione, non è proprio indicata per i più piccoli, che non potrebbero coglierne i riferimenti e i messaggi nascosti o meno nascosti.

Primo dei riferimenti è sicuramente quello ad “Alice nel paese delle meraviglie”, visto che entrambe le protagoniste entrano in un mondo fantastico ed immaginario attraversando una porticina e “accompagnate” da uno strambo gatto (qui si tratta di un randagio nero e spelacchiato però). Difficile non pensare anche ad una leggerissima ispirazione all’ultima fatica di Terry Gilliam, quel “Tideland” (altro racconto dell’orrore della società odierna mascherato da favola) in cui una bambina ormai rimasta sola trasforma in realtà fantastiche e parallele tutto l’orrore che le si presenta davanti agli occhi.Coraline è una bambina molto particolare (altro grande messaggio lanciato dal film è quello dell’individualismo, inteso in maniera sana come distacco da facili e imperanti convenzionalismi), a cominciare dal suo nome, spesso storpiato nel più comune Caroline, fino ad arrivare al colore dei suoi capelli, al gusto nel vestire (vuole che la madre le compri un paio di guanti che nessuno possiede per potersi distinguere), alla sua passione per il giardinaggio e alla preferenza nelle conoscenze (vuole fare amicizia con i suoi strambi vicini: il direttore russo di un circo di topi e due sorelle un pò sui generis, ex star del teatro). Gli occhi sono una parte fondamentale del racconto di Coraline, dato che quando la bambina si ritrova nel nuovo mondo fatato, dove tutto è più bello, più colorato, più amorevole, tutti coloro che ne fanno parte sono privi di questo elemento, forse il più importante per conoscere la verità nascosta sotto le false apparenze e illusorietà, le stesse con cui dovrà confrontarsi Coraline, che alla fine sarà cresciuta e avrà imparato il valore di ciò che già si possiede e il pericolo insito nel desiderare cose di cui non si conosce la reale natura e che possono nascondere insidie e pericoli.  Tant’è che ben presto (rifiutandosi di cucirsi i bottoni al posto degli occhi e continuando dunque ad utilizzarli per rendersi conto effettivamente del grigiore nascosto sotto la superficie colorata, elementi resi in maniera spettacolare dalla regia e dalla fotografia oltre che ovviamente dalla componente 3D che stupisce e coinvolge, riuscendo anche nell’intento di non essere invasiva e onnipresente) non vedrà l’ora di tornare alla sua vera casa, ai suoi veri genitori, forse un po’ toppo assenti ma sicuramente genuini e reali (il riferimento alla società odierna con dei genitori sempre più presi dai propri lavori o dalle proprie vite, dimenticandosi quelle dei propri figli è uno dei tanti presenti all’interno della pellicola), alla sua vera vita, di cui ha cominciato a capire il significato e l’importanza.

 

VOTO: 8

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Anche la persona più piccola può cambiare il corso del futuro" (Il signore degli anelli – La compagnia dell’anello)

 


LOCANDINA

 

Una notte da leoni


REGIA: Todd Phillips

CAST: Bradley Cooper, Ed Helms, Zach Galifianakis, Heather Graham, Justin Bartha

ANNO: 2009

 

TRAMA:

 

Doug sta per sposarsi e così i suoi amici decidono di portarlo a Las Vegas per un addio al celibato che non dimenticherà facilmente. Ma dopo una notte ad altissimo tasso alcolico i ragazzi non ricordernno nulla di ciò che è successo, ma soprattutto non riusciranno più a trovare il futuro sposo scomparso chissà dove.

 

 


 

ANALISI PERSONALE

 

Prendete quattro personalità completamente differenti e uniche, unitele per festeggiare un addio al celibato a Las Vegas in un hotel lussuoso e avrete sicuramente un’idea dell’imminenza di qualche disastro. “Una notte da leoni” è proprio il racconto di una notte disastrosa, fatto in maniera del tutto inusuale e cioè senza raccontare proprio nulla della suddetta nottata. Ma com’è possibile allora proseguire con il racconto incentrato proprio sulla sbornia dei tre protagonisti principali? L’originalità della pellicola è tutta qui: allo spettatore sarà dato modo di osservare gli effetti disastrosi di questa notte, fino a risalire guaio dopo guaio, indizio dopo indizio, a ciò che è realmente successo (straordinari i titoli di coda in cui una serie di fotografie scattate in preda al delirio ci mostreranno in parte gli eventi della notte da leoni, appunto).

Ed è così che i tre si risvegliano completamente intontiti con un componente in meno, un tigre in bagno, una gallina in cucina e un bebè sbucato da chissà dove. Riusciranno i tre scapestrati a liberarsi degli ospiti di troppo e a ritrovare l’unico di cui hanno bisogno, oltre che a ricordare ciò che hanno combinato?

Questo l’assunto, l’unico se vogliamo, di “Una notte da leoni” che scivola via senza problemi e si fa guardare con un sorriso quasi perennemente stampato sul volto. Merito soprattutto di una comicità al limite del demenziale, che di quando in quando si macchia di venature triviali e volgari, riuscendo però a mantere il giusto equilibrio tra divertimento e spensieratezza. Numerosissime le gag che si susseguono quasi senza sosta dall’inizio un po’ “in sordina” con la partecipazione del mitico Jeffrey Tambor (perlomeno per i fan del telefilm “Arrested development”), nel ruolo del padre della sposa che affida a Doug, suo genero, non solo la sua adoratissima auto, ma soprattutto il suo sbadato e disadattato figliolo, un imperdibile Zach Galifianakis nel ruolo di Alan, il personaggio più esilarante della pellicola, colui a cui è affidata la parte più comica e spassosa. Non sono da meno nemmeno gli altri due, ognuno l’opposto dell’altro, e cioè Stu il dentista mogio e dimesso, vittima di una fidanzata tiranna (interpretato da Ed Helms) e il professore un po’ sui generis, tutto dedito all’alcool e alle pazzie, l’unico però ad avere già una famiglia in groppa (interpretato dall’ormai noto Bradley Cooper che ha la giusta faccia da schiaffi per interpretare questo genere di personaggi, così come è successo nel noto telefilm “Nip/Tuck).

Dopo una lunga serie di peripezie, i tre sfortunati e strampalati amici riusciranno a sbrogliare la matassa misteriosa della notte oscura in cui sono venuti a contatto con una serie di personaggi (tra i quali non possiamo non citare Mike Tyson e un cinese un po’ esagitato, intereprtato da Ken Jeong, che si farà al centro di numerose situazioni assurde e paradossali). 

Ma nonostante l’apparenza di fannulloni e buontemponi, apparenza che trova quasi completa rispondenza nella realtà, i protagonisti di “Una notte da leoni” riusciranno comunque ad adempiere ai loro doveri e a tornare puntuali per il matrimonio di Doug (anch’esso contrassegnato da alcune gag esilaranti, tanto per non far concludere il tutto nella più sdolcinata delle maniere), segno questo che c’è un tempo per il piacere e uno per il dovere, e che è sacrosanto ricurcire dello spazio sia per il primo, che per il secondo, senza esagerare nell’essere troppo bambini o troppo adulti.

 

VOTO: 7

 

 



 

CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Sei come una spugna. riesci a prosciugare chi ti ama" (The Rocky Horror Picture Show)

 


LOCANDINA

 

Il pozzo e il pendolo


REGIA: Roger Corman

CAST: Vincent Price, John Kerr, Barbara Steele, Luana Anders, Anthony Carbone, Patrick Westwood

ANNO: 1961

 

TRAMA:

 

Nicholas Medina, ancora sconvolto per la morte della sua amatissima moglie, riceve la visita di suo cognato che vuole fare luce sulla triste vicenda, facendo precipitare il vedovo sempre più in una spirale di ossessione per alcuni avvenimenti del suo passato che continuano a tormentarlo.

 

 


 

ANALISI PERSONALE

 

Secondo film di Corman tratto dai racconti macabri di Edgar Allan Poe, “Il pozzo e il pendolo” comincia come un intrigante thriller-psicologico e poi, verso il finale, vira nel più coinvolgente e delirante horror di genere. Grande forza di questa indimenticabile e ipnotizzante pellicola è, così come per il precedente del resto, la confezione estetica di alto livello con una straordinaria fotografia (eccezionali i ricordi di Nicholas bambino girati con lenti cromatiche che colorano lo schermo di blu e viola), un’impressionante colonna sonora, un sapientissimo utilizzo dei suoni diegetici ed extra-diegetici, ma soprattutto una fenomenale messa in scena, con un’ambientazione del tutto funzionalissima e simbiotica con il resto della pellicola. Senza il castello e tutti i suoi anfratti “Il pozzo e il pendolo” non riuscirebbe a sedurre lo spettatore così come, invece, riesce a fare. Senza quei cunicoli segreti, quelle enormi stanze splendidamente arredate ma sinistramente cupe, senza quei sotterranei in cui si celano dei segreti terrificanti e si conservano strumenti di tortura risalenti all’Inquisizione, lo spettatore non rimarebbe estasiato così come in realtà rimane durante e a fine pellicola.

L’Inquisizione, tema principale del racconto di Poe, è solo uno dei vari temi che aleggiano nell’aria di questa pellicola ambientata nel 1500, ma per certi versi decisamente attuale. Varie le tematiche che il regista decide di affrontare, richiamando tra l’altro alcune delle riflessioni già contenute ne “I vivi e i morti” e prendendosi molte libertà rispetto al racconto originale. Si va dall’adulterio, alla pazzia, allo spiritismo, alla vendetta e anche al senso di colpa per l’operato dei propri padri, che in una maniera o nell’altra riesce sempre ad avere effetti devastanti sui figli.

In questo caso, Nicholas, il protagonista (interpretato da un Vincent Price in stato di grazia che dona al suo personaggio uno stampo volutamente teatrale e sopra le righe, riuscendo nell’intento di comunicare tutta la sua disperazione iniziale e la sua confusione mentale finale) non riesce a dimenticare il fatto che suo padre fosse stato un terribile inquisitore che torturava le sue vittime proprio nei sotterranei del loro castello e che poi, un bel giorno, scoperto l’adulterio di sua moglie con sua fratello avesse fatto altrettanto con loro.

A nulla è valso il suo amore per Elizabeth (interpretata dall’icona horror per eccellenza, Barbara Steele), morta prematuramente proprio perché estremamente spaventata dalla visione degli strumenti di tortura, né l’apprensione e l’affetto di sua sorella Catherine (interpretata dalla bellissima Luana Anders), né tantomeno le cure amorevoli del suo migliore amico, il dottor Leon (interpretato da Anthony Carbone). L’arrivo del fratello di Elizabeth, Francis (interpretato dal bravissimo John Kerr), farà risvegliare in lui l’incubo di aver seppellito sua moglie ancora viva, così come successe a sua madre, e di essere incappato quindi nelle ire del fantasma di questa, che ogni notte trova il modo di spaventarlo in qualche maniera: suonando il suo clavicembalo, mettendo a soqquadro la sua stanza, chiamandolo dai sotterranei e via dicendo.

Ma Francis e il dottor Leon, cominciano a dubitare che a fare questi brutti scherzi sia in realtà il fantasma di Elizabeth, bensì qualcuno, magari qualche servitore, che in qualche modo vuole prendersi gioco del povero Nicholas, ormai in preda al delirio più totale. Chi sarà mai allora il colpevole di cotale meschineria? La risoluzione non sarà delle più scontate e contribuirà ad accrescere l’insanità mentale di Nicholas che, ormai impossessato dai suoi terribili ricordi, metterà in funzione lo strumento di tortura più terribile di tutti: il pendolo situato proprio sopra il pozzo. Ma non temete, la sua povera vittima riuscirà a scamparla per il filo del rasoio, e guardando la scena, decisamente ansiogena e turbante, mai espressione fu più indicata; mentre i veri colpevoli avranno ciò che si meritano.

 

VOTO: 9

 

 


 

CITAZIONE DEL GIORNO

 

Considerato che sei morto, stai da Dio. (Mia Farrow in "Alice")

 


LOCANDINA

 

I love radio rock





REGIA: Richard Curtis

CAST: Philip Seymour Hoffman, Bill Nighy, Kenneth Branagh, Rhys Ifans, Mark Frost, Tom Sturridge

ANNO: 2009

 

TRAMA:

 

Inghilterra, metà anni ’60. Il rock veniva ancora osteggiato perché considerato un genere musicale sovversivo e corrotto. Ma un gruppo di otto dj a bordo di una nave scalcinata nel Mar del Nord, trasmetteva rock e pop 24 su 24, attirandosi le ire e le antipatie dei benpensanti come il ministro Dormandy che fece di tutto per eliminarli.

 

 


ANALISI PERSONALE

 

Una commedia brillante come non se ne vedevano da tempo questo “I love radio rock” che ci regala due ore di sano e genuino divertimento e intrattenimento, senza lasciare da parte il coinvolgimento emotivo.

Grandissima protagonista, più che elemento di accompagnamento e completamento, è la stupefacente colonna sonora (David Bowie, Beach boys, Jimi Hendrix, ma non solo) che trascina lo spettatore all’interno della pellicola e tratteggia alla perfezione lo spirito rock e pop britannico e libertino di questo racconto di un periodo storico-politico-sociale, ma anche di una storia di formazione incarnata dal giovane protagonista, Carl, arrivato a bordo della nave per ritrovare il suo vero padre, che imparerà a vivere e ad assaporare valori come l’amore e l’amicizia (“Benvenuto sulla barca dell’amore”, gli verrà detto infatti non appena arrivato a bordo).

“I love radio rock” è anche la storia di una lotta, quella per la libertà d’espressione e per il diritto ad essere ascoltati e a poter vivere a modo proprio la musica e il vero spirito aggregante  di essa. Quella combattuta tra gli otto dj a bordo della nave “clandestina” e il governo inglese di allora, bigotto e perbenista che non vedeva di buon occhio l’espandersi di quel tipo di musica, vista come una sorta di male da combattere a tutti i costi. Una lotta che terminerà con la vincita di una fazione, ma che non vedrà realmente sconfitta l’altra parte, come ci dimostrerà lo straordinariamente magnifico finale seguito da dei titoli di coda stupefacenti con tutti i protagonisti che ballano sulle note di “Let’s dance” di David Bowie (ma anche i titoli di testa sono davvero magnifici, con una serie di split screen che ci immettono proprio nel contesto della pellicola).

“Il governo aborra il libero pensiero”, dirà uno dei dj durante una delle tante trasmissioni radiofoniche mandate in onda dalla nave, ed è per questo motivo che i protagonisti di questa deliziosa pellicola non ci stanno a farsi da parte, nonostante il loro lavoro sia stato dichiarato illegale e nonostante rischino la loro libertà e la loro vita per continuare a trasmettere la musica che loro amano più di ogni cosa al mondo, quella musica che è veicolo d’espressione e comunicazione, oltre che lotta contro i pregiudizi e i falsi perbenismi.

Oltre alla colonna sonora, grande punto di forza di “I love radio rock” è lo stupefacente cast: da Philip Seymour Hoffman nel ruolo del “Conte”, dj entusiasta ed entusiasmante, a Bill Nighy nel ruolo del “capobanda”, a Mark Frost nel ruolo del corpulento dj che però non fatica a trovare belle donne che gli si concedono, a Rhys Ifans nel ruolo dello scalcinato rivale del “Conte” con cui si batterà per dimostrare maggior coraggio, fino ad arrivare a Kenneth Branagh l’impettito ministro che si opporrà strenuamente alla Radio Rock. Nota di merito anche ai bellissimi costumi e all’ambientazione (il film è quasi completamente girato all’interno di questa fantastica nave).

Concludendo possiamo riassumere le qualità di questa grandiosa pellicola con alcuni aggettivi decisamente calzanti: allegro, divertente, coinvolgente, entusiamante, trascinante e a tratti anche emozionante e commovente, oltre che genuinamente semplice. Del resto, come dice il “Conte”: “Non è semplice essere forti, ma è forte essere semplici!”.

 

VOTO: 8

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Ragazzi.. non è avendo un plettro satanico che farete un rock migliore. Perchè Satana non è in un plettro per chitarra è dentro tutti noi! E’ qui dentro, nei vostri cuori. E’ quello che non ci fa avere voglia di lavorare, fare ginnastica o dire la verità. E’ quello che ci fa venire voglia di fare festa e fare sesso l’un l’altro tutta la notte.. è quella vocina nella mente che dice vaffanculo alle persone che odiate!" (Tenacious D e il destino del rock)

 


LOCANDINA

 

Terminator





MACCHINA E UOMO: LOTTA TRA TITANI

Sarah Connor, giovane donna in cerca d’amore, non sa di essere nel mirino di due personaggi venuti dal futuro. Uno, Terminator, un cyborg completamente rivestito come un umano vuole ucciderla per evitare che dia alla luce John Connor, colui che nel futuro sterminerà la fazione delle macchine nella guerra contro gli uomini; l’altro Kyle Reese, è stato mandato per porteggerla.

Grandissimo film di fantascienza, il primo del filone cyborg, quello che ha dato notorietà al regista Cameron e all’attore Schwarzenegger, “Terminator” è giustamente diventato un cult-movie nel suo genere, proprio perché ha ispirato molte pellicole successive, oltre ad aver avuto dei sequel fortunatissimi. Grande perno di questa pellicola è sicuramente la colonna sonora costituita da note cupe e agnosciose che sin dai primi fotogrammi ci coinvolgono nelle atmosfere tetre e “apocalittiche” della pellicola. Altri grandi punti di forza sono sicuramente la regia, con scene d’azione davvero ben calibrate e girate, e con momenti molto adrenalinici e a tratti emozionanti, oltre alla presenza di una serie di flashback che in realtà sono dei flashforward dato che costituiscono i ricordi di Reese che è venuto dal futuro; la sceneggiatura che con una storia apparentemente semplice (il buono e il cattivo che si contendono “la vita” di una donna) ci offre su un piatto d’argento una serie di riflessioni e  considerazioni sui temi più svariati come i viaggi nel tempo o la contrapposizione tra l’uomo e la macchina; la recitazione soprattutto di Schwarzenegger che ha il volto perfettamente adatto alla monoespressività e il corpo decisamente indicato per l’indistruttibilità di questo cyborg-assassino venuto dal futuro, privo di sensazioni e sentimenti.

Tra le sequenze più riuscite c’è sicuramente quella del disco-pub in cui Sarah si rifugia perché si accorge di essere inseguita e in cui subito dopo Terminator e Reese ingaggiano uno scontro a fuoco, inframmezzato da funzionalissimi ralenti. Indimenticabile anche la strage di poliziotti all’interno del commissariato in cui un Terminator più crudele che mai, con nonchalance uccide chiunque gli si pari davanti senza il minimo sforzo. Impressionante, soprattutto per l’epoca poi, la sequenza in cui il cyborg si ricuce il braccio squartato e si toglie l’occhio ferito rimanendo con il sottostante fatto di ferraglie di ogni tipo.

Se poteste tornare indietro nel tempo cosa fareste? Eliminereste un personaggio crudele come Hitler per evitare il genocidio degli ebrei oppure trovereste il modo di fare qualcosa per il vostro tornaconto e quello dei vostri cari? L’assunto di questa pellicola è tutto qui: ci sono due personaggi che vengono mandati indietro nel tempo, uno per eliminare la donna che darà alla luce l’acerrimo nemico della squadra a cui appartiene, l’altro per proteggere questa donna. Uno dunque si sacrificherà eroicamente per salvare la vita di una donna, ma soprattutto per far sì che l’umanità non scompaia schiacciata dalle macchine, l’altro essendo totalmente privo di qualsiasi scrupolo, visto che al suo interno contiene solo una macchina, non fa altro che eseguire gli ordini e le direttive per il quale è stato costruito.

L’altra questione spinosa è quella della contrapposizione tra la macchina e l’uomo, argomento già allora alquanto scottante e tutt’ora fervidamente attuale: nel futuro ci faremo dominare dalle macchine o saremo ancora capaci di dominarle? La macchina è indistruttibile (mitragliatrici, fucili e pistole gli fanno un baffo, ma anche esplosioni di ogni sorta non sembrano minare le sue fondamenta, al massimo è l’involucro “umano” quello che ne può risentire), ma anche incapace di provare qualsiasi tipo di sensazione o emozione, mentre l’uomo è più debole fisicamente (Reese può essere ferito e non solo fisicamente), ma possiede la fortuna di avere un cuore e un’anima. Voi cosa scegliereste se ve ne fosse data la possibilità?

Pubblicato su www.supergacinema.it

Role models





REGIA: David Wain

CAST: Paul Rudd, Seann William Scott, Cristopher Mintz-Plasse, Bobb J. Thompson, Elizabeth Banks, Ken Marino, Jane Lynch, Ken Jeong

ANNO: 2009

 

TRAMA:

 

Danny e Wheeler sono due amici e colleghi che per lavoro vendono una bibita energizzante e sensibilizzano i ragazzi nelle scuole sul tema della droga. Un giorno però a Danny va tutto storto, la sua ragazza lo lascia e si rende conto che da dieci anni svolge un lavoro che non lo appaga. Così dà fuori di testa e inavvertitamente investe un tutore dell’ordine e una fontana. I due vengono costretti a 150 ore di servizi sociali, in cui dovranno prendersi cura di due ragazzini non proprio facili.

 

 


ANALISI PERSONALE


Se a qualcuno di voi è venuto in mente Judd Apatow, ormai re di un certo tipo di commedia all’americana, non si preoccupi perché anche se questa volta non è implicato nella produzione o realizzazione della pellicola, il suo zampino c’è e si vede. A cominciare dall’attore protagonista, anche co-sceneggiatore, Paul Rudd, stella di alcuni dei film più fortunati di Apatow. Ma è proprio il tipo di comicità demenziale, ma non troppo, con venature quasi sofisticate che di quando in quando fanno da contraltare alla “stupidità” del resto della narrazione (il riferimento alla coppia Susan Sarandon-Tim Robbins nella canzone finale, le citazioni musicali e non e via dicendo) , a rendere “Role models” molto simile a quel filone cinematografico succitato.
Anche se ci troviamo di fronte ad un film il cui svolgimento è prevedibilissimo (sappiamo tutti che dopo le iniziali difficoltà tra gli adulti non cresciuti e i ragazzini fin troppo cresciuti, ci sarà sicuramente un finale conciliatorio in cui tutti diventeranno amici), non possiamo non godere di molte delle trovate che regista e sceneggiatori hanno immesso in questa storia che vuole rappresentare la diversità come una carta vincente da giocare contro la piattezza e la noia di chi vive una vita prestabilita.
Il primo a dimostrarlo è proprio Danny (Paul Rudd), il venditore un po’ borioso che odia tutto e tutti e che alla fine si rende conto  che forse lasciarsi andare non è poi così male. A fargli da contraltare c’è
lo stupidotto e ingenuo Wheeler (Seann William Scott, famosa star di vari “American pie”), fissato con i testi dei Kiss che hanno rimandi esplicitamente sessuali e patito di playstation e di tette.
I due dovranno occuparsi, il primo di Augie (Christopher Mintz-Plasse), un sedicenne nerd fissato con i giochi di ruolo dal vivo ambientati in una terra di mezzo dallo stampo prettamente fantasy (divertentissima la battaglia finale combattuta dai nostri protagonisti vestiti dalla testa ai piedi come i Kiss e il resto delle “nazioni” iscritte al torneo); il secondo di Ronnie, un bambino eccessivamente sboccato e rissoso a cui manca chiaramente una figura paterna.
I problemi, ovviamente, non saranno pochi, ma alla fine i quattro riusciranno ad unire le loro differenti personalità e a sconfiggere il “nemico” (che sarebbe la società che non accetta il diverso, qui incarnata da un re fantasy con la passione per gli hot dog) a suon di colpi di spade di cartone.
Inutile rimarcare la spassosità della pellicola insita in una serie di gag molto divertenti (incarnate soprattutto nel personaggio della tutrice di questi ragazzini iscritti ad un’associazione benefica, ex cocainomane, decisamente contraria alla sessualità che sfoga però le sue voglie represse giocando ripetutamente col wrustel di un hot-dog), alcune delle quali funzionano sicuramente meno delle altre, così come è inutile sottolineare il fatto di non trovarci di fronte ad un grande film (molte le situazioni
banali che smorzano un po’ il tenore demenziale e comico della pellicola), ma ad una modesta ed onesta pellicola che riesce nel semplice, ma a volte irraggiungibile, compito di intrattenere piacevolmente lo spettatore, facendolo anche riflettere di quando in quando sulla condizione umana e sulla difficoltà di chi si sente escluso.






VOTO: 6,5

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Li conosco quei due, sono due coglioni!" (Un piedipiatti a Berverly Hills)


LOCANDINA

 

Amarcord


REGIA: Federico Fellini

CAST: Bruno Zanin, Brunella Maggio, Armando Brancia, Ciccio Ingrassia, Magali Noel,

ANNO: 1973

 

TRAMA:

 

Scene di vita vissuta in un sobborgo di Rimini, nei primi anni ’30 sotto la dittatura fascista.

 

 


 

ANALISI PERSONALE

 

“Amarcord” (storpiatura del modo di dire dialettale “a m’arcord” e cioè “io mi ricordo”) è sicuramente la pellicola più autobiografica del regista, anche se è percorsa da una vena decisamente onirica e surreale ravvisabile in molte scene come l’arrivo del pavone su una distesa di neve, il “mostro” in cui si imbatte il fratello minore del protagonista, il nonno che brancola nella nebbia credendo di essere morto e molte altre. Fellini si fa autore di una pellicola che è una vera e propria opera dedicata alla sua città, con personaggi che la raccontano, non solo con le vicende che li vedono come protagonisti, ma anche decantandone le qualità e le particolarità direttamente in camera rivolgendosi allo spettatore. Una galleria variegata di straordinari personaggi, presentatici nella lunga sequenza iniziale del rito di inizio primavera in cui tutti i cittadini si riuniscono in piazza per bruciare la strega di pezza. Loro sono: signori, prostitute, ragazzacci, persone da bene, ecc…Un ventaglio di personalità differenti che ci restituiscono tutta la nostalgia e l’ammirazione di Fellini nei confronti del luogo e delle persone con cui è cresciuto. Indimenticabili rimaranno sicuramente Titta, il protagonista, nel quale non è possibile ravvisare l’immedesimazione del regista, la sua famiglia con un papà severissimo e una madre decisamente isterica, Gradisca, la donna più desiderata del paese, Volpina, la prostituta un po’ ninfomane che non fa altro che saltare addosso a chiunque gli si pari davanti, la tabaccaia che con il suo enorme seno rischia quasi di soffocare il giovane e inesperto Titta, e molti molti altri.

Ma “Amarcord” non è semplicemente una banale sviolinata rivolta al proprio paese d’origine, proprio perché ce ne viene mostrato il buono e il brutto, con i personaggi che lo abitano che vengono sovente presi in giro, quasi caricaturizzati, pur essendo dei “tipi universali” che raccontano e impersonano caratteristiche ben precise: la voglia di ribellarsi al sistema, la spensieratezza, la giovinezza, il bisogno d’amore. Inoltre, ci restituisce anche un preciso inquadramento storico-sociale, con il fascismo che imperava e che permeava la vita culturale e ideologica di quel periodo (indicativa al riguardo la sequenza della parata fascista in cui i cittadini smaniano per vedere da vicino il duce e non fanno altro che decantarne le qualità: “Mussolini c’ha due coglioni così”, dirà uno di loro; ma ancora più esemplare quella in cui il padre di Titta è costretto a bere olio di ricino solo perché non saluta “romanescamente” e si è segretamente mostrato dubbioso nei confronti del governo di Mussolini). Grande biglietto da visita di “Amarcord”, oltre ovviamente alla straordinaria regia accompangata da un perfetto montaggio che ci catapulta da un ricordo all’altro con stile ed eleganza, è sicuramente la magnifica colonna sonora firmata Nino Rota che per l’occasione ha composto delle note dolci e nostalgiche che ben assolvono all’intento “commemorativo” di un’epoca ormai morta e sepolta, tranne che nei ricordi del regista romagnolo. Chi ha visto questo grande capolavoro di Fellini (che arriva vent’anni dopo I Vitelloni ma che sembra esserne quasi un prequel), non potrà fare a meno di portare sempre nei propri cuori e nelle proprie menti alcune delle sequenze che l’hanno reso famoso in tutto il mondo e gli hanno fatto vincere un Oscar per il miglior film. Tra queste ci sono indubbuamente quella dell’arrivo al Grand Hotel dell’emiro con le sue trenta concubine dapprima imbaccucate dalla testa ai piedi e poi coperte solo da lascivi e succinti veli trasparenti; quella in cui uno straordinario Ciccio Ingrassia, nel ruolo dello zio ritardato di Titta, sale su un enorme albero (in realtà finto) gridando “Voglio una donna!!!”, scendendo poi solo grazie all’intervento degli infermieri della casa di cura presso cui è ricoverato, uno dei quali conlude con un’espressione davvero incisiva e condivisibile: “Che ce volete fa? Certi giorni è normale, certi no. Come tutti noi del resto”; quella in cui tutti i cittadini aspettano l’arrivo del Rex, un transatlantico proveniente dall’America, passando la notte sulle barchette immersi dalla nebbia, in cui il padre di Titta filosofeggia a modo suo sulla Terra e sul cosmo e in cui Gradisca, apparentemente frivola e stupida, confessa il suo terribile e disperato bisogno di essere amata e di amare; e, infine, quella del matrimonio e della partenza di Gradisca, che tra le lacrime abbandona il luogo e le persone da lei tanto amate.

Finale che ci rimanda con la mente ad un’importante riflessione, quasi antropologica, sull’indissolubile e a volte persino involontario attaccamento quasi atavico di ognuno di noi con la propria terra d’origine e con i ricordi e le persone ad essa legati. Attaccamento che molto spesso è la causa primaria di molte scelte che stanno alla base della propria esistenza, ma che in certi casi, come quello di Gradisca e soprattutto dello stesso Fellini, non impedisce di riuscire a raggiungere la propria felicità e la propria realizzazione umana e professionale, nonostante il prezzo da pagare sia l’”abbandono” e l’allontanamento, forzato o meno, dalla propria “terra madre”, che però rimane per sempre impressa e indelebile all’interno di ognuno di noi, qualsiasi sia il destino a cui si sceglie di andare incoltro.

 

VOTO: 9

 

 


 

CITAZIONE DEL GIORNO

 

Jules:"Sto sognando o piove davvero?" Catherine e Jim:"Forse tutt’e due" (Jules et Jim)




LOCANDINA