500 giorni insieme


REGIA: Mark Webb

CAST: Joseph-Gordon Levitt, Zooey Deschanel, Geoffry Arend, Clark Gregg, Chloe Moretz, Matthew Grey Gubler

ANNO: 2009

 

Tom, giovane laureato in architettura che però lavora in un’azienda di bigliettini d’auguri e di cartoline, è cresciuto credendo nella forza del destino e dell’amore. Summer, la segretaria dell’azienda dove lui lavora, è una ragazza cinica che non crede nell’esistenza dell’amore e non vuole nessun legame serio e duraturo. Tra  i due però nascerà qualcosa che li poterà entrambi in direzioni opposte a quelle iniziali…

 

I film indipendenti del Sundance Film Festival, come questo di cui parliamo, ormai sono fatti tutti con lo stampino. Delizioso e gradevole sono gli aggettivi che possiamo affibiare a quasi tutti i componenti di questa categoria. A lungo andare la cosa potrebbe diventare logorante e stancante, per il momento però non si può che rimanere soddisfatti, nonostante la comunanza di sostanza di tutte queste pellicole. Fatto sta che, a volte, qualche sorpresa è possibile ancora riceverla. E’ questo il caso di “500 giorni insieme” (titolo italiano inspiegabile, visto che l’originale “500 days of Summer”, dal nome della protagonista, era molto più indicato, e se in Italia la protagonista è stata chiamata Sole, perché non intitolarlo allora “500 giorni di Sole”?), brillante commedia sentimentale, che finalmente svecchia il genere e lo rende ben più interessante di quasi tutti i rappresentanti odierni del genere. Perché in effetti, così come intuiamo dalle didascalie iniziali e dalla voce narrante che all’inizio ci introduce alle vicende, questo non è propriamente un film d’amore, o meglio non lo è nella maniera comunemente intesa. Innanzitutto perché il tutto è raccontato seguendo un unico punto di vista, che è quello del protagonista maschile (con forti venature autobiografiche da parte del regista), e poi perché non ha lo stesso svolgimento e soprattutto la stessa fine dei film d’amore che solitamente arrivano nelle sale e nelle nostre case. L’elemento più entusiasmante della pellicola è senza ombra di dubbio la straordinaria colonna sonora, che accompagna egregiamente e soprattutto in maniera molto originale tutte le fasi della relazione tra i due giovani protagonisti (si passa dagli Smiths quasi onnipresenti, ai Belle & Sebastian, ai Doves, ai Pixies, ai Temper Tramp, ai Clash, a Simon & Garfunkel e si potrebbe continuare a lungo). Relazione che viene raccontata con un montaggio molto singolare che ci fa saltare continuamente avanti e indietro in questi 500 giorni di Summer, che entra ed esce dalla vita di Tom come un uragano. Ecco che allora lo spettatore, tramite l’introduzione di fotogrammi animati che indicano il giorno esatto in cui avviene ciò che sta per essere mostrato, si ritrova a viaggiare tra i pensieri , le speranze e le aspettative del giovane Tom (come nella bellissima sequenza in split-screen in cui lo schermo diviso in due ci mostra ciò che avviene nella realtà e ciò che invece Tom vorrebbe che avvenisse), e tra i contorti meccanismi della sua relazione con la bella e particolare Summer. Il tutto condito con irresistibili e colte citazioni cinefile (si passa da “Il Laureato” a “Il settimo sigillo”, con sottilissime e quasi impercettibili venature alleniane) e con “inserti” parodistici davvero gustosi, come la bellissima sequenza in cui il protagonista (che guardandosi nel vetro di un’auto si rivede come un giovanissimo Harrison Ford), dopo la prima notte d’amore con Summer, si esibisce in un balletto da musical per strada, con tanto di uccelletto animato che arriva a farci persino l’occhiolino in primo piano.

Una “relazione moderna” (così come la chiama lo stesso Tom quando rinfaccia ai due migliori amici di non saperne nulla perchè uno single da una vita e l’altro, invece, fidanzato da una vita), che porta con sé tutte le caratteristiche della nostra “era”, con un ribaltamento di ruoli in cui è la donna ad essere cinica e l’uomo ad essere un inguaribile romantico, con rispettive insensibilità e sentimentalismi, che alla fine ci condurrà verso un cambio di carte in tavola inaspettato, ma non del tutto definitivo.

Non ci si annoia mai durante la visione di “500 giorni insieme”, anche perché a fare da contorno ai due interessanti protagonisti (soprattutto Joseph-Gordon Levitt davvero credibile nel suo ruolo), ci sono una serie di personaggi divertenti e molto ben costruiti, come la sorellina matura all’inverosimile e i migliori amici un po’ sgangherati (la sequenza del karaoke, pur nella sua effettiva scontatezza, è davvero molto divertente). Insomma, questa pellicola d’esordio girata da un regista esperto di video-clip (e la cosa è ravvisabile non solo nel montaggio, ma anche in alcuni passaggi narrativi come le foto in bianco e nero che descrivono e raccontano le caratteristiche principali della protagonista), si dimostra essere un’ottima occasione per rinfocolare un genere che ormai non aveva quasi più nulla da dire (escluse ovviamente le dovute e sacrosante eccezioni) e per farci anche riflettere, di striscio e sicuramente non così seriamente, sulle “relazioni moderne”, il chiodo fisso e ingestibile del protagonista stesso, che molto probabilmente in seguito alla storia con Summer ne sarà divenuto grande esperto, o forse anche no, come dimostra il simpatico finale.

 

VOTO

 

Anche gli uccelli uccidono





REGIA: Robert Altman

CAST: Bud Court, Shelley Duvall, Sally Kellerman, Michael Murphy, William Windon

ANNO: 1970

 

Brewster, un ragazzo che vive ai margini in un rifugio antiatomico, sogna di riuscire a volare costruendosi delle ali artificiali. Ad aiutarlo una bionda misteriosa. Insieme, si faranno protagonisti di una serie di omicidi ai danni di persone che si frappongono alla realizzazione del loro obiettivo. A sconquassare ulteriormente le cose arriveranno un detective molto scrupoloso e una ragazza che si innamorerà e farà innamorare Brewster.

 

Grande apologo sul tema della libertà dalle restrizioni sociali e dalla società americana, come sempre al centro delle critiche e dei dileggi del regista, “Anche gli uccelli uccidono” (orrendo titolo italiano di Brewster McCloud), è una particolarissima pellicola che attraverso la metafora del volo, inteso in senso letterario e traslato, ci restituisce uno spaccato storico-sociale davvero molto interessante. Come un moderno Icaro, infatti, il protagonista sogna di poter spiccare il volo e abbandonare il mondo nel quale vive, ma dal quale non si sente accettato, così come dimostra la sua stramba abitazione che lo tiene quasi perennemente nascosto dal resto del genere umano, fatta eccezione per una misteriosa ed inquietante femme-fatale che sembra guidarlo e aiutarlo nei suoi strambi intenti. La donna, sulla cui schiena vediamo delle cicatrici esplicative di una sorta di rimozione di un paio d’ali, sembra essere la vera mente del progetto, quella che esorta e spinge il ragazzo verso la realizzazione dello stesso. A motivare lui, invece, sembra che ci sia una sorta di incoscienza di ciò che lo circonda, oltre che di totale ignoranza su ciò che di buono si può trarre anche da una società in disfacimento (ecco che arriva il personaggio della splendida Shalley Duvall a fargli assaporare il lato buono della vita). Il volo allora assume non solo valore di metafora di uno spiccato desiderio di libertà, ma anche addirittura di morte, di allontanamento assoluto dalla vita (così come Icaro insegna), culminante nel bellissimo finale dal forte sapore felliniano in cui la stessa vita viene paragonata ad un enorme e surreale circo. Il surreale e il grottesco, infatti, accompagnano la narrazione di questo strano giallo dalle venature assurde, visto che comunque al centro della narrazione abbiamo anche un detective che indaga su delle strane morti avvenute sempre alla presenza di uccelli che lasciano qualche segno. L’ironia e il sarcasmo si fanno sentire ampiamente, soprattutto grazie all’espediente di descrivere gran parte delle azioni dei personaggi primari e secondari (di tutta l’umanità quindi), come commento del tipico comportamento degli uccelli, per voce di uno strano professore che sta tenendo una lezione universitaria. La voce fuori campo del docente, dunque, va a fondersi con le immagini dei protagonisti che si muovono sulla scena, creando un’atmosfera dalle forti sfumature caustiche e pungenti.

Inutile rimarcare il fatto che la sceneggiatura è uno dei punti forti della pellicola, come sempre avviene nelle pellicole di Altman, anche grazie ad una particolarissima caratterizzazione dei personaggi (tra cui un imperdibile vecchietto avido di denaro e di buoni sentimenti che alla fine avrà quel che si merita, segno questo della volontà di critica sociale del regista, e una ragazzina dagli esagerati impulsi sessuali) e ad una spassosa rivistazione e parodizzazione del genere giallistico (con il suggerimento che ad uccidere le vittime siano gli uccelli stessi, da cui la scontata e banale traduzione italiana del titolo). Insomma, “Anche gli uccelli uccidono”, dimostra di essere un film molto particolare ed originale, sicuramente non per tutti i palati, ma ricco di sequenze indimenticabili come quella  del simpatico inseguimento tra la polizia e Shelley Duvall o quella del vecchietto sulla sedia a rotelle a cui volano tutti i soldi o il finale in cui il protagonista (un Bud Court veramente fantastico, che in seguito ci avrebbe regalato un’altra perla di interpretazione con “Harold e Maude”), si arrende all’ineluttabilità delle restrizioni che la vita ci impone, scoprendo di non poter esprimere in pieno la sua libertà espressiva e scornandosi con il fallimento della sua impresa.

Nonostante non sia uno dei più noti di Altman, merita sicuramente un posto d’onore tra le sue migliori pellicole, proprio perché contiene in sé tutti i più grandi leitmotiv del cinema altmaniano, a partire dalla coralità dei personaggi, fino a giungere alla derisione e al ribaltamento di molto luoghi comuni che attanagliano la nostra società. Sarebbe scontato sottolineare per chi parteggia il regista, anche se il più delle volte preferisce rimanere super-partes come un narratore onniscente (da qui la figura del professore “matto”), ma non è difficile intuire il punto di vista di Altman, soprattutto quando arriva al vero e proprio smascheramento delle meschinerie di molti dei personaggi chiamati in causa.

Una piccola grande occasione per divertirsi ragionando, “Anche gli uccelli uccidono” ci lascia con un sorriso amaro sulle labbra e con la consapevolezza che, molto probabilmente, chiunque decidesse di tentare l’impresa del giovane Brewster McCloud, molto probabilmente fallirebbe.

 


L'uomo che sapeva troppo





REGIA: Alfred Hitchcock

CAST: James Stewart, Doris Day, Brenda De Banzie, Bernard Miles, Ralph Truman, Daniel Gèlin, Raggie Nalten

ANNO: 1956

 

Il dottor McKenna, sua moglie e il loro figlioletto Hank si recano in Marocco in viaggio di piacere. Qui fanno la conoscenza di un uomo enigmatico e misterioso e di una coppia di simpatici coiniugi. Molto presto però verranno coinvolti nell’omicidio del primo, che in punto di morte rivelerà un segreto al dottore, e nel rapimento del loro bambino da parte dei secondi, che hanno in mente un piano diabolico.

 

Auto-remake dell’omonimo film del ’34, questo del ’56 è uno dei soliti gioiellini hitchcockiani da non perdere. A cominciare dall’impareggiabile interpretazione di un James Stewart (già protagonista de “La finestra sul cortile” e in seguito anche di “Vertigo – La donna che visse due volte”), in perfetto equilibro tra dramma e ironia, come nella scena al ristorante marocchino dove non riesce a trovare la posizione adeguata sul cuscino o a mangiare il pollo utilizzando solo tre dita come da tradizione. Non è da meno Doris Day, solitamente impegnata in musical e commedie leggere, che disattese i pregiudizi dei produttori e dimostrò di possedere una comunicatività non indifferente e una buona carica emotiva, come dimostra la scena in cui scopre del rapimento del figlio, arrivando tra l’altro a vincere l’Oscar per la canzone “Que sera sera”, di lì in poi divenuta famosissima. Grande abilità anche nella scelta dei personaggi di contorno interpretati da attori decisamente perfetti nelle loro parti, soprattutto lo spigoloso e quasi spaventoso assassino incaricato di portare a termine il piano malefico che sta al centro della pellicola, senza tralasciare l’ambigua e perfetta coppia di coniugi dai travestimenti improbabili e dall’aria malefica, salvo poi la redenzione finale della moglie.

Ancora una volta, senza mai stancarsi o stancarci, Hitchcock ci propone la tematica dell’uomo ordinario trovatosi suo malgrado in una situazione straordinaria aggiungendo questa volta un grande dilemma etico consistente nella difficile scelta tra la completa incolumità del proprio figlio e la salvezza della vita di un importante uomo di stato. Come sempre il suo infinito talento registico è messo al servizio di noi spettatori che, con i suoi film tra cui ovviamente anche questo, possiamo godere di alcune delle sequenze più belle della storia del cinema come l’incipit a bordo di un autobus dove scopriremo subito che la vacanza della bella famigliola non sarà delle più rosee, la succitata scena al ristorante, l’omicidio ai danni dell’uomo appena conosciuto travestito da marocchino, l’equivoco in cui cade James Stewart nell’identità dei rapitori di suo figlio finendo in un’improbabile e quasi esilarante lotta corpo a corpo con degli operai che impagliano animali, la lunga e tesa sequenza all’interno della cappella in cui il protagonista rimane imprigionato, e soprattutto il magnifico prefinale all’Albert hall di Londra durante un concerto musicale in cui i cattivi tentano di uccidere un importante ministro e i buoni (i due coniugi protagonisti) fanno in modo di salvargli la vita e di ritrovare il proprio figlio; il tutto affidato all’estrema importanza data ad ogni movenza, sguardo o gesto, senza l’ausilio di nessun tipo di dialogo in un crescendo di suspance e tensione, generalmente marchio di fabbrica del grandissimo Hitchcock.

La musica è l’altra grande protagonista della pellicola, non solamente intesa come colonna sonora e dunque accompagnamento e abbellimento delle vicende narrate, ma come vero e proprio espediente narrativo essa stessa, così come dimostrano moltissimi passaggi in cui assume importanza capitale. A partire dal rumore dei piatti del musicista dell’orchestra (lo stesso che ad inizio pellicola ci viene indicato come possibile elemento che può creare disturbo ad una famiglia americana), preso a segnale dai delinquenti per dare inizio all’omicidio orchestrato (e mai termine fu più indicato), fino ad arrivare alla canzone cantata da Doris Day (non a caso nella pellicola è una cantante famosa ormai ritiratasi dalle scene per condurre una vita completamente famigliare), che diviene veicolo di dialogo, dapprima sereno e poi doloroso tra madre e figlio, o al suono delle campane utilizzato da James Stewart per scappare dalla cappella, o al rumore dei passi di un apparente inseguitore, o al sinistro suono dell’organo governato da un’ambigua donna dalle apparenze e dagli atteggiamenti quasi spaventosi.

Passando dall’esotico e pericoloso Marocco all’algida ma al tempo stesso rassicurante Londra, Hitchcock ci tiene con gli occhi incollati allo schermo, incuriositi e affascinati da questa storia di spionaggio internazionale con tanto di agenti segreti, poliziotti agguerriti, politici corrotti, assassini spietati, e ambigui personaggi dalla dubbia caratterizzazione. Il tutto reso ancora più magistrale dalla consueta ironia del Genio, sapientemente mescolata alle vicende seriose e drammatiche che avvengono ai protagonisti, così come dimostra il simpaticissimo e divertente intermezzo costituito dall’inaspettata e indiscreta visita di alcuni amici della signora McKenna, arrivati in albergo per salutare i coniugi e sempre più esterrefatti per le continue uscite dei due all’affannosa ricerca di indizi circa il caso che loro malgrado stanno seguendo, fino a giungere, dopo una serie di mille peripezie, ad un fulmineo happy ending, come da piacevole e sorniona tradizione hitchcockiana.

 


 

Detour – deviazione per l'inferno





REGIA: Edgard George Ulmer

CAST: Tom Neal, Ann Savage

ANNO: 1945

 

Al Roberts, pianista di night club, decide di raggiunere la sua fidanzata che sta tentando la fortuna a Hollywood. A corto di soldi si trova costretto ad affrontare il viaggio in autostop, facendo la conoscenza di un uomo che poi troverà inspiegabilmente morto sul sedile accanto al suo. Di lì in poi si farà trascinare senza sosta in una spirale infernale ordita da una donna misteriosa.

 

Grandissimo noir allucinante che ci trascina negli stessi meandri assurdi e fatali in cui precipita il protagonista, “Detour – deviazione per l’inferno” è sicuramente un degno esemplare del cinema di genere, costruito tutto a ritroso attraverso i pensieri e i ricordi di quest’uomo ormai arresosi alla forza devastante della casualità e della sfortuna. Girato in un bianco e nero di chiara ascendenza espressionista (il regista è stato l’assistente di Marnau) e interpretato da attori sconosciuti che hanno evitato dunque di mangiarsi la scena e la storia stessa, il film risulta essere oltremodo coinvolgente.

Riprendendo una delle tematiche care al genere, l’uomo ordinario coinvolto suo malgrado in una situazione straordinaria, Ulmer ci racconta una figura che offre  non pochi spunti di riflessione etici e morali, visto che nonostante l’innocenza che lo contraddistingue, il protagonista compie delle scelte che ci pongono dei quesiti sul senso di giustizia e sul come e quando sia lecito disattenderla.

Non è da meno l’inquietante femme-fatale, contrassegnata da sguardi agghiaccianti e da atteggiamenti ancora più sgradevoli, che nasconde però una fragilità di fondo rintracciabile nella solitudine che sembra contraddistinguerla e nella malattia che apparentemente la indebolisce. Entrambi si ritroveranno a speculare, volutamente o meno, sulla morte di questo riccone che ha avuto la sfortuna (anche lui, a rimarcare il concetto principale) di caricare come autostoppisti prima una e poi l’altro. Non è dato sapere molto di quest’uomo, solo che dalla donna è stato graffiato e maltrattato e dall’uomo è stato abbandonato morto sul ciglio della strada, oltre che derubato di soldi e vestiti. Insieme dovranno decidere se continuare ad approfittare della morte e delle ricchezze dell’uomo o proseguire ognuno per la sua strada. Per Al, costretto sotto minaccia, non sarà facile attenersi al piano della spietata Vera e alla fine sarà nuovamente il fato a tirarlo fuori da un guaio e a spingerlo violentemente dentro un altro.

L’ineluttabilità e l’inevitabilità del destino hanno insegnato ad Al che non sempre la vita si mantiene sui binari della medietà, così come la sua vita o la sua stessa storia d’amore che non sembra brillare per passionalità, ma che a volte ci si ritrova in situazioni che richiedono la presenza di spirito necessaria per uscire fuori dalla medietà e per adeguarsi alla straordinarietà.

Tutto questo reso ottimamente da atmosfere cupe e quasi sempre notturne e da ambienti claustrofobici e imprigionanti come la tavola calda dalla quale comincia il film e nella quale Al si ferma alla fine della sua avventura per poi raccontarcela tramite i suoi pensieri, come l’automobile in cui viene prima caricato come autostoppista e in cui dopo carica lui la donna autostoppista, o come la stanza d’albergo in cui i due si rifugiano in qualità di prigioniero e carceriere, salvo il casuale invertimento di prospettiva che rimarca ancora una volta il leitmotiv della pellicola.

Nonostante si tratti di un b-movie, girato con pochi mezzi, in soli sei giorni e in due ambienti, il film di Ulmer  si è guadagnato di diritto un posto privilegiato nella storia del cinema noir. Non è un caso che “Detour – deviazione per l’inferno”, sia divenuto poi un oggetto di culto non solo per i cinefili, ma anche per i cineasti come per esempio il grande Scorsese che ne ha colto l’essenza e l’ha riproposta in un altro gioiellino del genere come “Fuori orario”, il cui protagonista ha molto in comune con quello di questo film.

Imperdibile per gli amanti del genere,  ma anche per chi ama lasciarsi trascinare dal e nel cinema.

 


Un alibi perfetto


REGIA: Peter Hyamas

CAST: Michael Douglas, Ambert Tamblyn, Jesse Metcalfe, Orlando Jones, Joel Moore

ANNO: 2009

 

C.J. è un giovane giornalista che, mentre si occupa di servizi sugli animali o sui prodotti di marca, sogna di sfondare nella sezione investigativa del suo giornale. Quando però riceve la notizia che questa potrebbe essere chiusa per mancanza di fondi, si dedica anima e corpo al tentativo di smascheramento della corruzione del procuratore distrettuale Mark Hunter. Per riuscirci arriverà persino ad autoaccusarsi di un omicidio non commesso. Le cose però non andranno proprio come previsto e l’unica che potrebbe aiutarlo è la sua fidanzata, assistente del procuratore…

 

Un noir che in realtà ha molto poco del noir, a partire dalle atmosfere, fino ad arrivare all’autorialità e l’eleganza che spesso contrassegna il genere, senza tralasciare la presenza di guizzi narrativi, registici, visivi e recitativi. Tralasciando il fatto che si tratti di una riproposizione de “L’alibi era perfetto”, noir di Fritz Lang, uno dei maggiori esponenti del genere, “L’alibi perfetto” (titolo originale “Beyond a reasonable doubt”), non riesce a soddisfare lo spettatore, proprio perché privo di ritmo, sostanzialmente piatto per quasi tutto il tempo del suo svolgimento, incapace di coinvolgere lo spettatore a nessun tipo di livello, né emotivo, né visivo, né cerebrale. Non aiuta sicuramente la sceneggiatura, che pur svolgendosi su un soggetto che poteva destare particolare interesse, si incaglia rovinosamente in banalità narrative che nuociono all’economia complessiva della pellicola, a partire dalla stra-abusata e malgestita storia d’amore tra i due giovani protagonisti, fino a giungere alla caratterizzazione fin troppo retorica e stereotipata di ogni personaggio che si avvicenda sullo schermo: il procuratore distrettuale che cammina in bilico sulla sottilissima linea che separa il bene dal male, la giovane assistente grintosa e innamorata che mostra le unghie e i denti per raggiungere il suo obiettivo, il giovane giornalista con mire da premio Pulitzer (ma anche i personaggi minori sono accompagnati da clichè a volte persino fastidiosi, come gli informatici a cui si rivolge la ragazza per risolvere un mistero, caratterizzati come i più irritanti e insopportabili dei nerd). E se Michael Douglas, attore dallo charme e dalla comunicativa non indifferente, avrebbe potuto salvare in parte la baracca, ciò non avviene perché anch’egli si adagia stancamente sul suo personaggio, non trovandosi a suo agio nemmeno all’interno dell’aula di tribunale, luogo tipico di questo genere di pellicole e spazio entro il quale egli stesso si muove principalmente all’interno di questa in particolare. Lo stesso dicasi per i protagonisti più giovani, anche se la Tamblyn supera di una spanna il suo collega Metcalfe.

Gli unici momenti in cui la pellicola sembra impennare per staccarsi temporaneamente dalla linearità generale, sono le due sequenze che hanno come protagoniste delle automobili in corsa. La prima è quella in cui il collega e migliore amico del giornalista lascia di corsa l’aula del tribunale per andare a recuperare a casa sua il video girato dai due per dimostrare la colpevolezza del procuratore (ma com’è possibile che lascino un documento così importante a casa, invece di portarlo con sé? Ecco che la sceneggiatura si riempie anche di buchi o errori grossolani tanto per inanellare sequenze di corse e inseguimenti dal presunto tasso adrenalinico); e l’altra è quella in cui il “malefico” ispettore di polizia, complice del procuratore corrotto, tenta di uccidere l’assistente che sta ficcanasando, circondandola con infiniti e velocissimi giri della sua auto attorno a lei (la sequenza assume contorni quasi involontariamente comici, perché per fare fuori una persona quello adottato non è proprio uno dei metodi più indicati, a meno che la persona non si metta deliberatamente di fronte alle ruote dell’auto per farsi investire). Alla fine poi, il colpo di scena neanche così eclatante o impensabile, ci lascia con l’amaro in bocca perché se meglio gestito, così come tutta la pellicola in generale, avremmo potuto assistere ad un intrigante, interessante e stimolante noir sul senso della giustizia e anche dell’arrivismo e su cosa si sia disposti a fare per un bene o per l’altro. Invece, purtroppo, non ci resta altro che terminare la visione della pellicola pronunciando la stessa identica parola, rivolta dalla protagonista femminile a quello maschile, con cui essa stessa termina. Per non rovinare la sorpresa, ovviamente, non sveleremo quale, basti sapere che non è decisamente un complimento.

 

VOTO:

 


 

2012





REGIA: Roland Emmerich

CAST: John Cusack, Amanda Peet, Woody Harrelson, Chiwetel Ejiofor, Thandie Newton, Thomas McCarty, Danny Glover, Oliver Platt

ANNO: 2009

 

Nel 2009 un geologo scopre che sulla Terra stanno per abbattersi delle fortissime tempeste solari che potrebbero distruggerla completamente. Le autorità decidono di tenere la cosa nascosta e di tentare una strategia difensiva per salvare il salvabile. Nel 2012 però, così come predetto dal calendario Maya, il disastro mondiale ha inizio.

 

Ci risiamo, Roland Emmerich non riesce proprio a resistere. Che siano alieni, scioglimento dei ghiacci, enormi dinosauri, delle guerre, o dei neutrini come in questo caso, la tentazione di raccontare catastrofi e disastri naturali è veramente troppo grande per il regista. Ecco che quest’anno si ripresenta nelle sale con il disaster-movie per eccellenza, visto che si tratta del mondo intero e della sua completa estinzione.

Seguendo le teorie ormai da tempo in circolazione sulla veridicità delle predizioni dei Maya e attirando il pubblico con la curiosità che esse suscitano, Emmerich costruisce il solito film di genere, senza sforzarsi minimamente di rivisitarlo in qualsiasi maniera, adagiandosi su qualunque clichè appartenente al filone cinematografico che possa venirvi in mente. Se fatto con lo giusto spirito, sarebbe stata una scelta anche condivisibile, ma quello che manca totalmente a “2012” è il tempismo e la misura. Per essere più chiari: all’interno del film il miracoloso e incredibile tempismo è sempre rispettato alla perfezione (salvataggi individuali o collettivi all’ultimo nanosecondo, riconciliazioni familiari in extremis, decollo di aerei sul filo di piste che si sfaldano sotto i carrelli, fughe in auto sotto qualsiasi edificio che crolla ad un millimetro dalla vettura e via di questo passo); così come la misura nel numero di catastrofi, distruzioni, crolli, frane e disastri in generale che arrivano a sconquassare la terra (che disaster-movie sarebbe se questi espedienti non fossero presenti in numero elevato?). Dunque, come dicevamo, il tempismo e la misura sono “diegeticamente” rispettati, come da decalogo del cinema catastrofico che si rispetti. E’ la gestione “extra-diegetica” di questi concetti che non viene per nulla calibrata dal regista. Perché l’ironia è sempre fuori tempo (oltre ad essere veramente puerile e grossolana) e la capacità di calcolare le reazioni di ciascun personaggio alla mole impressionante di avvenimenti che si susseguono senza sosta è ovviamente fuori misura (nel nostro caso per difetto). Ecco spiegati le due più grosse mancanze di “2012”, che indubbiamente va preso per quello che è senza salire in cattedra come dei maestrini che pretendono la qualità assoluta da prodotti che in genere vengono pensati proprio per non possederla, ma per divertire ed intrattenere nella più semplice delle maniere. Ma questo atteggiamento accondiscentente e benevolo viene subito spazzato via dalle enormi debolezze della pellicola, che pur appartenendo ad un genere preconfezionato (quale genere non lo è tra l’altro? Spetta al regista cercare ogni volta una propria chiave di lettura, oltre che una o più riflessioni da offrire allo spettatore) e dunque difficile da reinventare, risulta sfiancante e a volte persino irritante. I motivi sono veramente tantissimi, a partire dal becero patriottismo e convenzionalismo che guida le azioni di quasi tutti i protagonisti, in primis il presidente degli Stati Uniti, ridotto ad una ridicola macchietta che agisce seguendo tutte le banalità e gli stereotipi possibili che possiamo immaginare applicati ad un personaggio del genere. Non mancano i sensazionalismi esasperati e quasi caricaturizzati, così come non mancano le ruffiane, irreali e smielate dimostrazioni di grande umanità e fratellanza tra gli esseri viventi di qualsiasi nazionalità, religione ed estrazione sociale (inutile che il regista per bocca del suo protagonista, scrittore fallito che propugna questo genere di sentimenti difendendosi dalle accuse dei critici dicendo che è un inguaribile ottimista, tenti di giustificare queste scelte di una faciloneria impressionante). Così come scontatissima appare la scelta di raccontare il lato oscuro della stessa umanità prima tanto osannata, con il riferimento al fatto che solo gli estremamente ricchi possono meritarsi un posto sulla moderna arca di Noè, mentre tutti gli altri sono costretti a soccombere, salvo poi l’atto estremamente generoso e caritatevole di tutti i capi di stato (escluso il nostro che ha preferito rimanere a morire in piazza San Pietro, pregando col Papa e con la sua famiglia, della serie che siamo ridicoli anche nei film), che decidono di aprire le porte a tutti. Dunque al di là del fomento che i numerosi disastri mostrati sullo schermo possono causare, di “2012” non resta poi molto: personaggi monodimensionali, sceneggiatura prevedibilissima condita tra l’altro da dialoghi quasi insostenibili e scarsezza di contenuti, che in presenza di altre qualità avrebbe potuto persino essere un pregio, trattandosi di un film-giocattolone.

Non ci resta altro che aspettare il prossimo cataclisma, nonostante Emmerich abbia dichiarato di non voler più girare disaster-movie. Ma tanto chi ci crede?


VOTO:


 

Zombi Vs L'alba dei morti viventi

LE CATTIVE ABITUDINI NON MUIONO MAI

Se i morti ritornano a vivere cominciando a seminare il panico dappertutto perché estremamente ghiotti di carne umana, le abitudini (cattivissime a detta della satira sociale, politica ed economica di Romero e di questo straordinario film), invece, non muoiono proprio mai. Ecco che allora viene spiegata la geniale scelta del regista di ambientare questa pellicola horror-splatter dai forti contenuti in un centro commerciale, simbolo per eccellenza, del più bieco consumismo che permea la società, soprattutto quella americana. Nonostante si stia parlando di una pellicola degli anni ’70, non ci sorprende l’attualità della denuncia di Romero e delle sfaccettature della società che egli tenta di mostrare e di mettere in qualche modo alla berlina. E’ così che gli zombi, esseri-automi per eccellenza, che sembrano non avere più un cuore e un cervello, né emozioni o reminiscenze alcune della loro vita passata, quasi automaticamente si recano in massa nel centro commerciale, seguendo quelle che erano le vecchie abitudini da vivi.
Non fa eccezione, infatti, nemmeno questa categoria di personaggi tratteggiati alla perfezione da Romero, visto che i quattro protagonisti principali (tre uomini e una donna, uno solo di colore a rimarcare ancora la questione razziale e anche il ruolo dei singoli soggetti, soprattutto le donne, all’interno della famiglia e della società intera), non ci mettono molto a lasciarsi andare ad atteggiamenti decisamente fuori luogo: se all’inizio soffrivano molto per l’uccisione di ogni singolo morto-vivente, ad un certo punto cominciano a provarci gusto, soprattutto perché si sono eletti a padroni indiscussi del centro commerciale (e di tutto ciò che contiene, dai beni di sopravvivenza a quelli più futili ma ritenuti ugualmente indispensabili, tanto da rischiare la vita per accaparrarseli), che quindi devono scacciare l’invasore. E se all’inizio l’invasore è il gruppo di zombi, abbastanza facili da uccidere perché lentissimi, anche se in numero quasi spropositato e affamati di carne umana, alla fine, in un crescendo di follia ed idiozia umana (Romero non risparmia veramente nessuno), arriva persino un gruppo di "teppisti" a bordo di motociclette che non ci stanno a lasciare tutto quel ben di Dio nelle mani dei quattro fortunati che sono riusciti a nascondersi lì, e danno vita ad una vera e propria guerriglia in cui tra zombi ed essere umani ne verranno fatti fuori veramente tantissimi.
Lode, dunque, a Romero che è riuscito a creare una pietra miliare (questo film come tutti quelli appartenenti alla sua saga) nel sotto-genere dello zombie-movie, avvalendosi anche, non solo di contenuti e sottotesti dall’interesse capitale e dalla potenza comunicativa non indifferente, ma anche di una regia straordinaria che accompagna perfettamente tutte le avventure e disavventure dei protagonisti e degli zombi e da una bellissima colonna sonora (firmata dai nostri Goblin e Argento, quest’ultimo responsabile anche della distribuzione europea, con tanto di tagli e censure qui e lì). Nota di merito ovviamente per i favolosi effetti speciali che ci fanno godere, perlomeno se siamo appassionati di questo genere di visioni, di una serie di immagini indimenticabili e anche suscitanti fomento: teste di zombi che esplodono, brandelli di carne umana che vengono letteralmente staccati a morsi dai morti viventi e via di questo passo.
Tutto questo è "Zombi", un’indimenticabile e straordinario viaggio profondo e doloroso nei meandri della società americana, compiuto al passo lento e inesorabile dei morti viventi che si ammassano lungo le vetrine del centro commerciale, ma al tempo stesso frenetico e quasi compulsivo dei quattro protagonisti che non si accontentano di acqua e viveri, ma vanno alla ricerca di tutto ciò che si può possedere. Del resto: "quando all’Inferno non ci sarà più posto, i morti cammineranno sulla Terra".

LA FRENESIA DELLA SOCIETA’ MODERNA

Inutile fare dei raffronti tra questo remake e il suo storico e irraggiungibile originale, visto che senza ombra di dubbio questo ne verrebbe fuori con le ossa rotte, o per rimanere in tema, letteralmente a brandelli. Niente di tutto ciò che ci ha fatto apprezzare "Zombi" di Romero e che l’ha fatto diventare, giustamente, un cult-horror, è presente in questo remake. Non c’è più l’illuminante e illuminata satira politica e sociale e l’aperto attacco al consumismo e all’assuefazione ad esso della società americana, così come non c’è più quella poetica dei personaggi e della forza emblematica che ognuno di essi possedeva nel comunicare metaforicamente o meno vari aspetti che erano cari al regista e che risultavano oltremodo interessanti, oltre che profondi.
"L’alba dei morti viventi", invece, si concentra più sull’azione e sul terrore che la rinascita dei morti offre ovviamente come pretesto per questo genere di scelte stilistiche e registiche. Il risultato non è disprezzabile visto che Snyder, apprezzato regista di videoclip e pubblicità (e la cosa è visibilissima nella regia frenetica e inarrestabile), riesce a coinvolgere lo spettatore in un gradito spettacolo di arti mozzati, morsi famelici, teste saltate in aria, resi benissimo tra l’altro da ottimi effetti speciali. Insomma, c’è pane per i denti degli appassionati dello splatter e del gore che non verranno delusi dall’altissima presenza degli stessi all’interno della pellicola in cui praticamente, quasi in numero pari, vedremo saltare in aria moltissimi zombi e venire contagiati moltissimi umani. Una bella dose di scene adrenaliniche e ben giostrate (come la movimentata fuga a bordo di due camion ultra-rinforzati o l’attacco di un’orda di zombi ai danni dei poveri malcapitati mandati nel seminterrato a trovare i generatori d’energia), non fanno rimpiangere il tempo speso per la visione, e unite all’imperante ironia-nera che accompagna queste vicende apocalittiche (parlare di apocalissi non è un caso visto che l’andamento velocissimo degli zombie, metafora della frenesia della società moderna, al contrario della lentezza disarmante di quelli originali, è ovviamente ispirato ad uno dei film apocalittici per eccellenza, "28 giorni dopo"), rendono il risultato finale tutto sommato apprezzabile, chiudendo un occhio, e in alcuni momenti anche due.
Perché se da un lato è anche divertente e piacevole ascoltare alcune battute ed essere spettatori di alcune situazioni spassose (come la partita a scacchi tra il poliziotto e l’unico asserragliato di un palazzo di fronte, o come il tiro al bersaglio di alcuni zombies somiglianti a celebrità dello star-system), dall’altro è davvero difficile riuscire ad ignorare le enormi grossolanità che caratterizzano la sceneggiatura e la costruzione dei personaggi. E’ davvero difficile riuscire a passare sopra il fatto che ciascun personaggio di questo film risulta essere decisamente ed estremamente stereotipato e banale, senza un minimo di ironia, qui dove sarebbe stata perfetta: la bella coraggiosa, la bella indifesa, il fascistoide che poi si rivelerà repentinamente e incredibilmente un eroe, lo yuppie irritante e sgradevole che alla fine però è il più sensato di tutti, la vecchia con le palle, il poliziotto burbero ma da cuore d’oro e via di questo passo. Così come è difficile non irritarsi per una serie di dialoghi oltremodo ridicoli e fuori luogo (se molti sono dettati dalla suddetta e apprezzabile ironia, altri sono veramente sgradevoli) e di situazioni al limite del paradossale e dell’estremamente, oltre che negativamente, sfruttato: vedasi le improbabili storie d’amore tra i vari protagonisti.
Bisogna però apprezzare il rispetto che Snyder ha tenuto nei confronti di Romero, visto che la sua pellicola più che un remake, è una riproposizione molto personale e rielaborata di alcune idee originali, tra l’altro prese a pretesto per raccontare cose molto differenti. Non sarà sicuramente una pietra miliare della cinematografia orrorifica, così come il suo predecessore, ma si fa guardare se preso con la giusta dose di ironia e accondiscendenza.

Pubblicato su www.supergacinema.it

Rapporto confidenziale – numero 19

RAPPORTO CONFIDENZIALE. rivista digitale di cultura cinematografica

NUMERO19 | NOVEMBRE’09

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EDITORIALE di Roberto Rippa 


Ci risiamo: l’anno scorso – precisamente in agosto, in occasione della sua presentazione al Festival internazionale del film di Locarno – la polemica aveva avuto come obiettivo l’ottimo documentario sulla nascita delle Brigate rosse Il sol dell’avvenire di Gianfranco Pannone (si veda RC. SPECIALE 61° Festival del Film di Locarno. 6-16|8|2008, pag.42-46) e come protagonista il (fa sempre un po’ impressione scriverlo) ministro dei Beni culturali e turismo Sandro Bondi che, in un’intervista rilasciata a Luca Telese, dichiarava di avere trovato nel film: «Un senso di amarcord… brigatista», aggiungendo poi che nella pellicola «Si offre un solo e unico punto di vista: quello degli ex terroristi». Non mancava quindi di dichiarare: «Ritengo immorale che lo Stato possa finanziare un film che rappresenta il tentativo di ricostruire in maniera di parte eventi delicatissimi e controversi» (il Giornale, 8 agosto 2008).
Da quale segmento del film il ministro avesse potuto evincere questa sorta di nostalgia o una visione di parte sfugge completamente, in un’opera di rara correttezza che si limitava a raccontare un evento che fa parte della storia del Paese non mancando peraltro di mostrare le scene crude delle vittime prima dei titoli coda.

Ora tocca a La prima linea di Renato De Maria, che racconta di Sergio Segio, tra i fondatori dell’organizzazione armata Prima linea e promotore dell’evasione di sei detenuti, tra cui la sua compagna Susanna Ronconi, dal carcere di Rovigo nel 1982. Il film di De Maria, che uscirà il 20 di questo mese per Lucky Red, è già oggetto di feroci critiche, soprattutto per il finanziamento governativo ottenuto, con il Giornale di Vittorio Feltri che il 4 novembre scorso ha pubblicato un articolo di Stefano Zurlo dal titolo “Il film che trasforma i brigatisti in eroi” e il Presidente Napolitano che ha preso le distanze dichiarando che non sa se lo vedrà (Governo italiano – rassegna stampa del 10 novembre 2009). Questa volta, dopo avere visto in anteprima il film nei giorni scorsi, Bondi ha ammesso che il film «non costituisce un’apologia del terrorismo». Ha inoltre aggiunto: «Ritengo personalmente che la sopravvivenza nella storia del nostro Paese di rigurgiti di violenza politica, nonché il rispetto che tutti, a partire dalle istituzioni, dobbiamo alla memoria di tutte le vittime del terrorismo, per non parlare della doverosa riservatezza che i protagonisti di quella stagione dolorosa dovrebbero mantenere, imporrebbero di non usare fondi pubblici per finanziare questo genere di film» (10/11/2009-ITL/ITNET).

Tralasciando la posizione dei parenti delle vittime, , comunque assolutamente legittima anche se non può portare alla limitazione del racconto della storia o a una sua visione univoca in nome del rispetto della memoria (e che non può essere confusa con quelle qui riportate), vale la pena di notare come su entrambi i film gravi l’anatema del finanziamento statale e come la necessità del rispetto della memoria delle vittime venga usata per dichiarare questi film come quantomeno inopportuni (a questa stregua, altre ere storiche che hanno visto vittime non andrebbero quindi raccontate?).

Però la storia è storia, il terrorismo in Italia di storia ne ha avuta e ne ha fatta, e conoscerla non può che giovare. Quelli come Bondi forse preferirebbero che la storia non venisse raccontata (o forse si, magari rivista da lui e dai suoi compagni al potere). E invece, in un’Italia che purtroppo appare nuovamente molto simile a quella raccontata nel film, Il sol dell’avvenire è un’opera importantissima in quanto racconta, ripercorre e lascia allo spettatore la libertà di formare un proprio giudizio sulle vicende mostrate. In un tempo fatto di revisionismo e di costante disinformazione, il cinema si riappropria non casualmente della sua capacità di raccontare il tempo (vedere anche gli esempi di Gomorra di Garrone e Il divo di Sorrentino). Quindi, nell’attesa di poter vedere il film di De Maria, evviva i finanziamenti pubblici (peraltro concessi a Il sol dell’avvenire dal governo Berlusconi nella persona dell’allora ministro Buttiglione) attribuiti a opere meritorie come quella di Pannone. Perché un Paese che ha paura di un cinema che racconti la sua storia, anche quella più oscura, non è un Paese sano.

Quindi, visto che sembra proprio questa l’arma agitata dai governanti contro le opere da loro considerate scomode o quanto meno fuori dal loro controllo, cogliamo l’occasione per tornare a discutere del Fondo unico per lo spettacolo (398’000’000 di Euro stanziati nel 2009, di cui solo il 18.5% destinato al cinema) di cui si è parlato molto in questi mesi, spesso per sottolinearne l’inutilità e gli abusi.

Il ministro Brunetta, in un discorso denso come non mai di demagogia (durante il quale ha definito i cineasti italiani presenti a Venezia: “Gente che ha preso tanti soldi e ha incassato poco al botteghino. Gente che non ha mai lavorato per il bene del paese, anzi non ha mai lavorato”), ha denigrato lo scorso 11 settembre a Gubbio i finanziamenti pubblici spiegando che il cinema (nonché teatro ed enti lirici) deve misurarsi con il mercato, dimenticando che l’invito per il cinema a misurarsi con un mercato asfittico a livello distributivo come quello italiano, significa parlare in mala fede.

Nella patria del liberismo, gli Stati Uniti (sempre citati a sproposito in queste occasioni), i fondi pubblici per il cinema ci sono. Li elargisce l’American Film Institute, organo indipendente sostenuto dal Governo, che poi può anche occuparsi di distribuzione e preservazione.

Tra le tante opere sostenute dall’AFI troviamo il primo lungometraggio di David Lynch Eraserhead (1977) nonché A Woman Under Influence (1974) di Cassavetes. Bastano come esempi?

In Italia, il Governo ha recentemente contribuito alla produzione, tra gli altri, de Il divo di Paolo Sorrentino (costo 5’201’000 Euro, contributo 1’700’000, incasso 4’553’000), Gomorra di Matteo Garrone (costo 5’893’000, contributo 2’000’000, incasso 10’184’000), La ragazza del lago di Andrea Molaioli (costo 2’460’000, contributo 800’000, incasso 3’003’000), Pranzo di Ferragosto di Gianni Di Gregorio (costo 900’000 circa, contributo 720’000, incasso 2’124’000). Sono esempi, questi ultimi, illuminanti e quindi citare sempre l’onnipresente Cattive ragazze di Marina Ripa Di Meana (sostenuto con l’allora articolo 28) come esempio di sperpero di denaro pubblico non è esattamente onesto. Significa usarne uno per punire tutti. Questo per non dire che è compito di uno Stato civile sostenere opere artistiche di valore che, a fronte di un interesse culturale, possono non fare corrispondere un esito commerciale particolarmente felice (sono i casi, secondo l’elenco riportato sopra, degli ultimi lavori di Faenza, Bellocchio, Olmi e Virzì).

Vale la pena forse di concludere osservando come la storia usata per fini propagandistici al cinema non abbia mai avuto grande fortuna: Barbarossa di Renzo Martinelli – coproduzione Rai Trade, finanziato con fondi del ministero e per il 60% da un consorzio di imprenditori privati piemontesi (intervista di Maurizio Turroni a Renzo Martinelli, Famiglia Cristiana n. 41, 11 ottobre 2009. Da Famiglia Cristiana online) – è costato circa 30 milioni di Dollari e gli incassi si sono fermati a meno di un milione di Euro (si parla solo dello sfruttamento nelle sale italiane).

Che voglia dire qualcosa?

 

 


SOMMARIO del NUMERO19 (novembre 2009)

 

4 La copertina di Josh Pesavento

 

5 Editoriale di Roberto Rippa

 

6 Brevi appunti sparsi di immagini in movimento di Alessio Galbiati e Roberto Rippa

 

7 Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans di Gianpiero Ariola

 

9 LINGUA DI CELLULOIDE Il ventre dell’architetto cineparole di Ugo Perri

 

10 Il nastro bianco di Alessandra Cavisi

 

11 La Taranta di Samuele Lanzarotti

 

12 RC SPECIALE – SOLO LIMONI. Genova – G8 – 2001 a cura di Alessio Galbiati

13 Il cineocchio sul G8. Il concatenamento collettivo di enunciazioni di Giacomo Verde sui fatti del G8 genovese del 2001 di Alessio Galbiati

14 Intervista a Giacomo Verde di Alessio Galbiati

Giacomo Verde

18 bio

18 video-filmografia (1983-2006)

20 BELLEZZA e GIUSTIZIA. appunti per una riflessione su arte, politica, G8 di Genova di Giacomo Verde

22 Genova – G8 – 2001. Videografia a cura di Alessio Galbiati

 

24 Il tempo muore anche al cinema. François Truffaut e il ciclo Doinel di Monia Raffi

 

29 Alan Turing: il film sarà bellissimo! di Costanza Baldini

 

30 L’ELENCO DI n COSE – classificazione enciclopedica del nulla #1 a cura di Gregory Arkadin

I 6 film che non possono mancare nella videoteca dell’ex-governatore del Lazio, Piero Marrazzo.
6 titoli per provare ad accettare la propria reale natura e vivere serenamente.

 

34 RC SPECIALE – Quentin Tarantino’s. INGLOURIOUS BASTERDS a cura di Alessio Galbiati e Roberto Rippa

35 Inglourious Basterds di Roberto Rippa

36 Inglourious Basterds. Le convergenze parallele (e bastarde) di Quentin Tarantino di Alessio Galbiati

38 Riferimenti cinematografici

39 Personaggi

40 Riferimenti musicali

40 Colonna sonora

 

42 Pedro Almodóvar Caballero di Alessio Galbiati

46 Pedro Almodóvar. Filmografia completa (1978-2009)

47 Bibliografia. La critica in lingua italiana

 

 

 

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Parnassus – L'uomo che voleva ingannare il diavolo





REGIA: Terry Gilliam

CAST: Heath Ledger, Christopher Plummer, Lily Cole, Tom Waits, Johnny Depp, Jude Law, Colin Farrell, Verne Troyer, Andrew Garfield, Peter Stormare

ANNO: 2009

 

Parnassus, insieme a sua figlia, un nano e un giovane attore, gira per le strade di Londra col suo baraccone col quale si esibisce in spettacoli itineranti che offrono al pubblico la possibilità di fare un vaggio nella propria immaginazione attraverso uno specchio magico. A causa di un suo antico patto col Diavolo, sarà costretto a cedergli sua figlia, a meno che non vinca un’ulteriore scommessa. Sul suo camino, inoltre, inciamperà anche un uomo ritrovato in fin di vita e senza memoria, che ben presto rivelerà molte sorprese.

 

Grande ritorno per Gilliam dopo il bellissimo e sottovalutato “Tideland”, che non delude nemmeno stavolta, perlomeno per coloro che apprezzano il suo stile e le sue tematiche e, soprattutto, per coloro che si lasciano facilmente trascinare corpo e anima in un cinema sicuramente imperfetto, ma indubbiamente dotato di un cuore pulsante. Durante la visione di “Parnassus, l’uomo che voleva ingannare il Diavolo”, ci dimentichiamo di tutto ciò che c’è intorno e ci lasciamo trascinare nella narrazione che ci rende quasi invisibili i difetti sparsi qui e lì (comunque mai eccessivi), per farci tuffare completamente dentro lo schermo, così come avviene ai fortunati (o a volte anche sfortunati a seconda di chi siano vittime o ospiti) che all’interno del film riescono ad oltrepassare lo specchio. Specchio al di là del quale si aprono mille mondi straordinari e fantastici, fatti di magnifiche immagini e meravigliosi colori, metafora neanche tanto velata del modo di concepire il cinema da parte di Terry Gilliam, che col cinema vuole e ci vuole fare sognare, oltre che ovviamente far sviluppare e alimentare la nostra e la sua immaginazione. Altro riferimento palese alla sua poetica cinematografica è ovviamente l’importanza della narrazione, senza la quale il mondo non potrebbe andare avanti (ovviamente di rimando anche il micromondo cinematografico), così come ci dimostra il flashback durante il quale Parnassus e il suo antagonista hanno il loro primo incontro (scena di un’impatto visivo e comunicativo non indifferente). Immaginazione e narrazione, dunque, sono i due punti cardine di questa roboante, caotica, confusionaria e ricchissima favola dei tempi nostri (cosa che rimanda al gioiellino “La leggenda di un re pescatore”, anche se le auto-citazioni non si fermano qui), attraverso la quale Gilliam compone un fitto mosaico del suo cinema e di sé stesso, quasi si trattasse di un vero e proprio autoritratto (Parnassus altri non è se non un lapalissiano alter-ego del regista stesso), riuscendo nell’intento di racchiudere in un unico film tutti i topoi della sua filmografia, quasi come se si trattasse di un fin troppo precoce testamento artistico. Indubbiamente l’improvvisa e inaspettata morte del grandissimo Heath Ledger, le cui lodi non devono risentire della sua dipartita per paura di rischiare di apparire retorici e buonisti, ha minato in parte il progetto iniziale e la totale riuscita dello stesso, visto che per concludere la lavorazione del film il regista ha dovuto rivedere gran parte di ciò che aveva scritto e progettato, oltre che sostituire il talentuoso Ledger con altri tre assi del cinema contemporaneo: Johnny Depp, il migliore di tutti, che in un piccolo cameo ci emoziona e commuove con il sentito omaggio a personaggi che tanto hanno dato al mondo per poi scomparire prematuramente (ovvio riferimento a Ledger stesso, anche se sarebbe stato più opportuno attenersi solo ed esclusivamente a personaggi cinematografici); Jude Law, forse un po’ troppo eccessivo, che però si fa al centro della sequenza più esilarante della pellicola (il balletto dei poliziotti); e Colin Farrell, colui che rimane più a lungo sulla scena e che forse diviene il protagonista di un finale un po’ raffazzonato, ma tutto sommato accettabile alla luce di quanto di buono si è assistito fino ad allora. Non si possono dimenticare nemmeno gli altri protagonisti, ognuno caratterizzato da elementi davvero gradevoli che vanno dalla recitazione ovviamente (Christopher Plummer è un ottimo Parnassus, Lily Cole è una deliziosissima fanciulla in fiore e Tom Waits è un gigantesco e imperdibile Diavolo), fino ad arrivare al trucco, ai costumi, alle acconciature. Grande forza del film è l’impatto visivo che esso possiede per via delle scenografie spettacolari e di un ottimo utilizzo della fotografia satura di colori fortissimi e di numerosissimi elementi ripresi tutti insieme anche grazie all’ampio  ricorso alla profondità di campo. Impossibile rimanere indifferenti, nel bene o nel male, a questo spettacolo per gli occhi, al contrario di quello che avviene all’interno della pellicola, in cui la frenesia e l’indifferenza dell’uomo moderno lo rendono insensibile alla magia e alla bellezza degli spettacoli di Parnassus. Dicotomia che costituisce un altro topos del cinema di Gilliam, qui affrontato egregiamente attraverso il contrasto visivo ma non solo tra la Londra in cui si muovono i protagonisti e il mondo che si nasconde all’interno dello specchio magico. Terry Gilliam si è dimostrato capace di compiere la stessa “magia” di Parnassus, trasformando lo schermo del cinema nello specchio del protagonista.

 

VOTO:

 


Hellraiser





REGIA: Clive Barker

CAST: Andrew Robinson, Claire Higgins, Ashley Laurence, Sean Champman, Oliver Smith, Doug Bradley

ANNO: 1987

 

Larry e Julia decidono di andare a vivere in una vecchia abitazione appartenuta alla famiglia di lui. Qui fino a poco tempo prima aveva vissuto anche Frank, fratello di Larry e in passato amante di Julia. L’uomo, in preda alla ricerca affannosa del piacere più assoluto, si era imbattuto in una piccola scatola dai poteri magici che l’aveva però catapultato in un mondo terribile, quello dei Cenobiti, da cui è riuscito a scappare cercando però sangue umano che lo riporti ad assumere le sue vecchie sembianze.

 

Ormai assurto al ruolo di cult-horror, “Hellraiser – Non ci sono limiti” (sottotitolo del tutto inutile aggiunto dalla distribuzione italiana), risulta essere a tutti gli effetti uno dei migliori esemplari del genere, nonostante diversi elementi che gli remano contro. Prima di tutto il regista in questione non è un cineasta di mestiere, bensì il noto scrittore Clive Barker, in grado di imbastire un ottimo soggetto e un’apprezzabilissima sceneggiatura, ma forse non troppo abile con la macchina da presa, anche se in questo caso non ci si può lamentare, soprattutto per due o tre momenti in cui la coesione di elementi quali la fotografia, la regia, la colonna sonora e il trucco creano delle atmosfere di inquietudine e angoscia non indifferente. Se ci aggiungiamo la scarsezza di mezzi e di fondi, non possiamo soffermarci tanto malignamente su alcune pecche e mancanze della pellicola come ad esempio la scena in cui si vedono addirittura gli operatori che spingono il carrello con sopra uno dei mostri in cui si imbattono i protagonisti. Certo è che l’ottima miscela di terrore, suspance e sottotesti di interessante contenuto, vengono in parte rovinati da un finale fin troppo rocambolesco e cartoonesco che stona col carattere serio ed “impegnato” dell’intera pellicola, senza considerare il fatto che gli effetti speciali che accompagnano la morte (?) dei Cenobiti per mano della giovane protagonista, sono a dir poco ridicoli oltre che inguardabili.

Finale a parte, comunque, Hellraiser è un’ottimo modo per riflettere su due entità distinte ma a volte confondibili come il piacere e il dolore e su come a volte sia “pericoloso” spingersi oltre certi limiti consentiti dalla ragione e non solo. E’ così che Frank si ritrova ad essere catapultato in quest’altra dimensione dove le sue carni vengono letteralmente strappate da uncini fissati su tutto il suo corpo e dove è costretto a rimanere per osservare sempre più torture e supplizi, effettuati dai Cenobiti che si rivelano essere una specie di “moralizzatori” estremi contro il frenetico ed eccessivo piacere. Ed ecco inserite nella pellicola tematiche quali il masochismo, dato che piacere e dolore vanno a confondersi e sovrapporsi in maniera considerevole, e anche la necrofilia visto che Julia non vede l’ora di ricongiungersi carnalmente con Frank e viceversa. Neanche tanto velata la critica alla religiosità eccessiva ravvisabile soprattutto nell’atteggiamento di Larry e sua figlia (che paradossalmente si chiama Christie e si rivelerà una “salvatrice”) nei confronti delle icone e delle statue sacre trovate nell’appartamento prima abitato da Frank, che forse pensava di potersi difendere dai pericoli insiti nella sua condotta e nei suoi sempre più crescenti e lussuriosi desideri con questi facili espedienti, cosa che non gli è riuscita e che dunque rafforza maggiormente questo sottotesto anti-religioso, ravvisabile anche nella sequenza in cui Christie, in fuga dai terribili mostri e ricoperta di sangue, incontra sulla sua strada due suore che non si preoccupano minimamante di aiutarla e che del resto non vengono nemmeno avvicinate dalla ragazza.

Ma Hellraiser funziona anche dal punto di vista visivo-sensoriale, dato che non mancano assolutamente le scene più splatter e terrificanti, come la “resurrezione” di Frank sotto forma di una specie di mostro dalle orribili fattezze che necessita di sangue umano per riprendere completamente vita (le prime gocce saranno dello stesso Larry, feritosi con un chiodo e accorso in soffitta per chiedere aiuto a sua moglie), o le azioni sempre più terrificanti dei Supplizianti, divenuti poi delle vere e proprie icone horror, come l’uomo senza occhi e senza naso che sbatte continuamente i suoi denti aguzzi, la donna dalle sembianze mostruose, ma soprattutto il loro capo Pinehead con il volto completamente ricoperto di spilli divenuto simbolo e mito del cinema horror al pari di altri “mostri sacri” come Freddy Krueger, Michael Mayers o Leatherface.