Classifica dei migliori personaggi televisivi femminili del 2011

1)Cathy Jamison (The big C)

2)Constance Langdon (American Horror story)

3)Carrie Mathison (Homeland)

4)Skyler White (Breaking bad)

5)Margaret Schroeder (Boardwalk empire)

6)Joan Holloway (Mad men)

7)Mildred Pierce (Mildred Pierce)

8)Virginia Chance (Raising hope)

9)Patty Hewes (Damage)

10)Amy Jellicoe (Enlighened)

11)Lady Stark (Game of thrones)
12)Ava Alexander (Up all night)
13)Fiona Gallagher (Shameless)
14)
Debra Morgan (Dexter)
15)Olivia Dunham (Fringe)
16)Jess Day (New girl)
17)Carla Rinaldi (Death valley)
18)Sarah Linden (The killing)
19)Crystal Cohen (Mr Sunshine)
20)Beverly Lincoln (Episode)

Classifica dei migliori personaggi televisivi maschili del 2011

1)Jesse Pinkman (Breaking bad)

2)Nucky Thompson (Boardwalk empire)

3)Frank Gallagher (Shameless)

4)Gustavo Fring (Breaking bad)

5)Jimmy Darmody (Boardwalk empire)

6)Nicholas Brody (Homeland)

7)Tyrion Lannister (Game of thrones)

8)Burt Chance (Raising hope)

9)Don Draper (Mad men)

10)George Christopher (Bored to death)
11)Lord Stark (Game of thrones)
12)Peter Bishop (Fringe)
13)Ray Hueston (Bored to death)
14)Paul Jamison (The big c)
15)Monty Beragon (Mildred Pierce)
16)Latex guy (American horror story)
17)Schmidt (New girl)
18)Capitano Frank Dashell (Death valley)
19)Matt leBlanc (Episodes)
20)Stephen Holder (The killing)

Personaggi cult

UOMO DI FEDE, MA SOPRATTUTTO UOMO D’AZIONE

John Locke

Quando pensiamo a “Lost” non solo pensiamo ad uno dei più grandi e bei telefilm della storia della televisione, ancora nei cuori degli appassionati di serie tv, nonostante la sua commovente e indimenticabile conclusione avvenuta nel maggio 2010; ma andiamo subito con la mente ad uno dei suoi protagonisti più emblematici, se non il più importante in assoluto e cioè il mitico e insostituibile John Locke. 

Il vero stendardo di un telefilm fatto di misteri, passioni, sentimenti, tragedie e grandi eventi, è proprio quest’uomo letteralmente miracolato dall’isola e per questo decisamente convinto di farne parte in tutto e per tutto. Un uomo che dalla condizione di patetico e triste impiegato costretto tra l’altro su una sedia a rotelle, nonostante la grande voglia di avventura e conquista, si ritrova a rivestire i panni di abile e invincibile cacciatore, nonché di indiscutibile “prescelto” dall’isola, almeno apparentemente, riuscendo a camminare sui suoi piedi, nel momento stesso dell’”atterraggio” sul magico posto che fa da sfondo alla storia più fantastica e memorabile mai raccontata in televisione. 

Il vero e proprio uomo di fede, com’egli stesso più volte si definisce, nonostante i momenti di dubbio causati dalle diverse avversità, trova il suo contraltare nell’uomo di scienza, in quel Jack Shepard che solo alla fine del suo percorso si accorgerà di non aver riposto la giusta fiducia nell’uomo fin dall’inizio addentro nei misteri e nell’essenza magica e imperscrutabile dell’isola. Un uomo del quale seguiamo il prima e il dopo, riuscendo a comprendere i motivi della sua quasi innaturale affezione ad un luogo a tratti terrificante e pericoloso. Il mistero sull’identità di suo padre, tra l’altro, costituisce un valore aggiunto che dona al telefilm stesso una marcia in più, riuscendo anche a consolidare perfettamente quella fitta trama di coincidenze e legami che uniscono tutti i protagonisti della serie, rendendoli in qualche modo destinati a vivere questa mirabolante avventura.

E come se non bastasse è proprio grazie alla sua testardaggine e alla sua spasmodica sete di conoscenza che spesso abbiamo visto svelarsi davanti ai nostri occhi alcuni dei più grandi misteri che hanno accompagnato l’inimitabile serie tv, come quello della maledetta botola che tanto ha ossessionato in primis Locke stesso e, di rimando, anche lo spettatore più incallito. Incallito, è infatti, l’aggettivo che più si confà alla personalità dell’inizialmente imperscrutabile e anche un po’ sinistro Locke, che appare addirittura in una doppia veste, restituendo la grande maestria attoriale dell’interprete Terry O’Quinn chiamato ad impersonare diverse sfaccettature dello stesso personaggio, e poi addirittura due personaggi diversi, anche se “ingabbiati” nella stessa forma fisica. Un carisma e un magnetismo non indifferenti che, proprio grazie al grande attore, sono riusciti a fondersi alla perfezione con le debolezze, le miserie e le tristezze che altresì fanno parte dello stesso personaggio.

Altro grande rapporto, indispensabile per comprendere l’immensità di sfumature che compongono questa personalità complessissima, ma al tempo stesso molto fragile e commovente, è quello col mellifluo ed estremamente ambiguo Ben Linus, colui che per gelosia proprio nei confronti di Locke, che sembra essere ormai l’unico centro dell’attenzione dell’isola e di chi “la comanda” dall’alto, arriva a compiere dei gesti a dir poco impensabili. Vittima e al tempo stesso carnefice, lascerà spesso di stucco, infatti, per le sue azioni a tratti riprovevoli a tratti a dir poco sconcertanti, John Locke porta “Lost” a livelli davvero altissimi, aumentando la dose di mistero e avventura che lo contrassegnano e donandogli anche uno spessore umano non indifferente, dal momento che, alla fine del percorso, quando ormai tutto si dipana e appare più chiaro, ciò che emerge è la figura di un uomo che ha voluto credere nel proprio valore, nella possibilità di essere una persona migliore, nell’importanza del lasciare un segno su questa terra, piuttosto che abbandonarla non avendo lottato per abitarla nel migliore dei modi. Un uomo che mostra un’ambivalenza non indifferente, facendosi leader e poi seguace, guidatore e poi guidato, vivo e poi morto, dapprima codardo e indifeso e poi sorprendentemente coraggioso e combattivo.

E se anche l’inossidabile e cinico Jack Shepard alla fine lotta nel suo nome per salvare l’isola dalla quale inizialmente voleva disperatamente scappare, come può lo spettatore rimanere indifferente al suo enorme valore nell’economia del telefilm intero? E poi, come dice lui stesso, non c’è niente che egli non possa fare. Insomma “non ditegli che non lo può fare!”.

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Classifica sigle tv

 

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Ormai le serie televisive, soprattutto americane e inglesi, hanno raggiunto se non superato in certi casi, la qualità e la magia del cinema. E se nel grande schermo all’inizio delle pellicole siamo accompagnati solitamente dai titoli di testa, tratto distintivo dei telefilm sono senza ombra di dubbio le sigle di apertura che spesso le caratterizzano notevolmente. E’ proprio di queste che vogliamo occuparci nella top 10 a loro dedicata, concentrata solo ed esclusivamente sulla bellezza delle loro immagini, delle loro musiche, dei loro testi, del loro carattere comunicativo e rappresentativo della serie stessa. Non è dunque una classifica dei migliori telefilm tout court, ma dei loro migliori modi di presentarsi al pubblico.

10) Bored to death

Fumettistica, indie, scanzonata e irresistibile. Si canticchia e ricanticchia all’infinito. 

 

9) Damages
 

Ritmatissima, coinvolgente, ipnotizzante. I due volti delle protagoniste campeggiano su tutto, così come succede all’interno del telefilm stesso. 

 

8) Mad men

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In pochissimi secondi tutta l’anima, strabiliante, di uno dei telefilm migliori della storia della televisione. 

 

7) Game of thrones

 

 

 

Il fantasy non ha mai avuto così tanta intensità e immediatezza, prendendo letteralmente vita con le immagini sullo schermo. Castelli e fortezze come perfetti ingranaggi di una macchina impressionante. La HBO fa ancora centro.

 

6) How to make it in America

 

 

 

Un brano trascinante unito a delle immagini irresistibili di una New York che ci lascia ad occhi e a bocca aperti. “I need a dollar, dollar, a dollar is what I need. And if I share with you my story, would you share your dollar with me”.

 

5) Six feet under

 

 

 

Colori plumbei, note melanconiche, cielo nuvoloso, corvi all’orizzonte. 

 

4) Dexter

 

 

Non soltanto musicalmente azzeccatissima, ma anche visivamente affascinante, grazie anche alla dicotomia, ironica e sarcastica, delle azioni quotidiane paragonate alla violenza notturna. Bistecche, uova e arance non ci sembreranno più le stesse.

 

3) True Blood

 

 

“When you came here the air went out”, comincia così questa magnifica sigla di apertura che racconta alla perfezione il lato “sociale” e anche impressionante del telefilm coi vampiri più sexy mai visti. “I wanna do bad thing with you”.

 

2) Twin peaks

 

 

 

Suadente, lentissima e decisamente coinvolgente, ci fa entrare a viva forza nel mondo malato e perverso raccontato nel telefilm.

 

1) Boardwalk empire

 

 

Un mare di bottiglie di alcol. Letteralmente. I piedi di Steve Buscemi bagnati dalla riva di questa ondata. Il Proibizionismo e la corruzione comunicati magicamente con una sola, brillantissima, idea.

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Personaggi cult

Walt e Heisenberg, due facce della stessa, complessa, medaglia

Prendete un insignificante professore liceale di chimica, mettetelo a cucinare e distribuire cristalli di metamfetamina e otterrete il mix letale che caratterizza uno dei personaggi televisivi più interessanti e coinvolgenti della storia dei telefilm. Stiamo parlando di Walter White, l’uomo qualunque, con moglie, figlio disabile e neonata in arrivo, che scopre di avere un cancro all’ultimo stadio e che decide di passare gli ultimi mesi della sua vita cercando di fare qualcosa per lasciare quanti più soldi possibili alla sua famiglia. Per avvicinarsi a questo mondo molto particolare, però, dovrà riallacciare i rapporti con un suo ex alunno, Jesse Pinkman, in qualche modo ammanicato nel mondo dello spaccio a livello locale. Insieme, i due, in un’escalation di criminalità inaudita, arriveranno dove nessuno potrebbe mai aspettarsi. Ma soprattutto instaureranno un rapporto che ha quasi del morboso, difficile da comprendere in tutta la sua intensità e profondità, ma assolutamente necessario per delineare a tutto tondo la personalità e l’evoluzione di ciascuno dei due.

 

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Ciò che rende questo personaggio davvero significativo è l’estrema sfaccettatura di tutte le sue caratteristiche psicologiche. Se inizialmente, infatti, Walt agisce spinto dal desiderio di garantire una vita felice ai suoi cari, presto scopriremo che a muoverlo realmente sono ben altri sentimenti molto più profondi e quasi inconsci. A partire dal desiderio di autoaffermazione, dal momento che la sua estrema genialità non viene compresa né al lavoro né in famiglia, fino ad arrivare ad un anelito di rivalsa, elemento che emerge dopo che tramite dei flashback scopriamo che da una sua idea un ex-compagno di studi ha tirato su una multinazionale milionaria, rubandogli anche la fidanzata. Sono stralci di passato che ci vengono mostrati in pillole, ma che contribuiscono a delineare alla perfezione tutti gli angoli dell’oscura personalità di Walt, inizialmente in preda a dubbi etici e morali circa la sua condotta, poi sempre più galvanizzato ed entusiasta della sua ascesa e della sua riuscita nel nuovo lavoro che comporta sì molti rischi, ma anche molta adrenalina e senso dell’avventura. È importante sottolineare, però, che Walt in realtà è un patetico omuncolo schiacciato dal suo senso di inferiorità verso determinate persone e di manie di derisione da parte di tutti gli altri.

Per questo motivo il cancro in realtà è stato soltanto un trampolino di lancio per cominciare ad agire in modo del tutto amorale e per potersi finalmente sentire un “duro". Ed è così che vedremo la creazione della sua “doppia-faccia”, quella di Heisenberg, nome da lui assunto nell’ambito della sua attività criminale, un uomo che si rivelerà essere dannatamente geniale e al tempo stesso bastardo. Apparentemente all'inizio, dunque, agisce per salvare la propria famiglia, ma in realtà nel mentre compie gesti del tutto fuori da ogni umana comprensione, si gasa come un matto e comincia persino ad essere orgoglioso di sé. In questa doppiezza consiste tutta la sua complessità psicologica che porta ad una serie di riflessioni e considerazioni etiche e morali di non poco conto (le stesse che egli stesso intavola soprattutto all’inizio del suo percorso). Il titolo stesso del telefilm, tra l’altro, è abbastanza chiaro: si narra della discesa verso gli inferi e verso la “cattiveria” più pura di un uomo apparentemente e tristemente ordinario. C’è da aggiungere, comunque, che al di là della perfezione con la quale questo personaggio è stato creato, ideato e scritto, a renderlo davvero impareggiabile è la mastodontica interpretazione di Bryan Cranston, non a caso vincitore di numerosi Emmy, che riesce a incollare gli occhi dello spettatore allo schermo con il suo magnetismo, la sua rabbia, la sua disperazione, la sua tristezza, la sua vanagloria, la sua carica dirompente e trascinante. La stessa, insomma, che contraddistingue e rende immenso il geniale, contorto e, diciamolo, anche un po’ stronzo Walt/Heisenberg.

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Breaking bad – 1° stagione

SE IL BUONGIORNO SI VEDE DAL MATTINO, ASPETTIMO CON ANSIA IL POMERIGGIO E LA SERA

Andata in onda per la prima volta negli Stati Uniti da gennaio a marzo 2008, la straordinaria prima stagione del sofisticato e raffinato serial tv “Breaking bad”, ha conquistato subito gli amanti dei prodotti di qualità, stupendo immediatamente per le sue caratteristiche distintive principali, tra le quali una fotografia mozzafiato, una regia impressionante e una sceneggiatura millimetrica, e impressionando per la capacità di rendere originale, accattivante ed estremamente coinvolgente un assunto di fondo apparentemente prevedibile e banale: un uomo scopre di avere il cancro e, pur di non lasciare la sua famiglia in degenza economica dal momento che gli rimangono soltanto due anni di vita, decide di darsi alla produzione di metamfetamina. In breve tempo, però, quest’uomo, il chirurgo Walter White, mastodonticamente interpretato da Bryan Cranston, mostra tutte le luci e le ombre della sua persona e soprattutto ci apre un mondo di riflessioni e considerazioni sulla natura umana, sul confine tra ciò che è lecito o meno, sulla moralità e sull’etica.

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Temi di non poco conto che si accompagnano anche con i tormenti interiori di quest’uomo costretto a nascondere la sua nuova vita e impelagato nel tenere in equilibrio le due facce della medaglia che compongono la sua nuova persona. Non è da meno la sua controparte, un personaggio totalmente opposto, che viene presentato a grandi linee in questi primi sette episodi introduttivi, ma che capiamo subito essere fulcro e centro della narrazione, nonché del telefilm stesso, dal momento che presto si scoprirà che è proprio il rapporto molto intenso, difficile, particolare e ingestibile tra i due a portare avanti il baraccone, o forse sarebbe meglio dire il camper. Ma procediamo con ordine… Il personaggio di cui stiamo parlando è l’ex-studente scavezzacollo Jesse Pinkman, il sempre più sorprendente Aaron Paul, dedito allo spaccio di droghe leggere e in perenne conflitto con i genitori. Riuscirà a trovare un padre in Walt, l’uomo che chiederà il suo aiuto per smerciare la metamfetamina, rubando la piazza a gente a dir poco pericolosa? E’ ciò che lo spettatore comincia a chiedersi durante la visione di questi fantastici episodi, anche se presto verrà “distratto” dalla spirale di violenza e pericolo che man mano avvolgerà i due protagonisti, con tanto di cadaveri bruciati nell’acido: a questo proposito è straordinario il terzo episodio, quello in cui Walt deve compiere un passo grandissimo, sbarazzarsi di uno dei due spacciatori concorrenti che altrimenti ucciderebbe lui e la sua famiglia.

E’ l’episodio in cui si sottolinea con più intensità, raggiungendo risultati anche altissimi dal punto di vista emotivo per lo spettatore, proprio la questione dell’etica e della morale, con un accento sui limiti che ogni uomo riesce a porsi. Abbiamo parlato di un camper non a caso, dal momento che è forse il “luogo” per eccellenza di questa prima stagione di “Breaking bad”, luogo nel quale l’allievo e il maestro, in senso letterale e metaforico, si ritrovano per preparare i loro miscugli illegali e portare avanti la loro piccola attività criminale. Attività criminale che non tarda a crescere di livello, tanto che ad un certo punto il professorino ligio al dovere, diventa in qualche modo un inveterato e coraggioso piccolo criminale. Ce ne rendiamo conto nel sesto episodio, quello in cui Walt si reca nel rifugio di un grosso signore della droga locale e gli fa un’offerta per la sua merce, aggredendolo dopo con un cristallo di fulminato di mercurio che, buttato contro il muro, crea un’esplosione non indifferente.

Riuscirà così a portare l’uomo in questione, Tuco, un pazzo violento di non poco conto, dalla sua parte, lasciando lo spettatore letteralmente di stucco. Ma questo è soltanto l’inizio di quello che diventerà un inferno vero e proprio per entrambi i protagonisti, con tanto di personaggi di contorno scritti e interpretati davvero egregiamente. Sin dalla prima stagione quello che più attirerà le nostre simpatie, però, sarà Hank, il cognato di Walt, nonché agente della DEA, l’antidroga americana, alle calcagna di un uomo pericoloso e irraggiungibile, la cui identità presto ci farà sicuramente capitombolare.

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Personaggi cult

Thompson e il Proibizionismo legale e morale

Ancor più che al cinema, forse, nelle serie televisive i personaggi, i protagonisti in primis, assumono un peso e un’importanza notevoli. Ricordiamo spesso le loro caratteristiche principali, i loro interpreti, i loro nomi, le loro manie e i loro tic anche a distanza di anni dalla fine delle serie stesse. Alcuni di essi, poi, lasciano davvero il segno e difficilmente riusciranno ad uscire dal nostro immaginario collettivo. Si potrebbe fare una lista corposa degli stessi, ma procediamo, invece, ad esaminarne uno in particolare che, seppur appartenente ad un telefilm molto recente, ha fatto sicuramente breccia nei gusti dello spettatore più esperto e “raffinato”.

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Certo essere il protagonista di un telefilm prodotto e diretto nel suo pilot da Martin Scorsese, già aiuta moltissimo. Fatto sta che, avrete capito ovviamente che stiamo parlando nell’imponente “Boardwalk empire”, il Nucky Thompson di Steve Buscemi è davvero impressionante e accattivante, oltre che estremamente sfaccettato e straordinariamente scritto e caratterizzato. Notissimo per i suoi numerosi ruoli cinematografici, forse Buscemi ha trovato il personaggio della sua vita, o per meglio dire della sua carriera, proprio in questo politico/ganster degli anni ’20. La sua interpretazione è ciò che rende il personaggio memorabile: con quella voce melliflua e perfettamente modulata ad ogni occasione e con quella flemma apparente che nasconde tutto un mondo di tormenti e di “cattivi pensieri”, il suo Nucky prende meravigliosamente e magicamente forma per restituirci quest’uomo tutto d’un pezzo che, in qualche modo, ci ricorda figure decisamente attuali del nostro panorama sociale, politico e culturale (inutile fare nomi).

Stiamo parlando, infatti, di un uomo realmente esistito, tanto che lo stesso telefilm si ispira ad avvenimenti realmente accaduti, raccontando l’era del Proibizionismo con un’eleganza e un ritmo, nonché con un senso del racconto, ma anche di vero e proprio cinema, non indifferenti. Nucky era il tesoriere di Atlantic City, vero e proprio porto per tutti coloro che volessero sfuggire alle leggi del Proibizionismo. Un tesoriere non proprio ligio al dovere, caratterizzato dalla corruzione più smodata, seppur sempre capace di mostrarsi lindo e trasparente al popolo dei suoi elettori. Un personaggio politico che apparentemente andava contro le immoralità e gli abusi della legge, ma che poi privatamente portava avanti gli stessi per arricchirsi personalmente, gestendo traffici di alcol, ma anche di donne. Un voltafaccia e un cambiamento di personalità che in “Boardwalk empire” sono perfettamente rappresentati non solo dallo straordinario talento di Steve Buscemi, ma anche degli sceneggiatori che hanno saputo tratteggiare addosso a lui questo personaggio multistrato, caratterizzato paradossalmente anche da un grande fascino e da una forte ironia (rimangono impresse davvero tantissime delle sue battute).

Opportunismo e corruzione da un lato, politica e perbenismo dall’altro, ironia, fascino e sarcasmo dall’altro ancora. Questi sono tutti i volti perfettamente espressi dell’impressionante Nucky Thompson/Steve Buscemi, posto al centro di una storia gangster dai sapori romantici e violenti al tempo stesso, che nonostante l’ambientazione datata, risulta quanto mai attuale e moderna. Della serie che cambiano i luoghi e i tempi, ma gli uomini restano sempre gli stessi…

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Top 20 serial tv 2010/2011

La stagione televisiva è ormai giunta al termine, e anzi sono ricominciate già alcune serie tv che aspettavamo con ansia. In attesa della fine imminente della stagione cinematografica, non ci resta altro che procedere con la classifica dei telefilm andati in onda nel 2010/2011.

1)Boardwalk empire (1° stagione)

2)Mad men (4° stagione)

3)Fringe (3° stagione)

4)The big C (1° stagione)

5)Raising hope (1° stagione)

6)Shameless (1° stagione)

7)Rubicon (1° stagione)

8)Bored to death (2° stagione)

9)The killing (1° stagione)

10)Dexter (5° stagione)

11)How I met your mother (6° stagione)

12)The big bang theory (4° stagione)

13)Episodes (1° stagione)

14)The walking dead (1° stagione)

15)Californication (4° stagione)

16)Mr Sunshine (1° stagione)

17)True blood (3° stagione)

18)Chuck (4° stagione)

19)Running wilde (1° stagione)

20)V (1° stagione)
 

Breaking bad

Il professore e l’ex-studente uniti dalla metamfetamina

La AMC è un’emittente americana relativamente giovane per cui non ha all’attivo moltissimi telefilm sul groppone. Detto questo, quei pochi serial tv andati in onda su questa rete hanno lasciato di stucco sia gli spettatori che i critici e, salvo qualche trascurabile e non assoluta eccezione, pensiamo a “The walking dead”, hanno mantenuto dei livelli qualitativi e contenutistici davvero sorprendenti.
Basti pensare allo straordinario “Mad men” o ai più recenti e, ognuno a suo modo soddisfacenti “Rubicon” e “The killing”. Questa volta, noi, invece, ci occupiamo del fenomeno “Breaking bad”, telefilm di cui sono andate in onda per ora tre stagioni e di cui attendiamo impazientemente la quarta.
Ciò che più colpisce di questo magnifico telefilm che si insinua potentemente tra i migliori mai andati in onda sui piccoli schermi, è il potere visivo e narrativo che la contrassegna con una fotografia da standing ovation, una regia sempre attenta e particolare e, soprattutto, una sceneggiatura di ferro messa nelle mani di attori decisamente degni di nota. Su tutti regna senza ombra di dubbio l’insuperabile Bryan Cranston nel ruolo del particolarissimo protagonista, Walter White, ordinario professore di chimica che, dopo aver scoperto di avere il cancro e di non poter sopravvivere a lungo, comincia a mostrare una natura che sembrava nascosta, ma che in qualche modo covava già dentro di lui.
L’impressionante interpretazione di Cranston si adatta perfettamente alle varie mutazioni che caratterizzano il personaggio: marito e padre fedele e amorevole, professore gentile e disponibile e, per ultimo, produttore e spacciatore di pregevole metamfetamina, attività intrapresa con l’aiuto di un suo ex allievo, Jesse Pinkman (interpretato dal bravissimo e sorprendente Aaron Paul), per riuscire a racimolare quanti più soldi possibili da lasciare a moglie, figlio e figlioletta in arrivo.
Tra gli altri personaggi non si possono non citare la moglie Skyler (Anna Gunn), il figlio Walter Jr (Rj Mitte), la cognata Marie (Betsy Brandt) e soprattutto l’irresistibile cognato Hank (Dean Norris), agente della DEA, l’agenzia antidroga americana, nonché personaggio di grande spessore e di altissima importanza nell’evoluzione dell’intreccio. Si aggiungano i “cattivoni” davvero tutti molto ben caratterizzati e interpretati fino ad arrivare al mellifluo e ingannevole Gustavo impersonato dal conosciuto Giancarlo Esposito.
Dalla cattedra di un’aula, dunque, il nostro Walter White si ritroverà nei polverosi deserti del New Mexico intento a contrattare con bande di criminali e rischiando spesso la sua stessa vita, nonché quella del suo collega Jesse. Ed è proprio nella nascita, nello sviluppo e nell’evoluzione del rapporto tra questi due grandissimi personaggi che si trova il maggior punto di forza, tra i tantissimi altri già citati, di questo “Breaking bad”, telefilm che non lascia spazio a banalità o retoricismi e ci restituisce, invece, tutta la forza dei sentimenti quali la disperazione, la rabbia, ma soprattutto la volontà di autoaffermazione e di soddisfazione personale.
Inutile stare qui a citare tutti gli Emmy e i numerosi altri premi vinti da questo grande telefilm che sicuramente lascerà un segno tra gli appassionati di questa vera e propria arte, se non lo ha già fatto, grazie alla sua potenza comunicativa raramente rintracciabile se non in prodotti di grande spessore come questo.

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Raising hope

Continuando il nostro percorso di presentazione e promozione di serial tv americani degni di nota e portatrici di una ventata d’aria fresca nel panorama televisivo, proseguiamo con la recensione di una bellissima sit-com che ha conquistato milioni di telespettatori in America e che sicuramente si farà amare dagli intenditori del nostro bel paese.
Stiamo parlando di “Raising hope”, una sit-com un po’ sui generis che alterna momenti altamente esilaranti e spassosi, ad altri più riflessivi e per certi versi emozionanti. La formula è sicuramente ripresa dal mitico “Scrubs” ospedaliero fuori dai canoni, in cui si susseguivano risate e lacrime, in un crescendo di comicità e intensità non indifferente.
Ma l’ideale predecessore di questo assurdo telefilm è senza ombra di dubbio lo straordinario “My name is Earl”, il cui autore, Greg Garcia, è anche autore di questa sit-com. Le atmosfere, il tipo di comicità, lo stile della narrazione e il tratteggio dei personaggi sono sicuramente ricalcati su quelli del telefilm incentrato sulle azioni di un mascalzone che si redime per paura del karma.
Quel telefilm che fu sfortunatamente chiuso alla sua quarta stagione in un momento di bassi ascolti, nonostante la qualità del prodotto, rivive in qualche modo in questo coinvolgente ed entusiasmante “Raising hope” che ne ripercorre lo spirito di fondo e continua in un certo qual senso il “discorso” lasciato in sospeso da Garcia, amante di un certo tipo di comicità affatto scontata e sicuramente mirata.
Protagonista di questa nuova sit-com è una famiglia molto particolare che vive in un quartiere ancora più singolare e che si ritrova nel bel mezzo di una situazione a dir poco paradossale. Il giovane Jimmy, ventiduenne senza arte né parte, si imbatte in una bella ragazza con cui si apparta nel retro del suo furgone. Presto, invitatala a colazione a casa sua, scoprirà ascoltando il telegiornale che si tratta di una ricercata per omicidio. Subito dopo, dal carcere, la ragazza lo convocherà per metterlo al corrente di essere incinta. E’ il frutto di questa assurda scappatella ad essere il fulcro intero del telefilm.
La piccola Hope, inizialmente chiamata dalla stramba madre Princess Beyoncè, dovrà essere cresciuta dal giovane Jimmy, visto che la ragazza finirà inevitabilmente sulla sedia elettrica. Ma ad aiutare l’inesperto Jimmy ci saranno i suoi strampalati genitori, Veronica e Burt, giovanissimi anch’essi dato che avevano dato alla luce il figlio nell’età dell’adolescenza. I due, entrambi lavoratori nel campo delle pulizie (lei si occupa di appartamenti, lui di piscine), vivono da anni nella casa della nonna di lei, affetta dal morbo di Alzhimer e soggetta a pochissimi momenti di lucidità nei quali si dimostra insofferente nei confronti di tutti loro.
Questi sono i personaggi principali del telefilm a cui se ne aggiungono alcuni di contorno che danno il giusto pepe e la giusta verve ad una narrazione inarrestabile e accattivante: Sabrina, la cassiera del supermercato dove andrà a lavorare Jimmy e della quale il ragazzo si innamorerà; Barney, proprietario del supermercato (il mitico Kenny di “My name is Earl”) e gli altri commessi che vanno dal “creepy” all’allucinante.
Il tutto è giocato ovviamente sulle difficoltà della famiglia a prendersi cura della bimba e sulle esilaranti stramberie e follie della bis-bis-nonna alle quali raramente sarà difficile resistere. Si aggiungono poi i momenti in cui, sempre in maniera tutt’altro che banale, prevedibile o retorica, si riflette sul senso di famiglia, sui rapporti genitori-figli, sulla difficoltà di crescere nella nostra società e sul senso di unità, amore e comprensione, a dispetto delle avversità.
A dare un ulteriore valore aggiunto al susseguirsi di episodi uno più divertente e coinvolgente dell’altro sono le numerose guest-star chiamate ad interpretare personaggi al limite del paradossale, tra cui lo stesso Jason Lee, l’Earl di “My name is Earl” e anche Jamie Pressley e Ethan Suplee, rispettivamente Joy e Randy del precedente telefilm. Senza tralasciare l’alto livello recitativo degli attori protagonisti e la ricercatezza della colonna sonora, elementi niente affatto trascurabili.
Se avete amato e apprezzato quella grande sit-com, non vi resta che affrettarvi a recuperare anche questa che ne mantiene la qualità e lo spessore. Se non avete visto nemmeno quella, allora dovete correre a recuperarla per poi poter godere appieno anche di questo scoppiettante e al tempo stesso profondo “Raising hope”.

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