Gosford Park

REGIA: Robert Altman
CAST: Maggie Smith, Kristin Scott Thomas, Emilie Watson, Michael Gambon, Clive Owen, Ryan Philippe, Stephen Fry, Helen Mirren, Derek Jacobi, Sophie Thompson, Eileen Atkins
ANNO: 2001

TRAMA:

Lord William McCordle organizza nella sua villa in campagna una caccia al fagiano. Gli invitati saranno tantissimi, tra parenti e amici e ognuno di loro sarà seguito dalla propria servitù. Le giornate faranno presto a passare per entrambi i gruppi, tra pettegolezzi, capricci e litigi, ma molto presto un avvenimento macabro sconvolgerà la villa di Gosford Park.

 


ANALISI PERSONALE

Che Gosford Park fosse un film elegante, me ne sono accorta dalle primissime inquadrature e battute, oltre ovviamente al cast fornitissimo di ottimi attori.
In questo film vengono mostrati due micromondi, quello sotterraneo della servitù, fatto di dame di compagnia, valletti e cameriere che assumono il nome dei signori per i quali lavorano e che vivono di cose semplici, tra il pettegolezzo e il disprezzo dei nobili che li trattano male, e quello soprastante tutto lustrini e paiettes, contrassegnato anch’esso dal pettegolezzo, ma soprattutto dal capriccio e dal vizio, formato da nobili baronesse, contesse e lord. Uno non può fare a meno dell’altro, ognuno vive solo in contrapposizione all’altro, specularmente seppur diversi. Alla fine però, proprio in seguito al tragico evento dell’assassinio di Lord McCordle, i due mondi saranno costretti ad amalgamarsi, uniti nel sospetto e nella colpevolezza, che metteranno in primo piano luci e ombre di entrambe le categorie sociali. Tutti celano un segreto, gli stessi nobili tra un capriccio e l’altro, ma anche i servitori chi più chi meno.

 
“Quando sei in rovina c’è così tanto da fare”.

 
Tra i tanti invitati e ospiti della casa è buffo trovare un produttore cinematografico che sta scrivendo uno dei suoi tanti film gialli incentrati sulla figura di Charlie Chan ambientato in una villa di campagna durante una battuta di caccia alla quale sono stati invitate tante persone, tutte sospettate dell’assassinio del padrone di casa. Sembra quasi un presagio, oppure qualcuno ha preso spunto dalla trama per far fuori il vero padrone di casa.

 
“Signor Wiseman?”
“Si?”
“Ci parli un po’ del film che sta per fare”
“Si certo. Si intitola Charlie Chan a Londra. E’ una storia poliziesca.”
“Si svolge proprio a Londra?”
“Bè non proprio, no. Più che altro si svolge durante una battuta di caccia in una villa di campagna, alquanto simile a questa direi. Un omicidio nel cuore della notte, molti ospiti per il week-end, tutti quanti sospetti. Ecco direi che è questa la storia.”
“Ah, che orrore! E chi risulta essere l’assassino?”.
“Questo non posso dirvelo, vi toglierebbe il piacere di scoprirlo”.
“Tanto nessuno di noi andrà a vederlo”.

 
Ma il signor Weissman non è l’unico personaggio che popola la sontuosa villa di Gosford Park, intorno ed accanto a lui si muove un sacco di gente: il padrone di casa Ser William McCordle un po’ burbero e autoritario (Michael Gambon), sua moglie Sylvia, viziata e altezzosa (Kristin Scott Thomas), la zia vecchietta ironica, sarcastica e classista Consance Trentham (la favolosa Maggie Smith), la sua inesperta dama di compagnia Mary, l’autoritaria governante Mrs Wilson (una perfetta
Helen Mirren), la cameriera segretamente amante di Lord McCordle (una stupenda Emilie Watson) e tantissimi altri come il valletto Robert Parks misterioso e carismatico (un affascinante Clive Owen), e l’attore Hollywoodiano che si spaccia per valletto in modo da poter studiare i comportamenti della servitù, pericolosamente impiccione, curioso e libidinoso (il giovane Ryan Philippe). Potrei continuare per un bel po’, dato che i personaggi di questo film, che potremo chiamare anche corale, sono davvero molti e sono tutti fascinosamente avvolti da un’aurea di mistero.

 

“Davvero mista questa comitiva!”

 

La vita perfettamente scandita e quasi calcolata nei minimi dettagli della nobiltà ormai in crisi, ma anche della servitù, procede costantemente senza intoppi e neanche la scoperta della relazione tra Lord McCordle e la cameriera Elsie, riesce a scalfirla. Per fortuna, se così vogliamo dire, arriva l’omicidio del padrone di casa a smuovere un po’ le acque, tranne quelle dell’impassibile moglie, forse infastidita dall’umiliazione subita in seguito allo spiattellamento pubblico del tradimento.

Chi sarà mai l’assassino? Uno di casa? Un nobile? Un servitore? Un estraneo? Il mistero si infittisce. Potrebbe essere chiunque: il finto valletto che voleva andare disperatamente a letto con Lady Sylvia, la moglie tradita, l’amante ferita, il parente a cui era stato rifiutato un aiuto economico, un servo bistrattato, il produttore che voleva rendere reale la trama del suo film e chiunque altro. La caccia all’assassino è aperta. A condire ulteriormente di tinte gialle la vicenda, arriva la scoperta del fatto che Lord McCordle, al momento in cui era stato pugnalato, era già morto per avvelenamento.

 
“Chi aveva un motivo per uccidere Ser William?”
“Bè, non è che fosse proprio Babbo Natale”.

“Credimi non esageravo, era un satanasso, un lussurioso e crudele”.

 
Ad indagare arriva un ispettore che è una vera e propria macchietta (Stpehen Fry), grottesco, simpatico e strampalone al punto giusto, personaggio che riesce a strappare più di un sorriso pur non pervenendo ad alcun risultato. L’unica che riuscirà a scoprire qualcosa è proprio la piccola Mary, segno che anche un servitore nasconde doti quali l’arguzia e l’intelligenza. Per mano sua veniamo a conoscenza di un segreto sbalorditivo, un vero e proprio colpo di scena finale (che ovviamente non svelerò), che porta poi alla scoperta dell’assassino o degli assassini, dato che Ser William è stato prima avvelenato e poi accoltellato.

 

“Che ti aspetti da una che non ha neanche la cameriera?”

Come dicevo all’inizio Gosford Park è un film elegante. L’ambientazione, i costumi, le atmosfere sono molto raffinati e mai esagerati. La sceneggiatura è delicata ma piena di perle di saggezza e battutine ironiche davvero impedibili. La recitazione, inutile ribadirlo di fronte a cotale cast, è superba e per niente manierata, pericolo in cui si può incappare quando ci si trova davanti a film del genere. La colonna sonora lieve e poetica non è per nulla invasiva (cosa che io trovo fastidiosissima quando guardo un film), e accompagna perfettamente ogni singola sequenza. La fotografia è a dir poco magistrale tra squarci di paesaggi campestri a vedute favolose dell’interno della villa.

Tra le scene più belle non si può non citare quella della vera e propria caccia al fagiano, che mi è parsa pur odiando io la caccia, di un’estrema bellezza visiva. Se non bastassero tutti questi meravigliosi aspetti a rendere Gosford Park un film inusuale, ci si aggiunge quel pizzico di noir e  mistero e giallo alla Agatha Christie, che contribuisce a rendere il risultato finale più che soddisfacente.

Insomma, Gosford park è un film in costume, un film drammatico, un giallo, un noir e anche un film ironico, impedibile davvero considerando poi che è ancheuna delle ultime opere del grande Altman.

 


Regia: 8
Sceneggiatura: 9
Recitazione: 9
Fotografia: 8
Colonna sonora: 8
Ambientazione: 8,5

Voto finale
: 8,5


"Qual è il dono di una cameriera? Quello che la distingue da tutti gli altri? E’ il dono dell’anticipazione”.


CITAZIONE DEL GIORNO

Mio padre mi diceva sempre che nella vita ci vogliono tre cose : un buon dottore, un prete indulgente e un bravo contabile. (Dal film "Schindler’s List")


LOCANDINA




Four brothers

REGIA: John Singleton
CAST:
Mark Wahlberg, Tyrese Gibson, André Benjamin, Garrett Hedlund.
ANNO: 2005

TRAMA:

Una signora aiutante dei più deboli e degli emarginati, viene assassinata durante una rapina in un supermarket. I suoi quattro figli adottivi, due bianchi e due di colore, tenteranno in tutti i modi di scoprire la verità e di vendicarsi della loro madre.

 


ANALISI PERSONALE

Four brothers, del regista di Boyz N the Hood e, ahimè, di 2 fast and 2 furious, è un film sull’amore e sulla vendetta. L’amore che lega dei figli alla propria madre o dei fratelli tra di loro, l’amore che va al di là e che, anzi, si rafforza quando passa tra le avversità e le difficoltà, l’amore che unisce e rende più forti coloro che sono costretti a lottare per sopravvivere. Four brothers è anche un film drammatico basato sulla vendetta e sulla violenza e quindi, non mancano l’azione, la suspance, le sparatorie, gli inseguimenti, ecc…Mescolando abilmente tutte queste componenti avremmo avuto un piccolo capolavoro, in questo caso ci troviamo di fronte ad un film abbastanza godibile, di certo non brutto che non fa storcere il naso. Il tutto poteva essere trattato molto meglio e meno forzatamente, ma si sa la perfezione non è di questo mondo, almeno non sempre.

Il film comincia con la sequenza al supermarket in cui viene uccisa la signora benefattrice, senza però che ci venga mostrato (assistiamo agli spari guardando dall’esterno del supermarket). Subito dopo vediamo sfrecciare uno dei quattro fratelli (un Mark Wahlberg in grande spolvero che spicca su tutti gli altri attori protagonisti), su un auto diretto al funerale della madre che non vedeva da anni. I quattro fratelli in un certo qual senso sono molto diversi tra loro, e guarda caso, nessuno di loro è uno stinco di santo. Abbiamo Bobby (appunto Mark Wahlberg), un mezzo delinquente scomparso da anni da Detroit (città nella quale è ambientata il film); poi c’è Jerry (interpretato a sorpresa discretamente dal cantante Andrè 3000 degli Outkast), sposato con figli che cerca di condurre una vira retta, senza però riuscirci al 100%; Angel arruolato nei Marines e innamoratissimo di una ragazza non proprio ortodossa; e infine il più piccolo Jackie che suona la chitarra e vuole diventare una rockstar, l’unico che ancora viveva con la madre.

A decidere di volersi vendicare della donna è proprio il più scapestrato di tutti, cioè Bobby che troverà subito l’appoggio di Angel e Jackie e la riluttanza, invece, di Jerry che vuole pensare alla sua famiglia e vuole aprire un’attività per risollevarsi dai suoi problemi economici.

Il film si presenta molto interessante sin dall’inizio: al di là della storia principale e del filone portante del film che è quanto di più scontato ci si potesse aspettare, e cioè la vendetta in seguito alla morte di una persona cara; quello che più colpisce è il contorno, la psicologia dei personaggi, il rapporto fraterno unico che c’è tra i quattro protagonisti nonostante siano adottati e non si vedano da anni.

“Voglio fare un brindisi. A Evelin Mercer. La madre migliore che quattro bastardi degenerati potessero mai avere”.

All’interno del film non ci viene fatto mancare proprio niente, neanche i momenti divertenti, come quando Angel corre nella notte a recuperare la sua “Vida Loca”, nel letto di qualche altro uomo, o quando Angel e Jerry fingono di inscenare una lotta, o quando la stessa “Vida Loca” non fa altro che bisticciare e litigare con Bobby e creare casini al “gruppo”. Alcuni di questi momenti sono stati graditi, e hanno inoltre accentuato il bel rapporto tra i fratelli, ma molti altri li ho trovati inadeguati e poco consoni allo svolgimento della trama e al contesto del film.

Una scena molto interessante ed emozionante è quella in cui i quattro fratelli si riuniscono a tavola per la cena del ringraziamento ed ognuno di loro ha un ricordo dolce e sereno della propria madre. L’unico a non vederla a capotavola è Bobby, forse perché troppo intento a fomentare odio verso gli assassini e a meditare vendetta, piuttosto che a ricordare ed onorare la memoria di sua madre.

 

 “Metà dei poliziotti di questa città è corrotta. Credi che all’altra metà gliene freghi un cazzo di un’altra rapina?”.

 

Un’altra scena particolarmente emozionante e ricca di pathos è quella in cui i quattro fratelli, nel corso delle loro “indagini”, riescono a visionare il filmato del supermercato che riprende l’uccisione della loro madre. I quattro non riusciranno a trattenere le lacrime, e forse neanche lo spettatore. Dal filmato, inoltre, appare chiara una cosa: l’assassinio a sangue freddo di Evelin non era affatto un “incidente di percorso”, ma era stato calcolato. Da questo momento in poi Bobby e compagnia, decidono di cercare non solo i due rapinatori, ma anche il mandante dell’assassinio. A trovare i primi due non ci metteranno molto, come non ci metteranno neanche molto a farli fuori. La parte difficile sarà riuscire a trovare il boss, il mandante.

Inizia, quindi, la corsa contro il boss tra suspance, violenza e adrenalina a tutta forza, come quando Bobby, Angel e Jackie (Jerry si assenta spesso perché deve accompagnare le figlie in palestra), rincorrono quello che sembra essere l’unico testimone del fatto, in un condominio per poi gettarlo, accidentalmente, fuori dalla finestra. Alla fine della fiera, comunque, i fratelli riusciranno a scoprire il mandante e a vendicarsi di lui. Nel frattempo però altre magagne verranno a galla, come quella del mogio Jerry che nascondeva dei legami col boss e che aveva intascato l’assicurazione sulla vita di Evelin, un’assicurazione di ben 400.000 dollari. Questi soldi, comunque, alla fine verranno utilizzati per portare a termine la vendetta e per costruire tutti insieme l’attività per la quale Jerry era stato costretto ad “imparentarsi” con i delinquenti del posto. Non mancheranno i poliziotti corrotti e quelli eroici, come non mancheranno i delinquenti spietati e quelli di cuore. Insomma, un po’ troppa carne al fuoco. Ci sono, infatti, alcune scene di troppo che a mio avviso hanno peggiorato la qualità della pellicola, come quella del boss che costringe un suo scagnozzo e, in seguito a lamentele, anche la sua donna, a mangiare da terra come i cani.

Verso la fine del film i quattro fratelli verranno coinvolti in una terribile sparatoria. In genere io non amo molto le sparatorie, prima di tutto perché non riesco mai a capirci niente, ma devo ammettere che in questo caso tutta la scena è stata abilmente costruita e tiene in tensione per tutto il tempo, oltre ad essere altamente commovente proprio perché il piccolo Jackie ci mette le penne tra urla strazianti rivolte al fratello maggiore Bobby.

 

Alla fine scopriamo anche che la povera Evelin era stata assassinata proprio perché era andata dal boss a lamentarsi del fatto che teneva in pugno suo figlio Jerry e ad intimarlo di lasciarlo in pace. Il boss non aveva gradito l’atteggiamento della donna ormai diventata scomoda, e l’aveva fatta fuori.

Di aspetti negativi ce ne sono, ad esempio l’ultima parte diventa alquanto ripetitiva e noiosa, con i quattro fratelli che sembrano diventati i cavalieri dell’apocalisse che si vendicano di tutto e di tutti coloro che gli si parano davanti, ma tutto sommato l’impalcatura del film regge e gli aspetti positivi non mancano di certo. La scena finale, inoltre, non è male, con Bobby, che compiuta finalmente la sua vendetta, riesce ad avere il ricordo e la dolce memoria della sua amatissima madre.

“Sarà morto?”
“No, non è morto. E’ solo sfottuto”.

Il film alterna momenti di riflessioni a momenti d’azione, come l’irruzione di Bobby, Jackie e Angel ad una festa per riuscire a trovare il testimone dell’uccisione della madre. Molte scene come questa riescono a tenerti con gli occhi incollati allo schermo, sia per l’alto livello recitativo, merito soprattutto di Mark Wahlberg, sia per l’impatto visivo vero e proprio che le contrassegnano.

Inoltre, il film non è tecnicamente perfetto ma ha delle buone qualità, tra cui delle belle ed adeguatissime atmosfere cupe e torbide, una sceneggiatura molto veloce, ricca di dialoghi fitti e molto coloriti che sfociano quasi nel folcloristico, riuscendo a rappresentare in maniera adeguata e mai esagerata un piccolo mondo, un cosiddetto micromondo. La cosa che più mi ha colpito però, è la colonna sonora. In genere da questo tipo di pellicole, con questo tipo di trama, di protagonisti, di ambientazione ci si aspetta la solita, tamarra trita e ritrita colonna sonora dalle tinte rap e hip hop, invece, in questo caso, sono stata felicemente sorpresa di ascoltare per la maggior parte del film note eleganti ed intense di blues e soul, passando per Marvin Gaye o addirittura per i Jackson Five.

 
Four brothers è un film drammatico, ma anche un film d’azione, un film corale e a tratti se non comico, leggermente divertente. Four brothers, è però soprattutto un film d’amore o per meglio dire sull’amore e sulla vendetta, quella disperata e sofferta. Non è di certo un capolavoro ma è un film che si fa vedere senza troppi problemi.

Consigliato a chi ama l’azione e le sparatorie, ma anche dei contenuti.


Regia: 6
Sceneggiatura: 7
Recitazione: 7
Fotografia: 6
Colonna sonora: 7
Ambientazione: 7
Voto finale: 6,5

“Ma secondo te chi poteva voler uccidere la donna più dolce del mondo?”.



CITAZIONE DEL GIORNO

Il problema non e’ quante persone io abbia ucciso, ma quanto vada d’accordo con quelle ancora vive. (Jimmy Tudeski in "FBI: Protezione testimoni")


LOCANDINA

 

Ken Follet

Un’amante del giallo e del mistero come me, non poteva essere anche un’appassionata del genere spy-storie, dello spionaggio, dei giochi di potere, delle storie forti di personaggi importanti, molto caratterizzati, affascinanti e carismatici, così come sono quasi sempre i protagonisti dei numerosi romanzi di spionaggio del grande Ken Follett che si è destreggiato anche col thriller e il giallo ma che per me ha dato il meglio di se proprio con il filone spy-storie. Insieme a lui, o forse più di lui, ho amato paricolarmente John LeCarrèe a cui però verrà dedicato un altro post. Di Ken Follet ho letto numerosi romanzi ma quelli che ritengo piccoli "capolavori" nel loro genere sono Il codice Rebecca, La cruna dell’ago (che sono forse i suoi più famosi) e L’uomo di Pietroburgo, tutti così ricchi di azione ma anche di poesia e di romanticismo sentimenti incarnati appunto nei fascinosi protagonisti sia maschili che femminili, come ad esempio nel Le gazze ladre. Non è di certo tra i miei scrittori preferiti in assoluto e non lo porterei con me se sapessi di dover rimanere su un’isola deserta, ma nel genere spy è di sicuro uno dei migliori della sua generazione.


Ken Follett (Cardiff, Galles 5 giugno 1949), scrittore inglese.
Usa nei suoi primi romanzi gli pseudonimi Simon Myles, Bernard L. Ross, Zachary Stone, Martin Martinsen.

Nasce a Cardiff nel Galles, dove vive fino a quando la famiglia si trasferisce a Londra dieci anni più tardi. Nel 1967 viene ammesso allo University College di Londra, dove studia filosofia. Si sposa con Mary nel 1968.
Dopo la laurea nell’autunno del 1970 intraprende un corso post-laurea di giornalismo e inizia a lavorare come apprendista reporter a Cardiff nel South Wales Echo. Dopo tre anni passati nella città ritorna a Londra per lavorare nell’Evening Standard.   . Dopo qualche anno lascia il giornalismo e diventa vicedirettore della Everest Books. Inizia inoltre a scrivere narrativa la sera e nei weekend. Il successo arriva lentamente, ma con la pubblicazione di La cruna dell’ago (Eye of the Needle) nel 1978, un romanzo ambientato durante la seconda guerra mondiale, riscuote un enorme successo. Il libro ha vinto l’Edgar Award ed è divenuto un film per il grande schermo, una pellicola eccezionale che vede Kate Nelligan e Donald Sutherland come protagonisti.
Nel 1984 conosce la sua seconda moglie, Barbara Broer, deputato del Parlamento nelle file dei laburisti. La coppia vive tra Londra e Stevenage (Hertfordshire), insieme a una vasta schiera di figli avuti nei matrimoni precedenti. Lo scrittore britannico è un grande amante di Shakespeare, e spesso è possibile incontrarlo alle rappresentazioni tenute dalla Royal Shakespeare Company di Londra. Adora la musica e suona il basso in una band dal nome "Damn Right I Got the Blues".


Tralasciando Lo scandalo Modigliani e Alta finanza la carriera di Follett passa attraverso quattro fasi distinte.

La prima comprende La cruna dell’ago e i cinque libri che lo seguono. Sono tutte variazioni del classico thriller di spionaggio. L’ambientazione è geograficamente e cronologicamente diversa, spaziando dalla Prima Guerra Mondiale (L’uomo di Pietroburgo     ) all’Iran e Afghanistan odierno (Sulle ali delle aquile e Un letto di leoni).
La seconda fase comprende quattro romanzi storici scritti negli ultimi anni ’80 e nei primi anni ’90. I pilastri della terra, ambientato nell’  Inghilterra medievale, si svolge parallelamente alla costruzione di una cattedrale, affiancando alla storia della chiesa la vita di svariati personaggi. Notte sull’acqua narra le vicende dei viaggiatori che abbandonano l’Inghilterra sull’ultimo volo di linea del Clipper, idrovolante di lusso diretto negli Stati Uniti alla vigilia dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Una fortuna pericolosa è ambientato nella  Londra vittoriana, e Un luogo chiamato libertà nelle colonie inglesi nord americane ai tempi della Rivoluzione americana.
Cambiando ancora genere nei tardi anni ’90, con un paio di libri ambientati nel presente e usando le tecnologie avanzate come filo conduttore. Il martello dell’Eden si focalizza sul terremoto come arma di terrore, ed Il terzo gemello sugli aspetti oscuri delle biotecnologie.
Ritornando nuovamente allo spionaggio in Codice a zero, Follett ambienta il romanzo ai tempi del lancio del primo satellite americano. Le gazze ladre e Il volo del calabrone vengono invece collocati cronologicamente durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il suo ultimo libro, Nel bianco, è un thriller ambientato ai giorni nostri, in cui un gruppo di terroristi cerca di trafugare un virus da un laboratorio.Il suo prossimo romanzo sarà (stando a quel che ha detto Follett) la continuazione de I pilastri della terra, che verrà terminato nel 2007.

BIBLIOGRAFIA

1979 La cruna dell’ago, Mondadori
1980 Triplo, Mondadori
1981 Il codice Rebecca, Mondadori
1982 L’uomo di Pietroburgo, Mondadori
1983 Sulle ali delle aquile, Mondadori
1985 Un letto di leoni, Mondadori
1985 Il pianeta dei bruchi, Mondadori
1986 Lo scandalo Modigliani, Mondadori
1988 Alta finanza, Mondadori
1990 I pilastri della terra, Mondadori
1991 Il mistero degli studi Kellerman, Mondadori
1991 Notte sull’acqua, Mondadori
1993 Una fortuna pericolosa, Mondadori
1995 Un luogo chiamato libertà, Mondadori
1996 Il terzo gemello, Mondadori
1998 Il martello dell’Eden, Mondadori
2000 Codice a zero, Mondadori
2001 Le gazze ladre, Mondadori
2003 Il volo del calabrone, Mondadori
2004 Nel bianco, Mondadori
2005 Il volo del calabrone, Mondadori

FILMOGRAFIA

Film tratti dai suoi romanzi.

Oltre a quelli già citati, ho avuto modo di leggere anche alcuni romanzi appartenenti ad altri filoni rispetto a quello del thriller di spionaggio e cioè Una fortuna pericolosa un romanzo storico davvero avvincente ed appassionante e Il terzo gemello che è quello che ho gradito di meno tra i suoi romanzi. Per quanto riguarda i film tratti dai suoi romanzi, purtroppo non ho ancora avuto modo di visionarne alcuno, anche se La cruna dell’ago è nei prossimi programmi.


Il posto delle fragole

REGIA: Ingmar Bergman

CAST: Victor Sjostrom, Ingrid Thulin, Bibi Andersson, Gunnar Bjornstrand, Folke Sundquist
ANNO: 1957

TRAMA:

L’anziano e rispettato medico Isak Borg deve recarsi a ricevere un premio accademico, ma la notte prima di partire fa uno strano incubo in cui una bara viene trasportata da una carrozza e dall’interno qualcuno gli prende la mano: questo qualcuno è proprio lui! Il dottore allora decide di effettuare il viaggio in auto con sua nuora Marianne, in dolce attesa, che gli rimprovera il suo cinismo e la sua freddezza. Isak tra sogni, ricordi e visite a luoghi passati si rende conto della vacuità e della solitudine che contrassegnano la sua vita e tenta di fare ammenda, rapportandosi anche a tre giovani ragazzi a cui danno un passaggio nel corso del loro viaggio.

 


ANALISI PERSONALE

Il posto delle fragole è uno di quei film di cui non si può fare a meno di dire che siano capolavori. Qualsiasi altro termine sarebbe superfluo e inappropriato. E’ il film più famoso e più acclamato dalla critica del regista svedese che pure ha sfornato tantissime pellicole degne di nota e meravigliose. Ma Il posto delle fragole ha una marcia in più, ha quell’aspetto onirico, sognante ma così reale al tempo stesso che ci fa entrare nelle viscere ogni singola parola, ogni singolo sguardo, ogni singola paura, ogni singola scena. I messaggi che il regista ci manda attraverso i suoi consueti segni e simboli, sono chiarissimi e non oscuri o nascosti come in molte altre pellicole dell’autore.

Possiamo dire anche che Il posto delle fragole è un vero e proprio road-movie, proprio perché per la maggiore parte del tempo vediamo i protagonisti compiere il proprio viaggio personale verso la conoscenza a bordo dell’auto guidata da Marianne. Ma i temi a cui il grande Bergman ci fa accostare sono molti altri, come la meditazione sulla vita e sulla morte; il rapporto tra un uomo solo e la società; la dualità di un personaggio pubblico che viene considerato quasi un “eroe” da venerare da chi non lo consoce bene e viene, invece, quasi disprezzato da figlio e nuora che conoscono a menadito il suo completo cinismo e la freddezza nei confronti persino dei propri familiari; il ricordo dolce-amaro della giovinezza sia attraverso i ricordi onirici del dottore sia attraverso la figura dei tre giovani un po’ strampalati che accompagnano Marianne e Isak durante il loro viaggio. Ce ne sarebbe ancora da dire, ma le parole a volte sono inutili, conta di più la visione estasiante di certe bellezze a noi concesse.


MARIANNE – Sei un vecchio egoista. Non ti curi di nulla, e non hai mai ascoltato nessuno tranne te stesso. Tutto questo è ben nascosto dietro la tua maschera di benignità, di cordialità. Ma sei duro come il ferro, anche se tutti ti descrivono come un grande umanitario. Quelli che ti conoscono da vicino sanno come sei in realtà. Non puoi ingannarci. Per esempio, ti ricordi quando venni da te un mese fa? Pensavo stupidamente che avresti aiutato me ed Evald. Ti chiesi di stare con te qualche settimana. Ricordi cosa mi dicesti?

ISAK – Che eri la benvenuta.

MARIANNE – Ecco cosa mi dicesti: non cercare di tirarmi in ballo nei vostri problemi coniugali, perchè non me ne importa nulla. Ognuno ha le sue cose a cui pensare.

ISAK – Dissi così?

MARIANNE – Dicesti ancora di più. Ecco cosa dicesti, parola per parola. Io non ho nessun rispetto per le pene dell’anima, perciò non venire da me a lamentarti. Ma se hai bisogno di supporto spirituale, posso indicarti il nome di un qualche buon prete, o psicologo. E’ così di moda, di questi tempi.

Isak durante il suo viaggio rivisita i posti della sua fanciullezza e giovinezza e vi rivede in sogno la ragazza di cui era profondamente innamorato, Sara, che poi sposerà suo fratello Sigfrid facendolo soffrire profondamente. Di risveglio da questo sogno-ricordo, incontra una ragazza anche lei chiamata Sara che chiede al vecchio medico un passaggio. Sara non è sola, insieme a lei ci sono i due amici Viktor e Anders sempre in continuo contrasto su questioni religiose e filosofiche, sull’esistenza di Dio e sul suo ruolo. Questo ci fa comprendere come la giovinezza e quindi i giovani possano essere si frivoli e spensierati, ma posseggono forte interiorità e profondità d’animo e di pensiero. Proseguendo lungo il viaggio, su una curva, i nostri eroi per poco non si schiantano contro un auto all’interno della quale viaggia una coppia di sposi, che si unisce al gruppo ma che litiga in continuazione disturbando il viaggio, motivo per il quale Marianne chiede loro di scendere e di proseguire da soli. Il viaggio prosegue e Isak tra una visita alla madre e l’altra, trova il tempo di sognare ancora: questa volta si trova in un’aula universitaria e c’è un professore che lo sta interrogando ma lui non riesce a rispondere e vieni quindi tacciato di incompetenza e freddezza emotiva. Subito dopo scorge sua moglie nel bosco con un amante a causa della sua indifferenza e insensibilità. Il dottore viene condannato quindi alla solitudine eterna.

 

MOGLIE – Ora andrò a casa e racconterò tutto a Isak So già cosa dirà: povera bambi
na, mi fai pena. Io piangerò e gli chiederò se potrà mai perdonarmi. E allora lui dirà: non devi chiedere perdono a me, io non ho nulla da perdonare. Ma lui non sente le cose che dice, perchè è freddo come il ghiaccio. Mi dirà di prendere un sedativo. Io gli dirò che è colpa sua se io sono come sono, e lui dirà che è vero, che è lui il colpevole. Ma non gliene importa niente, perchè è freddo come il ghiaccio.

 
Al suo risveglio Isak si confida con la bellissima nuora, ammettendo di sentirsi solo e quasi morto, la nuora si rende conto che quelle sono le stesse parole di suo marito che si sta dirigendo inesorabilmente verso un futuro pericolosamente simile a quello del padre e confessa a sua volta a suo suocero che la causa della temporanea rottura del matrimonio è che suo figlio Evald non accetta la gravidanza.

Alla fine del viaggio finalmente Isak riesce a ritirare il suo premio e alla fine della cerimonia, a casa di suo figlio, apre il suo cuore a Evald e Marianne per poi addormentarsi (forse per l’ultima volta) ricordando e sognando la sua infanzia e la sua giovinezza mano nella mano con Sara in un campo di fragole, con i suoi genitori sullo sfondo che lo salutano.

 
EVALD – Il torto o la ragione non esistono. Ci si comporta secondo i nostri bisogni, lo si può leggere in un libro da scuola elementare.

MARIANNE – E quali sono i nostri bisogni?

EVALD – Tu hai un bisogno di vivere, di esistere, di creare la vita.

MARIANNE -  E tu?

EVALD – Il mio bisogno è di essere morto. Assolutamente, completamente morto.

Al di là della storia altamente poetica e comunicativa nel film non si possono apprezzare alcune caratteristiche trattate in maniera a dir poco egregia a cominciare da una sceneggiatura indimenticabile per la sua estrema bellezza e profondità, per non parlare poi della magistrale interpretazione del grande Victor Sojstrom nel ruolo di Isak Brog che è riuscito a donare espressività immensa ad un personaggio apparentemente privo di sentimenti ed emozioni. Il posto delle fragole è un film completo che si apprezza per l’estrema poeticità della storia, ma anche delle ambientazioni oniriche e non, dei sogni, dei ricordi, delle musiche, di tutto. Impedibile per gli amanti del regista, ma anche per gli amanti del cinema che ti fa sognare, riflettere, emozionare, piangere.

ISAK- Dov’è andata?

ALMAN – Lo sapete. E’ andata via. Tutti sono andati via. Non sentite il silenzio? Tutto è stato sezionato, professore. Un capolavoro di chirurgia. Niente dolore, niente sangue. Una cosa perfetta, nel suo genere.

ISAK – E qual è la pena?

ALMAN – La pena? Non so. La solita, immagino.

ISAK – La solita?

ALMAN – Naturalmente. La solitudine.

 

Regia: 9,5
Sceneggiatura: 10
Recitazione: 9
Fotografia: 9
Colonna sonora: 9
Ambientazione: 9,5
Voto finale: 9,5

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 Solo tre cose puoi fare in galera: sollevamento pesi, giocare a carte e metterti nei guai. (Il gangster Chazz Palminteri educa un ragazzo in "Bronx")


LOCANDINA

Essi vivono

REGIA: John Carpenter
CAST: Roddy Piper, Keith David, Meg Foster
ANNO: 1988

TRAMA:
John Nada approda a New York senza possedere nulla. Riesce a trovare lavoro in un cantiere edile e grazie ad un altro operaio trova alloggio in una baraccopoli. Questa subito dopo viene fatta sgombrare dalla polizia e nel tumulto generale John scopre degli occhiali da sole attraverso i quali scopre una verità in bianco e nero: i muri sono ricoperti di messaggi subliminali e molte persone hanno aspetto alieno e intenti di conquista sul mondo. John allora si darà da fare per sconfiggerli chiedendo aiuto al suo amico operaio.

 


ANALISI PERSONALE

Essi vivono è uno dei film più politici di John Carpenter. La critica è proprio dietro l’angolo, la critica al consumismo, al capitalismo, alla pretesa di alcune persone di controllarne delle altre, credendosi i padroni del mondo (una sottile critica al governo di Reagan). In questo caso quindi, i cattivi, gli alieni, gli zombie, vestono giacca e cravatta, sono dei politici che parlano alla tv, il presidente stesso, mentre i buoni sono i poveri, il popolo, i comunisti. Sotto una pellicola a basso costo con venature fanta-horror si cela quindi una grande denuncia politica del mitico Carpenter che non tralascia nemmeno i momenti ironici e autoironici.

Il film comincia con questa camminata di John (l’ex campione di wrestling Roddy Piper) che sbarca a Los Angeles senza un soldo e uno straccio di lavoro e fa subito amicizia con l’operaio, guarda caso di colore, Frank (Keith David), che lo aiuterà a trovare un posto in cui stare e cioè la baraccopoli Justiceville (da notare il nome).

Durante lo sgombero della polizia tutti si daranno alla fuga, compreso John che troverà anche il tempo di aiutare un ragazzino e alla fine verrà a conoscenza della sconcertante verità celata, tramite il ritrovamento di questi occhiali da sole neri. All’inizio rimarrà esterrefatto, ma poi si procurerà armi e bagagli e andrà in giro per la città a seccare questi zombie alieni che colonizzano il mondo anche attraverso discorsi alla tv, nonché scritte sui muri, sui libri, ovunque. Il primo luogo di “lotta” tra l’eroe-antieore e gli alieni sarà all’interno di una banca, dove John ne seccherà davvero molti per poi essere inseguito per tutta la città da poliziotti, falsi e non. Il giovane operaio chiederà aiuto ad una donna sola in un garage, Holly Thompson (Meg Foster), costringendola a portarlo fuori di lì con la sua auto. Alla fine si recherà a casa sua e nel tentativo di spiegarle l’accaduto verrà scaraventato fuori dalla finestra e quasi ucciso. Ovviamente riuscirà a cavarsela e si recherà dall’amico Frank per trovare un alleato fidato. Questi tenterà di stargli alla larga, perché “ha moglie e figli”, ma John insisterà così tanto nel chiedergli di guardare attraverso gli occhiali, che tra i due si scatenerà una ilarissima e divertentissima rissa, a suon di pugni, calci, schiaffi, e quant’altro, fino a quando John riuscirà ad infilare con la forza gli occhiali sul volto dell’amico. Una volta venuto a conoscenza della terribile verità nascosta Frank non esiterà ad aiutare John fino a quando i due non entreranno in contatto con una vera e propria organizzazione di ribelli al sistema capitalistico che sta organizzando una rivolta coi fiocchi per eliminare una volta per tutte il nemico. Nei sotterranei di questa organizzazione John incontrerà niente poco di meno che la stessa Holly, pentita per il suo gesto inconsulto e scopriranno anche che molti degli “affiliati” si lasciano corrompere dal nemico che offre in cambio di collaborazione, un sacco di soldi e protezione.

 

“Raccomandate la vostra anima al creatore. Sono venuto ad annientarvi. Anche perché ne ho le palle piene!”.

 
Alla fine i due eroi “comunisti”, per sbaglio si ritroveranno ad una festa organizzata dai “nemici”, alla quale sono presenti anche numerosi “corrotti” e fingeranno di far parte del gioco per poi alla fine sbarazzarsi del nemico in una maniera, che non sto qui a raccontare, tra l’epico e l’ironico.

Oltre alla satira politica e agli elementi fanta-horror il film è pregno di chicche all’interno della sceneggiatura e ha una musica stupenda, scritta come quasi sempre dallo stesso Carpenter, che riesce a fare tutto bene anche con poche risorse. Per non parlare poi dell’ambientazione sempre molto curata di Carpenter, che in questo caso ci mostra una stupenda Los Angeles. Il film, quindi, mascherandosi da b-movie a basso costo, cela dei significati ben più profondi e riesce a farlo intrattenendo lo spettatore tra leggerezza, ironia, fantascienza e azione.

Consigliato a tutti i fan di Carpenter, sconsigliato agli amanti dei colossal.

 

“La nostra natura umana si è lasciata influenzare dalle istituzioni esistenti”

 

Regia: 8,5
Sceneggiatura: 8,5
Recitazione: 8
Fotografia: 8
Colonna sonora: 9
Ambientazione: 9
Voto finale: 8,5

 




CITAZIONE DEL GIORNO

Non mi piacciono i segreti: sanno di mutande sporche. (Peter Vaughan in "La leggenda del pianista sull’oceano")


LOCANDINA

Robin Williams

Quando si parla di recitazione, quella vera, sentita quella di mestiere vero e proprio, quella non patinata e "seria" non si può fare a meno di parlare di Robin Williams uno dei più istrionici attori Hollywoodiani, che passa dal comico al grottesco, dal drammatico al thriller all’horror senza problema alcuno, e riuscendo a risultare credibile e perfetto per ogni sua interpretazione. Quando si parla di cinema, ben fatto e ben recitato non possiamo fare a meno di ricordare alcune tra le sue migliori prestazioni di sempre come quella in Risvegli accanto ad uno strepitoso De Niro o in Insomnia accanto al grande Pacino o forse la migliore di tutte quella in Will Hunting accanto all’ispiratissimo Damon. Ovviamente, come capita quasi sempre in una lunga carriera, non mancano delle macchie o partecipazioni a film non propriamente definibili tali, ma sono peccati che si possono tranquillamente perdonare ad uno dei migliori attori che Hollywood ci abbia mai offerto.



Robin Williams – Pagliaccio ribelle

Nome: Robin McLaurim Williams

Data e luogo di nascita: 21 Luglio 1951, Chicago, Illinois, USA

È uno degli attori più turbolenti della storia del cinema, ma non certo per la sua vita spericolata! Robin Williams è un portento multiforme, è un flubber che muta la sua voce, il suo volto e il suo corpo per diventare qualcosa che offra al pubblico un sorriso in più, una sana risata.

Trasferitosi a San Francisco all’età di 16 anni, figlio di una modella e di un impiegato della Ford Motor Company, Robin Williams frequenta prima la Redwood High School in California, a Larkspur, poi successivamente entra nel Claremont Men’s College (dove ha un posto fisso nella squadra di calcio) dove studia Scienze Politiche, corso che poi lascia per seguire i corsi di recitazione al Marin College. In seguito, entra nella prestigiosa Julliard School, sotto gli insegnamenti dell’attore John Houseman e accanto a colui che diverrà il suo migliore amico, l’attore Christopher Reeve.

Alla fine del corso di studi, comincia a mettersi a lavorare nei night club come cabarettista, intrattenitore e imitatore ed è proprio in una di quelle notti che viene scoperto da un direttore di casting che vuole assolutamente inserirlo nei contenitori televisivi. Williams esordirà così nel telefilm "Laugh-In" (1977), sarà la spalla di Andy Kayffman e Billy Crystal, scriverà i testi di Richard Pryor, ma sarà presente anche ne "La famiglia Bradford" e soprattutto il fortunato episodio che lo vede debuttare nel ruolo dell’alieno Mork ne "Happy Days" (per la quale audizione si è presentato coi piedi in alto e in bilico sulla testa). Quell’alieno così strambo piacque così tanto che Joe Gluaberg, Dale McRaven e Garry Marshall crearono per lui la seria "Mork & Mindy" (1978-1982) che gli fecero vincere il primo di tanti Golden Globe (come miglior attore in una serie comica). Anche cantante, realizzerà l’album "Reality… What a Concept", mentre nel privato, dopo una relazione con la pornostar Christy Canyon, prenderà in moglie la ballerina (oggi produttrice televisiva) Valerie Velardi dalla quale avrà il suo primo figlio, Zachary.

Il talento comico di Robin Williams viene subito notato da Hollywood che, nella persona di Robert Altman, lo sceglie come protagonista di Popeye – Braccio di Ferro (1980), accanto a Shelley Duvall. Notevole nei ruoli drammatici, è affascinante vederlo ne Il mondo secondo Garp (1982) di George Roy Hill, Mosca a New York (1984) di Paul Mazursky e Good Morning, Vietnam (1987) di Barry Levinson, nella performance di un disc jockey sconcio e disinvolto che intrattiene le truppe americane a Saigon. Il ruolo fu così ben recitato che Williams vincerà il suo secondo Golden Globe come miglior attore protagonista in una commedia e si guadagnerà una candidatura agli Oscar nella stessa categoria.



In costante sintonia con l’ex Monty Python, Terry Gilliam, appare ne Le avventure del Barone di Munchausen (1988) nel ruolo del re della luna. Conclusosi il matrimonio con la prima moglie, sposa (dopo una breve relazione con la cameriera di un bar), la sua assistente personale Marsha Garces, che diventa ufficialmente la signora Williams e dà alla luce due figli: Zelda e Cody. L’attimo fuggente (1989) di Peter Weir è la sua nuova occasione per mettersi in mostra nel ruolo, questa volta, di un insegnante anticonformista arricchendo il suo curriculum di un’ulteriore nomination all’Oscar. E dopo Risvegli (1990) di Penny Marshall, arriva un altro Golden Globe per il suo ruolo ne La leggenda del Re Pescatore (1991) di Terry Gilliam, ovviamente accompagnata dalla nomination all’Oscar. Arricchiranno il suo curriculum Steven Spielberg, Barry Levinson, Kenneth Branagh, ma soprattutto le sue attività di doppiatore, in particolar modo dopo aver prestato la voce del Genio di Aladdin (1992), ricevendo un Golden Globe speciale.

Considerato per il ruolo di Joe Miller nella pellicola di Jonathan Demme Philadeplhia (1993, che poi andò a Denzel Washington), è stato incoronato re dei box office grazie alla commedia Mrs. Doubtfire – Mammo per sempre (1993) di Chris Columbus che, oltre a fargli guadagnare il suo quinto Golden Globe, lo affiancherà spesse volte a Colombus in pellicole come Nine Months – Imprevisti d’amore (1995) e L’uomo bicentenario (2001). Dopo aver rifiutato il ruolo dell’Enigmista ne Batman Forever (1995, che andò a Jim Carrey), si ritrova nel cast di A Wong Foo, grazie di tutto! Julie Newmar in una parte no accreditata, poi viene scelto come protagonista per Jack (1996) di Francis Ford Coppola. Divertente il suo remake del nostro Ugo Tognazzi ne Il vizietto (Piume di struzzo, 1996), ma ancora più intensa e spettacolare la sua parte in Will Hunting – Genio ribelle (1997) di Gus Van Sant. Il ruolo del professore, che evidentemente gli porta fortuna, gli fa stringere (finalmente) nelle mani la tanto sfiorata statuetta dello zio Oscar.

Woody Allen, Christopher Nolan, Danny DeVito, Chazz Palminteri gli danno altre occasioni di guadagnarsi nel 2005 il premio Cecil B. DeMille, che lui dedica all’amico scomparso Christopher Reeve. Ancora doppiatore per Robots (2005) e per Happy Feet, oggi Robin Williams è the Man of the Year, tornando alla regia di Levinson, interpreta un intrattenitore televisivo che arriva alla Casa Bianca. La storia di Robin Williams è tutta qui, in un continuo alternarsi fra poesia e gag, dalla quale ultimamente emerge anche una certa anima nera. Istrionico e ilare, ma a volte anche un po’ pateticamente strabordante e sentimentale, Williams è considerato il pagliaccio ribelle di Hollywood. Una sorta di Gianburrasca del cinema americano.

di Fabio Secchi Frau

(www.mymovies.it)


FILMOGRAFIA

Come mi capita sempre quando si tratta dei miei attori preferiti, ho visionato quasi tutte queste pellicole e l’ho amato tantissimo oltre nei già citati film Insomnia, Will Hunting e Risvegli, anche ne L’uomo bicentenario, in Jakob il bugiardo, in Al di là dei sogni, in Cadillac man e in Mrs Doubtfire. Ovviamente in questo caso si parla solo ed esclusivamente della sua prestazione e della sua recitazione, perchè alcuni di questi film non sono prorpiamente nelle mie corde. Uno dei miei preferiti in assoluto però rimane sempre e comunque La leggenda del re pescatore insieme al grande Jeff Bridges. Ma si sa il grande Robin riesce a farti andare giù qualsiasi cosa.


Pulp Fiction

REGIA: Quentin Tarantino
CAST: Uma Thurman, John Travolta, Bruce Willis, Samuel L. Jackson, Tim Roth, Harvey Kietel, Amanda Plummer, Christopher Walken, Quentin Tarantino, Rosanna Acquette, Eric Stoltz, Maria de Medeiros.
ANNO: 1994

TRAMA:
Varie storie e vari personaggi si intrecciano tra di loro in modo assurdo e grottesco: un pugile e la sua fidanzata, un boss sua moglie e due gangster, due rapinatori di tavole calde, un uomo che risolve problemi e tanti altri in una serie di situazioni tra l’assurdo, il divertente e il violento.

 

 


ANALISI PERSONALE

Pulp fiction, come dire il cult dei cult. Uno dei film che ho visto un milione di volte anche di seguito. Uno di quei film che di certo non si può dimenticare sia che l’impressione sia stata negativa, sia il contrario. Ovviamente la mia impressione non poteva che essere positiva, innamorata come sono di Tarantino ma anche di questo genere splatter e, appunto, pulp. Adoro le situazioni grottesche condite da un po’ di violenza e ironia e da richiami culturali o cinematografici, come solo il grande Quentin riesce a fare egregiamente. Adoro gli attori di cui si “serve” di volta in volta per girare il suoi cosiddetti b-movies. In questo caso poi, da Bruce Willis a Samuel L. Jackson, da Christopher Walken a Tim Roth, insomma quelli che sono tra i miei attori preferiti di sempre.
Riuscire a descrivere la sinossi o anche solo lo svolgimento lineare di questa pellicola è cosa alquanto ardua, soprattutto perché questo svolgimento lineare manca del tutto. Veniamo catapultati in queste gag e situazioni surreali in maniera quasi disordinata e scollegata, anche se poi alla fine tutti i tasselli vanno al loro posto. Tutto comincia nell’Hawtorne Grill, dove Zuccherino (Tim Roth) e Coniglietta (Amanda Plummer), progettano il loro prossimo colpo per poi decidere di rapinare proprio il posto in cui si trovano. Successivamente ci vengono mostrati vari capitoli dei numerosi personaggi di questo film: La situazione Bonnie, Vincent Vega e la moglie di Marcellus Wallace, L’orologio d’oro. I tre capitoli a volte sono mischiati tra loro in una successione non del tutto cronologica dei fatti. Comunque per semplificare le cose illustrerò le situazioni cronologicamente.

Il primo capitolo è incentrato su Vincent Vega (John Travolta) e Jules Winnfield (Samuel L. Jackson), due killer del boss Marcellus Wallace. I due gangstar stanno recandosi a casa di alcune persone che hanno fregato il loro capo per recuperare una valigia. Una volta arrivati uccidono due delle tre persone presenti e recuperano la valigia, ma non si accorgono che nascosto c’era un terzo individuo che scarica su di loro una marea di pallottole senza però sfiorarli nemmeno con nessuna di esse. I due lasciano l’appartamento portando con sé Marvin, l’unico sopravvissuto, ma durante il viaggio in auto Vincent accidentalmente gli spara un colpo in fronte inondando la macchina di sangue. Per rimediare al danno fatto si recano dall’amico Jimmie Dimmick (Quentin Tarantino), che li aiuta anche se non molto volenterosamente per paura del rientro della moglie e di una possibile lite con lei. Alla fine Vincent e Jules chiedono aiuto proprio a Marcellus che manda da loro il signor Wolf (un mitico Harvey Kietel), che risolve problemi. Questi, nel giro di mezz’ora riesce a ripulire i gangstar e a far sparire l’auto. Alla fine i due sgangherati si recano proprio all’Hawtorn Grill e Jimmie racconta a Vincent la sua voglia di cambiare vita proprio perché si crede miracolato da Dio nel non essere stato colpito nemmeno da un proiettile durante la sparatoria precedente. Nel bel mezzo delle sue elucubrazioni filosofiche e religiose, Coniglietta e Zuccherino danno inizio alla loro rapina, ma per Vincent e Jules la valigia dal contenuto misterioso è troppo importante e in qualche modo riescono a convincere i due rapinatori a prendere il portafoglio ma a lasciar stare la valigia, in modo tale che i due scagnozzi riescano a portare a termine la loro tanto agoniata missione.

Jules: Ti ricordi di Antoine Rockamora? Mezzo nero, mezzo samoano, lo chiamavano Tony Rocky Horror?
Vincent: Si,mi pare,quello grasso,no?
Jules: Io non me la sentirei di chiamarlo grasso, ha problemi di peso, poveraccio che deve fare…
Vincent: Credo di sapere di chi parli. e allora?
Jules: Beh, Marcellus gli ha dato una bella ripassata. Corre voce che e’ successo per colpa della moglie di Marcellus Wallace
Vincent: Che cosa ha fatto, se l’e’ scopata?
Jules: No, no, niente di cosi’ grave. Le ha fatto un massaggio ai piedi.
Vincent: Un massaggio ai piedi… tutto qui…e allora Marcellus che ha fatto?
Jules: Ha mandato a casa sua un paio di scagnozzi, lo hanno portato sulla veranda e l’hanno buttato di peso fuori dal balcone.. un volo di 4 piani..di sotto c’era un giardinetto ben curato, con tetto di vetro, come quello delle serre.. il negro c’e’ passato attraverso. Da allora non e’ capace di esprimersi chiaramente.
Vincent: Cazzo un vero peccato.. pero’ bisogna ammetterlo quando uno gioca col fuoco prima o poi si brucia…
Jules: Che vuoi dire
Vincent: Ma che non si va a fare un massaggio ai piedi alla nuova moglie di Marcellus Wallace
Jules: Secondo te non ha esagerato..
Vincent: Beh, Antoine probabilmente non si aspettava che lui reagisse come ha fatto, ma doveva pur aspettarsi una reazione
Jules: un massaggio ai piedi, non e’ niente, io lo faccio sempre a mia madre
Vincent: no, e’ mettere le mani in modo intimo sulla nuova moglie di Marcellus Wallace. Voglio dire, e’ cosi’ grave come se gliela avesse leccata no, ma e’ lo stesso fottuto campo da gioco
Jules: ohh, aspetta fermo li’, leccargliela a una troia o farle un massaggio ai piedi non e’ esattamente la stessa cosa
Vincent: non lo e’ ma e’ lo stesso campo da gioco
Jules: non e’ neanche lo stesso campo da gioco, cazzo. Ora senti, forse il tuo metodo di massaggi e’ diverso dal mio, ma sai, toccare i piedi di sua moglie e infilare la lingua nel piu’ sacro dei suoi buchi non e’ lo stesso fottuto campo da gioco, non e’ lo stesso campionato e non e’ nemmeno lo stesso sport. Guarda, il massaggio ai piedi non significa un cazzo.
Vincent: ma tu l’hai mai fatto un massaggio ai piedi?
Jules: non venirmi a parlare di massaggi ai piedi perche’ io sono un maestro di piedi massaggiati
Vincent: e ne hai fatti molti?
Jules: cazzo, ho una tecnica che, levati, niente solletico, niente di niente
Vincent: a un uomo glielo faresti un massaggio ai piedi?
Jules: vaffanculo…
Vincent: l’hai fatto a molti?
Jules: vaffanculo
Vincent: mi sento un po’ stanco mi farebbe bene un massaggino ai piedi
Jules: basta eh, hai capito,cominciano a girarmi le palle

Beh, non è ancora il momento di cominciare a farci i pompini a vicenda!


Il secondo capitolo vede come protagonisti la bellissima e intrigante Mia Wallace, moglie del boss (Uma Thurman) e Vincent Vega che viene incaricato di portarla fuori per una sera in assenza del grande capo. Vincent, prima di andare a prendere la donna, si recherà da un suo amico e farà scorta di eroina, poi porterà la bella Mia in un locale anni ’50 dove i due si esibiranno in uno dei balletti più famosi della storia del cinema, una sorta di twist sulle note di You never can tell di Chuck Berry. I due si divertiranno molto e al ritorno a casa Mia, cocainomane, troverà nella giacca di Vincent l’eroina e spacciandola per cocaina la snifferà senza ritegno, cadendo ovviamente in overdose. Vincent accortosi dell’accaduto, porta subito Mia a casa di un amico dove le fanno un’iniezione di adrenalina grazie alla quale la donna riesce a salvarsi. Una volta sventato il pericolo i due decidono di tenere il segreto per sé e di non raccontare mai nulla a nessuno, soprattutto al temibile Marcellus.

Mia: non odi tutto questo?
Vincent: odio cosa?
Mia: i silenzi che mettono a disagio…perche’ sentiamo la necessita di chiaccherare di puttanate per sentirci piu’ a nostro agio
Vincent: non lo so… e’ un’ottima domanda
Mia: e’ solo allora che sai d’aver trovato qualcuno speciale…quando puoi chiudere quella cazzo di bocca per un momento, e condividere il silenzio in santa pace
Vincent: ma, non credo che siamo gia’ arrivati a questo, ma non te la prendere, ci conosciamo appena…
Mia: facciamo una cosa..io adesso vado in bagno a incipriarmi il naso..tu resti seduto e pensi a qualcosa da dire

[..]

Mia: hai pensato a qualcosa da dire?
Vincent: in effetti si..comunque, tu sembri una persona molto simpatica, io non voglio offenderti…
Mia: questa non ha l’aria di essere la solita frasetta noiosa lanciata la’ per fare due chiacchiere…sembra che tu abbia davvero qualcosa da dire..
Vincent: e’ cosi, pero’ tu devi promettermi di non offenderti
Mia: non si puo’ promettere una cosa del genere, io non ho idea di che cosa stai per chiedermi..la mia reazione spontanea potrebbe essere quella di sentirmi offesa..e da parte mia non avrei mantenuto la promessa..

Accidenti, è davvero buono questo frullato, non so se vale 5 dollari, ma cazzo è veramente buono!


L’ultimo capitolo è quello incentrato sulla storia del pugile Butch (Bruce Willis) a cui viene ordinato sempre da Wallace di perdere un incontro in cambio di una cospicua somma di denaro. Butch, che inizialmente acconsente, dopo decide di fare il doppio gioco e sconfigge il suo rivale sul ring, uccidendolo addirittura. Urge una fuga coi fiocchi, dato che la vendetta di Wallace non sarà per niente dolce. Butch sfreccia in taxi guidata dalla bella Esmeralda Villabos, verso l’albergo dove lo attende la fidanzata Fabienne. Prima di fuggire però si accorge che la sbadata e svampita ragazza ha dimenticato di recuperare l’orologio d’oro che suo padre gli aveva lasciato in dono facendoglielo consegnare da un amico (Christopher Walken) e quindi si reca nuovamente nel suo appartamento per recuperarlo. Una volta arrivato, recupera l’orologio ma si rende conto che non è solo in casa, perché nota una mitraglietta sul tavolo della cucina. Si tratta dell’arma di Vincent che era stato mandato da Wallace a controllare. I due si trovano faccia a faccia armati, ma è Butch a sparare per primo e a far fuori il rivale. Di ritorno dalla sua amata, al semaforo si imbatte proprio in Wallace e tra i due ha inizio un inseguimento all’ultimo sangue. Alla fine finiscono in un negozio di pegni. Il gestore, Maynard, stordisce i due uomini e chiama il suo amico Zed, un incallito stupratore. Mentre Butch viene lasciato alle “cure” del loro schiavo chiamato “Storpio”, Marcellus subisce lo stupro di Zed, ma il pugile riesce a liberarsi e mentre sta scappando decide di tornare indietro ad aiutare il suo inseguitore. Uccide Maynard e mentre sta per fare lo stesso con Zed, Marcellus gli toglie il fucile e spara al pene del suo stupratore dicendogli che le torture sono appena iniziate. I due si promettono di non raccontare niente a nessuno e si perdonano a vicenda.

Butch: dov’e’ il mio orologio..
Fabienne: sta li’
Butch: no, non c’e'…
Fabienne: hai guardato?
Butch: certo che ho guardato. Secondo te che cosa sto facendo… ma sei sicura di averlo preso?
Fabienne: si, l’ho preso dal cassetto del comodino…
Butch: sul piccolo canguro?
Fabienne: si, stava sul piccolo canguro
Butch: beh comunque, qui adesso non c’e'…
Fabienne: dovrebbe esserci…
Butch: ma si lo so anch’io che dovrebbe esserci, pero’ adesso qui non c’e’.., percio’ dove cazzo sta’?
Butch: Fabienne, quell’orologio apparteneva a mio padre… Hai idea di quante ne ha passate per farmi avere quell’orologio?… non ho tempo per i dettagli ma ne ha passate un sacco…ora, tutte queste stronzate le puoi anche bruciare, ma ti ho espressamente raccomandato di non dimenticarti DI QUEL CAZZO DI OROLOGIO… su rifletti, l’hai preso?
Fabienne: penso di si…
Butch: pensi di si, ma CHE CAZZO SIGNIFICA, O L’HAI PRESO O NON L’HAI PRESO, CAZZO…
Fabienne: allora l’ho preso
Butch: ne sei sicura?
Fabienne: …no…

Nessuno ammazza qualcuno nel mio negozio, tranne me e Zed. (campanello) Questo è Zed!

Ho una cura medioevale per il tuo culo!

 

Ma a Marsellus Wallace non piace farsi fottere da anima viva tranne che dalla signora Wallace!


Insomma, si sarà capito che Pulp fiction non è un film per tutti, che bisogna avere una certa predisposizione per riuscire ad apprezzarlo o ad amarlo all’inverosimile come me. Oltre alla storia altamente complicata ma di una bellezza inusuale e al cast stellare di attori uno più bravo e più azzeccato dell’altro, non si può non apprezzare la colonna sonora, una delle mie preferite di sempre ricca di canzoni di repertorio e di musica glamour ed elegante. Inoltre, non si può non citare la sceneggiatura originalissima piena di battute, di gag, di pillole di saggezza, di elucubrazioni filosofiche e persino di richiami alla Bibbia. L’ambientazione, o per meglio dire, le numerose ambientazioni sono spettacolari, dalla casa di Quentin Tarantino, al locale in cui avviene la rapina, al locale in cui si recano Vincent e Mia, ecc…

Ezechiele, 25:17. Il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà, conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre, perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare, e infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore, quando farò calare la mia vendetta sopra di te!

Pulp Fiction è uno di quei film che o si odiano o si amano, non ci sono vie di mezzo, proprio perché nella sua intensità e nella sua durezza sta proprio la sua forza maggiore.

Ci sarebbero un sacco di chicche nascoste da raccontare su questo film, come ad esempio il mistero della valigetta o varie curiosità e cose interessanti messe qua e là, disseminate nel corso di tutta la pellicola. Per evitare di diventare troppo prolissi vi rimando a Wikipedia o al sito dedicato proprio a Pulp Fiction che potete trovare a questo indirizzo: http://digilander.libero.it/carlito/pulpfiction.htm

Pulp fiction è un film di sicuro indimenticabile, originale e divertente al tempo stesso che non smette mai di piacermi nonostante le numerose e ripetute visioni.

Consigliato agli amanti del ” pulp”, sconsigliato alle mammolette!

Regia: 9
Recitazione: 9
Sceneggiatura: 9
Fotografia: 9
Colonna sonora: 9
Ambientazione: 9
Voto finale: 9


Sono il signor Wolf, risolvo problemi.



CITAZIONE DEL GIORNO

L’arrestarono per eccesso di velocità: andava a settanta all’ora, d’accordo, ma era nel garage… (Robert De Niro in "Re per una notte")


LOCANDINA

 

Vogliamo vivere

REGIA: Ernst Lubitsh
CAST: Carole Lombard, Jack Benny, Robert Stack, Felix Bressart, Lionel Atwill
ANNO: 1942

TRAMA:
Alle soglie della seconda Guerra mondiale la compagnia teatrale polacca diretta da Joseph Tura sta per mettere in scena una commedia antinazista, ma viene censurata dal regime di Hitler e per questo costretta a ripiegare sul più ammesso Amleto di Shakespeare. Ma gli attori, compresa la bellissima Maria Tura, moglie di Jospeh, riescono ad escogitare un modo per “vendicarsi” in qualche modo dei gerarchi nazisti per poi scappare a Londra con l’aereo di Hitler.

 


ANALISI PERSONALE

Vogliamo vivere: altro esempio di come gli italiani non riescano a tradurre un semplicissimo titolo, in questo caso To be or not to be, dal celebre Amleto di Shakespeare. Vogliamo vivere: altro esempio di commedia brillante e intelligente, che fa ridere dall’inizio alla fine con finezza ed eleganza. Vogliamo vivere: una seria di gag, situazioni farsesche, battute impedibili e affascinanti.
All’epoca il regista fu aspramente criticato proprio perché scimmiottava e trattava ironicamente temi allora così scottanti, perché così vicini, quali il regime fascista, la resitenza polacca, la guerra, ecc… Ma quello che forse allora non si era capito, è che l’intento di questo film, almeno a mio parere, è proprio quello di dissacrare in maniera intelligente e autoironica (il regista è di origini ebree) quelli che erano i mali di allora, tentando di trattarli in maniera diversa, in modo del tutto non offensivo o negativamente dissacratorio.

Il film è basato tutto sui travestimenti e sulla recitazione degli attori della compagnia teatrale che si fingono gerarchi nazisti anche grazie alla somiglianza incredibile di uno di loro con Hitler, riuscendo in tal modo a sventare una spia e a far fuori un capo nazista. Le gag non saranno poche e le risate saranno garantite. I travestimenti, infatti, sono perfetti, ma persino un bambino si sarebbe accorto dello “scherzetto”, invece, gli “stupidi” nazisti si fanno intortare in maniera colossale. Una delle gag che più fa ridere è quella nella quale Joeseph Tura recita a teatro l’Amleto e ogniqualvolta pronuncia il fatidico To be or not to be, un uomo si alza dalla sala e accorre nel camerino della bellissima moglie Maria, per corteggiarla essendosi innamorato di lei. Ed è proprio questo aviatore innamorato della bella attrice che avverte la compagnia dell’arrivo di questa spia tedesca, consigliando di recitare davvero la commedia nazista, ma nella vita reale per riuscire a sventare il tentativo di infiltrazione del tedesco.  Maria cede e non cede, tradisce e non tradisce, ma si presta benissimo ad attuare i piani della compagnia facendo innamorare di sé la spia tedesca infiltrata nella resistenza polacca. Ma le gag non finiscono di certo qui, anzi. Nel film si ride di gusto quasi ad ogni scena e ad ogni battuta, come quando assistiamo all’imitazione di Hitler da parte dell’attore Bronski, o quando il povero Joseph non riesce ad avere fortuna e bravura d’attore sul palcoscenico con l’Amleto, ma riesce benissimo ad avere entrambe le cose nella vita reale quando finge di essere qualcun altro. Insomma, si sarà capito che Vogliamo vivere non è affatto un film noioso o privo di satira, di ironia, autoironia e divertimento a gogo.

Il film ha un ritmo travolgente, una storia intrigante ed originale, soprattutto per l’epoca, ed ricco di battute esilaranti. Una vera e propria commedia che si trasforma in satira politica contro ogni tipo di oppressione che se ben studiata ed indagata risulta inutile e ridicola. Vogliamo vivere è anche un mix di ottima recitazione, superba sceneggiatura e bellissima ambientazione, tra teatro, alberghi, e sedi fasciste tutto abilmente riprodotto. Ad esempio una delle battute pungenti e significative del film è proprio quella pronunciata da un gendarme nazista:

"Se conosco Josef Tura? Oh sì, lo ricordo: trattava Shakespeare come noi trattiamo la Polonia".

Alla fine, Maria e Joseph, il quale si trova nuovamente a recitare l’Amleto assistendo ulteriormente alla dipartita di uno spettatore alla celeberrima battuta: To be or not to be, saranno felici e contenti in uno dei finali più divertenti della storia della commedia. Sembra paradossale che nella pellicola vediamo Carole Lombard scendere sana e salva da un aereo, mentre nella vita reale non potè assistere alla prima del film, perché morì proprio in un incidente aereo.

Il film è così esilarante e divertente che il mitico Mel Brooks non poteva trarne che un remake, intitolato appunto Essere o non essere, del 1983.
Consigliato agli ironici e gli autoironici, sconsigliato ai musoni pesanti!!!

 
Regia: 8,5
Sceneggiatura: 9
Recitazione: 9
Fotografia: 8
Colonna sonora: 8
Ambientazione: 8,5
Voto finale: 8,5

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Io sono niente: senza vita, senza anima, odiato e temuto. Sono morto per tutta l’umanità. Ascoltatemi: io sono il mostro che gli uomini che respirano bramerebbero uccidere. Io sono Dracula. (Gary Oldman in "Dracula di Bram Stoker")

 


LOCANDINA

 

Brian De Palma

Ed eccoci arrivati al genietto delle immagini e della tecnica cinematografica: Brian De Palma. Non potevo assolutamente non menzionarlo tra i miei registi preferiti, perchè con i suoi Scarface, Carlito’s way e Gli intoccabili, sono cresciuta e mi sono appassionata a questo strabiliante e fantastico mondo che è il cinema. Crescendo poi ho recuperato anche i suoi primi e originalissimi lavori, che di sicuro non mi sono entrati nel cuore come i film precedentemente menzionati, ma che sono sicuramente dei piccoli gioielli di perfezione tecnica e di originalità, basti pensare al grottesco Vestito per uccidere accomunato come genere e contenuti a Omicidio a luci rosse (che però non è riuscito a piacermi particolarmente) o il bellissimo Carrie-lo sgurado di Satana tratto da un romanzo di Stephen King. De Palma che è stato considerato da una rivista americana il migliore regista della suspance e del thriller, si è inizialmente ispirato ad Alfred Hitchcock per poi assumere uno stile tutto suo, inconfondibile e inimitabile: lo stile De Palma!


«La cinepresa mente per tutto il tempo. Mente ventiquattro volte al secondo»


Informazioni tratte da Wikipedia

Brian Russell De Palma (Newark, New Jersey, USA, 11 settembre 1940) è un regista e sceneggiatore
E’ considerato uno dei registi che hanno contribuito alla New Hollywood.
statunitense di origini italiane.

Carriera

Il primo lungometraggio di De Palma Murder à la Mode (1968) ottiene da subito un buon successo; subito dopo lavora con l’esordiente Robert De Niro in Ciao America! (1968) e Hi, Mom! (1970).

Grazie a queste prime opere, nelle quali dimostra già un grande talento, e nonostante sia ancora un regista esordiente, riesce a lavorare con attori di un certo spessore come Robert Mitchum in Dionisio nel ’69 (1970), Charles Durning in Le due sorelle (1973), Rod Steiger e Orson Welles nella commedia Conosci il tuo coniglio (1972), ancora Welles, affiancato da Robert Shaw, in Il fantasma del palcoscenico1974). Grazie a quest’ultimo De Palma ottiene fama internazionale. (

Carrie, lo sguardo di Satana (1976), tratto da un romanzo di Stephen King, con John Travolta e Sissy Spacek, e Complesso di colpa (1976), nel quale De Palma dirige due colleghi registi come Cliff Robertson e John Carpenter, confermano De Palma come uno dei registi più apprezzati del momento.

Minor successo, sia di pubblico che di critica, ottengono i successivi Vizietti familiari (1978), una commedia, e Fury (1978), entrambi con Kirk Douglas; nel secondo De Palma adopera alcune tecniche che Dario Argento aveva usato in Profondo rosso (1975).

Dopo Vestito per uccidere (1980) arrivano i grandi successi come Blow Out (1981), con John Travolta, e Scarface (1983), sceneggiato da Oliver Stone che si rifà al capolavoro di Howard Hawks e Ben Hecht del ’32, decidendo di impiegare il suo attore favorito, Al Pacino, nel ruolo che fu di Paul Muni e di affiancarvi la splendida ed allora poco conosciuta Michelle Pfeiffer. Anche Omicidio a luci rosse (1984) ottenne un buon successo, benché i produttori volessero Robert Redford o Paul Newman al posto di Craig Wasson.



Dopo l’insuccesso di Cadaveri e compari (1986), torna al successo con uno dei suoi capolavori assoluti, Gli Intoccabili (1987), con un cast all-star: Kevin Costner, Robert De Niro, Andy Garcia e Sean Connery, il quale – scelto all’ultimo dal regista, che aveva optato precedentemente per Kirk Douglas, Gene Hackman James Stewart – vincerà un Oscar come "miglior attore non protagonista". e

Ottiene un discreto successo anche con Il falò delle vanità (1990), con Tom Hanks, Melanie Griffith e Tippy Heldren, e torna a lavorare con Al Pacino in Carlito’s Way (1993), rifiutando Dustin Hoffman.

Dopo aver diretto Tom Cruise in Mission: Impossible (1996), seguono due "flop" come Omicidio in diretta (1998), con Nicolas Cage, e il fanta-horror Mission to Mars (2000), con Tim Robbins e Gary Sinise.

Recentemente è stato distribuito il suo ultimo film, The Black Dahlia, tratto dal romanzo di James EllroyDalia nera, con Josh Hartnett, Scarlett Johansson e Hilary Swank.

Il suo prossimo progetto, in pre-produzione, sarà l’horror Toyer, atteso per il 2007. Si vocifera, inoltre, di un prequel de Gli intoccabili. Il nuovo film, intitolato The Untouchables: Capone Rising, dovrebbe raccontare l’asces  a al potere del boss italo-americano, vista attraverso gli occhi di Malone, il poliziotto di origine irlandese interpretato nella pellicola originaria da Sean Connery.Si vocifera che tra i progetti del regista ci sia il film Redacted, storia di una ragazza irachena violentata e uccisa da un gruppo di americani. Il film è previsto per il 2007.

Curiosità


Filmografia


BRIAN DE PALMA, l’artigiano delle immagini
"Mi piace soprattutto prendere il pubblico alla sprovvista"


Taxi driver

REGIA: Martin Scorsese
CAST: Robert De Niro, Jodie Foster, Cybill Shepherd, Harvey Keitel, Peter Boyle
ANNO: 1976

TRAMA:

Travis Bickle, ex veterano della Guerra del Vietnam, soffre di insonnia acuta e per questo si mette a fare il taxista di notte, cosa che lo porta ad osservare un mondo dal quale si sente completamente escluso ed estraneo, un mondo fatto di prostitute, papponi e delinquenti. Ma anche quando si confronta col resto dell’umanità, come la bella Betsy, aiutante del senatore Palantine, le cose non sembrano andare meglio, anzi. Quando conoscerà la tredicenne Iris, prostituta di professione maltrattata dal pappone Sport, tenterà in tutti i modi di salvarla e riscattarla, arrivando ad un epilogo a dir poco sconcertante.

 


ANALISI PERSONALE

Taxi driver, come dire, il cinema, anzi il Cinema. Taxi driver un cult per ogni generazione, sia quelle coeve all’uscita del film che le nostre. Un film che si adatta benissimo ad ogni epoca, luogo, tempo e spazio. Un film che rimane e rimarrà nella storia della cinematografia per la sua estrema bellezza e perfezione. Un film che ho visto da piccola, ma che sono riuscita a comprendere e ad apprezzare solo durante visioni successive. Taxi driver, un piccolo grande gioiello di regia, di recitazione, di sceneggiatura. Uno Scorsese al meglio di sé e un De Niro strepitoso, quasi geniale. Taxi driver, un capolavoro.

Mai come in questo caso sono stati comunicati ed espressi sentimenti e situazioni così forti e così difficili da raccontare, come la solitudine, l’alienamento, l’emarginazione, la depressione, l’insonnia. Mai come in questo caso l’attore si è calato talmente tanto nella parte da sembrare davvero Travis e non più Robert, da sembrare davvero il taxista solitario e un po’ fuori di sé che ammiriamo nel corso della pellicola, mentre trasporta prostitute come la piccola Iris, mentre mangia solo nel suo squallido appartamento, mentre fa esercizi per migliorare il proprio corpo, mentre si allena con la pistola davanti allo specchio pronunciando una delle citazioni cinematografiche più originali e più famose al mondo:

 «Ma dici a me? Ma dici a me? … Ma dici a me? Ehi con chi stai parlando? Dici a me? Eh, non ci sono che io qui. Dì, ma con chi credi di parlare tu?»

 La curiosità sta nel fatto che questo dialogo con se stesso, non era presente nel copione dove c’era semplicemente scritto: Travis si guarda allo specchio, ma De Niro per rendere il suo personaggio reale e per calarsi ulteriormente nella parte diede questo tocco in più che poi il regista ha trovato talmente bello da lasciarlo nel montaggio. Prova, questa, dell’assoluta genialità e maestra di uno degli attori più “mostruosi” che il cinema abbia mai conosciuto. Ogni singola movenza ed espressione, il tono e la forza di significato che dà alle parole, rendono Travis uno dei personaggi cinematografici più caratterizzati e meglio riusciti. Un personaggio che incarna sentimenti quali l’alienazione e la completa estraniazione dalla società, molto comuni tra coloro che parteciparono alla guerra del Vietnam, ma tutt’ora attuali e validi per moltissime persone che si sentono escluse o che si autoescludono da un mondo che non li accetta o che loro non accettano.

«Vengono fuori gli animali piu’ strani, la notte: puttane, sfruttatori, mendicanti, drogati, spacciatori di droga, ladri, scippatori. Un giorno o l’altro verrà un altro diluvio universale e ripulirà le strade una volta per sempre»

 Ma Travis, aveva ancora una speranza, credeva che non tutti fossero come la “spazzatura” che inonda i marciapiedi di notte. Quando, però, si innamora della bella segretaria Betsy che sembra invece avere quasi paura di lui, dentro il nostro “eroe” scatta la molla del disagio fino ad arrivare al punto di non ritorno. Si taglia i capelli in stile Mohawk (come solevano fare alcuni soldati durante la guerra in Vietnam) e tenta di ammazzare il senatore Palantine durante un’orazione pubblica. Tutta la sequenza della preparazione dell’attentato, poi sventato dalle guardie del corpo, è di una bellezza memorabile, piena di pathos, di ansia e di adrenalina.

 


Travis, comunque, non si fa scoraggiare e una volta conosciuta Iris, decide di salvarla a tutti i costi dal terribile Sport (un impedibile Harvey Keitel con tanto di parruccone nero), tentando di farla tornare dai suoi genitori e soprattutto agli studi. La ragazza, all’inizio consenziente, si farà nuovamente intortare dal pappone che le promette mari e monti dicendole di amarla e decide di non voler essere più “salvata”, ma il taxista è ormai deciso a porre fine a tutto quel sudiciume e a quella corruzione e in uno dei finali più fortemente visivi e di grande impatto della storia del cinema, si reca alla casa di Sport, uccidendo prima lui, poi altre persone tra cui un cliente della piccola e indifesa Iris (Jodie Foster all’epoca tredicenne ricorda ancora la straordinarietà di quella scena).

 «State a sentire stronzi figli di puttana io ne ho abbastanza, ho avuto anche troppa pazienza e non ho intenzione di… State a sentire stronzi, figli di puttana io ne ho abbastanza, ho avuto anche troppa pazienza, ho avuto anche troppa pazienza, ho avuto troppa pazienza con voi sfruttatori, ladri, drogati, assassini, vigliacchi. Ho deciso di farla finita, ho deciso di farla finita, ho deciso di…»

Quello che segue, e cioè il finale vero e proprio, è ancora aperto al dibattito e a varie chiavi di lettura. Vediamo Travis in ospedale e appesi al muro una lettera dei genitori di Iris che lo ringraziano per la sua buona azione e degli articoli di giornale che inneggiano all’eroismo del taxista che ha sfidato la criminalità. Inoltre, assistiamo ad un ultimo incontro con la bella Betsy, subito dopo il quale vediamo il taxista aggiustare nervosamente lo specchietto del suo taxi. In realtà, non si capisce bene se questa sia solo una visione di Travis in fin di vita o se sia la realtà. Nel primo caso possiamo quasi intuire la persistenza del “problema” di Travis non affatto guarito dalle sue patologie nel secondo caso, invece, possiamo riflettere su come sia ironico e inaspettato il destino: se Travis avesse ucciso Palantine sarebbe stato considerato un criminale, uccidendo dei criminali invece, viene considerato un eroe dai mass media. L’alienato, l’escluso, il depresso è diventato quindi un salvatore di giovani donzelle in pericolo.

"In ogni strada di questo paese c’è un nessuno che sogna di diventare qualcuno. E’ un uomo dimenticato e solitario che deve disperatamente provare di essere vivo."
«I giorni non finiscono mai»

Inutile dire che il film è tecnicamente quasi perfetto. Una colonna sonora, firmata Herrmann, davvero da brivido, una sceneggiatura ispirata a Dostoevskij, del fidato collaboratore di Scorsese, Paul Schrader, davvero profonda e ricca di bellissime citazioni e riflessioni sull’esistenza e un’ambientazione a dir poco perfetta, con queste strade notturne piene di prostitute e criminali e la casa di Travis così spoglia e incolore, proprio come lui, testimonianza dell’immensa solitudine e tristezza che contrassegna la sua vita.

Taxi driver è insomma, un film straordinario, unico nel suo genere, che ha fatto innamorare chi davvero è appassionato di cinema, quello vero, quello forte, quello bello.

Taxi Driver fu un successo commerciale, ricevette diverse nomination al Premio Oscar e fu premiato al Festival di Cannes con la  Palma d’Oro. Negli anni successivi è stato inserito al 47° posto nella lista AFI’s 100 Years… 100 Movies redatta dall’ American Film Institute. É stato inoltre inserito tra le pellicole storiche da salvaguardare del National Film Registry.

Consigliato agli amanti di Scorse e De Niro, nonché a tutti gli amanti del Cinema, sconsigliato alla gente “leggera”.

 

Regia: 9
Sceneggiatura: 9
Recitazione: 10
Fotografia: 8,5
Colonna sonora: 9
Ambientazione: 9
Voto finale: 9,5

 

«La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita, dappertutto. Nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi, dappertutto. Non c’è scampo: sono nato per essere solo»

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Siamo in missione per conto di Dio. (dal film "The Blues Brothers")

 


LOCANDINA