La 25° ora

REGIA: Spike Lee

CAST: Edward Norton, Brian Cox, Philip Seymour Hoffman, Rosario Dawson, Barry Pepper, Anna Paquin
ANNO: 2002

TRAMA:

Monty Brogan ex spacciatore uscito dal giro, è stato incastrato da una soffiata e sta per andare in carcere per sette anni. Ha solo 24 ore per sbrigare le ultime cose e dire addio ai suoi cari e alla sua città per poi rifugiarsi col pensiero nella 25° ora in cui tutto è possibile.

 




ANALISI PERSONALE

Spike Lee sforna il suo capolavoro, regalandoci una pellicola dai sapori forti, intensi e profondi. Avvalendosi di un cast eccezionale, primo su tutti un Edward Norton ai limiti della perfezione artistica, racconta la storia di un uomo che è poi la storia della stessa New York “tradita” da quel nefasto 11 settembre e mai più uguale a prima. Si può quasi asserire che la vera protagonista sia lei e non il serafico e silenzioso Monty. Anzi si potrebbe addirittura presupporre che New York e Monty siano la stessa cosa: entrambi traditi, entrambi ardentemente desiderosi di una rinascita.
Monty (Edward Norton), ormai uscito dal giro dello spaccio e della malavita, ha deciso di vivere tranquillamente con la sua fidanzata Naturelle (una carnosa e passionale Rosario Dawson), se non fosse che a causa di una soffiata (magari di Naturelle stessa) in casa sua vengono trovati chili di droga e pacchi di soldi. Restio a fare i nomi dei suoi collaboratori a Monty non resta altro che “beccarsi” sette anni di carcere. Nel suo ultimo giorno di libertà deve sbrigare parecchie faccende: affidare il suo cane Doyle a qualcuno (cane che egli stesso aveva salvato da morte sicura e che quindi gli è fedelissimo), chiarirsi con suo padre James (un egregio Brian Cox), ex pompiere ora gestore di un pub, salutare la sua fidanzata e i suoi migliori amici d’infanzia, Jacob (il sempre adeguatissimo Philip Seymour Hoffman) timido professore invaghitosi di una sua giovane e strampalata studentessa (la “psichedelica” Anna Paquin) e Frank (l’incisivo Barry Pepper) abile agente di borsa.
Frank e Jacob sono gli amici del passato, quel passato nel quale Monty frequentava la scuola, riceveva borse di studio e giocava a basket, ma col passare del tempo circostanze avverse hanno portato il nostro anti-eroe a percorrere strade diverse e a circondarsi di gente poco raccomandabile come la cricca di zio Nikolai e dei suoi scagnozzi, cricca della quale Monty fa parte e per la quale lavora, un po’ per fare sempre più soldi un po’ per aiutare suo padre vessato dai mafiosi che gli chiedevano il pizzo.

Ventiquattro ore non sono moltissime per accomiatarsi da un siffatto numero di persone, ma Monty dovrà mettercela tutta, dato che non rivedrà nessuno di loro per sette lunghi anni, e forse molti di più. Il ragazzo si interroga sul suo futuro, ma soprattutto sulle sue scelte passate che l’hanno portato a rovinare tutto e ad arrivare ad un punto di non ritorno. Pentimento e rimorso si rincorrono nei suoi pensieri, ma a farla da padrone è l’odio riversato dapprima sulla sua città, ma poi inevitabilmente su sé stesso, l’unico vero artefice delle sue “sfortune”.
Ad interrogarsi sulla sua sorte non è solo lui, anche i suoi amici parlano a lungo di come sarà la loro vita e quella di Monty d’ora in avanti. Jacob, più fiducioso, prevede di riconciliarsi a lui non appena trascorsi i sette anni di prigionia, Frank altamente pessimista è del parere che per Monty ci siano solo tre strade da percorrere: scappare per sempre, suicidarsi o andare in prigione e morire comunque per mano degli altri carcerati violenti e spietati. Tutte le opzioni lo separeranno per sempre da loro e quindi non ci sarà più una possibilità di riconciliazione.



Tra una bevuta al bar e una serata in discoteca, Monty saluterà (forse per sempre) la sua città dal quale è legato da un potente sentimento di odio-amore ma comunque da un senso di forte appartenenza e tutti i suoi cari, soprattutto l’adorata Naturelle della quale si pente di aver dubitato.
Accompagnato dal padre verso la prigione, avrà il tempo di rifugiarsi nella 25° ora, quella che non esiste e nella quale quindi si può immaginare un futuro diverso, magari migliore. Ma chissà se Monty avrà il coraggio e la forza di realizzare i suoi desideri…

La 25° ora è uno struggente omaggio alla New York post 11 settembre, una città dilaniata dal dolore, ma anche dall’odio e dalla paura. Una città che tenta di ricostruirsi sulle sue macerie, cerando di mantenere la sua dignità così come fa Monty che preferisce farsi pestare a sangue dal suo più caro amico, piuttosto che presentarsi in prigione col suo faccino pulito rischiando di essere violentato e magari ucciso. Con un montaggio da capogiro e un commento musicale maestoso ed elegantissimo il film narra intensamente una storia senza via d’uscita, senza possibilità di redenzione. Il regista da sfoggio della sua maestria girando delle sequenze memorabili come quella del monologo di Monty in bagno davanti allo specchio (scena che ricorda lontanamente il Travis di Taxi Driver) o quella finale nella quale ci viene mostrata la fatidica 25° ora. Scene degne di essere ricordate, che rimangono impresse per la loro estrema bellezza e profondità. Accompagnata da un’importante fotografia che disegna alla perfezione New York e tutti i suoi aspetti e che si fa più particolare ed originale quando va a sottolineare i sentimenti contrastanti dei vari protagonisti (è contrassegnata dal rosso, il colore del peccato quando Jacob bacia in bagno la sua allieva o dal blu, il colore della tristezza, quando Monty confessa a Frank di essere stato uno stupido a rovinare tutto così e gli chiede se è disposto a fare qualsiasi cosa per alleggerirgli il soggiorno in prigione); la pellicola rimane impressa per la sua estrema bellezza ed eleganza, entrambe dovute oltre a tutti gli aspetti già elencati (fotografia particolarissima, colonna sonora struggente e profonda, ambientazione estremamente caratterizzata, regia curatissima e recitazione sublime), ad una possente sceneggiatura che è forse il fulcro dell’intero film. Sceneggiatura molto diretta e dai toni forti che si contrappone forse all’eleganza formale e narrativa della pellicola, ma che proprio per questo rende il risultato finale estremamente eterogeneo ma del tutto apprezzabile. Di particolare interesse (oltre al già citato intensissimo monologo di Monty allo specchio) i dialoghi pregni di domande e di mezze risposte tra Jacob e Monty e il “racconto” finale di cosa sarebbe potuto succedere ma che forse non è successo mai.

Quel che rimane alla fine è la sensazione di aver visto un piccolo gioiellino cinematografico e soprattutto di aver assistito all’ennesima prova attoriale di uno dei migliori interpreti dei giorni nostri, tale Edward Norton che non a torto è stato identificato come il nuovo Robert De Niro. Spike Lee, abbandonano i temi polemici e politici a lui cari, dà ampio sfoggio delle sue qualità registiche e ci regala un film pulitamente emozionante e decisamente indimenticabile.

Regia: 9
Sceneggiatura: 9
Recitazione: 9
Fotografia: 9
Colonna sonora: 9
Ambientazione: 9
Voto finale: 9

"Sì, vaffanculo anche tu. Affanculo io? Vacci tu! Tu e tutta questa merda di città e chi la abita. No, no, no, no. In culo ai mendicanti che mi chiedono soldi. In culo ai lavavetri che mi sporcano il vetro pulito della macchina. Ehi! Che ti avevo detto? Cercati un lavoro, stronzo! Smettila subito! In culo ai Sikh e ai pachistani che vanno per le strade a palla con i loro taxi decrepiti che puzzano di curry da tutti i pori. Mi mandano in paranoia le narici. Aspiranti terroristi! E rallentate, cazzo! In culo ai ragazzi di Chelsea con il torace depilato e i bicipiti pompati, che lo succhiano a vicenda nei miei parchi. E te lo sbattono in faccia su Gay Channel. In culo ai droghieri coreani con le loro piramidi di frutta troppo cara, con i loro fiori avvolti nella plastica. Sono qui da dieci anii e non sanno ancora mettere due parole insieme. In culo ai russi di Brighton Beach. Mafiosi e violenti, seduti nei bar a sorseggiare il loro tè, con una zolletta di zucchero tra i denti. Rubano, imbrogliano e cospirano. Tornatevene da dove cazzo siete venuti! In culo agli ebrei ortodossi, che vanno su e giù per la quarantasettesima, nei loro soprabiti imbiancati di forfora, a vendere diamanti del Sudafrica dell’apartheid. In culo agli agenti di Borsa di Wall Street, che pensano di essere i padroni dell’Universo. Quei figli di puttana si sentono come Michael Douglas-Gordon Gekko e pensano a nuovi modi per derubare la povera gente che lavora. Sbattete dentro quegli stronzi della Enron a marcire per tutta la vita. E Bush e Cheney non sapevano niente di quel casino? Ma fatemi il cazzo di piacere! In culo alla Tyco, alla ImClone, alla Adelphia, alla WordCom! In culo ai portoricani, venti in una macchina, che fanno crescere le spese dell’assistenza sociale. E non parliamo di quei pipponi dei dominicani! Al loro confronto i portoricani sono proprio dei fenomeni. In culo agli italiani di Bensonhurt, con i loro capelli impomatati, le loro tute di nylon, le loro medagliette di Sant’Antonio. Che agitano la loro mazza da baseball firmata Jason Giambi. Sperando in un’audizione per I Soprano. In culo ai negri di Harlem. Non passano mai la palla, non vogliono giocare in difesa, fanno cinque passi per arrivare sotto canestro, poi si girano e danno la colpa al razzismo dei bianchi. La schiavitù è finita centotrentasette anni fa. E muovete le chiappe, è ora! In culo ai poliziotti corrotti che impalano i poveri cristi e li crivellano con quarantuno proiettili. Nascosti dietro un muro d’omertà. Avete tradito la nostra fiducia! In culo ai preti, che mettono le mani nei pantaloni dei bambini innocenti. In culo alla chiesa, che li protegge non liberandoci dal male. E dato che ci siamo, ci metto anche Gesù Cristo. Se l’è cavata con poco. Un giorno sulla croce, un weekend all’inferno, e poi gli alleluia degli angeli per il resto dell’eternità. Provi a passare sette anni nel carcere di Otisville. In culo a Osama Bin Laden, a Al Qaeda e a quei cavernicoli retrogradi dei fondamentalisti di tutto il mondo. In nome delle migliaia di innocenti assassinati, vi auguro di passare il resto dell’eternità con le vostre settantadue puttane ad arrostire al fuoco lento dell’inferno. Stronzi cammellieri con l’asciugamano in testa, baciate le mie nobili palle irlandesi! In culo a questa città, e a chi ci abita. Che bruci fino a diventare cenere, e che le acque si sollevino e sommergano questa fogna infestata dai topi. No. No, in culo a te, Montgomey Brogan. Avevi tutto e l’hai buttato via, brutta testa di cazzo! "


CITAZIONE DEL GIORNO

La verità non esiste, sono solo punti di vista. (da "The life of David Gale")



LOCANDINA

Primo amore

REGIA: Matteo Garrone

CAST: Vitaliano Trevisan, Michela Cescon
ANNO: 2004

TRAMA:

Vittorio, orafo di professione, ha una sorta di fissazione ossessiva per le donne estremamente magre al limite dell’anoressia. Quando incontra Sonia, in un appuntamento al buio, la vita di entrambi cambierà inesorabilmente…

 




ANALISI PERSONALE

Dopo averci colpito con la sconcertante storia de L’imbalsamatore, Garrone torna a sorprenderci con questa sua nuova pellicola dal titolo fuorviante: Primo amore. Ma nel film ad essere raccontato non è l’amore come lo conosciamo o come l’abbiamo sempre visto al cinema. Ad esserci mostrata è l’altra faccia della medaglia, quella costituita da un forte egoismo, dalla paranoia, dall’ossessione e soprattutto dalla possessione, come se la persona amata sia un nostro oggetto di cui disporre come meglio preferiamo.

Vittorio e Sonia si incontrano tramite un’inserzione su un giornale, ma inizialmente le cose sembrano non andare bene tra i due perché l’orafo non appena incontra la donna le dice che se l’aspettava molto più magra, nonostante questa possa pesare non più di 55 chili. Decisa a tornarsene a casa, Sonia accetta un caffè dal suo “spasimante”, ma l’imbarazzo aleggia nell’aria e lei non vede l’ora di andarsene. Vittorio però la convince a restare e i due sembrano fare amicizia. L’unico problema per lui è che Sonia crede di essere più magra di quello che è, dovrebbe dimagrire almeno di 10 chili per entrare nelle sue grazie. Il suo ideale di donna è quello nella quale il corpo e la testa sono perfettamente fusi e “combacianti” e di solito ha sempre trovato solo il corpo e non la testa. Questa volta, invece, sembra essersi estremamente interessato alla testa di Sonia e l’unico problema rimane il suo corpo, per lui ancora troppo in carne.
I due cominciano a frequentarsi e si innamorano l’uno dell’altra, forse in maniera troppo veloce dato che vanno subito a vivere insieme in un casolare in campagna che Vittorio ha comprato appositamente per andarci a vivere con la sua Sonia. Molto presto il loro amore diventa una relazione “malata”, dato che Vittorio comincia a modellare il corpo di Sonia a suo piacimento, costringendola ad una sorta di digiuno per farla diventare del peso giusto e cioè 40 chili. Sonia, accecata dall’amore, fa di tutto per accontentare il suo uomo e si sottopone a questa dieta al limite dell’umano. I due diventeranno dipendenti l’uno dall’altro: Vittorio farà piazza pulita intorno a sé, abbandonando lavoro e amici e Sonia cadrà sempre più nel baratro dell’inadeguatezza fisica ma soprattutto mentale.
Ma il fisico e soprattutto la mente di Sonia cominciano a cedere ai morsi della fame e quando la donna verrà scoperta a mangiare più del dovuto, si arriverà ad un tragico epilogo.

Colpisce come un pugno allo stomaco questo film che racconta le ossessioni e le paranoie di un uomo “malato” che forse è consapevole di avere qualcosa che non va, tanto da recarsi puntualmente da uno psicologo che cerca di aiutarlo invano, dato che Vittorio (Vitaliano Trevisan, anche co-sceneggiatore) è un uomo saccente, prepotente, al limite dell’antipatico. Si fa odiare dai suoi operai, dai suoi amici, caduto ormai nella spirale dell’ossessione verso Sonia (Michela Cescon) che deve riuscire a tutti i costi a modellare a suo piacimento. Ma a fargli da contraltare abbiamo una donna piena di gioia di vivere che man mano si appassisce, forse guidata da una bassa autostima e sicurezza in sé stessa che la spinge ad affidarsi nelle mani di Vittorio.

I due protagonisti sono interpretati perfettamente dai due interpreti che riescono a donare le giuste sfaccettature a Vittorio estremamente antipatico e pieno di sé e a Sonia assoggettata completamente al volere del suo uomo fino ad avere un impulso di vita che la porta a lottare per la sua “salvezza”. Ma il finale aperto lascia lo spettatore col dubbio sui destini dei due protagonisti.  
Impressionante la trasformazione fisica dell’attrice che durante le riprese è dimagrita davvero di molti chili e suggestive le atmosfere che si trasformano da eccessivamente cupe quando Vittorio è ancora solo nel suo appartamento in città a delicatamente amene quando i due protagonisti vanno a vivere insieme nella villa in campagna, segno del cambiamento interiore di Vittorio che finalmente trova la felicità in Sonia e viceversa.
La storia di per sé molto particolare ed interessante viene narrata tramite una regia molto originale (tipica di Garrone) che ci regala delle inquadrature stupende, come quelle del corpo di Sonia inizialmente bello da guardare (tanto che la donna posa come modella d’arte) e poi pian piano sempre più appassito, quasi inesistente con le ossa in bella vista. Ossa che Vittorio ama accarezzare e di cui va sicuramente fiero, dato che è grazie a lui e al suo comportamento da “gendarme” che Sonia può dirsi “contenta” del suo nuovo aspetto. Il regista, inoltre, ci mostra Sonia e Vittorio che fanno un giro in barca e i loro primissimi piani sono estremamente sfocati, indistinguibili segno del loro estraniamento totale dal mondo circostante. Ma “rovinare” (seppur leggermente) questa bellezza registica, tecnica e narrativa ci sono delle scelte non proprio condivisibili che abbassano (anche se non di molto) il livello della pellicola a partire dalla tragedia finale a mio avviso sicuramente evitabile. Ma anche la scena in cui Sonia, al ristorante con Vittorio, comincia a mangiare disperatamente tutto quello che le si para davanti, arrivando fino in cucina a pregare il cuoco di darle un po’ di purè. Incompresa rimane anche la figura del fratello di Sonia che viene solo abbozzato ma di cui non si capisce il ruolo effettivo.

Evitando questi sensazionalismi al limite del tragi-comico e trovando un finale sicuramente più difficile ma almeno meno scontato soprattutto nella spiegazione dell’ossessione di Vittorio, questo film sarebbe potuto essere un vero e proprio capolavoro, accompagnato dalle stupende, struggenti e malinconiche musiche della Banda Osiris e contrassegnato da un’ottima sceneggiatura che delinea perfettamente ciascun personaggio (interessante l’idea di far parlare gli attori  in dialetto veneto, cosa si fa solare e luminosa per poi tornare ad incupirsi inesorabilmente.
Sicuramente un’ottimo prodotto che innalza il valore del cinema nostrano, Primo amore è un film che rimane impresso per la forza narrativa e la potenza visiva delle immagini. Un’ulteriore prova della maestra di Garrone che va ad aggiungersi a quella schiera (non molto numerosa, ma sicuramente valente) di registi italiani degni di questo nome.

Regia: 8
Recitazione: 8,5
Sceneggiatura: 7,5
Fotografia: 7,5
Colonna sonora: 8,5
Ambientazione: 8
Voto finale: 8

 




CITAZIONE DEL GIORNO

La cellulite? 9 volte su 10, se una donna non ce l’ha, è un travestito. Perciò se vostro marito o il vostro fidanzato la disprezza, sappiate che è gay. (da "Ravanello pallido")



LOCANDINA


Paris, Texas

REGIA: Wim Wenders

CAST: Harry Dean Stanton, Dean Stockwell, Aurore Clèment, Hunter Carson, Nastassja Kinski
ANNO: 1984

TRAMA:

E’ la storia di un uomo, Travis che lotta per ricostruire gli ultimi quattro anni della sua vita e che si ricongiunge, non senza difficoltà, con i suoi famigliari tra cui suo fratello e il suo piccolo figlioletto.

 




ANALISI PERSONALE

Paris, Texas è una sorta di compromesso tra il road movie e il film “familiare”, dato che Travis (Harry Dean Stanton) compie un lunghissimo viaggio in auto per ricongiungersi prima al figlio e dopo alla moglie.

Il film comincia proprio con lui che vaga nel deserto con una tanica vuota di benzina in mano. Indossa un abito ormai consunto e un cappellino rosso. Ha la barba lunga e sembra aver perso l’uso della parola. Quando sviene per la stanchezza nella stazione di servizio, viene accudito da un uomo che trova nella sua tasca un numero di telefono. E’ quello di suo fratello Walt (Dean Stockwell), che lo credeva ormai morto dato che non aveva sue notizie da ben quattro anni. Non appena ricevuta la telefonata dal Texas, vi si reca per andare a riprendere suo fratello. Walt tenterà di comunicare con Travis, ma questi sembra quasi estraniato dal mondo e continua a scappare e a dirigersi muto verso un punto non definito del deserto. Quando finalmente si decide a rimanere con suo fratello e a tornare a casa da suo figlio Hunter di 8 anni, comincia a viaggiare accanto a Walt, piuttosto che sui sedili di dietro e soprattutto comincia a parlare e ad aprirsi. Tra le sue cose, porta con sé delle fotografie: una di sua moglie Jane (Nastassja Kinski) e suo figlio e l’altra di un lotto di terra nel deserto. Un lotto di terra situato a Paris in Texas, luogo nel quale Travis fu concepito dai suoi genitori. Travis non ricorda bene cosa gli sia successo negli ultimi quattro anni, ha solo qualche flash di memoria, che nel corso del lungo viaggio verso Los Angeles condividerà con suo fratello. I due sfrecciano con la loro auto fra le strade deserte del Texas fino ad arrivare in California (Travis si è rifiutato di volare). Ad attenderli ci saranno Anne, la cara cognata che accoglierà Travis a braccia aperte e il piccolo Hunter che eviterà (almeno inizialmente) il contatto con quell’uomo che non riesce a vedere come un padre. Ma Travis riuscirà a farsi benvolere e non solo da suo figlio. Si occuperà della casa, andrà ogni giorno all’uscita di scuola a prendere Hunter, giocherà con lui a fare il papà fino a quando la stessa Anne non gli dirà di essere stata in contatto con Jane nel corso degli anni e si sapere in che luogo vive.
Spinto dal desiderio di riunire la sua famiglia, Travis deciderà di andare a Huston ad incontrare sua moglie e il piccolo Hunter deciderà di andare con lui alla ricerca della sua mamma. Inizia il secondo viaggio, questa volta più breve, ma sicuramente più intenso. Un viaggio che unirà ancora di più il padre col proprio figlio e che porterà ad una conclusione sofferta, ma sicuramente giusta.
Una volta arrivati a Huston (Anne aveva detto a Travis che ogni mese Jane si reca in una banca per fare dei versamenti a nome di Hunter), Travis e Hunter vanno all’inseguimento dell’auto rossa nella quale il bambino ha creduto di vedere sua madre ed arrivano ad una scoperta incredibile.

La giovanissima Jane lavora in una sorta di “bordello” nel quale le donne consolano i propri clienti senza poterli vedere né toccare dato che sono separati da un doppio vetro che permette solo agli avventori di guardare la propria interlocutrice. Mentre Hunter aspetta diligentemente in macchina che suo padre vada a parlare con sua madre, Travis non trova il coraggio di rivelare la sua identità a sua moglie, sconcertato e sconfortato dalla dolorosa scoperta. Ed è così che capisce di non poter avverare il sogno di riunire la sua famiglia magari a Paris lì dove era stato concepito e decide di lasciare suo figlio con la madre e di ricominciare a vagabondare.
Si reca nuovamente a far visita a Jane ma questa volta (tramite un racconto da brivido nel quale finalmente capiamo che fine avevano fatto questi due genitori in quei quattro anni) svela la sua identità e le dà indicazioni su come raggiungere loro figlio, promettendole (falsamente) di potersi finalmente riunire.

Paris, Texas è un film molto intenso ma al contempo molto semplice. Racconta dei sentimenti importantissimi come l’amore fraterno, l’amore paterno, l’amore per i figli o per la donna amata in maniera delicata e molto graziosa. A spiccare per espressività, emotività e forza comunicativa è Harry Dean Stanton nel ruolo di Travis, un uomo particolare e singolare segnato dagli eventi. Non è da meno il piccolo Hunter Carson nel ruolo di Hunter che recita alla perfezione la parte di un bambino che si trova di fronte ad una realtà completamente nuova. Interessanti anche le prove degli altri protagonisti prima su tutte quella della Kinski nella parte di una donna sofferta che non ha mai dimenticato “gli uomini della sua vita”.
Con una sontuosa fotografia che ci mostra dei meravigliosi paesaggi (le strade lunghe e sconfinate, deserti del Texas, squarci di cielo ricoperto di bianchissime nuvole) e accompagnato da una
struggente colonna sonora che sottolinea alla perfezione gli stati d’animo dei protagonisti (soprattutto di Travis durante i suoi viaggi) e che da un tocco nostalgico alla pellicola, Paris, Texas è girato con maestria dal grande Wenders che ci regala momenti di alto cinema, come le stupende inquadrature dei due fratelli durante il loro viaggio in auto. Inquadrature che li riprendono nello specchietto retrovisore o solo nella loro metà dell’auto. Primi piani spettacolari che evidenziano le espressioni dei protagonisti e che li fanno quasi uscire dallo schermo ed entrare nei nostri cuori.

Regia: 9
Sceneggiatura: 9
Recitazione: 9
Fotografia: 9
Colonna sonora: 9
Ambientazione: 9
Voto finale: 9



CITAZIONE DEL GIORNO

Se questo aereo decollerà e tu non sarai con lui, te ne pentirai. Forse non oggi, forse non domani, ma presto… e per il resto della tua vita. (Humphrey Bogart in "Casablanca")


LOCANDINA



1408

REGIA: Mikael Hafström

CAST: John Cusack, Samuel L. Jackson, Mary McCormack
ANNO: 2007

TRAMA:

Mike Enslin, scrittore di racconti del terrore, è ospite di vari hotel famosi per essere stati teatro di eventi tragici contrassegnati dal paranormale. Anche se Mike non crede in nulla che non si possa spiegare scientificamente, per lavoro si cimenta nello studio di questi luoghi che diventano poi gli scenari dei suoi romanzi. Quando arriva al Dolphin hotel per soggiornare nella stanza 1408, le cose per lui si metteranno davvero male…




ANALISI PERSONALE

Ennesimo film tratto da un romanzo o da un racconto di Stephen King, questo 1408 non riesce ad andare al di là della mediocrità anche se non è mancato chi ha ignobilmente paragonato questo scialbo prodotto commerciale con quel capolavoro che è Shining. Non bastano dei corridoi di un hotel per paragonare un film egregiamente girato, sceneggiato e recitato con uno che di egregio non ha proprio nulla. A partire dall’attore protagonista (John Cusack) che non si capisce bene se stia recitando in un film comico o in uno dell’orrore, del terrore o come vogliamo chiamarlo. Snaturando l’idea del racconto, che narra della paura psicologica di una persona ossessionata dal rimorso e dal senso di colpa, il film si avvale di facili sensazionalismi mirati a colpire il pubblico tramite ripetuti effetti di scena calcolati e al limite del ridicolo resi attraverso numerosi effetti speciali.

Mike Enslin, dopo la morte di sua figlia a causa di un cancro, abbandona moglie e vocazione letteraria (aveva esordito con un ottimo romanzo) e si dedica alla scrittura di romanzi “minori” che lo portano a girare per gli Stati Uniti alla ricerca di luoghi sinistri dei quali poi scrive anche per attirare la gente nei suddetti posti. Quando riceve una cartolina sulla quale gli si consiglia di soggiornare nella stanza 1408 del Dolphin hotel a New York, Mike si decide a tornare nella città di sua moglie, da cui mancava da almeno tre anni. Ad accoglierlo al suo arrivo nell’hotel c’è un direttore a dir poco caratteristico (uno sfuggevole Samuel L. Jackson) che si oppone strenuamente a che Mike soggiorni in quella stanza. Ma Mike non si lascia suggestionare, nonostante il direttore gli dica che nella 1408 siano avvenuti più di 50 omicidi nel giro degli ultimi cento anni, mostrando anche i dossier di ognuno di loro. Ma Mike è troppo testardo e soprattutto non crede affatto alla solfa della stanza maledetta e quindi non si fa dissuadere dall’intento di soggiornare nella “stanza del male”, come la chiama il direttore. Dopo aver ricevuto in regalo da questi una bottiglia di pregiato liquore, Mike si reca al piano 14 e prima di girare la chiave nella toppa esita un istante, aprendo la porta aiutandosi con la cartella dei dossier (leggermente incoerente data la precedente spavalderia nel non voler credere alla maledizione che colpisce la 1408).
Una volta entrato si meraviglia di trovare una semplice e normale stanza, molto ben curata e pulita, arredata con molti quadri e con carte da parati fiorate.
Comincia a registrare le sue prime impressioni e a darsi un’occhiata intorno, ma quando si affaccia alla finestra per ammirare il panorama succede qualcosa di inaspettato e niente sarà più come prima.
La radiosveglia comincia a suonare da sola e sul letto trova dei cioccolatini che prima non c’erano. Mike, suggestionato, comincia ad ispezionare ogni anfratto della stanza alla ricerca di un ospite nascosto, ma non trova niente di niente. Nel frattempo dall’orologio della radiosveglia parte un countdown di un’ora (il tempo che ci hanno messo tutti i precedenti ospiti per suicidarsi) e Mike crede di essere vittima di una cospirazione, magari attuata dal direttore stesso. Chiama il centralino per farsi aggiustare il condizionatore, dato che fa un caldo pazzesco e quando gli viene mandato un tecnico questi si rifiuta di entrare e aiuta lo scrittore dandogli le indicazioni dall’esterno.

Man mano che il tempo scorre Mike assiste a scene devastanti: si ferisce gravemente alla mano, i quadri prendono vita, dalle pareti scorre sangue, nel bagno vede suo padre su una sedia a rotelle e soprattutto sente la voce di sua figlia che invoca il suo aiuto.
Mike combatte per restare “coi piedi per terra” e scandaglia tutte le varie ipotesi: il direttore dell’albergo ha drogato la bottiglia di liquore o i cioccolatini? Sta solo sognando? E’ colto da varie suggestioni che gli fanno avere tutte quelle visioni? Ma il tempo stringe e Mike non ha più tempo di pensare alla natura di tutto ciò che gli sta succedendo, perché deve salvarsi la pelle e tentare di non cadere nel baratro della pazzia totale. Il clima nella stanza è passato dal tropicale al glaciale tanto che le pareti vengono tutte ricoperte di ghiaccio. Nessuno riesce a sentire le sue grida di aiuto e la porta è bloccata dall’esterno. Mike decide persino di percorrere il tragitto esterno per entrare nell’altra stanza dalla finestra, ma una volta fuori si rende conto che l’unica finestra presente è la sua ed è quindi costretto a tornare nella 1408. Tenta varie vie di fuga, come quella del condotto superiore ma alla fine si ritrova irrimediabilmente nella fatidica stanza del male. Qui continuano a capitargliene di tutti i colori: una sorta di fantasma continua ad attaccarlo alle spalle, nella finestra del palazzo di fronte vede se stesso che compie i suoi stessi movimenti, la sua bambina gli fa visita per poi morirgli tra le braccia e via dicendo. Quando l’ora scade lo scrittore riceve la telefonata di una donna che gli dice che ora sta a lui scegliere: rivivere all’infinito la stessa medesima ora o attenersi al loro metodo di check-out (cioè impiccarsi). Ma lo scrittore non vuole assolutamente che la stanza l’abbia vinta ed escogita un modo per potervi uscire per sempre.

In bilico tra il thriller e il film dell’orrore 1408 non riesce a decollare perché contrassegnato da aspetti di mediocre fattura: la recitazione su tutti, ma anche una colonna sonora che sa già di sentito e risentito, una sceneggiatura a tratti ridicola (com’è possibile che un uomo che si trovi in mezzo a cotale caos fisico e mentale trovi ancora il tempo di fare delle battutine ironiche?). A salvarsi la brevissima interpretazione di Samuel L. Jackson nel ruolo di un direttore d’albergo a dir poco luciferino (che non si capisce bene che ruolo abbia nella vicenda, se sia il fautore dei mali della stanza o meno) e una caratteristica ambientazione di questa stanza a dir poco sinistra con quadri che inondano il protagonista, muri che si spaccano facendo fuoriuscire sangue a tutta forza, telefoni che si sciolgono tra le mani di Mike, ecc… Dopo averci fatto credere che si trattasse solo di un terribile incubo, veniamo ricatapultati invece nella 1408 dove lo scrittore continua a combattere per salvarsi la vita. E allora il sogno diventa un sogno nel sogno o è tutto dannatamente vero? Il dubbio rimane, anche se la conclusione “sconclusionata” riesce a darci forse qualche risposta.

Regia: 5
Recitazione: 5
Sceneggiatura: 4
Fotografia: 6
Colonna sonora: 5
Ambientazione: 6,5
Voto finale: 5

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Mi ha smerdato! (Peter Wenkmann in "Ghostbusters")



LOCANDINA

 

I giorni dell'abbandono

REGIA: Roberto Faenza

CAST: Margherita Buy, Luca Zingaretti, Goran Bregovic, Alessia Goria,
ANNO: 2005

TRAMA:

Il matrimonio di Olga e Mauro è ormai in dirittura d’arrivo. Lui ha trovato un’altra donna, molto più giovane di sua moglie e, una volta scoperto, va via di casa. Lei rimane sola con due figli e un cane da accudire. L’ossessione per la scoperta dell’identità dell’amante unita al dolore per l’abbandono del marito, portano Olga verso una spirale di dolore che la inghiottisce fino a farle perdere il senso della realtà.






ANALISI PERSONALE

In una Torino quasi decontestualizzata, si svolge la storia di questa donna che combatte per tornare alla realtà. Tratto dall’omonimo romanzo di Elena Ferrante, I giorni dell’abbandono è una parabola sul dolore e su come questo possa ridurre all’osso la persona che ne viene colta. In questo caso si tratta di una donna rimasta sola, senza amore del suo tanto adorato e idealizzato marito. “Una donna senza amore è già morta da viva”, recita Margherita Buy nel corso del film. Dissentendo da questa affermazione, possiamo ammettere di trovarci di fronte ad un prodotto discreto, ben fatto e in alcuni punti (salvo qualche espediente discutibile) davvero emozionante.
Olga (Margherita Buy) ha 35 anni, fa la traduttrice, ha due figli e odia le costanti pressioni di sua madre che vive all’estero e che la incita ogni giorno ad andare a trovarla con la sua famiglia. Mauro (Luca Zingaretti) è un ingegnere, è affezionatissimo al suo cane Otto, dà ripetizioni a due ragazzini ed odia il vicino di casa Daniel (Goran Bregovic) che lui chiama “zingaro”. Capiamo subito che Mauro ha una relazione extraconiugale, ma non trova il coraggio di ammetterlo con sua moglie alla quale dice di avere un “vuoto di senso” e per questo ha bisogno di rimanere da solo. Olga inizialmente abbocca e tenta di riconquistare l’amore di suo marito. Quando però un’amica le fa notare che molto probabilmente Mauro ha un’amante, Olga decide di passare all’attacco e di scoprire a tutti i costi l’identità di chi le ha portato via il marito. Questa diventa quasi un’ossessione, tanto che Mauro arriva a non presentarsi più neanche per i suoi bambini, le ruba gli orecchini di sua madre che aveva regalato a lei per regalarli alla sua amante, non risponde al telefono e via dicendo.
Per Olga questo sarà l’ennesimo colpo alla sua salute mentale. Comincerà a trascurarsi e a trascurare la casa, i figli, il cane. Smetterà di uscire, di lavarsi, di vestirsi se non con delle sudice tute e ad occuparsi delle faccende di casa e del piccolo Gianni sarà la sua bambina Elisa.
Quando ormai le risulta chiaro il non ritorno di suo marito, Olga decide di passare al contrattacco e finge con lui di avere una relazione sessuale con Daniel il vicino musicista e per rendere più veritiera la sua menzogna si reca nel suo appartamento di notte, donandoglisi come non aveva mai fatto neanche con Mauro, per poi accorgersi del suo grande errore e scappare via senza dire una parola. Daniel non ce la farà a sopportare il dolore per l’indifferenza di quella donna di cui si è innamorato e quindi traslocherà senza neanche salutare.
Nel frattempo per mandare avanti la “baracca” continuerà a svolgere il suo lavoro di traduttrice, ma inconsciamente comincerà a scrivere della sua stessa vita (suggestionata dalla storia della “poverella” che sua madre le raccontava quando era piccola). Quando il suo editore le farà notare del suo enorme “sbaglio”, Olga si licenzierà e continuerà a scrivere per davvero il suo romanzo, continuando a trascinarsi nella sciattezza e nell’indifferenza di tutto quello che le sta intorno, compresi i suoi figli, fino a quando il piccolo Gianni la notte di Capodanno non si sentirà molto male e non rischierà la vita per colpa sua, rimasta intrappolata in casa dopo aver rotto la serratura della porta d’ingresso.

Sarà forse questo il punto di rottura con questo completo estraneamento dalla realtà. Finalmente Olga comincerà ad uscire dal vortice del dolore e abbandonerà per sempre i suoi giorni dell’abbandono (doveroso il gioco di parole), cominciando a guardare il mondo e chi le sta intorno con occhi nuovi, compreso il caro, timido e dolce musicista Daniel.
Partendo da una soggetto scarno e a tratti scontato, Faenza riesce a tingere a dare un taglio originale al suo film, affidandolo alle doti tragicomiche della Buy che dà vita ad un personaggio molto complesso ma magistralmente interpretato. Olga è una donna sull’orlo della crisi di nervi, che decide forse inconsciamente di non curarsi più di nulla e di nessuno, di lasciarsi vivere, senza reagire al fatto di essere rimasta sola. Attorno a lei una serie di figure come quella del marito, dei figli, dell’amica, del vicino di casa, della barbona che abita di fronte al suo condominio che sembra giudicarla ogni qualvolta esce di casa col pigiama. Barbona che costituisce sicuramente una figura metaforica che si contrappone alla figura della stessa Olga, inizialmente completamente opposta a questa donna ma che piano piano si va assimilando in tutto e per tutto a lei, tanto da poterne essere addirittura giudicata (anche se solo con lo sguardo). Figura che compare non appena Olga comincia a “trascurarsi” e che scompare magicamente una volta che comincia a risalire la china. Ma le metafore sono disseminate all’interno del film (e non tutte sono apprezzabili), dal ramarro che invade l’appartamento, alle formiche che si annidano in cucina, al cane Otto, alla storia della “poverella” (sicuramente la meno riuscita) e via dicendo.
I cliché non mancano e si fanno sentire pesanti soprattutto nei dialoghi tra Mauro e Olga, impregnati di luoghi comuni come quando lui le dice: “Tu sei troppo buona, io non ti merito” o come quando lei gli chiede cosa fa a letto con la sua amante (dialogo che ricorda lontanamente quello di Julia Roberts
e Clive Owen in Closer). Ma sono piccoli difetti che si sopportano e che vengono quasi cancellati dal risultato complessivamente soddisfacente della pellicola, accompagnata da una poetica e struggente colonna sonora firmata Goran Bregovic e nel finale anche Carmen Consoli, e contrassegnata da una buon livello recitativo con due attori protagonisti degni di nota. Certo la sceneggiatura incespica qui e lì e il finale è un po’ troppo telefonato, ma la sensazione che rimane alla fine della visione è quella di aver imparato qualcosa, grazie ad una storia comune a molte donne (ma sicuramente anche a molti uomini).

Regia: 7
Recitazione: 8
Sceneggiatura: 6,5
Fotografia: 6,5
Colonna sonora: 8
Ambientazione: 7
Voto finale: 7

" questo caso si tratta di una donna rimasta sola, senza amore del suo tanto adorato e idealizzato marito. elatà

 

 



CITAZIONE DEL GIORNO

 Mitch: "Hai notato che più invecchi e più esci con ragazze più giovani? Tra un po’ uscirai con uno spermatozoo". (Billy Crystal in "Scappo dalla citta’ ")



LOCANDINA


La spina del diavolo

REGIA: Guillermo del Toro

CAST: Eduardo Noriega, Marisa Paredes, Federico Luppi, Fernando Tielve, Inigo Garces, Irene Visedo
ANNO: 2001

TRAMA:

Spagna, 1939. Sono gli anni della guerra civile e il piccolo Carlos viene abbandonato dal suo tutore nel sinistro orfanotrofio di Santa Lucia, dopo la morte del padre in guerra. Il bambino dovrà affrontare dure prove tra le quali l’ostilità dei suoi compagni e le pressanti “visite” di un bambino ritenuto scomparso.

 




ANALISI PERSONALE

La prima impressione che suscita questo film a metà tra l’horror, il drammatico, l’avventuroso
(amalgamati in maniera approssimativa) è proprio quella del polpettone che vuole dire tutto, ma forse alla fine non dice proprio niente. Col pretesto di raccontare una storia dell’orrore (nel film il protagonista segue e viene seguito dal fantasma di un bambino che presagisce morte per molti di loro), il regista vuole in realtà mettere in scena gli orrori della guerra (in questo caso la guerra civile spagnola) e i cambiamenti che essa suscita o può suscitare in chi la vive in prima persona, in questo caso dei bambini rimasti orfani a causa di essa. Sembra quasi di leggere un romanzo di formazione (alla John Fante per intenderci, senza lo stile e la poeticità che contrassegna lo scrittore), condito da elementi di vario genere per nulla amalgamati tra loro, come chi non sapesse cucinare e quindi decidesse di mettere nella pentola tutti gli ingredienti a sua disposizione senza utilizzarli con la giusta dose.

Il protagonista di questa pellicola è il piccolo Carlos (interpretato mediocremente da Fernando Tielve che sembra avere la stessa espressione quando viene abbandonato, quando fa nuove scoperte, quando viene vessato dai compagni, quando vede il fantasma e via dicendo…). Non appena arriva all’orfanotrofio fa la conoscenza della direttrice Carmen (un’ottima Marisa Paredes) e del direttore Casares (Federico Luppi), segretamente innamorato di lei. Ad aiutare nella gestione del posto ci sono la maestra Conchita (Irene Visedo) e il tuttofare Jacinto (il bellimbusto Eduardo Noriega). A Carlos viene mostrato il posto nel quale dovrà vivere per i prossimi mesi e gli viene affidato il letto che prima era di Santi (un bambino misteriosamente scomparso). Questo sembra fare infuriare Jaime (Inigo Garces) altro “ospite” dell’orfanotrofio che prende di mira il nuovo arrivato, facendogli un sacco di scherzi e di dispetti. Nel bel mezzo della notte Carlos comincia a sentire delle voci e a vedere degli strani movimenti: le caraffe d’acqua presenti nel dormitorio cadono apparentemente da sole e gli altri bambini costringono l’ultimo arrivato ad andare a riempirne delle altre, nonostante per loro ci sia il divieto assoluto di uscire dal dormitorio di notte. Carlos acconsente, ma solo se accompagnato da Jaime. Dopo aver attraversato il cortile (nel quale si erge una bomba inesplosa caduta da un aereo), Carlos riesce ad intrufolarsi nella cucina e qui vede per la prima volta il fantasma che lo “perseguita” che gli annuncia che molto presto qualcuno morirà.
All’iniziale paura per la nuova scoperta, giunge la curiosità di saperne di più e alla fine è forse Carlos a cercare il fantasma di Santi e non il contrario.

Il film però prosegue “maldestramente” passando da uno scenario all’altro: si passa dalla storia “clandestina” tra la direttrice Carmen (con una singolare gamba di legno) e il tuttofare Jacinto in realtà fidanzato con Conchita, all’innamoramento di Casares per la stessa Carmen a cui decanta poesie d’amore ogni mattina, allo svolgimento della guerra che non tocca direttamente l’orfanotrofio sul quale però ne ricadono gli effetti, all’avidità di Jacinto che vuole impossessarsi dei lingotti d’oro conservati nella cassaforte della cucina, alla crescita formativa di un bambino che impara a “vivere”, tutto approssimativamente mescolato senza che un filone si ricolleghi ad un altro, come se si stessero guardando due o tre film diversi contemporaneamente.
Alla fine non capiamo se La spina del diavolo (che sarebbe la spina dorsale di quei bambini nati morti, i quali sono tenuti sottovetro da Casares che ne utilizza il liquido amniotico per venderlo in città spacciandolo per elisir contro le malattie quali l’impotenza dalla quale sembra egli stesso essere affetto) è un film sui fantasmi, è un film di guerra, è un film dell’orrore, è un film di formazione e via dicendo. Poteva essere tutte queste cose e risultare comunque un film corposo e valente se solo i vari livelli di lettura non fossero stati trattati approssimativamente e troppo velocemente.

A contrapporsi a questo miscuglio negativo di generi, troviamo però una bella fotografia dai contorni giallo ocra e una caratteristica ambientazione costituita per quasi tutta la durata del film (tranne forse una sola scena di Casares e Conchita che vanno in città a vendere il loro elisir) dall’orfanotrofio e da tutti i suoi anfratti (soprattutto il dormitorio, la cucina e i sotterranei di questa dove era avvenuto un episodio sconcertante). Alcune scene, inoltre, sono girate con una maestria notevole, come quella
dell’inseguimento di Santi e Carlos che portano quest’ultimo a nascondersi nel ripostiglio della biancheria o quella in cui Jaime racconta a Carlos cosa era successo in realtà a Santi. Accompagnato da una poetica colonna sonora che si fa più stridente e pressante nei momenti di alta tensione, il film riesce (grazie al notevole valore tecnico) a non risultare del tutto scadente e negativo.

Regia: 5
Sceneggiatura: 4,5
Recitazione: 6
Fotografia: 7
Colonna sonora: 6
Ambientazione: 6
Voto finale: 5,5



CITAZIONE DEL GIORNO

"Perché vive su una barca?". "Detesto tagliare il prato".  (da "Debito di sangue")




LOCANDINA


L'uomo senza sonno

REGIA: Brad Anderson

CAST: Christian Bale, Jennifer Jason Leigh, John Sharian
ANNO: 2004

TRAMA:

Trevor Reznik, operaio macchinista, non riesce più a dormire da un anno cosa che lo ha portato allo sfacelo fisico ma soprattutto mentale. Quale sarà la causa dei suoi mali?

 




ANALISI PERSONALE

L’uomo senza sonno è una brillante commistione di vari generi che alla fine rende il film praticamente inclassificabile in un unico genere. Abbiamo la componente thriller, quella drammatica, quella quasi orrorifica. I richiami e i rimandi, e perché no anche gli spunti, sono tantissimi: si passa da Dostojevskij a Lynch, da Cronenberg a Hitchcoock, da Shayamalan a Polanski, da Fight club al Sesto senso e si potrebbe continuare a lungo.
Il soggetto e lo svolgimento della storia di Trevor non sono quindi del tutto originali, ma a sorprendere in questo film è tutt’altro e cioè la resa formale, il rigore tecnico degno dei più grandi maestri del cinema. Una discreta regia viene accompagnata da un’ottima fotografia dai colori smorti che vanno dal grigio all’azzurrino al quasi bianco e nero, ma soprattutto da una prova recitativa ai limiti della perfezione, con un inedito Christian Bale che per interpretare l’emaciato Trevor è dimagrito di ben 35 chili, in barba al De Niro di Toro Scatenato che ne acquistò altrettanti. Ed è proprio nelle mani del brillante e valente attore che vengono messe le redini della pellicola. E’ grazie alle sue ossa in bella vista e al suo sguardo incavato che il film assume una dimensione quasi paranormale e acquista un interesse altissimo.

L’operaio Reznik non dorme da un anno intero ed è infatti quasi uno spettro vivente: pesa 45 chili, mangia poco e lavora molto, forse per riempire le ore della giornata. Un giorno, distratto da un collega (che apparentemente non esiste), causa un incidente con una macchina che fa perdere il braccio ad un altro collega, tale Miller. Da questo momento in poi Trevor si sente “braccato” dai suoi colleghi, crede che questi stiano organizzando un complotto alle sue spalle per liberarsi di lui. Gli unici a stare dalla sua parte sono Ivan, l’operaio che l’aveva distratto (che sfreccia a bordo di una decappottabile rossa con occhiali da sole perenni sul volto) e la sua amica prostituta Stevie (Jennifer Jason Leigh).
Quando a Trevor viene fatto notare che questo Ivan non esiste e che non ha mai lavorato nella sua fabbrica, il macchinista comincia ad essere ossessionato da questa figura, tanto da arrivare a farsi investire per poter chiedere alla polizia notizie sulla targa della sua auto. La scoperta che ne seguirà sarà sconcertante tanto per Trevor che per lo spettatore (anche se nel corso del film vengono disseminati qua e là numerosi indizi circa la natura di questo fantomatico personaggio molto caratteristico). A perseguitare il povero Trevor si aggiungono numerosi post it che trova puntualmente appiccicati sul suo frigorifero, nei quali gli vengono scritti alcuni indizi, probabilmente inerenti alla persona di Ivan. Lo stesso Ivan, però, sembra prendersi beffe di lui presentandosi ogni qualvolta l’uomo è da solo e non può quindi dimostrare la sua presenza: in un bar dove gli mostra la sua mano sinistra ricostruita con le dita dei piedi (una visione alquanto scabrosa), per la strada dove i due ingaggiano numerosi inseguimenti, persino in una foto abbracciato al suo collega Jackson.
Alla fine Trevor perde il lavoro, ma tramite alcuni flashback piano piano riesce ad intuire la natura di quello che gli sta succedendo, nonché l’identità di Ivan e soprattutto la causa della sua perenne insonnia.

la vista e al suo sguardo incavato che il film assume una dimensione quasi paranormale e acquista un interesse altissimo. in be

Ambientato in una cittadina statunitense, ma girato interamente a Barcellona (trovata geniale), L’uomo senza sonno è una bellissima “parabola” sul senso di colpa e su come questo possa segnare indelebilmente la vita di una persona. Lo stato d’animo di Trevor è reso magistralmente dall’ottima prova di Christian Bale, ma anche da una stupenda fotografia che ne disegna i contorni scheletrici, tanto che se fosse leggermente più magro non esisterebbe (così viene ripetuto per due volte all’interno della pellicola). Il colpo di scena finale, che poi tanto sensazionale non è dato che ormai è stato più volte adoperato in numerosi film (tra i quali quelli succitati) riesce a soddisfare lo spettatore, anche perché molto probabilmente poteva essere facilmente intuibile grazie ai numerosi indizi disseminati all’interno della pellicola. Da antologia la scena girata all’interno della casa dell’orrore del luna park dove Trevor accompagna la sua barista preferita Maria con suo figlio.
Durante il percorso orrorifico davanti a Trevor si presentano cartelli con su scritto “Colpevole”, “Delitto e castigo” (uno dei tanti rimandi a Dostoveskij), uomini con arti mozzati (proprio come Miller) e via dicendo. Ma Trevor è accecato dalla teoria del complotto ai suoi danni per rendersi conto della realtà dei fatti, ma dopo una serie di eventi che si susseguono nella sua mente e nella sua vita, il macchinista arriverà finalmente alla consapevolezza di ciò che lo ha portato fino a quel punto e troverà finalmente la pace per riuscire a dormire.
A fare da spalla all’egregio Bale, ci pensano John Sharian nel ruolo dello strambo Ivan che ha gli occhi di colore diverso, le stesse lenti degli occhiali di colore diverso e una mano a dir poco paurosa e Jennifer Jason Leigh nel ruolo della mite prostituta che forse si innamora di Trevor e che decide di cambiare vita smettendo di esercitare la sua “professione”, salvo poi venire maltrattata dallo stesso Trevor che ritiene la sua amica facente parte del complotto ai suoi danni. Sarà proprio lei la prima a fargli aprire gli occhi sull’inesistenza di questo fantomatico complotto e sulla reale natura dei suoi “mali”.

L’uomo senza sonno (titolo originale The machinist) è un’ottima pellicola, molto originale se non nella trama e nel suo svolgimento, nelle sue caratteristiche tecniche a partire dalla già citata ottima fotografia, inusuale ma particolarissima, fino ad arrivare ad una colonna sonora quasi “nascosta” che però accompagna il protagonista verso la conoscenza e la consapevolezza.
Anderson dà ottima prova di sé e non delude con questa sua ottima rappresentazione di un sentimento quale il senso di colpa e di una condizione quale l’insonnia. Andandosi ad aggiungere ad una numerosa schiera di registi omonimi, 
farà sicuramente parlare ancora di sé, ovviamente in maniera positiva.

Regia: 8
Sceneggiatura: 7,5
Recitazione: 8,5
Fotografia: 8,5
Colonna sonora: 7,5
Ambientazione: 8
Voto finale: 8



CITAZIONE DEL GIORNO

Una donna in pelliccia, camminando per strada, viene affrontata da una militante del WWF: "Lo sai quanti poveri animali sono stati uccisi per fare la sua pelliccia?". E la donna: "E lo sai quanti ricchi animali mi sono dovuta scopare per comprarmela?" (Dal film "Nei panni di una bionda")


LOCANDINA

In memoria di me

REGIA: Saverio Costanzo

CAST: Christo Jivkov, André Hennicke, Marco Baliani, Fausto Russo Alesi
ANNO: 2006

TRAMA:

Andrea, incapace di rapportarsi col peso del mondo che lo circonda, decide di entrare in seminario e di sottoporsi al periodo di noviziato. Qui scopre un nuovo mondo e si imbatte in realtà che forse non credeva esistere…

 




ANALISI PERSONALE

In memoria di me non è un film religioso o sulla religione, ma uno sguardo attento e imparziale su come questa possa essere interpretata e vissuta da ognuno di noi. A farla da padrone nella pellicola sono le mura del monastero situato su un’isolotto vicino a Venezia di San Giorgio Maggiore. Mura allo stesso tempo enormi e ampie ma quasi soffocanti, soprattutto per Andrea non abituato a seguire determinati rituali e pieno di curiosità e voglia di vivere. Ma ben presto anch’egli si “sottometterà” al lento svolgersi delle giornate nel monastero: giornate tutte uguali passate tra colazioni e pranzi a ritmo di valzer, omelie, e notti insonni passate nella sua cella. Ed è proprio di notte che la curiosità di Andrea si fa più fervida, perché è proprio di notte che comincia a sentire e a vedere degli strani movimenti.
La pellicola si tinge di giallo, ma è solo uno scherzo. In realtà ad interessare non è il novizio Zanna che ogni notte bussa alla porta di Fausto, o l’”ospite” che giace morente in infermeria che viene assistito sempre da Zanna e che Andrea non ha mai il coraggio di andare a visitare. Ad interessare è il rapporto che si crea tra Andrea e questo nuovo mondo e soprattutto lo stato d’animo, differente per ognuno dei novizi, che si viene a creare una volta decisa la strada del sacerdozio.
C’è chi non riesce a sopportare il peso di un peccato commesso e che quindi abbandona tutto come il novizio Fausto, che sin dall’inizio ci viene mostrato come irrequieto e un po’ fuori luogo. C’è chi si ribella al sistema come Zanna che vorrebbe una chiesa meno gerarchizzata e più tendente a far sviluppare le capacità di ognuno in modo tale da essere utile a suo modo per la comunità, piuttosto che puntare solo al puro e tecnico indottrinamento nel quale, a sua detta, non risiede l’amore, la carità, il sentimento cristiano. Andrea è tra due fuochi: seguire Zanna nel suo “moto” di ribellione o attenersi alle regole ferree dell’ordine e del padre maestro che insegna a separarsi completamente dal mondo materiale e di dedicarsi notte e giorno allo studio delle scritture, allo svolgimento delle omelie, all’adempimento di tutti i compiti che il seminario richiede? E’ proprio dalla sua bocca che esce forse il vero senso di tutta questa pellicola: “Lei è qui per provare l’ordine, come l’ordine vuole provare lei”  . Sta quindi a chi entra a far parte di un certo mondo, rapportarsi con esso e rendersi conto se è quello adatto per lui. Ma non solo questo: il padre maestro predica anche la negazione dell’”omertà” che può crearsi tra compagni e induce i suoi novizi a denunciare gli sbagli di chi gli sta intorno, facendo così non solo il bene dell’ordine, ma anche dei compagni stessi: “I suoi fratelli saranno i suoi guardiani, come lei dovrà esserlo di loro”.  Quando Andrea arriva nel convento, dopo un breve periodo di isolamento, ha un breve colloquio col padre maestro che gli chiede: “Cosa vuoi diventare?” e il nostro protagonista risponde semplicemente: “Una persona”.  E’ anche questo un momento di altissima riflessione che ci fa comprendere il peso e l’inadeguatezza alla vita che provava Andrea prima di decidere di diventare un sacerdote, senza forse sapere a cosa andava incontro.
Il film procede lento descrivendo le giornate dei novizi che svolgono lavori umili, come lavare i pavimenti e che si riuniscono per discutere le scritture, alla presenza del padre maestro che osserva attento ogni movimento che si svolge nel suo monastero. Gli unici momenti di rottura di questa calma e metodicità sono costituiti proprio dalle due figure di Fausto e Zanna.

Il primo abbandona l’ordine all’inizio del film, cosa che viene tenuta nascosta agli altri novizi ai quali viene detto che è dovuto andare via per motivi di famiglia, anche se Andrea ha scoperto la verità in una delle sue escursioni notturne. Il secondo cerca di “sovvertire” l’idea antica di Chiesa che vede i sacerdoti come delle figure sacre quasi inavvicinabili e superiori e sogna di potersi invece amalgamare con le folle, stare a contatto con la gente per regalare un sorriso o una carezza o una mano.
"Non stiamo salvando il mondo, lo stiamo solo replicando", dice ad Andrea quando questi lo segue in Chiesa per chiedergli cosa ci fa tutte le notti in infermeria. Ed è qui che i due novizi si confrontano, scambiandosi il reciproco punto di vista su come debba essere vissuto il sacerdozio e la religione in generale.
Alla fine Zanna trova il coraggio di seguire i suoi ideali con un sorriso luminoso stampato sul volto, mentre Andrea sembra, dopo il susseguirsi di dubbi e crisi mistiche, aver trovato la sua strada…

Ottima prova registica del giovane Saverio Costanzo, questo In memoria di me. Vestendosi ambiguamente da giallo-trhiller (con Andrea che spinto da un’innata e indiscreta curiosità segue ogni notte i movimenti dei novizi Fausto e soprattutto Zanna che si reca ad alleviare le sofferenze di un””ospite” in infermeria” senza che di questi si conosca mai il nome, il sesso, la malattia e via dicendo), si tratta in realtà di una sorta di trattato teologico che mette in discussione i dogmi imposti dalla chiesa e mette lo spettatore di fronte ad un’analisi di come possa essere sconvolto l’animo di una persona che viene immessa in un mondo fino ad allora sconosciuto e di come si possa capire di appartenervi o meno. Certo, la componente religiosa è presente e pure fortemente, ma il film poteva essere ambientato anche in una scuola, in una caserma militare, ovunque un uomo possa confrontarsi con le regole, i dogmi, la vita regolata di un posto. Andrea sembra non riuscirci alla perfezione. Col suo sguardo vispo e attento sembra quasi un pesce fuor d’acqua che si muove negli immensi corridoi del convento alla ricerca di qualcosa, forse di se stesso riuscendo forse a trovare un significato e un senso alla propria vita, anche grazie al ribelle Zinna che alla fine abbandona il convento baciando (castamente) sulle labbra il padre novizio che gli rimprovera la sua voglia di confrontarsi col mondo e quindi con la materialità.
Muovendosi a ritmo di valzer (davvero eleganti) e nell’ombra della notte che rende il già cupo monastero ancora più claustrofobico (seppur enorme), Andrea scopre realtà inedite, un mondo estraneo del quale vuole o forse “deve” imparare a far parte.
A dare vita a questo personaggio così ricco di sfaccettature è il brillante Christo Jikov (mai nome fu più azzeccato) che con il solo sguardo riesce ad infondere tutte le sensazioni che si rincorrono nell’animo di Andrea: il senso di inadeguatezza, la sete di conoscenza, la voglia di relazionarsi ma soprattutto, la curiosità componente fondamentale di questo personaggio e di questo film. Curiosità che lo porta ad immaginare nel lungo corridoio, il malato dell’infermeria come un essere quasi soprannaturale, privo di contorni, immerso nel buio, senza sesso, quasi senza forma. Ed è forse questo personaggio misterioso che sta ad incarnare il sentimento di Andrea nei confronti della sua nuova vita, sentimento non ancora ben definito, che tenta di prendere forma e sostanza, proprio come il malato che alla fine ci viene mostrato.

Giocando con luci e ombre (ma soprattutto queste ultime) e contrapponendo musiche “profane” ad argomenti “sacri” Costanzo dà vita ad una storia intensa e profonda che fa riflettere lo spettatore, emozionandolo e incuriosendolo al contempo grazie ad una regia, se vogliamo dire, furba che fa credere determinate cose fino ad arrivare ad altre. L’attenzione, quindi, rimane sempre sveglia e anche se alla fine si comprende che il nocciolo della questione era tutt’altro rispetto a quella falsa pista thriller, lo spettatore non rimane deluso, perché in realtà il mistero è fortemente presente nella pellicola e si tratta del mistero della fede.

Regia: 8
Sceneggiatura: 8
Recitazione: 8
Fotografia: 8
Colonna sonora: 8
Ambientazione: 8
Voto finale: 8


CITAZIONE DEL GIORNO

Ah no, io al buio con uno con tutte quelle mani non ci rimango! (Jack Lemmon travestito da donna in "A qualcuno piace caldo")


LOCANDINA

La sconosciuta

REGIA: Giuseppe Tornatore

CAST: Ksenia Rappoport, Michele Placido, Claudia Gerini, Pierfrancesco Favino, Alessandro Haber, Piera degli Espositi, Clara Dossena
ANNO: 2006

TRAMA:

Irena, da poco giunta dall’Ucraina, fa di tutto per essere assunta nell’abitazione degli Adacher dove sembra esserci qualcosa a lei molto caro. A perseguitarla una serie di ricordi da cui tenta disperatamente di liberarsi, ma che tornano prepotentemente a rovinarle l’esistenza.

 



ANALISI PERSONALE

Giuseppe Tornatore torna a stupirci con stile ed eleganza. Certo questo film non è all’altezza del suo capolavoro per eccellenza tale Nuovo Cinema Paradiso, ma è di sicuro una pellicola che punta al cuore e alla mente dello spettatore, riuscendoci in tutto e per tutto. Con una regia semplice e pulita, anche se a volte un po’ troppo invasiva, e una splendida colonna sonora firmata Morricone anch’essa un po’ troppo presente, ma di sicuro apprezzabilissima, il regista ci racconta una storia sofferta tramite gli occhi e i ricordi della sua protagonista Irena.

Nella prima parte del film, assistiamo ai suoi movimenti sospetti: affitta una casa proprio di fronte a quella degli Adacher, ne spia le abitudini, fa amicizia con la loro governante Gina (una favolosa Piera degli Espositi) per poterle rubare le chiavi di casa, si intrufola di notte nell’appartamento in questione, fa strani accordi col portiere dello stabile.
Irena pare ossessionata da questa casa e da questa famiglia, tanto da arrivare a dare il 50% del suo stipendio al portiere per ottenere il lavoro e, soprattutto, da mettere fuori combattimento la gentilissima Gina, facendola finire su una sedia a rotelle incapace di muoversi e di esprimersi.
Il mistero si infittisce e lo spettatore è sempre più curioso di conoscere i veri intenti della giovane donna ucraina (che ha la voce e gli occhi dell’ottima Rappaport). A rendere ancora più acuta questa sete di conoscenza si aggiungono questi continui flashback che tormentano Irena. La donna era una prostituta che veniva pestata a sangue se non compiva il proprio dovere. Il suo terribile pappone (un irriconoscibile Michele Placido),ne vendeva persino l’utero: in poche parole quando qualcuno si rivolgeva a lui per ottenere un bambino, lui smetteva di far prendere alle sue “donne” le dovute precauzioni e non appena queste rimanevano incinte le faceva riposare per nove mesi, per poi togliere loro i bambini partoriti. Irena non è sfuggita a questa sorte: tra i suoi flahsback orrorifici ci sono anche dei bei ricordi, come quello del fidanzato innamoratissimo di lei che voleva a tutti i costi tirarla fuori da quella vita e che alla fine l’aveva messa incinta. Erroneamente la donna aveva pensato di potersi tenere il frutto del suo amore, ma Muffa (così viene chiamato il suo protettore) aveva già trovato un’acquirente e per niente al mondo si farà metterei bastoni tra le ruote.
Sono questi i ricordi che si inseguono nella mente di Irina, perseguitandola e infierendo nel suo disperato tentativo di costruirsi una vita migliore. 
Piano piano il mistero si sbroglia e il trhiller si tinge di toni melò. In reltà Irena è convinta che la piccola bambina degli Adacher, Tea sia proprio la sua ultima bambina, quella nata dal suo sconfinato amore per il suo fidanzato e quindi ha deciso di starle più vicino per poterla a aiutare a crescere e a difendersi. Tea infatti è affetta da una strana malattia che le impedisce di difendersi correttamente in caso di pericolo. Irena, dopo essere stata assunta come donna delle pulizie nel condominio (a patto di donare il 30% del suo stipendio al portinaio), tenta a tutti i costi di entrare in confidenza con la famiglia degli Adacher (orafi di professione), scalzando la povera Gina che cade per le scale appena lucidate. Alla fine ci riesce e viene assunta a tempo pieno come governante. La signora Valeria Adacher (un’inaspettata Claudia Gerini) è una donna scontrosa e poco socievole che si rapporta in maniera gioviale e amorevole solo con la sua bella bambina, il signor Adacher (il sempre valente Pierfrancesco Favina) è poco presente e non si preoccupa di litigare pesantemente con sua moglie alla presenza della piccola Tea. Irena si inserisce alla perfezione, dopo un’iniziale rifiuto di Tea verso i suoi confronti, riesce a farsi amare facendole numerosi regali e insegnandole a difendersi quando
qualcuno le fa del male (così come lei non era riuscita a fare nella sua vecchia vita).
Il rapporto tra le due cresce ogni giorni di più e si rafforza ulteriormente quando Valeria va fuori per una settimana lasciando Tea nelle mani della professionalissima Irena. Le due impareranno a conoscersi e ad amarsi e Irena tenterà il tutto e per tutto per rafforzare “sua figlia” e per evitare che le succedano le orribili cose che sono successe a lei.


Quindi, finalmente per la bella ucraina dagli occhi blu, sembra mettersi tutto per il meglio. Piano piano sembra liberarsi dei suoi incubi peggiori, fino a quando questi fanno ritorno nelle sembianze dello stesso terribile Muffa, che sembra seguire ogni passo della donna facendole telefonate anonime, tampinandola nel parco con Tea, rovistando nel suo appartamento quando lei non c’è e via dicendo. Muffa, che Irena pensava di aver ucciso durante la loro ultima notte insieme, va alla ricerca di tutti i soldi guadagnati da una vita. Soldi che le erano stati sottratti dalla stessa Irena proprio quella terribile notte. Ma questa volta Irena è decisa a tutti i costi a combattere i suoi incubi peggiori e a farla pagare a quell’uomo che le ha rovinato la vita e le ha impedito di viverne una migliore.
Proprio durante una delle sue visite alla povera Gina (ricoverata in una casa di riposo), Irena si definisce una stupida per aver pensato e sperato che ad una donna come lei fosse concesso di vivere una vita migliore.
Alla fine però, ad Irena viene data una speranza, anche se a distanza di anni e sicuramente dopo altrettante prove difficili, ma il film si conclude proprio così: con un sorriso ottimista per il futuro di questa donna indelebilmente segnata dagli eventi.

La sconosciuta è un mix ben riuscito di pathos, tensione, paura e melodramma. In alcuni punti il melodramma scade nel patetico (nel rapporto un po’ troppo morboso di Irena verso la sua presunta figlia Tea) e il thriller diventa a tratti surreale (morti che ritornano, persone sulla sedia a rotelle che magicamente si muovono, cadaveri sepolti in fosse scavate manualmente e via dicendo), ma il tutto è coerentemente inserito in una cornice del tutto credibile e pregna di realtà. Ringraziando il regista di non aver farcito la sua pellicola di denunce politiche contro lo sfruttamento della prostituzione e via dicendo, possiamo dire di trovarci di fronte ad un film riuscitissimo che riesce ad emozionare lo spettatore posto di fronte ad una storia secca ed incisiva. Ad essere raccontato non è il mondo della prostituzione fatto di papponi che violentano, maltrattano e, in questo caso, massacrano le proprie “dipendenti”, ma è semplicemente la storia di una donna che combatte per risalire la china e per riprendere in mano le redini della sua vita. L’espediente di ricorrere ai flashback per farci intuire quali siano le reali intenzioni di Irena e soprattutto per farci comprendere il suo essere così forte e risoluta è davvero apprezzabile e reso con maestria dal grande regista che è Tornatore. Il tutto è comunicato con quella giusta atmosfera tetra e cupa che accompagna i ricordi della povera donna, seviziata, sfruttata, uccisa nella sua personalità e femminilità che però riesce a reagire e a recuperare quel pizzico di umanità che le era stato rubato, anche se ad un prezzo altissimo.
Memorabili i piccoli camei di Alessando Haber nel ruolo di un a tratti umano a tratti viscido portinaio che tenta a tutti i costi di avere un po’ più di “riconoscenza” da Irena e quello di Margherita Buy nel ruolo dell’energica avvocatessa che si occupa di Irena verso la fine della pellicola. Non sono da meno le interpretazioni della Gerini e di Favina che danno vita ad una coppia in crisi in dirittura d’arrivo e quella della piccola Clara Dossena che si cala perfettamente nel ruolo della bambina incapace di difendersi che però impara a reagire proprio grazie all’aiuto della tata (le scene nelle quali Irena lega la bambina come un salame strattonandola e spingendola per costringerla a rialzarsi da sola e a reagire sono di un forte impatto visivo e di una dirompente carica emotiva). Indimenticabile rimarrà, inoltre, l’interpretazione di Michele Placido, completamente rasato dalla testa a piedi che si esibisce nell’interpretazione di un cattivone coi fiocchi. Ma a troneggiare su tutti si erge la bravissima e comunicativa Ksenia Rappoport che regge sulle sue spalle l’intero peso della pellicola dando vita ad un personaggio intensissimo e ricco di risvolti psicologici (la paura del passato, la voglia di riscatto, il senso di colpa vergo Gina, il prorompente amore materno, ecc..).

Promosso a pieni voti questa ultima fatica del siciliano Tornatore a cui si perdona qualche sbavatura e incongruenza qua e là, proprio perché compensata dalla qualità e dallo stile con cui è stato girato. Complessivamente, il film risulta essere tecnicamente valido ed emotivamente riuscito, ergendosi (insieme a poche altre pellicole) nel panorama a volte anonimo a volte indecoroso a volte giustamente o meno bistrattato, del cinema nostrano.


Regia: 8
Sceneggiatura: 8
Recitazione: 8,5
Fotografia: 8
Colonna sonora: 8,5
Ambientazione: 8
Voto finale: 8,5




CITAZIONE DEL GIORNO

Sorridi, domani andrà peggio. (da "Die Hard – Duri a morire")



LOCANDINA

The Bourne ultimatum

REGIA: Paul Greengrass

CAST: Matt Damon, David Strathairn, Julia Stiles, Joan Allen
ANNO: 2007

TRAMA:

Dopo tre anni alla ricerca della propria identità, torna Jason Bourne più arrabbiato che mai, del tutto deciso a vendicare la morte della sua ragazza Marie e a riprendersi indietro la vita che gli è stata rubata da coloro che gli tolsero anche la memoria…

 




ANALISI PERSONALE

The Bourne ultimatum è uno di quei pochi esempi di saghe che migliorano col tempo non arrivando a terzi o successivi capitoli penosi come è capitato con numerosi altri film. Il protagonista ha avuto un’evoluzione: non è più l’uomo indifeso che non ricorda nulla di nulla della sua vita e che tenta in tutti i modi di salvare la pelle e di difendersi da chi lo bracca. Ora a braccare è proprio lui: incazzatissimo sfreccia in giro per il mondo alla ricerca di chi gli ha fatto tutto ciò, di chi lo ha addestrato per diventare un killer e di chi gli ha ucciso la fidanzata. Da Torino a Londa a Madrid a Tangeri a New York, il nostro Jason rincorre e viene rincorso, incontra vecchie conoscenze che lo aiutano nell’attuazione dei suoi piani e si avvale di cellulari salvifici, di moto e auto quasi indistruttibili e di una forza abominevole nonché di una massiccia dose di furbizia e genialità forse alimentata nel corso degli ultimi due anni passati a scappare o nel corso dell’addestramento alla Treadstone dove aveva cancellato la sua vera identità per diventare per sempre Jason Bourne: killer di professione per la CIA.

A mettergli i bastoni tra le ruote è la stessa organizzazione che lo aveva assoldato, ora chiamata Blackbriar, capitanata da Noah Vosen (il sempre elegantissimo David Strathairn) che è deciso a tutti i costi ad eliminare questa grande falla del sistema, ammazzando una volta per tutte il pericolosissimo Bourne. A dargli una mano arriva Pamela Landy (Joan Allen) che aveva già precedentemente lavorato al caso. Nel corso delle sue peregrinazioni Jason fa la conoscenza di un giornalista che molto probabilmente conosce la sua vera identità dato che ha parlato con una fonte, tale Daniels che aveva partecipato al suo addestramento. In una rincorsa contro il tempo e contro il nemico, Bourne tenta in tutti i modi di mettersi in contatto col giornalista in questione, dandogli appuntamento (in un modo del tutto rocambolesco) alla Waterloo station di Londra. Qui, purtroppo, la sua fonte perde la vita per mano del nemico (che nel caso di Bourne è costituito dalla CIA e da tutti i suoi agenti, addestrati ad ammazzare, così come lo fu lui tre anni indietro).
Ma Bourne non si dà per vinto e ruba i documenti dalla valigetta del giornalista (avvalendosi del tumulto della folla in stazione), venendo a conoscenza del nome di Daniels, capostazione a Madrid. Ed è così che anche Vaser e company capiscono la direzione del loro bersaglio ed è così che ha inizio la corsa della CIA contro Bourne e di Bourne contro la CIA.
Durante questi inseguimenti pirotecnici e adrenalinici, Bourne incontra Nicky Parsons (Julia Stiles), anch’essa al soldo della CIA, che però ha deciso di uscirne fuori e di aiutare Jason (forse impietosita dalla morte della sua ragazza…) a ritrovare la sua identità.

Ma Nicky non è l’unica a redimersi e a contrapporsi alla condotta illegale della CIA, a tramare contro la sua stessa organizzazione per ridare a Bourne la sua identità e per recuperare un pizzico di onestà è la stessa Landy, che alla fine della corsa che ha portato Bourne a girare per il mondo, gli svela la sua vera identità e l’indirizzo della Treadstone, luogo nel quale tutto ha avuto inizio.
Ed è qui che termina la corsa del nostro eroe che alla fine ricorda tutto perfettamente e decide di risparmiare la vita di colui che gliela tolse (anche se poi scopriamo che David – questo è il vero nome di Jason – aveva scelto volontariamente di entrare nel programma).

L’ultimo (?) capitolo della saga di Jason Bourne non delude affatto, anzi tiene col fiato sospeso per tutta la sua durata, inducendo lo spettatore ad immedesimarsi ora nel protagonista, ora nel suo nemico a seconda che l’attenzione sia rivolta alle ragioni di uno o dell’altro. Inoltre, veniamo allettati dai soliti elementi che contrassegnano un film d’azione come si deve: inseguimenti a bordo di moto che scalano muretti, auto che trasportano testimoni importanti che scoppiano nel bel mezzo degli inseguimenti, protagonisti che saltano da un palazzo all’altro, che spaccano porte e finestre, che ingaggiano lotte a mano armata, sgozzamenti, nemici che diventano amici e amici che diventano nemici, sparatorie, folle impazzite (alla Waterloo station di Londra è stato impossibile controllare tutte le comparse e molte di queste indicano ad esempio l’attore protagonista o le telecamere), flashback che si rincorrono nella mente confusa del protagonista e via dicendo.
Il tutto reso magistralmente dal grande Greengrass che mescola suspance, tensione, boati e botti con eleganza e senza mai scadere nell’eccesso. Damon si muove abilmente in un ruolo che forse non gli si addice, riuscendo a farlo suo al 100%, assumendo la sua consueta monoespressività che in questo caso calza a pennello col personaggio da lui interpretato: privo di ricordi e quindi forse di
emozioni e sentimenti, se non quello di vendetta. Il tutto è condito da un ottima, incalzante ma mai pressante colonna sonora che accompagna Bourne nel corso delle sue peripezie e che alletta lo spettatore con il suo ritmo apprezzabile. Aggiungiamoci un parterre di attori niente male su cui spiccano (a parte il mitico Damon che con questo ruolo ha conquistato critica e pubblico) il già citato Strathairn (che smessi i panni del giornalista dedito alla deontologia professionale nel buonissimo Good night and good luck, si mette nei panni di un cattivane elegante) e Albert Finney (che seppur fuggevolemente torna nei panni del capo dell’organizzazione Albert Hirsh). Dopo aver girato il secondo capitolo della saga, Greengrass ci regala una conclusione perfetta, dove tutti i nodi vengono a galla e dove forse il nostro protagonista ha finalmente finito la sua corsa per trovare la pace.

Regia: 7,5
Sceneggiatura: 7
Recitazione: 8
Fotografia: 7
Colonna sonora: 8
Ambientazione: 7
Voto finale: 7,5



CITAZIONE DEL GIORNO

Le cose non succedono per una ragione… succedono e basta! (Alice Bowman in "Rapimento e riscatto")




LOCANDINA