"D eci e lode"

E per la seconda volta vengo nominata in quella che semba essere diventata quasi una moda: i premi ai blog più interessanti. Stavolta a nominarmi è stata la carissima Lilith84 per il premio D eci e lode, ossia per un meme.

Che cos’è?

"D eci e lode" è un premio, un certificato, un attestato di stima e gradimento per ciò che il premiato propone.

Come si assegna?

Chi ne ha ricevuto uno può assegnarne quanti ne vuole, ogni volta che vuole, come simbolo di stima a chiunque apprezzi in maniera particolare, con qualsiasi motivazione (è o non è abbastanza elastico e libero?!) sempre che il destinatario, colui o colei che assegna il premio o la motivazione non denotino valori negativi come l’istigazione al razzismo, alla violenza, alla pedofilia e cosacce del genere dalle quali il "Premio D eci e lode" si dissocia e con le quali non ha e non vuole mai avere niente a che fare.

Le regole:

  1. Esporre il logo del "Premio D eci e lode", che è il premio stesso, con la motivazione per cui lo si è ricevuto. E’ un riconoscimento che indica il gradimento di una persona amica, per cui è di valore (sotto c’è il pratico "copia e incolla");
  2. Linkare il blog di chi ha assegnato il premio come doveroso ringraziamento;
  3. Se non si lascia il collegamento a questo post già inserito nel codice html del premio provvedere a linkare questa pagina (sotto c’è il pratico copia e incolla);
  4. Inserire il regolamento (sotto c’è il pratico "copia e incolla");
  5. Premiare almeno 1 blog aggiungendo la motivazione.

Queste regole sono obbligatorie soltanto la prima volta che si riceve il premio per permettere la sua diffusione, ricevendone più di uno non è necessario ripetere le procedure ogni volta, a meno che si desideri farlo. Ci si può limitare ad accantonare i propri premi in bacheca per mostrarli e potersi vantare di quanti se ne siano conquistati.

Si ricorda che chi è stato già premiato una volta può assegnare tutti i "Premio D eci e lode" che vuole e quando vuole ( a parte il primo), anche a distanza di tempo, per sempre. Basterà dichiarare il blog a cui lo si vuole assegnare e la motivazione. Oltre che, naturalmente, mettere a disposizione il necessario link in caso che il destinatario non sia ancora stato premiato prima.


Per fortuna stavolta sono libera di nominare quanti blog desidero e quindi ecco a voi le mie nominations:

Blogcensioni: i fantastici Lessio e ErMattia sono davvero due spericolati osservatori del cinema di ieri, di oggi e di domani!!!!

Ciak…sicinema: una dolcissima e delicatissima appassionata di cinema che riesce a trasmettere con stile e con garbo tutte le sensazioni provate in sala.

Cinedelia: il mio caro compaesano Filippo ha messo su un blog coi fiocchi ricco di spunti interessantissimi.

Cinedrome: come dire un artista! Quando si fa del cinema e del parlare del cinema una vera e propria arte!

Cinemasema: il luogo in cui è possibile perdersi in mille divagazioni e profondissime riflessioni.

Cinemasuperga: leggero e professionale al contempo, un ottimo blog per rimanere aggiornati.

Cineroom: antico e moderno sapientemente miscelati e deliziosamente raccontati da due delle voci più singolari del mondo dei blogger.

ClaudioCasaz: uno tra i più attenti osservatori della realtà cinematografica contemporanea.

Countryfeedback: una grande passione che ci unisce (lui sa di che parlo ^_-)

Iggy: profondo e intenso sognatore, nonchè un inguaribile romantico.

Il teatro dei vampiri: il mitico e inarrivabile ConteNebbia è imprescindibile, va al di là di ogni premio o classificazione.

Delirio cinefilo: il nome del blog dice già tutto. Delirio è un fiume in piena e ci regala a briglia sciolta torrenti di aggettivi che ci fanno sognare.

La settima arte: Mario lo conosco da poco ma con le sue brevi, chiare e concise recensioni riesce sempre ad arrivare al punto.

Movie’s home: quando la forza della passione supera ogni confine.

Recensioni libere: il posto dove trovare le recensioni multiple più interessanti, divertenti e ricche di rimandi improbabili.

SteveMcQueen: non sbaglia mai una citazione.

Streetcar Desire: un vero lord, un signore che dirige il suo blog con classe ed eleganza.

Mi fermo qui anche se sinceramente avrei voluto fare moltissimi altri nomi, ma credo che questi siano più o meno quelli che seguo con più passione, senza nulla togliere a tutti gli altri blog presenti nei link qui a lato che sono comunque molto valenti e ben gestiti.
Ringraziando di nuovo la gentilissima Lilith (che ovviamente non è nelle nominations perchè mi ha nominata lei stessa, ma che seguo sempre con costanza e affetto), attendo le vostre nominations, ammesso che vi cimentiate nell’impresa.

Non è mai troppo tardi

REGIA: Rob Reiner

CAST: Jack Nicholson, Morgan Freeman, Sean Hayes, Beverly Todd
ANNO: 2007

TRAMA:

Edward Cole, un ricco proprietario di cliniche viene ricoverato a causa di un tumore. In ospedale fa la conoscenza del mite Carter Chambers, anch’egli malato di tumore. Quando i due scoprono che gli rimangono pochi mesi di vita, decidono di stilare una lista con le cose mai fatte nella loro vita e di metterla in atto.

 


ANALISI PERSONALE

Viene da chiedersi come mai due grandissimi attori del calibro di Nicholson e Freedman e un discreto regista che ha alle spalle del buon cinema (Harry ti presento Sally, Misery non deve morire, Stand by me) come Rob Reiner, decidano di prestare i loro nomi e i loro volti ad un film come questo che è la fiera delle scontatezze, dei luoghi comuni, verrebbe da dire (se non fosse perlomeno per il rispetto per i due “mostri” del cinema) della stupidità. L’idea di trattare la morte in maniera comica non è male, ma in questo caso la comicità è praticamente assente e si lascia spazio a battute e situazioni talmente retoriche che paiono uscite dalle frasi dei famosi cioccolatini. Comico e drammatico, quindi, si susseguono senza sosta e senza un minimo di criterio col risultato che lo spettatore non ride e non si commuove, dato che non sa quale delle due cose fare, spaesato com’è. Come se ciò non bastasse la lista compilata dai due attempati moribondi è piena zeppa di banalità da cinepanettone natalizio: guidare un auto potente, farsi un tatuaggio, fare un’orgia, baciare la donna più bella del mondo, scalare l’Himalaya e via dicendo. Ma non è tutto qui: ad aggiungersi a queste divertenti (?) ed esilaranti (?) voci della lista, sovvengono dei compiti ben più importanti e gravosi: riconciliarsi con una figlia di cui non si sa più nulla per Edward e ritrovare la passione di un tempo nel proprio matrimonio per Carter. Insomma, peggio non poteva andarci.

Edward Cole (un Jack Nicholson che pare quasi la caricatura di sé stesso), un multimilionario proprietario e gestore di cliniche sostiene la tesi secondo la quale un ospedale non è un centro relax o di bellezza e quindi va gestito nella maniera adeguata: due letti per stanza, tagli al personale e via dicendo. Quando però viene colto da un malore ed è costretto a ricoverarsi nel suo stesso ospedale, reclama una stanza singola e tutti i comfort possibili. Il suo assistente Tommy (il simpatico Sean Hayes di Will & Grace), gli ricorda allora che la sua immagine verrebbe lesa se si trasferisse davvero in una stanza singola. Allora Edward si rassegna a passare i prossimi mesi col suo compagno di stanza: Carter Chambers (un riflessivo Morgan Freeman) un meccanico di colore appassionato di quiz televisivi. I due non potrebbero essere più diversi. Edward è un attempato casanova, sposato per quattro volte, ma libero come il vento, scontroso, acido, arcigno e sarcastico. Carter è un mite meccanico che non ha potuto realizzare i suoi sogni (studiava filosofia all’università) per poter mantenere sua moglie e i suoi figli, è educato, calmo, mite, saggio.
Non ci vorrà molto perché i due si uniranno in amicizia, dato che scoprono entrambi di avere un tumore incurabile. Cominceranno a giocare a carte insieme, a fare delle passeggiate lungo i corridoi dell’ospedale, a conoscersi meglio insomma.



Quando entrambi scopriranno che gli mancano da vivere pochi mesi o al massimo un anno, dopo lo sgomento iniziale decideranno di attuare quella lista cominciata da Carter nella quale sono segnate delle cose che non è mai riuscito a fare durante gli anni della sua vita. Edward coglie la palla al balzo e ci aggiunge le sue voci e così i due, grazie ai miliardi di Cole, decidono di partire per un viaggio intorno al mondo e di realizzare la loro lista.
Carter, dapprima riluttante, capisce che è il momento di realizzare i suoi sogni repressi nel corso degli anni e abbandona moglie e figli per andare a gironzolare col suo amico Edward.
Ed è così che i due moribondi si lanciano col paracadute, si sfidano in gare automobilistiche, vedono il Taj Mahal, vanno a Parigi, sulle piramidi e quant’altro. Nel frattempo non mancano di discutere simpaticamente sulle loro condizioni: come vorrebbero essere sepolti, dove andranno dopo la morte e cosa lasceranno dietro di loro. Non mancheranno le liti soprattutto perché uno vuole spingere l’altro ad adempiere ai suoi doveri familiari: chi con la figlia e chi con la moglie.
Sappiamo sin dall’inizio che uno dei due è sicuramente morto e la sorte dell’altro ci verrà palesata dal mite assistente Tommy.

Se non si fosse capito dalla trama o dal breve cappello introduttivo, siamo di fronte ad una pellicola pregna di luoghi comuni mal costruiti e di situazioni al limite del sopportabile, soprattutto se si tiene conto che dai due attori si chiede e si pretende qualcosa di più. E, invece, ci tocca guardare un Jack Nicholson più gigionesco che mai con una serie di smorfie, battute e anche tristissime cadute (e non solo di stile) che invece di far ridere accrescono l’amarezza nello spettatore che ne ha seguito la carriera e che ha amato le sue più grandi interpretazioni, e un Morgan Freeman che ormai pare ricoprire sempre lo stesso ruolo: quello dell’uomo saggio e quasi spirituale che fa da contraltare alla scontrosità, alla materialità del suo compagno di viaggio. Certo se proprio dovessimo salvare uno dei due, salveremmo quest’ultimo, ma di sicuro entrambi non ci fanno una bella figura. Tra le cose da buttare immediatamente nel dimenticatoio c’è soprattutto la gita in safari dei due che si dilettano nel canticchiare la ormai abusatissima canzone The lion sleeps tonight. Se ci aggiungiamo una sceneggiatura che parte col piede sbagliato facendoci credere di assistere ad una commedia per poi infilarci varie morali (come la disquisizione spicciola e insulsa su Dio, ma non solo) da fiction televisiva, il risultato non può che essere disastroso. Anche perché ad aiutare la pellicola (visto che regia, sceneggiatura e recitazione sono al limite dell’accettabile) non soccorrono nemmeno una brillante fotografia o un’ambientazione che poteva essere interessante (visti i numerosi luoghi visitati dai protagonisti) e che invece si limita a mostrare come delle cartoline alcuni dei paesaggi maestosi come l’Egitto delle piramidi o la veduta dall’alto quando Edward e Carter si lanciano col paracadute.

Bocciato su tutti i fronti, anche se a malincuore questo Non è mai troppo tardi risulta essere un flop in tutto e per tutto e si spera che si farà presto dimenticare.

Regia: 4
Sceneggiatura: 3
Recitazione: 5
Fotografia: 4
Colonna sonora: 3
Ambientazione: 3
Voto finale: 3,5

 




CITAZIONE DEL GIORNO

Stai parlando con me? (Robert De Niro davanti allo specchio in "Taxi driver")



LOCANDINA


Into the wild

REGIA: Sean Penn

CAST: Emile Hirsch, William Hurt, Marcia Gay Harden, Vince Vaughn, Catherine Keener, Jena Malone, Hal Halbrook, Brian Dierker
ANNO: 2007

TRAMA:

E’ la storia vera di Christopher McCandless, un giovane neolaureato benestante, che nel 1990 al poco più di 20 anni d’età, decise di abbandonare tutto e tutti e di tuffarsi in un’avventura fantastica: vagabondare a piedi per gli Stati Uniti per poi arrivare in Alaska a contatto con la natura più estrema.

 


ANALISI PERSONALE

Alzi la mano chi non si è emozionato almeno un po’ alla vista di quei meravigliosi scorci di paesaggi talmente imponenti, talmente immensi, talmente paradisiaci da far battere il cuore. Alzi la mano, inoltre, chi non ha sognato con le fantastiche note di Eddie Vedder, cantante dei Pearl Jam, che accompagnavano in maniera fenomenale tutte quelle strabilianti immagini. Ma soprattutto, alzi la mano chi ad uscita sala non ha desiderato anche per un solo istante di abbandonare lì la propria macchina e se non proprio di cominciare la stessa coraggiosa avventura del protagonista, perlomeno di tornare a casa a piedi. Into the wild è un’esperienza che ti scombussola, ti cambia dentro, ti fa nascere certi desideri che magari vengono troppo spesso repressi: desideri di libertà, di verità, proprio come quelli che ha il giovane Chris che non ha paura di affrontare il mondo, quello reale e soprattutto che ha un grandissimo coraggio: quello di abbandonare tutti i suoi agi, le sue comodità, quello di “tradire” la sua amatissima sorella e di lasciare i suoi controversi genitori, quello di dirigersi verso l’ignoto e tutto per provare sentimenti autentici, non contaminati dalla società corrotta e dalla civiltà sempre più votata alla carriera, al materialismo. Sembrerebbe un bel polpettone costruito con ingredienti quali la retorica, il sentimentalismo, la banalità ma in realtà non è affatto così. Prima di tutto perché è una storia vera e per questo colpisce allo stomaco e al cuore ancora di più, ma soprattutto perché l’abile Sean Penn (pur esagerando in alcuni punti) riesce, grazie ad una regia molto particolare e per nulla lineare, a creare un film originale senza scadere nella più facile retorica, regalandoci, invece, una serie di insegnamenti che molto spesso tendiamo a dimenticare o perlomeno a nascondere a noi stessi per paura, timore, per mancanza di forza e temerarietà.

Christopher McCandless (lo strabiliante Emile Hirsh) si è appena laureato col massimo dei voti. I suoi genitori, Walt (il sempre perfetto William Hurt) e Billie (la graziosa Marcia Gay Harden) decidono di regalargli un auto nuova. Ma Chris non ne ha affatto bisogno, il suo vecchio catorcio gli basta e gli avanza. Non sembrano andare molto d’accordo figlio e genitori, ma soprattutto non sembrano andare molto d’accordo i genitori tra di loro. L’unica persona veramente vicina a Chris è sua sorella Carine. I due sono molto uniti e quando Chris scompare senza dire niente a nessuno, lei pare essere l’unica a capire i suoi reali intenti. Infatti, il ragazzo ha deciso che non vuole più vivere nella menzogna: quella del matrimonio dei suo genitori, quella della sua infanzia, quella della società in cui vive nella quale non riesce a trovare una dimensione, quella della vita stessa. Chris dona tutti i suoi risparmi in beneficenza e parte a bordo del suo catorcio per un viaggio a contatto con la terra, con la natura per arrivare come ultima tappa nell’immensa e desolata Alaska. Molto presto si libera anche dell’auto e dei pochi spiccioli che ha in tasca e continua a piedi il suo cammino. Assume il nome di Alexander Supertramp (supervagabondo, supercamminatore) e lungo il suo cammino fa varie conoscenze, tutte uno più stimolante, incoraggiante e fomentante dell’altro: la coppia di hippie Jan (la delicata Catherine Keener) e Rayne (Brian Dierker), i due danesi sul fiume Colorado, l’operaio Wayne (un bravissimo Vince Vaughn) nei guai con la legge perché guarda la pay-tv gratis, Tracy una giovane ragazza che si innamora di lui, Ron un vecchio solitario (l’intenso Hal Halbroock).



Ognuno di questi incontri con il sottostrato americano, con la vera gente, quella che vive ai margini, riuscirà a cambiare sia il ragazzo, sia coloro che si rapporteranno con lui. Chris attraverserà i campi del South Dakota per poi affrontare le pericolosissime ripide del fiume Colorado a bordo di un kayak, fino ad arrivare in California e poi addirittura anche in Messico, per esserne poi ricacciato. Alla fine riuscirà a veder avverato il suo sogno: arrivare in Alaska, nelle immensità di quella natura allo stato primordiale, quasi selvaggio.

La particolarità della pellicola sta nel fatto che, come nel precedente La promessa, il regista fa iniziare la storia dalla fine e cioè con Chris che in Alaska trova quello che lui stesso chiama bus magico, e poi racconta tramite una serie di flashback suddivisi in capitoli e narrati dalla voce-off della sorella, tutto il resto del fantastico viaggio di Chris durato più di due anni. Questa mancanza di linearità nel racconto contribuisce a fissare in maniera più adeguata tutti i punti più salienti del viaggio e l’utilizzo di moltissimi primi piani o di scelte registiche quali il ralenti o lo split-screen (forse un po’ troppo inflazionati) si contrappone abilmente all’immensità degli squarci paesaggistici, fotografati in maniera sublime da Eric Gautier.
A rendere ancora più intensa e commovente la vera storia (tratta dal romanzo Nelle terre estreme di Jon Krakaure) di quest’uomo, che nonostante il triste epilogo, tutti ci ritroviamo ad invidiare, c’è il giovane ma promettente Emile Hirsh che ha saputo dare vita a tutte le emozioni del giovane Chris grazie ad un’interessante mimica facciale e ad un impressionante trasformismo fisico.
Sean Penn firma il suo capolavoro non solo di regia, ma anche di sceneggiatura e ci lascia a bocca aperta per la bellezza, non solo delle musiche e delle immagini, ma anche dei contenuti davvero toccanti, profondi e forieri di mille e mille riflessioni. Numerose le scene topiche (anche se sarebbe da citare l’intera pellicola sequenza dopo sequenza) come quella nella quale Chris si ferma in un centro accoglienza per ottenere dei documenti come Alex Supertramp e per passare la notte, ma poi rivede se stesso in un giovane rampante incontrato per la strada e capisce che non è il caso di cedere a certi “materialismi”, decidendo di proseguire il suo viaggio completamente privo e spoglio di qualsiasi comodità, continuando a dormire sui vagoni dei treni o per la strada, o come quella finale dell’incontro con Chris e con un orso, metafora dell’unione e della comunione assoluta che finalmente il giovane uomo ha raggiunto con la natura più estrema. Ed è così che Chris/Alex, in compagnia dei suoi scrittori preferiti quali London, Tolstoj, Thoreau di cui continua a seguire i
“dettami” che riusciranno persino a farlo sopravvivere nei momenti più difficili, ci accompagna in un viaggio verso la consapevolezza di noi stessi, verso la semplice ma al contempo sublime verità e ci insegna che “la fragilità del cristallo non è una debolezza ma una raffinatezza…” Un film che, come suddetto, ti cambia dentro, ti fa crescere e ti fa desiderare di poter essere almeno per un istante libero e realmente felice come lo è stato Chris durante il suo immenso, magnifico e profondo viaggio, interiore e non che lo ha portato ad un’ultima considerazione finale: “La felicità è reale solo se viene condivisa…”

Into the wild rimarrà sicuramente impresso a caratteri indelebili nella storia del cinema per la sua estrema bellezza ed intensità.

Regia: 8
Sceneggiatura: 8,5
Recitazione: 9
Fotografia: 10
Colonna sonora: 10
Ambientazione: 10
Voto finale: 9

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Voglio essere come voi siete, vedere come voi vedete, amare come voi amate. (Winona Ryder a Gary Oldman in "Dracula di Bram Stoker", 1992)



LOCANDINA


The prestige

REGIA: Christopher Nolan

 
 

CAST: Christian Bale, Hugh Jackman, Michael Caine, Scarlett Johansson, David Bowie, Piper Perabo, Rebecca Hall
ANNO: 2006

 
 

TRAMA:

 

Due giovani e noti prestigiatori passano la maggior parte della loro esistenza a contendersi il primato nel loro campo a causa di una ossessiva rivalità nata dopo un tragico evento che li ha resi nemici, dopo essere stati amici e colleghi.

 

 


 

ANALISI PERSONALE

 
 
 

È proprio il caso di dirlo: The prestige è un film magico. Secondo il regista uno spettacolo di magia è composto da tre momenti indispensabili: promessa, svolta e prestigio e nel film troveremo un assaggio di tutto ciò. Ma attenzione perché il prestigio è davvero spettacolare, e nonostante nel corso della pellicola ci venga più volte ripetuto di “osservare attentamente”, è assolutamente inaspettato e per questo ancora più emozionante.
Il tutto è narrato tramite una corposa somma di flashback e flashforward (non preoccupatevi nulla a che vedere con l’astrusità di Memento) che ci raccontano passo dopo passo quello che è avvenuto fino al momento da cui inizia la pellicola.

 
 
 
 
 
 
 
 

Siamo nella Londra di fine ‘800, periodo in cui gli spettacoli teatrali e illusionistici andavano molto di moda. Robert Angier (Hugh Jackman) e Alfred Borden (Christian Bale) lavorano insieme sotto le insigne dell’”ingegnere” Cutter (Michael Caine). Ad assisterli nei loro spettacoli c’è la giovane e bella Julia (Piper Perabo) moglie di Robert. Tutto sembra filare liscio se non fosse che Alfred pretende sempre di più, vuole sperimentare trucchi nuovi, illusioni sconosciute e sensazionali.
Durante uno dei loro spettacoli, Julia perde accidentalmente la vita e Robert incolperà il suo amico Alfred per averla legato sua moglie troppo stretta.
Da questo momento in poi i due diventeranno acerrimi rivali e si contenderanno il primato nel campo dell’illusionismo anche attraverso metodi poco ortodossi, non disdegnando di ricorrere persino alla violenza. Mr. Cutter rimarrà accanto a Robert, credendo anch’egli nella colpevolezza di Alfred per la morte di Julia, mentre quest’ultimo si affiancherà ad un nuovo “ingegnere” che gli resterà fedele fino alla fine.
Come suddetto, il tutto viene raccontato tramite dei flashback ottimamente costruiti perché la storia inizia in un tribunale nel quale Alfred è accusato dell’assassinio di Robert e tra i suoi accusatori c’è persino Mr. Cutter. In prigione, all’illusionista viene consegnato il diario segreto del suo rivale nel quale può rivivere alcuni dei momenti passati, così come fece in precedenza Robert quando ebbe l’opportunità di leggere il diario segreto di Alfred. Flashback dopo flashback veniamo immessi in un mondo spettacolare, fatto di magie col trucco o senza trucco. Scorgiamo sprazzi di vita dell’uno o dell’altro, schierandoci una volta a favore di Robert e subito dopo a favore di Alfred. Il primo, rimasto
vedovo, instaura una relazione con la sua nuova assistente Olivia (Scarlett Johansson), il secondo si innamora di una sua spettatrice, Sarah (Rebecca Hall) sposandola e mettendo al mondo una figlia. Ma a complicare la vita di entrambi c’è l’ossessione di sconfiggere l’avversario, di carpirne i segreti, di risultare il migliore, di vendicarsi dei torti subiti. Ed è così che cominciano a sabotarsi a vicenda (Robert arriverà persino a chiedere ad Olivia di andare a lavorare per Alfred in modo da rubarne i segreti, anche se i risultati alla fine saranno scarsi).

 


La contesa alla fine verterà su un grande trucco illusionistico ideato da Alfred e cioè “Il trasporto umano” che consiste in una sorta di teletrasporto da una porta ad un’altra senza l’apparente utilizzo di sosia o di qualsiasi altro trucco. Per Robert, ormai quasi dimentico del vero scopo della sua rivalità e cioè la vendetta di sua moglie, l’unica cosa importante è riuscire a scoprire il meccanismo del trasporto umano. Abbandonato anche da Cutter (“l’ossessione è un gioco che si fa da giovani” gli dirà), Robert si rivolgerà allo scienziato “pazzo” Nikola Tesla (David Bowie) ideatore di una fantastica macchina elettrica. Dopo un’iniziale indecisione, lo scienziato costruirà la macchina per l’illusionista pregandolo però di distruggerla subito, data la sua pericolosità. Ma Robert ormai offuscato dal delirio di vendetta e rivalità non ascolterà il consiglio di Tesla fino a giungere ad un tragico epilogo.
Ma è stato davvero Alfred ad uccidere quello che in passato era stato il suo amico? Colui con cui ha condiviso gioie e dolori? Colui con il quale si è sacrificato per diventare quello che è diventato?
Saranno i flashback e i nostri protagonisti a rivelarci l’impressionante e agghiacciante verità.

 
 
 
 
 
 
 
 

“Devi essere pronto a sporcarti le mani”, insegna Cutter al suo “allievo” Robert e lui lo prende in parola come anche Alfred, non fermandosi davanti a niente o nessuno per raggiungere i propri fini. Ed è proprio in questa affermazione che risiede il vero spirito di questa pellicola che ci insegna anche che “l’uomo va al di là di ciò che può afferrare”, ma soprattutto che “ciò che può afferrare va al di là del suo coraggio”.
Quello che si prova alla fine della pellicola è quasi un senso di inadeguatezza per non aver capito prima il “trucco”, ma come per tutti i trucchi magici, solo dopo che ci viene svelato se ne comprende la semplicità e la “stupidità”. Ed è proprio per questo che i maghi, gli illusionisti non raccontano mai i propri segreti: “i segreti sono la mia vita”, dice infatti Alfred rivolgendosi a sua moglie Sarah che reclama un po’ più di attenzioni verso sé e verso la loro figlia.
Ad arricchire la già di per sé ricchissima pellicola, si aggiungono una fotografia sublime ed affascinante dai toni cupi e quasi asfissianti e un’ambientazione caratterizzata da imponenti e particolarissime scenografie (a partire dai vari palchi allestiti da due illusionisti per i loro spettacoli fino ad arrivare al castello dove risiede lo “scienziato pazzo”), per non parlare degli attori protagonisti
tutti uno più in stato di grazia dell’altro: Hugh Jackman dalla forte presenza scenica e dalla portata quasi regale, Christian Bale dallo sguardo sofferente ma sempre fiero e mai basso, Michael Caine austero e benevolo al contempo, Scarlett Johansson ambiguamente sensuale.
Grazie ad una sceneggiatura avvincente che tiene alta l’attenzione fino ad arrivare ad un finale quasi shyamalaiano che ci lascia con la pelle d’oca su una bellissima canzone di Tom Yorke possiamo fermamente asserire che The prestige è proprio uno spettacolo di film!

 
 
 
 
 
 
 
 

Regia: 8,5
Sceneggiatura: 8
Recitazione: 9
Fotografia: 9
Colonna sonora: 8
Ambientazione: 9
Voto finale: 8,5

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Ho la sensazione di aver dimenticato a casa qualcosa di importante. (Da "Mamma, ho perso l'aereo")


LOCANDINA


La colazione dei campioni

REGIA: Alan Rudolph

CAST: Bruce Willis, Nick Nolte, Albert Finney, Glenn Headly, Barbara Hershey, Lukas Haas, Omar Epps
ANNO: 1999

TRAMA:

Dwayne Hoover, famoso commerciante di automobili, tenta disperatamente il suicidio perché ossessionato dal lavoro e dalla famiglia, ma alla fine riesce a trovare l’aiuto che cercava grazie ad uno scrittore fallito di romanzi fantascientifici, nel quale l’imprenditore si rispecchia.

 



ANALISI PERSONALE

Fracassone ed esagerato sono i primi due aggettivi che vengono in mente a fine visione di questo film. Perché in realtà le idee e le trovate ci sono eccome e alcune sono anche simpaticissime, ma con un po’ di garbo, parsimonia e stile in più La colazione dei campioni avrebbe potuto essere uno di quei fatati film alla Gilliam o uno di quelli strambi e geniali alla Coen. Invece, qui le immagini, i colori, i suoni, gli attori stesso vengono letteralmente lasciati e lanciati a briglia sciolta, senza un minimo di criterio. Certo i momenti esilaranti non mancano e si fanno ricordare anche a distanza di tempo, ma tutto questo non basta. Come dimenticare ad esempio un grande autoironico Nick Nolte vestito in lingerie femminile, o un Bruce Willis con tanto di tupé che per zittire i suoi interlocutori stringe tra le mani la loro lingua, o un Albert Finney scrittore fantascientifico fallito (alter ego dello scrittore Vonnegut autore del romanzo da cui è tratto il film) che entra in uno specchio passando in un’altra dimensione dove torna bambino?  Ma al di là di questo il film non riesce ad andare, il messaggio che poteva essere più interessante si perde nei meandri delle miriadi di scritte sovrapposte o di canzoni un po’ troppo ripetute o di visioni tra lo psichedelico e il grottesco che però vengono un po’ troppo inflazionate.

Dwayne Hoover (un quasi onnipresente Bruce Willis che sfiora il macchiettistico, rimanendo comunque credibile) è il proprietario di una concessionaria automobilistica e ogni qualvolta arriva un periodo di promozioni (in questo caso la settimana hawaiana), cade nella più totale depressione perché oberato dalle numerose pressioni lavorative e familiari. A circondarlo non ci sono di certo delle persone “normali”: una moglie completamente assuefatta alla tv e soprattutto agli spot pubblicitari (di cui Dwayne è un importante e famosissimo esponente), un figlio dalle tendenze omosessuali che vive nello scantinato e che indossa giacche scintillanti e ciabatte dalla forma di coniglietti con le quali si esibisce anche come cantante di piano bar, un dipendente Harry LaSabre (uno strepitoso Nick Nolte) che ama travestirsi da donna insieme a sua moglie, un’amante segretaria Francine (Gleen Headly) un po’ troppo asfissiante e, come se non bastasse, ad aggiungersi alla bolgia arriva un fan sfegatato appena uscito di prigione, col nome simile al suo e cioè Wayne Hoobler (Omar Epps).
Per Dwayne questo è troppo e allora tenta più volte il suicidio se non fosse che ogni volta viene interrotto dalla cameriera che lo chiama a consumare la cosiddetta “colazione dei campioni” o dalla segretaria che gli telefona per dirgli quanto lo ama o dal suo fan sfegatato che vuole lavorare con lui a tutti i costi.
Allora Dwayne tenta di andare avanti senza scivolare nel baratro della depressione e della totale pazzia, resistendo alle preoccupanti “assenze” mentali di sua moglie, alle stravaganze di suo figlio, all’inadeguatezza dell’amico e dipendente Harry (che tenta disperatamente di non farsi scoprire nella sua segreta passione), alle insistenze di Francine e del suo strambo e a tratti irritante ammiratore.
Quando alla tv e alla radio sente la notizia dell’arrivo in città dello scrittore Kilgore Trout (un fantastico Albert Finney), Dwayne comincia a nutrire qualche sogno di speranza. Trout era uno scrittore di romanzi fantascientifici, chiamato in città per presenziare al Festival delle Arti della città. Leggendo uno dei suoi romanzi, Dwayne si è talmente identificato da credere di poter trovare tutte le risposte alle sue domande, ed è così che dopo aver parlato a tu per tu con lo scrittore (che è giunto non senza difficoltà in paese), Dwayne dà libero sfogo alle sue repressioni e riesce a ritrovare se stesso.

“Addio triste lunedì”, è il motto di uno spot pubblicitario, come quelli che la moglie di Dwayne, non fa altro che guardare alla tv. E’ con questa frase che si apre e che si chiude il film: alla fine però viene pronunciata dallo stesso Dwayne che pare aver capito la vera condizione di sua moglie e di suo figlio che in realtà non erano affatto fuori dal “normale”, ma è il “normale” ad essere fuori. Numerosi i temi affrontati da questa pellicola, anche se non in maniera del tutto adeguata ed approfondita, nascosti volutamente o meno sotto innumerevoli stramberie registiche e recitative. Si va dalla critica alla televisione e ai mezzi di comunicazione che non fanno altro che “assuefare” il pubblico a cui si rivolgono, alla famiglia americana apparentemente felice ma internamente sgretolata, alla consueta crisi di identità dell’uomo di mezza età e via dicendo. Alla fine, veniamo lasciati con una sorta di pessimismo misto a rassegnazione, con il protagonista che urla tra le lacrime a sua moglie: “Finchè non muori, devi solo vivere!”.
Per carità, il risultato non è affatto negativo, ma il tutto poteva essere un po’ meno forzatamente grottesco. Interessantissimi e molto divertenti i vari spot pubblicitari di Dwayne Hoover, originale la colonna sonora che inserisce tra un motivetto e l’altro dei veri e propri rumori come gli ululati ad inizio e fine film, interessante la poliedrica fotografia e coraggiose alcune scelte registiche che tagliano le immagini sovrapponendole ad altre.
Insomma, molte cose potevano essere evitate, ma sicuramente ci troviamo di fronte ad un film simpatico, leggero (con messaggi seri ma già sentiti e visti) e di divertente intrattenimento.

Regia: 6
Sceneggiatura: 5
Recitazione: 7
Fotografia: 7
Colonna sonora: 6,5
Ambientazione: 6,5
Voto finale: 6

 



CITAZIONE DEL GIORNO

"Siamo della disinfestazione, hanno visto degli scarafaggi al 25° piano". "Devono essere belli grossi!". "Staccano le teste a morsi!". (Peter Wenkmann in "Ghostbusters")



LOCANDINA


A history of violence

REGIA: David Cronenberg

CAST: Viggo Mortensen, Ed Harris, William Hurt, Maria Bello
ANNO: 2005

TRAMA:

Tam Stall è un tranquillo cittadino americano che gestisce una tavola calda e che si occupa amorevolmente di moglie e figli. Un giorno due rapinatori entrano nel suo locale minacciando di fare piazza pulita e Tom li fa fuori divenendo l’eroe del momento. Dopo essere apparso in tv, un brutto ceffo, scambiatolo per un’altra persona, comincia a tampinarlo reclamando vendetta.

 


ANALISI PERSONALE

Tratto da un fumetto, A history of violence porta con sé il marchio indelebile e infallibile dello stile di Cronenberg che torna a parlarci di metamorfosi non solo del corpo, ma anche della mente. Il tema del doppio (ormai sdoganato al cinema) viene qui affrontato in maniera originale e del tutto personale con la mano inconfondibile del grande regista canadese. Ad interessare non è tanto il plot narrativo in sé per sé, che potrebbe risultare a tratti banale e soprattutto già visto, ma il messaggio che porta e che contiene, scritto a caratteri cubitali col sangue scaturito dalla violenza, che volenti o nolenti, è insita, con dosi diverse a seconda del caso, dentro ognuno di noi. Violenza che fa paura ma che al tempo stesso affascina, violenza mostrata talmente velocemente da non lasciarci neanche il tempo di pensare, come molto probabilmente il regista intendeva contrassegnando le scene clou della sua pellicola da una quasi totale mancanza di giudizi esterni o sopra le parti. Il narratore è nascosto, dunque, è quello che conta non è riflettere su un dato di fatto, ma rendersi conto della sua esistenza.

Tom Stall (un sempre più straordinario Viggo Mortensen) è il proprietario di una tavola calda. Vive con sua moglie Edie (una discreta Maria Bello) e i suoi figli Jack e Sarah. La sua vita trascorre tranquilla e Tom, a detta di sua moglie è l’uomo più buono del mondo. Consiglia suo figlio maggiore su come comportarsi coi suoi coetanei che lo infastidiscono, rassicura la piccola Sarah dell’inesistenza di mostri cattivi e si occupa della casa e del lavoro in modo egregio.
Un giorno durante l’orario di chiusura, nel suo locale appaiono due strani tipi che pretendono di bere caffè e di mangiare una torta. Quelli che sembrano essere solo due fastidiosi e prepotenti clienti si mostrano però per quello che sono in realtà: due rapinatori ed efferati assassini (li vediamo all’inizio uccidere senza pietà anche una piccola bambina). Tom non si fa cogliere di sorpresa e riesce ad uccidere entrambi, divenendo l’eroe locale del momento. L’uomo sembra non essere contento della crescente notorietà che comincia a caratterizzarlo, tanto da evitare il più possibile contatti con giornalisti e tv. Quanto tutto sembra essere tornato alla normalità a far visita al suo locale arriva un altro strano tipo con scagnozzi al seguito. Si tratta di Carl Fogarty (un estremamente caratteristico e impressionante Ed Harris) che afferma di conoscere Tom col nome di Joy Cusack e che pretende che l’uomo lo segua per andare a far visita a suo fratello Richie (il fumettistico e particolarissimo William Hurt).
Si tratta di s
cambio di persona o Tom nasconde qualcosa? Certo è che lui continua a negare di essere mai stato a Philadelphia come invece asserisce il temibile Carl e continua a giurare a sua moglie e ai suoi figli di non sapere di cosa parli quell’uomo. Continuando a proteggere la sua famiglia, Tom è costretto a “planare” nuovamente verso un tragico epilogo che ci lascia sospesi con un interrogativo ben fissato nella mente: conosciamo mai fino in fondo coloro che ci stanno accanto? Ma soprattutto, conosciamo davvero noi stessi?

 


Psicologicamente teso ed intenso, questo film, giocando sulla dualità della mente, della personalità e persino della corporeità racconta il processo di metamorfosi e di trasformazione subita, volontariamente o necessariamente, da un uomo che sembra aver completamente cancellato uno scomodo passato di violenza e degradazione per raggiungere e realizzare quello che è il tipico sogno americano: un bel lavoro, una bella casa a due piani e una famiglia felice. Ma si sa, la realtà è tutt’altra cosa e quando meno ce lo aspettiamo la nostra vera (duplice o multiforme) natura prima o poi viene a galla. Nel film il cambiamento, il trapasso, l’emergere degli istinti più reconditi viene mostrato attraverso due metaforiche e significative scene di sesso tra Tom e Edie: nella prima i due giocano a fare gli adolescenti paurosi di essere colti in flagrante (scena che porta con sé tutta la dolcezza e la delicatezza di un rapporto di coppia), nella seconda marito e moglie dopo una furiosa lite verbale e fisica sulle scale della loro casa si lasciano andare ad una violenta passione che però non riesce ad unirli realmente (immagini queste di una forte forza comunicativa).
Ma a dimostrazione che agli istinti è difficile porre un freno viene posta anche la questione del figlio maggiore di Tom che viene continuamente vessato da un suo compagno, bullo che più bullo non si può (che inizialmente incrocia il suo sguardo in auto con quello dei due assalitori della tavola calda in un camioncino quasi a dimostrare una sorta di specularità) e che, dopo aver sopportato stoicamente senza reagire, scoppia in un impeto di violenza repressa.
Il cambiamento di registro dall’iniziale amenità della cittadina di Millbrook (Indiana) contrassegnata da un alone di pace, serenità e fratellanza tra i suoi abitanti fino ad arrivare ad una sorta di tacita e nascosta consapevolezza dei segreti che nasconde (nella persona di Tom, ma non solo) appare quasi impercettibile, ma è sicuramente ben realizzato anche grazie ad un cambiamento di tono nella fotografia che si incupisce ed ingrigisce man mano che si prosegue col “racconto” e della quasi del
tutto assente colonna sonora che arriva propiziamente a sottolineare i momenti di più alta tensione. Senza mai esagerare, Cronenberg filma i momenti salienti con cura e parsimonia regalandoci inquadrature importanti (quella iniziale – che sembra quasi un quadro dipinto per quanto è meravigliosamente fotografata -   in cui i due assassini dopo aver sterminato varie persone nella tavola calda escono e mettono a posto la sedia è davvero spettacolare) e soffermandosi su sguardi che raccontano più di mille parole, come quello finale tra Tom e Edie, straziante e latore di immense ed infinite interpretazioni.
A history of violence (che porta nel titolo tutta la sua essenza) è un film ricco di stile ed eleganza formale che riesce a insinuarsi prepotentemente nella mente dello spettatore.

Regia: 9
Sceneggiatura: 7,5
Recitazione: 8,5
Fotografia: 9
Colonna sonora: 8
Ambientazione: 8,5
Voto finale: 8,5

 


CITAZIONE DEL GIORNO
 
Le esperienze si possono anche leggere: non c’è bisogno di farle tutte di persona. (Marcello Mastroianni in "Verso sera")



LOCANDINA


Il gusto dell'anguria

REGIA: Tsai Ming-Liang

CAST: Lee Kang Sheng, Chen Shiang-Chyi
ANNO: 2005

TRAMA:

In una fredda e quasi deserta Taiwan contrassegnata da una sempre crescente siccità che costringe i suoi abitanti a far ricorso alle angurie per abbeverarsi, si rincontrano l’attore di film porno Hisiao-Kang e l’hostess di un museo Shiang-Chyi.

 


ANALISI PERSONALE

Siccità come metafora di un sesso ormai svuotato di significato e di profondità. Siccità, come metafora dell’inaridimento dei sentimenti e delle passioni e soprattutto come solitudine. L’unico rimedio pare essere quello di affidarsi al succo d’anguria o di lasciarsi andare a sogni visionari costituiti da stacchetti musicali allegri e colorati, completamente opposti all’aridità dei paesaggi e delle persone che li popolano. Questo film non è certamente fruibile a tutti, ricco com’è di scene troppo forti e non solo dal punto di vista sessuale. Una sessualità, quella narrata e mostrata, completamente scevra di qualsiasi passionalità o sensualità, ma quasi meccanizzata e soprattutto oggettivata (tanto da potersi esplicare solo con l’intermezzo di qualcosa, che sia un’anguria o un’inferriata, o la telecamera di un regista porno).

Hisiao-Kang, in passato orologiaio, ora è un attore porno affermato e sta girando alcuni film proprio al piano di sopra dell’appartamento di Shiang-Chyi da lui conosciuta in passato. I due si sono, forse, sempre inseguiti e cercati e magari questo casuale incontro sarà l’occasione buona per far si che l’amore finalmente sbocci. La ragazza lavora come hostess in un museo ed è ignara della professione della sua vecchia conoscenza. I due cominciano a frequentarsi, senza quasi mai parlarsi, lasciando spazio ai gesti, agli sguardi, ai movimenti sfuggevoli.
L’acqua scarseggia e in tv viene sempre più consigliato di dissetarsi con il succo d’anguria che tra l’altro, data la siccità, costa meno dell’acqua. Ed è così che le angurie diventano “oggetti” di uso comune nelle vite dei protagonisti, tanto da venire addirittura usate come oggetti erotici nei film porno (la scena nella quale il protagonista masturba l’attrice del film nel quale sta recitando tramite un’anguria è di una sottigliezza incredibile, dato che nasconde dei significati che vanno al di là dell’utilizzo del frutto in quanto divenuto di uso comune, ma che stanno a comunicare l’inaridimento di ben altro e cioè delle passioni, che possono essere sessuali o meno, e della loro materialità). L’attore ovvia alla mancanza d’acqua andando a farsi dei bagni nelle cisterne del condominio presso
il quale sta lavorando, mentre Shiang-Chyi cerca di sgraffignare quanta più acqua possibile dai bagni pubblici per farne una scorta gelosamente conservata nel bagno di casa sua.
Dopo l’incontro dei due personaggi le cose non sembrano cambiare di molto. La città è sempre più silenziosa e quasi deserta, e niente sembra annunciare un miglioramento delle condizioni di Taiwan, ma soprattutto dei due incredibilmente soli protagonisti. Uno spiraglio si apre solo quando si incontrano nel reparto porno di una videoteca, ma il ragazzo non riesce a lasciarsi andare completamente, abbandonando la sua “compagna” nel pieno della passione.



Quando questa, a causa di un incidente accorso ad un’attrice porno che trova riversa in ascensore, scopre il vero mestiere del suo amico, all’inizio ne rimane sconvolta ma poi sempre più eccitata fino a giungere ad una vera e propria esplosione (anche se repressa) della passione fino allora taciuta e nascosta.

Magnifica la fotografia (altalenante a seconda che “incastoni” i momenti seri a quelli gioviali e divertenti dei numeri musicali) ed estremamente comunicativa l’ambientazione (corridoi strettissimi e lunghissimi che sembrano imprigionare i protagonisti). La colonna sonora, quasi del tutto assente se si escludono i succitati stacchetti, è costituita dai rumori reali della città, delle riprese del film porno, della vita reale e contribuisce a dare quel tocco di veridicità e di materialità che si suppone il regista volesse dare alla pellicola.
Un film molto asciutto, come conviene anche al tema portante, questo Il gusto dell’anguria che riesce a trasmetterci tutta la solitudine da cui sono contrassegnati di due giovani protagonisti. Il film parte proprio con una lunga inquadratura di un corridoio biforcato dove dopo un po’ vediamo passare due figure rasenti i muri, che camminano senza guardarsi mai in faccia e senza nemmeno sfiorarsi. Già da questa primissima scena veniamo immessi nella tematica della pellicola. Ma come se non bastasse, subito dopo vediamo il protagonista con una donna esibirsi in una performance sessuale a dir poco singolare: il ragazzo sta masturbando un’anguria posta tra le gambe della donna che sembra godere come (o forse anche più) se la cosa stesse avvenendo senza un oggetto interposto. Cos’altro sta a significare questo, se non la perdita della speranza che possano esistere passioni autentiche, non materiali? Il film prosegue su questa falsa riga prendendo solo a volte delle strade diverse tramite degli stacchetti musicali molto vintage, coloratissimi e simpaticissimi, proprio a voler fare da contraltare all’asciuttezza, all’aridità del resto della pellicola. Ed è così che vediamo il protagonista cantare nella cisterna o vestirsi da pene e ballare in un bagno pubblico con delle donne adornate da secchi e sturalavandini. C’è ancora una speranza che le passioni possano tornare autentiche? Il regista ci lascia con l’interrogativo in sospeso dato che fa terminare questa sua
parabola ricca di rimandi e significati nascosti, con una lunga, estenuante (a tratti persino irritante) scena di sesso (la meno erotica che si sia mai vista sullo schermo) tra il protagonista e l’attrice ormai priva di vita. Un’ulteriore prova della mancanza di eros, sensualità, passionalità anche se poi, entrambi i protagonisti riusciranno a dare ampio sfogo alle loro passioni represse in un’esplosione di sudore, lacrime e sperma (che sembra abbondare così come l’acqua scarseggia), ma pur sempre inframmezzati dalle inferriate di una finestra, da un altro oggetto che pare “opporsi” ad un contatto diretto e sincero.

Regia: 8
Sceneggiatura: 7
Recitazione: 8
Fotografia: 8
Colonna sonora: 7
Ambientazione: 9
Voto finale: 8

 


CITAZIONE DEL GIORNNO

Certe cose avvengono perché non si sa la grammatica: tutti ne approfittano degli ignoranti. (Carlo Battisti in "Umberto D.")



LOCANDINA


Complotto di famiglia

REGIA: Alfred Hitchock

CAST: Karen Balck, Bruce Dern, Barbara Harris, William Devane, Ed Lauter
ANNO: 1976

TRAMA:

Le strade di due piccoli imbroglioni, Blanche e George, si intersecano con quelle di due grandi furfanti, Arthur e Fran. I primi credono di riuscire ad ottenere un buon gruzzolo “consegnando” Arthur ad una sua vecchia zia che vuole lasciargli tutti i suoi averi; i secondi, invece, pensano di essere inseguiti per via dei loro loschi affari.



ANALISI PERSONALE

È possibile mescolare abilmente diversi generi cinematografici come la commedia, il giallo, il noir, in maniera a dir poco sublime? La risposta è si se dietro la macchina da presa c’è un genio incontrastato che si chiama Hitchock. Col suo ultimo film, il grande maestro, è riuscito a divertirsi, ma soprattutto a divertirci, senza dimenticare di regalarci quei brividi che hanno sempre contrassegnato il suo cinema. Ed è così che guardando questo film passiamo dal sorriso alla suspance, dalla paura al puro divertimento. Con grande stile, humor e padronanza del mestiere, il regista ci accompagna ironicamente e rocambolescamente in un viaggio che non è esente da rimandi alla società del tempo e a richiami a temi quali il sesso (prima d’ora mai affrontati a viso aperto come in questo caso con la biondina protagonista che sembra esserne “affamata”).

Blanche (la pimpante Barbara Harris) è una sedicente medium, che si diletta nell’imbrogliare avvenenti signore che credono di parlare con i propri cari defunti. Una di queste signore non si perdona di aver fatto abbandonare alla sua sorella, ora morta, un bambino ancora in fasce perché nato in circostanze disdicevoli per l’epoca. La signora non ha altro desiderio che quello di ritrovare suo nipote e fargli dono di tutti i suoi averi. Blanche, acconsente anche perché la donna le ha promesso 10.000 dollari di ricompensa. Con l’aiuto di suo marito George (il simpaticissimo Bruce Dern) comincia a fare delle ricerche che diventano poi delle vere e proprie indagini, lungo il corso delle quali la coppia si imbatte in un’altra coppia molto pericolosa. Si tratta di Arthut (il sibilino William Devane) e Fran (l’ipnotica Karen Black) che attuano dei rapimenti per ottenere in riscatto gioielli di altissimo valore. La loro copertura è impeccabile: gestiscono una gioielleria. Ad occuparsi del rilascio dell’ostaggio è Fran, che con tanto di parruccone biondo, occhiali da sole e cappello nero, sena profferir parola induce la polizia a consegnarle il prezzo del riscatto e anche un elicottero per portare un agente dal povero rapito.
Quando George comincia ad avvicinarsi un po’ troppo alla temibile coppia, dato che crede che Arthur altri non sia che la persona da lui e da sua moglie cercata, le cose per loro si mettono molto male. Infatti, lo spietato criminale, ignaro del reale motivo per il quale viene seguito dagli altri due, crede di essere ricercato da loro per intascare la cospicua taglia che vige sul capo dei famosi rapitori. Quando scopre la verità però è troppo tardi e solo una delle due coppie riuscirà ad avere la meglio sull’altra.

Che Hitchock fosse un genio lo sapevamo già. Ma con questo suo ultimo bellissimo film, ne ha dato nuovamente prova. Numerose le scene se vogliamo dire “cult”, alle quasi sicuramente grandi registi a venire si sono ispirati, primo su tutti de Palma. Indimenticabile quella nella quale vediamo per la prima volta Fran, tutta vestita di nero con tacchi a spillo e parrucca bionda, passare davanti all’auto di Blanche e George e dirigersi in un religioso silenzio verso la stazione di polizia per ritirare il suo diamante. I suoi movimenti sono quasi meccanizzati e la musica che accompagna questo suo incedere fiera e silente è a dir poco agghiacciante. Un’altra scena girata con una dose di humor incredibile è quella del guasto dei freni dell’auto di Geroge che comincia a sbandare con altre auto e moto che gli vengono incontro: la povera Blanche si abbarbica come un’ostrica a suo marito impedendogli la visuale e strillando come una matta. La differenza tra le due coppie è resa palese non solo nel modo di recitare degli attori (molto più frivoli i primi e molto più seriosi i secondi), ma anche dal cambiamento di registro nella regia, nella colonna sonora, nei toni della fotografia, nell’ambientazione stessa. George e Blanche, i più simpatici e buffi, vivono un ameno appartamento, lui fa il tassista, lei la medium imbrogliona. Entrambi però sognano qualcos’altro. Lui si trasforma in un perfetto Sherlock Holmes con tanto di pipa e lei in una detective impavida e coraggiosa. Arthur e Fran, invece, vivono in un lussuoso appartamento e nello scantinato, nascosto abilmente, c’è una sorta di ripostiglio dove ripongono le loro vittime (tra le quali persino un vescovo). Lui è molto più crudele di lei e non si fa scrupolo se per raggiungere i propri obiettivi è costretto ad ammazzare qualcuno. Lei sembra voler porre fine alle nefandezze del suo compagno.
Amalgamando ironia (come nella scena iniziale di Blanche che parla con la defunta sorella dell’anziana signora) a momenti di alta tensione (i rapimenti di Fran e Arthur, ma anche alcuni loschi figuri che compaiono all’interno del film) e regalandoci l’ultima delle sue consuete apparizioni (questa volta dietro un vetro dell’ufficio anagrafe) , Hitchock firma una pellicola di alto livello, dando il suo ultimo saluto a quella che è stata di sicuro una grandissima passione piuttosto che un mestiere: il cinema.

Regia: 9
Sceneggiatura: 7,5
Recitazione: 8,5
Fotografia: 8
Colonna sonora: 8,5
Ambientazione: 8
Voto finale: 8

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Wendy, tesoro, luce della mia vita! Non ti faro’ niente. Solo che devi lasciarmi finire la frase. Ho detto che non ti faro’ niente. Soltanto, quella testa te la spacco in due, quella tua testolina te la faccio a pezzi! (Jack Nicholson a Shelley Duvall in "Shining", 1980)



LOCANDINA


2 giorni a Parigi

REGIA: Julie Delpy

CAST: Julie Delpy, Adam Goldberg
ANNO: 2007

TRAMA:

Jack e Marion vivono insieme a New York da due anni. Lei è francese, lui americano. Di ritorno da un viaggio a Venezia, si fermano per due giorni a Parigi per recuperare il gatto di lei e per far conoscere a lui amici e parenti, ma le cose non vanno proprio come avevano prospettato.

 




ANALISI PERSONALE

Una piccola e simpatica Woody Allen in miniatura, dato che in realtà il mitico regista resta inimitabile, quest’attrice che per la prima volta si cimenta nella regia. Ottiene un risultato discreto con questa sua commedia sentimentale che di sicuro non è esente da cadute o stereotipi, ma che riesce a divertire e non poco in più di un momento. Al povero Jack, straniero in terra straniera, gliene capitano di tutti i colori e lo spettatore tende a simpatizzare per lui immedesimandosi nella persona che si sente estranea ed esclusa quando si trova in mezzo a persone che parlano un’altra lingua o in una città di cui non conosce le strade e soprattutto le abitudini. Abitudini che vengono quasi messe alla berlina dalla regista francese che non ha peli sulla lingua nel raccontare il proprio paese e il modo che ha di viverlo e di vederlo. Libertà sessuale, razzismo, estrosità, scortesia e senso di superiorità sono solo alcune delle caratteristiche messe a nudo in questa pellicola.

Jack (un bravissimo e adeguatissimo Adam Goldberg) e Marion (una Julie Delpy più garbata e simpatica che mai) viaggiano in treno da Venezia a Parigi. Nella città lagunare, meta di tutti gli innamorati, Jack crede di essersi buscato un virus intestinale. Lui è un arredatore d’interni molto fissato con l’igiene e la salute, a tratti ipocondriaco, lei è una fotografa libertaria ed intellettuale. Una coppia un po’ sfasata, ma che sembra funzionare alla grande, fino a quando non arrivano nel paese di lei, dove vengono allo scoperto tutte le sue reali caratteristiche. I due si sistemano nella mansarda di lei, al piano di sopra dell’appartamento dove vivono i genitori e la sorella. E’ una famiglia stramba quella di Marion, molto aperta e sicuramente reduce del ’68 libertino, soprattutto dal punto di vista sessuale (sua madre ha persino avuto un flirt con Jim Morrison, e suo padre si diletta con mostre artistiche a sfondo sessuale).
I due non riescono ad avere un momento di intimità, un po’ per i malanni di lui, un po’ per l’incombenza della famiglia di lei (i genitori e la sorella hanno le chiavi della loro mansarda) e così i due innamorati passeranno più tempo fuori di casa, dove incontreranno vecchi flirt di Marion che faranno ingelosire e non poco Jack. Uno di questi li invita ad una festa e Marion convince il suo fidanzato ad andarci. Qui fanno la conoscenza di un altro ragazzo con cui Marion finge, mentendo, di non aver mai avuto una storia. Durante la festa però Marion si sente male e i due decidono di tornare a casa. Il giorno dopo, suo padre, invita la coppia ad andare insieme al mercato e Jack, seppur riluttante, accetta di buon grado. Una volta lì però, dopo aver assistito al macello di vari animali, il ragazzo si sente male e decide di tornare a casa.

Dopo essersi messo comodo, si accorge che il cellulare di Marion è lì e non riesce a resistere alla tentazione di darci una sbirciata. La verità che gli si paleserà sarà al contempo triste e inaspettata e segnerà una grande frattura tra i due.
Alla fine, riuscirà l’amore a trionfare sul pregiudizio, sulle paure, sulla non conoscenza dell’altro, sulle diverse abitudine e modi di vedere la vita? Secondo la regista, ci vuole un grande sforzo di volontà, ma se si è disponibili all’incontro, l’amore alla fine trionfa.

Estremamente divertente e a tratti esilarante questa leggera commedia dalle venature “radical-chic”. Si ride e anche molto in più di un’occasione: quando i due innamorati vengono continuamente interrotti nelle loro effusioni da una madre un po’ ingombrante o quando Jack arrivato a Parigi, per riuscire a prendere il taxi per primo dà indicazioni sbagliate a dei suoi connazionali che vogliono raggiungere il Louvre, mandandoli in periferia o quando alla festa degli amici di Marion, questa perde le sue lenti a contatto e un suo amico per restituirgliele, pare quasi che le stia toccando il seno, con Jack che dall’alto guarda in preda alla gelosia o come quando a tavola a casa di Marion a Jack viene servito un coniglio con una carota. Le battute, più o meno intelligenti, non mancano di sicuro e riescono a far sorridere e sono anche folte e numerose, tutte calzanti a pennello con le varie situazioni come quando la signora alla fermata del taxi dice a Jack: “Ho sentito che i francesi sono molto sgarbati” e questi le risponde “E’ un cliché, però è vero”, ma di esempi ce ne sarebbero moltissimi.
Merito della Delpy, chiaramente ispirata ad Allen (basti notare i suoi enormi occhialoni dalla montatura nera e il latente intellettualismo che aleggia non solo nel tipo di sceneggiatura, ma anche nell’ambientazione, nei vari personaggi e via dicendo), è quello di riuscire a descrivere due culture completamente diverse, riuscendo a rimanere quasi parziale senza giungere alla supremazia di una sull’altra, ma arrivando a far capire che non c’è una cultura più “giusta” dell’altra. Due culture, quindi, che si incrociano in maniera divertente, esilarante, ma soprattutto intelligente. Interessante la scelta
di non doppiare tutti i dialoghi in francese (cosa che ha contribuito a rendere il personaggio di Jack ancora più caratterizzato), anche se dei sottotitoli sarebbero stati ampiamente graditi e, invece, discutibile la scelta di un finale un po’ troppo romantico e banale (ma è forse l’unico finale possibile per questo genere di commedia). Tutto sommato però ci troviamo di fronte ad un’opera prima che è un buon biglietto da visita per la brava attrice francese che si è dimostrata in grado di sapere utilizzare con garbo e con stile anche la macchina da presa.

Regia: 7
Sceneggiatura: 7
Recitazione: 8
Fotografia: 6,5
Colonna sonora: 6,5
Ambientazione: 8
Voto finale: 7

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Ilsa, le cose da eroe non mi piacciono. Ma tu sai bene che i problemi di tre piccole persone come noi non contano in questa immensa tragedia. Un giorno capirai… Buona fortuna, bambina! (Humphrey Bogart, in "Casablanca", 1942)



LOCANDINA