Houdini – l'ultimo mago

REGIA: Gillian Armstrong

CAST: Guy Pierce, Catherine Zeta-Jones, Soirise Ronin

ANNO: 2009


TRAMA:


Il mago Houdini lancia una sfida a tutti i medium: chi riuscirà a riferirgli le ultime parole della mamma dette in punto di morte, dimostrando di poter comunicare con l’aldilà, riceverà in cambio un’altissima ricompensa. Ad Edinburgo, Mary si diletta in spettacoli medianici aiutata dalla figlia Benji , e quando verrà a conoscenza dei propositi del mago più famoso del mondo, cercherà di  vincere a tutti i costi quel denaro.

  


ANALISI PERSONALE

 

Ci avevano già pensato ben due pellicole un paio di anni fa a dedicarsi completamente allo stesso tema. Sembra che sempre più registi sentano la necessità di accostarsi alla magia come colonna portante delle loro pellicole. Una sorta di fenomeno che sta invadendo il cinema forse perché l’arte della magia è quella più paragonabile come intenti (di chi ne è fautore) ed effetti (sul pubblico e lo spettatore) all’arte cinematografica. Un paragone perfettamente riuscito nel bellissimo “The prestige” di Nolan che proponeva una serie di illuminanti e affascinanti riflessioni sul fascino e l’inganno di questa arte, e che invece era virato nel sentimental-smielato nel deludentissimo “The illusionist” di Burger. La prima parte di questo “Houdini – l’ultimo mago” ci fa sperare di essere dalle parti di “The prestige”, perché ci sono delle situazioni promettenti che suggeriscono una certa originalità: truffatori e truffati, ingannatori e ingannati che si scambiano continuamente, nonché l’interessante intento moralistico del mago più famoso del mondo che non voleva altro se non smascherare tutti gli impostori della sua categoria, temi in qualche modo alquanto interessanti. Ma ben presto ci rendiamo conto, purtroppo, che a conti fatti siamo davvero dalle parti di “The illusionist”, perché intento primario della regista è semplicemente quello di mostrare una sofferta e intricata (ma neanche tanto) storia d’amore e di passione tra due persone che appartengono a due mondi completamente diversi e che lottano con la loro natura per riuscire a combattere e superare gli ostacoli che li dividono. Un’epopea sentimentale che tra l’altro ha il difetto di non avere mordente, soprattutto a causa della recitazione dei due attori protagonisti che non riescono a creare il giusto feeling e a comunicare il benchè minimo affiatamento. Insomma, “Houdini – l’ultimo mago”, vuole essere una poetica e intensa storia d’amore sofferta, mascherandosi ingannevolmente (così come ingannevoli sono i trucchi magici) in un’interessante storia di maghi e truffe, non riuscendo ad essere nessuna delle due cose e deludendo, dunque, su entrambi i fronti. E’ possibile comunque godere di un’ottima ambientazione coaudivata e resa ancora più interessante da un’affascinante fotografia che delinea perfettamente il periodo storico in cui le vicende hanno luogo. Anche se le interpretazioni dei due attori protagonisti deludono, ci si può divertire con quella della piccola Ronan, nel ruolo della figlia di Mary, che con piglio curioso e sarcastico, rari da trovare in una ragazzina di quella età, ci accompagna (con un irritante voce narrante un po’ troppo invadente, purtroppo) all’interno dei meccanismi che stanno alla base di questa difficile storia d’amore tra il mago, la cui figura rimane in superficie senza avere il giusto approfondimento, e la truffatrice che viene “truffata dall’amore”. Ma questo è davvero poco per risollevare le sorti di una pellicola che non riesce a coinvolgere o a far interessare lo spettatore delle sorti dei vari protagonisti, giungendo perlatro ad un finale più telefonato che mai che contribuisce, insieme ai difetti già citati, a lasciare lo spettatore con la sensazione di essere stati “truffati”.

 

VOTO: 4,5

 


CITAZIONE DEL GIORNO

"I depressivi vogliono essere felici per confermare la loro depressione,se fossero felici non potrebbero essere depressi,dovrebbero uscire nel mondo e vivere…il che puo essere deprimente." (Closer)



LOCANDINA

Masters of horror 3 e 4

LA DANZA DEI MORTI

 

Il regista del cult “Non aprite quella porta” Toobe Hooper e l’attore simbolo di un determinato cinema horror Robert Englund (indimenticabile e insostituibile il suo Freddy Kreuger) si uniscono per questo terzo episodio di Masters of horror. Dati i nomi altisonanti ci si dovrebbe aspettare se non proprio un capolavoro del genere, un gioiellino di squisita portata, ma in realtà questo “La danza dei morti” riesce a risollevarsi solo in una seconda parte adrenalinica e molto particolare che si concentra proprio sul personaggio interpretato da Englund, un cinico approfittatore dei morti sfruttati per fini economici e ludici, e sulla danza del titolo che viene effettuata da cadaveri stimolati da potenti e ripetute scosse elettriche. Durante la prima parte ci vengono presentati i personaggi più deboli del mediometraggio: una ragazzina che ha perso padre e sorella e che è “vittima” di una mamma un po’ troppo protettiva e quattro ragazzacci che vanno in giro a fare baldoria e a “rubare” il sangue di poveri vecchi per venderlo proprio al gestore delle danze macabre. Tratto da un racconto di Richard Mateson, l’episodio è attraversato da una vena decisamente fantascientifica, siamo infatti in un futuro non molto lontano in cui una Terza Guerra Mondiale combattuta ad armi chimiche e piogge batteriche ha decimato la popolazione suddividendo il resto dei sopravvissuti in due categorie ben distinte: gli approfittatori e le vittime. Non esistono vie di mezzo in questo desolante ritratto della società futura post-bellica. E non è difficile venire risucchiati dalla spirale di delirio che accompagna le serate folli di questi giovani e meno giovani che si divertono a bere sostanze non ben identificate, ad iniettarsi droghe sintetiche e ad assistere a quelle esibizioni spettrali. Funzionano benissimo dal punto di vista visivo le scene a più alto impatto adrenalinico, seppure non si versi nemmeno una goccia di sangue, con questi corpi ormai morti che però si muovono compulsivamente e spaventosamente. Funzionano benissimo anche i vari flashback che raccontano la terribile pioggia chimica che ha mietuto vittime su vittime, alcune sopravvissute ma tremendamente sfigurate. Cosa non funziona in questo terzo e deliziosamente fracassone (più che altro verso la fine) episodio della serie accompagnato da incessanti note metal che fanno da sfondo alle gesta dei due protagonisti maschili in preda agli ormoni e agli effetti della droga iniettata direttamente in vena? Prima di tutto una sorta di convenzionalità nella sceneggiatura che taglia i protagonisti con l’accetta mettendo loro in bocca terribili frasi fatte e facendoli al centro di situazioni fin troppo abusate cinematograficamente parlando che ricordano qualche teen-drama piuttosto che il filone horror a cui dovrebbero interamente appartenere. Ed è così che siamo costretti ad assistere ai teneri scambi affettuosi tra la ragazza semplice e ingenua che fa gli occhioni dolci al ragazzaccio di mondo che la seduce e la conduce in mondi fino ad allora sconosciuti e per questo affascinanti. Ma quello che forse rende questo episodio meno soddisfacente di quello che avrebbe potuto essere evitando determinate scelte, è il montaggio fin troppo movimentato che si sofferma sulla riproposizione sfiancante di immagini velocizzate e sovraesposte che mal si amalgamano con lo stile generale e che il più delle volte vengono utilizzate senza un motivo particolare, solo per cercare di creare uno scossone in più. Ma, volendo essere indulgenti nei confronti di questi difetti, si potrebbe dire che i pregi sono in numero maggiore. Oltre quelli già citati si può godere di un’ottima messa in scena (il locale dove avvengono le danze è davvero azzeccato) e soprattutto di un finale inaspettato e molto intelligente. Dunque, tutto sommato, anche questo terzo episodio, pur non essendo totalmente soddisfacente, risulta comunque un prodotto godibile.

 

 

JENIFER – ISTINTO ASSASSINO

 

Si dice che il regista italiano horror per eccellenza, Dario Argento, non imbrocchi una pellicola giusta da vent’anni a questa parte. I suoi più grandi fan si dividono tra chi continua ad idolatrarlo e chi si professa profondamente deluso dalle sue ultime pellicole. Dove si pone questo Jenifer, girato per la serie Masters of horror? Sicuramente non si può ritenere un prodotto di ottima qualità per svariati motivi, ma tutto sommato il Dario nazionale riesce in qualche momento ad interessare lo spettatore con una figura fin troppo abusata, ma latrice di una serie di riflessioni sul rapporto uomo-donna e sul ruolo di ciascun soggetto di questa relazione il più delle volte imperscrutabile e non inseribile in calcoli matematici o in qualsiasi genere di previsioni. Nonostante la donna venga dipinta come essere mostruoso, seguendo una sorta di misoginia che dipinge l’uomo come vittima inerme del bel sesso, è possibile ravvisare una sorta di ribaltamento di questo concetto nella figura dell’uomo che si fa irretire sessualmente, abbandonando persino la propria famiglia. La donna è Jenifer, dal corpo perfetto ma dal volto decisamente mostruoso (nota di demerito al trucco che poteva essere più originale invece che proporre una bocca storta e due occhioni neri senza pupille), l’uomo è Frank, un poliziotto ligio al dovere, che dopo averla salvata dal tentato omicidio di un uomo in stato di apparente follia (interessante la scena in cui sta per decapitarla con una mannaia specchiandosi in essa), decide di sottrarla al centro di recupero in cui viene ricoverata e a ospitarla in casa sua per poi trovarle un buon posto dove stare. Ma moglie e figlio non ci stanno affatto ad accettare quel mostro di terribili fattezze (un sottilissimo e quasi fuori luogo riferimento all’Elephant man di Lynch), soprattutto dopo averla vista squartare e mangiare le budella del loro gatto. Perché Jenifer, apparentemente indifesa, si ciba di carne umana non facendo distinzione alcuna tra animali o bambini. Ma Frenk sembra ormai assuefatto ai servizi sessuali che questa donna gli offre continuamente (Jenifer – istinto assassino è infatti una specie di horror erotico che si incentra soprattutto su una serie di scene di sesso fin troppo patinate) e dunque rimane accanto a lei, perdendo famiglia e lavoro e andando a vivere con lei in una casetta di legno abbandonata nel bosco. La donna riuscirà a tenere sopito il suo istinto assassino per amore di Frank, ma la gelosia verso un’altra donna la porterà a vendicarsi in maniera brutale. E’ questo il preludio ad un finale prevedibilissimo e annunciato sin dal primo minuto della pellicola, che dunque non si distingue né in quanto ad originalità, né in quanto a stile registico (se si escludono alcune inquadrature dall’alto molto interessanti, come quella iniziale che riprende Frank e il suo collega in auto mentre stanno consumando uno spuntino), ma che riesce in qualche momento a coinvolgere grazie alla colonna sonora alquanto inquietante seppur non proprio originalissima. A conti fatti, guardando a questi primi quattro episodi della prima serie di Masters of horror, si può sicuramente asserire che questo è l’episodio meno riuscito, anche se in qualche breve momento è possibile ravvisare un guizzo o uno sprazzo di qualche idea interessante e affascinante.

 

 

Disastro a Hollywood

REGIA: Barry Levinson


CAST: Robert De Niro, John Turturro, Bruce Willis, Sean Penn, Stanley Tucci, Robin Wright Penn, Catherine Keener, Michael Wincott


ANNO: 2009


TRAMA:

Un produttore cinematografico si ritrova a dover affrontare numerosi problemi in campo lavorativo e in campo provato. Alla fine, solo in uno dei due campi riuscirà forse ad avere la meglio.

 


ANALISI PERSONALE

Non è la prima volta che il cinema parla di cinema. Il mondo della settima arte è stato nel centro del mirino cinematografico più volte con risultati a volte stupefacenti, (Viale del tramonto), altre volte illuminanti e sinceri (Effetto notte), e altre ancora arguti e succulenti (I protagonisti). In questo caso non si riesce a raggiungere nessuna delle qualità succitate, trovandoci di fronte ad un film non del tutto soddisfacente e soprattutto poco pungente e molto patinato, quasi calcolato per far sorridere a tutti i costi senza riuscire ad affondare il colpo rimanendo in superficie (esplicativa al riguardo la telefonatissima scena in cui il protagonista, costretto ad una pedicure per stare dietro all’agente di una star capricciosa, si ritrova ad uscire per strada con infradito e pantaloni alzati sul ginocchio per rendersi conto che la sua ex-moglie esce con un’altra persona di sua conoscenza), ma intrattenendo senza troppi intoppi.
Un cane e una barba sono i due più grandi problemi del produttore protagonista. Sembrerebbe assurdo, ma guardando il film non si stenta a credere che certe cose possano accadere nella mecca del cinema, espasperazioni a parte (regista in preda a crisi eccessivamente isteriche, sfuriate di Bruce Willis un po’ troppo pompose ed enfatiche). Il produttore rischia di vedere naufragare due sue pellicole: la prima con protagonista Sean Penn ha un finale che ha fatto storcere il naso ad addetti ai lavori e non (con un fedelissimo cane che viene brutalmente assassinato), la seconda perché Bruce Willis in preda a deliri totali non vuole assolutamente tagliarsi la barba cresciuta per sei mesi e non vuole perdere neanche un grammo, dicendo che anche così “conciato” continua ad avere successo c
on le donne. Costretto ad arrabbattarsi tra un’ex-moglie a cui è ancora legato e una serie di pressioni lavorative di non poco conto, il produttore cercherà in tutti i modi di mettere insieme tutti i pezzi e di riuscire a riavere tra le sue mani la sua vita privata e lavorativa. Una serie di semplici metafore contribuisce a endere la pellicola poco originale e ancor meno stimolante: il produttore ha una situazione lavorativa e famigliare incasinata, così come incasinato è il micromondo hollywood, realtà a parte dove tutto si basa sull’apparenza, sull’umore di addetti ai lavori (attori e star capricciose in primis, ma anche registi, attori, produttori fuori di testa), ma soprattutto, cosa non trascurabile, sulle preferenze di un pubblico imprevedibile ed eterogeneo (l’uccisione del cane causa ribrezzo in alcuni e fomento in altri).
Tutto sommato, comunque, il film si fa apprezzare per alcune scelte registiche e di montaggio (bella la scena in cui il produttore, dapprima dichiaratosi disinteressato alle schede di opinione degli spettatori, si ferma in autostrada e leggendole si rende conto che alla maggior parte della gente il suo film ha fatto schifo, soprattutto a causa della nefasta scelta nel finale), con uno stile molto frenetico, contrassegnato da una serie di velocizzazioni durante gli spostamenti automobolistici del produttore (che si accompagna musicalmente con le note di Morricone), così come frenetico e instabile è il mondo di Hollywood.
Ma “Disastro a Hollywood” (banal
issima la scelta del titolo italiano per “What just happened”), vaale la pena di essere visto per alcune chicche come uno Sean Penn nel ruolo di sé stesso, accanito fumatore, un Bruce Willis imbolsito, barbuto e capricciosissimo, un John Turturro nel ruolo di un agente un po’ codardo (con tanto di manie psichiche e mutande con lo stemma italiano) e soprattutto un brillante De Niro che cammina a testa alta nel suo habitat naturale.

 


VOTO: 6,5

 


CITAZIONE DEL GIORNO

"Non sono di certo io che mi vado a cercare questa merda…é lei che viene da me" (Carlito’s way)


LOCANDINA


Franklyn

REGIA: Gerald McMorrow

CAST: Ryan Philippe, Eva Green, Sam Riley, Bernard Hill

ANNO: 2009

 

TRAMA:

 

Un uomo mascherato si aggira per le strade della città di mezzo cercando vendetta. A Londra una ragazza con istinti suicidi lotta per attirare l’attenzione dei suoi cari, un ragazzo mollato prima del matrimonio insegue un amore infantile, un uomo è alla disperata ricerca di suo figlio.

 




ANALISI PERSONALE

 

Atmosfere dark, fotografia cupa,  ambientazione prevalentemente notturna, voce fuori campo molto profonda, protagonista enigmatico e inquietante (con una maschera degna di un film horror). Tutto questo, ma non solo, è “Franklyn”, fantasy-thriller dai contenuti profondi e interessanti. Con continui stacchi di montaggio e salti narrativi che ci mostrano quattro realtà differenti, veniamo catapultati in un mondo, anzi due, dove regnano incontrastati valori come l’oppressione (religiosa e non, visto che nella città di mezzo tutti sono costretti a seguire una qualsiasi religione, persino quella delle “manicuriste”), la depressione, la solitudine, la morte. Le parti che funzionano meglio sono quelle in cui l’uomo mascherato si aggira per la città, decisamente futuristica e gotica, in cerca di vendetta verso un essere da lui denominato “individuo” che qualche anno addietro ha ucciso una ragazzina che lui non è riuscito a salvare, cosa per cui sente forte il senso di colpa. Con una voce fuori campo molto disincantata, l’uomo ci conduce per mano all’interno di questa società immaginaria (ma è poi così immaginaria?), mostrandoci le sue forze e le sue fragilità (molto ben girata la sequenza in cui attacca i poliziotti che vogliono arrestarlo), in cui regna un ordine precostituito e prestabilito, oltre che imposto. La primaria qualità di questa pellicola è il fatto che, nonostante possa sembrare scontato quando si parla di una pellicola, riesce a tenere desta l’attenzione dello spettatore e ad alimentare la sua curiosità per quanto concerne il filo rosso che sicuramente tiene legate queste quattro storie di umanità profonda e disperata. E alla fine si arriva ad una conclusione per nulla scontata e anche molto intensa, che riesce persino ad emozionare e a far riflettere contemporaneamente sullo stato di degrado della nostra società e su come alcuni individui possano rapportarsi ad essa. Ciascuno dei quattro personaggi porta con sé un messaggio ben preciso e soprattutto mostra come forse l’unica via per non soccombere è quella di estraniarsi totalmente o di trovare appiglio in qualcosa di irreale ma salvifico. Molto spazio è lasciato all’interpetazione dello spettatore che si trova di fronte ad immagini in cui realtà e immaginazione si fondono dando vita ad un mondo molto complesso e stratificato. La pellicola è apprezzabile anche per quanto riguarda il punto di vista estetico: un’ottima fotografia incentrata sui toni freddi e cupi che si impreziosisce con alcuni sprazzi di “calore” (come il sangue che sgorga dai polsi di Emilia, la venere dark con gli occhi cerchiati di nero, interpretata dall’ottima Eva Green), una bella e coinvolgente colonna sonora, un montaggio decisamente adeguato per il tipo di storia narrata (si salta non solo da una storia all’altra, ma anche da un’ambientazione all’altra per poi giungere ad un finale “unificante”), e soprattutto un ottimo cast che riesce a dare vita a questa varietà umana. “Se tu credi intensamente a qualcosa, chi può dire se è reale o no?”, questa la domanda che martella nella testa di uno dei quattro protagonisti e nel bene e nel male ognuno di loro ne avrà la dimostrazione. Tocca allo spettatore decidere se lasciarsi trascinare nel mondo fantasioso (ma neanche tanto, trattasi di ipotesi distopiche) creato dal regista, e se lasciarsi impressionare da esso e da come si fonde indissolubilmente con la realtà, lasciandosi sprofondare nelle considerazioni che scaturiscono dalla fusione di queste due realtà-fantasie parallele.


VOTO: 7,5/8




CITAZIONE DEL GIORNO

"Ogni uomo deve attraversare l’inferno, per raggiungere il suo paradiso." (Cape fear)


LOCANDINA


Nemico pubblico n. 1 – L'ora della fuga





REGIA: Jean-François Richet

CAST: Vincent Cassel, Ludivine Sagnier, Mathieu Amalric, Gèrard Lanvin, Olivier Gourmet, Anne Consigny, Georges Wilson

ANNO: 2009

 

TRAMA:

 

Le evasioni rocambolesche del più noto criminale francese, seguite anche dalle adesioni a gruppi politici armati dell’epoca e dalle continue rapine e malefatte per tenersi a galla e riempirsi sempre più di soldi, fino a giungere ad uno scontato e prevedibile epilogo.

 

 


ANALISI PERSONALE

 

Seconda parte del dittico dedicato ad una figura molto famosa in Francia, il nemico pubblico numero uno appunto, questo “L’ora della fuga”, riesce ad essere anche meglio della sua seppur molto valente prima parte. In questo caso, avendo già avuto un’ampia presentazione e genesi del personaggio, entriamo nel vivo dell’azione. Come suggerisce il titolo, forse un po’ troppo didascalico, la pellicola si basa proprio sulle evasioni e sulla vita alla macchia del criminale affiancato sempre da qualche complice e soprattutto da qualche amante fedelissima e innamoratissima. Questo secondo capitolo (che potrebbe essere tranquillamente visionato anche in assenza di visione del primo), sembra quasi essere un film diverso, proprio perché anche registicamente e narrativamente si differenzia per quantità di azione presente e soprattutto per compattezza ed enfatizzazione del personaggio. Si calca la mano, infatti, proprio sull’egocentrismo estremo di Mersine (“Si dice Merin non Mersin!”, continua a ripetere a chi sbaglia la pronuncia del suo nome, oppure, “Lei l’ha letto il mio romanzo?”, domanda a politici e poliziotti), egocentrismo che sfocia appunto nella stesura della sua autobiografia (l’idea nasce quando si rende conto che la stampa lo “snobba” per occuparsi di Pinochet), ma anche nella sua estrema vanagloria e nella sua voglia di apparire con interviste e fotografie sulle riviste nazionali. La pellicola si concentra, dunque, sulle rapine e le rocambolesche evasioni di Merine, che continua ad essere sempre più vanesio e strafottente (brinda persino con lo champagne quando viene arrestato dal commissario che gli sta alle calcagna), la cui figura rimane ambigua fino ad un pre-finale che ce ne restituisce interamente un’immagine negativa. Ma fino a quel momento l’occhio del regista e per certi versi anche dello spettatore che si immedesima con l’opinione pubblica divisa a metà di allora, sembra essere quasi indulgente nei confronti di questo “ladro gentiluomo”, che sa ricompensare generosamente coloro che, volenti o nolenti, lo aiutano nelle sue fughe, che si reca a trovare il papà malato in ospedale, che tratta da principesse le sue amanti che con charme e fascino riesce a conquistare con un solo sguardo o un’arguta battuta (“Quando si vive in un inferno l’evasione è un diritto. Anzi direi un dovere”, dirà al giudice che lo sta processando quando gli viene chiesto se ha intenzione di evadere o meno). Ma i comportamenti sempre più violenti e ingiustificati del criminale contribuiranno a dipingerne più perfettamente i contorni, soprattutto quando anche i suoi complici (tra cui un ottimo Mathieu Amalric) cominceranno a staccarsi dalla sua visione della vita. Giustificando e dando un senso alle sue malefatte con la voglia di rivoluzione e di sovvertimento di un sistema corrotto e ingiusto, Mersine compie le sue azioni principalmente per due soli motivi: la fama e i soldi. Risulta per cui quantomai interessante l’inserimento di questa figura nell’ambito sociale dell’epoca con riferimenti al terrorismo tedesco, alle Brigate Rosse, ad Aldo Moro.

Ma “L’ora della fuga” si distingue non solo per essere un ottimo e brillante gangster-movie, ma anche perché è una pellicola che si impreziosisce di brillanti dialoghi, di una regia serrata e molto movimentata, di una sceneggiatura che tratteggia alla perfezione il protagonista ma anche il contesto in cui è inserito, di un’ottima recitazione (il cast di comprimari è di alto livello), e di un montaggio adeguatamente frenetico e adrenalinico. Dunque un vero e proprio esempio di cinema di genere che si accompagna ad una qualità non indifferente. A dimostrarlo ulteriormente  arriva la straordinaria sequenza finale, girata e montata in maniera encomiabile, in cui, nonostante si conoscano le sorti del criminale, si rimane per tutto il tempo col fiato sospeso per poi giungere ad un’ultima esplosione di pallottole che stavolta colpiranno proprio colui che per certi versi si credeva invincibile ma che era perfettamente consapevole di dover andare incontro, prima o poi, ad un “finale” di quel tipo. Una figura quanto mai sfaccettata questa del gangster francese (interpretato da un ancora più straordinario Vincent Cassel, qui ingrassato anche di 20 chili e decisamente perfetto in ogni singolo sguardo e movenza), che sfida la morte ogni singolo giorno della sua esistenza: “La morte non è niente per colui che ha saputo vivere”. Una figura su cui alla fine però è facile avere un giudizio, così come ci suggerisce il giudice che durante il processo gli rivolgerà parole di odio e di verità: “Non ci sono gangster buoni. Ci sono solo gangster tout court. Lei è un gangster tout court Mersine”.

 

VOTO: 8/8,5

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

"A furia di raccontare le sue storie un uomo diventa quelle storie; esse continuano a vivere dopo di lui e in questo modo egli diventa immortale". (Big Fish)


LOCANDINA

 

Fratello dove sei?





REGIA: Joel e Ethan Coen

CAST: George Clooney, John Turturro, Tim Blake Nelson, John Goodman, Holly Hunter, Michael Badalucco, Chris Thomas King

ANNO: 2000

 

TRAMA:

 

Ulysses Everett, Pete e Delmar evadono di prigione per inseguire un tesoro nascosto di 1.200.000 dollari. Durante il loro percorso faranno la conoscenza di alcuni personaggi un po’ strambi per poi giungere con una nuova consapevolezza alla fine del loro cammino.

 

 


ANALISI PERSONALE

 

Un film veramente singolare questo dei prolifici e prodigiosi fratelli Coen. In questo caso hanno deciso di ambientare questa sorta di epopea omerica negli anni ’30, quelli della depressione, e nel Mississipi,  il più profondo sud. Durante i titoli di coda veniamo sorpresi dalla scritta “tratto dall’Odissea di Omero”, non riuscendo a capire come una storia di questo genere possa anche solo riferirsi marginalmente a quel tipo di narrazione. Ma i Coen sanno il fatto loro e, pur prendendosi delle enormi licenze poetiche, riescono a presentarci lungo il corso di questa rocambolesca fuga verso il nulla, una serie di personaggi che richiamano potentemente i protagonisti del capolavoro di Omero. Il primo di tutti è sicuramente il cieco (Omero stesso) che ad inizio pellicola predirà ai tre galeotti che il loro cammino si concluderà solo quando vedranno una mucca su un tetto e sarà solo in quel momento che avranno raggiunto quello che cercavano. Una predizione un po’ stramba, tant’è che lo stesso Everett (in George Clooney più Clark Gable che mai), dalla parlantina sciolta e fissato con la brillantina per i capelli, lo liquiderà in un battito di ciglia, seguendo la sua strada per perseguire un obiettivo nascosto, che non sono affatto i soldi promessi agli altri due compari. I tre attraverseranno uniti, ma battibeccanti, campi sterminati e terre assolate e nel loro cammino incontreranno anche un rapinatore di banche in cerca di fama e notorietà piuttosto che di soldi (come non pensare ad Achille?) che si offenderà a morte quando verrà soprannominato Babyface, un venditore di bibbie in realtà decisamente interessato ai soldi con una benda che copre il suo occhio mancante (ed ecco Polifemo), una moglie che invece di attendere ansiosa il ritorno del marito si dà da fare per sposarsi con un alto uomo più affidabile (una Penelope fin troppo moderna). Ma ci sarà anche spazio per un uomo di colore che ha venduto l’anima al diavolo per imparare a suonare la chitarra e che poi cadrà vittima di un Ku Klux Klan più fumettistico che mai, per due politici in corsa per le elezioni che si dimostreranno non proprio lindi, per tre ninfee-sirene che ammaliano con le loro movenze e trasformano, apparentemente, in rospi i loro amanti e per un produttore musicale, anch’esso cieco, che scova il talento laddove non si poteva immaginare che ci fosse. Tutto questo è “Fratello dove sei?” grandissimo affresco dell’america meridionale della depressione, ma anche del sogno americano che si poggia sul tema del viaggio che risulta illuminante non tanto per la destinazione ma per il percorso e che intrattiene piacevolmente per l’ampia dose di humour che contrassegna i personaggi e le situazioni, con battute memorabili e divertentissime. Meritevole di apprezzamenti anche perché recitato egregiamente (non solo da un Clooney più ironico che mai, ma anche da un John Turturro straordinario e un Tim Blake Nelson decisamente in parte), ma soprattutto fotografato (con colori tendenti al giallo ocra), musicato (con canzoni blues e country davvero deliziose) e girato (con profonda attenzione per i personaggi ma anche per gli ambienti in cui si muovono) in maniera straordinaria. Qualcuno potrebbe lamentarsi per lo scarso approfondimento dei numerosissimi personaggi di contorno che si affastellano durante il viaggio, ma in realtà quello che conta in “Fratello dove sei?” è proprio il percorso formativo dei tre protagonisti che durante il corso della loro fuga, in seguito a questi più o meno fortunosi incontri, si troveranno a rapinare banche, a cantare canzoni in un barattolo, a scappare da un poliziotto quasi mefistofelico, a cantare di nuovo su un palco acclamati dalla folla, a galleggiare in un fiume pieno di barattoli di brillantina e infine ad assistere alla stramba predizione del cieco trovandosi proprio di fronte ad una mucca su un tetto.

 

VOTO: 8

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO


"Ehi ragazzi quei due si devono sposare se no scoppiano!" (Angli con la pistola)

 


LOCANDINA

 

Rio Bravo vs El Dorado

IL VECCHIO, IL GIOVANE, LO SCERIFFO E L’UBRIACONE


Uno sceriffo, Chance, arresta il fratello di un uomo molto potente, Wheeler. Questi per tirare fuori di prigione colui che è stato arrestato per omicidio, ingaggia una vera e propria guerra, assediando il paese in cui è rinchiuso il prigioniero e dando filo da torcere ai suoi abitanti, tra cui il vecchio Stumpy a cui viene sottratta la proprietà terriera e che si vedrà costretto a fare da custode alla prigione. Ad aiutare lo sceriffo nell’impresa di consegnare il criminale alla legge, ci sarà l’ex vice-sceriffo soprannonimanto Boracion, perché dedito al vizio dell’alcool e il giovane Colorado, che vuole vendicare il suo vecchio capo ucciso proprio dai Wheeler.
Uno dei più bei film western mai girati, questo del grandissimo e inimitabile Howard Hawks, che seppe dare una scossa al genere, reinventandolo e arricchendolo con una intelligente e molto spassosa ironia di fondo che accompagna ciascun personaggio, quasi a renderlo macchiettistico conservandone però allo stesso tempo la dignità e l’epicità. Non un minuto della pellicola è costituito da inutilità narrative o estetiche, ciascun fotogramma del film ha una sua valenza e una sua economia. Non ci si annoia mai durante la visione di questo racconto che altro non è se non una grande storia di amicizia virile, attraversata da molti temi, tra i quali il principale è sicuramente il riscatto: quello di Dude, il vice-sceriffo, che in barba alle previsioni che lo davano per “spacciato” riesce a compiere imprese avventurose ed eroiche, sventando gli attacchi dei nemici non senza l’aiuto di tutti gli altri straordinari personaggi di questa pellicola: lo sceriffo tutto d’un pezzo che non si scompone mai e che parla per anagrammi (il mitico John Wayne, emblema del cinema western), il vecchio un po’ fuori di testa con la battuta pronta e il broncio perenne (lo straordinario Walter Brennan) il ragazzino strafottente ma in gamba ("Sembrate molto giovane per questo lavoro" "Forse Noè sarebbe stato meglio?", "E’ tanto in gamba che non sente la necessità di dimostrarlo"), l’ubriacone (interpretato da un sorprendente Dean Martin che darà sfoggio anche della sua splendida voce) ridotto in stato pietoso a causa di una donna, ma in passato uomo di grande valore ("Così devi anche aver cura di lui?" "Se l’è cavata abbastanza bene in passato da prendersi cura di me").
"Perchè si diventa sceriffi?" "Per pigrizia. Uno si stanca di lavorare per padroni diversi e comincia a farlo per la legge", dirà John Wayne nel corso della pellicola, ma a spingerlo in tutte le sue azioni è sicuramente un forte senso della giustizia oltre al fatto di voler risollevare l’amico caduto in disgrazia, senza tralasciare il fatto di non voler fare brutta figura con la bella avventuriera in cui si è imbattuto per caso e di cui si è innamorato pur non volendolo ammettere. Ma Rio bravo si ricorda come uno dei migliori western mai girati, non solo perché è dotato di un brio e di una frizzantezza non indifferenti (caratteristiche affidate soprattutto nelle mani del protagonista più anziano), ma anche perché accompagnato da una magnifica colonna sonora e da una studiata ed esperta regia che ci regala delle sequenze indimenticabili come quella finale dello scambio di ostaggi che finisce inevitabilmente in una lunga e movimentata sparatoria a suon di fucilate e scoppi di dinamite.
Ma il momento sicuramente più riuscito e apprezzabile del film è l’incipit, quattro minuti in cui senza profferir parola alcuna, Dude e Chance danno sfoggio della loro maestria e arrestano in maniera rocambolesca ma furbissima il criminale assassino. Una lezione impareggiabile di regia e di recitazione che da sola sarebbe valsa, se ci si fosse trovati di fronte ad un film insoddisfacente, a rendere “Rio Bravo” un capolavoro assoluto.


L’ORA DEL RISCATTO



Non è successo quasi mai nella storia del cinema che uno regista abbia fatto il remake o un semi-remake della propria pellicola. Una di queste volte ci ha pensato Hawks, che ha voluto ricalcare le orme di uno dei suoi più grandi film, riproponendone tematiche e personaggi principali. L’unico “superstite” dell’originale rimane John Wayne che qui assume le stesse caratteristiche del suo personaggio precedente (il coraggio, la testardaggine e la scorza dura: “Per fargli fare una cosa basta dirgli di non farla” “Purchè voglia già farla in partenza”), seppur in un ruolo diverso. Non è più lo sceriffo, bensì un pistolero che si offre al miglior offerente, ma che poi capisce da che parte stare. La parte dello sceriffo stavolta è affidata all’ubriacone (qui interpretato da un Robert Mitchum sicuramente valente ma meno incisivo del suo predecessore) che metterà in guardia il pistolero sull’uomo che sta per ingaggiarlo e che dimostrerà a tutti coloro che lo sbeffeggiavano di valere ancora qualcosa. I due sono ovviamente amici di vecchia data e si spalleggeranno fino alla fine dimostrando di tenere l’uno all’altro, più che alla donna che inizialmente si contendono. Non manca il simpatico vecchietto, molto meno brontolone del primo, ma altrettanto sarcastico, e il giovane che si rivelerà salvifico in più di un occasione (un giovanissimo James Caan che trova anche il tempo di innamorarsi e di imparare a sostituire il suo fedele coltello con armi da fuoco che immancabilmente colpiranno le persone sbagliate).
I primi minuti di “El Dorado”, al contrario di quelli di “Rio Bravo”, sono molto parlati e ci immettono immediatamente nell’assunto principale della pellicola. Ma del resto è tutto il film ad essere intriso di interessanti e divertenti dialoghi, inframmezzati dalle numerose sparatorie che di volta in volta i protagonisti sono costretti ad ingaggiare con i propri nemici. Si ricorda con particolare piacere la sequenza (quella che sicuramente riprende quasi fedelmente un passaggio dell’originale) in cui lo sceriffo ubriacone, entrando con il suo amico pistolero in un saloon, riesce a farsi valere con il nemico nascosto dietro un pianoforte, zittendo tutti coloro che gli avevano mancato di rispetto deridendolo per il suo vizio contratto a causa di una delusione d’amore (“Che gli è capitato?” “Quello che di solito capita ad un uomo: una donna”).
Ma “El dorado” non raggiunge le vette del suo predecessore perché, pur essendo più disincantato e più adulto, non riesce ad essere altrettanto ironico e divertente. Inoltre è privo di quella straordinaria colonna sonora firmata Dimitri Tiomkin e non riesce a far affezionare lo spettatore ai suoi personaggi, così come ci riusciva “Rio Bravo” (oltre ai quattro protagonisti dell’originale, difficile riuscire a dimenticare l’oste messicano che si ritrova nel bel mezzo della “guerra”, ma che in un modo o nell’altro riesce ad essere d’aiuto). Ma questa penultima fatica registica di Hawks ha in comune con il suo genitore, e forse riesce a renderlo in maniera più esaustiva, il tema principale che sta alla base di entrambe le pellicole: quello del riscatto di un uomo a cui è sempre possibile dare una seconda chance e che merita sempre il beneficio del dubbio oltre che la fiducia di chi questo genere di sentimento non dovrebbe perderlo mai: l’amico che non ne ha dimenticato il valore e che non l’ha mai offeso nell’onore e nella dignità.

Pubblicato su www.supergacinema.it

Duplicity





REGIA: Tony Gillroy

CAST: Julia Roberts, Clive Owen, Tom Wilkinson, Paul Giamatti

ANNO: 2009

 

TRAMA:

 

Claire, agente segreto della Cia, riesce a gabbare Ray, agente segreto dei servizi segreti britannici, seducendolo e sottraendogli dei dati molto importanti. Dopo 5 anni si ritrovano a far parte della stessa fazione, una multinazionale che sta testando un prodotto rivoluzionario. Non riuscendo più a fidarsi l’uno dell’altra, ma capendo di provare attrazione reciproca, decidono di allearsi e di sottrarre la formula del prodotto alle due aziende concorrenti.

 

 


ANALISI PERSONALE

 

Duplicity sta per duplicità, e basterebbe il titolo della pellicola per descriverne in poche parole la valenza: trattasi di un film che raccoglie in sé, dicotomicamente, elementi positivi ad altri un po’ meno positivi. Non un film del tutto riuscito, ma nemmeno uno sfacelo, quindi, questo che segna il ritorno da grande protagonista della Roberts, affiancata dal sempre più “prezzemolino” Owen.  La coppia di attori torna a recitare insieme dopo sei anni da “Closer”, dove riuscirono a dimostrare di possedere ben più alte qualità recitative. Nella lotta di recitazione tra i due, si parla di lotta proprio perché i due protagonisti non fanno altro che sfidarsi a fioretto, vince sicuramente l’affascinante e avvenente femme-fatale, piuttosto che il compassato e intontito agente segreto. Il titolo “Duplicty”, che si riferisce ovviamente alla dicotomia tra i due personaggi principali, può anche riferirsi ai due tipi di narrazione presenti nella pellicola che è appunto una miscela di spy-story e di screwball-comedy, non riuscendo però ad essere pienamente né l’una n’è l’altra. I due attori si divertono visibilmente, ma questo non basta a creare spessore in una pellicola che si regge su un castello di carte: spionaggio all’acqua di rose (mai per un minuto lo spettatore riesce a prendere sul serio le avventure lavorative dei due) e sensualità a tutto spiano. Sicuramente, però, non è detto che un film debba avere necessariamente spessore e nel suo piccolo “Duplicity” riesce nell’intento di intrattenere lo spettatore senza farlo sbadigliare e facendogli storcere il naso non poi così tante volte. Seguendo i due agenti nelle loro continue peregrinazioni per il mondo, come in ogni spy-story che si rispetti (ma non aspettatevi nulla che possa anche lontanamente avvicinarsi alla “serietà” dei film della saga di Bourne, sceneggiati proprio da Gillroy), lo spettatore assiste ai continui cambiamenti di prospettiva e soprattutto ad una serie di non poco chiari sbalzi temporali che contribuiscono a rendere il tutto un po’ più confuso. Chi sta ingannando chi? Questa la domanda principale che lo spettatore si pone nel corso di questa pellicola molto glamour e patinata, che ricorda lo stile di Soderberg nella saga di Ocean (musica molto ritmata, split-screen a go go, battute ad effetto, attori di un certo calibro) e che scade solo nei momenti in cui ci si vuole prendere eccessivamente sul serio, inserendo dei contrappunti drammatici che tentano maldestramente di dare profondità ai protagonisti e alle situazioni. Altro assunto di fondo, blandamente proposto proprio tramite questa storia d’amore impossibile tra due diffidentissimi e bravissimi agenti segreti, è la difficoltà dei rapporti umani: “Nessuno si fida di nessuno, solo che noi lo ammettiamo”. Gillroy tenta di differenziare la tematica già vista con una regia un po’ audace che gioca con le inquadrature dall’alto, le carrellate, i giri di macchina che “avvolgono” i protagonisti e via di questo passo. Un tentativo in parte riuscito, soprattutto nel delizioso incipit con dei titoli di testa che valgono sicuramente il prezzo del biglietto: una musica oltremodo trascinante accompagna le immagini di due uomini che si incontrano in aeroporto e che vengono alle mani per non si sa quale motivo. Trattasi dei grandi caratteristi Paul Giamatti e Tom Wilkinson che si scontrano in una scena in cui l’utilizzo del ralenti fa da delizioso contraltare alle immagini quasi grottesche della loro lite. Concludendo, si può tranquillamente asserire che “Duplicity”, scorre veloce come un bicchiere di champagne, lo stesso che accompagna gli incontri ravvicinati dei due e che alla fine ne sancisce la consapevolezza e, così sembra, l’unione definitiva.

 

VOTO: 6,5

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Sono un esperto di strade. E’ tutta la vita che io assaggio strade. Questa strada non finirà mai. Probabilmente, gira tutta attorno al mondo." (Belli e dannati)


LOCANDINA

 

A ciascuno il suo





REGIA: Elio Petri

CAST: Gian Maria Volontè, Irene Papas, Gabriele Ferzetti, Salvo Randone, Leopoldo Trieste

ANNO: 1967

 

TRAMA:

 

Sicilia, anni ’60. Paolo Lurana, professore di sinistra, si ritrova ad indagare sull’omicidio del suo amico, il dottor Roscio ucciso insieme al farmacista Manno. Delitto d’onore o assassinio mafioso?

 

 


ANALISI PERSONALE

 

Forse uno dei primi esempi di cinema sociale e civile questo “A ciascuno il suo”, tratto dal romanzo di Leonardo Sciascia che a sua volta si è rifatto per il titolo, ma anche per la storia che ha narrato, ad una frase del diritto romano che cita: “la giustizia è l’arte di dare a ciascuno il suo”. In questo film sembra non esserci alcuna giustizia, soprattutto se pensiamo che è ambientato nella Sicilia degli anni ’60, quella dello pseudo-boom economico (che costruì una nuova Italia sulle macerie di quella vecchia), della speculazione edilizia, della politica corrotta. Ed era lo stesso Petri a dirlo, non solo con i suoi film, ma anche nelle sue interviste, denunciando una società in cui tutti sapevano e vedevano, ma in cui nessuno parlava o faceva qualcosa per portare a galla determinate realtà. Erano anche, e purtroppo ancora sono, gli anni della mafia, che qui non viene mai nominata, ma che serpeggia viscidamente in ogni singolo fotogramma, in ogni dialogo tra le varie pedine che si muovono su questo giallo di periferia che assume connotati ben più profondi e si fa portatore di un carico molto pesante: la denuncia sociale appunto. Personaggio emblema della pellicola è quello interpretato da un magistrale e straordinario Gian Maria Volontè (che qui ha cominciato la sua proficua collaborazione con Petri che lo ha diretto in altri film dalla forte valenza etica e sociale), un professore liceale che vive nel suo mondo di “favole” e che sa poco e niente della sua città e dei suoi meccanismi sotterranei ma non troppo. E’ la tipica figura dell’intellettuale di sinistra represso, poco brillante, tutto dedito alle letture alte e al partito piuttosto che ai divertimenti, soprattutto quelli sessuali. Una sorta di “represso” che all’improvviso, in seguito ad una miccia che viene accesa, comincia a sentire questi impulsi e a farsi guidare, quasi ciecamente, da essi. Ma Paolo Laurana non è solo questo, è anche l’uomo che, inconsapevolmente o meno, sfida la mafia, decide di non stare con le mani in mano a far sì che un altro delitto rimanga impunito o venga amputato alle persone sbagliate per fare in modo che i più potenti possano scamparsela come sempre. E’ l’uomo che si rende conto, e fa in modo che anche per lo spettatore sia così, di quanto sia marcia la società nella quale è costretto a vivere, di quanto siano ormai oleati i meccanismi che mandano avanti la stessa a suon di sotterfugi e illegalità che sono conosciuti da tutti, che si perpetuano alla luce del sole, con la sicurezza della connivenza e della complicità di tutta la comunità. Un uomo che per questo si ritrova solo, perché non è capito da nessuno, visto come una sorta di “sovversivo” che vuole rovesciare le logiche, seppur sbagliate ma funzionanti, del proprio mondo. E ritrovandosi solo non gli resta che rendersi conto, da comunista quale è, che “i bigotti hanno la confessione, gli americani la psicanalisi, ma noi…noi niente”. Queste le parole che rivolge ad un’onorevole suo amico di partito (uno sfuggevole ma sempre convincente Leopoldo Trieste che pronuncerà la battuta forse più importante nella descrizione della società di allora: “Ma lo sai? Quando vengo qua mi sembra di essere nel Texas, non so a Dallas!” ) che gli dà la dritta giusta da seguire per il suo caso, ma poi si tira indietro quando c’è da fare nomi precisi e da immischiarsi in prima persona. Altro personaggio emblematico e molto significativo è il padre della vittima, ormai del tutto cieco, che cerca di ammonire l’amico Laurana per evitare che faccia la stessa fine di suo figlio: “Certe cose, certi fatti, è meglio lasciarli nell’oscurità in cui si trovano”, “C’è, nella fine di mio figlio, qualche cosa che fa pensare ai vivi che mi fanno pena. E bisogna aiutarli, i vivi”. “Ma che cosa te ne importa?”, dicono la mamma e la nonna di Laurana, indignate e anche preoccupate per il suo coinvolgimento nel caso. “Era un cretino”,  dicono i notabili alla fine del film quando si riuniscono in un angolo ben nascosto a raccontarsi tutte le notizie e le conoscenze del caso, in un finale quanto mai ironico e beffardo nei confronti dello sforzo e della lotta per cercare di cambiare “l’ordine malato” delle cose. Questo si è sempre pensato di Don Chisciotte che lottava contro i mulini al vento e lo stesso si pensa di Laurana quando ha deciso di continuare per la sua strada anche dopo aver scoperto la natura e la motivazione dell’omicidio sul quale stava indagando, oltre che ovviamente il nome del mandante e dell’esecutore materiale. Un uomo, Laurana, che si farà abbindolare dai sentimenti, lui sempre così privo di essi perché appunto rintanato nel suo mondo fatto di studio e politica, e che alla fine, a causa di essi, non riesce a far venire a galla la storia di mafia e di tradimenti che sta dietro l’assassinio del farmacista e del dottore. Uno ucciso perché aveva scoperto magagne che avrebbe fatto meglio a non scoprire e l’altro perché semplice testimone del primo omicidio. “A ciascuno il suo” è un film fatto di parole, ognuna delle quali assume un significato molto profondo e illuminante sulle logiche di un mondo ormai contaminato e interamente assuefatto alla mafia. “A ciascuno il suo” è un giallo in cui c’è un delitto e un misterioso colpevole da trovare seguendo gli indizi che un investigatore, provetto o meno, raccoglie nel corso della sua indagine. Ma “A ciascuno il suo” è anche e soprattutto un’ottima pellicola contrassegnata da una bellissima ed eterogenea colonna sonora (note melodrammatiche e intense si mischiano con altre frenetiche e molto ritmate), da una regia particolarissima e azzardata per l’epoca (che si fonda su moltissime carrellate, zoom e primissimi piani) e soprattutto da un livello recitativo molto elevato (non solo il grande Volontè, ma anche tutti i comprimari sono più che convincenti). “A ciascuno il suo” riesce ad essere entrambe le cose, senza confondersi e confondere lo spettatore, in maniera encomiabile. E le parole di un altro “notabile” con le mani in pasta riecheggiano nella mente dello spettatore più attento e più sensibile, anche tempo dopo la visione della pellicola: “Il tempo dei poeti con la testa fra le nuvole è finito” “E’ vero è proprio finito”.

 

VOTO: 9

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Io restai lì a chiedermi se l’imbecille ero io che la vita la pigliavo tutta come un gioco, o se l’era lui che la pigliava tutta come una condanna ai lavori forzati, o se l’eravamo tutt’e due." (Amici miei)

 


LOCANDINA

 

Alessio e la connection

Mi rendo conto che forse la mia seconda candidatura è a distanza troppo ravvicinata dalla prima, però sono solo a quota due dopo molto tempo che faccio parte della connection, spero vogliate perdonarmi per l’"ingombranza". Il blog che vi pongo all’attenzione questa volta è molto meno ironico del primo, ma sicuramente altrettanto interessante, soprattutto ai fini della connection, dato che il solerte e impegnato Alessio guarda quasi tutto (per non dire tutto e basta) quello che esce in sala, recensendolo poi professionalmente e sinteticamente nel suo blog Una vita da cinefilo, che comprende oltre ad eleganti e gentili analisi filmiche (persino i film più indegni vengono trattati comunque coi guanti :P ), anche sfiziose e coinvolgenti rubriche nelle quali il giovane "critico" in erba annota passo dopo passo le pellicole del presente e del passato che ha visionato e le sensazioni che hanno suscitato in lui. Un posto dove tenersi sempre aggiornati e dove confrontarsi con chi di cinema ci vive giorno per giorno.