Othello


REGIA: Orson Welles

CAST: Orson Welles, Michael McLiaoir, Suzanne Cloutier, Robert Coote, Michael Lawrence, Hilton Edwards, Fay Compton, Joseph Cotten, Joan Fontaine

ANNO: 1952

 

TRAMA:

 

Otello, generale Moro della Repubblica di Venezia sposa in segreto Desdemona, figlia del senatore Barbanzio. Una volta divenuto governatore dell’isola di Cipro, assediata dai Turchi, nomina il suo amico Cassio come suo luogotenente. Ma Iago, il suo alfiere, geloso sia di Desdemonda che di Cassio, trama alle spalle dei tre convincendo Otello che Cassio e Desdemona vivono una relazione clandestina. Otello, fattosi convincere dall’alfiere, toglie la vita a sua moglie Desdemona, ma quando scopre l’inganno, per il troppo dolore si toglie la vita egli stesso.

 

  


 

ANALISI PERSONALE

 

Non era la prima volta che l’immenso Orson Welles, regista dal valore inestimabile, si cimentava con la trasposizione di un’opera di Shakespeare, visto che qualche anno prima aveva girato “Macbeth”. Con “Otello”, storia di un amore talmente forte da sfociare in tragedia, Welles si prende qualche libertà narrativa e fa cominciare il tutto con il funerale dei due innamorati caduti vittima di una tragedia causata dalla cupidigia e dall’invidia umana, funerale girato e fotografato alla maniera espressionista con uno straordinario gioco di ombre che si stagliano sullo sfondo sotto i raggi del sole.

Ma è tutta la pellicola ad avere un’ispirazione espressionista dato che è l’altenarsi di luci e di ombre, il più delle volte proiettate sui muri dei sotterranei del castello di Otello, a creare la giusta atmosfera di tensione e disagio nello spettatore. Indicativa la sequenza in cui il Moro sta per portare a termine il suo intento di ammazzare la moglie, con la sua enorme ombra che si staglia sulle pareti e alle spalle della povera donna inconsapevole del suo destino e delle sue inesistenti colpe.

Il merito, ovviamente, oltre che al direttore della fotografia, l’italiano Anchise Brizzi, va anche al compositore della colonna sonora, giustamente inquietante e coinvolgente, ma soprattutto, ovviamente, al regista stesso qui anche nel ruolo di attore protagonista, in un’interpretazione da premio Oscar, che ci restituisce il carattere statuario e solenne del personaggio Otello, ma anche dell’attore-regista Orson Welles. Un autore la cui carriera non ha vissuto sempre di alti, venendo costellata purtroppo da un sacco di ostacoli che ne minavano la forza creativa, oltre che la possibilità di produrre e mettere in pratica le sue idee geniali. Ecco perché Welles era costretto a produrre il più delle volte da sé le proprie pellicole, come in questo caso, pervenendo all’inevitabile dilatazione dei tempi di produzione del girato, cosa che rese il lavoro di montaggio davvero difficoltoso, visto che alcune scene vicine narrativamente e temporalmente erano state girate magari in periodi molto lontani tra loro. Ma l’enorme talento di Welles e la sua capacità di voltare a suo favore questi disguidi, fece sì che nonostante i problemi e le difficoltà, ne venne fuori un film la cui caratteristica peculiare e fondamentale era proprio il montaggio, così frenetico e frammentato tale da riuscire a comunicare perfettamente lo stato di febbrile angoscia e gelosia che colpisce il Moro, fiducioso e aperto per natura, ma condotto verso la diffidenza dall’amico-traditore Iago, interpretato perfettamente da Michael McLiaoir, che riesce a dargli il giusto carattere viscido e calcolatore.

Montaggio, fotografia, colonna sonora, recitazione, sono dunque le caratteristiche che contrassegnano positivamente la pellicola, allora snobbata dal pubblico e dalla critica, ma poi col tempo giustamente apprezzata anche perché palesemente interessante sotto molti punti di vista e non solo come trasposizione di un’opera letteraria. Non bisogna dimenticarsi, infatti, della regia, l’arma vincente del genio Welles, che anche in questo caso gioca con la profondità di campo, alternandola con primissimi piani presi da angolazioni particolari, come quelli di Otello sempre più catturato dalla spirale ossessiva nei confronti dell’eventuale tradimento della moglie e dell’amico Cassio e sempre più trascinato nel sospetto e nella diffidenza che altrimenti non farebbero parte del suo carattere, sicuramente forte e imponente, ma altrettanto gentile e amorevole soprattutto nei confronti dell’adorata moglie, “caduta ai suo piedi”, proprio grazie alla sua grandezza e al suo coraggio di condottiero e combattente.

Girato tra l’Italia (a Roma e a Viterbo) e il Marocco, le traversie del film non furono poche, come ad esempio l’impossibilità di trovare i costumi per girare la scena del tentato omicidio ai danni di Cassio, disguido a cui Welles ovviò ambientando il tutto in un bagno turco, luogo nel quale non c’era bisogno di alcun costume. Ma anche gli interpreti diedero non pochi problemi al regista, perché quasi tutti impegnati in altre pellicole, così come Welles stesso del resto, che per recuperare i fondi necessari alla produzione di “Otello”, ma anche di quasi tutti gli altri suoi film, era costretto a continuare la sua carriera di attore come nel caso de “Il terzo uomo”, film che il regista stava interpretando in quei mesi.  Da non perdere, comunque, i piccoli camei di Joseph Cotten nel ruolo di un senatore e di Joan Fontaine nel ruolo di un paggetto. 

Concludendo, non si può far altro che asserire che “Otello”, oltre che di un elevato valore estetico, gode di una forza comunicativa non indifferente, grazie soprattutto alle giuste atmosfere create dal regista e dal resto del cast tecnico, che hanno saputo circondare i protagonisti di questa storia con le giuste ambientazioni, dai sotterranei del castello, agli esterni con un mare perennemente agitato che si staglia sulla scena come giusta metafora dell’agitazione di Otello, al tempo stesso vittima e carnefice.

 

VOTO: 9

 

 


 

CITAZIONE DEL GIORNO

 

"…Con te,non si può avere una conversazione. Non hai mai delle idee,sempre solo dei sentimenti" (Pierrot le Feu)

 


LOCANDINA

 


 

Rapporto confidenziale – numero 16

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RAPPORTO CONFIDENZIALE. rivista digitale di cultura cinematografica

NUMERO16 | LUGLIO-AGOSTO’09

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EDITORIALE di Alessio Galbiati

Il cinema esiste fintantoché c’è un pubblico.
La frase è semplice, quasi banale. Ma il segreto, ed il dramma, stanno tutti qui.
Il FUS ora, la legge di scopo prima, hanno reciso quel legame spontaneo che teneva uniti fra loro il pubblico ed i registi, il pubblico ed i produttori. Saltato questo meccanismo scopriamo che certe pellicole non possono più evadere dalle sale d’essai, dai festival, dall’home-video cinefilo. Un’opera prima non ha pubblico. Il cinema non ha pubblico.
FUS. Finiamolo d’essere Untosi Servi. Liberiamo il cinema dal finanziamento statale-ministeriale, recidiamo il cordone ombelicale e torniamo ad un’arte povera, con le pezze al culo. Il cinema di cui parla Rapporto Confidenziale non sa nemmeno cosa sia il FUS, ne ha sentito parlare, lo ha letto sui giornali avvolto dalla cattiva stampa e dalla coltre fumogena alzata da chi è riuscito a metterci mano. La timida (ed anacronistica) proposta che avanziamo è la seguente. Escano tutte le associazioni di categoria cinematografiche dal FUS, si chiamino fuori dal recinto e lascino altri a sbranarsi. Il cinema non necessita di denaro statale per tornare ad essere vitale e parlare al proprio pubblico, che è cambiato negli anni e, forse, non usa nemmeno più la sala come chiesa dove celebrare il proprio rito. Uscire dal FUS per riportare i costi di produzione al loro reale valore di mercato, dai noleggi di materiale e attrezzature, al costo di attori e comparse.
Diciamolo chiaro e tondo, il sistema attualmente in vigore è uno schifo clientelare non accessibile agli indipendenti. Noi vogliamo che sia tutelata questa categoria di cinematografari. Il discorso non è volto al massacro, non perseguiamo la logica dell’immiserimento collettivo, siccome io non ho niente voglio che tutti non abbiano niente, ma proponiamo una riforma più sostanziale che non può avere un interlocutore credibile nell’attuale congiuntura politica. La manifestazione di qualche settimana fa ha reso manifesta la gravità della situazione soprattutto perché il quadro di insieme è deplorevole. In piazza c’erano tutti i cinematografari con base a Roma (pare che i tagli colpiranno proprio lì), Cento Autori, registi vari, rappresentanti del centro sinistra e del centro destra (Carlucci e Barbareschi), accolti in delegazione da Gianni Letta su intermediazione di Walter Veltroni. Che una trattativa proceda con questi nomi e queste modalità e che oltretutto abbiano come referenti finali l’attuale Ministro della Cultura, Bondi, ma soprattutto il Ministro dell’Economia, il post-moderno Giulio Tremonti francamente, scoraggia. Le stesse parti in causa che hanno creato l’attuale situazione sono chiamate a trovare una soluzione. È di ieri la notizia che Silvio Berlusconi intercederà per il mondo della cultura, planerà col suo cavallo alato sulle casse dello stato e spargerà a piene mani qualche milione di briciole fra il giubilo bi-partisan e popolare. Bene, continuiamo a farci del male!
Sul sedicesimo numero di Rapporto Confidenziale trovate tutto quel cinema che il FUS non sa nemmeno cos’è, troverete la prima puntata della storia del cinema e della vita di Augusto Tretti che pure quando ci furono vacche grasse non ebbe un soldo per produrre il proprio cinema. Di lui diceva Fellini: «Do un consiglio a tutti i miei amici produttori: acchiappate Tretti, fategli firmare subito un contratto, e lasciategli girare tutto quello che gli passa per la testa. Soprattutto non tentate di fargli riacquistare la ragione; Tretti è il matto di cui ha bisogno il cinema italiano».
Buone vacanze e buona lettura.

 

SOMMARIO  

04 La copertina. ilcanediPavlov!

05 Editoriale di Alessio Galbiati

06 Brevi. appunti sparsi di immagini in movimento di Alessio Galbiati e Roberto Rippa

07 Il Piccolo Manucinema di Tuia Cherici. In una Cascina vicino Firenze esiste l’Atelier del cinemanufatto di Mario Verger

10 Intervista a Tuia Cherici di Mario Verger

12 LINGUA DI CELLULOIDE. BEKET (manuli) cineparole di Ugo Perri

14 RC SPECIALE. PRIMA PARTE

AUGUSTO TRETTI, o dell’anarchica innocenza di un irregolare del cinema italiano a cura di Alessio Galbiati e Roberto Rippa

Augusto Tretti di Stefano Andreoli 15

Il potere di Samuele Lanzarotti 20

Il potere. La critica (ufficiale). Con le recensioni di Ugo Casiraghi, Ennio Flaiano e Alberto Moravia 22

Filmografia 24

28 TreQuarti di Roberto Rippa

29 Intervista a Roberto Longo di Alessio Galbiati e Roberto Rippa

34 Zombi 2 di Alessandra Cavisi, Alessio Galbiati e Roberto Rippa

40 Wes Anderson and the Substance of Style di Alessio Galbiati

44 SECONDI POSTI IN PIEDI. Non aprite quella cesta! Basket Case di Frank Henenlotter di Roberto Rippa

46 LO SCHERMO NEGATO. Hei yanquan di Roberto Rippa

48 RiP: A remix manifesto. Uno spettro si aggira per la rete di Alessio Galbiati

50 LE RELAZIONI PERICOLOSE. connessioni tra suoni e immagini. “Due minuti e ventitre secondi di Musica senza tempo” di Romeo Sandri

49 Win or Lose: A Summer Camp Story di Kathie Smith

Intervista a Louis Lapat, regista di Win or Lose: A Summer Camp Story di Kathie Smith 49

Win or Lose visto da un europeo di Roberto Rippa 54

55 ABDICAZIONI. L`archivio letterario di Rapporto Confidenziale

For a song di Luca Salvatore

57 www.rapportoconfidenziale.org

Il vizietto Vs Piume di struzzo

VIETATO L’INGRESSO ALLE DONNE

Renato e Albin sono due omosessuali che stanno insieme da più di vent’anni. Insieme hanno cresciuto Laurent, figlio avuto da Renato durante una breve scappatella con una donna, che adesso sta per sposarsi con la figlia di un senatore bigotto e conservatore e che quindi ha bisogno di fingere coi suoi suoceri che Albin non esista e che suo padre sia un eterosessuale.
Una pellicola dedicata così apertamente al mondo omosessuale nel 1978 era sicuramente all’avanguardia, oltre ad essere anche pioniera di un certo cinema sociale volto alla sensibilizzazione verso determinate tematiche socialmente scottanti come l’orientamento sessuale “deviante” da quello comunemente inteso e condiviso. Mascherandosi, peraltro magistralmente, da commedia esilarante che in un certo qual senso sembra prendere in giro proprio il mondo che si presta a descrivere, “Il vizietto” in realtà sfata diversi luoghi comuni esistenti sul mondo gay e ci insegna che, nonostante ciò che si è portati a credere erroneamente, anche tra due persone dello stesso sesso è possibile creare e costruire una relazione solida e sincera così come qualunque altra relazione umana, con gli stessi meccanismi (gelosia, complicità, fiducia e via dicendo) che governano i rapporti uomo-donna.
Con il pretesto di raccontare le dinamiche di questa famiglia un po’ sui generis (i due gay che stanno insieme da vent’anni hanno anche un figlio avuto da uno dei due durante una scappatella con una donna, il suo cosidetto “vizietto”) e di comunicare la genuinità e la valenza di questa in confronto a qualsiasi altro tipo di famiglia, Edourad Molinaro (regista della pellicola tratta da una pieces teatrale replicata per cinque anni di seguito a Parigi) si diverte anche ad esagerare volutamente con i costumi, gli arredamenti, il trucco e la direzione degli attori. I protagonisti sono,infatti, due straordinari interpreti che incarnano alla perfezione i personaggi che sono chiamati a trasporre sullo schermo. Uno è il grande Ugo Tognazzi nel ruolo di Renato Baldi (il gestore di un night-club per omosessuali, ma non solo) che recita egregiamente la parte dell’uomo della coppia, stressato dai continui sbalzi d’umore del suo compagno e in più dalle notizie apportate dal suo adoratissimo figlio; l’altro è uno straordinario Michel Serrault nel ruolo di Albin che risulta perfetto in ogni singola movenza, gesto o espressione facciale nell’interpretazione di questo isterico omosessuale che non ci sta ad essere messo da parte a causa del bigottismo altrui. Bigottismo incarnato dai suoceri di Laurent che si fanno emblema di una fetta di società, allora ma anche ora imperante, che si permetteva di giudicare il valore di una persona in base ad una serie di comportamenti a cui attenersi pena l’esclusione e la derisione.
Ma costoro avranno ciò che si meritano visto che il senatore, collega del suocero di Laurent, in corsa per le elezioni viene trovato morto in seguito ad un infarto avuto durante un rapporto sessuale con una minorenne di colore. In un solo colpo ha praticamente rovinato la carriera del collega che si ritrova a sperare nel matrimonio della figlia con quello che crede essere un addetto culturale, piuttosto che il gestore di un night-club, letteralmente sposato con un uomo. Questo equivoco sarà l’inizio di una serie di gag dallo stampo comico, ma anche illuminante su ciò che si cela dietro falsi perbenismi e sciocchi pregiudizi, fino a giungere ad un finale alla “tarallucci e vino” in cui gli stessi bigotti saranno costretti a ricorrere alle armi dell’oggetto del loro disprezzo per salvarsi “la pelle” e in cui il concetto di “vizietto” (termine di solito utilizzato proprio per descrivere l’omosessualità) viene completamente ribaltato a dimostrazione che un tipo di rapporto non vale né più né meno di un altro, se a dirigerlo e guidarlo c’è un amore sincero.

LUSTRINI E PAILETTES PER TUTTI!!

Dalla Costa Azzurra dell’originale ci spostiamo in Florida. Da “Le cage aux folles”, locale gestito da Renato, passiamo al “Birdcage” (da cui il titolo della pellicola) gestito da Armand, al posto di Ugo Tognazzi troviamo Robin Williams e a sostituire Michel Serrault arriva Nathan Lane. “Piume di struzzo” è una quasi del tutto fedele riproposizione di temi, situazioni, gag, battute, ecc… de “Il vizietto”, ma, nonostante il cast di pieno rispetto e la regia di un ottimo professionista come Mike Nichols, non riesce a raggiungere le alte vette del suo predecessore. Nemmeno la presenza del grande Gene Hackman nel ruolo del suocero conservatore e di Diane Wiest nel ruolo della suocera dimessa ma decisamente bigotta riescono a far apprezzare maggiormente il remake rispetto all’originale. L’unica differenza narrativa tra le due pellicole, oltre a quelle già citate di stampo estetico e tecnico, consiste in una maggiore attenzione per la figura dei due suoceri e nella maggiore durata del finale in cui le due famiglie si riuniscono a cena a casa dei due omosessuali che per l’occasione hanno stravolto il loro arredamento, il loro abbigliamento e il loro modo di comportarsi per sembrare una famiglia “normale”. Se il finale de “Il vizietto”non si soffermava ulteriormente sulle diversità tra i due diversi tipi di famiglia, in “Piume di struzzo” c’è una sfiancante riproposizione di dialoghi incentrati su temi scottanti come la guerra e l’omosessualità, appunto, volti semplicemente a sottolineare ulteriormente la diversità di opinioni e di apertura mentale tra le due diverse famiglie.
Per il resto “Piume di struzzo” rimane fedele al suo progenitore, con una serie di battute citate per filo e per segno (“Il nostro bambino sta per lasciarci e non ne avremo altri!” “A meno di un miracolo”, è una delle tante e tra le più divertenti e ironiche) e con la riproposizione delle stesse gag e situazioni: Armand che cerca di insegnare al suo compagno Albert a comportarsi virilmente, spalmando il burro sui crostini o camminando alla John Wayne, Albert che diventa isterico durante le prove di un suo numero perché il ballerino mastica una chewing-gum, il cameriere che non riesce a camminare con le scarpe (nell’originale era di colore, qui è latino-americano ed è caricaturizzato molto di più che ne “Il vizietto”), e via dicendo.
Pur essendo molto affine a “Il vizietto”, “Piume di struzzo” risulta molto più “caciarone” ed esagerato e soprattutto non riesce a comunicare, così come faceva egregiamente l’originale, tutto il conservatorismo e il bigottismo della famiglia di consuoceri, laddove avevamo un utilizzo perfetto e preciso dei costumi, degli ambienti e delle scenografie). E così il co-fondatore del’associazione per l’ordine morale, interpretato da Gene Hackman, non ci sembra poi così severo e retrogrado e in più sembra quasi che il regista nel finale abbia voluto connotare il suo personaggio con una specie di interessamento quasi morboso nei confronti di Albert per l’occasione nei panni di una “donna”.
Una battuta, comunque, si fa apprezzare più delle altre (battuta assente nell’originale) proprio perché ci restituisce tutto il significato e gli intenti di questa pellicola: <<Sono persone ultraconservatrici. Non gli interessa se sei un maiale. Solo se sei un finocchio!>>.

Pubblicato su www.supergacinema.it

Avere vent'anni





REGIA: Fernando di Leo

CAST: Lilli Carati, Gloria Guida, Vittorio Caprioli, Ray Lovelock, Vincenzo Crocitti, Giorgio Bracardi, Leopoldo Mastelloni

ANNO: 1978

 

TRAMA:

 

Lia e Tina, conosciutesi durante un falò in spiaggia, decidono di intraprendere un viaggio verso Roma. Le due donne, decisamente indipendenti e assertrici di una libertà espressiva, e soprattutto sessuale, si ritroveranno a vivere in una comune dove a rengare saranno il sesso libero e la droga, ma alla fine saranno costrette a tornare alle proprie case e ad andare incontro ad un tragico epilogo.

 

 


ANALISI PERSONALE

 

E’ un peccato essere giovani, belle e libere? E’ un peccato essere donne in tutto e per tutto senza trincerarsi in comportamenti costrittivi e inibitori? Le protagoniste di “Avere vent’anni” si scontrano col pregiudizio, soprattutto maschile, ma non solo, per i loro comportamenti aperti e ammiccanti, come dimostrano numerose scene della pellicola, ma soprattutto il prefinale in cui le donne si recano in una taverna e ballano sulle note di un juke-box, venendo scambiate per delle prostitute da alcuni avventori, gli stessi che si faranno protagonisti terribili e deprecabili di un finale agghiacciante e terrorizzante, del tutto avulso dal contesto goliardico e leggero dell’intera pellicola, ma decisamente funzionale per gli intenti accusatori del regista.

Perché “Avere vent’anni” non è solo una commedia sexy, come si potrebbe pensare data la presenza delle due regine del genere, le straordinariamente belle Lilli Carati e Gloria Guida, e dal tono che si respira per l’intera pellicola, è anche, e forse soprattutto, un film di denuncia sociale contro il pregiudizio e gli effetti disastrosi a cui questo può portare. Il dilemma però rimane: il regista da che parte sta? Un quesito non facilmente risolvibile, dato che per tutto il film sembra parteggiare per le due ragazze mostrandoci la meschinità di tutti i personaggi che si correlano con loro , a partire dal Nazariota, il meschino gestore della comune in cui le due si rifugiano per mancanza di mezzi di sussitenza e dove faranno esperienze sessuali di ogni tipo, anche lesbico, oltre a conoscere un parterre di personaggi strambi: una ragazza madre di tre gemellini, un drogato di nome Rico, una sorta di sciamano completamente avulso dalla realtà, l’informatore-infiltrato della polizia, ecc… Ma il finale così shockante e crudele è di difficile interpretazione: atteggiamenti come quelli delle due donne vanno incontro a punizione sicura e sono quindi da condannare, oppure si tratta di una vera e propria condanna alla nostra società che continuerà a reprimere chi non si attiene ai canoni prestabiliti?

“Siamo giovani, belle e incazzate”, continuano a ripetere imperterrite le due ragazze, ma sono anche libere da qualsiasi freno inibitore. Ma è giusto che ci sia un limite all’estrema libertà di ognuno di noi di esprimere completamente la propria personalità e i propri istinti? Difficile riuscire a dare una risposta, così com’è difficile carpire la reale idea al riguardo del regista che firma la sua pellicola più controversa, andando incontro anche a numerosi intoppi, tra cui sicuramente la censura e l’ostracismo di una distribuzione poco coraggiosa o troppo perbenista. A causa dell’eccessività di alcune scene (soprattutto il finale e la scena lesbo tra le due protagoniste), il film fu distribuito in una versione completamente e malamente rimontata, scevro di quel finale così essenziale sostituito da una chiusa decisamente consolante e buonista, ma poco in linea con i reali intenti del regista, che aveva dato alla sua pellicola un’essenza dissacratoria e rivoluzionaria.

Così come rivoluzionario è l’atteggiamento di Lia e Tina, tant’è che quando a quest’ultima viene chiesto: “Hai letto la rivoluzione sessuale?”, questa risponde: “Io l’ho fatta!”.

“La base della convivenza umana è la comunicazione”, dirà il Nazariota per convincere le due nuove arrivate a prostituirsi per mandare avanti la baracca. Fatto sta che alle donne si richiede sempre altro e cioè che siano soddisfacenti e accomodanti a letto ed efficienti in casa e soprattutto in cucina. E’ proprio da questo che fuggono le due ragazze, e sicuramente non le si possono dare tutti i torti. Esplicativa a riguardo la sequenza in cui Lia e Tina si confessano apertamente e sinceramente davanti alla telecamera di un regista che sta girando un film d’inchiesta. Sembra quasi che le attrici si stiano rivolgendo direttamente allo spettatore, rendendolo consapevole degli intenti apertamente sociali della pellicola, seppur ben nascosti dalla patina erotica che si respira per la maggior parte del tempo.

Se la scelta di due attrici come Lilli Carati e Gloria Guida, icone per eccellenza di un certo tipo di cinema e soprattutto amatissime dal pubblico sia maschile che femminile, può dirsi sicuramente azzeccata date le tematiche della pellicola, il farle protagoniste di un finale così violento e quasi insostenibile non ha portato fortuna al regista, che si disse infatti pentito di questa scelta, perché non ne aveva previsto i risultati disastrosi in quanto a presa sul pubblico. 

“Il femminismo è una cosa troppo seria per farlo fare alle femministe”, dirà uno dei protagonisti della pellicola durante l’intervista per il film-inchiesta, affermazione che potrebbe farci propendere verso un’interpretazione femminista del film da perte di Di Leo, visto che lui femminista sicuramente non era.

Una cosa però è decisamente certa e cioè che gli uomini, attenendoci a ciò che avviene in “Avere vent’anni” non ci fanno affatto una bella figura.

 

VOTO: 8

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Avevi ragione la liberta esiste, oltre quei recinti che ci costruiamo da soli" (Istinct)

 


LOCANDINA

 

La casa


REGIA: Sam Raimi

CAST: Bruce Campbell, Ellen Sandweiss, Betsy Baker, Hal Delrich, Teresa Tilly

ANNO: 1981

 

TRAMA:

 

Cinque ragazzi decidono di andare a passare un po’ di tempo in un cottage sperduto nel bosco. Una volta giunti a destinazione troveranno nella cantina un registratore e un libro dei morti. Ben presto ognuno di loro verrà impossessato da uno spirito invisibile che li renderà mostruosi e molto pericolosi.

 

 


 

ANALISI PERSONALE

 

Grandissimo horror di culto, “La casa”, primo lungometraggio di Sam Raimi, colpisce particolarmente per moltissimi aspetti decisamente apprezzabili. Primo tra tutti la particolare regia dell’allora 23enne regista che con pochi mezzi e un budget irrisorio, riuscì a creare una pellicola originale e valente. Con mezzi di fortuna, tra cui una shakeycam (una specie di steadycam), creò quei fantastici effetti di cui si può godere durante la visione: i tremolii, i fantastici inseguimenti in soggettiva dei demoni che attaccano alle spalle i poveri ragazzi, gli arditi movimenti della mdp con inquadrature dall’alto o dal basso, i primissimi piani dei particolari del volto dei protagonisti, soprattutto gli occhi sgranati e terrorizzati e le bocche urlanti, ecc…

Altro grande segno distintivo del film è il gusto per l’eccesso, con un inizio di “preparazione” in cui ci sono porte sbattute, botole segrete, rumori improvvisi, atteggiamenti strani dei protagonisti, e poi una seconda parte che è un vero e proprio luna park dell’orrore, con gli orribili mostri che si impossessano dei ragazzi e che ne combinano di tutti i colori, letteralmente e non (tanti sono infatti i giochi cromatici creati dagli effetti speciali: si va dal rosso del sangue, al bianco sporco, al nero e a al verdastro delle schifosissime poltiglie che vengono fuori dai corpi maciullati dei mostri, ma non solo).

Insomma, non c’è da stare tranquilli durante la visione di “La casa”, soprattutto se si è deboli di stomaco e non si sopporta la visione di litri di sangue che vanno a sgorgare anche dalle prese elettriche o all’interno delle lampadine, creando una sorta di disagio non indifferente, nonostante ci si renda conto degli intenti ironici e grotteschi del regista nel voler esagerare con arti mozzati (teste volanti, braccia segate e via di questo passo), corpi maciullati che vengono seppelliti per poi fuoriuscire dalla terra, donne “violentate” dai rami del bosco (in una scena al tempo stesso terrorizzante, ma anche divertente) e via di questo passo. Un vero e proprio circo del terrore che non dà il tempo di respirare e stupisce per la qualità della messa in scena (azzeccatissima è l’ambientazione con uno chalet realmente abbandonato che però era privo della terribile botola, cosa che costrinse il regista a servirsi della botola della sua reale abitazione), ma anche per la totale empatia che si comincia a provare in maniera sempre più crescente nei confronti del protagonista, dapprima inerme e spaventato, poi sempre più padrone della situazione, fino ad un finale aperto e inquietante (il grande Bruce Campbell, amico del regista e del produttore, protagonista anche dei due sequel e in seguito vera e propria icona del cinema horror di culto).

Tante sono anche le citazioni presenti nella pellicola, letterarie e cinematografiche. A partire dal “Necronomicon” di Lovercraft, visto che il diabolico libro che viene trovato dai ragazzi si chiama “Necronomicon ex mortis”, cioè libro dei morti, le cui pagine erano state tradotte da un antropologo che aveva così risvegliato lo spirito di questi demoni che si erano impossessati di sua moglie. Ash, il protagonista, sente la registrazione dello studioso in cui apprende che per liberarsi di questi mostri bisogna fare i loro corpi a pezzi, ed è così che con fucile e armi di “fortuna” riesce, o almeno così sembra, a liberarsi di tutti i suoi amici ormai impossessati dalle forze diaboliche, compresa la sua amatissima fidanzata.

Altra citazione cinematografica è il poster del film di Wes Craven di qualche anno prima, “Le colline hanno gli occhi”, presente all’interno della botola, dove vengono trovati libro, registratore e fucile. Il film tra l’altro si rifa proprio al corto girato dallo stesso regista qualche anno prima, “Whitin the woods”.

Uno vero e proprio splatter, il film che è un horror puro in tutte le sue caratteristiche, si è meritato in pieno la sua fama di cult movie tra gli appassionati del genere che hanno saputo apprezzarne l’imperante umorismo insito nell’altissimo livello di trovate terrificanti o nelle situazioni al limite del tragi-comico in cui si ritrova il protagonista, o anche nella presenza del regista stesso e del produttore all’interno del film, nella persona di due autostoppisti che salutano allegramente i ragazzi appena arrivati nel terribile bosco. Bosco all’interno del quale la mdp si muove egregiamente mostrandoci i ragazzi in preda al panico che corrono all’impazzata tra gli alberi e i rami impazziti e che si rendono ben presto conto di essere in trappola e di non avere via di scampo. Solo l’arrivo del sole darà ad Ash la speranza di potercela fare in qualche modo, ma la velocissima soggettiva di un altro demone in arrivo ci lascia col dubbio e col fiato sospeso, almeno fino a quando non vedremo “La casa 2”, delizioso sequel (o è un remake?) di questo horror indimenticabile e insostituibile.

 

VOTO: 9

 

 


 

CITAZIONE DEL GIORNO

 

"Brutto pompinaio stupratore di tua madre!!!" (L’esorcista)

 


LOCANDINA

 

Cappuccetto rosso



Il sottobosco cinematografico italiano è molto più ricco e folto di quanto noi possiamo immaginare, e parlare di sottobosco nel caso specifico di questo corto horror dal titolo “Cappuccetto rosso”, non è poi così casuale. Il regista Stefano Simone, però, meriterebbe ben più fama e riconoscimenti, vista la mole del lavoro svolto fin’ora (23 anni e già una dozzina di corti all’attivo) e la qualità apprezzabile di tale lavoro.

Dopo essersi dedicato anima e corpo al noir, seguendo le orme del suo idolo William Friedkin, stavolta ha deciso di cimentarsi con una favola dark, dalle atmosfere cupe e inquietanti e dal finale inaspettato ed originale. Un film che va preso per quello che è, senza mettersi su una cattedra a pretendere formalismi e serietà che sono molto lontani dalla forma mentis e dalle idee del regista che ci tiene più che altro a divertirsi e a divertire, oltre che a promuovere un tipo di cinema fatto di cuore e anima, piuttosto che di tecnicismi.

La sceneggiatura di Emanuele Mattana che ci sorprende con un ribaltamento di prosettive finale è tratta dal racconto di Gordano Lupi e mai cognome fu più indicato come in questo caso.  La storia è come noi tutti la conosciamo, o quasi : un ragazzino viene mandato dalla madre a portare un po’ di cibo alla nonna malata. Per farlo deve attraversare il bosco dove fa la conoscenza di una strana e ambigua ragazza vestita con un cappuccio rosso. Questa le propone una gara: il primo che arriverà a casa della nonna vincerà un premio succulento. Il finale, ribalterà le carte in tavolta e ci darà un saggio sulla reale dinamica dei rapporti uomo-donna, e perché no una visione un po’ distorta della natura umana.

Incentrato principalmente sui cambi di atmosfera, resi magistralmente da una colonna sonora straordinaria e aiutati anche da una valentissima fotografia che si concentra proprio sui toni e i colori della favola (marrone, ocra e nero con qualche sprazzo di bianco azzurro e argento), “Cappuccetto rosso” si fa guardare tutto d’un fiato riuscendo persino a turbare in più di un’occasione, come nel bellissimo incipit ambientato nel bosco in cui un ragazzo si perde inseguendo una persona di cui si vede solo il cappuccio rosso e nel movimentato e sanguinolento finale in cui gli amanti dello splatter, e uno dei protagonisti della pellicola stessa, troveranno pane per i loro denti, letteralmente e non. Lode, dunque, anche ai caserecci ma convincenti effetti speciali, curati dallo stesso regista così come la fotografia che ci dimostrano non solo la natura horrorifica del film, ma anche le intenzioni “poco serie” del suo regista. Una sorta di divertissement che però ci lascia con la convinzione del talento registico di Simone (con una sola camera è riuscito a destreggiarsi abilmente tra interni ed esterni, oltre a curare egli stesso un funzionale e perfetto montaggio) e al suo intuito nel coniugare alla perfezione le immagini con le note della bellissima colonna sonora firmata Luca Auriemma (addirittura i pezzi sono stati scritti prima che le rirpese del film cominciassero, in modo che Simone ha ideato le inquadrature e le scene proprio sulla base delle note di Auriemma). 

Simone gioca dunque col genere e con l’appassionato del genere e ci ripropone, a volte ridicolizzandoli volutamente, quasi tutti i topoi fondamentali del’horror in tutte le sue varie ramificazioni (lo splatter, il gotico, lo psicologico, ecc…), chiudendo la pellicola con un sorriso enigmatico che sicuramente sarà stato anche  il suo al termine delle riprese. Un regista che promette molto bene e che ci restituisce una realtà fatta di appassionati che credono e inseguono il proprio sogno, senza sottostare alle rigide e ferree regole di un cinema convenzionale e canonico, ma molte volte anche alquanto noioso.

 

Egli stesso, in una breve intervista, ci ha tenuto a sottolineare il carattere ludico e burlesco della sua ultima fatica:

-Cosa ti ha spinto a scegliere proprio questa fiaba per rielaborarla in chiave orrorifica?

Bè, questo è il mio primo vero e proprio splatter-horror e quando ho deciso che l’avrei girato avevo appena letto una raccolta di racconti in cui c’era anche quello di Giordano Lupi. Prima ancora di leggere il suo racconto, ho pensato che “Cappuccetto rosso” sarebbe stato perfetto come horror e a conti fatti devo dire che sono decisamente soddisfatto di questa scelta.

-Cosa esprime, o per essere più precisi, qual è il sottotesto delle avventure di Cappuccetto rosso e del lupo?

Ci tengo a precisare che io faccio film senza l’intenzione di trasmettere messaggi o insegnare qualcosa allo spettatore. Se poi questi coglie spontaneamente delle considerazioni e delle riflessioni ben venga. Ma il mio intento primario non è questo. Mentre giravo “Cappuccetto rosso” mi sono divertito moltissimo, proprio perché nelle mie intenzioni doveva essere un filmetto senza cervello, solo intrattenimento e spettacolo. Certo un po’ di stress per la repentina realizzazione del progetto l’ho sofferto, ma si sa ogni lavoro che si rispetti comporta dei sacrifici. Il bello del mio lavoro è che io mi diverto mentre mi “sacrifico”.

-Guardando “Cappuccetto rosso” e soprattutto la caratterizzazione del personaggio femminile principale e del suo contraltare maschile, si può notare una certa misoginia. Confermi l’impressione?

Sicuramente. Non sono di quelli che negano di aver dato un’impronta misogina alla propria pellicola. “Cappuccetto rosso” è proprio un film misogino, il tema portante è la maturità sessuale, tant’è che il protagonista maschile è dipinto volutamente come un “bambino”, quella femminile come una virago. E alla fine c’è una sorta di sovraimpressione di concetti come sbranare/violentare che esprimono il doppio senso del rapporto carnale: mangiare la carne, così come fanno i due, è come violentare l’altro.

-Non hai paura che le intenzioni del tuo film possano essere fraintese?

In effetti “Cappuccetto rosso” potrebbe sembrare un film ridicolo, quando in realtà è volutamente grottesco. Io volevo che sembrasse tutto finto, ho persino detto agli attori di recitare meccanicamente, cosa che può essere facilmente fraintendibile. In realtà è difficile cogliere la vera essenza del corto il cui scopo principale è quello di giocare col genere.

 

Ghost town





REGIA: David Koepp

CAST: Ricky Gervais, Greg Kinnear, Tèa Leoni, Billy Campbell

ANNO: 2009

 

TRAMA:

 

Il dentista Bertram Pincus, in seguito ad una colonscopia con anestesia totale, si ritovrà tra la vita e la morte per sette minuti. Durante questo lasso di tempo acquisirà la capacità di vedere e di parlare con i  morti che girano per New York in cerca di soddisazione dei loro desideri. Tra questi, Frank che vuole evitare assolutamente che sua moglie Gwen si risposi.

 

 


ANALISI PERSONALE

 

Sono lontani i tempi di “Ghost”, eppure il cinema continua, ma lo faceva anche prima della famosissima storia d’amore, a sfruttare la tematica dei fantasmi che interagiscono con i vivi per portare a termine qualcosa che non li fa stare tranquilli. David Koepp però tenta di darne un’interpretazione leggermente diversa, dicendoci che sono i vivi in realtà che tengono intrappolati i fantasmi su questa terra. E lo fa in maniera leggera, divertente, ironica, intelligente e, perché no, anche commovente. Il merito va indubbiamente al cast ben assortito che dona alla pellicola un’elevata qualità interpretativa, oltre alla giusta trasposizione di personaggi descritti perfettamente dalla sceneggiatura, scritta a quattro mani dal regista e da John Kamps. Sceneggiatura che sicuramente caccia a piene mani nella tradizione di “ghost-comedy-movie” e che dunque non si distingue per eccesiva originalità, ma che tutto sommato si fa apprezzare per la sua genuina semplicità e per la delicatezza che ha nel narrare il cambiamento interiore del protagonista, dapprima burbero, asociale e scorbutico e poi finalmente libero di esprimere i suoi sentimenti verso amici, colleghi e donna amata. Un protagonista, quello interpretato egregiamente e irresistibilmente da Ricky Gervais, che ricorda lontamente il Bill Murray di “Ricomincio da capo” e che, come il suo predecessore, alla fine capitola apparentemente per cause di forza maggiori, ma realmente per amore, l’unico vero motore delle nostre esistenze, sia da vivi che da fantasmi.

E’ l’amore, infatti, che spinge Frank (il sempre brillante e seducente Greg Kinnear) a chiedere insistentemente al dottor Pincus (da lui apostrofato sarcasticamente Pink-ass) di mettersi in mezzo tra sua moglie Gwen (una bellissima e freschissima Tèa Leoni) e il suo fidanzato Robert, un avvocato un po’ borioso, che però si prende a cuore i diritti civili dei più deboli, poveri e bambini in primis. Il dottore accetterà più per disperazione che per altro, lui che pur abitando al piano di sopra della bella antropologa non l’aveva mai nemmeno notata. Ma l’amore sfalderà la sua corazza inossidabile di cinismo e solitudine e ci metterà il suo zampino. Niente di nuovo sotto il sole dunque (tant’è che le insistenze del fantasma Frenk verso il dottore ci ricordano potentemente quelle di Patrick Swayze verso Whoopy Goldberg nel succitato “Ghost”), ma comunque un’occasione per passare un po’ di tempo in sana e godibile spensieratezza con una sottile e impercettibile riflessione sui rapporti umani e su quanto il loro destino sia causa della formazione e del cambiamento della personalità di ognuno di noi. Ma “Ghost town” è apprezzabile anche perché decisamente divertente con una serie di gag simpatiche e un parterre di personaggi di contorno davvero spassosi: soprattutto il portiere del condominio dove abita il dottor Pincus, la dottoressa fissata con l’abbronzatura e il grande e grosso, ma innocuo, avvocato dell’ospedale nel quale il dentista si è recato per la sua colonscopia.

Per tutti questi motivi ci si può ritenere soddisfatti di questa pellicola che ha tra l’altro la fortuna di essere distribuita in un periodo un po’ scarso in quanto ad uscite cinematografiche e dunque di sopraelevarsi sulla massa di film “scadenti” che le sale ci offrono in questi periodi estivi.

 

VOTO: 7

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

"La vita non è che una continua scommessa, è così…ma molti credono di essere eterni, che ci sarà sempre un domani…ma sono illusioni" (Ghost)

 


LOCANDINA