Poliziotti fuori – Due sbirri a piede libero





REGIA: Kevin Smith

CAST: Bruce Willis, Tracy Morgan, Sean William Scott, Adam Brody, Kevin Pollack, Guillermo Diaz, Jason lee, Rashida Jones, Ana de la Reguera, Michelle Tratchenberg

ANNO: 2010

 

Jimmy e Paul, poliziotti in coppia da nove anni, vengono sospesi per un mese dopo aver fatto scappare uno spacciatore in un rocambolesco inseguimento. Privati di pistola e distintivo d’ordinanza, si muniscono di armi proprie quando a Jimmy viene rubata una figurina dal valore altissimo che doveva servire per pagare il costoso matrimonio sognato dalla figlia. Alla ricerca della figurina sottratta, i due verranno coinvolti in un losco giro di criminali spietati.

 

Non è proprio il film che ci aspetteremmo da Kevin Smith. Quel regista che ha sempre firmato pellicole indipendente e particolarissime, con scarsissimo budget, sempre irriverenti e molto politicamente scorrette. Quel regista che ha saputo conquistarsi una fetta di pubblico ben definita, grazie al suo linguaggio narrativo molto singolare, costituito da dialoghi al limite del surreale e del grottesco e da situazioni ancora più strampalate. Quel regista, insomma, che con poco, con molto poco, ma con tante idee e grandi intuizioni, ha saputo farsi un nome e una ben meritata reputazione positiva.

Con “Poliziotti fuori – Due sbirri a piede libero” (titolo originale molto più adeguato “Cop out”), pur trattandosi di una commedia godibile e spassosa, siamo su tutt’altro fronte. A partire dalla produzione, visto che alle spalle del regista stavolta abbiamo un colosso come la Warner, fino ad arrivare al genere vero e proprio. Siamo dalle parti del main-stream con questo buddy-movie tra polizitti, di cui uno di colore e l’altro no; uno sposato e l’altro separato con problemi in famiglia; uno più calibrato e attento, l’altro più combina guai e sbadato; uno più duro ed efficiente, l’altro più spericolato ed esilarante. Tutti, o quasi, i topoi del genere vengono richiamati dal regista e di rimando dagli sceneggiatori, Rob e Mark Cullen, facendo adagiare la pellicola insieme a tutte le altre dello stesso tipo senza che si distingua per qualche particolare guizzo estetico o narrativo. Al di là di questo lo zampino di Smith è ravvisabile in alcuni frangenti ed elementi che compongono questa strampalata storia di poliziotti fuori e criminali ancora più fuori. A cominciare dal cameo di Jason Lee, immancabile attore feticcio del regista, nonché grande protagonista della bellissima sit-com “My name is Earl”, fino ad arrivare al personaggio assurdo e allucinante interpretato da Sean William Scott, che irrita i suoi interlocutori ripetendo a pappagallo tutto ciò che dicono, passando per le battute e i dialoghi incentrati sul sesso, risalendo all’incipit imperdibile e divertentissimo in cui durante un interrogatorio i due sbirri si danno il cambio: Paul, l’omaccione di colore, solitamente il poliziotto buono, decide di fare la parte del cattivo. Interroga allora il sospettato cominciando a citare le battute di tutti i suoi film preferiti (rigorosamente andati in onda sulla tv via cavo, come fa notare un sempre più sbalordito Bruce Willis, che con autoironia si lancia egli stesso in una parodia dei personaggi che ha interpretato in pellicole in voga negli anni ’80 come i vari Die Hard), partendo da “Heat – la sfida”, passando per “Il Padrino”, “Training day”, “Die Hard” appunto e “Scarface”, arrivando addirittura a film impensabili come “Star Wars”, “Schindler’s List”, “Il colore viola”, “A spasso con Daisy” e “Dirty Dancing”.

Ci si diverte anche con la sequenza dell’inseguimento iniziale con Paul che ruba una bicicletta e vestito da telefonino gigante cerca di raggiungere lo spacciatore in maniera a dir poco goffa e ridicola. Per il resto ci si adagia sui soliti clichè del genere, pur avendo l’opportunità in più, targata sicuramente Smith, di assistere ad una vera e propria parodia, oltre che ad un omaggio (oppure homage come lo chiamano i protagonisti stessi sbagliando anche l’accento) di un certo tipo di cinema commerciale, soprattutto action, che ha formato la cultura popolare di un’intera generazione, come quella di Smith stesso, che di questo tipo di cultura (fumettistica, letteraria, cinematografica, musicale) ha sempre infarcito le sue precedenti, e molto più interessanti, pellicole. Non propriamente un buco nell’acqua, anzi, una tipica commedia da guardare spensieratamente senza troppe pretese, ma comunque una piccola delusione per i fan del regista abituati a ben altro.

 

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City Island





REGIA: Raymond De Felitta

CAST: Andy Garcia, Julianna Marguelis, Steven Strait, Emily Mortimer, Ezra Miller, Dominik Garcia-Lorido, Alan Arkin

ANNO: 2010

 

La famiglia Rizzo, padre, madre e due figli, vive da generazioni a City Island, quartiere tranquillo ed elegante del Bronx. All’improvviso tutte le verità che ognuno tiene nascoste all’altro cominciano a venire a galla in seguito all’entrata in scena di un ragazzo, Tony, che il capofamiglia accoglie in casa perché ha scoperto che si tratta di un figlio avuto da una relazione di molti anni prima.

 

Un film semplice, leggero e frizzante che si fa apprezzare nel suo essere contemporaneamente una simpatica commedia degli equivoci e una tipica pellicola indipendente dallo stile indie. Una commistione vincente che non lascia spazio alla noia o al disappunto, anche, e soprattutto, grazie all’apprezzabilissima interpretazione di un Andy Garcia in forma perfetta che si esibisce in un personaggio molto particolare e accattivante. Vince Rizzo, guardia carceraria, cova il sogno di recitare come faceva il suo idolo Marlon Brando (bellissime le scene in cui l’uomo si nasconde in bagno per leggere un libro dedicato al grande attore del passato) e così si iscrive ad un corso di recitazione tenuto da un insegnante molto particolare, interpretato dall’immancabile, quando si parla di questo genere di film, Alan Arkin (il nonnetto di “Little Miss Sunshine” e “Sunshine Cleaning” per intenderci). Il tutto, però, di nascosto dalla moglie e dai figli che non capirebbero il suo sogno e non lo appoggerebbero. Ma non è sicuramente l’unico in famiglia ad avere dei segreti. La particolarità dei Rizzo, infatti, è quella dell’incomunicabilità, della presenza di una serie di segreti che vengono tenuti nascosti con maestria e determinazione: Joyce, la moglie, continua a fumare di nascosto al marito e nasconde la sua insoddisfazione credendo che il marito la tradisca e si sia dato al poker, quando in realtà segue solo dei corsi di recitazione. Il figlio minore, Vince Jr, cova segretamente la passione per le donne obese; sua sorella Vivian, che tutti credono studentessa modello, persa la borsa di studio, si è data allo strip-tease per pagarsi l’università. Un bel quadretto, insomma, che dà vita ad una serie di incomprensioni e di momenti comici non indifferenti. Tutti questi piccoli-grandi segreti verranno man mano scoperti  in seguito all’arrivo di un altro personaggio destabilizzante, come da tradizione di questo genere di pellicole. Sarà proprio Tony, il ragazzo che Vince ha portato a casa facendolo uscire in libertà vigilata dal carcere in cui lavora, che sconvolgerà l’equilibrio, seppur precario, della famiglia Rizzo e del non detto che tiene uniti i vari componenti della famiglia. E sarà un altro personaggio ancora, Molly, compagna di recitazione di Vince, che farà comprendere all’uomo, e agli altri componenti della famiglia nel finale, che spesso la sincerità non è così terribile e che, se c’è amore e affetto, è possibile accettare qualsiasi verità, o quasi. Certo un messaggio un po’ troppo retorico, così come il segreto che accompagna quest’ultimo personaggio, ma tutto sommato non ci si abbandona mai al troppo serioso o al pedagogico in questa pellicola che non vuole insegnare nulla, ma intrattenere spassosamente lo spettatore con questo ritratto di una famiglia disfunzionale, ma ancora unita, nonostante le diversità, gli equivoci, i segreti e le incomprensioni. E poi, se tutto questo non bastasse, possiamo godere di una sequenza molto divertente in cui Andy Garcia si reca ad un provino per un film di Martin Scorsese con Robert De Niro e in cui si lancia in un’imperdibile imitazione di Marlon Brando per poi lasciarsi andare ad un primo piano in cui con faccia da duro e accento perentorio imita un suo collega della prigione. Il più grande pregio di questo “City Island”, infatti, è l’ironia e l’auto-ironia non solo dell’attore protagonista, ma anche della visione del mondo della recitazione e del cinema (altrettanto esilarante la sequenza in cui Alan Arkin, l’insegnante di recitazione, critica pesantemente le tanto famose pause recitative di Marlon Brando).

Il tutto ci conduce, poi, ad un finale esplosivo, delirante e scoppiettante in cui si passerà dalle lacrime, ai sorrisi, agli abbracci, all’isterismo più totale, insomma.


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Ragazzi miei





REGIA: Scott Hicks

CAST: Clive Owen, Emma Booth, Laura Fraser, George McKay, Nicholas McAnulty

ANNO: 2010

 

Joe, giornalista sportivo di successo, rimane vedovo di una moglie che amava moltissimo. Si ritrova solo a dover crescere il piccolo Artie e ben presto anche Harry, il figlio adolescente avuto dal suo primo matrimonio, arriverà a scombussolargli la vita. Insieme i tre riusciranno a trovare il modo di convivere e di superare i corrispettivi dolori.

 

I film sulla vedovanza, si sa, portano con se numerosi rischi, primo su tutti quello dell’eccessivo pietismo e patetismo. Non accade nulla di tutto questo in “Ragazzi miei” in cui, oltre al tema del lutto, a farla da padrone in realtà è la difficoltà dei rapporti padre-figlio e della genitorialità maschile in senso lato. Trattasi sicuramente di un dramma, ma non è uno di quei drammi pesanti, pur non essendo nemmeno totalmente leggero, nonostante ci sia molta freschezza nel racconto delle scorribande di questo padre distrutto e di questi figli da recuperare. Un perfetto equilibrio, dunque, è ciò che si ravvisa nel racconto di questa storia ispirata a fatti veri e tratta dal romanzo autobiografico del giornalista inglese Simon Carr. E’ questo quello che ci viene narrato da Scott Hicks nel suo film, o forse sarebbe meglio dire che a raccontarci la difficoltà di quest’uomo nel rimettere insieme i pezzi della sua vita e nell’affrontare compiti che solitamente sono affidati alle donne, sono in realtà le straordinarie musiche dei Sigur Rós e i magnifici paesaggi australiani incorniciati da una splendida fotografia. Elementi che contribuiscono ad innalzare il livello della pellicola, tenuta sulle spalle da un inedito ma apprezzabilissimo Clive Owen e dal piccolo Nicholas McAnulty nel ruolo non facile di Artie, bambino che apparentemente rimane indifferente alla morte della madre, ma che si ritrova nel bel mezzo di una bufera, letteralmente ed emotivamente parlando. Il papà in carriera, infatti, dopo le iniziali difficoltà nell’organizzazione della casa e della vita propria e del figlio, decide che forse meno regole ci sono e meglio è. Della serie poche ma buone, insomma. E’ così che la loro vita e la loro casa si trasformano in un vero e proprio “paradiso dei porci”, così come lo chiamano loro, in cui è possibile farsi i gavettoni in casa, correre all’impazzata tra i corridoi, scongelare polli nella vasca, non buttare mai la spazzatura, ma dove sono vietate le parolacce e la maleducazione. Il più grande Harry, primo figlio di Joe, si ritroverà in un mondo sconosciuto, oltre che a contatto con un padre che sostanzialmente l’ha abbandonato per la sua nuova vita. Sarà questo conflitto, oltre a quelli già accumulati dall’uomo, a dare una svolta al suo stile di vita, ma soprattutto al suo modo di essere genitore. Sicuramente non mancano i luoghi comuni, incarnati soprattutto nella figura della nonna materna che si oppone alla condotta del genero o della ragazza che si interessa al giornalista sperando che nasca qualcosa e che quindi cerca di aiutarlo in casa e con il figlio (quest’ultimo luogo comune però viene ribaltato dal fatto che alla fine l’uomo decide di non avvalersi dell’aiuto della donna e di continuare fieramente a fare tutto da solo, dimostrando che anche per i padri è possibile essere dei genitori a tutto tondo, cosa che spesso viene dimenticata). Forse evitabili anche le apparizioni della moglie defunta che suggerisce di volta in volta al marito come prendere il figlio più piccolo e come comportarsi nelle situazioni più complesse.

Ma al di là di questo in “Ragazzi miei” si può godere di una pacatezza di toni e di una semplicità narrativa che però ci riconcilia con la nostra parte più infantile e ci rasserena con dolcezza e raffinatezza, accompagnandoci soavemente in un viaggio emozionante fatto di momenti più dolorosi e commoventi e di altri più divertenti e spassosi. Esemplari al riguardo le speculari sequenze ad inizio e a fine film entrambe a bordo di un auto, entrambe raffiguranti i vari protagonisti in un momento di spericolatezza nell’incipit, e di consapevolezza e maturità nel finale.

 

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Lei è troppo per me





REGIA: Jim Field Smith

CAST: Jay Baruchel, Alice Eve, Krysten Ritten, T.J. Miller, Nate Torrence, Mike Vogel, Lindsay Sloane, Jasika Nicole, Debra Jo Rupp, Adam LeFevre, Geof Stults

ANNO: 2010

 

Kirk, addetto alla sicurezza in un aeroporto, è un timido e impacciato ragazzo che sogna di riconquistare la sua ex-ragazza perché crede di non potere avere di meglio. Molly è una bellissima ragazza in carriera che può avere qualsiasi uomo desideri. L’incontro tra i due farà scoccare la scintilla, anche se saranno molte le avversità che si frapporranno alla loro felicità.

 

L’assunto non è affatto dei più originali, anzi è quanto di più usurato si possa trovare nella commedia sentimentale americana, mescolata ad un po’ di demenziale e sconcio, proprio in puro stile “American Pie”, come del resto suggerisce la locandina che ci ricorda potentemente quell’altro film. Una tradizione che può aver avuto degli alti e bassi ma che, sostanzialmente, raramente è riuscita a soddisfare pienamente. Un genere, dunque, che va preso alla leggera, così come esso prende se stesso, del resto. Munitisi di questo approccio iniziale si può anche godere di questo tipo di pellicole che non hanno nessuna pretesa e che il più delle volte riescono a strappare qualche risata e a passare come un soffio di vento. Tutte cose presenti in “Lei è troppo per me”, anche se effettivamente non sempre le risate arrivano al punto giusto (spesso la comicità è fuori tempo massimo, oppure fin troppo prevedibile) e non tutto passa così leggermente, con la presenza di molte lungaggini e pesantezze narrative, soprattutto per quanto riguarda la morale di fondo che è quella dell’importanza della propria interiorità per conquistare una persona del sesso opposto e per fare “carriera” nella vita, piuttosto che il mero aspetto fisico. Escludendo questi due elementi che pesano, e non poco, sull’economia complessiva della pellicola e gli impediscono di distinguersi in qualche maniera dagli altri film del genere, qualcosa per cui non rimpiangere la visione in “Lei è troppo per me” è presente. A partire dall’attore protagonista perfetto sia fisicamente che nell’interpretazione, per dare vita a questo insicuro nerd circondato da parenti e amici poco lusinghieri nei suoi confronti e per trasformarsi poi in un innamorato battagliero, seppur sempre ostacolato comicamente dalle situazioni e dagli inconvenienti. Di qui i rispettivi incontri familiari che hanno quasi del grottesco e che sfociano poi nell’esilarante in un caso e nel volutamente volgare nell’altro, così come le varie figure-emblema che ruotano accanto ai due protagonisti: l’amica di lei acida e sboccata, gli amici di lui con tutte le loro teorie sui rapporti di coppia a seconda della propria esperienza di vita, l’ex-fidanzata che lo rivuole solo dopo che una come Molly si è interessata a lui, l’ex- fidanzato pompato e spocchioso, la famiglia di lui strampalata e ingombrante, quella di lei compita ed elegante, ma tanto noiosa. Dicotomie che sottolineano maggiormente le differenze lampanti tra i due protagonisti che, nonostante tutti questi elementi a sfavore, riusciranno  non solo a stare insieme, ma anche a dimostrare a tutti gli altri che non c’è niente di così eclatante se stanno insieme.

Della serie che certe cose, ovviamente, succedono solo nei film, ma è anche questo il bello di questo tipo di pellicole in cui sappiamo alla perfezione quale sarà lo schema narrativo con l’incontro, l’innamoramento, la rottura e, infine, la riappacificazione che in questo caso, come da commedia sentimentale che si rispetti, avviene proprio all’interno dell’aeroporto con uno dei due che sta per partire ma riesce in qualche maniera a tornare tra le braccia dell’altro (in questo caso ci sarà però anche parecchio da ridere). Non sveliamo niente, dunque, raccontando lo svolgimento di “Lei è troppo per me”, che è poi anche lo svolgimento di tutti questi film che sembrano fatti con lo stampino. Ciò che può cambiare, e che in un certo senso anche in questo caso è cambiato, è lo stile, narrativo e non, di questo genere di storie. Nel nostro film possiamo godere di piacevoli interpretazioni, succose gag dal gusto anche sarcastico e politicamente scorretto, personaggi strampalati e per certi versi imprevedibili e punte molto deliziose da tipico buddy-movie che si rispetti. Non è molto, indubbiamente, ma almeno non è niente.

 

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Ghost dog


REGIA: Jim Jarmusch

CAST: Forest Whitaker, Henry Silva, John Tormey, Cliff Gorman

ANNO: 1999


Un killer di professione, amante del codice del samurai che segue alla lettera, oltre che dei piccioni che alleva sul terrazzo in cui vive, incappa in un brutto guaio a seguito di un omicidio commesso per conto del suo “padrone”. Un potente boss chiederà la sua testa perché sua figlia era presente sulla scena del delitto.

 

Un film molto particolare, nonostante la canonicità della trama tra il noir, il thriller e il gangster-movie. La particolarità sta proprio nella natura e nelle caratteristiche del protagonista, ottimamente interpretato da Forest Whitaker, un uomo solitario che sembra non avere amici e che si muove silenzioso e “invisibile” nella notte per portare a termine i suoi contratti. La singolarità del personaggio sta nel fatto che, nonostante utilizzi armi da fuoco per le sue esecuzioni, le maneggia come se fossero delle spade da samurai di cui segue lo stile di vita, imparato leggendo un libro al riguardo. Durante le sue sortite notturne, ma anche di giorno, sdraiato accanto ai suoi piccioni, il killer si diletta con numerose letture, principalmente, appunto, l’Hagakure, il codice del samurai. Mentre osserviamo sempre più rapiti le sue azioni, e di rimando anche quelle dei suoi “amici” e “nemici”, sullo schermo appaiono le scritte del codice che rappresentano alla perfezione ciò che sta accadendo. Altra grande chicca della pellicola è la presenza di una serie di cartoni animati, in genere visionati dalla figlia del boss o dal boss stesso, che anticipano in qualche maniera ciò che accadrà al protagonista e agli altri comprimari. Da Betty Boop, passando per Felix il Gatto, arrivando persino a Grattachecca e Fichetto. Mescolando tutte queste caratteristiche inusuali e molto affascinanti si ottiene quel giusto mix di azione e di profondità, con una sorta di spessore che riguarda il protagonista visto non solo come un killer a pagamento, ma anche come un uomo coraggioso e temerario (porterà fino alla fine il suo obiettivo che è quello di servire il suo “padrone”, così come un buon samurai deve fare), oltre che amante della lettura (emblematica a questo riguardo la figura della bambina che il killer incontra in un parco e con la quale fa scambio di libri e di opinioni su essi, così come altrettanto importante è la presenza di un gelataio ambulante, un francese che sembra non capire ciò che dice il killer e che a sua volta il killer non comprende, pur essendo ognuno per l’altro l’amico più grande). Non manca di certo anche la violenza in questo ritratto intenso e coinvolgente del killer, fino ad arrivare ad una vera e propria escalation di omicidi per mano del protagonista del tutto deciso a salvare la sua vita, ma prima di tutto quella del suo “padrone”, fino a quando non si verrà ad una vera e propria resa dei conti finale in puro stile western.

Le immagini, anche, sono parte fondamentale di “Ghost dog”, visto che costituiscono una grande fetta del suo fascino, soprattutto quando seguiamo i piccioni che volteggiano nel cielo e che il killer utilizza per comunicare col suo “padrone”, o quando assistiamo all’allenamento con la sciabola del protagonista, tutto in ralenti. Molto comunicativa anche la sequenza in cui il killer incontra per la strada due cacciatori che hanno appena catturato un orso, animale in via d’estinzione, proprio come metaforicamente il protagonista stesso, scena nella quale viene in qualche modo racchiuso il significato del film e del personaggio in particolare: uomo in contrapposizione col suo tempo, che comunque lotta per rimanere ancorato al mondo, nonostante le avversità esterne e l’anacronismo dei suoi valori, e nonostante, soprattutto, il suo essere “solo” contro tutti. Una sorte di Don Chisciotte che però, al contrario di ciò che avviene nel mito letterario, in questo caso non ritratta i suoi ideali “fantastici” e “cavallereschi” (anche se qui si parla di samurai e non di cavalieri), ma li porta fino in fondo con caparbietà e convinzione. Da notare anche la sottile e leggera ironia che permea soprattutto le figure dei mafiosi italiani che si organizzano per far fuori il protagonista, esemplare al riguardo la scena in cui il “padrone” di Ghost dog si reca dal boss e quest’ultimo, insieme ad altri suoi due sgherri molto particolari, viene ripreso in un’inquadratura fissa mentre pronuncia delle battute, inframmezzato di quando in quando dagli altri due.

Un’occasione imperdibile, dunque, la visione di questo “Ghost dog” che mescola generi e stili, riuscendo anche ad avere un’anima non indifferente.



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Approfondimento: Non si sevizia un paperino – 2° parte





Al di là di questi motivi di apprezzamento, se vogliamo extrafilmici, “Non si sevizia un paperino” si dimostra una pellicola dal valore formale e qualitativo veramente altissimo, con un utilizzo straordinario della colonna sonora (sia diegeticamente che extra-diegeticamente), firmata Riz Ortolani, e con una serie di sequenze girate con una maestria non indifferente, a partire dalla scena iniziale in cui alcuni ragazzini mentre si confessano in Chiesa, scattando all’avvertimento di un loro amico che ha visto arrivare le prostitute, dimostrano che nonostante i tentativi di indottrinamento attuati dalla comunità circostante, la confessione non è affatto il loro pensiero primario; fino ad arrivare alla discussa e poi anche censurata scena in cui Florinda Bolkan subisce le violentissime percosse di alcuni abitanti del paese che la picchiano ripetutamente con catene, bastoni ferrati, calci e pugni. Una sequenza quasi interamente girata in soggettiva che unisce i due intenti principali del regista e cioè creare una pellicola dal forte impatto non solo visivo ma anche sensazionale ed emotivo e nel contempo comunicare, attraverso le potenti immagini, tutta la rozzezza insita nel modo di ragionare chiuso e ignorante degli abitanti di Accendura, che si fanno ovviamente emblema di tutta una fetta di società italiana di allora, che volendo persiste ancora ora. Rimane impressa ancora oggi, oltre che ripetuta in numerose altre pellicole, la scelta del regista di accompagnare l’estrema brutalità e ferocia di questa sequenza con dei brani musicali davvero inusuali accostati ad essa, come per esempio “Quei giorni insieme a te” cantato da Ornella Vanoni. Nemmeno i bambini si salvano in questo ritratto triste e amaro della nostra società (al di là delle vittime ovviamente), visto che quando la povera “maciara” ormai ridotta in fin di vita si arrampica sulle colline rocciose fino ad arrivare al ciglio della strada per chiedere aiuto, i passanti che si stanno recando al mare per le vacanze la ignorano completamente, compresa una bambina che la osserva senza batter ciglio.

L’altra sequenza che all’epoca suscitò scalpore e che ancora oggi genera una sorta di inquietudine nello spettatore è quella nella quale la bellissima Bouchet completamente senza veli si fa portare l’aranciata dal figlio della sua governante, un bambino che alla sua vista si fa timido, dimesso e tremolante. A causa di questa scena il regista e l’attrice andarono incontro a problemi legali causati appunto dall’inserimento di una scena esplicitamente erotica, di un minorenne. Ovviamente Fulci riuscì a “salvare la baracca”, dimostrando ancora una volta la sua genialità: quando il bambino è inquadrato frontalmente ovviamente nella stanza non è presente nessuno, quando invece vediamo entrambi i personaggi interagire tra loro il bambino è sempre di schiena è in realtà è interpretato da un nano amico del regista.

Tutti gli aspetti di “Non si sevizia un paperino” lo rendono un film sicuramente indimenticabile a partire dalla sceneggiatura (scritta dallo stesso Fulci con Roberto Gianviti e Gianfranco Clerici), perfetta nell’incastonare alla perfezione ogni singolo passaggio narrativo, aiutata anche da un montaggio volutamente mistificatorio e fuorviante, che intelligentemente ci riempie di dubbi e domande e poi ci accompagna pian piano verso la risoluzione dell’intrigo; fino ad arrivare all’ambientazione originalissima in quegli anni visto che si trattava di una scelta fino ad allora inedita, quella di girare un thriller in un paesotto del sud Italia (Accendura deriva proprio da Accettura, un paese in provincia di Matera). Molto ben curato anche il trucco realizzato da Franco Di Girolamo, Dante e Maurizio Trani che hanno sapientemente invecchiato George Wilson (nel ruolo dello “stregone” del paese) e trattato anche le ferite delle vittime. Gli effetti speciali, soprattutto nell’ultima scena in cui il colpevole viene lanciato giù da una montagna, sono stati supervisionati da Carlo Rimbaldi.

Per tutti questi motivi non si può non considerare “Non si sevizia un paperino” un grandissimo film di genere e non solo, così come non si può negare lo straordinario talento registico e inventivo di Lucio Fulci che in questa pellicola non abbandona la sua vena ironica, soprattutto nella caratterizzazione di molti dei personaggi marginali, come lo scemo del villaggio, le prostitute e alcuni ragazzini.

E se qualcuno che ancora non ha visto la straordinaria pellicola, dovesse trovarsi a chiedere il perché di quel “paperino” nel titolo, troverà una risposta degna di Fulci e della sua vena sadica e beffarda, visto che anche degli oggetti innocenti come una bambola e un bambolotto raffigurante paperino, finiranno letteralmente sgozzati.

 

Link 1° parte

Approfondimento: Non si sevizia un paperino – 1° parte





Regia: Lucio Fulci

Soggetto: Lucio Fulci, Roberto Gianviti

Sceneggiatura: Lucio Fulci, Roberto Gianviti, Gianfranco Clerici

Interpreti: Florinda Bolkan, Barbara Bouchet, Tomas Milian, Irene Papas, Marc Porel, George Wilson, Antonello Campodifiori, Ugo D’Alessio, Virginio Gazzolo, Rosalia Maggio, John Bartha

Fotografia: Sergio D’Offizi

Montaggio: Ornella Micheli

Colonna sonora: Riz Ortolani

Effetti speciali: Carlo Rimbaldi

Scenografia: Pier Luigi Basile

Anno: 1972

Produzione: Italia

Durata: 102 min.

 

 

Degli efferati delitti ai danni di alcuni bambini hanno luogo ad Accendura, nel sud Italia. Dapprima viene sospettato “lo scemo” del paese, poi si pensa che possa essere stata la maciara, una donna dedita alle pratiche della magia nera, alla fine si scopre che il pericolo arriva da dove meno ce lo aspettiamo. Ad indagare, oltre ai poliziotti, arriva anche uno scaltro e curioso giornalista.

 

Grande merito del maestro Lucio Fulci, fu quello di riuscire a fare del cinema di genere in maniera del tutto soddisfacente e qualitativa, tanto da costituire poi fonte di ispirazione e di esempio per numerosi registi a venire che giustamente ne hanno intuito la grandezza e l’inventiva e ne hanno fatto un “mito” da seguire e in alcuni casi imitare. A partire da Tarantino, da sempre appassionato di cinema italiano degli anni ’70, ma non solo, Fulci è stato riconosciuto come genio indiscusso della settima arte, e in particolare del giallo e del thriller, grazie a numerosi capolavori che costituiscono dei veri e propri cult imperdibili per gli amanti del genere. Ne è un esempio eloquente questo straordinario “Non si sevizia un paperino”, che al di là del fatto di essere un film di genere con venature anche horror (per i riferimenti alla magia nera con la pratica voodoo degli spilli sulle bambole praticata dalla “maciara” del paese), si fa ancora più interessante e importante proprio perché facentesi carico di un bagaglio etico-sociale non indifferente.

Non è un caso allora che il regista abbia scelto di ambientare questa storia di omicidi e di sospetti in un paesino immaginario del sud Italia in pieno periodo del boom economico. Non è un caso che ad Accendura, il paese in questione, l’unica persona che susciti totalmente fiducia e rispetto negli altri sia il parroco, ,interpretato da Marc Porel, e di rimando la sorellina sordomuta e ritardata e la madre interpretata da Irene Papas, mentre la modernità, incarnata da una bellissima, sensuale e fin troppo lasciva Barbara Bouchet, (nel ruolo della figlia di un riccone del posto che ostenta le sue fortune di contro alla “povertà” generale del resto della cittadina), susciti sdegno, disprezzo e sospetto. Ma il personaggio più forte della pellicola, sia dal punto di vista narrativo che da quello metaforico è proprio la “maciara” interpretata da una bravissima Florinda Bolkan, colei che con il destino a cui andrà incontro (e con quello a cui era già andata precedentemente incontro), svelerà tutte le meschinerie insite nell’ignoranza e nella superstizione di queste piccole comunità chiuse in sé stesse e inconsapevoli, volontariamente e fieramente, del progresso, non solo economico, ma soprattutto sociale. Ecco che allora il volersi vendicare della donna che ritiene di aver ammazzato i ragazzini attraverso la pratica della magia nera, cosa che sarebbe dovuta apparire impossibile a tutti, risulta essere più che altro un’esplicazione assurda, violenta ed estrema del desiderio di questa gente di vendetta, oltre che appunto della loro assoluta ignoranza, così come fa notare il maresciallo dei carabinieri, interpretato da uno straordinario Ugo D’Alessio, quando ormai non ci sarà più niente da fare visto che l’arretratezza e l’inciviltà degli abitanti di Accendura avrà avuto modo di esplicarsi nella sua interezza.

Nel mezzo si pone la figura del giornalista, interpretato da un bravissimo Tomas Milian, che con fare preciso, attento e indagatore riuscirà a venire a capo del fitto mistero che si cela dietro la morte di questi bambini (che reagiscono alle censure e al clima asfissiante della loro comunità, fumando sigarette, uccidendo lucertole con le fionde, spiando le prostitute e indugiando in comportamenti di questo genere), anche grazie all’aiuto di Barbara Bouchet, dapprima sospettata, tra i tanti, proprio a causa dei suoi comportamenti poco consoni allo spirito casto e dimesso degli abitanti di Accendura (oltre che per il suo passato da “drogata”), poi, invece, provetta aiutante del giornalista nella risoluzione del giallo, dimostrazione questa del fatto che in realtà tra l’arretratezza e il progresso (soprattutto dal punto di vista sociale che è quello che più interessa Fulci in questa sorta di critica al bigottismo, oltre che all’estremismo cattolico, come si intuirà poi nel finale), a vincere ovviamente è il progresso.

 

Continua…

Gentlemen Broncos





REGIA: Jared Hess

CAST: Michael Angarano, Jennifer Coolidge, Jemaine Clement, Héctor Jiménez, Halley Feiffer, Sam Rockwell

ANNO: 2010

 

Un ragazzino con la passione per i racconti sci-fi, partecipa ad un concorso in cui il giudice è il suo idolo, uno scrittore famoso e acclamato. Quest’ultimo, privo di ispirazione, dopo aver letto il romanzo del ragazzo decide di rubarne le idee per tenere a bada il suo agente. Nel frattempo il ragazzo si è affidato a due strampalati produttori di film e trailer a basso costo per portare sugli schermi la sua storia.

 

Un film essenzialmente demenziale questo “Gentlemen Broncos” che però non si può dire pecchi di originalità. Tramite le avventure raccontate dal ragazzo nel suo romanzo, ispirato e dedicato alla figura del padre scomparso, è possibile non solo farsi un bel po’ di risate con le stranezze e le assurdità delle varie trasposizioni visive delle avventure di Bronco (mentre il ragazzo rilegge le sue parole immagina che prendano vita, lo scrittore famoso che se ne impossessa le reinterpreta visivamente in maniera totalmente opposta, le trasposizioni cinematografiche che vengono create da altri due ragazzini esagitati oltrepassano il kitsch più assoluto), ma anche in qualche modo aver la possibilità di impelagarsi in considerazioni sul mondo della letteratura trasposta cinematograficamente, del talento degli “sconosciuti” e della mancanza ispirazione dei più noti. Una sorta di consiglio a prendere con più leggerezza e meno esigenza le pellicole che vengono tratte dai romanzi, piuttosto che pretendere che si attengano a come noi le speravamo e immaginavamo. Del resto all’interno dello stesso film, con soluzioni narrative alquanto inusuali e decisamente ridicole (le acconciature e gli abbigliamenti di Sam Rockwell, l’interprete dell’eroe Bronco, vanno dall’incredibile all’inguardabile) viene suggerito proprio il fatto che il contenuto di un romanzo può essere interpretato in differenti modi a seconda del lettore, del suo background, della sua stessa fantasia, prima ancora che di quella dello scrittore. Non viene tralasciato nulla, o quasi, al caso allora in questa parodizzazione del mondo del cinema e della letteratura con tanto di scrittore che rigetta le immagini cinematografiche nate dal suo romanzo (e il fatto che in realtà si tratti di immagini al limite del trash più assoluto serve non solo a far ridere lo spettatore, ma anche ad estremizzare il concetto), e con la presenza di riferimenti al business che spesso gira intorno a questo genere di produzioni.

Considerazioni che non compongono la parte fondamentale e principale della pellicola, tutta incentrata sulle gag tra i vari protagonisti e sul surrealismo della messa in scena, sia che si tratti della “realtà” sia che si assista alle avventure dell’impavido eroe inventato dal giovane protagonista. Tutto allora in “Gentlemen Broncos” è sopra le righe, forse fin troppo eccessivamente, a partire dalla recitazione dei vari protagonisti (spiccano tra i tanti la madre del protagonista, il suo nuovo amico capelluto, un giovane regista dal sorriso perennemente stampato sul volto, e il famoso scrittore che si impossessa della storia del ragazzo), fino ad arrivare ai costumi, alla fotografia, alle scenografie, alla sceneggiatura stessa. Un’esagerazione di toni che però non disturba particolarmente, anzi riesce a catturare lo spettatore nel mondo  fantastico immaginato dal protagonista e portato sugli schermi in maniera esagerata e stravolgente (con ironico riferimento sarcastico alle esagerazioni in tal senso, perché va bene non essere esigenti, ma nemmeno sconvolgere totalmente il senso di un testo letterario che come tale è nato e che quindi in qualche modo, portato sullo schermo, va anche rispettato).

E’ la fantasia, allora, la qualità principale della pellicola ed anche il fulcro narrativo della stessa. Fantasia che deve essere sempre alimentata e coltivata, anche quando sembra non incontrare il parere e l’apprezzamento degli altri. L’importante è avere la possibilità di esprimersi e di godere delle proprie creazioni, non importa se non proprio perfette o rispondenti ad alti canoni di qualità. E’ proprio quello che accade con “Gentlemen Broncos”, film apprezzabile per la sua genuinità e la sua estrema, dichiarata e forse attentamente ricercata semplicità.

 

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Destino cieco

Libero arbitrio Vs Determinismo, chi l’avrà vinta?

Un giovane polacco, Witek, è il protagonista di questo film suddiviso in tre parti in cui ci viene mostrata tutta la potenza e l’ineluttabilità del caso. A seconda che un determinato avvenimento si avveri o meno, la vita dell’uomo potrebbe prendere strade completamente diverse. Ma forse l’epilogo sarà sempre lo stesso, segno questo che anche il destino ci mette il suo zampino.
Un film da guardare con molta attenzione questo "Destino cieco" di Kieslowski, sua quarta pellicola del 1982, non solo perché in seguito è stato d’esempio e di ispirazione per il ben più noto, oltre che più scarso, "Sliding doors", ma perché riesce a condensare differenti tematiche riunendole sotto il segno del caso, appunto (quello che poi dà giustamente il titolo originale alla pellicola). Perché il giovane protagonista, a seconda della sua riuscita nella corsa verso un treno, si farà al centro di tre diverse biforcazioni che a loro volta non solo si rendono esplicative della potenza del caso nella vita di ogni essere umano, ma raccontano anche un pezzo di storia polacca non indifferente. Il ragazzo, infatti, studente di medicina, in seguito alla morte del padre e alla sua assenza durante il momento decisivo, decide di lasciare gli studi, prendendo appunto il fatidico treno per Varsavia. Qualcosa però va storto: Witek è in ritardo e nella corsa in stazione urta una vecchietta a cui cade una moneta. La moneta viene raccolta da un barbone che si compra una birra. Il ragazzo durante la sua corsa urta ancora contro il barbone facendogli cadere la birra, cosa che lo rallenta ulteriormente nel suo raggiungimento del treno. E’ questo il momento cruciale della pellicola, quello da cui poi si biforcano le tre storie che ci vengono raccontate.
Nel caso in cui il ragazzo riesce a prendere il treno lo vedremo far conoscenza di un membro del partito comunista che lo guida e lo aiuta a farsi strada facendogli fare carriera politica. Nel caso in cui il ragazzo non riesce a prendere il treno, ci sono due possibili visioni dell’intervento del caso: nella prima, il ragazzo picchia il controllore che tenta di fermarlo e per questo viene arrestato, finendo a fare i lavori socialmente utili dove entra in contatto con l’opposizione al partito, divenendone poi parte attiva; nella seconda, Witek, dopo aver perso il treno incrocia una sua compagna di studi con la quale poi costruisce una famiglia, e torna a studiare, divenendo un medico che preferisce non prendere posizioni politiche, restando fuori sia dal partito comunista che dall’opposizione.
Per lo spettatore è facile immedesimarsi in ciascuno dei tre Widek che ci vengono mostrati, proprio perché, al di là della visibile bontà d’animo del ragazzo, ciò che lo spinge a diventare ciascuna delle tre versioni a cui assistiamo non sono le sue scelte, le sue vere credenze, i suoi sentimenti, ma bensì, ancora una volta il regnante e inarrestabile caso. Per Kieslowski, invece, sembra quasi che il Widek migliore sia l’ultimo, quello che non prende posizioni, quello su cui pende ancor meno l’ombra del giudizio e della visione "dall’altro".
Ma "Destino cieco" sostanzialmente è una pellicola che si basa profondamente sulla dicotomia che poi diventa una vera e propria lotta, tra libero arbitrio e determinismo. Una lotta che sembra essere vinta dal determinismo, così come forse fin troppo schematicamente vuole raccontarci e dimostrarci Kieslowski. Una visione un po’ troppo unilaterale che non lascia spazio di manovra all’uomo, appunto. Una sorta di pessimismo quasi estremo che ci vede prigionieri assoluti, impossibilitati a liberarci, della casualità o del destino, come dimostra il tremendo finale. Non esiste nessun libero arbitrio, insomma, nessun margine di salvezza, se a determinare tutte le nostre scelte, i nostri percorsi, sono solo degli avvenimenti casuali nei quali ci imbattiamo senza il nostro volere.
Un film non facile da digerire dunque, ma sicuramente apprezzabile non solo concettualmente per ciò che viene raccontato tra le righe di queste tre storie tutte ugualmente possibili, ma anche perché recitato magistralmente, musicato ancora meglio e girato con una sorta di rispondenza al significato stesso della pellicola, cioè senza eccedere in "interventi" eccessivi, quasi come se persino la regia sia governata dal caso stesso. Insomma, una sobrietà formale e stilistica che si sposa perfettamente con l’impianto concettuale della pellicola.

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Saw VI





REGIA: Kevin Greutert

CAST: Tobin Bell, Costas Mandylor, Betsy Russell, Mark Rolston, Athena Karkanis, Shawnee Smith, Peter Outerbridge

ANNO: 2010

 

Ancora una volta, nonostante sia morto, Jigsaw, torna a colpire per mano dei suoi “eredi”, il tenente Hoffman e la moglie Jill. Stavolta vittime delle punizioni esemplari dell’enigmista sono i componenti di una compagnia di assicurazioni che fanno in modo di trovare delle scappatoie per non elargire denaro ai malati, facendo ricorso a cavilli legali.

 

Siamo arrivati ormai al sesto capitolo di questa saga che se all’inizio aveva ancora qualcosa da dire e da mostrare, adesso ormai si è ridotta ad essere un interminabile circo del gore, senza nessuna idea buona di fondo, e soprattutto senza un’impalcatura solida che si regga su elementi di base apprezzabili. Al di là delle mattanze e dei vari marchingegni, sempre più machiavellici, per punire i vari personaggi finiti sotto le grinfie di Jigsaw e dei suoi eredi, elementi che possono soddisfare i fanatici e “malati” del genere, in “Saw VI” non c’è niente che valga la pena di essere visto. Anzi, tutto ciò che si sussegue sullo schermo ha la forza di irritare potentemente lo spettatore costretto a sorbirsi una serie di flashback sfiancanti e stancanti, che rimandano quasi alla tradizione da soap-opera di far rivivere gli stessi momenti in continuazione con ricordi inutili e non solo. Tralasciando la piattezza della regia e l’insufficienza recitativa della maggior parte del cast, quello che più disturba, in maniera negativa e non positivamente per quanto riguarda le scene più horror e sanguinolente, è il volerci ficcare a tutti i costi la figura dell’enigmista, ormai morto, con una serie di rimandi improbabili e fastidiosi al passato e soprattutto con delle involontariamente ridicole apparizioni alla moglie affranta. Senza considerare il fatto che ormai la sete punitiva dell’enigmista si fa sempre più retorica e scontata, andando a colpire stavolta, niente poco di meno che degli assicuratori un po’ “bastardi”. I prossimi, magari, saranno dei banchieri corrotti o qualsiasi altro “cattivo” da fumetto che possa venirvi in mente. Ad aggiungersi a tutto ciò, altro elemento che ci rimanda allo stile da soap-opera che ormai la saga sta intraprendendo, è il ritorno di personaggi che si credevano morti per creare dei colpi di scena che invece di sortire l’effetto voluto, cioè sorprendere lo spettatore, hanno come unico risultato quello di irritarlo maggiormente per la facilità con cui si cerca di prenderlo in giro con questi espedienti narrativi, cercando poi di accontentarlo con il susseguirsi senza sosta di scene ad alto impatto gore. Prima su tutte la sequenza iniziale, con un’improbabile e grottesca citazione shakespeariana, in cui due personaggi, un uomo e una donna, rinchiusi in due gabbie, sono costretti a tagliarsi parti del proprio corpo e a pesarle, in modo tale che chi raggiunge il peso maggiore potrà salvarsi. Il ragazzo un po’ cicciottello si taglia pezzi di pancia, la ragazza opta per un braccio. Scene difficili da sopportare per i deboli di stomaco, ma apprezzabili per chi non si aspetta altro da questo genere di pellicole. Proseguendo possiamo trastullarci con altri trucidamenti del genere che vanno a colpire i vari impiegati dell’azienda assicuratrice e altre povere vittime che servono a completare il percorso “formativo” che Jigsaw ed eredi hanno imbastito per il presidente dell’azienda in modo tale che apprenda l’insegnamento e soprattutto il valore della vita, quello che lui ha disonorato nel suo lavoro e nel suo stile di vita. Insomma, quasi quasi ci viene da parteggiare per questo malefico e moralistico assassino pervertito che imbastisce queste trappole micidiali solo per far capire agli altri i loro errori e fargli intraprendere un percorso di redenzione. Mentre di contro, siamo quasi portati a tifare per le morti di queste “cattive” vittime che mentono, sfruttano e, indirettamente con le loro scelte, uccidono. Poteva essere un elemento di apprezzamento, e all’inizio lo era, questo confondere il senso di giustizia tra vittime e carnefici, ma col tempo il tutto è diventato fin troppo stereotipato e manicheistico. E, per quelli che quando comincia una saga orroristica non riescono a smettere di seguirla nonostante la sempre più scadente qualità degli episodi, la “prigionia” non è affatto finita come dimostra il solito finale aperto che ci lascia col desiderio di parafrasare al contrario il motto di Jigsaw: “che il gioco abbia fine…”.

 

VOTO:



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