Il discorso del re

REGIA: Tom Hooper

CAST: Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter, Guy Pierce, Michael Gambon, Timothy Spall, Derek Jacobi, Eve Best
ANNO: 2011
 
Alla morte di Giorgio V, re d’Inghilterra, il trono passa nelle mani del figlio Edoardo VIII. Questi però è costretto ad abdicare per sposare la sua amante Wallis Simpson, con alle spalle altri due matrimoni. L’erede al trono, allora, diventa Giorgio VI che però è affetto da un difetto di balbuzie, grave ostacolo ad uno dei vari compiti che è chiamato ad assolvere: i discorsi in pubblico. Per risolvere questo suo problema si affida ad un particolare logopedista che diventerà prima di tutto suo amico.
 
“Il discorso del re” pur essendo un film su una figura storica e regale come quella di un erede al trono prima e di un re dopo, in realtà racconta una storia molto particolare e interessante. Non si concentra, infatti, se non di striscio, sui meccanismi soliti di questo genere di film, ma si propone come lo zoom, l’approfondimento di una determinata, singolare, caratteristica che riguarda il protagonista. Si parla della balbuzie del re Giorgio VI che gli impediva di fare discorsi articolati in pubblico e gli rese difficile l’accettazione del ruolo di monarca alla morte del padre e all’abdicazione del fratello. Va da sé che, nonostante la convenzionalità del genere, ci si aspetti, prima della visione, di trovarsi di fronte ad un film che quasi sicuramente ne eluderà in qualche modo i canoni e i topoi. In parte ciò avviene, perlomeno in una prima parte entusiasmante e promettente, nella quale si pone l’accento sul rapporto emblematico e alla fine quasi simbiotico che si viene a creare tra il futuro re e il suo strambo logopedista con aspirazioni d’attore. Si gode di molte sequenze dal sapore gustoso e delicato, gradevole e spassoso, come quella del primo incontro tra i due o quelle delle prime sedute (caratterizzate da un ottimo montaggio e da un delizioso accompagnamento musicale), che fanno pensare ad una pellicola tutt’altro che tradizionale, ma piuttosto originale e in qualche modo positivamente eccentrica, capace di allontanarsi con ironia e intelligenza dai canoni e di assestarsi su un’indipendenza non indifferente. La sensazione, però, viene purtroppo spazzata via dal sopraggiungere di una seconda parte che si concentra forzosamente e insistentemente sul dramma del protagonista, a partire dalle origini della sua balbuzie, fino ad arrivare al peso di dover reggere un regno sulle sue spalle. Il problema è che, oltre a non esserci un grande equilibrio tra le due anime della pellicola, quando si propende per quella più seriosa e impegnata, lo si fa in maniera fin troppo convenzionale e soprattutto didascalica, pericolo sventato inizialmente. Le note della colonna sonora, allora, diventano ruffiane e insistenti, concentrandosi in una fastidiosa ripetizione ad ogni sequenza dall’alto impatto emotivo, e così la regia di Tom Hooper (inizialmente molto interessante, soprattutto quando mostra entrambi che si confrontano e affrontano con una serie di pungenti dialoghi, riprendendoli alternativamente negli angoli opposti dell’inquadratura), diventa particolarmente invadente, concentrandosi su una pressante riproposizione di primi piani del re in difficoltà per i discorsi pubblici e del logopedista in apprensione per la riuscita degli stessi. Si assiste anche ad una sorta di arresto repentino del ritmo, causato da una certa ridondanza di temi e situazioni (come il “tira e molla” tra i due che poi si risolve ovviamente in positivo), che appesantiscono la visione e acuiscono lo statuto di una seconda parte fin troppo tradizionale, nello stile, nella forma e nel contenuto. Tutte le componenti del film si allineano a questa sorta di stereotipizzazione che risulta a tratti stucchevole e retorica (l’apice di questa sensazione si raggiunge nelle sequenze in cui il re allontana il logopedista ogniqualvolta questi si avvicina troppo a lui o gli suggerisce più fiducia nelle sue capacità e nelle sue possibilità), riducendo il livello di gradimento generale.
Venendo dunque a patti col fatto che in realtà “Il discorso del re”, a discapito di ciò che dà a vedere all’inizio, è un film comune e poco lontano dall’ampollosità tipica del genere, ci si può comunque intrattenere piacevolmente con la simpatica interpretazione di Geoffrey Rush nel ruolo del logopedista  e con quella intensa e convincente di Colin Firth nel ruolo del protagonista affetto da balbuzie, ma prima di tutto da mancanza di fiducia da parte dei suoi cari (ad esclusione dell’amorevole moglie). Inoltre, trattandosi sostanzialmente del racconto di questo rapporto, tutte le figure che ruotano intorno risultano solamente abbozzate, ed è per questo che le interpretazioni dei comprimari non risaltano particolarmente, nonostante si tratti di grandi attori come Helena Bonham Carter, Guy Pierce e Michael Gambon.
Concludendo si può affermare che all’asciuttezza e all’ironia inglese che contrassegnano positivamente la prima parte della pellicola, subentra un’enfasi e un’esagerazione del dramma tipicamente hollywoodiana. Sarà per questo che, esulando da qualsiasi tono polemico, il film è piaciuto molto da quelle parti, portandosi a casa addirittura 12 nomination agli Oscar?

VOTO:

Simon Konianski

REGIA: Micha Wald
CAST: Jonathan Zaccai, Popeck Abraham Leber, Irene Herz, Nassim Ben Abdeloumen, Marta Domingo, Ivan Fox
ANNO: 2010
 
Simon, 36 enne alla deriva, separato con un bambino piccolo e senza un lavoro fisso, è costretto a tornare a vivere con suo padre, ebreo di tradizione, fissato con la Shoah e molto opprimente. Alla sua morte, il ragazzo cercherà di esaudire il suo ultimo desiderio: essere seppellito accanto al primo amore della sua vita, della cui esistenza il figlio non sapeva nulla. Partirà, insieme al figlioletto e agli zii petulanti, in un viaggio in auto per portare a termine la sua missione.
 
Carinissima avventura on the road, “Simon Konianski” si fa apprezzare soprattutto per lo statuto dei suoi personaggi, a partire dall’irresistibile protagonista, caratterizzato nel migliore dei modi e interpretato stupendamente da Jonathan Zaccai. Eterno sfaccendato, ossessionato dalla figura della compagna che l’ha lasciato per un uomo più prestante, padre amorevole ma poco responsabile, disoccupato, ipocondriaco e cavia per medicinali vari in cambio di pochi soldi, Simon è il perfetto centro di questa storia attorno al quale ruotano poi le altre figure che si correlano a lui in un modo o nell’altro. A partire dal padre che tenta di inculcargli quella cultura ebraica che lui ripudia (indossa sempre una felpa con scritto Baghdad) e che cerca in tutti i modi di cacciarlo di casa per fare in modo che prenda la sua strada; passando per il figlio, molto simile a lui fisicamente e deciso a restargli vicino il più possibile; arrivando agli strambi zii (al centro di numerose sequenze spassose ed esilaranti) che lo accompagneranno nello sgangherato viaggio per portare la salma del padre nel luogo da lui desiderato. La zia si rivelerà ciarlona e oltremodo fastidiosa, lo zio farà sentire il peso della sua ossessione per la Stasi e per i travestimenti (il parrucchino che indossa durante il viaggio o la corsa notturna con l’auto del nipote sono momenti altamente divertenti).
Al di là della prevedibilità del plot e dei messaggi in esso contenuti (il viaggio come conoscenza, riconciliazione e consapevolezza, come da tipico road-movie che si rispetti), ciò che soddisfa in “Simon Konianski” è lo stile al tempo stesso scanzonato ma molto delicato col quale si mettono in tavola temi come l’unità familiare, il peso delle proprie origini e, ovviamente, gli effetti di un evento storico così importante come quello della Shoah. Il tutto raccontato con un equilibrio apprezzabile che non cede mai a patetismi o alla retorica del dramma e si assesta, invece, su una sorta di tragicommedia dai sapori agrodolci che accompagna lo spettatore in un viaggio strampalato ma al tempo stesso necessario.
Al di là dei caratteristici personaggi, è possibile godere di alcune sequenze davvero irresistibili come quella in cui Simon, portato a cena dagli zii per fargli conoscere un ragazza di buona famiglia ebrea con cui magari sistemarsi, all’improvviso comincia a parlare del conflitto israelo-palestinese e a parteggiare sempre più veementemente per i palestinesi, difendendo il loro diritto ad avere una terra. Le reazioni dei convitati, tutti ebrei fino al midollo, saranno davvero paradossali. Altra sequenza dalla squisita fattura comica, oltre che dal carattere prettamente grottesco, è quella in cui Simon immagina la sua compagna, una goy (cioè una non ebrea), mentre si esibisce in rapporti sessuali funamboleschi con il suo nuovo amante. Irresistibile anche la scena in cui il padre di Simon, che accoglie suo fratello giunto a fargli visita, prepara il tè utilizzando delle bustine lasciate ad asciugare sul termosifone.
“Simon Konianski”, dunque, risulta essere un film diviso sostanzialmente in due tronconi: nel primo si propone l’inevitabile conflitto generazionale tra “padri” e “figli”, nel secondo si tenta un congiungimento delle due entità, che arriva al suo culmine nella poetica sequenza della visita di Simon col figlio al campo di concentramento nel quale il padre era stato prigioniero e al quale è riuscito a sopravvivere solo grazie ad uno stratagemma che gli è stato raccontato tantissime volte, anche se ascoltato con superficialità. Alla conclusione del viaggio, molte cose saranno ancora confuse nella vita di Simon, ma in qualche sarà raggiunta l’accettazione delle proprie origini.
Forse poco originali e denotanti una sorta di volontà di accostarsi a pellicole di maggior successo e spessore, tutti i vari elementi che accomunano “Simon Konianski” a film quali “Litte Miss Sunshine” (il viaggio in macchina con il nonno morto, foriero poi di riunioni familiari e non), “I Tenenbaum” (le tute indossate dai protagonisti), e molte delle pellicole, sarcastiche, autoironiche e beffarde dei Coen e di Allen, che sul mondo dell’ebraismo hanno sicuramente qualcosa da raccontare.
Al di là di questo, però, la pellicola, nata dall’estensione di un cortometraggio di successo del regista, “Alice et moi”, risulta essere piacevole, gradevole e soprattutto divertente e spassosa. Non ci si può dunque lamentare, considerando anche che in certi frangenti il regista, senza ruffianerie o pietismi di sorta, riesce anche a restituirci qualche tocco di emozionante poesia.

Memento

AUTORE: Christopher Nolan
CAST: Guy Pierce, Carrie-Ann Moss, Joe Pantoliano
ANNO: 2000
 
Leonard è affetto da un male terribile: ha perso la memoria a breve termine a causa di un incidente che ha coinvolto anche sua moglie. I suoi unici ricordi risalgono a tutto ciò che è avvenuto prima dell’avvenimento, mentre per quel che riguarda il dopo non riesce a mantenere salda la sua memoria per più di qualche ora. Tatuandosi ciò che deve sapere sul corpo, o fotografando con la polaroid volti e luoghi per non perderne il ricordo, cerca in tutti i modi di risalire al colpevole dell’incidente che lo ha privato della donna che amava.
 
Senza ombra di dubbio, al di là del fatto che possa più o meno incontrare i favori e i gusti del pubblico, “Memento” può dirsi opera quasi rivoluzionaria e, certamente, emblematica del decennio appena trascorso. Ci è voluto grande coraggio, oltre che inventiva e originalità, per decidere di raccontare una storia, alla base alquanto semplice e lineare, partendo dalla fine e andando a ritroso fino all’inizio. Correndo il rischio di risultare astruso, incoerente e ingarbugliato, Nolan, invece, sventa tutti questi pericoli e ci regala una pellicola straordinariamente coinvolgente e, soprattutto, capace di creare una grande empatia col protagonista, una sorta di immedesimazione non indifferente.
L’espediente di raccontare gli eventi per spezzoni che vanno sempre a ritroso, mostrandoci volta per volta cosa è successo nei momenti precedenti a quelli appena mostrati, non è solo uno sterile esercizio di stile e una virtuosistica dimostrazione di abilità registica e narrativa, ma è soprattutto una dimostrazione di come il mezzo cinema, e tutte le sue possibili utilizzazioni, deve anche essere rivolto alla fusione delle caratteristiche tecniche, formali, stilistiche e narrative per creare un prodotto che oltre alla particolarità e singolarità del “contenitore”, abbia anche lo spessore e la valenza del “contenuto”.
Questa dimostrazione, in “Memento”, arriva dal fatto che l’espediente di raccontare il tutto in maniera frammentaria e non lineare ci mette nella stessa condizione del protagonista che è costretto ad un grande sforzo di attenzione e di concentrazione per risalire alla verità dei fatti, ma soprattutto per comprenderne la loro natura e il loro cronologico susseguirsi. Facendo concludere la pellicola nel luogo e nel momento esatto in cui comincia, Nolan mette in atto un’operazione che si ricollega metaforicamente al meccanismo della memoria di Leonard, tutto riparte da zero lasciando spazio alla confusione e all’oscurità.
Molte sono le sequenze che lasciano sbalorditi proprio per la capacità di trasmettere questa terribile sensazione, come quelle in cui Leonard continua a puntarsi nomi e sensazioni sulle polaroid e, soprattutto, quella di un inseguimento con un altro uomo, durante il quale il protagonista si ritrova a chiedersi se lui sia l’inseguito o l’inseguitore, perché nel frattempo l’ha dimenticato.
A fare da contraltare a questo particolare protagonista ci sono altri due personaggi, sempre ambigui e melliflui, che attirano tutta la diffidenza di Leonard e di rimando dello spettatore, perché sempre in bilico tra la volontà di aiutarlo a ricostruire gli eventi e la possibilità di approfittarsi di lui chiedendogli di fare qualsiasi cosa, sapendo che verrà prontamente dimenticata (a questo riguardo la più potente delle due figure è quella femminile ben interpretata da Carrie-Ann Moss che in una fortissima sequenza sputa in faccia al protagonista tutto ciò che pensa di lui, esprimendosi in maniera terribile e per la prima volta sincera).
Inframmezzando le varie sequenze che ripercorrono le vicende di Leonard, con scene in bianco e nero in cui il protagonista nella stanza di un hotel parla al telefono con un interlocutore non definito, ricordando una sua esperienza passata nella quale un uomo afflitto dal suo stesso male incorse nell’incertezza della moglie circa la verità sulla sua malattia, Nolan inserisce anche un momento di stasi e di equilibrio, in quello che per il resto è un film molto movimentato (dal punto di vista contenutistico più che formale, frangente nel quale, anzi, si assiste ad una sorta di staticità), e aggiunge, anche, un inaspettato colpo di scena che si sviluppa in itinere, dato che il finale in qualche modo è già annunciato dall’inizio.
Per tutti questi motivi, “Memento” non può passare inosservato, distinguendosi ampiamente per la sua esclusività, e rimanendo impresso nella memoria dello spettatore, che difficilmente, al contrario di ciò che avviene al protagonista, potrà dimenticarlo così presto.

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Una vita nel mistero – Recensione e intervista

REGIA: Stefano Simone
CAST: Tonino Pesante, Dina Valente, Francesco Granatiero, Cosimo S. Del Nobile, Lello Castriotta, Amilcare Renato
ANNO: 2010

 

MIRACOLO O SUGGESTIONE?


Il signor Sormani è un fedele devoto di Padre Pio. E’ a lui che affida le sue preghiere per la guarigione della moglie malata di tumore. All’improvviso, però, comincia ad assistere a strani fenomeni che gli fanno pensare ad un miracolo, anche perché il tumore della moglie sembra proprio sulla via della remissione.

Dopo essersi specializzato nella regia di corti a stampo thriller, noir o horror, il regista Stefano Simone, giovane e determinato, esordisce col suo primo lungometraggio che si allontana, anche se non di molto, dal genere a cui siamo abituati guardando le sue opere. Questa volta si assesta sul genere drammatico, anche se  “Una vita nel mistero”, come dice il titolo stesso, è proprio un film in cui le venature misteriose del racconto la fanno da padrone, non solo a livello narrativo, ma anche formale, stilistico e registico. Raccontando la storia di un devoto di Padre Pio che comincia ad assistere a strani fenomeni, arrivando poi a credere che la moglie malata di cancro è stata miracolata proprio dall’oggetto della sua venerazione, Simone ci regala momenti di suspense, di inquietudine, di angoscia, di mistero appunto.
Sono proprio quelli in cui gli strani fenomeni prendono vita, i momenti più riusciti della pellicola. Quelli in cui il protagonista, e lo spettatore di rimando, si ritrovano a spaventarsi per tende che si muovono con le finestre chiuse, candele che si accendono all’improvviso, orologi che si bloccano, giornali che si sfogliano da soli, telefoni che squillano a vuoto, oggetti che prendono forme strane (angeli, cuori, fino ad arrivare al viso vero e proprio di Padre Pio).
Pur essendo un film che racconta di fede e speranza, “Una vita nel mistero” non sfiora mai il patetismo e, soprattutto, l’agiografia o il bigottismo, restando quasi imparziale nella proposizione dei fatti e cercando di stupire non tanto con il cosa si racconta, ma con il come di questo racconto. Tra le sequenze da ricordare ci sono sicuramente quelle degli strani incontri con un barbone che per fisionomia ricorda molto il frate di San Giovanni Rotondo. Fotografate in maniera brillante e funzionale al coinvolgimento dello spettatore, queste scene riescono a creare quel giusto mix di tensione e dubbio, atto a descrivere l’indefinitezza e l’ambiguità di questo inquietante personaggio. Altra scena di grande impatto visivo ed emotivo è quella dell’incubo notturno del protagonista che si ritrova faccia a faccia con la “morte” incappucciata. Ottimi anche gli effetti speciali, ma soprattutto il montaggio che alterna adeguatamente i momenti più distensivi e quelli più adrenalinici, con bellissime immagini di raccordo che ci restituiscono dei paesaggi anch’essi equivocamente ameni e sereni, ma in qualche modo attraversati da oscuri presagi. 
Scritto da Emanuele Mattana con la consulenza di Gordiano Lupi, è attraversato dalle note ora rilassate, ora nervose e ritmate di Luca Auriemma che ben circondano e avvolgono le vicende ambigue ed enigmatiche narrate nel lungometraggio. Una prima prova che fa ben sperare nel futuro da regista del giovane Simone che continua a farsi influenzare positivamente da uno dei suoi più grandi modelli di riferimento, il Friedkin de “L’esorcista”.

-Dopo aver girato così tanti corti di tutt'altro genere, com'è stato passare al lungometraggio e, soprattutto, ad un genere completamente diverso da quello solitamente nelle sue corde?
 
Il passaggio al lungometraggio non è stato traumatico, sostanzialmente perché la tecnica è sempre uguale. La difficoltà maggiore da superare credo fosse la gestione dei tempi narrativi della lunga durata. Neanche passare ad un altro genere diverso da quelli trattati precedentemente è stato particolarmente difficile; piuttosto ho dovuto cercare di capire qual'era lo stile di un film così particolare e adattarmi di conseguenza.
 
-Nel racconto di questa storia ambigua e a tratti inquietante, traspare la volontà di lasciare volutamente nel mistero la natura miracolosa o meno degli avvenimenti descritti. Conferma questa impressione?
Certo.
 
-Pur trattandosi di un racconto religioso e drammatico, è riuscito a renderlo in qualche modo angosciante. Questo perché non ha voluto allontanarsi dall'horror, la sua prima passione?
 
Credo di si. Non a caso, come giustamente evidenziato nella recensione, ci sono molti passaggi ascrivibili al genere horror-fantastico.
 
-Oltre a Friedkin, si è rifatto al cinema di qualche altro grande autore per la regia di "Una vita nel mistero"?
 
Ho studiato molto il cinema di Steven Spielberg (altro mio idolo insieme a Friedkin), soprattutto i film più realistici come "Salvate il soldato Ryan", "Shindler's List" e "Munich". Inoltre ho visto tanto cinema horror contemporaneo per quanto riguarda l'uso della macchina a mano.
 
-Ha già qualche idea per il suo prossimo lungometraggio? Sarà di nuovo un dramma o tornerà sul "luogo del delitto" dedicandosi nuovamente all'horror?
 
Inizierò le riprese del prossimo lungometraggio a marzo 2011; la sceneggiatura è in fase di revisione. Il soggetto è ispirato ad un racconto di Gordiano Lupi che ha scritto appositamente per il film. Sarà un film drammatico con marcate venature thriller. Molto crudo e realistico soprattutto. Altro non aggiungo…

Sposerò Nichi Vendola

REGIA: Andrea Costantino
CAST: Anita Zagaria, Paolo De Vita, Teodosio Barresi, Giustina Buonomo,
ANNO: 2010
 
La famiglia Amoruso, a causa della crisi economica imperante, è costretta a vendere la sua casa di proprietà a Bari. Il nonno è un fascista convinto, il nipote è un seguace di Beppe Grillo e la nonna, da sempre estranea al mondo della politica, comincia ad appassionarsi profondamente alle idee portate avanti da Nichi Vendola.
 
Presentato con successo all’ultima Mostra del cinema di Venezia, il cortometraggio del giovane regista barese Andrea Costantino, dal titolo molto particolare “Sposerò Nichi Vendola”, risulta non solo molto simpatico, ritmato e coinvolgente, ma soprattutto decisamente interessante per ciò che sta a significare, per quello che vuole raccontare, prendendo ad esempio una famiglia e i suoi meccanismi interni, ma rappresentando in realtà tutta una società priva di veri e propri riferimenti e alla ricerca di una stabilità e di una sicurezza, politica e non solo.
Una storia di “politica interna”, come la definisce scherzosamente il regista stesso, che ci rimanda poi alla “politica esterna” in cui regnano le forti ideologie e le grandi figure capaci di trascinare sempre più gente nel loro modo di pensare e di vedere la società. Sono tre le forti figure rappresentate nel cortometraggio: Mussolini, quasi idolatrato dal nonno che vive ancora nel ricordo di una stagione passata, da lui idealizzata come perfetta e ordinata; Beppe Grillo, seguito dal ragazzo che vuole impegnarsi attivamente senza starsene a guardare inerme e inconsapevole (così come la sorella che viene da lui rimproverata per il suo lassismo politico e per la sua indifferenza); Nichi Vendola, alla quale la nonna si appassiona, svegliatasi dal torpore nel quale ha vissuto per tutti gli anni del matrimonio in cui è stata all’ombra del marito, decidendo di pensare finalmente con la sua testa e riprendersi il diritto di avere voce in capitolo. E’ questo il personaggio, recitato deliziosamente da Giustina Buonomo, di recente vista nel film di successo “Che bella giornata” accanto a Checco Zalone, che contiene in sé la vera anima del cortometraggio, che induce lo spettatore a porsi delle domande sul sistema socio-politico del nostro paese e sul bisogno di un vero e proprio scossone.
L’elezione di Nichi Vendola come presidente della Regione Puglia nel 2005 è stato quasi un evento rivoluzionario, ed è proprio di una piccola rivoluzione, quella della nonna, che il film narra con delicatezza e senza imporre antipaticamente punti di vista. La rivoluzione di un uomo politico dichiaratamente omosessuale, cattolico e comunista e di un’anziana signora che ha deciso di votare per lui, appassionandosi ai suoi comici e ritrovando la speranza di una società migliore (la sequenza nella quale la donna confessa al marito di aver votato per Vendola è squisitamente comica), sono queste le due anime del cortometraggio.
Un ottimo lavoro, quindi, che prende solo come spunto la figura di Nichi Vendola (anche se la scelta dell’uomo politico come deus ex machina della narrazione è nata dal fatto che la sua ascesa e la sua elezione sono state un vero e proprio fenomeno), e che in realtà vuole raccontare la volontà di impegno e il desiderio di coinvolgimento attivo e risolutivo nel mondo sociale e politico che ha bisogno sì di figure importanti alle quali riferirsi, ma soprattutto della ferma consapevolezza dell’importanza dell’impegno del singolo. E il finale nel quale la donna si sente persa ed estranea alla sua stessa casa dimostra che il percorso non è affatto facile, né esente da sacrifici. Sacrifici inevitabili, però, per una necessaria acquisizione di una coscienza, e non solo politica.
Il passato, il presente e la speranza per il futuro sono, dunque, i filoni portanti di questo racconto che si arricchisce di una sorta di poetica degli oggetti che creano un reticolato di ricordi atti a raccontare un tempo andato, dal quale cominciare per costruire il tempo che verrà.

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L'invasione degli ultracorpi Vs Terrore dallo spazio profondo

Il fantascientifico terrore dell’omologazione

Il dottor Miles Bennell si ritrova in un ospedale a raccontare la terribile avventura che ha vissuto e per la quale viene ritenuto un pazzo. Andando a ritroso nella narrazione scopriamo che l’uomo si è ritrovato a dover fronteggiare una vera e propria invasione di ladri di corpi, di entità aliene che si sostituiscono alle persone assumendone la forma, ma non la sostanza. L’involucro è lo stesso, ma viene privato di emozioni, sentimenti, vita.

Tratto dal romanzo di Jack Finney, “The body snatchers”, sceneggiato da Daniel Mainwaring con lo zampino di Sam Peckinpah, “L’invasione degli ultracorpi” è un cult del cinema di fantascienza degli anni ’50. E lo è per dei buoni motivi, visto che è riuscito ad essere angosciante e a tratti terrificante senza fare largo ricorso ad effetti speciali o spettacolarizzazioni, ma affidandosi solo ed esclusivamente alle atmosfere e all’orrore che si cela nelle conseguenze dei fatti narrati. Cosa rimane ad un uomo se gli viene tolta la personalità, l’anima, ogni possibilità di provare sentimenti ed emozioni?
Il dottore protagonista, accompagnato dall’amore della sua vita, incontrato dopo cinque anni nei quali ognuno dei due si è sposato e poi separato, cerca in tutti i modi di sventare il pericolo, perché non ci sta ad uniformarsi a questi invasori che vogliono prendere il posto degli umani per vivere in un mondo estremamente efficiente dove l’unico imperativo è la sopravvivenza e non ci sono preoccupazioni di sorta derivanti da rapporti interpersonali e legami affettivi.
Tralasciando il sottotesto che si concentra su una sorta di paura del comunismo e del maccartismo, rappresentati proprio da questi terribili invasori che impongono la loro presenza e le loro idee (sottotesto che fu smentito da regista e sceneggiatore), quello che più rimane a fine visione, piuttosto, è l’imperativo a non cedere ai convenzionalismi, all’imperante conformismo e all’omologazione che si stava impossessando della società di allora e che ancora persiste fortemente.
Sostenuto dalla perfetta interpretazione di Kevin McCarthy nel ruolo del protagonista, “L’invasione degli ultracorpi” riesce a coinvolgere nonostante l’assenza di navicelle spaziali, astronavi o mostri di nessun tipo. Ci sono solo gli enormi bacelli dai quali vengono fuori i corpi alieni e l’inquietudine di non riconoscere più le persone che si amano. Una nipote dice che suo zio non è più suo zio, un bambino dice che sua madre non è più sua madre. Ben presto nessuno sarà più se stesso e mantenersi saldi alla propria persona sarà davvero difficile perché gli invasori si impossessano dei corpi e delle menti durante il sonno.
Bisognerà restare svegli e attivi, allora, per riuscire a fronteggiare questa minaccia incombente, cosa che riuscirà solo al volitivo dottore che da Santa Mira scapperà inseguito da centinaia di arrabbiatissimi “ladri di corpi”, arrivando poi all’ospedale nel quale l’abbiamo visto all’inizio.
Rimane impressa su tutte la sequenza nella quale l’uomo corre tra le auto che sfrecciano sulla strada e, ignorato da tutti,  urla agli automobilisti di fermarsi perché la città è stata ormai presa. Il regista Don Siegel avrebbe voluto far finire il film proprio così, con il dottore che puntando il dito verso lo spettatore urla minaccioso: “Tu sei il prossimo!”.
Ma anche col finale imposto dalla produzione, per il quale è stato creato l’incipit del dottore che racconta la storia in ospedale, la forza comunicativa e coinvolgente del film non ne risente, tanto che sicuramente “L’invasione degli ultracorpi”, può essere considerato come uno dei migliori film di fantascienza e orrore della storia del cinema.
 
 

L’orrorifica inquietudine dell’insensibilità

Matthew Bennell, impiegato del ministero della sanità, e la sua collega Elizabeth Driscoll, pian piano si rendono conto che c’è qualcosa che non va nelle persone che li circondano. Attraverso uno strano fiore giunto da un altro pianeta, infatti, delle entità aliene si stanno impossessando dei corpi degli umani per eliminarli e sostituirli.

Diretto da Philip Kaufman e interpretato da grandi attori come Donald Sutherland, Jeff Goldblum, Leonard Nomoy, Brooke Adams e Veronica Cartwirght, “Terrore dallo spazio profondo” è uno dei pochi esempi di remake davvero apprezzabili, che mantengono lo spirito e la consistenza dell’originale, pur discostandosi in molti elementi, riuscendo a rendere il tutto affatto ripetitivo e, paradossalmente, originale.
Pur mantenendo salda la commistione tra horror e fantascienza, a differenza del suo progenitore, questo remake calca molto più la mano sulla componente horror, regalando agli appassionati del genere più sequenze nelle quali gli invasori prendono vita fuoriuscendo dai bacelli e più momenti contrassegnati da impressionanti effetti speciali, come quelli nei quali i feti dei ladri di corpi prendono vita per impossessarsi dei protagonisti che cedono al sonno.
Anche se i protagonisti e le storie che li riguardano sono del tutto diversi (nonostante siano ripropose alcune situazioni e alcuni rapporti interpersonali), la tematica di fondo e la demonizzazione della spersonalizzazione e dell’omologazione di tutti i soggetti appartenenti ad una comunità (anche se qui siamo in una grande città a differenza dell’originale in cui ci trovavamo in un piccolo villaggio, molto più indicato per il tipo di considerazioni alla base del film), vengono mantenute ben salde e non perdono affatto di mordente.
Viene sottolineato maggiormente il pericolo di incappare anche nell’insensibilità generale, tutti presi dall’efficienza e dalla produttività che potrebbe portare alla cancellazione di elementi essenziali che costituiscono la pienezza di un uomo, quali appunto i sentimenti e le emozioni.
Davvero inquietante e straordinario il momento in cui i due protagonisti che scappano in auto dal pericolo di aggressione degli invasori, incrociano un uomo che urla delirante per strada (è proprio il protagonista del primo film, interpretato dallo stesso Kevin McCarthy!), oltre che quello in cui viene scoperto il primo corpo alieno che sta formandosi in tutte le sue componenti. Questa volta, però, Kaufman ha realizzato i desideri di Siegel e, anche se non nel finale, ha ricreato la scena nella quale il protagonista si rivolge direttamente allo spettatore urlando “Tu sei il prossimo!”.
Altra grande differenza con l’originale è il finale che, laddove lasciava spazio ad uno spiraglio di speranza, nonostante le idee contrarie del regista che voleva volgersi al pessimismo più totale per rafforzare il concetto da lui espresso in tutta la pellicola; qui si esprime in tutto il suo catastrofismo, avvalendosi anche di un perfetto e imprevedibile colpo di scena.

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Kill me please

REGIA: Olias Barco
CAST: Aurélien Recoing, Zazie de Paris, Bonit Pooelvoorde, Muriel Bersy, Nicolas Buysse, Ingrid Heiderscheidt, Jérom Colin, Virginie Efira
ANNO: 2011
 
 
Il dr. Kruger gestisce una clinica di assistenza al suicidio, nella quale cercare di far desistere i propri pazienti dal loro intento, ma in caso di malriuscita, aiutarli a lasciare questo mondo in maniera dignitosa. A popolare la struttura arrivano una serie di personaggi a dir poco surreali che presto dovranno scontrarsi con l’ostracismo di alcuni abitanti di un villaggio limitrofo che non sono affatto d’accordo con i metodi del dottore…
 
Vincitore a piene mani dell’ultima edizione della Festa del Cinema Internazionale di Roma, questo “Kill me please”, film indipendente in tutto e per tutto, riesce a stupire notevolmente per la sua originalità, ma soprattutto per il suo carattere eversivo ed estremamente politically uncorrect. Riuscire a trattare di un tema come la morte in maniera ironica, spassosa e a tratti divertente, toccando anche in maniera intelligente, super partes e affatto retorica un argomento molto spinoso come l’eutanasia, non era cosa affatto facile, ma il regista Olias Barco, qui al suo secondo lungometraggio, ha raggiunto positivamente questo risultato, riuscendo a condire il tutto con irresistibili toni grotteschi e surreali.
Trattasi di una commedia nerissima e a tratti esilarante che, arricchendosi di momenti di trascinante e adeguatissimo pulp quasi tarantiniano, si fa apprezzare per il suo stile particolarissimo, caratterizzato da uno sgranato e funzionalissimo bianco e nero, e per la follia estrema che caratterizza personaggi, situazioni, evoluzioni narrative e metafore più o meno velate.
Si rimane di stucco quando il dottore protagonista, perfettamente interpretato da Aurélien Recoing, tenta di spiegare quanto costino i suicidi ad un paese e come, quindi, pur cercando di far desistere i suoi pazienti dal loro intento, il suo sia un lavoro lodevole, non solo perché riesce a dargli dignità e serenità negli ultimi momenti della loro vita, ma anche perché fa risparmiare allo stato un sacco di soldi. Un film che scandalizzerà i benpensanti, dunque, questo “Kill me please” che mostra tutte le parti in causa, ridicolizzandole e parodiandole nella giusta misura, senza mai prendere effettivamente parte e senza voler trasmettere assolutismi o retoricismi vari, pericoli nei quali era facile incappare dato il tema di fondo.
Grande forza della pellicola, al di là della sua singolarità e del carattere ribelle che la contrassegna, sono i vari personaggi che arrivano a popolare la clinica, tutti opportunamente dipinti in maniera macchiettistica e deliziosamente bizzarra. Abbiamo il ragazzo viziato fissato con la morte sin da bambino, la studentessa depressa, l’ex-cabarettista che ha perso la voce, il comico afflitto dal cancro, un uomo che ha “perso” la moglie (la spiegazione di questa perdita costituisce uno dei momenti più assurdi e al tempo stesso esilaranti della pellicola), un misterioso commesso viaggiatore. Tutti loro cercano la morte e in qualche maniera riusciranno a trovarla, anche se non proprio con le modalità confortevoli e sicure offerte dal dottore (che concede anche un ultimo desiderio ai suoi pazienti, di qualsiasi natura o entità), segno questo del fatto che spesso bisogna fare i conti con l’ineluttabilità e l’imprevedibilità della vita stessa.
Dall’altro lato della barricata ci sono gli abitanti di un villaggio limitrofo che cercano in tutti i modi di contrastare l’operato del dottore (l’altro lato della medaglia, dato che questi personaggi stanno a rappresentare coloro che si oppongono strenuamente alla pratica dell’eutanasia), e che, in qualche modo, riusciranno a portare il caos e il disordine in un ambiente ottimamente operativo e perfettamente equilibrato.
Ma è possibile trovare un preciso equilibrio tra la vita e la morte? Sembra proprio che con il carattere totalmente folle e imprevedibile di questa commedia nera, il regista abbia voluto dirci che a volte il nostro volere non è imbattibile, anche se è sacrosanto (concetto questo egregiamente rappresentato dal dottore che crede fermamente nel suo lavoro e rispetta profondamente tutti i suoi pazienti).
Deliziosamente sopra le righe e decisamente imperdibile l’interpretazione della mitica Zazie de Paris nel ruolo del cabarettista trans, che nel finale ci regala un momento di trascinante entusiasmo, richiamando alla memoria, magari anche involontariamente, la mitica Norma Desmond sul “viale del tramonto”, cantando una marsigliese preventivamente annunciata, su un viale, non solo del tramonto, ma soprattutto di paradossale e pazzesca morte.

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Hereafter

REGIA: Clint Eastwood
CAST: Matt Damon, Cécile de France, Bryce Dallas Howard, Frankie McLaren, George McLaren, Derek Jacobi
ANNO: 2011
 
George, ex medium ora operaio, ha la capacità di mettersi in contatto con i morti, ma la vive come una condanna piuttosto che come un dono. Marie è una giornalista che ha avuto uno assaggio dell’aldilà dopo essere scampata alla morte a causa di un terribile tsunami che l’ha travolta. Marcus è un dodicenne sconvolto dalla morte del fratello gemello e dall’alcolismo della madre. Il primo vuole eliminare la presenza della morte dalla sua vita, la seconda vuole comprendere la natura di ciò che ha visto, il terzo vuole stabilire un contatto con l’aldilà per riunirsi al fratello.
 
Difficile riuscire a trovare un equilibrio nel giudizio dell’ultima fatica cinematografica di Clint Eastwood. E’ difficile perché così come nel film sono presenti elementi di apprezzamento, d’altro canto si rimane delusi da aspetti poco consoni al rigore, all’asciuttezza e al classicismo registico di Eastwood. Se, infatti, possiamo dirci soddisfatti dell’ennesima, ricca e profonda riflessione su un tema importante come quello della morte, ma soprattutto di come questa influisca sulla vita (è la vita, infatti, ad essere la vera protagonista, così come dimostra il finale concettualmente molto potente e pregevole, ma sostanzialmente e formalmente deludente), di contro non si può non notare che questa riflessione il più delle volte cede il passo a scivoloni narrativi e formali non indifferenti, come ad esempio le numerose, sfiancanti ed esagerate “apparizioni” di alcuni spiriti dell’aldilà (soprattutto quando abbiamo a che fare con i ricordi della giornalista francese e con le sedute del medium americano). Se ciascun filone narrativo ha il compito, tra l’altro ben portato a termine, di approfondire sotto tre diversi punti di vista l’influenza della morte, nelle sue varie sfaccettature, sulla vita di tre persone, il modo in cui poi vengono fatti confluire appare a dir poco semplicistico e affrettato, oltre che alquanto banale e per certi versi stucchevole, nonostante, come suddetto, l’idea alla base della scelta del finale è sicuramente apprezzabile, e cioè quella di allontanare la morte come presenza imperscrutabile e di dubbia consistenza, per concentrarsi totalmente sulla pienezza della vita e sul calore del contatto umano (il contatto, infatti, ha una valenza metaforica perché da condanna diventa poi vero e proprio dono per continuare a vivere).
E ancora, se è apprezzabile la volontà di non lanciarsi in assolutismi interpretativi e imposizioni di qualsivoglia punto di vista sull’argomento (il film è positivamente attraversato da una visione alquanto laica e intelligentemente equilibrata su un tema che lasciava largo spazio all’esagerazione di toni e soluzioni); non lo è altrettanto la decisione di ricorrere ad espedienti alquanto ruffiani per commuovere a tutti i costi lo spettatore con le disgrazie capitate ai tre protagonisti, sottolineandole forzatamente con la drammaticità della colonna sonora, usata a volte fin troppo didascalicamente, e con la reiterazione  di abbracci sofferenti, separazioni dolorose, sguardi lacrimosi, tradimenti e incomprensioni.
Anche dal punto registico, fatta salva la presenza di alcune sequenze dal forte impatto emotivo e visivo come quella iniziale dello tsunami e quella dei due fratelli gemelli che vengono separati per sempre, non si riconosce la grande mano di un regista che ci ha regalato capolavori indimenticabili e potentemente coinvolgenti, lasciandoci con la mera consolazione che “Hereafter” è sicuramente superiore rispetto al precedente e deludente “Invictus”, ma non rispondente agli standard a cui il “texano dagli occhi di ghiaccio” ci ha positivamente abituato.
Così come i tre protagonisti inseguono o vengono inseguiti dagli spettri del passato (il riferimento alla passione del medium per Dickens non è casuale e si rivela molto interessante e significativo), allora, non ci resta altro che sperare che con i prossimi lavori Eastwood cominci a resuscitare lo spirito del suo immenso e monumentale cinema fatto di vita e di morte, come “Hereafter”, ma anche di irreprensibile equilibrio contenutistico-formale e prorompente efficacia narrativa ed emotiva. Le stesse caratteristiche che ci hanno fatto gridare, giustamente, al capolavoro per alcune sue indimenticabili pellicole e che, per la loro mancanza nei suoi ultimi lavori, ci hanno lasciato con un senso di inappagamento da cui è difficile liberarsi, proprio come per i protagonisti nei confronti della morte che, sotto varie forme, li ha stravolti.
Eastwood ci lascia saggiamente con l’interrogativo sospeso sulla possibilità dell’esistenza di una “via di mezzo” tra la vita e la morte. Noi spettatori, però, non abbiamo dubbi sull’esistenza di una via di mezzo tra la totale approvazione e la completa insoddisfazione nei confronti della sua ultima pellicola.

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Ticking clock

REGIA: Ernie Barbarash
CAST: Cuba Gooding Jr., Neal McDonough, Austin Abrams
ANNO: 2011
 
Un giornalista investigativo si ritrova ad avere a che fare con un serial killer che appare e scompare come se fosse un fantasma. Presto si scoprirà che si tratta di una sorta di vendicatore dei torti subiti e che, soprattutto, c’è qualcosa di soprannaturale che lo riguarda.
 
Riesce davvero difficile credere che “Ticking clock” sia un film del 2011, perché si rimane sbalorditi dalla constatazione che ancora oggi si dia spazio a questo genere di sceneggiature al limite del ridicolo involontario, oltre che decisamente scadenti in ogni loro componente. Prendete un qualsiasi poliziesco di scarso valore degli anni passati, mischiatelo con una buona dose di elementi “innovativi” che vanno a parare nel paranormale, in maniera a dir poco assurda, e avrete composto il quadro complessivo di questo film decisamente evitabile. Nemmeno la presenza di un attore di punta come Cuba Gooding Jr, qui stanco e inespressivo, riesce a salvare la baracca che all’inizio si regge su una sorta di curiosità che colpisce lo spettatore circa la natura di questo malefico serial killer (macchiettisticamente interpretato da Neal McDonough). Peccato che la rivelazione del colpo di scena che riguarda questo personaggio, e di rimando tutte le sue azioni e i collegamenti con il protagonista del film, non solo risulta oltremodo risibile, ma appare intuibile già verso la metà del film, lasciando lo spettatore con l’unica speranza che la pellicola si concluda al più presto senza peggiorare ulteriormente.
Già dal titolo di questo film dal taglio prettamente televisivo (nell’accezione negativa del termine) comprendiamo che il tempo sarà una componente fondamentale della narrazione, così come dimostra il fatto che il serial killer guardi sempre l’orologio e faccia battute sulla sua tempestività o meno. I dialoghi, banali e il più delle volte retorici, sono l’altro punto debole della pellicola, insieme con i personaggi tagliati con l’accetta e con i rivolgimenti della trama più telefonati che mai. Se alla base c’è un tentativo lodevole di rinnovare il genere poliziesco, arricchendolo con venature quasi horror e fantastiche, il risultato è del tutto insoddisfacente, proprio perché non si riesce a mantenere un giusto equilibrio e si scade rovinosamente nell’indecente.
Difficile, quindi, riuscire a trovare qualcosa di salvabile all’interno di questa pellicola non ancora distribuita nel nostro paese (e chissà se ciò avverrà mai). Anche andando a cercare nel sottotesto o nel messaggio comunicato, ci si ritrova a dover fare i conti con una spicciola, buonista e patetica morale di fondo che ci restituisce il valore sacro dell’infanzia e l’inesistenza di una vera e propria cattiveria del mondo, perché se si diventa malvagi la colpa è sicuramente di come e con chi si è cresciuti.
Cadono le braccia, insomma, durante la visione di questo film deludente sotto ogni punto di vista, compresa l’anonima ambientazione e la prevedibilissima evoluzione degli eventi, con tanto di protagonista (ovviamente separato e sofferente perché non riesce a vedere il figlio tutte le volte che vorrebbe), che indaga da sé e immancabilmente finisce per essere il sospettato numero uno. Non c’è, dunque, in “Ticking clock” un elemento di originalità, nessun momento che si discosti dalla piattezza narrativa che contraddistingue l’intera pellicola. Gli unici momenti in cui sembra muoversi qualcosa, sono quelli che peggiorano ulteriormente la situazione, lasciando lo spettatore di stucco di fronte a flashback improponibili, didascaliche e ripetute sottolineature di cose già dette e viste e via di questo passo.
Pur volendolo prendere come film di puro intrattenimento non si riesce ad essere meno indulgenti nel giudizio, proprio perché si tratta di un film che si prende estremamente sul serio, non lasciando spazio alcuno a nessun tipo di ironia (se non involontaria come suddetto).
Piuttosto che di un’occasione di svago, quindi, così come può comunque capitare con pellicole di scarso livello artistico, ma di grande coscienza e autoironia, “Ticking clock” riesce a trasmettere solo un fastidioso senso di aver perso del tempo prezioso. E parlare di tempo in questo caso, ovviamente, non è casuale.


 
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Una vita difficile

REGIA: Dino Risi
CAST: Alberto Sordi, Lea Massari, Franco Fabrizi, Lina Volonghi, Claudio Gora, Antonio Centa, Daniele Vargas, Franco Scandurra, Mino Doro, Renato Tagliani
ANNO: 1961
 
Silvio Magnozzi, giornalista ex-partigiano, continua a vivere perseguendo i suoi ideali e i suoi principi, rifiutandosi di piegarsi al potere o di cedere a compromessi. Questo però comporta una vita di stenti per sé e per sua moglie che cercherà di instradarlo allo studio e alla carriera in un paesotto di provincia. L’uomo non rinuncerà alle proprie convinzioni, ma perderà sia la consorte che il piccolo figlio. Per amore cederà alla vita facile e ricca che gli verrà concessa da un ricco corrotto. Il suo spirito fiero e battagliero, però, non reggerà.
 
La meravigliosa interpretazione di Alberto Sordi, una delle sue migliori in assoluto, in bilico tra comicità e dramma, ma sempre in un perfetto equilibrio, è la carta vincente di “Una vita difficile”, grandissimo affresco di un’Italia passata che però, tristemente, persiste ancora ai giorni nostri. Attraverso il racconto di vent’anni di fuoco (la guerra, la resistenza, il referendum per la monarchia o la repubblica, l’attentato a Togliatti, il boom economico), Dino Risi offre allo spettatore un ritratto cinico, amaro, satirico e grottesco di un paese ipocrita, disonesto e invivibile per gli idealisti e gli onesti come il protagonista del film. Un protagonista che però non viene manicheisticamente dipinto come un eroe,  ma viene descritto anche nelle sue caratteristiche di furbone, ozioso, opportunista quando serve. A fare da contraltare a questo personaggio molto intenso e comunicativo, che nonostante i difetti, mantiene salda la sua dignità e gli ideali per i quali ha sempre lottato, ci sono una serie di personaggi sui quali si abbatte la scure giudicante e impietosa del regista e del grande sceneggiatore Rodolfo Sonego. Quello che spicca maggiormente lascia a bocca aperta per il suo carattere quasi profetico: ricco industriale corrotto che detiene il possesso di giornali, industrie, squadre di calcio…
Vive di una potenza comunicativa ed emotiva non indifferente “Una vita difficile”, proprio perché al di là dei momenti comici che lo contraddistinguono, è caratterizzato soprattutto da una profonda analisi sociologica e antropologica che ci costringe a fare i conti con la nostra coscienza e ad immedesimarci nelle situazioni sempre più tragiche (a volte tragicomiche) nelle quali si trova il giornalista dalle ferme convinzioni (scrive sempre titoli ad effetto che gli vengono bocciati dal direttore del piccolo giornale di sinistra dove lavora; persiste nel suo intento di smascherare l’industriale corrotto anche dopo che questi gli ha offerto lusso e agi a non finire; si rifiuta di rendere il suo libro, “Una vita difficile” appunto, meno polemico e accusatorio nei confronti di varie situazioni del nostro paese, anche se glielo si consiglia come unico modo per vederlo pubblicato).
Sono molte le sequenze che hanno resto questo film indimenticabile e insostituibile nel panorama cinematografico italiano, e non solo. Su tutte spiccano quella in cui Alberto Sordi e Lea Massari (nel ruolo della moglie), ormai stremati dalla fame che si protrae da giorni, vengono invitati da un amico di famiglia ad un pranzo in casa di alcuni monarchici che non vedono l’ora di scoprire i risultati del referendum; quella in cui un Sordi totalmente ubriaco, dopo l’ennesima delusione che la vita gli pone davanti, comincia a sputare sulle macchine che sfrecciano sulla strada urlando “Che ce venite a fa in Italia? Qua è tutto uno schifo!”; quella dell’esame di architettura del protagonista, costretto a studiare per far felice moglie e suocera; e quella finale in cui, dopo aver ceduto alla seduzione della ricchezza disonesta e servile nei confronti del padrone, si prende una meravigliosa rivincita, questa volta col consenso della moglie finalmente consapevole.
“Una vita difficile”, allora, non è una semplice commedia, ma è un film in cui si ride amaramente e si rimane anche intristiti da una penosa situazione sociale, nella quale o ci si piega al volere dei più potenti o si rimane a pane e acqua. E’ quello che viene raccontato magistralmente in questo film dalla incredibile forza comunicativa che mantiene magicamente una pregnante e potente attualità. Una pellicola che rimane sedimentata nella testa dello spettatore e lo colpisce fortemente nello spirito raccontando di un’Italia che è stata e che, ahinoi, continua amaramente e dolorosamente ad essere.

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