Non lasciarmi

REGIA: Mark Romanek
CAST: Keira Knightley, Carey Mulligan, Andrew Garfield, Sally Hawkins, Charlotte Rampling
ANNO: 2011
 
Kathie, Ruth e Tommy sono tre ragazzini che crescono insieme in un college inglese. Presto però scoprono che le loro vite sono state programmate e che vanno incontro ad un destino comune. Una volta divenuti maggiorenni, infatti, vengono mandati in alcuni cottage a prepararsi per il loro compito primario. Gli amori e le gelosie che da sempre intercorrono tra i tre, saranno alla base di alcune scelte di vita che compiranno, ma non ci sarà niente da fare per impedire che il suddetto destino si compia.
 
“Non lasciarmi” è un film che può lasciare interdetti per varie motivazioni. Può stupire per la particolarità della tematica trattata e per il modo di raccontarla, può lasciare lo spettatore agghiacciato per le implicazioni etiche che sottostanno al tema di fondo, può soprattutto emozionare e colpire forte allo stomaco per i toni del racconto. Trattasi, infatti, di una storia molto triste e angosciante che corre costantemente sul binario del dramma e costringe chi guarda ad uno sforzo deciso per non commuoversi, non solo al procedere della narrazione sempre più crudele nel mostrare la tragedia di fondo, ma soprattutto alla vista di paesaggi immobili, plumbei, a tratti desolanti che fanno da contraltare ad interni altrettanto claustrofobici e deprimenti. Il risultato però non è di quelli fastidiosi e nemmeno ruffiani, anche se bisogna dire che forse nell’utilizzo della colonna sonora si è premuto un po’ sul tasto della pietà, con note sempre più struggenti e soprattutto sempre più presenti ad accompagnare il racconto.
Al di là di questo, però, bisogna dire che la pellicola è contrassegnata da una delicatezza e da un equilibrio non indifferente, dato anche dalla rigorosa regia, dalla suddetta fotografia dai toni freddi, e dalla misurata interpretazione dei tre giovani attori protagonisti, sui cui svetta una coinvolgente Carey Mulligan che con l’opacità e la rassegnazione del suo sguardo ci restituisce molto del significato dell’intera pellicola.
“Non lasciarmi” è infatti un film che parla di accettazione del proprio ruolo sociale, di ineluttabilità del proprio destino e soprattutto dell’inesorabilità del tempo che scorre, molto più velocemente di come vorremmo, e dell’inevitabilità della morte. Ma anche se è la morte ad incombere fatale sui tre protagonisti, il film riesce a parlare magnificamente anche di vita, analizzando due elementi che la rendono degna di questo nome come l’amore e l’arte. Sono questi due elementi che in qualche modo riescono a scuotere l’impassibilità e la passività delle figure prese in esame, figure sulle quali viene posta l’attenzione mirando al particolare, ma comunicando un intero universo. E anche se l’intrecciarsi delle loro storie, dei loro sentimenti, dei loro rapporti, per certi versi appare prevedibile e poco originale, ciò che sta sotto e dentro questo triangolo di amori e amicizie, riesce a sollevare di parecchio la qualità del contenuto, laddove la forma si fa già apprezzare di per sé.
Lo spettatore, così come gli stessi protagonisti, sin dall’incipit sa che non c’è nessuna possibilità di salvezza e così prosegue nella visione della pellicola senza aspettarsi grossi colpi di scena, ma assaporando tutte le implicazioni che sottostanno al percorso formativo e sentimentale dei tre. Grazie alla metafora dell’arte come specchio dell’anima e dell’illusione che l’amore possa cambiare le cose, il film guadagna anche una patina emozionale non indifferente, capace di suggerire, piuttosto che gridare, la forza dell’anima che scalcia per farsi ascoltare e la resa della stessa di fronte alla storia già scritta, alla messa in atto di un percorso prestabilito.
Si rimane a volte di stucco di fronte all’estrema accettazione che caratterizza i tre giovani protagonisti, cresciuti nella ferma convinzione di avere un unico scopo, quello di terminare le proprie esistenze quasi prima che possano realmente iniziare. Ma si rimane altrettanto di stucco di fronte all’insensibilità altrui nei confronti delle palesi grida di aiuto che loro sembrano lanciare, nel tentativo di manifestare la propria umanità e dimostrare la loro capacità di amare. Ciò che si evince, però, alla fine di questa storia struggente e uggiosa è che l’amore non si può dimostrare, si può solo provare.

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Piranha 3D

REGIA: Alexandre Aja
CAST: Elsabeth Shue, Steven R. McQueen, Adam Scott, Jerry O’Connell, Ving Rhames, Jessica Szhor, Christopher Lloyd, Richard Dreyfuss, Kelly Brook, Ricardo Chavira, Dina Meyer, Eli Roth
ANNO: 2011
 
In una piccola cittadina dell’Arizona, assalita dagli studenti durante il cosiddetto spring break, nei fondali del Lago Vittoria, a causa di un piccolo smottamento sotterraneo, si liberano migliaia di piranha che pian piano cominceranno ad assalire tutti i turisti e gli abitanti del posto.
 
Dimenticatevi il citazionismo colto e a tratti raffinato, oltre che il vero e proprio terrore di "Alta tensione", lasciate da parte gli ammiccamenti al politico e al sociale di "Le colline hanno gli occhi", con "Piranha 3D" Aja, regista francese specializzato in horror, poi sbarcato in America e divenuto più commerciale, si è dato veramente alla pazza gioia. Ancora una volta si è accostato al remake, anche se questo film prende più che altro spunto dal “Piranha” originale, ma non ne ricalca pedissequamente la storia e i personaggi.
Bisogna avvicinarsi a questa pellicola sapendo a cosa si sta andando incontro, con la consapevolezza di approcciarsi alla visione di un film la cui unica essenza consiste in quella di mostrare litri di sangue, mozzamenti, corpi trucidati. Nessun impegno, quindi, nella costruzione dei personaggi, nella proposizione di un soggetto originale, nell’imbastitura di qualsiasi sottotesto, nell’eleganza dei dialoghi o dei risvolti narrativi. In “Piranha 3D” ciò che conta è la messa in scena di centinaia di corpi nudi o seminudi, siliconati o meno, femminili e maschili, da mettere a completa disposizione dei terribili piranha che non risparmiano nessuno e che divorano tutto, o quasi (in una sequenza di un trash allucinante vedremo che un piranha sputerà una determinata parte del corpo di un uomo). Vera e propria carne da macello esposta in bella mostra per il diletto  dello spettatore senza alcuna pretesa se non quella di divertirsi con la visione di questa “umanità” più stupida che mai che va incontro al destino che si merita. Non manca di ritmo e ironia, insomma, questo “Piranha 3D”, film in cui a regnare sono il gore e lo splatter, soprattutto nella seconda parte che segue ad una prima in la focalizzazione è indirizzata verso la dissoluzione e la libertà sessuale che caratterizza i vari protagonisti presi in esame. Se tutto questo non bastasse, si aggiungano i graditi camei di mitici attori come Christopher Lloyd, il mitico Doc di “Ritorno al futuro”, Ving Rhames, l’indimenticabile Marcellus Wallace di “Pulp fiction”, Richard Dreyfus, tra i protagonisti de “Lo squalo”, film che tra l’altro ispirò l’originale da cui ha tratto spunto Aja per questa sua pellicola a tratti parodistica, e Eli Roth, ormai diventato il “prezzemolino” cinematografico per eccellenza.
Trattasi ovviamente di un film che lascia il tempo che trova e che sicuramente non si farà ricordare a lungo se non per l’estrema “tamarraggine” che lo contrassegna, simbolo di un certo tipo di cinema che ormai non esiste più, perché solitamente si cerca di caricare di significati e di contenuti anche quelle pellicole che non ne avrebbero affatto bisogno, quei film cosiddetti usa e getta che vanno visti spegnendo tutti i nostri neuroni. Infatti in questo film di Aja non c’è nessun riferimento alla natura che si ribella all’uomo, nessuna sottotrama ecologica o naturalista, nessun tentativo di comunicare qualsivoglia tipo di messaggio.
Solo ciò che il cinema ludico senza cervello e tutto “tette e culi” richiede. Tette e culi che ovviamente faranno una brutta fine, in un circo dell’orrore che rischia anche di impressionare più di uno spettatore. Spetta al pubblico indagare i propri gusti e conoscere il grado di apprezzamento che una pellicola di questo genere può raggiungere nelle proprie preferenze. Saranno giustificati coloro che non gradiranno, senza per questo dover essere tacciati di snobismo, ma saranno altrettanto comprensibili tutti gli altri, capaci di accontentarsi e di godere di uno spettacolo visivo non indifferente.

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Frozen

REGIA: Adam Green
CAST: Kevin Zegers, Shawn Ashmore, Emma Bell
ANNO: 2011
 
Dan, Lynch e Parker si ritrovano a passare il week-end insieme sulle montagne del New England. Dan e Parker sono fidanzati, mentre Lynch è l’amico fraterno di Dan che non ci sta a dividere una passione comune, lo sci, con la ragazza. I tre passano l’intera giornata sulla pista per dilettanti perché Parker non è molto pratica, ma la sera decidono di andare a farsi un giro sulla seggiovia. Il guardiano che li fa salire, però, viene richiamato per dei disguidi e lascia il compito di controllare la seggiovia ad un collega. Questi, inconsapevole della presenza dei tre, va via spegnendo tutto. La cosa terribile è che il parco non aprirà se non dopo una settimana…
 
Sembra proprio che questo sia l’anno del servival-movie, quasi come se lo spirito di sopravvivenza e la consapevolezza di andare incontro a morte certa, siano il leitmotiv di molti film nel cercare di coinvolgere a tutto tondo lo spettatore. Dalla bara interrata di “Buried”, al crepaccio del Blue John Canyon di “127 ore”, arriviamo alla seggiovia di “Frozen”. Certo questo film non possiede l’arditezza e l’estremo coraggio del primo, né la spericolatezza stilistica e formale del secondo, ma riesce comunque a trasmettere un grande senso di claustrofobia, nonostante l’immensità delle distese innevate e la grandezza delle montagne circostanti, e, soprattutto, una serie di paure ancestrali come quelle per il buio, il freddo, la solitudine, l’altezza e gli animali feroci.
Un’altra idea originale, quindi, sta alla base di questo film di Adam Green, giovane promessa del cinema horror che già ci aveva regalato un piccolo gioiellino con “Hatchet”, un parodico slasher-movie omaggio al cinema dello stesso genere degli anni ’70-’80. Riuscire a trasmettere un fortissimo senso di inquietudine e angoscia, ambientando quasi la totalità della pellicola a bordo di una seggiovia con tre protagonisti: questa è stata la scommessa di Green, scommessa sicuramente vinta, visto che lo spettatore rimane incollato allo schermo, non solo per la curiosità di sapere come i tre riusciranno, se riusciranno, a sopravvivere, ma anche perché il realismo della messa in scena e la crudezza di alcuni passaggi sono estremamente coinvolgenti oltre ad avere il merito di riuscire a fare  immedesimare il pubblico nei tre poveri protagonisti.
Dopo l’incipit che ce li presenta e li approfondisce giusto il necessario per entrare in empatia con loro, o magari per cominciare ad odiarli e quindi desiderare per loro delle morti truculente, l’attenzione si sposta subito sulla fatidica seggiovia (presentataci sin dall’inizio in una sequenza che ce la mostra minacciosa e incombente con i suoi rumori metallici e i suoi movimenti precisi) e qui, sui vari espedienti che i tre adotteranno per non morire di freddo o, peggio ancora, sbranati dai lupi che si aggirano per le montagne.
Alternando momenti di introspezione e approfondimento (alcuni dei quali fin troppo dilatati forse per raggiungere il giusto minutaggio), ad altri dal fortissimo impatto visivo e impressionante, la pellicola prosegue senza grandi intoppi, inanellando momenti di puro terrore senza far ricorso a grandissimi effetti speciali, a mostri, serial killer, fantasmi o quant’altro. C’è solo la natura e l’uomo, l’incapacità di quest’ultimo di domare la prima (il sopraggiungere della notte, la neve che cade fitta, il ghiaccio che avvolge la seggiovia, i lupi stessi) per la sua inevitabilità e imbattibilità, anche se lo spirito di sopravvivenza di cui sopra, può in qualche modo contrapporsi ad essa e riuscire ad eluderla, piuttosto che batterla.
Focalizzando l’attenzione sui volti impauriti ed erosi dal freddo, Green ci fa vivere una vera e propria esperienza, andando a sottolineare lo squilibrio mentale nel quale si può incappare quando la nostra incolumità è messa alla prova e la presenza di spirito necessaria per far sì che questo stato non prenda il sopravvento. Il delirio, però, sarà inevitabile e i tre dovranno combattere strenuamente per non soccombere totalmente all’agghiacciante, è proprio il caso di dirlo, destino al quale sono andati incontro.
Riuscirà anche lo spettatore a resistere alla visione di un film che, nonostante la semplicità che lo contrassegna, ci costringe ad un confronto con noi stessi e ci mette alla prova con dure e, queste sì, mostruose decisioni da prendere per salvarsi o salvare le persone che si amano? Adam Green avrà pensato a questo quando ha girato il suo film e bisogna dire che è riuscito nel suo intento.

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La guerra dei mondi 1953 Vs La guerra dei mondi 2005

Fede o scienza? Il dilemma irrisolvibile

 

In un piccolo paese della California tutto procede tranquillamente, come sempre. All’improvviso però gli abitanti assistono ad un fenomeno straordinario: dal cielo cade una sorta di enorme meteorite. In realtà presto ci si rende conto che si tratta di tutt’altro, visto che dal suo interno partono dei raggi mortali in grado di polverizzare persone e oggetti. Di lì a poco dei velivoli cominciano ad aggirarsi per il mondo, portando distruzione e morte. E’ così che ha inizio una vera e propria guerra con questi esseri venuti da Marte.
Grande film di fantascienza, sicuramente tra i preferiti in assoluto dei cultori del genere, “La guerra dei mondi” riuscì a colpire moltissimo gli spettatori di allora, non solo per la qualità degli effetti speciali, per l’epoca davvero sorprendenti, ma soprattutto per il momento storico-sociale nel quale fu distribuito. Si era nel pieno del periodo di paura del comunismo e dell’invasione russa e per questo l’arrivo di alieni distruttori e conquistatori non poteva che terrorizzare tutti.
Ma al di là di questa valenza extra-diegetica della capacità di suggestionare il pubblico, “La guerra dei mondi” risulta un’ottima occasione per riflettere su un genere che spesso ha tentato di assumere valenze socio-politiche, ma che meno spesso, fino ad allora, si era caricato del compito di assumere un impianto visivo e spettacolare degno della categoria di appartenenza. E’ così che possiamo vedere “La guerra dei mondi”, allora, come un fantastico susseguirsi di attacchi alieni, di inseguimenti e fughe, come una serrata e coinvolgente lotta alla sopravvivenza, inframmezzata dalla voglia di scoprire i punti deboli del nemico, apparentemente indistruttibile e assolutamente imbattibile.
Tratto dal racconto di H.G. Wells, questo film del ’53, girato da Byron Haskin stupisce per la sua forza visiva (vinse anche il premio Oscar per gli effetti speciali) ottenuta anche grazie ad un perfetto technicolor nella lavorazione della fotografia e per la straordinarietà della creazione dei dischi volanti e degli alieni, creati artigianalmente e per questo ancora più apprezzabili.
Non manca, però, la vena più introspettiva, capace di farci riflettere, in maniera sobria e per nulla retorica o caricata, sulla relatività del giusto o sbagliato, sulle diverse prospettive dalle quali osservare il fenomeno della diversità, dell’alterità. Esemplare al riguardo la sequenza in cui viene mostrato il modo in cui gli alieni vedono gli umani: essere deformati, dallo sguardo minaccioso e per nulla accogliente o rassicurante.
Ma ancora più pregnante è la proposizione del solito, irrisolvibile, conflitto tra scienza e fede. Lo scienziato protagonista, insieme ad un team di colleghi e di militari, stima che, se continueranno nella loro opera di distruzione, gli alieni distruggeranno il mondo in sei giorni, proprio quanti ce ne sono voluti per crearlo. E quando la stima comincia a sembrare più reale che mai, il panico si impossessa di tutti gli esseri umani che cominciano ad accalcarsi per le strade, a fuggire, a saccheggiare, a lottare con tutti i mezzi, leciti e meno leciti, per la sopravvivenza (le scene di fuga di massa sono davvero impressionanti). Alcuni, però, si rifugiano nelle chiese e cominciano a pregare per la salvezza e a pentirsi della propria condotta precedente, forse motivo per il quale stanno subendo questa punizione.
Subito dopo, senza svelare il come e il perché, la situazione sembra migliorare, e lo spettatore viene lasciato col dubbio: la Terra si è salvata per volere divino o perché scientificamente parlando è stata in grado di respingere gli invasori?
 
 

Altro che fede e scienza, la famiglia viene prima di tutto
 

Dopo il racconto di Wells, la mitica versione radiofonica di Orson Welles, la trasposizione cinematografica di Haskin, arriva anche la mano di Spielberg a rielaborare questa storia di invasione aliena e di lotta alla sopravvivenza da parte degli esseri umani. Che Spielberg fosse un attento conoscitore e un ammiratore del film di Haskin era alquanto noto visto che per la creazione del suo mitico E.T. si è ispirato chiaramente all’alieno che compare per pochi minuti all’interno de “La guerra dei mondi” del 1953.
Sono molti gli elementi di differenza con la trasposizione cinematografica originale, anche perché sono passati più di 50 anni e nel mondo e nella società molte cose sono cambiate. Prima di tutto lo stato di disgregazione della famiglia, ma, forse soprattutto, l’11 settembre. Ed è su questi due elementi storico-sociali che si basa “La guerra dei mondi” del 2005, visto che spesso si fa riferimento ad attacchi terroristici e i protagonisti sono un padre e due figli che tentano in tutti i modi di restare uniti e di ritrovare una dimensione familiare, andata ormai perduta.
Il film di Spielberg, quindi, non è soltanto una pellicola fantascientifica, perché risulta contaminata da altri generi, prima di tutto il catastrofico, ma anche il road-movie, visto che i protagonisti compiono un lunghissimo e pericoloso viaggio per giungere alla tanto agognata unione familiare. Fortunatamente tutte le caratteristiche negative e le banalità di questi generi vengono eluse, mancano infatti eroismi da quattro soldi, presidenti che si sacrificano, salvataggi all’ultimo secondo. Il protagonista agisce solo per sé stesso e per i suoi figli, portando avanti una strenua e sofferta lotta alla sopravvivenza, compiendo anche atti poco ortodossi.
Quello che non si riesce ad evitare, però, è il retoricismo di fondo che accompagna il rapporto padre-figli, la stucchevolezza del finale buonista e riconciliatore a tutti i costi, l’inadeguatezza dei dialoghi e del microcosmo familiare su cui viene puntata la lente d’ingrandimento, a differenza della soddisfazione che si riceve quando il punto di vista si allarga a tutto il genere umano. Si potrebbe obiettare che sono caratteristiche tipiche del cinema spielberghiano, caratteristiche che lo rendono il sognatore-bambino che noi tutti amiamo, in grado di imbastire favole moderne capaci di coinvolgerci totalmente.
Il problema, in questo caso, è che la “favola” stona leggermente col contesto fatto di estrema e straordinaria spettacolarità, di grandi scene dal fortissimo impatto visivo (il treno infuocato, i cadaveri trascinati dal fiume, gli attacchi stessi degli alieni), di effetti speciali a non finire, di esplosioni, uccisioni e via di questo passo.
Alquanto debole anche la sequenza con Tim Robbins, ambientata in un sottoscala, estremamente dilatata e per certi versi telefonata. Ad entusiasmare maggiormente, così come avveniva nell’originale, è la messa in scena, la precisione con cui sono disegnati gli alieni (stavolta retti da tre piedi e quindi chiamati tripodi), la desolazione quasi post-apocalittica che si riversa su una Terra fatta di vermi al confronto degli invasori.
Ed è proprio l’invasione, ancora una volta, al centro di tutto. Questa volta, però, non c’entra più il comunismo. La paura e il terrore del nemico sono ben rappresentate registicamente da Spielberg che, utilizzando sapientemente la macchina a mano, e focalizzando l’attenzione sui volti impauriti e sui corpi in fuga, ci restituisce il senso di una società ormai preda del pericolo di attacchi, conquiste, ritorsioni, in una sola parola, della guerra.

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Shelter – Identità paranormali

REGIA: Måns Mårlind, Björn Stein
CAST: Julianne Moore, Jonathan Rhys Meyers, Jeffrey DeMunn, Frances Conroy
ANNO: 2011
 
Cara Jessup, psichiatra forense, si ritrova a prendersi cura di un paziente con disturbi da personalità multipla. La donna, spinta dal padre, non crede affatto in questo fenomeno e cerca in tutti i modi di smascherarlo. Quando però appare chiaro che le varie personalità del ragazzo sono tutte vittime di omicidi, qualcosa comincia a sfaldarsi nella sicurezza e nel cinismo della donna.
 
Comincia bene questo “Shelter – Identità paranormali”, diretto da due registi svedesi televisivi. Comincia bene perché ci sembra un buon thriller dalle ottime atmosfere, seppur si comprende subito di non trovarsi di fronte ad un grandissimo film. Grazie ad una cupa fotografia e all’indeterminatezza del fenomeno al centro della narrazione, lo spettatore viene coinvolto all’interno della stessa, anche grazie all’abile interpretazione di Jonathan Rhys Meyers, inizialmente in grado di reggere su di sé l’ambiguità del ruolo che gli è stato affibbiato. Non si può dire lo stesso della Moore che appare fin troppo compassata e si mantiene stabile fino alla fine del film. Tutto sommato però, bisognerebbe accontentarsi, considerando che il collega, invece, man mano che la pellicola procede, comincia a risultare sempre più macchiettistico e quasi involontariamente ridicolo. Ma forse non è tutta colpa sua, visto che è lo script stesso a voltare faccia e personalità, quasi adeguandosi al plot di partenza, tramutandosi in maniera sgarbata, sconnessa e squilibrata in un assurdo e sconclusionato horror dalle tinte paranormali e dai personaggi assurdi e decisamente fuori luogo, primi su tutti una bambina e una vecchia decisamente e negativamente sopra le righe. Se a ciò ci aggiungiamo un’accozzaglia di tematiche lanciate sul piatto e malamente amalgamate tra loro, allora non possiamo che pervenire alla constatazione di trovarci di fronte ad una pellicola che pur non destando sin dall’inizio particolari entusiasmi, alla fine riesce comunque a deludere, nonostante le aspettative iniziali, già di per sé non altissime.
Se già registicamente non si distingue per particolari motivi e a livello attoriale, come suddetto, nonostante il cast altisonante, non faccia impazzire, il fatto che la sceneggiatura risulti più inconcludente, disarmonica, e a tratti banale che mai, non aiuta di certo a far crescere gli apprezzamenti nei confronti del film. Nonostante lo sceneggiatore Michael Cooney, quello di “Identità” di James Mangold non a caso, sembri essere fin troppo interessato alla tematica delle personalità multiple, pare proprio che non riesca a concentrarsi sull’argomento e si senta in dovere di arricchirlo, per modo di dire, ogni volta con sottotesti, in questo caso neanche tanto velati, che però contribuiscono solo a rovinare le buone idee di partenza. In “Shelter – Identità paranormali” ci troviamo di fronte al solito conflitto, semplicisticamente e banalmente rappresentato, tra la scienza e la fede, in eterna lotta l’una con l’altra, anche all’interno della stessa persona. Il tutto accompagnato dei risvolti narrativi che rasentano l’infantilismo, come la vita di una bambina in pericolo, la famiglia sfasciata a causa di un lutto improvviso, la rappresentazione pratica dei vari cambi di personalità.
Dispiace, insomma, vedere il talento dei due attori protagonisti così sprecato, ma ancora di più fa male assistere alla presenza scarsamente sfruttata di un’ottima attrice come Frances Conroy, più volte vista nel ruolo di madri fantastiche come quella di “Six feet under” o quella di “How I met your mother”, ma qui relegata in quello di una madre che vorremmo presto dimenticare. Non va meglio a Jeffrey DeMunn che dal serial televisivo “The walking dead”, che comunque non è eccelso, si ritrova a recitare in questo film il ruolo di un padre anonimo, quando non è insopportabile.
Al di là delle atmosfere iniziali, poi man mano relegate in un angolo per fare spazio al sensazionalismo e al terrore causato da un disonesto e cattivissimo uso del sonoro lanciato a palla nei momenti clou, non si riesce davvero a trovare qualcosa da salvare in questo “Shelter – Identità paranormali” che tra l’altro finisce anche peggio di come ci saremmo mai potuto aspettare. 

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I ragazzi stanno bene

REGIA: Lisa Cholodenko
CAST: Julianne Moore, Annette Benning, Mark Ruffalo, Mia Wasikowska, Josh Hutcherson
ANNO: 2011
 
Nic e Jules, coppia omosessuale con due figli a carico, si ritrovano a dover affrontare la tempesta dell’entrata in scena nelle loro vite del donatore di sperma che ha permesso loro di diventare madri. I ragazzi si affezioneranno all’uomo che gli ha permesso di venire al mondo e l’uomo si affezionerà un po’ troppo ad una delle due donne.
 
La forza principale di questo film, bisogna dirlo, è il cast composto da due attrici protagoniste davvero bravissime, Julianne Morre e Annette Benning, da un comprimario di tutto rispetto come Mark Ruffalo e dai giovani e talentuosi Mia Wasikowska (l’Alice burtoniana) e Josh Hutcherson, nel ruolo dei figli adolescenti.
Al di là di questo si gode di qualche momento ironico, che però non riesce ad amalgamarsi completamente alla componente più seriosa e a tratti drammatica della pellicola, e di qualche sguardo approfondito sulle difficoltà del rapporto di coppia, qualsiasi sia la sua natura, omosessuale o no.
Per il resto siamo di fronte ad un film sicuramente piacevole e non disprezzabile, che però procede in maniera fin troppo prevedibile e a tratti persino banale, presentandoci la storia di un tradimento (tra una donna omosessuale e un uomo, questa sarebbe la componente originale del racconto, ma non riesce poi ad esserlo del tutto) e delle sue conseguenze sull’equilibrio familiare in crisi a causa del passare degli anni, della crescita e incontrollabilità dei figli, delle problematiche lavorative e via di questo passo.
Niente di nuovo sotto il sole, insomma, considerando anche che il tutto viene accompagnato dalle avventure dei due ragazzi, uno in balia di un’amicizia non costruttiva, l’altra scombussolata dai sentimenti per un amico e dalla nuova vita che sta per intraprendere con il college.
Si può godere, però, di un’ottima atmosfera che racchiude delle personalità interessanti e affascinanti e della velata metafora che paragona la cura richiesta per la tenuta di un giardino alla difficoltà e all’impegno richiesto per mantenere e alimentare un rapporto di coppia.

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Ladri di cadaveri – Burke & Hare

REGIA: John Landis
CAST: Simon Pegg, Andy Serkis, Isla Fisher, Tom Wilkinson, Jessica Hynes, Tim Curry, Hugh Bonneville, Christopher Lee
ANNO: 2011
 
Burke e Hare sono due fannulloni che cercano in tutti i modi di sbarcare il lunario. Quando scoprono che in città c’è un dottore che paga molto bene per i cadaveri freschi da dissezionare durante le lezioni di anatomia, si danno da fare per entrare in questo tipo di attività. Un’attività che presto sfocia nell’uccisione di sedici persone. Non potranno continuare a lungo, però, perché i famigliari delle vittime cominceranno a cercare i propri cari…
 
I suoi fan lo aspettavano da tempo, da ben 13 anni, visto che il suo ultimo film per il cinema risale al 1998. Nel mezzo la regia di alcuni episodi televisivi appartenenti alla serie “Masters of horror”. L’attesa quindi era sicuramente spasmodica, considerando che Landis è il padre di pellicole indimenticabili e soprattutto cult. Anche se non si può parlare di delusione, ciò che risulta a fine visione, però, è che sicuramente “Ladri di cadaveri –Burke & Hare”, non può essere considerato alla stregua dei famosi lavori del regista, né sicuramente verrà ricordato come un cult o un film apripista per un determinato genere cinematografico.
Al di là di questo si può comunque godere di una comicità spassosa, anche se a volte un po’ scontata e poco sottile, che accompagna le vicende assurde di questi due strampalati protagonisti, assassini per caso e per necessità, ritratti quasi con bonarietà e simpatia. Difficile, infatti, riuscire ad odiarli, nonostante si stia parlando di uomini che hanno ucciso numerose persone per poterne vendere i cadaveri e ricavarne qualcosa. Ma l’occhio quasi anarchico di Landis capovolge l’ordine naturale delle cose e li rende meritevoli in qualche modo del tifo dello spettatore. Tant’è che la fine a cui vanno incontro, differentemente da ciò che è avvenuto nella realtà, essendo il film ispirato a persone e fatti realmente esistiti, è decisamente più dolce e meno punitiva.
Nella Edimburgo dell’800 questi due scansafatiche si ritrovano loro malgrado al centro di un meccanismo perverso e malato, nel quale a muovere le fila sono i potenti del paese che li minacciano per avere una parte dei loro introiti, e i dottori affamati di conoscenza che reclamano sempre più cadaveri. Questi ultimi sono un redivivo Tim Curry e un ironico Tom Wilkinson. Ma a rubare la scena, ovviamente, sono i due protagonisti, ottimamente incarnati da Simon Pegg (che però non si è ancora superato in ciò che è riuscito a far col collega Edgar Wright) e dal perfetto Andy Serkis, indubbiamente azzeccato nella sua mimica facciale.
Quello che risulta più ovvio, però, è che in realtà al di là di questi uomini potenti e meno potenti, ad avere il vero potere su tutto e su tutti sono le donne, in qualche modo più malefiche, sempre in modo simpatico ovviamente, degli stessi uomini. Una è la moglie di Hare, alcolizzata che vede subito le proporzioni del nuovo business e ne entra entusiasticamente a far parte, l’altra è una giovane showgirl, ex-prostituta, che vede in Burke il suo biglietto vincente per allestire un’impresa teatrale e diventare un’attrice.
Entrambi i protagonisti si fanno soggiogare dal potere del sesso, il primo da una moglie che sembra improvvisamente essere rinata in quel senso, il secondo con una promessa di una prima notte che tarda tatticamente ad arrivare. Fatto sta che non sembrano neanche rendersi conto del numero di vittime che seminano lungo la strada, a volte anche in maniera rocambolesca.
Accontentandosi di un film spassoso e molto ben ritmato, che non perde mai colpi e prosegue felicemente fino alla fine, si può tranquillamente asserire che “Ladri di cadaveri – Burke & Hare” è una buona commedia nera che fa della morte il suo perno principale, senza soffermarsi in particolari riflessioni o considerazioni, ma accompagnando lo spettatore nel racconto assurdo e grottesco di due uomini in preda ad inesistenti sogni di gloria. Se ciò non bastasse, si aggiunga un graziosissimo cameo di Christopher Lee nei panni di un vecchio morente che viene soffocato dai due protagonisti che proprio in quel momento inventano il nome della tecnica utilizzata, il “burking”, termine tuttora in uso per indicare il soffocamento.

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The fighter

REGIA: David O'Russell
CAST: Christian Bale, Mark Wahlberg, Melissa Leo, Amy Adams
ANNO: 2011

Dicky Eklund è un’ex campione locale di boxe, diventato famoso per aver steso al tappeto Sugar Ray, campione del mondo degli anni ’70. Adesso, però, è caduto in disgrazia, passa il tempo fumando crack e allenando il fratello minore, Micky, aiutato dalla madre in qualità di manager. Nel frattempo si diletta a farsi riprendere dalla HBO per un documentario a lui dedicato. Micky è più docile e posato del fratello maggiore e continua a farsi guidare dalla sua famiglia nelle scelte più importanti riguardanti la sua carriera pugilistica. Qualcosa però comincia a spezzarsi, fin da quando lo fanno combattere contro un avversario molto più pesante di lui, mandandolo praticamente al macello per un pugno di dollari, ma soprattutto da quando Dicky si fa arrestare coinvolgendolo in una rissa coi poliziotti nei quali viene ferito ad una mano. Impossibilitato a combattere, Micky, nel frattempo innamoratosi di Charlene, che cerca di fargli prendere una strada tutta sua, ha tutto il tempo per pensare alla sua famiglia e alla sua carriera.

Dai margini del ring ai margini della periferia, “The Fighter” è un solido film sulla boxe, così come molti altri che  appartengono alla stessa categoria, che in realtà prendono questo particolare sport, che debilita il fisico, ma in qualche modo fortifica la mente, come pretesto per raccontare storie di riscatti, affermazioni personali, vittorie e sconfitte nella vita.
Ci riesce benissimo questo film formato da un cast di attori di punta che riescono a rendere più che credibili tutti i protagonisti, ognuno alle prese con le proprie delusioni e le proprie rinunce. Svetta su tutti l’impressionante Christian Bale, davvero straordinario nella sua trasformazione fisica (cosa a cui del resto ci aveva già abituati), ma soprattutto nella sua completa immedesimazione nel ruolo di questo perdente che cerca in tutti i modi di riscattarsi tramite il fratello che sembra promettere ciò che lui non è mai riuscito a fare e ad essere. Grande performance anche da parte di Melissa Leo nel ruolo della madre ingerente e sfruttatrice che cerca in tutti i modi di succhiare tutta la linfa vitale del figlio più piccolo per rivedere un briciolo di felicità negli occhi di quello più grande.
E’ proprio la famiglia e tutte le dinamiche che la rappresentano ad essere in realtà il nucleo centrale della narrazione, così come dimostrano i rivolgimenti che avvengono tra madre e figli, comprese le nove sorelle che si muovono quasi all’unisono e si esprimono tutte alla stessa maniera. Una famiglia non proprio discreta quella di Micky Ward, giovane pugile fin troppo leale che si ritrova a fare i conti con una scelta di non poco conto: continuare per la sua strada per evitare di farsi affossare da scelte che in realtà non tengono conto di ciò che è meglio per lui o rimanere fedele ad una famiglia che, nel bene e nel male, è l’unica della quale si fida?
Nel mezzo si pone Charlene, la bravissima Amy Adams, che tenterà di allontanare Micky dalla sua famiglia che sembra non tenere conto dei suoi bisogni, ma solo dei propri e lo porta verso una vita più equilibrata e tranquilla. Qualcosa però tiene ancora legato il pugile al fratellastro, ormai distrutto non solo dall’arresto ma anche dalla constatazione che in realtà la HBO stava girando un documentario sulla degradazione dell’uomo a causa dell’uso di crack e non sul fatto che fosse la leggenda di Lowell.
Ed è questo legame a costituire la parte più coinvolgente e suggestiva della pellicola, riuscendo ad emozionare lo spettatore che si trova ad assistere a difficili incontri sul ring, ma a ben più insormontabili battaglie nella vita. Battaglie combattute da chi ha perso tutto o non ha mai avuto niente, battaglie che si possono vincere solo da chi conosce bene i propri limiti, riuscendo a farsi da parte per lasciar spazio a chi ha più possibilità di vincere. Quello che conta, però, è che non si vince mai da soli.

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Il Grinta

REGIA: Joel e Ethan Coen
CAST: Jeff Bridges, Matt Damon, Josh Brolin, Hailee Steinfeld, Barry Pepper
ANNO: 2011
 
La piccola Mattie, appena quattordicenne, decide di vendicare la morte del padre e il furto del suo cavallo per mano di un uomo, Tom Chaney, fuggito dopo l’atto. Per avere giustizia si rivolge ad un maresciallo di frontiera, Cogburn, che la accompagni nella ricerca e nella cattura dell’assassino.  A fargli compagnia arriva ben presto un ranger sulle tracce dello stesso uomo per l’assassino di un senatore. I tre, nonostante le ritrosie reciproche, vivranno insieme un’avventura indimenticabile.
 
Il connubio Coen-Jeff Bridges ci aveva già regalato un film indimenticabile come “Il grande Lebowski”. A 13 anni di distanza i tre salgono nuovamente in sella ad un cavallo vincente con “Il Grinta”. La metafora non è casuale visto che finalmente i due fratelli prodigio hanno deciso di dare ampio sfogo a quella che sembrava essere già una particolare “fissa” per il western. All’interno dello stesso “Il grande Lebowski”, infatti, correva una sorta di vena western, incarnata soprattutto dal personaggio che narrava le vicende del Drugo e dei suoi amici. Ancora di più essa è presente nel loro capolavoro “Non è un paese per vecchi”, che però non abbraccia totalmente tutti i topoi e gli elementi fondamentali del genere.
Con questa loro ultima fatica, invece, i Coen hanno potuto finalmente mettere in scena, tra l’altro in maniera molto abile e apprezzabile, corse sui cavalli, immense vallate, duelli polverosi, sfide e sparatorie, lotte per l’onore, l’amicizia e la virtù, vendette e redenzioni, tutto condensato in uno splendido film dal grande respiro narrativo e dalla bellissima confezione formale.
Il grande Jeff Bridges, anche stavolta nei panni di un ubriacone che però sa il fatto suo, dà volto e soprattutto voce (guardare la pellicola in lingua originale per credere) ad un grande personaggio dal forte fascino e dalla potente carica comunicativa, l’uomo che accompagna la ragazzina protagonista nel suo percorso di crescita e ricerca. Lei è interpretata sorprendentemente dalla giovanissima Hailee Steinfeld che dà vita ad un altro personaggio coinvolgente, dalla parlantina sciolta e dai modi duri e decisi. Tra i due si pone Matt Damon, simpaticamente calato nei panni di un ranger spara frottole che però si rivelerà decisivo per la sopravvivenza degli altri due. Anche se c’è da dire che ognuno, a vicenda, risulterà decisivo per la salvezza dell’altro.
Un film sulla salvezza, soprattutto delle proprie anime (“A questo mondo niente è gratis, solo la grazia di Dio”), ma anche sull’affermazione del proprio valore e sulla marginalità degli esseri umani, lasciati a sé stessi e in balia della vita che scorre (uno dei tipici motivi del cinema coeniano). Per questo tutti i personaggi di contorno (alcuni dei quali interpretati da attori di spicco come Josh Brolin e Barry Pepper), risultano ottimamente inseriti nella narrazione e perfetti per esprimere questa sorta di condizione umana, alla quale difficilmente si riesce a sfuggire, se non dotandosi di doti che vengono ampiamente dimostrate dai tre protagonisti principali. Ecco che allora c’è chi vende cadaveri, chi uccide senza neanche rendersi conto dei propri atti (rimane impressa la figura del ricercato numero uno di questo film che poi si rivela essere un sempliciotto quasi sprovveduto), chi si dà al crimine perché non c’è altro che sappia fare.
“Il Grinta” è, dunque, una meravigliosa avventura, tratta dal romanzo di Charles Portis e ispirata anche al film del 1969 per il quale John Wayne vinse il suo unico premio Oscar, che si tinge di momenti magici anche grazie all’esperta mano dei due fratelli, ma soprattutto alla meravigliosa fotografia di Roger Deakins che riesce ad incantare lo spettatore e a coinvolgerlo totalmente all’interno di ogni singola inquadratura.
La stessa magia riescono a farla respirare anche i prodigiosi Coen, ancora una volta autori di una pellicola che non delude affatto le aspettative, inanellando una serie di sequenze dall’altissimo impatto emotivo e  visivo, come la prima apparizione di Cogburn, in penombra al centro di un’aula di tribunale dove sta rendendo conto di alcuni omicidi compiuti comunque nel nome della legge o lunga corsa notturna dell’uomo soprannominato Il Grinta, che cerca disperatamente di portare in salvo Mattie, sequenza che difficilmente potrà essere dimenticata.
In questo lungo, faticoso, difficoltoso e pericoloso viaggio tra l’Arkansas e il Texas i Coen non ci risparmiano la loro consueta ironia (i dialoghi sono davvero entusiasmanti), né tantomeno il loro biglietto da visita, lo scoppio improvviso e inaspettato di una violenza inaudita, come nella sequenza ambientata in una cascina all’interno della quale avremo una deliziosa e imperdibile dimostrazione di questo loro “vezzo” artistico.
Candidato a 10 premi Oscar, purtroppo non ne ha portato a casa nemmeno uno, vista la spietata concorrenza, ma Jeff Bridges e Hailee Steinfeld avrebbero sicuramente meritato rispettivamente il premio come Miglior attore protagonista e Migliore attrice non protagonista, senza considerare la già citata fotografia, davvero meravigliosa.
Al di là di questo, comunque, “Il Grinta” verrà sicuramente ricordato come uno dei migliori lavori dei Coen e come una pellicola in grado di essere profondamente moderna e attuale, nonostante la sua anima “antica” e solo apparentemente sorpassata. Del resto è la stessa Mattie alla fine del film, ormai adulta, a rappresentare questa caratteristica del film: il “vecchio” è ormai andato, ma la sua esistenza ha fatto sì che il “nuovo” possa esistere, nonostante il tempo che ci sfugge di mano.

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