Limitless

REGIA: Neil Burger
CAST: Bradley Cooper, Robert De Niro, Abbie Cornish, Anna Friel
ANNO: 2011
 
Eddie Morra, fallito depresso, non riesce a scrivere una riga del romanzo che gli è stato commissionato e per di più è stato mollato dalla sua ragazza. Camminando per strada sfiduciato incontra casualmente il suo ex-cognato che gli suggerisce di prendere una droga capace di attivare il cervello al 100%, dato che l’essere umano è in grado di sfruttarne pienamente solo il 20%. Eddie diventerà allora un uomo più che brillante ma presto verranno a galla gli effetti collaterali e soprattutto una serie di persone sulle tracce della droga da lui posseduta.
 
Thriller fantascientifico e adrenalinico questo “Limiltess”, ispirato al romanzo di Alan Glynn “The Dark Fields”, non riesce ad esaltare al 100%, ma non rimane nemmeno così basso al 20% nelle impressioni che suscita nello spettatore. Se dal punto di vista visivo e registico si assesta sulla ormai tradizionale moda videoclippara con ampio ricorso a zoomate, carrellate veloci, finti effetti 3D, scritte sovrapposte sullo schermo e via dicendo, il tutto è perfettamente rispondente al tipo di storia narrata e quindi giustificabile, e anzi, funzionale alla messa in pratica dei vari stati mentali del protagonista sotto l’effetto della droga potenziante. Anche dal punto di vista della fotografia, così come era avvenuto con il precedente “The Illusionist”,  “Limitless” si fa apprezzare proprio perché riesce ad adattarsi perfettamente e in maniera particolare ai differenti stati dello scrittore che si ritrova a sperimentare capacità che non credeva di possedere fino ad arrivare addirittura a governare il difficile campo azionario di Wall Street e a fare un mucchio di soldi in pochissimo tempo. Possiamo ringraziare, inoltre, il regista e lo sceneggiatore, perché finalmente siamo di fronte ad un film d’azione di questo tipo che non indugia in troppe “americanate”, non si sofferma su scontati e stucchevoli rapporti interpersonali, seppur questi non manchino all’interno della narrazione, e non si appoggia su una serie di dialoghi assurdi e fuori luogo.
Ma da contraltare a questo effetto benefico della pellicola, così come succede per la droga assunta dal protagonista, ci sono degli effetti collaterali che mal si digeriscono, e che si dimenticano solo facendo un grande sforzo di volontà, così come fa lo scrittore-azionista che dovrà combattere contro gli stessi. Nel caso della pillola magica stiamo parlando del fatto che provoca spesso vuoti di memoria a causa dell’estrema velocità con la quale chi la assume riesce a compiere qualsiasi atto, cosa che porterà addirittura Eddie a non sapere se si è macchiato o meno di un delitto; ma soprattutto del fatto che può portare alla morte se ne si abusa eccessivamente per poi abbandonarla repentinamente (cosa che succede all’ex-moglie del protagonista, uno dei personaggi più deboli e forse inutili della pellicola). Nel caso del film vero e proprio, invece, stiamo parlano dell’eccessiva presenza e ingerenza della voce narrante del protagonista, il più delle volte fin troppo didascalica, dell’abbondante  presenza di sottotrame che infoltiscono laddove non ce n’era affatto bisogno l’assunto di fondo principale (la mafia russa ad esempio), della presenza di personaggi secondari fin troppo stereotipati e soprattutto latori di risvolti narrativi prevedibili e scontati (primo su tutti quello interpretato da De Niro che ci conduce verso un finale alquanto telefonato), e in generale della scarsa originalità nel trattamento della materia puramente action (con i soliti inseguimenti e combattimenti dall’andamento e dalla conclusione annunciatissimi).
Dal punto di vista comunicativo, però, “Limitless” presenta non pochi spunti interessanti di riflessione e riesce a comunicare l’inadeguatezza dell’uomo a rapportarsi con l’andamento della società odierna, cosa che lo porta ovviamente ad affidarsi a supporti “esterni” per riuscire ad essere all’altezza, così come capita a questo protagonista, ottimamente interpretato dal solitamente comico Bradley Cooper, che tra l’altro rappresenta anche la spasmodica ricerca del successo, del potere e della ricchezza. Fortunatamente il tutto non viene espresso retoricamente facendo ricorso ad un eccessivo uso di luoghi comuni, ma avvalendosi, anzi, di una gradita e piacevole ironia di fondo che dona al film una necessaria patina di leggerezza, ben amalgamata ad uno spesso strato di ricercato contenuto.
Insomma, non una pellicola memorabile, né particolarmente esaltante, ma un buon film di genere che tratta una tematica curiosa e interessante, praticando un tipo di intrattenimento più godibile che fastidioso.

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Wake Wood

REGIA: David Keating
CAST: Eva Birthistle, Aidan Gillen, Timothy Spall
ANNO: 2011
 
Una coppia di giovani sposi viene stravolta dalla prematura morte della figlioletta di soli 8 anni. I due decidono di trasferirsi nella tranquilla cittadina di Wake Wood, dove scoprono però l’esistenza di una setta pagana che riporta in vita i defunti per soli tre giorni. Ovviamente faranno di tutto per riavere la loro bambina, ma le conseguenze saranno disastrose.
 
La Hammer, dopo “Let me in”, remake di “Lasciami entrare” e “The resident”, torna a sfornare pellicole horror con questa co-produzione inglese e irlandese, incentrata sul rito della “rinascita”, del ritorno dei morti nel mondo dei vivi. Il plot dà sicuramente adito a speranze soprattutto per quanto riguarda gli appassionati di questo genere di pellicole e particolarmente di splatter e gore. Il problema di “Wake Wood”, invece, sta nel fatto che vuole essere soprattutto un horror fatto di atmosfere e di introspezione, non riuscendo nell’intento e risultando il più delle volte involontariamente ridicolo, piuttosto che consapevolmente ironico, cosa che lo avrebbe reso sicuramente più godibile. In realtà siamo messi di fronte piuttosto ad un dramma, raccontato con banalità e prevedibilità, facendo ricorso a cliché ripetuti e sfiancanti, con tanto di flashback inutili e a volte anche stucchevoli, che ad un vero e proprio horror che si rispetti. In un paio di sequenze, soprattutto quelle che riguardano animali che partoriscono o che fanno fuori qualche essere umano, la fantasia del regista ha modo di mostrarsi, ma ciò non basta a risollevare le sorti di una pellicola che per tutto il resto della sua durata si rivela, oltre che prevedibile (cosa sopportabile se stemperata ad altri eventuali elementi godibili che invece non si riscontrano), anche piatta e per certi versi noiosa, senza considerare che si dimostra retorica comparando semplicisticamente e banalmente l’atto di morte con quello di nascita (da qui la gravidanza della mucca, ma non solo).
Si apprezza, comunque, lo sforzo, data l’estrema ristrettezza del budget e la volontà di proporre una pellicola retrò che richiamasse alla mente i vecchi lavori targati Hammer. Il risultato però non è dei più soddisfacenti, considerando anche lo scarso coinvolgimento causato dalla non proprio convincente recitazione degli attori protagonisti, perlopiù anonimi e a volte anche fuori luogo rispetto agli avvenimenti che si susseguono sullo schermo. Fa da contraltare il più conosciuto Timothy Spall nel ruolo del capo della setta pagana atta a riportare in vita i defunti, che si esibisce in una volutamente macchiettistica interpretazione. Registicamente, poi, “Wake Wood” non si distingue e ci ripropone una serie di inquadrature sghembe e una fin troppo didascalica riproposizione degli ambienti freddi e cupi nei quali sono ambientate le vicende, tralasciando una inutile e sfiancante scena di sesso tra i due coniugi che ha come unisco scopo quello di preparare un finale decisamente evitabile che rovina il già scarso livello della pellicola. A tutto questo si aggiunge la maldestra presenza della bambina “malefica” che porterà  non pochi problemi agli abitanti del villaggio e soprattutto ai suoi genitori. Piuttosto che inquietare, però, la piccola porta a galla la mancanza di idee originali che sta alla base del film e l’eccessiva sottolineatura di parecchi passaggi narrativi che la riguardano. Si giunge così alla conclusione che “Wake Wood” non spaventa, non angoscia, non trasmette nulla se non, in certi frangenti, una sensazione di fastidio alla presenza di un calderone indistinto di topoi “orrorifici” trattati senza la giusta misura e con scarso equilibrio, nonostante la già citata volontà di creare un’opera piuttosto intensa e profonda che di puro intrattenimento.
 Nel voler “prendere due piccioni con una fava”, insomma, si è caduti nella trappola di non “sapere né di carne né di pesce”, proponendo allo spettatore una zuppa riscaldata e insipida, maldestramente condita con qualche elemento di colore che però non basta a rendere il tutto più appetibile.

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Il signore degli anelli – Il ritorno del re

Lo straordinario epilogo di una fenomenale saga epica e fantastica

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Ritornano i nostri eroi per concludere un’avventura indimenticabile e quasi inenarrabile, con la ricomposizione della compagnia dell’Anello in viaggio alla ricerca di alleati per combattere il Signore Oscuro, con il ritorno del grande re Aragorn e con l’altro viaggio di Frodo, Sam e Gollum verso il Monte Fato. Difficile riuscire a riassumere tutte le trame e sottotrame che si sviluppano all’interno della narrazione, così come è difficile riuscire a rendere giustizia dell’intricatissima e mastodontica mole di personaggi, situazioni, avventure e via dicendo. Tralasciando, allora, la complessa e straordinaria evoluzione degli eventi narrati in questo terzo e ultimo capitolo di una trilogia che rimarrà sicuramente nella storia, del cinema e non, considerando anche l’altissimo numero di Oscar che si è portata a casa, possiamo soffermarci sulle caratteristiche che lo rendono un film dal respiro epico e dal favoloso impianto visivo ed emozionale.

Questa volta il grande Peter Jackson, che si è assicurato anche solo con questa trilogia l’appoggio di numerosissimi fan e appassionati, decide di aprire il film con un sorprendente, inaspettato ed entusiasmante flashback sulle origini di uno dei personaggi fondamentali della saga, tra i preferiti di molti. Stiamo parlando del mitico Gollum, una volta Smeagol e del ritrovamento da parte sua dell’anello e con esso di un fortissimo sentimento di avidità che l’ha portato ad essere il personaggio che tutti conosciamo. Un flashback che non ha solo il compito di sollazzare i fan del personaggio, ma soprattutto di approfondire la psicologia dello stesso e regalare con forte intensità tutta una serie di considerazioni sul potere, sul male, sull’avidità appunto. Sarà contro queste e moltissime altre forze, infatti, che Frodo dovrà combattere per riuscire a distruggere una volta per tutte il fatidico anello e liberare la Terra di Mezzo dall’incombere del Male. Non possiamo allora non citare le straordinarie interpretazioni di Andy Serkis che anima il mostruoso Gollum e di Elijah Wood che dà passioni e sentimenti al piccolo Frodo. Come suddetto, ad intrecciarsi a questo tronco narrativo, arriva quello degli altri protagonisti che si riuniscono nella Compagnia dell’Anello in una quasi perfetta riproposizione delle pagine di Tolkien, dovuta alla brillante e solidissima sceneggiatura che, pur tralasciando le figure di Saruman e Vermilinguo (inserite poi nella Extended version), ci accompagna in tutte le intricate vicende senza farci perdere mai il filo e, anzi, aiutata da una splendida colonna sonora, da un’ambientazione, una regia e una fotografia superlative, riesce a catturarci in tutto e per tutto.

Passeremo così senza neanche avere il tempo di respirare da momenti di ritmo irrefrenabile come quelli delle numerose battaglie, prima su tutte l’assedio di Gandor, ad altri di alta emozione come l’addio tra Fordo e Sam, ma non solo. Ed è anche questa la grande forza di questo terzo capitolo della saga del “Signore degli anelli”: riuscire a rimanere compatto, ritmato e coinvolgente nonostante la sua lunghissima durata. Ecco che allora alla minuziosa e perfetta impalcatura tecnica del film, si affianca un gusto e una sapienza del racconto e della narrazione non indifferente, cosa che ci può far gridare quasi al capolavoro, anche se non siamo poi così appassionati di fantasy. Amori, eroismi, sacrifici, amicizie, tutto viene ancora una volta narrato con grande maestria e con immensa fantasia, partendo dai soliti e amati protagonisti: l’intenso Aragorn di Viggo Mortensen, l’eterea Arwen di Liv Tyler, l’imponente Gandalf di Ian McKellen, il coraggioso Legolas di Orlando Bloom e molti moltissimi altri, come i conoscitori della saga sanno bene e soprattutto non potranno mai dimenticare.

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Habemus Papam

REGIA: Nanni Moretti
CAST: Michel Piccoli, Nanni Moretti, Margherita Buy, Jerzy Sthur, Renato Scarpa, Franco Graziosi, Camillo Milli, Roberto Nobile
ANNO: 2011
 
Appena eletto Papa, Melville si ritrova ad affrontare una grande ansia e un’indecifrabile incapacità di agire. Non riuscirà a fare il consueto discorso ai fedeli e si rintanerà in un rifiuto del ruolo che costringerà gli altri cardinali a chiamare uno psicanalista per cercare di affrontare il problema. Il Papa, però, verrà portato dal portavoce da un’altra psicanalista e, con vestiti borghesi, riuscirà a disperdersi tra le strade di Roma senza lasciare nessun segno di sé. Si imbatterà in una compagnia teatrale e riacquisterà la sua vecchia passione per la recitazione. Alla fine però verrà ritrovato, ma le cose non andranno come i fedeli e i cardinali sperano.
 
Dopo aver raccontato la figura monumentale del premier, Moretti punta ancora più in alto e questa volta si dedica a delineare, a suo modo ovviamente, la figura di una delle personalità più potenti del mondo, quella del Papa. La cosa sorprendente della pellicola, conoscendo l’avversione dell’autore nei confronti del mondo preso in esame, è la delicatezza con la quale viene tratteggiata la figura in questione e tutte le pedine che ruotano attorno ad essa, seppur non manchino ovviamente momenti di sagace e ironica parodia e altri di più aperta critica. “Habemus Papam” è un film che riesce al tempo stesso ad essere comico e drammatico senza essere squilibrato nei due registri narrativi e anzi creando grande coinvolgimento nel pubblico che si ritrova a ridere per le gag spassose e quasi ad intenerirsi per la condizione del protagonista. La sua più grande forza sta sicuramente nella straordinaria interpretazione di Michel Piccoli nel ruolo di questo Papa sommerso dall’incombente peso del ruolo che gli è stato affidato e dalla paura della sua incapacità a poterlo portare avanti. E’ quindi interessantissima la riflessione che Moretti imbastisce, non solo sulla difficoltà di accettare il potere, ma anche sull’onestà di ammettere la propria inadeguatezza e quindi, come fa questo magnifico protagonista, allontanarsi da esso. Ciò che “Habemus Papam”, allora, riesce fortemente a trasmettere e comunicare è che, molto probabilmente, prima del Papa, o di qualsivoglia grande detentore di un qualsiasi potere, c’è la persona, capace di soffrire, di temere, di dubitare, di perdersi. La perdita di questo Papa, poi, coincide quasi con un ritrovamento di una passione sepolta e dimenticata, capace di ridargli il sorriso e di fargli anche dimenticare le pene per la situazione gravosa dalla quale è fuggito. Una fuga che fa da contraltare, invece, ad una vera e propria prigionia, quella dello psicanalista, interpretato da Moretti stesso, costretto a rimanere nel Vaticano fino a quando non si farà l’annuncio dell’elezione del nuovo papa. L’uomo, ateo e anche diffidente nei confronti degli esponenti della Chiesa coi quali si trova ad avere a che fare, a poco a poco cerca di scardinare la loro compostezza, arrivando, anche in questo caso, a comprendere che prima di tutto si tratta di uomini, di persone caratterizzate da molti sentimenti comuni: c’è chi ama vincere a tutti i costi, che si tratti di una partita a carte o di un torneo di pallavolo, c’è chi ama fare una colazione abbondante nonostante la gravità della situazione, c’è chi vuole essere preso in considerazione e via di questo passo. Il tutto, dall’apparenza fin troppo banale e scontata, viene invece mostrato in maniera intelligente, ritmata, divertente e al tempo stesso coinvolgente.
Siamo di fronte, quindi, ad un’ottima pellicola che, escludendo qualche sbavatura a parte, come il personaggio interpretato da Margherita Buy non privo di stereotipi o l’eccessiva caricatura di un giornalista fin troppo macchiettistico; riesce ad emozionare grazie anche ad una bellissima colonna sonora e può fregiarsi del risultato, di difficile raggiungimento data la materia trattata, di non scadere mai nel retorico o nel patetico e di risultare decisamente misurata nella rappresentazione di questo meraviglioso Papa. Un Papa che non ha mai imparato a recitare, dote che molto probabilmente deve appartenere ad ogni uomo di potere che si rispetti e che quindi, forse per questo, non si sente pronto ad assumere il ruolo che gli è stato dato, dimostrando anche una significativa consapevolezza degli sbagli compiuti e negati dalla Chiesa, che non può lasciare indifferenti.

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Rubicon

Il thriller cospirativo raffinato e intrigante

Se avete voglia di un telefilm di classe, raffinato, molto elegante, intenso, intrigante e coinvolgente, allora “Rubicon” fa sicuramente al caso vostro. Il titolo prende ispirazione dal Rubicone, il fiume che venne attraversato da Giulio Cesare nel 49 a.C. e che diede inizio alla guerra civile. Entrato ormai nell’uso comune, il termine sta a significare proprio un punto di non ritorno.
Mandato in onda dal canale televisivo via cavo AMC, che in America ha regalato perle straordinarie come “Mad men” e “Breaking bad”, questo telefilm, inseribile nel genere drammatico, ma facente parte del filone trhiller-spionistico, cattura lo spettatore in una morsa fatta di atmosfere rarefatte, di inquietudine e angosce, di sospensioni e attese, di coinvolgimenti emotivi e mentali, di ragnatele di sospetti, di indizi, di colpevoli e innocenti o innocenti colpevoli. Il tutto raccontato con una lentezza e una complessità che sicuramente non fanno per tutti ma che affascinerà e conquisterà gli amanti del genere e gli spettatori con gusti ricercati. Se, siete alla ricerca di azione e velocità narrativa, allora questo non è proprio il telefilm per voi.
Grande segno distintivo della bellissima serie televisiva è senza ombra di dubbio il suo stile rigoroso e impeccabile, decisamente accurato e molto ben studiato fin nei minimi dettagli. A colpire maggiormente è la straordinaria fotografia che incornicia perfettamente ogni camminata solitaria per strada, ogni inseguimento notturno, ogni focalizzazione sui vari stati d’animo, ogni risvolto dell’anima di ciascun protagonista. Il tutto reso ancora più apprezzabile e soddisfacente da una regia asciutta e precisa, da una colonna sonora fortemente coinvolgente e dalla profonda espressività degli attori protagonisti. Non è da meno l’ambientazione, fatta di interni asettici e magnificamente in grado di descrivere alla perfezione le vicende che vi si svolgono. Non sono da meno gli esterni, luoghi forse più sicuri, paradossalmente, degli interni, anche se la cupezza e il grigiore li sovrastano. Una New York nascosta e insidiosa, insomma, fa da sfondo alle vicende narrate.
Ma procediamo con ordine e parliamo del contenuto, anch’esso molto ben curato, di ciò che in questo telefilm viene raccontato. Trattasi di un vero e proprio thriller cospirativo in cui i complotti e le macchinazioni sinistre sono ovviamente alla base di tutto. Il protagonista, Will Traves (interpretato ottimamente da James Badge Dale) è un analista governativo che scopre tra gli stessi colleghi e superiori della sua società, l’esistenza di cospirazioni atte ad organizzare e manipolare grandi eventi su larga scala. Trattasi di una vera e propria società segreta i cui componenti potrebbero trovarsi in qualsiasi posto all’interno della società e del mondo della politica.
L’uomo, distrutto moralmente e psichicamente da una solitudine estrema, causata anche dalla morte di moglie e figlioletta nell’attentato dell’11 settembre, a seguito della morte sospetta del suocero e amico, comincia ad indagare, non senza pericoli, su quanto sta avvenendo, trovando lungo il cammino impedimenti, minacce, ma anche aiuti e sorprese inaspettate. Accanto a lui abbiamo numerosi altri personaggi, tutti molto ben caratterizzati, approfonditi e interpretati. I colleghi facenti parte della sua squadra: Tanya, una ragazza con problemi d’alcolismo e con tanta voglia di dimostrare il proprio valore; Miles, un ragazzo che sta soffrendo per la separazione dalla moglie che non le fa vedere i figli e che ha sempre delle grandi intuizioni; Grant, contrassegnato dalla voglia di fare carriera. A supervisionarli c’è Kale Ingram, personaggio molto misterioso e ambiguo, colui sul quale cadono molti dei sospetti del protagonista e degli spettatori stessi, un uomo a tratti mellifluo e mai chiaro al 100%, che ha il volto e le perfette movenze di Arliss Howard. Altra figura enigmatica all’interno della società è Maggie, la segretaria di Ingram, che aiuta anche Will. Non si sa per quale motivo dipende dal primo, che conosce molti dei suoi segreti, ma sostanzialmente si innamora del secondo, nonostante la sua freddezza e il suo mantenere le distanze.
Ma la vera e propria controparte femminile del telefilm è costituita da Katherine Rhumor (interpretata dalla famosa attrice Miranda Richardson), una donna il cui marito si è suicidato lasciando una lettera con un quadrifoglio. Lo stesso che compare anche accanto ad altri uomini che si sono suicidati, facendo presumere l’esistenza di una sorta di schema in queste morti. Ovviamente il tutto è collegato con le ricerche e le indagini portate avanti da Will, tanto che i due non tarderanno ad incrociarsi e ad aiutarsi a vicenda, pur non riuscendo sempre ad evitare la tragedia.
Cosa si cela, allora, dietro il puzzle che Will sta tentando di ricostruire, aiutato anche da un grande amico del suocero, Ed Bancroft, e controllato dal capo della società, Truxton Spangler, che sembra non essere del tutto estraneo alle vicende? Bisognerà guardare tutti i bellissimi 13 episodi che compongono la serie per scoprirlo, anche se, attenzione, non tutti i nodi verranno al pettine fino a giungere ad un finale aperto ed interpretabile, ma sicuramente affascinante ed emozionante.


 
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The next three days

REGIA: Paul Haggis
CAST: Russell Crowe, Elizabeth Banks, Liam Neeson, Olivia Wilde, Brian Dennehy, Lennie James, Daniel Stern, Jonathan Tucker, RZA, Jason Beghe, Aisha Hinds, Moran Atias
ANNO: 2011
 
John Brennan, professore in un college, viene sconvolto dall’arresto della moglie per omicidio. Strenuamente convinto della sua innocenza, nonostante tutte le prove siano a suo carico, quando perde anche l’ultimo appello decide di organizzare un’evasione per poter vivere la sua vita con lei e con il loro bambino. Per farlo, però, dovrà dire addio alla sua mitezza e al suo senso etico.
 
Remake del francese “Pour elle”, da noi mai distribuito, questo “The next three days” segna il ritorno dietro la macchina da presa dell’abile sceneggiatore Paul Haggis, collaboratore di Clint Eastwood per alcuni dei suoi migliori film come “The million dollar baby” e “Flags of our fathers”, nonché autore del soggetto di “Lettere da Iwo Jima”. Anche per le sue due precedenti pellicole non ha mai lasciato il suo lavoro di sceneggiatore, dimostrando però che molto probabilmente non riesce a dare un’impronta registica solida e interessante così come altri hanno fatto, appunto, con i suoi scritti. Questa volta, però, stranamente si affida ad un soggetto altrui per portare sullo schermo questa sorta di avventura donchisciottesca che sfocia nell’action e nel dramma, non riuscendo ad essere totalmente apprezzabile nelle sue due nature.
Ciò che colpisce di “The next three days”, infatti, non è tanto la tragedia che colpisce i protagonisti, né tantomeno il modo stucchevole, retorico e a tratti banale in cui questa viene raccontata. Ciò che più attira l’attenzione dello spettatore, riferendoci alla prima parte della pellicola che fa da preludio a quella in cui l’azione la fa da padrone, è la serie di trasformazioni che il protagonista subisce per amore della donna amata, ma soprattutto per una convinzione che stupisce tutti e che lo rende incomprensibile a chi gli sta vicino, persino alla moglie. Il tranquillo professore, allora, si troverà a forzare serrature, rapinare criminali, usare pistole, incendiare appartamenti, costruire ingegnosi piani di fuga, pensare addirittura di lasciare indietro il figlio pur di scappare sano e salvo con la moglie. Tralasciando, quindi, la prevedibilità del racconto e la mano pesante che Haggis assume nel sottolineare fin troppo ripetitivamente alcune dinamiche familiari e alcuni momenti drammatici, ci si può accontentare di questa riflessione sulla natura umana e su come essa possa essere plasmata e modificata in base alle trasformazioni dell’”ambiente esterno”. Ben più adrenalinica, ritmata  e coinvolgente, arriva una seconda parte che, pur non essendo perfettamente amalgamata con la prima, si fa seguire creando anche un certo senso di tensione e partecipazione, soprattutto per quanto riguarda la lunga sequenza dell’evasione che, esagerazione nelle fin troppo fortunate coincidenze a parte, tiene con gli occhi incollati allo schermo e crea anche una certa dose di suspense, anche se chiaramente si può facilmente intuire quale sarà la conclusione della rocambolesca fuga a tre.
Cosa rimane allora per poter ritenere “The next three days” un film non del tutto insoddisfacente? Rimane l’impianto di considerazioni succitato, l’ottima performance attoriale di un Russell Crowe più in parte che mai, un gradito cameo di Liam Neeson nei panni di un esperto di evasioni che sciorina consigli per pochi dollari, un’attenzione particolare a tutti i passi dell’elaborato piano (cosa che richiama alla mente, pur non pareggiandola, la straordinaria prima stagione del telefilm “Prison break”), una suddivisione temporale e cronologica per niente piatta e consueta e la presentazione di un personaggio che con i suoi tratti da Don Chisciotte, come suddetto, riesce a conquistare totalmente la solidarietà dello spettatore, ma soprattutto riesce ad emozionarlo, non tanto per l’amore dimostrato nei confronti della moglie (espediente narrativo fin troppo abusato in centinaia di pellicole), ma per la forza estrema delle sue convinzioni.
Paul Haggis, dunque, non fa né più né meno di quello che aveva già fatto con “Crash – Contatto fisico” e “Nella valle di Elah”, imbastendo delle storie che contengono ottimi spunti di riflessione, ma che risultano, a conti fatti, narrate fin troppo enfaticamente e rappresentate praticamente da una regia, di sicuro non disprezzabile, ma decisamente poco notevole.  
 
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Martin Scorsese

Religione, gangster e indipendentismo nel cinema del mitico Scorsese

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Il suo vero nome è Martin Marcantonio Luciano Scorsese. Lo conosciamo tutti, è il mitico Martin Scorsese che tanti capolavori ha regalato a noi spettatori entrando di diritto nella storia del cinema. Agli inizi della sua carriera si è ispirato senza ombra di dubbio al Neorealismo italiano e alla Nouvelle Vague francese, senza tralasciare l’indipendetismo di John Cassavetes, entrando a far parte della corrente cinematografica chiamata New Hollywood. A far parte dello stesso movimento ci sono anche altri grandi registi come Brian De Palma, Robert Altman, Steven Spielberg, George Lucas, Francis Ford Coppola, Arthur Penn, Sidney Pollack e gli europei Roman Polanski e Milos Forman. Italo-americano doc, Scorsese ha origini siciliane, anche se è cresciuto nel Queens dove ha modo di appassionarsi alla settima arte, anche costretto dalla sua asma a non poter svolgere attività fisiche. Presto, dopo aver abbandonato gli studi per diventare prete (la religione infatti sarà una componente fondamentale del suo cinema), si dedica a quelli per diventare regista e il suo primo cortometraggio, “La grande rasatura”, diventa il vero e proprio simbolo della New Hollywood.

Ma il vero passo da gigante lo compie ovviamente col suo primo lungometraggio intitolato “Chi sta bussando alla mia porta?” e interpretato da Harvey Keitel. Questo film è molto importante anche perché segna l’inizio del connubio del regista con la montatrice Thelma Schoonmaker, che praticamente non l’abbandonerà mai. Siamo nel 1969 e Scorsese, appena ventisettenne, si fa notare per il suo talento e la sua espressività, tanto che agli inizi degli anni ’70 entra a far parte della scuderia di Roger Corman che dirigeva un’importante casa di produzione, la American International Pictures. Grazie a questa collaborazione il regista riesce ad avere una vasta eco con la pellicola “America 1929 – Sterminateli senza pietà”, interpretato da Barbara Hershey e David Carradine. Ma la vera anima di Scorsese comincia realmente a delinearsi a partire dal lungometraggio “Mean Streets – Domenica in chiesa, lunedì all’inferno” in cui accanto ad Harvey Kietel, che torna a lavorare per lui, Scorsese collabora per la prima volta con Robert De Niro, che diventerà uno dei suoi attori feticcio. In questo film la religione e il mondo dei gangster vengono posti in primo piano, andando a porre il primo mattone sul muro cinematografico costruito dal regista in più di 40 anni di carriera. Subito dopo risponde alle critiche di non saper giostrare una pellicola al femminile, girando “Alice non abita più qui” per il quale la brava Ellen Burstyn vince addirittura il premio Oscar. Anche se poco conosciuto, però, il film che Scorsese predilige tra i suoi è “Italoamericani”, proprio perché racconta di una parte di sé, essendo incentrato sui suoi genitori e sul tema degli immigrati italiani stabilitisi a New York nel quartiere Little Italy.

Nonostante l’importanza stilistica e contenutistica di queste sue prime pellicole i veri gioielli di Scorsese sono quelli in cui l’attenzione del regista è incentrata sull’amatissima New York, così come dimostra il fatto che il suo più grande capolavoro, “Taxi driver”, ancora una volta interpretato da De Niro, è ambientato in quella città. Dopo aver vinto la Palma d’Oro a Cannes nel 1976, Scorsese capisce che forse è il caso di restare “nei paraggi” e così l’anno dopo gira “New York, New York”, toccando un nuovo genere, quello del musical, anche se a dire il vero non incontra il favore della critica, nonostante la presenza di Liza Minelli. Si riscatterà alla grande, dopo un periodo di depressione e problemi di salute, con un altro dei suoi più grandi capolavori, “Toro scatenato”, suggeritogli dall’amico De Niro che interpretò il ruolo del protagonista, il pugile sul viale del tramonto Jake LaMotta. E’ questo il celebre film per il quale l’attore ingrassò di 30 chili, vincendo il premio Oscar per la sua monumentale interpretazione. Siamo nel ’77 e precedentemente Scorsese si era interessato per la prima volta al mondo della musica in maniera approfondita, girando il film-concerto “L’ultimo valzer” nel quale compaiono star della musica rock come Bob Dylan, Eric Clapton e Neil Young. Altro film molto particolare che vede la partecipazione di De Niro è “Re per una notte” che costituisce una sorta di critica parodica alla spasmodica ricerca del successo a tutti i costi.

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Tra i suoi film meno pomposi, ma più interessanti e particolari, svetta sicuramente “Fuori orario”, un’odissea notturna allucinante e grottesca. Ancora una volta Scorsese si aggiudica la Palma d’Oro a Cannes. Questa volta però è il 1986. Nello stesso anno il regista cambia del tutto stile e registro, girando “Il colore dei soldi” con un giovanissimo Tom Cruise e un imperdibile Paul Newman che vince anche l’Oscar per questo film dedicato al mondo del biliardo e costituente, tra l’altro, il sequel del famosissimo “Lo spaccone”. L’interesse di Scorsese per la religione ha modo di esplicarsi totalmente nella sua pellicola più controversa e osteggiata. Trattasi dello straordinario “L’ultima tentazione di Cristo” con Willem Dafoe nei panni di Gesù. Il regista voleva raccontare la figura di Gesù come uomo, piuttosto che come Dio e nonostante gli ostacoli riuscì a farlo nella migliore delle maniere. Nel 1988, ormai, l’indiscusso talento del grande regista non ha più motivo di dover essere dimostrato, così Scorsese si diverte a girare il video musicale di Michael Jackson, “Bad”, della durata di 18 minuti. Accanto a lui, i talenti di Coppola e Allen, formano la regia di “New York Stories”, ma l’altro grande salto di qualità del regista è costituito dall’indimenticabile e meraviglioso gangster movie “Quei bravi ragazzi”, anch’esso entrato a far parte di diritto nella storia del cinema. Siamo ormai entrati negli anni ’90, un decennio che vede Scorsese destreggiarsi in diversi generi cinematografici, dal thriller di “Cape Fear – Il promontorio della paura”, in cui ancora una volta De Niro dà il meglio di sé, al film in costume de “L’età dell’innocenza”; dal gangster-movie, ancora, di “Casinò”, al documentario di “Un secolo di cinema – Viaggio nel cinema americano di Martin Scorsese”; dal biopic di “Kundun”, dedicato ad una parte della vita del Dalai Lama, al dramma di “Al di là della vita”. Giunto alla fine degli anni ’90, Scorsese ha prodotto una serie di pellicole dall’altissimo valore, lavorando con sceneggiatori di tutto rispetto e con attori del calibro di Nick Nolte, Jessica Lange, Robert Mitchum, Daniel Day-Lewis, Michelle Pfeiffer, Winona Ryder, Sharon Stone, James Woods, Joe Pesci, Nicolas Cage e John Goodman. E’ ormai un monumento della settima arte, un regista imprescindibile per tutti gli appassionati di cinema, un autore affermato e conclamato, anche se mai premiato direttamente agli Oscar, la più importante manifestazione cinematografica americana. Forse è per questo che negli anni 2000, Scorsese si dedica alla direzione di due grandi kolossal che vedono entrambi la presenza di Leonardo Di Caprio come attore protagonista (anch’egli, infatti, diventerà al pari di De Niro, amico e attore feticcio del regista). Trattasi dei famosissimi e bellissimi “Gangs of New York” e “Aviator”. Questo però non basta a fargli vincere le ambite statuette, quelle per la miglior regia e il miglior film. Sorprendentemente è il film “The diparted”, remake di una pellicola orientale, a fargliele vincere, consacrando finalmente una carriera inarrestabile e indimenticabile.

E’ l’anno 2006 e Scorsese non tornerà al cinema se non dopo quattro anni con l’affascinante e coinvolgente “Shutter Island”, ancora una volta snobbato agli Oscar 2010. Ma il grande regista, ovviamente, non si scoraggia e continua a lavorare ad una serie di progetti che già fanno venire l’acquolina in bocca. Ha deciso di trasporre cinematograficamente un libro per bambini in una pellicola che si intitolerà “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret”, confrontandosi per la prima volta con il genere fantasy e soprattutto con il 3D. Ma non si ferma di certo qui, visto che passerà anche al “dramma religioso” di “Silence”, incentrato su due sacerdoti gesuiti che nel 17° secolo andarono incontro alla persecuzione in Giappone. A seguire, molto probabilmente, ci sarà la regia di “Il lupo di Wall Street”, con Di Caprio ancora come protagonista, basato su una storia vera. Infine, potrebbe addirittura dedicarsi ad un biopic di Frank Sinatra, affidando il ruolo di The Voice sempre al fidato Di Caprio.

Insomma il talento e l’inventiva di Scorsese sembrano non avere mai fine così come dimostra il fatto che non si è risparmiato e si è dedicato anche alla produzione e alla regia di un meraviglioso serial televisivo, incentrato sul proibizionismo e sulla criminalità di Atlantic city negli anni ’20. Trattasi di “Boardwalk empire”, la cui prima stagione ha esaltato critica e pubblico e ha dimostrato, se ancora ce ne fosse stato bisogno, il valore immenso di un imprescindibile cineasta.

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Staten Island

REGIA: James DeMonaco
CAST: Ethan Hawke, Seymour Cassel, Vincent D’Onofrio
ANNO: 2009
 
La storia di tre personaggi si intreccia andando a creare una serie di coincidenze che scateneranno eventi incontrollabili. Un operaio che vuole mettere al mondo un figlio sicuramente migliore di lui, un salumiere sordomuto che non ha più nulla per cui sperare, un boss criminale che si dà all’ambientalismo. Muovendosi tra le strade di Staten Island, ognuno cercherà la propria strada.
 
Un film alquanto singolare nella proposizione delle singole storie che riguardano ciascun protagonista, anche se poi nella messa in pratica di questi racconti quasi surreali non si riesce ad essere altrettanto originali, andandosi ad adagiare comodamente su una serie di cliché narrativi alquanto prevedibili, soprattutto per quanto riguarda la direzione che ben presto prenderanno i tre diversi filoni del racconto. Sicuramente non si tratta di cliché così tanto fastidiosi tanto da far prevalere l’insoddisfazione durante la visione del film, visto che questo si fa comunque apprezzare per la sapiente suddivisione in capitoli, ognuno dei quali va ad influenzare l’altro, cronologicamente parlando e non (espediente ispirato chiaramente al “Pulp fiction” di Tarantino e al più recente “Onora il padre e la madre” di Sidney Lumet in cui tra l’altro recitava lo stesso Ethan Hawke). Durante la visione di questo film, che trova nell’ambientazione la sua primaria ragione di esistere, visto che è la stessa a trasmettere il senso di isolamento e la voglia di riscatto che caratterizza i tre protagonisti, capiamo subito che anche se i personaggi che si muovono sulla scena separatamente e in momenti diversi sembrano non avere nulla a che fare l’uno con l’altro, presto le loro strade si incroceranno. Ognuno di loro è molto ben caratterizzato, non solo grazie alle ottime interpretazioni dei tre attori protagonisti (su cui svetta un intenso e coinvolgente Seymour Cassel), ma soprattutto perché, tramite la metafora del proprio rispettivo lavoro, vengono caricati dell’assunto di raccontare e trasmettere la mancanza di prospettive e l’affannosa ricerca delle stesse.
Il giovane Ethan Hawke, sposato felicemente con una bella donna, lavora in una ditta di spurghi e per questo porta sempre con sé un cattivo odore che difficilmente riesce a levarsi di dosso (anche questa metafora non troppo velata dell’insoddisfazione che si porta dietro). Quando scopre che in città c’è una clinica capace di ricorrere ad una tecnologia scientifica avanzatissima in grado di mettere al mondo bambini dotato di un’intelligenza superiore, non ci pensa due volte a ricorrere a qualsiasi mezzo pur di procurarsi l’ingente somma necessaria per accedere al progetto. Il suo problema è che si metterà contro la persona sbagliata. Trattasi del boss Vincent D’Onofrio, spietato e senza scrupoli, ma ancora fortissimamente attaccato alla gonnella di mamma. Dopo aver scoperto che la sua stessa cricca si sta rivoltando contro di lui, decide di seguire una fulminea vocazione: leggendo degli articoli di giornale si è reso conto che un bosco del posto sta per essere raso al suolo e così decide di arrampicarsi su un albero e di rimanerci per protesta fino a quando non riuscirà a salvare tutti gli alberi. E’ la sua, ovviamente, la storia più surreale e a tratti grottesca, anche se sostanzialmente si prefigge il compito di trasmettere il senso di inadeguatezza di determinati ruoli sociali e non, spesso piuttosto imposti dall’esterno che realmente voluti. L’anello di congiunzione tra i due è costituito dall’anziano Seymour Cassel, che quasi danzando dietro il bancone della salumeria in cui lavora, offre un sorriso e uno sguardo benevolo a tutti i suoi clienti, tra i quali lo stesso Hawke, legato a lui da sincera amicizia. Nonostante la sua condizione di sordomuto, l’uomo riesce a vivere di piccole cose come il suo lavoro o lo sfizio delle corse ai cavalli, gioco che più che altro gli dà la gioia della speranza e dell’attesa, anche se poi non ha bisogno di attendere nulla, visto che ha già tutto ciò di cui ha bisogno. Trattasi del personaggio più riuscito anche perché dotato di una certa poesia e di un forte messaggio di riscatto che riesce a renderlo anche in qualche modo emozionante.
E’ in una particolare sequenza che i tre entreranno contemporaneamente nello schermo, visto che il boss costringe il salumiere a fare a pezzi le sue vittime e l’operaio si reca da lui a fare la spesa quasi ogni giorno. La sequenza, rivisitata da tutti e tre i punti di vista, assumerà un’importanza capitale ai fini del racconto, fino a giungere ad un finale che non ha avuto il coraggio di essere totalmente pessimistico, risolvendosi in uno spiraglio di eccessivo buonismo che mal si amalgama col senso di impotenza e ineluttabilità che circonda le tre storie ambientate in una terra dimenticata da tutti, nonostante l’estrema vicinanza con la grande New York, città dalle infinite possibilità.

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Kick-Ass

REGIA: Matthew Vaughn
CAST: Aaron Johnson, Nicolas Cage, Chloë Moretz, Christopher Mintz-Plasse, Mark Strong, Lyndsey Fonseca
ANNO: 2011
 
Dave è un anonimo liceale che però sogna di poter diventare un vero e proprio supereroe. Si convince così a comprare una specie di tuta da sub e a cominciare a combattere il crimine. Ovviamente le prenderà di brutto fino a quando sul suo cammino non incrocerà due veri supereroi, Big Daddy e sua figlia Hit girl, capaci di insegnarli qualche trucco del mestiere. Insieme cercheranno di contrastare l’impero della droga messo su dal perfido Frank D’Amico, aiutato dal figlio Chris che assumerà i panni di un falso supereroe, Red Mist.
 
Un film veramente sorprendente che renderà felici gli appassionati di fumetti e di supereroi, ma riuscirà ad intrattenere in maniera più che soddisfacente anche chi non è esperto conoscitore di questo mondo o fan accanito delle avventure di eroi mascherati. Il merito va al ritmo, alla freschezza, all’originalità e al susseguirsi adrenalinico di scene d’azione girate e orchestrate in maniera abilissima. Il tutto mescolato perfettamente alle avventure da nerd del disastroso protagonista che si barcamena tra i tentativi di conquistare la ragazza dei suoi sogni che lo ritiene omosessuale, l’intento di tenere nascosta la sua doppia identità al padre e a tutti quelli che lo conoscono e la volontà di combattere il crimine per rendere il mondo un posto migliore. E se inizialmente “Kick-Ass” costituisce anche una simpaticissima e riuscitissima parodia del genere a cui egli stesso appartiene, il comic-movie appunto, man mano con grande fluidità ed equilibrio si assesta magicamente e ottimamente proprio sui binari dello stesso, raccontando la genesi e le motivazioni dei veri e propri supereroi del film, la trasformazione da imbranato a “semi-eroe” del giovane protagonista, la strenua lotta tra esponenti del “bene” che però non mancano di perpetuare una violenza inaudita pur di raggiungere i propri scopi ed esponenti del “male” caratterizzati in qualche modo da un simpatico e funzionale senso del ridicolo (per questo bisogna anche dare atto alle perfette interpretazioni di Mark Strong nel ruolo del boss criminale e di Christopher Mintz-Plasse in quello del figlio desideroso di attenzioni). Il tutto accompagnato da un’ironia e un’autoironia non indifferente e, soprattutto, da una straordinaria colonna sonora che incornicia alla perfezione ciascun filone narrativo, rendendo alcune sequenze davvero imperdibili, come il viaggio in auto di Kick-Ass con Red Mist sulle note di “Crazy” di Gnars Barkley, o la prima, trionfale e straordinaria entrata in scena della meravigliosa Hit girl sulle note di “Banana splits” dei Dickies. Ma il frullato quasi tarantiniano è arricchito anche dalle note dei Prodigy, di Ennio Morricone e di Mika. E insieme all’eterogeneità delle note che accompagnano il racconto, si aggiunge pure una perfetta caratterizzazione di ciascun personaggio, ognuno interpretato nel migliore dei modi, a cominciare dal protagonista che ha il volto del giovane Aaron Johnson (già visto nei panni di John Lennon in “Nowhere boy”), passando per un ritrovato Nicolas Cage nei panni di Big Daddy, supereroe dal passato tormentato, arrivando alla piccola e meravigliosa Chloë Moretz, nei panni della monumentale Hit girl, personaggio che fa uscire fuori di testa con la sua parlantina sciolta, non priva di termini rozzi e poco consoni ad una ragazzina, e con la sua capacità di far fuori qualsiasi nemico a suon di armi bianche, da fuoco o addirittura corpo a corpo. Ogni volta che avremo a che fare con il suo personaggio sarà impossibile staccare gli occhi dallo schermo, visto che con la sua presenza sicura e decisa riesce a rubare la scena a tutti.
Con grande intelligenza e senso del racconto, oltre che con uno stile forte e visivamente coinvolgente (basti pensare agli inserti e alle didascalie fumettistiche, ma non solo), il regista di “Kick-Ass” è riuscito a sfornare una pellicola dal grande appeal e dal ritmo sempre più ascendente, arricchendo il tutto con un citazionismo quasi sfrenato (addirittura in una scena Kick-Ass mima il grande De Niro di “Taxi driver” davanti allo specchio, ma si potrebbe continuare a lungo con altri omaggi cinematografici, fumettistici e televisivi) che trasmette un grande senso di conoscenza, ma soprattutto, amore nei confronti delle forme d’arte di riferimento. Passione che, di rimando, viene trasmessa quasi prodigiosamente allo spettatore che si ritrova estremamente coinvolto, divertendosi, fomentandosi ed emozionandosi, con le strampalate avventure di questi tre supereroi che saranno davvero difficili da dimenticare.

VOTO:

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