Marcello Mastroianni

Marcello Mastroianni, l’ATTORE. Non ci sono altre parole per descrivere la levatura e l’estrema magnificenza di un uomo, un artista di tale rango. Marcello, così affascinante, magnetico e ipnotico ma al tempo stesso semplice, diretto, vero come pochi altri nella storia del cinema italiano. Marcello che ci ha regalato pellicole su pellicole indimenticabili e indelebili. Marcello, un grande uomo che forse non sapeva di esserlo o se lo sapeva non dava lo dava a vedere di certo. Marcello un attore che mi ha accompagnato sin dall’infanzia e che ancora mi accompagna, che ha dato il meglio di sé proprio in coppia con il REGISTA, Federico Fellini, di cui era grande amico. Del resto, quando due geni si incontrano è difficile che non diventino tali. Marcello, morto troppo giovane, avrebbe potuto regalarci pagine e pagine di storia del cinema, oltre a quelle già così gentilmente concesse.
Marcello, l’uomo, l’artista, l’attore…

 

Biografia da Mymovies.it

Nome: Marcello Vincenzo Domenico Mastroianni
Data e luogo di nascita: 28 Settembre 1924, Fontana Liri, Frosinone, Italia
Data e luogo di morte:19 dicembre 1996, Parigi, Francia
Nel 1933 si trasferisce con la famiglia a Roma dove consegue il diploma di perito edile. Prima dei vent’anni figura come comparsa in alcuni film importanti ( La corona di ferro, 1941; I bambini ci guardano, 1942), ma più che l’attore sogna di fare l’architetto. Contemporaneamente lavora come disegnatore presso il Comune di Roma e si iscrive alla Facoltà di Economia e Commercio. Subito dopo la fine della guerra entra a far parte del CUT (Centro Universitario Teatrale). Non vi è stato però spinto dalla passione, ma a poco a poco, a mano a mano che acquista disinvoltura e prende confidenza con i testi e con il palcoscenico, vengono fuori l’interesse e l’ambizione di diventare attore. Esordisce ufficialmente come attore teatrale al seguito della compagnia Besozzi-Pola-Scandurra-Cei e subito dopo, esattamente nel 1946, inizia una fortunata stagione teatrale sotto la guida di Luchino Visconti, il primo maestro che gli insegna i trucchi del mestiere.


Recita così accanto a grossi nomi della scena, come Ruggero Ruggeri ed altri promettenti attori come Vittorio Gassman, ma la celebrità gli viene dal cinema, dove è alter ego di Federico Fellini e attore corteggiato da registi come De Sica, Monicelli, Risi, Petri, Visconti, Antonioni, Ferreri. Protagonista di grande versatilità e di indiscussa bravura (si è detto che in certi film sembrava essere in grado di poter lavorare soltanto con l’espressione dello sguardo), apparirà in innumerevoli commedie, drammi e “film di autore”, dando sempre l’impressione di un uomo colto e sensibile, alieno da pose divistiche, che guarda con fastidio alla pubblicizzazione della sua vita privata da parte della stampa scandalistica. Nel 1950 sposa l’attrice Flora Carabella che lo rende padre della sua prima figlia, Barbara. Se il loro è apparso agli amici un fidanzamento lampo, il matrimonio sarà uno di quelli destinati a durare per sempre. Proprio lui non vorrà mai divorziare, nonostante abbia avuto grandi amori con bellissime attrici come Faye Dunway e Catherine Deneuve, dalla avrà un’altra figlia, Chiara, nata nel 1972. Ottiene grande successo con la partecipazione al film I soliti ignoti (1958), di Mario Monicelli, nei panni del fotografo Tiberio.


La vera consacrazione la ottiene però nel ruolo di Marcello Rubini, il cinico giornalista privo di carattere de La dolce vita (1960), capolavoro di Federico Fellini. Diretto dal regista riminese Mastroianni si rende conto di avere nelle sue carenze e debolezze umane la base per ruoli più complessi e moderni. Fellini, appunto, lo aiuta ad accettarsi così com’è e a tratte della propria verità, la verità dei personaggi. Con La dolce vita  Mastroianni capisce in quale direzione deve muoversi e fa un deciso salto qualitativo. Ripudia il cliché del ragazzone sprovveduto e romantico, personaggio che aveva interpretato sino ad allora, per impegnarsi in una ricerca che tende ad esprimere, talvolta con il difficile strumento dell’autoirrisione, le inquietudini, le incertezze, le insoddisfazioni e le alienazioni dell’uomo contemporaneo svariando dal drammatico, al satirico e al grottesco.


A partire da questo film la maggior parte delle sue interpretazioni più significative, e sono molte, sono il frutto di un accurato studio di composizione in varie chiavi: il patetico grande amatore imponente de Il bell’Antonio (1960) di Mauro Bolognini, al quale può ricongiungersi per certi aspetti il galante e spaesato Andrea di Casanova ’70 (1965) di Mario Monicelli; l’astuto e maniacale barone Fefé Cefalù di Divorzio all’italiana (1961) di Pietro Germi; il goffo e scombinato rivoluzionario Sinigaglia de I compagni (1963) di Monicelli; Guido, il regista in crisi di Otto e mezzo (1963) di Fellini; il folle muratore tra farsa e tragedia di Dramma della gelosia – tutti i particolari in cronaca (1970) di Ettore Scola; il traditore Imbriani di Allonsanfan (1973) di Paolo e Vittorio Taviani; lo sfuggente don Gaetano di Todo modo (1976) di Elio Petri; il tormentato antifascista omosessuale di Una giornata particolare (1977) di Scola; i personaggi dei film di Marco Ferreri, nel cui acre e corrosivo umorismo si muove a suo agio, La cagna (1972), La grande bouffe (La grande abbuffata, 1973), Touche pas à la femme blanche (Non toccare la donna bianca, 1974) e Ciao maschio (1978). Nel 1966 veste gli abiti di Rodolfo Valentino nella commedia musicale Ciao Rudy, di Garinei e Giovannini. Senza aspettare gli anni della piena maturità, non tarda a dimostrare di essere un attore completo, istrionico e versatile, capace di affrontare con maestria e grande disinvoltura qualsiasi ruolo.


Lavora con partners bellissime, italiane e straniere, ma solo con Sophia Loren, con la quale gira dodici film, si crea un’intesa davvero unica. Quarant’anni insieme. Da Peccato che sia una canaglia (1954) a Prêt-a-porter (1994). In mezzo, i film di Vittorio De Sica con cui la coppia ha conquistato le platee cinematografiche di tutto il mondo ( Ieri, oggi e domani, 1963; Matrimonio all’italiana, 1964; I girasoli, 1970). Nella sua lunga e fortunata carriera Marcello Mastroianni ha rappresentato con grande generosità, insieme con pochi altri la cinematografia italiana a livello internazionale, pur non avendo mai ricevuto un Oscar. Ritorna in teatro con Le ultime lune di Furio Bordon, una commovente e amara considerazione sulla vecchiaia, poco prima di spegnersi a Parigi, dopo una lunga malattia, il 19 dicembre 1996. Anna Maria Tatò, la compagna degli ultimi anni, realizza nel 1997 un film, Mi ricordo, sì, io mi ricordo, in cui lui stesso racconta con auto-ironia e serenità le tappe più importanti e significative della sua vita e della sua carriera .


Ritratto inedito e compiaciuto di uno dei maggiori attori italiani, Marcello Mastroianni, protagonista di una mostra che si e’ svolta a Roma e di un libro fotografico, curato da Adriano Pintaldi, Caro Marcello. Immagini dei suoi film, degli esordi a teatro accanto a Vittorio Gassman, diretto da Luchino Visconti, l’amicizia (inossidabile ed esaltante) con Federico Fellini, le passioni (non solo sul set) con Faye Dunaway e Catherine Deneuve, la meravigliosa complicita’ con Sophia Loren, i capolavori firmati Magni, Lizzani, Monicelli, Scola, Wertmuller, Risi, Rossellini, Paolo e Vittorio Taviani… Sino all’ultimo respiro, sino all’ultimo film fortemente voluto da Manoel de Oliveira Viaggio all’inizio del mondo girato in Portogallo nel 1997.


”Sapeva di essere arrivato alla fine della sua vita -ricorda il grande regista- Era forte, sereno, consapevole del suo male. Voleva a tutti i costi lavorare -aggiunge de Oliveira- Pensava che sul set la morte non lo avrebbe preso”. Nel volume di Pintaldi le testimonianze dei colleghi e degli amici. Tutti d’accordo nell’affermare che Marcello Mastroianni era un grande professionista. Serio e preciso sul lavoro (anche se la sera era andato a dormire tardissimo), rispettoso degli altri, cordiale, disponibile. Mai un rifiuto, un capriccio. Vittorio Taviani ricorda quando dovette girare una scena, in inverno, in un lago inquinato della Puglia, in maniche di camicia. Obbedi’, si tuffo’. ‘E’ fatta -disse, dopo il ciak – Ma adesso datemi una bella grappa”. Marcello Mastroianni amava la buona tavola, bere e mangiare.


Era lui che cucinava per la troupe, durante le riprese di un film. Soprattutto spaghetti e pasta e fagioli, per Mastroianni erano un piatto afrodisiaco. Non solo gran gourmet. Marcello Mastroianni amava le donne e le fuoriserie (”compravamo macchine bellissime -ricorda Alvaro Marcori- Firmavamo cambiali e ci indebitavamo sino al collo”), le scarpe di camoscio e le camicie inglesi, soprattutto giocare al casino’. Rivela il produttore Adriano De Micheli: ”Marcello aveva vinto il Palmarès a Cannes per Dramma della gelosia. Stava girando un film a Londra e non aveva lo smoking per la serata di gala. Gli prestai il mio -racconta De Micheli- La mattina dopo trovai nelle tasche 200 dollari. Marcello aveva giocato al casino’ e dimenticato i soldi. Non era la prima volta”.

Sul set Marcello Mastroianni era inattaccabile, un attore irreprensibile. Lina Wertmuller ricorda la sua naturalezza e semplicita’, Ettore Scola la spontanea sobrieta’, Sophia Loren la bonarieta’, l’ironica sottomissione, Luigi Magni la gentilezza e la bonta’, il presidente di ‘Cinecitta’ Cinema’ Francesco Gesualdi rimpiange l’eleganza, il fascino, la sua saggezza trasgressiva… Commenta Dino Risi: ”Marcello si aggirava sul set di un suo film con l’aria di scusarsi per il disturbo”. ”Come fosse passato li’ per caso…”, sottolinea Sergio Rubini. Marcello Mastroianni sapeva ridere e sorridere di se stesso. Era un affabulatore, amava raccontare storie. Si divertiva. Dinanzi alla troupe, sul set, in famiglia, tra gli amici. Il cinema, il teatro, la televisione (pochissime apparizioni) per lui erano ogni giorno un dono prezioso. Confesso’ un giorno a Luigi Magni che la sua vita rassomigliava ad un sogno. ”Il successo, le donne, i soldi, i contratti…Spero di non dovermi svegliare, un giorno, all’improvviso, per ritrovarmi nella brandina sistemata nella camera da pranzo della casa dei miei genitori, nel quartiere San Giovanni a Roma”.


Marcello Mastroianni non era nato per fare l’attore, forse il perito edile. Eppure amo’ questa professione come pochi, senza risparmiarsi. Comincio’ a 11 anni con una piccola apparizione in un film, proseguita, giovanissimo, a teatro sotto la direzione di Luchino Visconti. Debutti non trionfali. Scrive Caterina D’Amico: ”In una delle prime apparizioni a teatro, nel ruolo di Pilade, si guadagno’ gli insulti di Visconti, le lezioni di Gassman, la protezione materna di Rina Morelli. In Rosalinda Marcello Mastroianni era una semplice comparsa. Indossava calze di seta, scarpine con fiocco, parrucche di riccioli sulle spalle -continua Caterina D’Amico- Visconti lo defini’ ‘un Watteau’. La prima volta che vidi Marcello a teatro avevo 16 anni. Vestiva i panni di Rodolfo Valentino in Ciao Rudy – prosegue- Un ruolo che gli calzava a pennello, con il quale aveva flirtrato tutta la vita. Indolente seduttore, suo malgrado, indomabile, con un profumo di casa. Come del resto era Marcello, nella vita”. Mastroianni amava il teatro, piu’ del cinema. Ma il destino lo spingeva ostinatamente verso il set. Centinaia di film, il sodalizio artistico con Federico Fellini che lo considerava come un fratello, forse qualcosa di piu’. Una sorta di alter ego, di cui era per altro gelosissimo. Tanto che impedi’ agli amici di andare a vedere Marcello Mastroianni al Sistina in Ciao Rudy. Quella commedia musicale era per lui un oltraggio, un insulto alla sua carriera. Dopo un centinaio di repliche (che avevano registrato sempre il tutto esaurito) il grande attore dovette dire addio alla ditta G&G pagando, tra l’altro una penale fortissima. Furono, comunque, tra i momenti piu’ esaltanti della sua carriera. La musica, la danza, il contatto quotidiano con il pubblico. Armando Trovajoli, autore delle musiche di Ciao Rudy ne e’ assolutamente convinto. ”Rimpiangeva quei momenti…Quel musical rappresentava per lui la gioia, la felicita’, la spensieratezza. Ma soprattutto un’immensa liberta”.

Forse per questo tentava sempre di ritornare a teatro. In fondo la sua carriera era cominciata in palcoscenico. Non e’ una caso che, malato, continuasse a recitare ne Le ultime lune. Come per esorcizzare il male che lo aveva colpito. E che, giovassimo, tra un sete e l’altro fuggiva a recitare a teatro, grazie alla collaborazione di amici compiacenti (Nino Manfredi, Alberto Sordi) che doppiavano i suoi film. Per tutti Marcello Mastroianni era un amico prezioso e generoso, un uomo affascinante, un ‘adorabile bugiardo’, con un calore e una dolcezza particolari. ”Un eterno adolescente -commenta Michel Piccoli- disciplinato e burlone, stupito dalla vita”. ”Difficile oggi trovare un attore del suo calibro -ricorda Liliana Cavani- Avrebbe potuto percorrere la strada del cinema noir. Aveva una grossa tecnica. Ma nulla in lui era sfacciatamente evidente”. Ma quali sono le emozioni, a caldo, delle persone che sono state accanto a Mastroianni per lunghi anni, intimamente? La figlia Barbara confessa di aver imparato dall’illustre genitore a ”sdrammatizzare ogni evento, ad osservare l’esistenza, sempre, da angolazioni diverse. E che il cinema gli aveva insegnato a vivere tra la gente, la piu’ diversa, la piu’ strana, la piu’ interessante”.


Giuseppe Danesin, sindaco di Castiglioncello (Li) ha sempre avuto una grande stima e profondo rispetto per l’amico e l’attore. ”Marcello odiava l’ipocrisia, l’incoerenza della gente -spiega- Amava stare tra le persone, anche quelle apparentemente piu’ umili. Ascoltare racconti di vita, come quella mattina, nella campagne intorno a Castiglioncello, quando accetto’ l’invito di un gruppo di contadini che avevano ucciso un maiale… -aggiunge Danesin- Non si fece pregare due volte. Andammo insieme. E rimase tutto il pomeriggio a parlare con il ‘moretto’, un tempo autista di Mussolini”. E non e’ tutto. Beppe Danesin ricorda il viaggio a Praga, per una retrospettiva cinematografica. ”Aveva il passaporto scaduto. Impossibile passare la cortina di ferro. Marcello, ci riusci’, fu il primo, forse l’unico. Distribuendo sorrisi e autografi”. Un grande artista amato soprattutto all’estero, punto di riferimento ed icona insuperabile per attori come Jack Nicholson (”per l’interpretazione del mio film Tutto puo’ succedere rubai molto del suo stile in Divorzio all’italiana), Richard Gere (”insuperabile”), Dustin Hoffmann, Anthony Minghella (”nella scelta du Jude Law mi sentivo affascinato dalla relazione tra Fellini e Mastroianni”), John Travolta, Antonio Banderas, che interpreto’ nel 2003 Nine8 e mezzo.


Fuori dal coro il giudizio di Bruno Roberti, il piu’ illuminante su Marcello Mastroianni. ”Rimarra’ nella memoria l’inafferrabilita’, la nebulosita’, l’inquietudine, lo smarrimento del finale felliniano di 8 e mezzo… Riassume la singolarita’ di Marcello Mastroianni attore, quella dimensione sospesa e svaporante (Fellini gli attribui’ il nomignolo di Snaporaz), la qualita’ recitativa e artistica che sembrava rincorrersi, fuggire, nascondersi, ritrarsi”. Sempre diverso, sempre uguale a se stesso. Un’inguaribile ottimista. Quasi un imperativo esistenziale. Il suo motto, la sua divisa. ”Semplicemente perche’ essere ottimismi e’ piu’ comodo”, racconto’ un giorno ad un amico Marcello Mastroianni.

(Carmela Piccione)

 

FILMOGRAFIA

Non li ho visti proprio tutti, ma quasi. Me ne mancano davvero pochi, e devo dire che la sua interpretazione migliore, quella che rimane indimenticabile per quanto sia intensa, profonda, ammaliante e strepitosa è quella di Guido Anselmi in Otto e mezzo, forse il film più bello in cui abbia mai recitato. Senza di lui, non sarebbe stato lo stesso. L’ho apprezzato moltissimo anche in numerose altre pellicole, vedi I girasoli, Dramma della gelosia, I soliti ignoti, La dolce vita, Ieri oggi domani, Matrimonio all’italiana. Un attore poliedrico, disponibile, semplice, ma pieno di talento e di comunicatività ed espressività. Immortale.

L'ultima eclissi

REGIA: Taylor Hackford.

CAST: Jennifer Jason Leigh, David Strathairn, Kathy Bates, Christopher Plummer.
ANNO: 1995

TRAMA:

Dolores Claiborne, una cameriera di un piccolo paese nel Maine, viene accusata di aver ucciso la donna presso cui prestava servizio. Vecchi ricordi del passato riemergono, ricordi che riguardano la morte del suo marito manesco e ubriacone di cui fu accusata all’epoca. Ricordi che Selena, sua figlia, ha cercato di rimuovere scappando via molto giovane e diventando una giornalista affermata. La nuova accusa verso sua madre però, la riporterà a tornare a casa e a far riemergere situazioni sepolte…

 


ANALISI PERSONALE

L’ultima eclissi è un film tratto dal romanzo di Stephen King, Dolore Claiborne ed è interpretato da una delle mie attrici preferite, Kathy Bates. Nel film però viene introdotto un personaggio che nel libro non è contemplato, e cioè la figura della figlia Selena, interpretata dalla abbastanza discreta Jennifer Jason Leigh. Questo personaggio serve a trattare una tematica nel romanzo assente e cioè quella del rapporto madre figlia e dell’amore smisurato che una mamma può provare verso chi ha messo al mondo. Un amore che può portare persino all’autodistruzione e all’annullamento di se stessi.  Il tutto reso alla perfezione da una bellissima, intensa, delicata ed elegantissima sceneggiatura.


Il film si apre con un’immagine agghiacciante: una vecchia signora rantola giù per le scale e subito dopo vediamo una cameriera, Dolores appunto, sovrastarla con un matterello in mano. La padrona di casa, Vera, sarà caduta da sola o l’avrà spinta Dolores? Secondo il detective che si occupa del caso (Christopher Plummer, perfetto per la parte del detective testardo e pieno d’odio verso Dolores che costituisce l’unico caso irrisolto della sua trentennale carriera), si tratta di omicidio efferato, compiuto dalla stessa Dolores, che anni prima non si era fatta scrupoli di uccidere il proprio marito, sempre secondo lui. Ovviamente non vi svelo se la donna è colpevole dell’uno o dell’altro omicidio o di entrambi o è innocente. E’ una cosa che va vista e assaporata, proprio perché ti lascia con gli occhi incollati allo schermo e con la curiosità fino alla fine.

 

Oltre ai personaggi ben delineati della mamma e della figlia, possiamo ammirare anche il succitato detective, John Mackey, che arriva persino ad odiare Dolores proprio perché anni prima non era riuscito ad incastrarla per l’omicidio del marito, il marito stesso di Dolores, Joe (David Stratharin, perfettamente calato nella parte), così irritante nella sua cattiveria e nefandezza che ci verrà svelata nel corso dei numerosi flashback in cui vedremo Dolores da giovane e Selena da bambina e Vera la padrona di casa presso cui Dolores presta servizio, all’inizio così acida e antipatica, ma sotto sotto molto sola, triste e bisognosa d’affetto, come possiamo vedere nei ricordi di Dolores, soprattutto quelli in cui ormai vecchia e non autosufficiente, viene accudita dall’ormai stanca cameriera.

Oltre al rapporto madre-figlia quindi, ci vengono mostrati altri tipi di rapporti umani, come quello moglie-marito, molto duro e quello, (secondo me il più bello), tra Dolores e Vera, all’inizio fatto di vessazioni e soprusi da parte di quest’ultima, che però alla fine si affezionerà tantissimo a Dolores essendo rimasta la sua unica amica e sostenitrice, nella sua vecchiaia di donna malata sulla sedia a rotelle. Un’amicizia vera, senza troppi fronzoli, tenuta nascosta, non espressa, ma fortemente sentita.


Tra le scene indimenticabili, sono da citare, quella della stessa morte di Vera, così immediata e così spaventosa, e quella di Joe, quasi desiderata dallo spettatore che ha avuto modo di guardare attraverso i flashback che tipo di scelleratezze ha potuto compiere verso sua moglie e sua figlia,  caduto in una sorta di burrone proprio la sera in cui c’era l’eclissi lunare e in cui la piccola Selena era fuori casa. La piccola Selena, che diventata grande, ha dimenticato, aiutata dall’alcool e dai medicinali che continuamente ingurgita, cosa veramente era successo tanti anni prima, quando era ancora una bambina innocente e che per questo odia profondamente sua madre, accusata dell’omicidio del padre che secondo lei, pur essendo un ubriacone manesco, non meritava quella fine. Ma dopo essere stata quasi costretta da Dolores a sedersi e a ricordare veramente cosa successe, per fortuna, si rende conto che sua madre non è quel mostro che lei ha sempre creduto che fosse, ma ha sempre fatto tutto quello che ha fatto solo ed esclusivamente per il bene della sua unica figlia. Amore che viene espresso anche nei numerosi album nei quali Dolores raccoglie tutti gli articoli più importanti di sua figlia che poi fa vedere a Vera durante le loro giornate insieme.


Quello che a mio avviso più colpisce in questa pellicola, è proprio il personaggio di Dolores, così vero, così profondo, ma così semplice al tempo stesso. Una donna con i calli alle mani, per i troppi anni di duro lavoro, una donna senza peli sulla lingua che vive in una specie di catapecchia e che odia quasi tutto e tutti, tranne ovviamente la sua adorata figlia. Una donna provata dalla vita e dalle persone con cui è stata costretta a correlarsi durante il corso di essa. Una donna sola, triste, ma al tempo stesso forte e decisa. Insomma, una donna da ammirare, una donna con la D maiuscola, anzi, una mamma con la M maiuscola, interpretata magistralmente, perfettamente in maniera estatica dalla sempre ottima e competente Kathy Bates che riesce a donare al suo personaggio tutte le sfaccettature, le espressioni e le movenze del caso. Anche gli altri attori co-protagonisti sono gradevoli e perfetti per le loro parti. Forse Jennifer Jason Leigh, è un po’ troppo nevrotica e piena di tic e sguardi nervosi, ma forse è proprio questo che il personaggio richiedeva, comunque alla fine non risulta affatto sgradevole, al massimo un po’ troppo costruita.

Inoltre, l’ambientazione e la fotografia sono veramente quasi da Oscar, così tetre, scure, adeguatissime alla storia e ai personaggi che si muovono in essa. A partire dalla casa in cui abita Dolores, a quella di Vera alla cittadina vera e propria non c’è niente fuori posto ed è tutto perfettamente costruito e bellissimo da guardare. Anche la colonna sonora non è da meno, così intensa, triste e dolce al contempo.

Insomma un bel film, tratto da un bel romanzo, che di sicuro non farà storcere il naso, almeno credo e spero. Un giallo psicologico che però si trasforma in qualcosa di più grande e molto più profondo.

Consigliato agli amanti dell’attrice Bates, qui al massimo del suo splendore di attrice!!

 

«A volte essere carogna è l’unica cosa che resta a una donna»

 

Regia: 8
Sceneggiatura: 8,5
Recitazione: 8,5
Fotografia: 8
Colonna sonora: 8
Ambientazione: 8,5
Voto finale: 8

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Grazie a Dio tua madre e’ morta dandoti alla luce. Se ti avesse visto, sarebbe morta di vergogna! (Governatore Pappy O’Daniel in "Fratello dove sei?")


LOCANDINA

Harry ti presento Sally

REGIA: Rob Reiner
CAST: Billy Crystal, Meg Ryan, Carrie Fisher, Bruno Kirby, Steven Ford, LIsa Jane Persky, Michelle Nicastro
ANNO: 1989

TRAMA:

Due ragazzi sono “costretti” a fare un viaggio insieme in macchina. Sono Harry, sarcastico e spregiudicato e Sally, dolce e timida. I due si sopporteranno a malapena, soprattutto perché Harry sosterrà che non esiste l’amicizia tra un uomo e una donna, dato che di mezzo c’è sempre l’attrazione sessuale. Si incontreranno a distanza di anni e instaurano una bellissima amicizia, ma quando ci si metterà di mezzo il sesso…





ANALISI PERSONALE

Harry ti presento Sally è un film leggero, senza pretese di sorta. Almeno credo, o spero. E’ una commedia sentimentale, come quelle che di solito odio. Solo che almeno in questo caso la storia d’amore è visitata in maniera ironica e non sempre smielata e strappalacrime come nella maggior parte dei casi, quando si parla di film del genere.

 Sono rientrato a casa e ho trovato Frank, il mio migliore amico, a letto con mia moglie. Gli ho detto: "Frank, io devo! Ma tu?".

Devo dire che i due attori protagonisti fanno veramente simpatia, sia da ragazzi che da adulti. Sally con le sue manie e il suo modo così strambo di vestire, ma forse è strambo solo per me che lo vedo adesso, ma negli anni ’80…e Harry così pieno di idiosincrasie e di fissazioni tutte sue. I personaggi sono molto ben delineati, sin da quando fanno il loro primo viaggio insieme, ricco di battutine e di scene esilaranti, tra le quali forse la più famosa è senz’altro quella in cui Sally inscena un orgasmo nel ristorante dove sono andati a fare uno spuntino e un’anziana signora guardando meravigliata la ragazza ordina al cameriere la stessa portata. Quindi i momenti divertenti non mancano, anzi. Resta il fatto comunque, che pur sempre di una commedia sentimentale si tratta, e quindi più di tanto a genio non può andarmi, nonostante la discreta recitazione della Ryan e di Crystal che in generale mi sta simpaticissimo e apprezzo in quasi tutte le commedie che fa.

"Per voi uomini e’ diverso: Charlie Chaplin ha avuto figli fino a 73 anni". "Si’, ma non riusciva a tenerli in braccio!".


 

 
Il film comincia a soffrire di smielataggine (passatemi il termine), proprio dopo che i due fanno sesso e iniziano a capire che forse c’è qualcosa di più di una semplice amicizia. Da quel punto in poi, diciamo che ho iniziato a desiderare che finisse il prima possibile. Ma prima di quel momento, il film scorre via abbastanza lietamente, intrattenendoci con le uscite dei due con altre persone o con i loro discorsi sul sesso, sulla vita, sui rapporti umani. La loro amicizia inoltre, comincia proprio quando Harry ha divorziato dalla moglie e Sally è stata lasciata dal fidanzato storico, cosa che a dire il vero ci fa presumere che i due prima o poi finiranno ovviamente insieme.

Simpaticissimi anche gli altri due protagonisti del film e cioè l’amico di lui e l’amica di lei, che alla fine, nonostante Harry e Sally abbiano fatto un’uscita a 4 per stare rispettivamente con l’uno e con l’altro, si sposeranno tra di loro e saranno molto felici.

"Un matrimonio non finisce mai solo per un’infedeltà: quello è un sintomo che qualcos’altro non va". "Ah sì? Beh, quel sintomo si scopa mia moglie".

Un’altra scena abbastanza divertente è quella in cui Sally scopre che il suo ex fidanzato, che l’aveva lasciata proprio perché non voleva fare il passo di sposarsi, ora sta per farlo con un’altra donna. Allora lei chiama l’amico Harry e inizia a sfogarsi proprio come sono brave le donne a farlo: frignando, sbraitando, piangendo a più non posso. La cosa è alquanto esilarante da guardare, ma dà da pensare sul fatto che molto probabilmente sia un luogo comune: quello delle donne deboli e frignone, un luogo comune più vero che mai, ahimè.

Non accompagno mai le mie fidanzate all’aeroporto. So che con il tempo mi passerà la voglia di farlo, e non ho nessuna intenzione di sentirmi dire "Ecco, non mi accompagni più all’aeroporto come un tempo"

 

 

Il luogo comune che invece non sono riuscita a mandar giù è proprio il fatto che alla fine scopriamo che Harry sin dall’inizio aveva ragione e cioè non può esistere l’amicizia tra due persone di sesso opposto, dato che irrimediabilmente si va a finire a letto o comunque ci si innamora. Ecco, questo proprio non riesco ad accettarlo come messaggio, posso accettare che all’interno dell’amore tra un uomo e una donna ci sia anche una forte amicizia per carità, ma non deve essere necessario il contrario e cioè che all’interno di un’amicizia tra un uomo e una donna debba per forza esserci l’amore o l’attrazione. Ovviamente ci sarà chi la pensa diversamente, come Harry appunto, ma io preferivo un finale diverso, che però giustamente sarebbe stato non adatto alla commedia sentimentale classica e canonica.

"Nessun uomo può essere amico di una donna che trova attraente. Vuole sempre portarsela a letto". "Allora stai dicendo che un uomo riesce ad essere amico solo di una donna che non è attraente?". "No, di norma vuole farsi anche quella".

 

Ho gradito molto anche la scena del primo capodanno che i due amici passano insieme ad una festa, nel quale, essendo rimasti soli entrambi, si promettono che se rimarranno soli a lungo si faranno compagnia a vicenda. Meno gradita invece, la scena finale, sempre a Capodanno, nella quale Harry dichiara, in una maniera tutta sua di amare Sally. Il solito finale strappalacrime e dolciastro. L’unica nota positiva è che almeno la dichiarazione era abbastanza originale, anche se guastata dalle lacrime un po’ troppo facili di Sally.

Insomma, si sarà capito che io Harry e Sally li preferivo di gran lunga come amici, mi entusiasmavano e divertivano molto di più che come coppia. Ma non possiamo pretendere che i film vadano come noi vogliamo. Ce li dobbiamo tenere così come sono.

Harry: "Adoro il fatto che tu abbia freddo quando fuori ci sono 25 gradi. Adoro il fatto che ci metti un’ora e mezzo per ordinare un panino. Adoro la piccola ruga che ti si forma sul naso quando mi guardi come se fossi matto. Adoro il fatto che dopo aver passato una giornata con te, possa ancora sentire il tuo profumo sui miei vestiti. E adoro il fatto che tu sia l’ultima persona con la quale voglio parlare prima di addormentarmi la notte. Non è che mi senta solo, e non c’entra il fatto che sia Capodanno. Sono venuto qui stasera perché quando ti rendi conto che vuoi passare il resto della tua vita con una persona, vuoi che il resto della tua vita inizi il prima possibile". Sally: "Ecco… tanto sei il solito imbroglione! Mi dici queste cose… e poi mi spieghi come faccio a odiarti io? .. E invece io ti odio… ti odio… ti odio".

 

Al di là di queste pecche, il film riesce comunque ad essere carino, leggero, abbastanza godibile. La colonna sonora è del tutto adeguata, l’ambientazione, pur non essendo tra le migliori che abbia mai visto, riesce ad essere all’altezza: ho ammirato particolarmente il parco dove i due amici passano il tempo raccontandosi le proprie storie. La sceneggiatura, invece, è la cosa che mi è piaciuta di più, molto originale ed elegante, per niente simile a quella solita delle commediucole amorose, ma piena di battute divertenti e a volte anche intelligenti. Ho trovato abbastanza originale l’idea di far raccontare la storia dai due protagonisti ormai anziani inquadrati in primo piano dalla telecamera, accompagnati poi da altri anziani che raccontavano le loro di storie. Idea poi rubata da molti altri film devo dire, ad esempio come il nefasto Mr and Mrs Smith.

"Uno senza faccia che ti strappa i vestiti è la fantasia sessuale che hai da quando avevi dodici anni, sempre la stessa?". " Be’, a volte la vario un tantino". "In che senso?". "Cambio i vestiti".

 

Tutto sommato un film da vedere perché è divertente, ironico a volte sarcastico seppur nel finale scontato e prevedibile.

Consigliato agli innamorati, sconsigliato agli amici di sesso opposto!!!

Uomini e donne non possono essere amici.

 

Regia: 6,5
Sceneggiatura: 7
Recitazione: 7
Fotografia: 6
Colonna sonora: 6
Ambientazione: 6
Voto finale: 6,5

 


CITAZIONE DEL GIORNO

"Lui ti fa ridere?". "Almeno non mi fa piangere". (da "Ocean’s Eleven")



LOCANDINA

 

roppo facili di Sally. astanza originale, anche se guastata dalle lacrime un pò i amare Sally, ovviamente a modo suogo si faran



Requiem for a dream

REGIA: Darren Aronofsky
CAST: Ellen Burstyn, Jared Leto, Jennifer Connelly, Marlon Wayans, Christopher McDonald
ANNO: 2000

TRAMA:
Le vite di quattro persone, Sarah, suo figlio Harry, la sua ragazza Marion e l’amico e collega Tyron, vengono sconvolte e travolte in seguito a diversi tipi di dipendenze che porteranno lentamente ciascuno di loro al fallimento e alla più mera degradazione.


ANALISI PERSONALE

Seconda pellicola del regista che esordì con Pi greco – il teorema del delirio, che tratta principalmente del tema della tossicodipendenza, così come molte altre pellicole, vedi Trainspotting, Spun, Paura e delirio a Las Vegas e così via. Per apprezzare questo tipo di film comunque, bisogna essere amanti del genere o perlomeno preparati a scene forti, scabrose e violente. Io posseggo entrambe le caratteristiche e per questo motivo ho letteralmente amato questo film, così duro, così intenso e così triste al tempo stesso.

 

Ogni personaggio ha una caratterizzazione forte ed è interpretato quasi perfettamente da ciascun attore.
Abbiamo Sarah, (interpretata dalla magistrale Ellen Burstyn che secondo me meritava a pieno titolo l’oscar, quell’anno andato a Julia Roberts per Erin Brockovich) anziana vedova sola e impaurita dai continui furti di suo figlio per comprarsi la droga. Vediamo in lei una sorta di assuefazione alla tv, ma all’inizio ci sembra normale considerando il fatto che vive in solitudine e che in certi casi la televisione può fare compagnia. Non ci salta in mente che la sua sia una vera e propria dipendenza che la condurrà quasi alla pazzia. Tutto inizia quando viene invitata ad uno degli show che guarda incessantemente alla tv e per entrare nel vestito rosso che indossava al diploma del caro Harry comincia a fare una dieta a base di uova e pompelmo. Ma il desiderio di mangiare e le visioni continue che ha di bei panini, muffin, biscotti o dolci varie, non le fanno fare sogni tranquilli. Così decide di consultare un medico, che senza scrupoli, le prescrive una caterva di anfetamine da prendere a colazione, a pranzo, a cena, in sostituzione dei pasti. Così alla dipendenza, già di per sé pericolosa dalla tv, si aggiunge la nefasta dipendenza alle anfetamine che la spingeranno sempre più nel baratro fino ad avere paurosissime allucinazioni di frigoriferi che sbattono, di persone che dalla tv entrano nel suo salotto e di sogni irrealizzabili come quello di lei sul palco con suo figlio sposato e in attesa di un bambino. Alla fine la povera Sarah, ormai non più cosciente di niente, neanche della sua persona, sarà condotta in ospedale dove, dopo vari tentativi per guarirla e risanarla dal tuo “torpore esistenziale”, viene sottoposta ad una terapia a base di elettroshock che la ridurranno all’osso e non riusciranno di certo a farla stare meglio.

 

Harry: “Ma che ti importa di andare in tv? Pensa a dove andrai se continui a prendere quelle maledette pillole! Altro che televisione”.
Sarah: “Che mi importa? Ma non mi hai visto giù con le altre prima? Chi era seduta nel posto migliore? Adesso sono importante. Sono qualcuno e tutti mi vogliono bene. E tra poco milioni di persone mi vedranno e tutti mi vorranno bene. … E’ un motivo per alzarmi al mattino, è un motivo per sorridere, per pensare che il domani sarà bello. Che cos’altro ho Harry?”

 

Abbiamo poi, Harry, interpretato da un più che discreto quanto emaciato Jared Leto che sogna insieme al suo migliore amico Tyron (Marlon Wayans), di dare una svolta alla propria vita attraverso il traffico di droga. All’inizio ci riusciranno anche, ma poi il “povero” Tyron verrà arrestato nel bel mezzo di una resa dei conti tra italiani e trafficanti di colore, e tutti i soldi raccolti in una scatola dai due ragazzi saranno destinati al pagamento della cauzione. Da questo momento la vita dei due ragazzi non sarà più la stessa e peggiorerà in maniera drastica, per quanto possa peggiorare la vita già degradante di un tossicodipendente. I due saranno costretti ad intraprendere un viaggio in Florida per rifornirsi e rientrare nel “giro”. Un viaggio che li porterà alla distruzione e al fallimento totale, Tyron nuovamente in prigione e Harry in ospedale orrendamente mutilato e privato del braccio ormai andato in cancrena per i troppi buchi.

 
Tyron: “Non voglio passare la vita in strada con le scarpe bucate e la lingua penzoloni”


Particolarmente intenso poi, il personaggio di Marion, intensamente interpretato dalla sempre bellissima Jennifer Connelly, perdutamente innamorata (ricambiata) di Harry. Un amore forte, intenso, profondo che ci viene mostrato in diverse bellissime scene, come quella sul prato, in ascensore o sul consueto divano dove i ragazzi sogliono “farsi”. Amore che però comincia a vacillare quando i soldi finiscono e di conseguenza finisce anche la “roba”, forse l’unico vero collante del gruppo. Amore che viene violato e usurpato dalla crescente voglia o, per meglio dire, bisogno di droga che porta Marion a vendere se stessa al miglior offerente.

 

Oltre alla storia di per sé molto comunicativa e ricchissima di spunti di riflessione (è davvero la droga l’unica vera sostanza stupefacente?), ho gradito ampiamente lo stile registico, molto innovativo ed originale con la suddivisione in capitoli, uno per ogni stagione e in alcuni casi la suddivisione del quadro in due che ci fa quasi entrare nei pensieri di ciascun personaggio, come nella scena iniziale di Harry che consuetamente ruba il televisore a sua madre Sarah e lei che si nasconde nell’altra stanza chiudendosi a chiave e osservando suo figlio dal buco della serratura. O anche come nella scena in cui Harry e Marion sono a letto e accarezzandosi con le loro unghie laccate di blu e di nero si dichiarano amore in maniera di certo non convenzionale.

 

Anche la colonna sonora, per me bellissima e, permettetemi il termine, “azzeccatissima” è davvero angosciante, profonda e intensa al punto giusto, ma al tempo stesso delicata ed emozionante, una delle più belle mai sentite, davvero. Anche il montaggio e la sceneggiatura (che comunque poteva essere più accurata e meglio costruita) non sono affatto da meno e soprattutto l’ambientazione di questa via così degradante di Brooklyn, per la precisione Coney island, nel quale è così facile spacciare vicino a qualche chiosco ed è così facile perdersi per non ritrovarsi mai più. Interessanti anche gli interni, l’appartamento di Sarah, così spoglio e desolato proprio come colei che ci vive e l’appartamento dei tre ragazzi così confusionario e caotico proprio come coloro che lo abitano.

Viene inoltre trattata la tematica dei rapporti umani, come quello tra madre e figlio, tra coppie o tra amici, e viene vista da ciascun punto di vista e da ciascuna visuale, il tutto molto approfonditamente anche se viene mostrato quasi come marginale.

Ammetto che ho esultato e quasi chiuso gli occhi per le sensazioni forti e l’impressione che mi ha dato la vista di alcune scene, cosa che non mi è quasi mai capitata al cinema. Ad esempio quando Marion immagina di conficcare la forchetta nella mano di un uomo con cui andava a letto in cambio di aiuti economici, o di Harry che si buca ulteriormente nel punto che sta quasi andando in cancrena, o di Sarah che in ospedale non vuole mangiare e ne combina di tutti i colori. Scene che fanno davvero impressione, volutamente aggiungerei. Un’altra scena da citare per la sua estrema bellezza e significatività è quella di Marion che va via dall’uomo a cui si è venduta. Vediamo il suo primo piano trascinarsi nel corridoio e nell’ascensore, con la consueta bellissima musica di sottofondo, e leggiamo nei suoi profondissimi occhi tutta l’angoscia e la disperazione che pesano su di lei.

 

 

Requiem for a dream è insomma un bellissimo, forte, magnetico, espressivo e profondo film con uno dei finali più tristi, crudeli, degradanti e senza speranza che io abbia mai visto. Finali a cui molto spesso nella vita reale vanno incontro tutti coloro che soffrono di qualsiasi tipo di dipendenza da qualsiasi tipo di cosa. Finale vero, reale, di certo non patinato o modaiolo come in altri film di questo genere capita. Finale struggente che ammetto mi ha fatto scappare una o due lacrimucce e mi ha fatto restare con la pelle d’oca e i brividi per qualche minuto anche dopo i titoli di coda.

Consigliato agli amanti di questo genere cinematografico, sconsigliato alle anime candide e pure :P

 

Regia: 9
Sceneggiatura: 7,5
Recitazione: 9
Fotografia: 8
Colonna sonora: 9
Ambientazione: 8
Voto finale: 8,5



CITAZIONE DEL GIORNO

Avete mai confuso un sogno con la realtà? Avete mai rubato qualcosa quando tenevate la cassa, vi siete mai sentite tristi? Avete mai pensato che il vostro treno si muovesse, mentre invece eravate ferme? Forse ero solo pazza, o forse erano gli anni Sessanta. O forse ero solo una ragazza interrotta. (Winona Ryder in "Ragazze interrotte", 1999)


LOCANDINA

John Carpenter

Ammetto di non essere poi così appassionata di fantascienza o dell’horror, ma con John Carpenter sono riuscita ad amare pellicole di quel genere, anche se non ne ho viste ancora tantissime. Inoltre, quando si guarda un suo film, molto spesso si ascoltano colonne sonore bellissime e originalissime, quasi sempre scritte dal regista stesso che quindi spazia in vari campi, dalla regia, alla sceneggiatura, alla musica e alla recitazione stessa. E fa tutto con maestria egregia e invidiabile, dato che è riuscito a creare un genere e dei personaggi tutti suoi, primo tra i quali l’indimenticabile Jena Pliskenn interpretato dal diletto Kurt Russel. Insomma possiamo dire a voce alta che Carpenter è il re del cinema indipendente, infatti quasi tutte le sue pellicole sono a basso costo seppur bellissime, ma soprattutto è il re del cinema della notte, osannata e fotografata in quasi tutti i suoi film. Io personalmente, pur avendo (solo per ora), visto solo tre delle sue pellicole, posso dire di adorarlo letteralmente.

 

Informazioni da www.johncarpenter.it

 

BIOGRAFIA

John Carpenter nasce a Carthage (New York) il 16 gennaio 1948, ma trascorre l’adolescenza nel Kentucky, a Bowling Green, non distante da Nashville.
Il padre Howard insegna musica moderna all’università. Sarà proprio lui a trasmettere al futuro regista quella passione per la musica che ne accompagnerà per sempre la carriera.
Alla passione per la musica, nel giovane John, si unisce ben presto anche quella per il cinema. A soli 5 anni assiste in una sala newyorkese alla proiezione del film di Jack Arnold dal titolo Destinazione Terra. L’impatto della pellicola sull’immaginario del giovane è davvero notevole, al punto che il nostro, in futuro, citerà sempre quell’episodio come l’indiscussa origine della sua passione per l’universo dei b-movie e della fantascienza.
Nel 1965 fonda la fanzine Fantastic Film Illustrated dedicata al cinema fantascientifico. Sono gli anni in cui, con l’ausilio di una cinepresa Brownie 8mm., realizza dei cortometraggi fanta-horror di natura per lo più parodica. Intanto si iscrive all’università del Kentucky.

Nel 1968 è ammesso alla rinomata University of Southern California dove può approfondire le sue conoscenze in campo registico, fotografico e di montaggio. Ai fini della sua crescita artistica, ciò che rende fondamentale l’esperienza all’USC è l’incontro con i futuri collaboratori Dan O’Bannon e NickCastle.
Insieme a Castle, Carpenter scriverà soggetto e sceneggiatura dello short-movie The Resurrection of Broncho Bill  (1970) diretto da James Rokos e vincitore dell’Awards (!) come migliore cortometraggio. Cavalcando sulle ali di un grande e giustificato entusiasmo, Carpenter si impegna nella realizzazione del proprio saggio di diploma: il corto fantascientifico Dark Star. Il progetto verrà ripreso e sviluppato come lungometraggio in 35mm quattro anni dopo.
Nel 1976 realizza un thriller dall’anima sostanzialmente "western": Assault on Precint 13 (in Italia tradotto in Distretto 13, le brigate della morte) che, in quanto a composizione narrativa, richiama  Per un dollaro d’onore di Howard Hawks (uno dei dichiarati registi di riferimento del nostro). L’accoglienza tributata al pur pregevole lavoro del giovane regista è però piuttosto tiepida, sebbene con il passare degli anni il film diverrà un cult-movie nei circuiti festivalieri e dei cine-club.
In un periodo in cui comincia ad interessarsi alle produzioni televisive (ricordiamo il film-tv del ’78 HighRise, in Italia Pericolo in agguato), Carpenter riceve dal produttore di Irvin Yablans la proposta di dirigere un film basato sulla storia di un maniaco omicida che perseguita alcune giovani baby-sitter.
Il progetto si concretizza qualche mese dopo nel film Halloween (in Italia Halloween, la notte delle streghe) del 1978, praticamente il più grande successo commerciale del regista. Nel film, co-sceneggiato dall’amica e futura compagna Debra Hill, appare anche una convincente Jamie LeeCurtis nel ruolo della protagonista.
Nel 1980, dopo una seconda esperienza televisiva (Elvis, the movie, in Italia Elvis, il re del rock; da ricordare se non altro per essere stata la prima occasione d’incontro tra il regista e l’attore Kurt Russell), Carpenter dirige l’horror The Fog, co-sceneggiato da Debra Hill e divenuto un successo clamoroso dopo la partecipazione al prestigioso Festival di Avoriaz.
Un anno dopo, sviluppando un concept maturato nella metà degli anni ’70, realizza uno dei suoi film più famosi: il thriller fanta-politico Escape from New York  (da noi 1997: Fuga da New York) che ha come protagonista principale, nel ruolo di Jena/Snake Plissken, Kurt Russell.
Nel 1982 Carpenter, divenuto ormai regista-culto, si dedica all’ambizioso quanto riuscitissimo progetto di un remake basato sul film del ’51 The thing (in Italia La Cosa da un altro mondo) di Nyby-Hawks: il titolo della pellicola sarà The Thing, tradotto semplicemente come La Cosa nella versione nostrana.
Il 1983 è l’anno di Christine (Christine, la macchina infernale) tratto da un romanzo di Stephen King, a cui fa seguito, l’anno dopo, il malinconico fantasy Starman con Jeff Bridges.
Nel 1986 realizza un divertito omaggio al cinema orientale e ai film di kung-fu: Big Trouble in Little China (Grosso guaio a Chinatown) che segna una nuova collaborazione con Russell.

Seguono quattro lavori che presentano e approfondiscono alcune delle tematiche tipiche dell’ormai affermato "Carpenter style".
Il primo di essi è Prince of Darkness
(Il Signore del male), del 1987, che affronta l’argomento della dicotomia tra Bene e Male, scienza (fisica quantistica) e religione (possessione demoniaca); They live (Essi vivono), del 1988 e Memoriesof an invisible man (Avventure di un uomo invisibile), del 1992, prendono ad oggetto il tema della mistificazione della realtà e della necessità di uno sguardo "sbieco" per coglierne le esatte coordinate; nel teorico In theMouth of Madness (Il seme della follia), del 1994, vengono invece messi in luce i meccanismi del legame quasi "fideistico" che sussiste tra i prodotti di fiction (in questo caso romanzi horror) e i loro allucinati consumatori.

Comincia ora, per il regista del Kentucky, un periodo piuttosto "apatico", che sfocerà in prodotti sicuramente non all’altezza dei capisaldi della sua carriera. Ci riferiamo ai mediocri Body Bags del ’93, Village of Damned (Il Villaggio dei dannati, remake di un film del ’62 di Wolf Rilla) e allo scialbo Escapefrom Los Angeles (Fuga da Los Angeles, seguito del già menzionato Escape from New York).
Per fortuna, negli anni a venire la verve del regista beneficerà di una felice impennata, espressa nei suoi ultimi lavori che, pur non riportandoci ai fasti di un tempo, almeno rassicurano per maestria della messinscena e dignità della narrazione. Alludiamo ovviamente all’horror in "salsa western" Vampires del 1998 e del fantascientifico tecno-horror Ghosts of Mars (Fantasmi da Marte ) del 2001.

La notte, la solitudine e l’onore in John Carpenter
di Fabio Funari

John Carpenter è "il regista della notte e della solitudine". Lo è a pieno titolo. Più di molti altri che si autodefiniscono come tali. Inoltre, la condizione notturna e solitaria dei suoi eroi e il carattere underground delle ambientazioni e situazioni scelte, inducono a leggere la maggior parte dei testi carpenteriani come "western non-western", che del genere tanto amato hanno assorbito tutto quanto c’era da assorbire, al punto da rendere superflua un’operazione dichiarata (non è un caso che nella filmografia carpenteriana manchi un vero e proprio western).

Ma se per qualità e specificità dei sottotesti utilizzati Carpenter è sicuramente un regista di genere, per le scelte più squisitamente ritmico-narrative possiamo considerarlo un outsider amante delle sfide contro il tempo.
Molti dei suoi lavori infatti (pensiamo ad Escape from New York, a Fog o a In the Mouth of Madness) fondano la propria struttura narrativa sull’incedere del tempo, che molto spesso si traduce in un vero e proprio conto alla rovescia.

Tutto ciò enfatizza e rende più drammatico il ruolo dei protagonisti, che il più delle volte sono dei braccati, degli emarginati, delle creature che fanno della fuga/lotta la loro unica ragion d’essere in un mondo che diviene – a volte per un brusco cambio di prospettiva, di "ottica" – matrice di ostilità.
Si pensi a tal proposito al protagonista di They Live, che acquisisce una consapevolezza/coscienza (quasi "di classe") nel momento in cui, grazie a lenti speciali, riesce a vedere oltre il velo mistificante; o a Jena Plissken, il cui sguardo monoculare ci segnala forse il suo "aver chiuso un occhio" nei confronti del mondo per dedicarsi alla propria egoistica lotta per la sopravvivenza.

Se la solitudine è un sostrato perenne nella produzione del regista del Kentucky, non possiamo però ignorare la costante presenza dell’elemento solidarietà che si genera tra i suoi eroi. Ciò non è in conflitto con il punto precedente.
Difatti gli eroi di Carpenter – pur rispettando un inviolabile codice d’onore – stringono alleanze sempre contingenti e dettate solo dalla minaccia che incombe (questo è palese ad esempio in Assault on precint13 e in Ghosts of Mars dove i protagonisti, inizialmente in conflitto, si ritrovano improvvisamente a combattere per la stessa battaglia).

Ma lo spettatore imparerà presto che il raggiungimento del comune obiettivo (la vittoria o la lotta in sè) non si traduce mai in unione eterna, semmai in eterna garanzia di rispetto reciproco. A giochi fatti gli eroi carpenteriani torneranno alla situazione di isolamento di partenza, a meno che lo stato di cose non imponga nuove riunioni. Si pensi ad esempio all’emblematico finale di Ghosts of Mars, in cui Desolation Williams recluta ancora una volta l’agguerrita Ballard a causa di un inaspettato "…alzarsi della marea!".

Dopo la metà degli anni ’80, la poetica di Carpenter si arricchisce di nuovi elementi che si tradurranno in operazioni forse meno scanzonate e divertite delle precedenti, a vantaggio però di un accresciuto cerebralismo, segno dell’avvenuta crescita artistica e filosofica del regista.
A partire dal periodo in cui elabora il soggetto di Prince of Darkness (siamo nella metà degli anni ’80) Carpenter inizia ad appassionarsi alla fisica dei quanti e legge un gran numero di testi sull’argomento. Le ricerche sfoceranno in una visione più complessa del reale e, quindi, del proprio modo di fare cinema.

Assumeranno un ruolo centrale la figura dell’osservatore e la visione del reale come complessa intersezione di piani. In Carpenter adesso convergono Einstein e Heisenberg, Leone e Hawks, LovecraftDick. Testi come il già citato Prince of Darkness, In the Mouth of Madness e, più formalmente, il recente Ghosts of Mars testimoniano del nuovo corso della poetica carpenteriana. 

FILMOGRAFIA

DARK STAR (1975)

DISTRETTO 13: LE BRIGATE DELLA MORTE (1976)

HALLOWEEN, LA NOTTE DELLE STREGHE (1978)

ELVIS (1979)

FOG (1979)

1997: FUGA DA NEW YORK (1981)

LA COSA (1982)

CHRISTINE: LA MACCHINA INFERNALE (1983)

STARMAN (1984)

GROSSO GUAIO A CHINATOWN (1986)

IL SIGNORE DEL MALE (1987)

ESSI VIVONO (1988)

AVVENTURE DI UN UOMO INVISIBILE (1992)

BODY BAGS (1993)

IL SEME DELLA FOLLIA (1993)

IL VILLAGGIO DEI DANNATI (1995)

FUGA DA LOS ANGELS (1996)

VAMPIRES (1998)

FANTASMI DA MARTE (2001)

Devo ammettere di aver visionato solo Distretto 13, 1997: Fuga da New York e Le avventure di un uomo insivisibile e devo dire che i primi due sono dei film a dir poco stupendi, un mix perfetto di tutte le qualità positive che il buon cinema fatto bene deve avere, almeno secondo i miei gusti. Ovviamente, nei miei programmi c’è quello di ampliare la mia conoscenza di questo regista, che spero, anzi ne sono convinta, non deluderà con le altre sue pellicole.

 

La cena dei cretini

REGIA: Francis Veber

CAST: Thierry Lhermitte, Jacques Villeret, Francis Huster, Daniel Prévost, Alexandra Vandernoot, Catherine Frot
ANNO: 1998

TRAMA:

Pierre Brochant, un brillante e affascinante editore, organizza con i suoi amici delle cene, in cui per spezzare la monotonia e per divertirsi un po’, ognuno deve portare l’uomo più cretino che trova. Alla fine vince chi ha portato l’idiota più idiota di tutti. Grazie ad una pura coincidenza lui farà la conoscenza di Francois Pignon, un piccolo contabile del ministero delle finanze con la passione della costruzione con i fiammiferi che però in un certo senso stravolgerà tutti i suoi piani…

 



 

ANALISI PERSONALE

La cena dei cretini è la trasposizione cinematografica di una piece teatrale dello stesso Veber. Raramente si vedono film così divertenti e devo ammettere che mi sarebbe piaciuto vedere anche lo spettacolo teatrale.

Fin dalla sigla iniziale, molto bella e simpatica, ho intuito che ci sarebbe stato da ridere, ma in modo raffinato ed elegante. Il film, infatti, riesce a concentrare, in appena 80 minuti, una serie di gag e di situazioni divertentissime ed esilaranti, tutto merito dell’attore Jacques Villeret, nel ruolo del cretino, che io ho trovato davvero adeguatissimo al ruolo, con le sue espressioni buffe ma al contempo dolci e tenere. E si, perché questo personaggio, invece che irritare con i suoi strafalcioni e le sue “malefatte”, intenerisce che è una bellezza, soprattutto alla fine quando scopre di essere stato “scelto” in qualità di cretino.

In realtà per sua fortuna, ma per sfortuna del padrone di casa interpretato dall’affascinante e ipnotico Thierry Lhermitte, lui alla cena non ci andrà mai, proprio perché il signor Brochant verrà colto da un colpo della strega e sarà impossibilitato a muoversi, abbandonato anche dalla moglie stanca del suo cinismo e della sua “cattiveria” nell’organizzare questo tipo di cene. All’editore non rimarrà che restare in casa col combinaguai Pignon che in una sola serata ne combina davvero di tutti i colori. Raccontare tutte le gag che si snodano all’interno della vicenda è praticamente impossibile dato che sono veramente tante e, soprattutto, bisogna guardarle per goderne a pieno, non basta il solo citarle.

Tanto per fare qualche esempio, ho riso moltissimo quando il signor Brochant teme che sua moglie sia andata dal suo ex migliore amico, a cui lui stesso l’aveva portata via, e per non chiamarlo direttamente (visto che sono in rotta da due anni ormai), lo fa chiamare da Pignon sotto falsa identità, cioè quella di un produttore cinematografico tedesco che vuole trasporre un libro di sua moglie in collaborazione di Juste Leblanc (l’amico appunto), su pellicola. Ovviamente lo farà a modo suo, imitando l’accento tedesco malamente e dando alla fine il numero dal quale sta chiamando, svelando così a Juste la vera identità di colui che l’ha chiamato. Ma “grazie” a questi suoi strafalcioni molte cose poi vanno inaspettatamente a posto, come ad esempio il rapporto tra Pierre e Juste che si riallaccia grazie a questa esilarante telefonata, dato che Juste preoccupato per l’amico lo raggiunge in un batter d’occhio unendosi al gruppo.


Un altro aneddoto esilarante, ma sono veramente tanti, riguarda l’amico e collega di Pignon, Lucine Cheval, che viene chiamato in causa perché il signor Brochant ora teme che sua moglie si andata nel pied-a-terre di uno dei più noti sciupafemmine del paese, di cui si sta occupando proprio Cheval alle imposte. Prima che Lucien giunga nell’appartamento di Brochant però, questi deve eliminare tutte le cose di valore che non ha dichiarato alle imposte, dato che il signor Cheval è pignolo e severo sotto quel punto di vista. Alla fine la casa sarà completamente spoglia e Brochant, Pignon e Leblanc annacqueranno il buonissimo e raffinatissimo vino con dell’aceto per nascondere l’ulteriore ricchezza non dichiarata. Alla fine il signor Cheval riuscirà a recuperare il numero di telefono dello sciupafemmine e a chiamare sarà nuovamente Pignon, stavolta istruito a dovere da Brochant su quello che deve o non deve dire. Il gigolò risponderà ansimante, negando di essere a letto con la moglie di Brochant ma con quella di quel “fesso” impiegato delle imposte con il quale sta lavorando. Ovviamente i tre, a parte Cheval, stenteranno a mantenere la risata, e a dire il vero anche noi spettatori.


Ho raccontato solo due degli episodi divertenti in cui si snoda la pellicola, ma a dire il vero ce ne sarebbe da dire. Anche il personaggio della donna innamorata di Brochant, Marlene, è veramente esilarante, dato che crede di essere la sua amante, nonostante non sia vero. Quando Brochant ormai esausto, si mette a letto e prega il signor Pignon di andare via e di attaccare un biglietto fuori alla porta d’ingresso in modo tale che nessuno lo disturbi, quest’ultimo incontra proprio sull’uscio Christine la moglie di Pierre che tornava per chiedergli scusa, ma scambiandola per Marlene le dice che molto presto Pierre lascerà sua moglie e si metterà con lei (storiella inventata per togliersela dai piedi). Ovviamente Christine andrà su tutte le furie e sparirà nuovamente all’orizzonte.

Oltre al puro divertimento e alla spensieratezza che dona questo film, sono da citare l’ottima ambientazione, che essendo la trasposizione di una piece teatrale, è quasi sempre una e cioè la bellissima casa di Brochant e la discreta colonna sonora, molto allegra e divertente, adeguata appunto al soggetto. Anche il livello recitativo è alquanto discreto, ho apprezzato particolarmente i due protagonisti, Lhermitte e Villeret, ma, ripeto, soprattutto quest’ultimo che riesce a concentrare su di se quasi tutta l’impalcatura del film.

 

Insomma, 80 minuti di pura, semplice ed elegante comicità. Quella che ti fa ridere e sorridere senza scurrilità, parolacce, rumoracci, cadute e quant’altro. Un buon film comico che però comunica anche qualcosa e cioè che non bisogna mai fermarsi alle apparenze, che anche quello che sembra più cretino di tutti, e che magari lo è anche, riserba delle doti nascoste, vedi alla fine quando Pignon con una telefonata a Christine riesce a far quasi riconciliare la coppia, anche se…ma il finale troppo divertente e mirabolante non ve lo svelo.

Consigliato a chi vuole passare 80 minuti in spensieratezza e divertimento, sconsigliato a chi ride solo con parolacce, flatulenze e cadute.

 

Regia: 7
Sceneggiatura: 7
Recitazione: 7
Fotografia: 7
Colonna sonora: 7
Ambientazione: 7
Voto finale: 7



 

CITAZIONE DEL GIORNO

 
Nessun piacere, nessun peccato, nessuna estasi è più intensa dell’aria condizionata. (da "Dogma")

 


 

LOCANDINA


 

Il cielo sopra Berlino

REGIA: Wim Wenders

CAST: Bruno Ganz, Peter Falk, Solveig Dommartin, Otto Sander
ANNO: 1987

TRAMA:

Damien e Cassiel, sono due angeli che si trovano a “sorvolare” i cieli di Berlino e ad osservare e penetrare i pensieri della gente. Gli unici ad accorgersi della loro presenza sono i bambini, anime candide e pure, ma soprattutto curiose, proprio come loro. Alla fine, uno dei due si innamorerà e la sua vita da quel momento non sarà più la stessa…

 


ANALISI PERSONALE

Ed eccoci ad analizzare un vero e proprio capolavoro della cinematografia. Non mi sono quasi mai emozionata come nel guardare questa stupenda pellicola. E si parla di emozioni pulite, vere, non contaminate da facili sensazionalismi o scene strappalacrime come nel nefasto e orrido rifacimento hollywodiano City of angels.

 
Prima di tutto è da citare il livello di recitazione per me altissimo, il protagonista, Bruno Ganz nel ruolo di Damien, ha due occhi e un’espressione così intensa da indurre a pensare che sia veramente un angelo e da farci quasi scorgere tutti i suoi pensieri, anche quelli che non vengono riportati nel film. Non è da meno Otto Sander nel ruolo di Cassiel, magnetico e ipnotizzante soprattutto nelle scene accanto alla statua dell’angelo. Anche gli altri protagonisti non sono affatto da meno, a partire da Peter Falk in un simpaticissimo quanto caratteristico cameo, se così vogliamo chiamarlo, che interpreta se stesso quasi prendendosi in giro con garbo e stile. Interessante anche l’interpretazione di Solveig Dommartin nel ruolo della trapezista di cui Damien si innamora, bellissima e preparatissima.

 

Oltre al grandissimo livello recitativo, non sono riuscita a non apprezzare una sceneggiatura superlativa, così sobria ma nello stesso tempo elegante e raffinata e così intensa e pregna di significati e di spunti di riflessione. Ho trovato eccellente anche la fotografia, bellissimi, ad esempio, i fotogrammi iniziali di Berlino vista dall’alto con i bambini che rivolgono la testa all’insù per osservare i “nostri” angeli protagonisti del film. Ma anche i fotogrammi di Omero (un vecchietto che è la memoria storica di Berlino e che viene accostato nelle sue passeggiate da Cassiel), che cammina per la città accanto al muro sono di una bellezza indimenticabile. Da citare è, ovviamente, anche la colonna sonora a tratti tetra e ansiosa, a tratti dolce, onirica ma anche epica e psichedelica. Un miscuglio che non guasta mai.

“Quando il bambino era bambino era l’epoca di queste domande: Perché io sono io? E perché tu non sei tu? Perché sono qui? E perché non sono lì? Quando comincia il tempo? E dove finisce lo spazio? La vita sotto il sole è forse solo un sogno? Non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo?”

 

Interessante anche la scelta registica di filmare la pellicola con scene miste a colori e in bianco e nero. A colori quando guardiamo il mondo con gli occhi dei comuni mortali, in bianco e nero quando lo guardiamo con gli occhi degli angeli. Ancora più interessanti poi le caratterizzazioni di ciascun personaggio, ognuno contrassegnato da varie caratteristiche: la curiosità e la purezza degli angeli, la vecchiaia, la giovinezza, la memoria, la solitudine degli umani. Particolarmente intenso il personaggio di Marion, la bellissima trapezista in cerca del vero amore e di una ragione di vita.

Molto bella la scena nella quale tenta di emulare un angelo con le sue “ali di pollo” e nel frattempo pensa a cosa sarà della sua vita ora che il circo sta andando incontro al fallimento:
 

“Spesso parlo da sola, solo per imbarazzo. In momenti come questi, come adesso. Il tempo guarirà tutto. Ma che succede se il tempo stesso è una malattia? Come se qualche volta ci si dovesse chinare per vivere ancora. Vivere. Basta uno sguardo. Il circo mi mancherà. È buffo non sento niente. È la fine e non sento niente”.

 

Tra le scene più coinvolgenti del film è da citare quella dell’incontro in un automobile tra Damien e Cassiel, incontro durante il quale i due angeli si scambiano impressioni, rammarichi e anche sogni. Bellissima anche le scene nella biblioteca nazionale, enorme e quasi dispersiva nella quale gli angeli sogliono passare il tempo e nella quale ci vengono mostrate varie tipologie di persone. Di un’intensità e di una profondità non indifferente è poi la scena del suicidio di un giovane con il walkman alle orecchie. Suicidio che Cassiel non riesce a fermare nonostante ci provi con tutte le forze, al contrario di Damien che, invece, riesce col tocco della sua mano a migliorare, se non proprio la vita, ma almeno il modo di affrontarla delle persone a cui si affianca, come la stessa Marion o, ad esempio, un uomo in metropolitana afflitto da problemi comuni come la mancanza di un lavoro, la lontananza dalla famiglia, ecc…

“E’ magnifico vivere di solo spirito e giorno per giorno testimoniare alla gente per l’eternità solo ciò che è spirituale. Ma a volte la mia eterna esistenza spirituale mi pesa. E allora non vorrei più fluttuare così in eterno. Vorrei sentire un peso dentro di me, che mi levi questa infinitezza legandomi in qualche modo alla terra”.

 

Il film, nella sua maestosa bellezza, tocca vari temi. Da quello della solitudine universale, di uomini, donne, vecchi, bambini e anche angeli a quello della infinita bellezza del mondo e del rammarico di non poterne godere a pieno, condizione a cui nel film sono relegati gli angeli, ma che nella vita reale sono costrette a sopportare numerose persone. Gli angeli, inoltre, sono accomunati ai bambini per la loro innocenza e curiosità di scoprire il mondo con tutti i suoi sapori, colori ed odori, ma anche agli artisti per il loro spirito sopraffino e la loro sensibilità.

 
“All’interno degli occhi chiusi, chiudere un’altra volta gli occhi”.

“Guardare non è guardare dall’alto, ma ad altezza d’occhio”.

Ammetto che mi è venuta la pelle d’oca all’inizio quando i due angeli “osservano” e ascoltano dall’alto i pensieri di varie persone, per strada, in bicicletta, nelle case, ovunque. E ammetto che mi sono piaciute molto le esibizioni dal vivo dei gruppi che Marion va ad ascoltare per liberare un po’ la mente, lasciandosi andare in danze quasi lascive. Particolarmente divertente, invece, la sequenza del film nel film, quel che si suol dire metacinema, e cioè la pellicola che il tenente Colombo sta girando a Berlino, tra un capriccio su quale cappello indossare e l’altro. Devo, inoltre, ammettere che in genere non sono affatto un’appassionata di circo, ma la scena dell’esibizione di Marion mi ha particolarmente incantata, così come incantato era lo sguardo di Damien accorso a guardare la sua adorata.

“Comparse. Questi esseri umani sono comparse”.

 

Molto toccante e commovente, ma non stucchevole, il sogno della bella Marion nella quale tende la mano al nostro Damien, ricambiando, se così possiamo dire, l’amore che egli segretamente coltiva per lei, amore che lo porta a desiderare di non essere più un angelo e di diventare un umano per assaporare i piaceri della vita in tutto e per tutto. Desiderio che viene intuito dallo stesso Colombo che beve caffè in un chiosco e che “sente” la presenza dell’angelo, forse perché anche lui…ma meglio non dire troppo, questo è forse l’unico vero e proprio colpo di scena del film che mi ha lasciato veramente esterrefatta.

Ho provato un’emozione fortissima  quando ho visto l’angelo diventare uomo, con il passaggio dal consueto bianco e nero allo schermo a colori.


“Adesso incomincio a capire…”.

 

Anche il finale che poteva portare a facili sentimentalismi e stucchevoli sorprese mi ha lasciato completamente soddisfatta, un finale sofisticato ed intenso al tempo stesso. Con i due innamorati che si incontrano al concerto di Nick Caves e davanti ad una coppa di vino discutono del loro rapporto guardandosi così intensamente da bucare quasi lo schermo.

 
“Guardami o non guardarmi. Dammi la mano oppure no. No, non darmi la mano e leva lo sguardo da me. Credo che oggi sia luna nuova. Non c’è notte più tranquilla. In tutta la città non scorrerà sangue. Prima non ho mai giocato con qualcuno e tutta la vita non ho mai aperto gli occhi per pensare. Adesso è una cosa seria. Finalmente sarà una cosa seria…”.

 
Particolarmente importante l’ultima scena di Marion che si allena sulla fune con Damien dal basso che l’aiuta guardandola estasiato. Un capovolgimento di situazioni: all’inizio era Damien a guardare il mondo e tutte le persone dall’alto, adesso, invece, guarda la sua amata e tutto il resto del mondo dal basso.

Insomma, Il cielo sopra Berlino, è un film senza luogo e senza tempo. Poetico, elegante, raffinato, intenso ed estremamente espressivo e comunicativo. Un film da non perdere e soprattutto da non dimenticare.

 

Regia: 10
Recitazione: 10
Sceneggiatura: 10
Fotografia: 10
Ambientazione: 10
Voto finale: 10

 

“C’era una volta. C’era una volta…e dunque ci sarà. L’immagine che abbiamo creato, sarà l’immagine che accompagnerà la mia morte. In questa immagine avrò vissuto. Solo lo stupore su di noi, lo stupore dell’uomo e della donna, ha fatto di me un uomo. Io ora so ciò che nessun angelo sa”.

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Mimì, lo sai quando si piange? Quando si conosce il bene e non si può avere. E io bene non ne conosco: la soddisfazione di piangere non l’ho mai potuta avere. (Sophia Loren e Marcello Mastroianni da "Matrimonio all’italiana")

 


LOCANDINA

Depeche mode

Depeche mode: ritmo e adrenalina allo stato puro. Sensualità grondante da tutti i pori, a partire dal cantante così espressivo e comunicativo e così sexy allo stesso tempo. Depeche mode: carriera ormai ventennale ma sempre sulla cresta dell’onda con le loro canzoni bellissime e intramontabili, un misto tra rock, pop, elettronica. Depeche mode: uno dei miei gruppi preferiti in assoluto, che raramente hanno sbagliato un colpo, almeno per i miei gusti!!!

 


Sono stati tra i pionieri del synth-pop, agli albori degli anni Ottanta. Hanno creato un suono che ha fatto scuola, sopravvivendo alla crisi dei loro compagni di strada e al tentato suicidio del cantante, Dave Gahan. Ritratto dei Depeche Mode da Basildon, Inghilterra

I Depeche Mode da Basildon, nell’Essex, vicino Londra, sono indiscutibilmente una delle band più importanti degli ultimi vent’anni, esponenti di spicco dell’elettropop assieme agli Ultravox, agli EurythmicsSoft Cell, ma la loro carriera ha visto anche l’evoluzione da un suono scanzonato e morbido ad atmosfere cupe e angosciate, con la svolta dei primi anni 90.

La storia dei Depeche Mode inizia nel 1977 quando Andrew Fletcher e Vince Clark incontrano Martin Gore e insieme fondano i "Composition of sound", nome che cambieranno (fortunatamente) qualche mese dopo, quando i tre sentono la necessità di un frontman, che viene trovato in un giovanotto che si cimenta in un locale con la cover di "Heroes" di Bowie. La voce calda di Dave Gahan entra nel gruppo, che decide di abbandonare definitivamente gli strumenti acustici per dedicarsi a tempo pieno all’uso dei sintetizzatori e della musica elettronica. Il riferimento principale dei primi Depeche Mode sono decisamente i Kraftwerk, e il successo riscosso durante le prime esibizioni dal vivo fa cercare ai Depeche una casa discografica che possa pubblicare i loro primi lavori.

Nel 1981 viene dato alle stampe il primo singolo, "Dreaming of me", dal produttore Daniel Miller. In realtà il gruppo resterà fino al 1986 senza un contratto vero e proprio. Dopo l’uscita del secondo singolo, "New Life", i Depeche Mode capiscono che l’ascesa al successo si sta concretizzando. Lasciano dunque le loro occupazioni, dopo essersi esibiti alla famosa trasmissione della BBC "Top of the pops". È il terzo singolo a dare lo slancio definitivo ai Mode, che piazzano "Just can’t get enough" all’ottavo posto della chart inglese. Il brano è il primo classico del gruppo, con una melodia molto semplice e accattivante (sarà anche uno degli inni principali delle discoteche gay dei primi anni 80). Nell’ottobre del 1981, dopo l’abbandono della band da parte di Vince Clark a favore di Alan Wilder, viene pubblicato il primo album dei Depeche Mode, Speak And Spell , che non si discosta molto dalle prime impressioni che hanno dato i singoli, navigando in un pop elettronico con frequenti tendenze alla disco-music.

L’uso sfrenato di sintetizzatori e batterie elettroniche marca anche i dischi successivi dei Depeche, A Broken Frame (1982) e Construction Time Again (1983), che contiene un altro classico del primo periodo della band, "Everything counts".

La fase "elettropop" sembra chiudersi con la raccolta di singoli pubblicata nel 1985 (con ottimi brani come "Leave In Silence", "Shake The Disease", "Blasphemous Rumours"), dalla quale ci si può fare una idea abbastanza pertinente dell’opera del gruppo nei primi anni di attività.

Nel 1986 esce Black Celebration , disco che opera una svolta nella musica dei Depeche Mode. La voce di Gahan si fa più cupa, ma mantiene quella suggestività che aveva mostrato in alcuni episodi dei precedenti album come "Blasphemous Rumours". Le sonorità sono decisamente più mature, con Gore che ha imparato a dosare le tastiere in modo da creare atmosfere oniriche (la title track, "Stripped"), che non rinunciano a riff aggressivi ("A Question Of Time") e a momenti di dolcezza ("Sometimes" e "A Question Of Lust").

Il momento "cupo" della band continua con Music For The Masses (1987), titolo ambizioso che non avrà molto successo di vendite. Nonostante ciò, il disco contiene due dei pezzi più belli dei Depeche Mode versione "rock": "Never Let Me Down Again" e "Behind The Wheel". Con quest’ultimo comincia la fase dei video in bianco e nero dei Mode, decisamente suggestivi e di ispirazione dark. Martin Gore mette un po’ da parte i synth per dedicarsi alla chitarra elettrica, e la batteria si insidia prepotente nei nuovi album. La band è ormai una delle più acclamate al mondo, e autocelebra la sua forte attitudine alla dimensione live con il doppio 101.

Ma non è tutto rose e fiori: Gahan ha infatti seri problemi di depressione e di droga, e l’atmosfera fra i quattro componenti del gruppo è abbastanza tesa. Tutto ciò confluisce in Violator (1990), che risulta comunque un disco splendido, carico di emozioni e di tanti hit che frutteranno il maggior successo di critica ai Depeche Mode. "Personal Jesus", "Enjoy The Silence", con i loro riff-leggenda, ma anche "Policy Of Truth" e "World In My Eyes" danno nerbo al disco, considerato da molti la vetta massima della band.

Il momento d’oro della band inglese continua con un altro disco-cult per i fan, Songs Of Faith And Devotion (1993). Non sembra proprio di trovarsi davanti a un gruppo di giovanotti strimpellatori di tastiere, soprattutto quando esplode la violenza di "I Feel You". I Mode continuano inoltre a coltivare la loro (insana?) passione per la musica gospel ("Condemnation"), ma tutto si può perdonare davanti a musiche intriganti come quelle di "Walking In My Shoes" e "Rush". Il cambiamento è evidente, a livello musicale e non. Gahan si fa crescere i capelli, i Depeche non sorridono quasi più, la droga inizia a serpeggiare prepotente nei backstage dei concerti. Le condizioni psicologiche di Gahan, che uscirà stressatissimo dal mastodontico tour seguente, vanno letteralmente in frantumi con la caduta nel tunnel dell’eroina. Nell’estate del 1996 il frontman dei Mode tenta il suicidio tagliandosi le vene in un hotel di Los Angeles. Si salverà per miracolo, ma i problemi sono evidenti anche nel resto del gruppo, di cui si teme, a ragione, lo scioglimento.

Tutto questo si riflette nell’abbandono di Alan Wilder, ma i Depeche Mode decidono di continuare la loro avventura anche in tre, e pubblicano Ultra nel 1997. Inaspettatamente, il disco non è anonimo come ci si potrebbe aspettare dopo il baratro in cui è caduta la band. Al contrario, i magnifici testi di Gore si sposano con un sound maturo, decisamente lontano dal pop scanzonato degli esordi, che esprime diverse contaminazioni musicali, fino alla dance. Ne è un esempio "Useless", che riesce a inserirsi con il suo riff aggressivo in tutte le discoteche del pianeta. Altri pezzi degni di menzione sono "Barrell Of A Gun", "It’s No Good" (remixata anche da Paul Oakenfold) e la delicatissima "Home".

I problemi personali di Gahan sembrano essere scomparsi, e il gruppo ha l’occasione di tirare il fiato, pubblicando la seconda raccolta di singoli, dal 1986 al ’98.

I Depeche Mode sono inossidabili, e tornano ancora sulla cresta dell’onda con Exciter (2001), album che ormai ha poco da aggiungere al tipico sound dei Mode, ma che raggiunge lo stesso un successo internazionale, trainato da "I Feel Loved" e "Dream On", ma soprattutto dalla dolce "Freelove". Il tour dimostra che dopo vent’anni di carriera, i Mode sono ancora degli animali da palcoscenico, tuttavia è lecito porre dubbi sulla continuazione della loro carriera dopo la pubblicazione del primo album solista di Gahan, Paper Monsters , e il secondo disco solista di Gore, "Counterfeit #2" (che segue il primo, con lo stesso titolo, del 1991).

Lo stile dei Depeche Mode, a più di vent’anni dal loro esordio, suona ancora fresco e pieno di vitalità, nonostante i tanti problemi incontrati dalla band lungo il suo cammino. Una band che è riuscita a mantenere costante la presenza di propri brani nelle chart, associando l’evoluzione musicale a un enorme successo a livello commerciale. La mescolanza di generi, ma il mantenere sempre un proprio sound inconfondibile, è uno dei maggiori meriti degli inglesi, che si possono ragionevolmente considerare una delle band più importanti del periodo ’86-’94.

Nel 2004 esce Remixes 81-04, raccolta di classici del gruppo di Basildon reinterpretati alla consolle da alcuni illustri nomi internazionali, tra cui Air, Underworld, Goldfrapp, Timo Maas, Portishead, Kruder & Dorfmeister.

Con Playing The Angel (2005) i Depeche Mode tentano di rinnovare i fasti di una carriera ormai venticinquennale. 

(Informazioni tratte da www.ondarock.it)

 


DISCOGRAFIA

   

SPEAK AND SPELL         
 


  A BROKEN FRAME

         

CONSTUCRION TIME AGAIN       
         
 
 
SOME GREAT REWARD

        
      
      


THE SINGLES 81-85 
        
 
 
BLACK CELEBRATION

   

MUSIC FOR THE MASSES
          
   

 101

                                                                                      
    

VIOLATOR     
      

SONG OF FAITH & DEVOTION

        
     

ULTRA 

 

THE SINGLES 81-85 (REMASTERED)

        
      

THE SINGLES 86-98
  
 

EXCITER
   

  

REMIXES 81-04
          


PLAYING THE ANGEL


Ho ascoltato quasi tutti questi album a menadito, data la mia grande passione per questo gruppo e devo dire che, chi più chi meno, ho amato veramente ognuno di essi. Le mie canzoni preferite sono: Everithing counts (Construction time again), People are people, Master and Servant (Some great reward), Black celebration, A question of time (Black celebration), Behind the wheel (Music for the masses), Personal Jesus, Enjoy the silence (Violator), I feel you, Walking in my shoes, In your room (Songs of faith & devotion), Barrel of a gun (Ultra), Shake the disease, Just can’t get enough (The singles 81-85), Strangelove, Little 15 (The singles 86-98), Dream on, Freelove, I feel loved (Exciter), John the revelator, Suffer well, Precious, Damaged people, A pain that I’m used to (Playing the angel). Anche le altre non sono da meno, ma queste sono quelle che più mi hanno fatto ballare, scatenare e, perchè no, anche sognare.

Paul, Mick e gli altri

REGIA: Ken Loach

CAST: Dean Andrews, Thomas Craig, Joe Duttine, Steve Huison, Venn Tracey, Andy Swallow, Sean Glenn, John Aston
ANNO: 2001

TRAMA:

South Yorkshire, 1995. In Inghilterra sta avvenendo la privatizzazione delle ferrovie. Agli operai addetti alla manutenzione e alla segnaletica viene offerto uno “scivolo”: una cospicua somma di denaro in cambio dell’abbandono del proprio lavoro per essere assunti da imprese private a tempi determinati col doppio della paga. Unico neo: nessuna indennità di malattia, niente ferie pagate, niente assicurazione sanitaria, niente di niente, a parte lo stipendio. Decidere se restare o accettare lo “scivolo” sarà molto difficile per i nostri operai.

 


ANALISI PERSONALE

Paul, Mick e gli altri, ovvero The navigators, ovvero gli operai ferroviari così come vengono chiamati in Inghilterra. Ma la traduzione italiana ovviamente stravolge completamente il titolo, dedicandolo a Paul e Mick che in realtà non sono nemmeno i veri protagonisti di questo film, dato che hanno pari peso e importanza di tutti gli altri operai, trattandosi, se così vogliamo dire, di un film abbastanza corale. Forse, alla fine del film gli unici due nomi che i traduttori ricordavano erano quelli? Comunque a parte le storture di traduzione, ci troviamo di fronte ad un film discreto, tranquillo, elegante e forse, senza pretese di sorta.

La regia è di tipo documentaristico, come spesso capita di osservare nei film di Loach che riesce a creare perfettamente dei micromondi (cit. Brigitte), e a farci calare nelle realtà che decide di fotografare. Infatti, la recitazione, l’ambientazione, la fotografia, tutto ci porta a credere che stiamo osservando proprio la realtà, passo dopo passo, proprio come ci capita nei documentari. Ed è per questo che molto spesso Loach sceglie attori non professionisti prendendoli per la strada. All’inizio sono rimasta un po’ perplessa osservando la recitazione/non recitazione degli attori, perché si vedeva chiaramente che non erano dei professionisti, poi ho capito che era una cosa creata ad arte e devo dire che mi è anche piaciuta.

In questo caso, il mondo degli operai ferroviari e gli operai stessi sono stati elegantemente caratterizzati, la sceneggiatura che non sembra nemmeno una sceneggiatura, per quanto il tutto sembri davvero improvvisato è molto simpatica e realistica.

“Io vado a lavorare, credo sia meglio.”
“Io vado a cagare, mi scappa”.


Oltre alla sceneggiatura e alla recitazione realistiche, simpatiche ed eleganti, possiamo notare un’ambientazione molto caratteristica, dai cantieri dove lavorano gli operai al loro stabilimento e una colonna sonora molto allegra e simpatica, anche se in alcuni punti scade nella piacioneria e nello smielato (come ad esempio nella scena di sesso tra Mick e sua moglie, con Paul, loro ospite temporaneo, che nell’altra stanza si gira e si rigira per non ascoltare i loro “rumori”; o come quando Paul esce con la segretaria del suo stabilimento e dopo va a casa sua a “bere qualcosa”).

 

Ma la concretezza del film risiede tutta nella caratterizzazione dei vari personaggi: abbiamo Mick sposato con un figlio, che passa da un lavoro all’altro e che viene considerato un po’ una testa calda, poi c’è Paul, separato con due bambine che cerca di risalire a galla per avere l’opportunità di vederle, c’è il datore di lavoro, dagli operai chiamato Candeggina, che cerca di adattarsi a tutte le nuove regole che impone il mercato, Jerry il “vecchio” operaio che rimane ancorato alle sue radici e che non vuole assolutamente accettare lo “scivolo”, ed infatti è l’unico alla fine a rimanere alle dipendenze dello stabilimento, ma il più simpatico, irriverente e al tempo stesso vero è l’addetto alle pulizie che per me ha regalato i momenti più divertenti di questa pellicola:

“Non sapete che cazzo mi hanno fatto quei cazzoni? Cazzo! Mi hanno detto che con questo cazzo di lavoro ho chiuso! Cazzo! E sapete che cazzo faranno? Lo daranno a qualche appaltatore esterno del cazzo! Ecco che cazzo faranno! Cazzo, capito? E sapete che cazzo hanno detto ancora? Che se rivoglio il mio lavoro gli devo fare una cazzo di offerta in busta chiusa! E se riesco ad averlo questo lavoro del cazzo eh? Col cazzo che me lo daranno per più di sei mesi! Poi gli devo rifare l’offerta cazzo! Ma ci pensate?  Che cazzo, persino lo strofinaccio mi toccherà pagare di tasca mia, cazzo!”
“In poche parole sono cazzi!”

….

“Sapete che c’è? Uno meno educato di me direbbe le parolacce cazzo! Fanculo bastardi, teste di cazzo!!!”

 

In realtà, al di là del goliardismo e del “cameratismo” tra operai che inevitabilmente si viene a creare stando così tanto tempo a contatto, Loach tocca temi più profondi sfociando nella polemica e nella denuncia, a lui care. Ad essere preso di mira in questo caso sono proprio le privatizzazioni che riducono le possibilità di lavoro fisso, sicuro e assicurato, costringendo dei poveri operai ad accettare condizioni lavorative non proprio tra le migliori.

 

“L’epoca del posto fisso è tramutata. Ma le opportunità di lavoro ci sono, per ognuno di noi”, dice uno dei proprietari di queste aziende privatizzate che cerca in tutti i modi di arruolare personale.
Sempre lui poi pronuncia una frase chiave all’interno del film, che ci fa comprendere la natura di questo tipo di attività:

“Abbiamo già affrontato i piantagrane?”
“Quali piantagrane?”
“I sindacalisti”.

Il film, comunque, procede abbastanza lentamente e in alcuni punti diventa alquanto noioso, forse proprio perché è privo di spettacolarità ed è quasi una vera e propria fotografia della vita reale.
L’unica nota di spettacolarità forse, la troviamo nel finale tragico, che a dire il vero non ho gradito, proprio perché stonava col contesto e peccava un po’ troppo di sensazionalismo.

Insomma un film discreto, elegante, ma non di certo imperdibile, sicuramente Loach ha fatto di meglio.

“E’ meglio saltare da soli che essere spinti giù”

 

Regia: 7,5
Sceneggiatura: 7
Recitazione: 6,5
Fotografia: 6
Colonna sonora: 6,5
Ambientazione: 7,5
Voto finale: 7

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

C’è mancato poco che non succedesse mai… (da "La 25a ora")

 


LOCANDINA

Woody Allen

Regista, clarinettista, battutista, sceneggiatore, attore, e chi più ne ha più ne metta. Woody Allen, nonostante non sia un adone, è l’uomo che quasi ogni donna (o perlomeno io, meglio parlare per sé), desidererebbe al suo fianco, e ne sono un esempio gli amori che ha vissuto negli anni, tutti con donne bellissime. Woody Allen riesce a farti ridere con battute intelligenti, sarcastiche, mai stupide o scontate, nonostante gli argomenti a lui cari siano praticamente sempre gli stessi: la psicoanalisi, l’ebraismo, il sesso, il cinema, la filosofia. Ma riesce a farlo in maniera così ironica e così diversa e divertente ogni volta, che non ti fa mai stancare di guardare i suoi film, tutti più o meno meravigliosi e tutti più o meno forieri di successi immensi. Ovviamente nella sua vastissima produzione ci sono delle pellicole di livello inferiore rispetto alle altre, ma è cosa del tutto normale in un artista a tutto tondo e così longevo come il caro e buffo Woody. Un ‘altra cosa che adoro in lui è l’amore pazzesco che ha verso la sua città, New York, amore che riesce a trasmettere a noi spettatori, quasi conoscessimo a menadito come lui la meravigliosa Manhattan, molto spesso immortalata in alcuni dei suoi migliori film. Insomma, Woody è uno dei miei registi ma anche attori preferiti, nessuno mi fa ridere, emozionare e riflettere come lui, proprio perché sono delle risate, delle emozioni e delle riflessioni intelligenti. Peccherà forse di troppo intellettualismo? Meglio, io adoro gli intellettuali!

 
«Ho smesso di fumare. Vivrò una settimana in più e in quella settimana pioverà a dirotto.»

«Ho 12 anni. Vado alla sinagoga. Chiedo al rabbino qual è il significato della vita. Lui mi dice qual è il significato della vita. Ma me lo dice in ebraico. Io non lo capisco, l’ebraico. Lui chiede 600 dollari per darmi lezioni di ebraico.»

«Gli americani non gettano mai via i loro rifiuti. Li trasformano in show televisivi!»

«É assolutamente evidente che l’arte del cinema si ispira alla vita, mentre la vita si ispira alla TV.»

«Il mio primo film era così brutto che in sette stati americani aveva sostituito la pena di morte.»

 

Biografia e notizie tratte da Wikipedia

Allen Stewart Königsberg nasce il 1° dicembre 1935 a Brooklyn, New York in una famiglia di modesta condizione sociale di origini russe ed austriache. Il padre, Martin Königsberg (1900-2001), svolge diversi lavori: lavora prima come incisore di gioielli presso un orafo, poi come cameriere a Manhattan e infine come tassista; la madre, Nettea Cherry (1908-2002), detta Netty, è impiegata come contabile presso un fiorista ed entrambi provengono da famiglie ebree di origine europea. Nel 1943 nasce sua sorella, Letty Aronson, che in futuro lo sosterrà sempre e gli sarà sempre molto vicina.
All’età di 3 anni la madre lo porta al cinema a vedere primo lungometraggio d’animazione della Disney, Biancaneve e i sette nani (1937), che affascina e segna il piccolo Woody indelebilmente; da allora, come spesso ha raccontato successivamente in diverse interviste, la sala cinematografica diventa la sua seconda casa. Da ragazzo il suo film preferito è La fiamma del peccato (1944) di Billy Wilder.
Il primo anno di scuola viene messo in una classe avanzata grazie al suo elevato QI, ma sviluppa da subito un odio per lo scuola diventando un ribelle, non svolgendo i compiti a casa, rispondendo male agli insegnanti e disturbando continuamente in classe. Sorprendentemente si dimostra molto abile negli sport, pallacanestro, football americano, baseball, stickball, sia a scuola che nel quartiere; si appassiona anche al pugilato, allenandosi per diversi mesi prima che i suoi genitori gli chiedessero di smettere.
Soprannominato Red, "rosso", dai compagni per i suoi capelli rossi, si distingue tra gli studenti per il suo straordinario talento nei giochi di carte e nei trucchi di magia, cui si appassiona e che in seguito spesso appariranno nelle sue opere. All’età di 15 anni partecipa ad un’audizione per il programma televisivo The Magic Clown, per il quale esegue un trucco chiamato Passe-Passe Bottles, ma non viene messo in onda perché comprendeva l’uso di bottiglie di alcolici, ed il programma era destinato ad un pubblico di bambini. Nel frattempo inizia anche a suonare il clarinetto.
Dopo aver frequentato la scuola ebraica per otto anni e quella pubblica, la Public School 99, Allen viene iscritto alla Midwood High School di Brooklyn, dove conosce Mickey Rose, futuro co-autore di alcune delle sue prime sceneggiature, con il quale condivide gli interessi per il basket, il baseball, il cinema e la musica jazz. Durante quegli anni vive sulla Avenue K, tra la 14a e la 15a Est.
Continua a dimostrare poco interesse per lo studio e la lettura, preferendo di gran lunga la scrittura di gag e barzellette, che spedisce ai giornalisti umoristici Walter Winchell e Earl Wilson, i quali, entusiasti del materiale ricevuto, decidono di contattare l’autore e di trovargli un agente, David O. Alber, che inizia a far pubblicare Allen su diverse riviste e giornali.


Nel 1952, all’età di 17 anni, assume lo pseudonimo di Woody Allen, in onore del celebre clarinettista jazzWoody Herman. Due anni dopo, nel 1954, viene assunto dalla rete televisiva nazionale ABC, della quale diventa l’autore di punta scrivendo per celebri programmi come il The Ed Sullivan Show e The Tonight Show.
Nel 1955 inizia la sua prima relazione stabile con Harlene Rosen, studentessa di filosofia; i due si incontrano casualmente per formare un trio jazz insieme all’amico di Allen Elliot Mills; nel gruppo, che suona insieme in un’unica occasione, Allen suona il sassofono soprano, la Rosen il pianoforte e Mills le percussioni. Nel 1955 passa alla rete televisiva NBC e si trasferisce ad Hollywood, senza Harlene, per unirsi ad un gruppo di scrittori per il programma The Colgate Comedy Hour. L’autore principale dello show è Danny Simon, fratello maggiore dell’autore teatrale Neil Simon, al quale Allen in seguito ha sempre riconosciuto di averlo aiutato a sviluppare il suo classico stile di scrittura.
Il 15 marzo 1956, all’età di 20 anni, la coppia si sposa ad Hollywood, per poi tornare a New York ed andare a vivere insieme a Manhattan. I due divorziano bellicosamente dopo sei anni nel 1962. Harlene Rosen, alla quale Allen si riferiva spesso nei suoi spettacoli di cabaret definendola "la terribile signora Allen" ("the dread Mrs. Allen"), successivamente denunciò l’ex-marito per diffamazione per alcuni commenti che questi aveva fatto in alcuni show televisivi poco dopo il loro divorzio. La versione di Allen nel suo album Standup Comic, che raccoglie i suoi migliori pezzi comici degli anni sessanta, è diversa; nel suo pezzo Allen racconta che l’ex-moglie lo denunciò per una battuta che fece in un’intervista. In un’intervista successiva al The Dick Cavett Show, Allen riaccese la polemica ripetendo i propri commenti, pur riferendosi alla Rosen come alla sua "seconda moglie", e riferendo che l’ammontare della somma richiesta per la causa era di 1 milione di dollari.
I genitori progettano di farlo studiare all’università, ma la frequentazione di Allen alla New York University, dove studia comunicazione e cinema, si limita ad un solo semestre, peraltro senza grandi risultati; frequenta quindi brevemente il City College of New York, ma i risultati sono li stessi dell’esperienza precedente. La sua carriera, invece, non conosce sosta.
Come autore scrive i pezzi per numerosi comici al prezzo di 100$ al minuto, e tra il 1956 e il 1958 lavora al teatro Tamiment, dove fa grande esperienza come autore e regista; il teatro, infatti, produceva settimanalmente nuovi musical e sketch comici, che Woody scrive e dirige. Di nessuno di questi spettacoli esiste ancora oggi il copione, fatta eccezione per lo spettacolo della serata d’apertura, la cui sceneggiatura è stata ritrovata al teatro recentemente.
Nel novembre 1958 inizia a lavorare come co-autore con Larry Gelbart per il The Chevy Show della NBC. Il programma, presentato dalla celebre stella televisiva Sid Caesar, dura per oltre 10 anni.

 

In questi anni Allen si accontenta del suo lavoro per la TV, che gli frutta più di 1.700$ a settimana. Dopo aver visto uno spettacolo di Mort Sahl, tuttavia, e con la perdita di interesse nel suo lavoro autore televisivo, prende la decisione di iniziare una propria carriera come cabarettista.
Nel 1958 cambia agenti, passando nelle mani di Jack Rollins e Charles H. Joffe, che saranno poi i produttori di tutti i suoi film, anche se con i due curiosamente Allen non ha mai siglato un contratto ufficiale, ma solo una "stretta di mano", nonostante i suoi manager abbiano nel tempo negoziato per lui contratti da milioni di dollari, senza che ci sia mai stata la minima controversia. I due manager lo spronano a portare sul palco il suo stesso materiale.
L’anno successivo, iniziando a sentirsi malinconico senza capirne il motivo, per la prima volta decide di consultare uno psicoanalista. Da allora, e per più di 30 anni, la terapia diventa un appuntamento fisso alla media di una seduta a settimana, con brevi periodi di pausa e con periodi più intensi con anche 3 appuntamenti a settimana. La psicoanalisi sarà un elemento portante dei suoi film e del suo personaggio.
Nel 1960 inizia ufficialmente la sua carriera di stand-up comedian, esibendosi con grande successo in numerosi night club newyorchesi. Nel frattempo continua a scrivere per la televisione, in particolare per il popolare programma Candid Camera, nel quale appare persino in alcuni episodi. Conosce, nel frattempo, Marshall Brickman, con il quale collabora come autore TV, con il quale in futuro scriverà alcune delle sue migliori sceneggiature.
Insieme ai suoi manager riesce a trasformare le sue debolezze nel suo punto di forza, sviluppando la sua classica immagine nevrotica, cerebrale e timida che diventerà una costante delle sue pellicole. Diventa in breve molto popolare come comico, e i suoi spettacoli diventano sempre più richiesti e frequenti. Durante questo periodo usa qualche volta il nome d’arte di Heywood Allen, anche se mai in maniera ufficiale.
Inizia a scrivere storie brevi per alcune riviste (la maggior parte delle quali per il prestigioso The New Yorker) ed opere teatrali; il primo successo a Broadway arriva con Don’t Drink the Water (1966), che viene replicato per 598 performance.
Il 2 febbraio 1966 si risposa nuovamente, questa volta con l’attrice e comica Louise Lasser. Sceglie la moglie come una delle voci per il doppiaggio suo primo film da regista, Che fai, rubi? (1966), e le trova un ruolo minore nel suo secondo film, Prendi i soldi e scappa (1969). La Lasser sarà da quel momento co-protagonista di altre due delle prime pellicole di Allen, Il dittatore dello stato libero di Bananas (1971) e Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso * ma non avete mai osato chiedere (1972), oltre che del cortometraggio Men of Crisis: The Harvey Wallinger Story (1971), prima della fine della loro relazione, inaugurando quello che poi per Allen diventerà una sorta di abitudine. La coppia divorziò nel 1969; Allen non si risposerà fino al 1997.
Allen continua la sua carriera di comico fino al 1968, diventando sempre più popolare ogni anno; agli inizi nel 1960 guadagnava solamente 75 dollari la settimana, ma già nel 1964 era un comico affermato e richiesto in tutto il paese, e i suoi guadagni settimanali arrivavano ad oltre 5000 dollari. Nel suo periodo come showman pubblica tre album con i suoi sketch, Woody Allen, Woody Allen Volume 2 e The Third Woody Allen Album. Oggi l’unica registrazione reperibile è il CD del 1978 Woody Allen: Standup Comic, una raccolta dei migliori pezzi.

 
Nel 1965 firma la sua prima sceneggiatura cinematografica: Ciao Pussycat, diretto da Clive Donner, nel quale appare in un ruolo minore accanto a Peter Sellers, Peter O’Toole, Romy Schneider, Capucine ed Ursula Andress.
Nel 1966 realizza il suo primo lungometraggio, Che fai, rubi?, per il quale firma la sceneggiatura e la regia, e nella quale appare in veste di attore. Il film utilizza diverse clip del film giapponese Kokusai himitsu keisatsu: Kagi no kagi (1965, noto anche con il titolo inglese internazionale di International Secret Police: Key of Keys) di Senkichi Taniguchi, una sorta di parodia di una pellicola di James Bond, i cui dialoghi vengono doppiati in inglese completamente reinventati in chiave comica e surreale da Allen: la storia del film di Taniguchi si trasforma in una lotta per il possesso di una ricetta di un’insalata di pollo.
Del 1967 è la sua partecipazione al film collettivo James Bond 007 – Casino Royale, una parodia "non ufficiale" della saga dedicata a James Bond.

 

Dopo aver divorziato da Louise Lasser, nel 1969 durante i provini per la messa in scena a Broadway della sua celebre e fortunata opera teatrale Provaci ancora, Sam, che diventerà un film diretto da Herbert Ross1972 con lo stesso Allen protagonista, incontra Diane Keaton. Lo spettacolo ottiene anch’esso un grande successo e viene replicato per 453 performance.
Durante la loro collaborazione, i due danno inizio a una relazione duratura che darà vita anche ad un proficuo sodalizio artistico; Allen, infatti, sceglierà sempre la compagna come protagonista di tutte le sue pellicole, tra le quali Io e Annie (1977), che frutta ad Allen tre premi Oscar 1978. per il "miglior film, la "miglior regia" e la "miglior sceneggiatura originale", ed alla Keaton quello per la "miglior attrice protagonista". Il film è interamente dedicato alla Keaton: il personaggio di Annie Hall, la protagonista, ha il vero cognome di Diane Keaton, che la interpreta, il cui vero nome è proprio Diane Hall. Annie è inoltre il soprannome con cui Woody Allen chiamava la sua compagna. La coppia non si è mai sposata. Allen, anche dopo il suo matrimonio con Soon-Yi Previn, ha sempre definito Diane Keaton come il grande amore della sua vita.
I due hanno collaborato spesso, anche dopo la separazione, ed insieme hanno girato 8 film: Provaci ancora, Sam (1972), Il dormiglione (1973), Amore e guerra (1975), Io e Annie (1977), Interiors (1978), Manhattan (1979), Radio Days (1987) e Misterioso omicidio a Manhattan (1993).
Tutti i primi film di Allen sono commedie pure che puntano molto su una comicità fisica slapstick, battute fulminee e gag visive, che da sempre caratterizzano i dialoghi di Allen, tenute insieme da una trama esile, creata ad arte come raccordo tra le varie situazioni necessarie per gli sketch.. Protagonista di tutte queste sue prime pellicole è lo stesso Allen, che punta molto sulla sua figura perfetta per il suo stile di comicità. Tra le maggiori influenze di questo periodo figurano Bob Hope e Groucho Marx.

 
Nel 1976 recita in Il prestanome di Martin Ritt, una pungente satira sulle "liste nere" della Hollywoodmaccartista degli anni cinquanta.
I maggiori successi di Allen, critici e commerciali, arrivano nella decade che inizia nel 1977 con l’uscita nelle sale di Io e Annie, che gli vale 4 Oscar 1978 ("miglior film, "miglior regia", "miglior sceneggiatura originale" e "miglior attrice protagonista" alla Keaton) e 1 Golden Globe ("miglior attrice protagonista musical/commedia", sempre alla Keaton). Il film, oggi considerato un classico moderno, segna il passaggio di Allen ad una comicità più sofisticata, mescolata ad aspetti drammatici, segnando allo stesso tempo un nuovo modello per il genere della commedia romantica, ed influenzando la moda con lo stile particolare di vestiti scelto dalla Keaton per il suo personaggio; il film è di per sè un omaggio alla sua compagna.
Alla pellicola seguono in breve tempo altri due successi, sofisticato Interiors (1978), suo primo film drammatico e prima pellicola nella quale non appare in veste di attore, ispirato ad uno degli idoli di Allen, Ingmar Bergman, e Manhattan (1979), una serenata alla sua amata New York con le musiche di George Gershwin, definito da alcuni critici statunitensi "l’unico grande film americano degli anni settanta", condito da una comicità meno buffonesca e più riflessiva.
Negli anni ottanta Allen comincia ad inseire nei suoi film diversi riferimenti filosofici. Al Festival di New York del 1980 presenta Stardust Memories, dalla forte componente autobiografica, ispirato al cinema europeo ed in particolare a Federico Fellini ed Ingmar Bergman, accolto freddamente dai critici. Nel film un regista di successo, Sandy Bates, interpretato dallo stesso Allen, esprime il suo risentimento e il suo disprezzo per i propri fan; sconvolto dalla recente morte di un caro amico, Bates afferma di non voler mai più girare film comici, ed una gag ricorrente per tutto il film vede diverse persone (compreso un gruppo di alieni!) esprimere a Bates il proprio apprezzamento per i suoi film, "specialmente i primi comici".
L’anno successivo scrive e dirige Zelig, tragicomica parodia idiosincratica di un documentario degli anni venti e trenta, da molti considerato uno dei sui capolavori.

 

Verso il 1980, Allen inizia una lunga relazione, durata oltre 12 anni, con l’attrice Mia Farrow, la quale, come Louise Lasser prima e Diane Keaton poi, avrà da quel momento i ruoli da protagonista in diversi suoi film. Scrive appositamente per lei Una commedia sexy in una notte di mezza estate (1982).
La Farrow ed Allen non si sposarono mai, ma insieme adottarono due bambini, Dylan Farrow (che ha cambiato il suo nome in Eliza ed è oggi noto come Malone) e Moses Farrow (nota come Misha), ed ebbero un figlio biologico, Satchel Farrow (oggi noto come Ronan Seamus Farrow). Allen non adottò nessuno degli altri figli della Farrow e del suo ex-marito André Previn, compresa l’orfana coreana Soon-Yi Farrow Previn (oggi nota semplicemente come Soon-Yi Previn).
Allen e la Farrow si separarono nel 1992, dopo che la donna scoprì alcune fotografie di Soon-Yi nuda scattate dal compagno, e la successiva ammissione di Allen della relazione con la figlia adottiva. Dopo la separazione iniziò una lunga e pubblica battaglia legale tra i due per la custodia dei figli. Durante il processo, la Farrow accusò Allen di abusi sessuali sulla figlia adottiva di sette anni Malone. Il giudice concluse che le accuse erano prive di fondamento e non si arrivò mai in tribunale. Allen non venne indiziato, ma il giudice definì comunque "inappropriata" la sua condotta. La custodia dei tre figli della coppia venne affidata alla Farrow. Ad Allen è stato negato il permesso di visitare Malone, e può vedere Ronan solamente sotto supervisione, mentre Misha, all’epoca quattordicenne, decise di non vedere suo padre.
In un’intervista del 2005 a Vanity Fair, Allen ha dichiarato che nonostante lo scandalo che ha danneggiato la sua reputazione e la sua immagine, la scoperta della Farrow delle fotografie fu "solo uno degli eventi fortuiti, dei colpi di fortuna della mia vita [...] è stato un punto di svolta in meglio." Sulla sua relazione con la Farrow ha dichiarato "Sono sicuro che ci sono delle cose che avrei dovuto fare diversamente. [...] Probabilmente in retrospettiva avrei dovuto dichiarare la relazione prima di quanto feci." Solo un anno dopo la separazione e la battaglia legale, Allen considerò brevemente la Farrow come candidata per il ruolo di sua moglie nel film La dea dell’amore, ruolo poi andato a Helena Bonham Carter su suggerimento del direttore del casting.
La coppia insieme ha girato 13 film: Una commedia sexy in una notte di mezza estate (1982), Zelig1983), Broadway Danny Rose (1984), La rosa purpurea del Cairo (1985), Hannah e le sue sorelle (1986), Radio Days (1987), Settembre (1987), Un’altra donna (1988), New York Stories (1989), Crimini e misfatti1989), Alice (1990), Ombre e nebbia (1992) e Mariti e mogli (1992).

 
Poco dopo lo scoppio dello scandalo esce Mariti e mogli (1992), l’ultimo film della coppia Allen-Farrow, il film più autobiografico e sincero, con un incredibile cast di quarantadue attori, di cui sette protagonisti, cui segue Misterioso omicidio a Manhattan (1993), che combina thriller e commedia nera, nel quale torna a recitare accanto a Diane Keaton, e Pallottole su Broadway (1994).
Nello stesso anno dirige la trasposizione cinematografica di una sua vecchia commedia per la ABC, Don’t Drink the Water, già precedentemente portata sul grande schermo da Howard Morris, con il titolo Come ti dirotto il jet, nel 1969.
Verso la metà degli anni novanta la sua produzione torna ad assumere toni più leggeri, pur mantenendo uno stile ricercato ed intelligente; nel 1995 esce La dea dell’amore, che frutta un premio Oscar alla protagonista Mira Sorvino; nel 1996 Allen dirige il suo primo musical, Tutti dicono I Love You, ambientato a Venezia, New York e Parigi. Gli attori furono informati dal regista che avrebbero dovuto cantare loro stessi solamente il primo giorno delle riprese. Subito dopo la realizzazione della pellicola Allen ha dichiarato di voler dirigere un altro musical, ma da allora non si è mai saputo più nulla di tale progetto.
Nel 1997 è la volta di Harry a pezzi, altro film meta-cinematografico ispirato al capolavoro del regista svedese Ingmar Bergman Il posto delle fragole (1957) che ottiene una nomination all’Oscar per la migliore sceneggiatura originale.
Il 22 dicembre 1997 sposa a Venezia la compagna Soon-Yi, alimentando nuove polemiche, e si dedica a un progetto sul mondo del cinema e della moda, Celebrity (1998), completamente girato a New York, in bianco e nero, che si avvale della fotografia di Sven Nykvist, col quale aveva già collaborato negli anni ottanta, e che vanta un ricco cast con Leonardo DiCaprio, Melanie Griffith, Kenneth Branagh e Winona Ryder.
Nel 1998 esordisce come doppiatore nel film d’animazione della DreamWorks Z la formica, nel quale dà la voce a Z, il protagonista del film, formica nevrotica modellata sulla sua personalità e sul suo aspetto; esce anche Wild Man Blues, un documentario di Barbara Kopple che ha seguito il tour europeo di Allen e della sua jazz band.
Nel 1999 esce Accordi e disaccordi, presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia
dedicato al mondo del jazz degli anni trenta.

Nel 2000 cambia studio di produzione e passa alla DreamWorks SKG: il primo film girato per la nuova compagnia è Criminali da strapazzo, che presenta un’inversione di tendenza: Allen inizia a concedere più interviste e sembra intenzionato a tornare alle origini del suo stile comico. La pellicola è un discreto successo commerciale in patria, ma le quattro successive si rivelano dei flop al botteghino e vengono accolti male dalla critica: nel 2001 dirige La maledizione dello scorpione di giada, un omaggio ai film dell’epoca d’oro di Hollywood, e continua la sua prolifica produzione con Hollywood Ending (2002), nel quale, probabilmente non a caso, interpreta un vecchio regista hollywoodiano in declino, Anything Else2003) e Melinda e Melinda (2004). I suoi film ottengono un maggior successo in Europa, in particolare in Francia, dove il regista ha molti fan, e lo stesso Allen ha dichiarato di "sopravvivere" grazie al mercato europeo.
Nel frattempo nel 2000 recita in Ho solo fatto a pezzi mia moglie di Alfonso Arau.

 

Il ritorno alla ribalta, quando tutti ormai lo consideravano un regista finito, avviene al Festival di Cannes2005, dove presenta un film atipico per la sua filmografia, Match Point, con Jonathan Rhys-Meyers e Scarlett Johansson. Allen, questa volta solo sceneggiatore e regista, abbandona i toni della commedia per girare un dramma/thriller di denuncia sociale ambientato a Londra, lontano dalla sua New York, e cambia anche la colonna sonora: non più jazz, ma musica lirica.
Il film incassa negli USA più di 23 milioni di dollari (rivelandosi il suo film più proficuo degli ultimi 20 anni) e Allen riceve ancora una volta una candidatura gli Oscar per la sceneggiatura. In un’intervista rilasciata a Premiere Magazine, Allen ha dichiarato di considerare Match Point il suo miglior film.
Il 28 luglio 2006 esce negli USA il suo nuovo film, Scoop, scritto appositamente per poter nuovamente lavorare con Scarlett Johansson, divenuta sua nuova musa, accanto a Hugh Jackman, Ian McShane e Kevin McNally, e nuovamente ambientato a Londra. Nel film, un ritorno alla commedia, Allen torna a recitare dopo 3 anni di assenza dagli schermi (l’ultima apparizione era stata in Anything Else nel 2003).

 

Curiosità

  • Allen si rifiuta di guardare i suoi film dopo la loro uscita nelle sale, il regista, infatti, ha affermato che rivedendo la pellicola finita sicuramente penserebbe che il film non fosse sufficientemente buono e che avrebbe potuto fare di meglio. Anche per questo motivo non ha mai registrato un commento audio per nessuno dei suoi film da includere nei DVD, per i quali pretende edizioni semplici, prive di extra, monodisco e con l’audio mono che caratterizza tutti i suoi film.
  • Grande appassionato di pallacanestro, come di molti altri sport, baseball soprattutto, Allen è da molti anni un abbonato della squadra NBA della "Grande Mela", i New York Knicks, dei quali non perde una partita. I piani di lavorazione sono basati anche sulle date e sugli orari delle partite, in modo che Allen possa finire in tempo le riprese della giornata e andare a vedere la partita.
  • Quasi tutte le sequenze dei titoli di apertura e di chiusura dei film di Allen presentano come carattere di scrittura il Windsor bianco su sfondo nero, senza effetti di scorrimento, con musica jazz di sottofondo.

«Adoro la città, non mi piace la campagna. Fuori da New York ci sono solo due città al mondo dove mi sento a casa: una è Venezia, l’altra è Parigi. Sono venuto a Venezia per la prima volta a cinquant’anni e prima di arrivare, mentre stavo sull’aereo, ero preso dalle angosce: non mi piaceva molto l’idea di dovere andare in giro con una gondola oppure su una barca. Quando, però, mi sono trovato per la prima volta a solcare la laguna, il tempo melanconico, le emozioni del paesaggio, la gioia irrazionale che mi derivava dall’esserci me l’hanno fatta amare. So che è pazzesco, ma per qualche motivo che non so spiegare New York, Parigi e Venezia hanno per me un denominatore comune che me le fa sentire molto vicine. Io ho girato tutto il mondo e tutta l’Europa. Queste tre città, nel mio cuore, non hanno uguali.»

FILMOGRAFIA DA REGISTA

 

Inutile dire che di questa lista me ne mancano davvero pochi da visionare ancora, ma sarà fatto al più presto, proprio perché quando guardo i suoi film il tempo sembra non esistere più, tanto vengo immersa nelle sue storie e nel suo modo di fare cinema, così elegante, pulito, così europeo se vogliamo dire. Insomma, nonostante qualche flop (anche se per me non ci sono flop nella sua carriera, al massimo qualche film minore, ma di certo non brutto), rimane uno dei più grandi registi che il mondo della cinematografia oggi può vantare. I film che più mi hanno fatto sognare sono Io e Annie, Manhattan e Stardust memories, ma ho amato tantissime altre sue pellicole.
Il regista inoltre ha vinto numerosi premi: Oscar, Golden globe, BAFTA, Leone d’oro, Orso d’oro e molti altri.

 

Sonja: Oh no, Boris, no! Ti prego! Il sesso senza amore è una vacua esperienza.
Boris: D’accordo ma… nella sfera delle esperienze vacue, è una delle migliori! (Amore e guerra)

Non credo in una vita ultraterrena; comunque porto sempre con me la biancheria di ricambio.

("Colloqui con Helmholtz" in Saperla lunga)

Metti che tutto sia illusione e niente esista? Ma allora avrei pagato uno sproposito per quella moquette! Se solo Dio potesse darmi un segno! Per esempio intestandomi un conto in qualche banca svizzera. ("Frammenti di diario" in Citarsi addosso)

Annie: Oh, sei in analisi.

Alvy: S-sì. Oh… da quindici anni appena.

Annie: Quindici anni?

Alvy: Sì, hm… adesso gli do un altro anno di tempo… e poi vado a Lourdes.

(Io e Annie)

 

Alvy: Ho una concezione molto pessimistica , io, della vita. devi saperlo, questo, sul mio conto, se dobbiamo frequentarci, mi spiego. Io… secondo me… io ritengo che la vita sia divisa in due categorie: l’orribile e il miserrimo. Sono queste le due categorie. Orribile sarebbero, non so, hm… i casi più gravi, mi spiego? Tutti i ciechi, gli storpi e così via.

Annie: Sì.

Alvy: Non so… Non lo so mica, come tirano avanti. Per me è qualcosa di stupefacente. Mi spiego? Miserrimo sono tutti gli altri. E’ tutto, tutto qui. Quindi, quando pensi alla vita, devi ringraziare il cielo se sei soltanto miserrimo, perché è… è una grossa fortuna… essere… essere miserrimo. (Io e Annie)

" Io credo che il delitto, alla lunga, renda bene. Insomma, offra soddisfazioni. Le ore di lavoro non sono molte, non dipendi da nessuno, viaggi, conosci gente interessante…Insomma, è un buon lavoro. " (Prendi i soldi e scappa)

Sarò giustiziato domattina alle 6 per un crimine che non ho commesso: avrei dovuto essere giustiziato alle 5, ma ho un avvocato in gamba

L’unica volta che i due raggiunsero un orgasmo simultaneo fu quando il giudice porse loro la sente

Preferisco la cremazione alla sepoltura, e tutte e due ad un weekend con mia moglienza di divorzio

L’ultima volta che sono stato dentro una donna è stato quando ho visitato la Statua della Libertà

 

 

" Provo un intenso desiderio

di tornare nell’utero…

…Di chiunque. "