Classificone di fine anno!

Siccome ne ho fatti moltissimi ho deciso di indire per fine anno la classifica dei miei header di modo tale da vedere qual’è il preferito dai miei lettori. Fatevi forza e votate numerosi!!!

 



































Mi rendo conto che sono tantissime e tutti stupende (evviva la modestia) ma abbiate pietà di me e cercate di votare comunque quella che secondo voi è la migliore così alla fine stilerò una classifica che stabilirà in che ordine inserire i vari header. Premettendo che ne ho fatti anche altri a cui non sapevo che citazione affiancare e che ne farò moltissime altre, per il momento mi atterrò a queste!!!

Chicago

REGIA: Bob Marshall

CAST: Reneè Zellweger, Catherine Zeta-Jones, Richard Gere, John C. Reilly, Queen Latifah, Lucy Liu
ANNO: 2002

TRAMA:

La famosa cantante e ballerina di palcoscenico Velma Kelly e l’aspirante tale Roxie Hart, si ritrovano in prigione per aver ucciso rispettivamente sorella e marito infedeli e amante bugiardo. Quella che sembra essere una disgrazia, le porterà entrambe a scalare le vette della celebrità.





ANALISI PERSONALE

Musical scoppiettante, intrigante, ironico, divertente e coloratissimo questo Chicago. La sua forza è nelle scenografie, nei costumi, nelle affascinanti musiche jazz d’altri tempi e soprattutto nelle straordinarie interpretazioni che travalicano la normale concezione del mestiere dell’attore, andando ad arricchirsi anche di stupende interpretazioni canore e coreografiche. Tutti gli attori protagonisti sono in parte, nessuno risulta fuori luogo o inadeguato a partire dalla magnetica Catherine Zeta Jones, passando per la “gattinesca” Reneè Zellweger, fino ad arrivare al favolosamente triste John C. Reilly e allo sfacciato e sexy Richard Geere. Degne di nota anche le prestazioni di quella Queen Latifah presa in prestito dalla musica e della ruggente Lucy Liu, più graffiante che mai.

La storia comincia con Velma (Catherine Zeta-Johnes) che si affretta ad andare sul palcoscenico, dopo aver assassinato sua sorella (con la quale si esibiva) e suo marito, beccati a letto insieme.
Ad assistere al suo show c’è mezza Chicago e anche la biondina slavata Roxie (Reneè Zellweger) accompagnata dal suo amante Fred che le ha promesso di farla entrare in qualche modo nel mondo dello spettacolo.
Le settimane passano però e per Roxie non ci sono novità. Quando le appare chiaro che Fred l’ha usata solo per portarla a letto, “non ci vede più dalla rabbia” e lo uccide a sangue freddo con la pistola di suo marito Amos (John C. Reilly). Dopo aver tentato inutilmente di far ricadere la colpa sul povero Amos, la piccola Roxie viene arrestata e portata nel braccio della morte insieme ad altre sei crudeli assassine, tra cui la famosa Velma.
Per Roxie sembra mettersi male: non solo non potrà mai più realizzare il suo sogno di diventare una celebre artista da palcoscenico, ma molto probabilmente finirà sulla forca. E come se non bastasse il carcere è gestito da una corpulenta donna di colore che si fa chiamare “Mama” (Queen Latifah) che non fa niente per niente, accettando di aiutare le donne solo in cambio di cospicue somme di denaro. Denaro che non manca di certo a Velma, la quale sopporta meglio la permanenza in carcere, durante la quale cerca di spianarsi la strada per un’uscita trionfale. Si fa difendere dal migliore avvocato di Chicago, Billy Flyny (Richard Geere) e cerca di farsi pubblicità in tutti i modi, passando per la vittima del caso, piuttosto che per la carnefice.



Ben presto Roxie si renderà conta di aver bisogno di Billy e, sfruttando nuovamente l’amore e l’ingenuità di suo marito, riuscirà ad ottenere i suoi “servigi”. Grazie all’abile furbizia dell’avvocato smaliziato, Roxie riuscirà a costruire una campagna pubblicitaria più grande di quella di Velma, che passerà così in secondo piano. La giovane donna diventerà una star, e tra un colpo di scena e l’altro (qualcuno vero, qualcuno abilmente inventato da lei o dall’avvocato) diventerà la numero uno a Chicago. Ma il pubblico si sa, si stanca facilmente e basta un non nulla a far dimenticare anche la più grande delle star.
Ma è poi così facile dimenticare due assassine che si uniscono per esibirsi? Velma e Roxie si fanno la stessa domanda e arrivano ad una brillante conclusione.

Attraversato da una non molto sottile critica a quella società (che è poi anche la nostra) della spettacolarizzazione delle tragedie (Velma torna ad essere famosa e Roxie lo diventa, perché è un’assassina che si esibisce in balletti succinti e canzoni sensuali), Chicago trova i suoi punti di forza quando traspone le vicende dei protagonisti sotto forma di musical, piuttosto che quando ne narra le reali vicissitudini, riuscendo a distinguere nettamente la situazione reale da quella onirica anche grazie ad un abile uso della fotografia e ad un’interessante gioco di luci e di colori che si fanno molto più potenti e intensi quando assistiamo alla parte musicata e molto più cupi e scuri quando torniamo “coi piedi per terra”.

Stupenda l’esibizione del Mr Cellophane di John C. Reilly (che meritava indubbiamente l’Oscar) e meravigliosamente originale e particolare il duetto da ventriloquo tra Richard Geere e Reneè Zellweger con tutta una serie di “burattini” al seguito. Fenomenale anche la Zeta-Jones quando canta All that jazz, ammaliante Queen Latifah con il suo When you’re good to Mama ed estremamente sexy il “buontempone” Geere nell’esibizione di un rocambolesco tip-tap “giudiziario”.
Vincitore di 6 premi Oscar (miglior film, miglior attrice non protagonista
a Catherine Zeta-Jones, miglior montaggio, miglior scenografia, miglior costumi e miglior sonoro) su 14 nomination (tra cui quelle alla Zellweger e a Reilly che sarebbero state più che meritate), questo è uno dei migliori musical mai sfornati a Hollywood, contrassegnato da ottime coreografie musicate magistralmente e interpretate squisitamente dagli attori che hanno eseguito loro stessi sia la parte cantata che quella coreografata e che sono quindi meritevoli di un triplice applauso.

Regia: 8
Sceneggiatura: 7,5
Recitazione: 8,5
Fotografia: 8,5
Colonna sonora: 9
Ambientazione: 9
Voto finale: 8,5

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Il guardiano del castello a Re Artù che vuole entrare: "Figlio di madre sterile e di padre impotente". (Da "Re Artù")(Monty Python)



LOCANDINA


La promessa dell'assassino

REGIA: David Cronenberg

CAST: Viggo Mortensen, Vincent Cassel, Naomi Watts, Armin Mueller-Stahl, Sinèad Cusack, Jerzy Skolimowski
ANNO: 2007

TRAMA:

Un’ostetrica assiste al parto di una ragazzina russa di 14 anni che muore mettendo alla luce sua figlia. Per scoprire le origini della neonata, inizia ad indagare traducendo il diario segreto di sua madre, scoprendo legami con la mafia russa. 

 




ANALISI PERSONALE

Un uomo è mai veramente nudo se il suo corpo è coperto di tatuaggi? Un uomo può riuscire a difendersi solo con la forza del proprio corpo? Questi sono alcuni dei quesiti che il grande Cronenberg ci propone con questo suo noir dai sapori forti. Le vite di tre persone si intrecciano “grazie” alla morte di una giovane ragazza che cela dei segreti inconfessabili, raccontati solo ad un diario segreto. Le tre persone in questione sono Anna la levatrice che cerca di indagare sulla povera Tatiana morta di parto, Kirill il figlio di un potente boss mafioso russo e Nikolai l’autista e migliore amico di questo. Il filo che li lega è molto sottile e sembra che a tesserlo sia proprio il potente e spietato Semyon (il padre di Kirill).
Ma il soggetto noir, la storia di mafia sono solo dei pretesti per raccontare qualcosa di ben più profondo e cioè il rapporto dell’uomo col proprio corpo, il senso di appartenenza ad una famiglia che esiste solo in base ad esperienze passate – esperienze segnate dai tatuaggi-, la crudezza della violenza perpetuata senza l’utilizzo di armi da fuoco, ma con il solo utilizzo delle lame (che vanno a scalfire i corpi vestiti o nudi in maniera indelebile) e delle proprie mani.

Tutto ha inizio nella bottega di un barbiere all’interno della quale un ragazzino impaurito, sotto stretto ordine di un altro uomo, sgozza il “cliente” di turno. Capiamo subito di trovarci di fronte a componenti della mafia russa, dato il loro forte accento.
Siamo a Londra e nel frattempo una ragazzina incinta vaga scalza per le strade in cerca di aiuto. Quando sviene in una pozza di sangue (altro elemento importantissimo all’interno di questa pellicola, ma sicuramente nel percorso “cronenenberghiano”), viene portata in ospedale, dove ad occuparsene è Anna (Naomi Watts), una giovane levatrice. Purtroppo Tatiana (così si chiama la ragazzina) non riesce a sopravvivere e ad Anna non resta altro che cercare di trovare altri parenti in vita a cui affidare la piccola Christine (così chiamata da lei perché le ricorda Cristo).
Inizia così il viaggio di Anna (e dello spettatore) all’interno di un mircomondo contrassegnato da un insieme di regole e valori che travalicano quella che è la normale visione della vita. Un mondo dove dare dell’ubriacone e della checca a qualcuno equivale aver firmato la propria condanna a morte. Un mondo dove si addestrano giovani ragazzini ritardati a sgozzare il proprio “nemico” senza pietà. Un mondo dove un uomo può decidere della vita e della morte di chiunque gli arrechi fastidio solo perché ha due stelle tatuate sul petto. Un mondo dove le “questioni” si risolvono nelle saune in modo tale da poter vedere da quali tatuaggi è “contaminato” il corpo del proprio interlocutore. Un mondo dove non
sei nessuno se non hai dei tatuaggi sulle ginocchia che dimostrano che non sei disposto ad inginocchiarti mai o se non hai la “consacrazione familiare” che comporta ulteriori tatuaggi. I tatuaggi sono un vero e proprio vestito, un racconto della propria vita vissuta e delle esperienze subite che rendono il “portatore” degno di essere ammesso nella “famiglia”.
Pur essendo un semplice autista è Nikolai (uno strepitosamente affascinante Viggo Mortensen) ad attirare verso di sé tutte le attenzioni con una movenza quasi felina e dei gesti da far venire i brividi (di grandissimo impatto visivo il segno di mettersi le due dita sotto la gola per minacciare lo zio di Anna) e con uno sguardo al tempo stesso intenso e quasi compassato che riesce a fulminare in un attimo. 

A fargli da spalla, anche se in realtà dovrebbe essere proprio lui il protagonista, è l’allampanato Kirill (un’espressivissimo Vincent Cassel), un simpatico compagnone che ama divertirsi bevendo e “stuprando” giovani ragazze al “servizio” di suo padre e che forse non si rende conto di trovarsi dentro qualcosa più grande di lui, manipolato e “maneggiato” a dovere da Semyon (Armin Mueller Sthal) dagli occhi e dal cuore di ghiaccio, spietato con i suoi nemici, gioviale con i suoi amici e tremendamente severo con suo figlio che non è come lui vorrebbe.

Ognuno di loro è posto davanti a delle scelte che comportano la salvezza della vita di qualcun altro ed ognuno di loro alla fine sembra prendere la strada giusta. Dopo aver visto il flemmatico, elegante e gentile (almeno con Anna) Nikolai “scopare” crudamente una donna quasi assente ed inerme (sicuramente inebetita dall’alcool e dalle droghe) solo per dimostrare a Kirill di essere un vero uomo e quindi degno della sua “famiglia” e soprattutto ingaggiare una lotta corpo a corpo completamente nudo con dei sicari che volevano vendicare la morte del famoso “cliente” sgozzato all’inizio del film (due scene che rimarranno per sempre nella storia del cinema per la loro enorme forza visiva ed impatto emozionale, quasi da infarto cardiaco), facciamo una scoperta sconcertante sulla sua persona che ribalta le carte in tavola. Nikolai è davvero quell’uomo segnato dall’esperienza del carcere russo (completamente tatuata sul suo corpo) che si fa aggiungere delle stelle sulle ginocchia e sul petto per entrare nel clan di Semyon e che “pulisce” diligentemente i cadaveri lasciati in giro da questi e da suo figlio (molto cruda la scena nella quale taglia le dita di un cadavere e spegne la sigaretta sulla lingua di questo per poi tagliarla)?
La verità non è semplice come sembra essere, ma si cela nelle viscere, nel sangue (di chi muore e di chi nasce), nel corpo.

Con una colonna sonora poco presente ma sicuramente notevole e apprezzabile e una fotografia molto caratterizzante le varie situazioni e i vari personaggi (bellissima quando “incornicia” la festa di compleanno di una centenaria nel ristorante di Semyon), incentrata su toni freddi che sottolineano il “gelo” nel cuore di Anna (che in precedenza ha perso un bambino, motivo per il quale forse è così ossessionata da Christine) e di Nikolai “costretto” ad essere quello che forse non vorrebbe essere e l’atavica tristezza, forse inconscia, di Kirill che anela l’amore paterno senza riuscire a trovarlo rifugiandosi nell’affetto (quasi morboso) vero Nikolai, La promessa dell’assassino è un notevole esempio di cinema non convenzionale che partendo da una storia apparentemente banale e già vista, racconta e mostra (attraverso le lame che trafiggono Nikolai), il dolore, la paura e i sentimenti più nascosti, quelli che bisogna andare a “scavare”.
La sceneggiatura scarna ma pratica lascia ampio spazio (come è giusto che sia) alle potenti immagini che parlano da sole (se il film fosse stato muto il messaggio sarebbe arrivato lo stesso).

Unico ed irripetibile.

Regia: 9,5
Sceneggiatura: 8,5
Recitazione: 10
Fotografia: 8,5
Colonna sonora: 8,5
Ambientazione: 9
Voto finale: 9



CITAZIONE DEL GIORNO

 Sorridi, domani andrà peggio. (da "Die Hard – Duri a morire")



LOCANDINA

 

2046

REGIA: Wong Kar Wai

CAST: Tony Leung Chiu Wai, Gong Li, Zhang Ziyi, Maggie Cheung, Carina Lau, Chen Chang, Faye Wong
ANNO: 2004

TRAMA:

Lo scrittore Chow Mo Wan, dopo una cocente delusione d’amore, si crea una nuova vita contornandosi di numerose donne nelle quali cercare brandelli di felicità e di ricordi che non torneranno mai più, rifugiandosi persino nel romanzo che sta scrivendo “2046” nel quale riporre tutti i suoi sogni per un futuro più felice.




ANALISI PERSONALE

Torna a farci emozionare l’affascinante giornalista Chow (Tony Leung Chiu Wai) che avevamo ammirato nello strabiliante In the mood for love. E torna completamente stravolto ed enormemente differente da come l’abbiamo “conosciuto”. Il suo sguardo non è più melanconico e sognante ma è molto attento e vispo, pronto a cogliere ogni singola parvenza di felicità (che sia falsa o meno) che gli si palesi davanti agli occhi. Felicità che egli tende a cercare in un folta schiera di donne che non riusciranno a fargli dimenticare l’amore perduto e non recuperabile. “Non si può tornare indietro”, dice alla fine ad una delle “sue donne”.

Dopo aver passato alcuni anni a Singapore, tra bische clandestine e feste private, Chow fa ritorno ad Hong Kong e si stabilisce in un albergo gestito da un uomo con le sue due figlie. La stanza 2046 comincia subito ad incuriosirlo e ad ispirargli la trama per il suo nuovo romanzo che egli ambienta proprio nel futuro e proprio nel 2046. Una storia incredibile di uomini che viaggiano in treno per andare a cercare la felicità altrove. Il protagonista del suo romanzo (nel quale egli inevitabilmente si immedesima) decide di non tornare più indietro perché si innamora (forse ricambiato forse no) di un’androide (facente parte del personale del treno in questione).
Ma nella vita reale Chow sembra aver rinunciato all’amore, averlo salutato per sempre consapevole di non poter ripetere mai più la magica “esperienza” vissuta con Su Li Zhen (la protagonista femminile di In the mood for love) e passa da un letto all’altro con incantevole disinvoltura e leggiadra maestria di conquistatore e casanova. Il suo fascino viene notato dalla vicina di stanza che viene scambiata, erroneamente o meno, per una prostituta alla quale l’amico Ping (già visto nel precedente film) fa delle non poco velate avances. Ma la ragazza, Bai Ling sembra ormai aver concentrato tutte le sue attenzioni sull’affascinante scrittore e tra i due molto presto inizia una relazione sessuale davvero molto piccante ed erotica. I patti erano chiari: non ci sarebbe stato mai nulla di serio, solo divertimento per entrambi. Niente coinvolgimento emotivo. Ma Bai non si atterrà ai patti e comincerà a diventare gelosa delle donne con cui Chow “si sollazza”. I due quindi si allontaneranno proprio perché il giornalista-scrittore non è capace di sostenere il peso dell’amore di un’altra donna, una donna che non è Su Li Zhen.
Passano le ore, i giorni, i mesi e Chow continua a vivere la sua vita al di là della linea delle emozioni e dei sentimenti, ricominciando a frequentare le vecchie bische e soprattutto le vecchie conoscenze. Il suo romanzo arriva ad un tristissimo epilogo, forse dettatogli dalla storia della figlia maggiore del suo padrone di casa, innamorata follemente di un ragazzo giapponese, ma prepotentemente osteggiata da suo padre. Anche con questa donna nasce una grande “amicizia” (tanto da portarlo ad immaginare l’androide del suo romanzo con le fattezze della giovane albergatrice) e forse Chow crede persino di essere “guarito” dalla sua apatia, di essersi liberato dai fantasmi del passato. Ma questa volta è la ragazza a “respingerlo” perché innamorata di un altro.
L’amore è tutta una questione di tempismo insomma. Se arriva troppo presto o troppo tardi, è finita. E il nostro eroe non riesce proprio a coglierlo nel momento giusto. Non ci era riuscito con Su Li Zhen
e non ci riuscirà con nessuna delle donne che danzano attorno a lui durante gli anni che lo separano da quel ricordo intenso e indimenticabile, ma ormai passato.
Una notte, nella consueta bisca dove era solito recarsi per giocare d’azzardo e magari accompagnarsi a qualche signora, Chow fa la conoscenza di un’enigmatica donna che indossa perennemente un solo guanto che, in base alla “leggenda”, nasconde il fatto di aver perso una mano tagliatale perché stata scoperta a barare al gioco.

Con stupore e rammarico Chow scopre che la donna si chiama proprio Su Li Zhen e i ricordi riaffiorano come un sorgente che fuoriesce dalla terra. La consapevolezza di non poter afferrare la felicità altrui fingendo che sia la propria e soprattutto di non poter rivivere i ricordi del suo passato ricercandoli in esperienze presenti o future (come quelle del suo romanzo) arriva proprio grazie all’incontro con quest’ultima donna, quella che segna il passaggio di Chow ad un’altra nuova vita, sicuramente diversa dalle due precedenti che abbiamo avuto modo di “ammirare” in queste due straordinarie pellicole.

Completamente opposto in quanto a stile e impianto narrativo rispetto a In the mood for love, 2046 è un film che straripa fascino e eros da tutti i pori e che è ricco di pathos e sicuramente anche di melo, ma che arriva allo stesso risultato del suo “precedente ideale”: lasciare lo spettatore con la bocca aperta dallo stupore della bellezza delle immagini e dei suoni a cui “ha assistito” per due ore e con gli occhi velati di lacrime per l’ineluttabilità del messaggio contenuto nella pellicola. Il passato non può tornare in nessuna maniera e sotto nessuna forma, nonostante si tenti disperatamente di farlo rivivere. Quindi bisogna imparare a convivere col proprio presente e cercare di crearsi una via per il futuro che non sia costruita su un pavimento di cristallo pronto a rompersi ad ogni passo falso.
Certo la poeticità e l’estrema eleganza formale e narrativa di In the mood for love non vengono “pareggiate” con questo “seguito”, ma alla fine ci troviamo comunque di fronte ad una fantastica prova di stile e di qualità tecnica che scalza, rendendolo quasi inutile, l’impianto narrativo contrassegnato da “buchi” e salti temporali qua e là e che non sempre è all’altezza della “situazione”, ma che passa sicuramente quasi inosservato al cospetto di cotali straordinarie immagini fotografate in maniera magistrale con colori dai sapori forti e con note che penetrano il cuore dello spettatore fuoriuscendo dallo schermo e permeando tutto ciò che c’è intorno. Dalla musica lirica di Casta diva ai ritmi spagnoli già sentiti ne In the mood for love ai ritornelli natalizi inglesi, quasi insoliti calati in quell’ambientazione. Ambientazione entro la quale il grandissimo e più sexy che mai Tony Leung, si muove con maestria donandoci un’interpretazione (l’ennesima) al limite della perfezione, in grado di farci provare le stesse cose che prova il personaggio da lui interpretato e di farci capire in un solo istante tutto quello che c’è da capire.
L’erotismo è nell’aria, ma non si scade mai nel volgare rimanendo, invece, in una dimensione quasi delicatamente sensuale e profondamente struggente che cala la “sessualità” in una sorta di non-spazio non-tempo nel quale ognuno di noi può forse rifugiarsi per trovare il suo piccolo, seppur aleatorio e ingannatore, spazio di sfuggevole felicità. E il tutto viene reso col consueto stile del grandissimo regista che trasmette sensazioni ed emozioni inquadrano i particolari e soffermandosi sulle diverse parti del corpo dei suoi personaggi: le mani, i fianchi, le gambe, i piedi. I consueti
ralenty col quale ci aveva abbondantemente deliziato nell’altro film, tornano qui a sottolineare la

“solitudine mentale” di Chow e ad intensificare e rendere estremamente particolare e inimitabile la mano registica di Wong Kar Wai.

Struggente, intenso, garbatamente emozionante ed enormemente affascinante ed intrigante come il suo protagonista maschile e le sue numerose protagoniste femminili (prima su tutte la fantastica Zhang Ziyi che però quasi “scompare” al cospetto della fuggevolissima apparizione di Maggie Cheung – la Su Li Zhen di In the mood for love – e l’amichevole partecipazione della grande Gong Li).

Regia: 9
Recitazione: 9
Sceneggiatura: 8
Fotografia: 10
Colonna sonora: 9
Ambientazione: 9
Voto finale: 9



CITAZIONE DEL GIORNO

"Nella vita ci sono tre regole: 1) C’e’ sempre una vittima. 2) L’importante e’ che non sia tu". "E la terza?". "Me la sono dimenticata". (Il commesso del sexy shop a Nicholas Cage in "8mm delitto a luci rosse")



LOCANDINA


Nero bifamiliare

REGIA: Federico Zampaglione

CAST: Claudia Gerini, Luca Lionello, Emilio De Marchi, Max Giusti, Cinzia Leoni, Ernesto Mahieux, Yari Gugliucci, Remo Remotti, Adriano Giannini
ANNO: 2006

TRAMA:

Marina e Vittorio sono felicemente sposati. Lui è pieno di sogni e lei li alimenta. Ad un certo punto decidono trasferirsi e di andare a vivere in un bellissimo complesso residenziale pieno di verde e di villette. Qui però fanno la “conoscenza” dei loro vicini rumeni che gli creano non pochi problemi.

 




ANALISI PERSONALE

Dalla musica al cinema. Interscambi pericolosi che rischiano di “videoclippizzare” il cinema e “cinematografizzare” la musica (passatemi i termini). In questo caso però ci troviamo di fronte ad un prodotto sicuramente discreto che unisce un’interessante e intelligente critica sociale ad una storia dai contorni noir, che poi di noir hanno davvero molto poco. Lo spettatore viene preso in giro? No, in realtà è il protagonista Vittorio (un bravissimo e comunicativo Luca Lionello) ad essere preso in giro dalla sua stessa mente che gli tira brutti scherzi.

Ma partiamo con ordine. Vittorio è un assicuratore, che arrotonda lo stipendio con piccole truffe perpetuate anche grazie ad un amico dottore fissato con gli insetti, e che desidera aprire un web store, un negozio online. Sua moglie Marina (una discreta Claudia Gerini) è una bellissima ed elegantissima donna, molto innamorata di suo marito, tanto da sostenerlo in tutti i suoi progetti, a discapito di tutti quelli che gli dicono che si tratta di un’idea a dir poco aleatoria e fallimentare. Con l’aiuto economico dei genitori di lei (la madre Cinzia Leoni davvero macchiettistica), i due comprano una bellissima villetta. Per la coppia inizia una nuova fase di vita. Si riaccende il desiderio sessuale e soprattutto si riaccendono i sogni di Vittorio. Ma qualcosa molto presto arriva ad intaccare questa felicità: i vicini di casa rumeni che non fanno altro che rumoreggiare e infastidire la coppia di giovani “borghesi”.
A detta del portiere del complesso residenziale (il mitico Ernesto Mahieux), quei due rumeni sono loschi, anzi loschissimi. Lui è un criminale e lei sicuramente una prostituta, ma ci tiene a sottolineare che sono solo voci, magari cattiverie che vengono messe in giro solo perché si tratta di stranieri. Ma Slatko e Bruna (così si chiamano i rumeni) continuano a disturbare la quiete di Marina e Vittorio e alla fine per quest’ultimo riuscire a scoprire con chi ha a che fare diventa proprio un’ossessione. Di ritorno da un week-end al mare, la coppia trova la casa svaligiata e Vittorio si autoconvince, aiutato dai sospetti della moglie e dai precedenti litigi avuti coi rumeni, che a derubarlo siano stati i vicini. Acquista una serie di attrezzature da spia e comincia ad osservare morbosamente tutti i passi di Slatko e Bruna, fino a perdere il lavoro e quasi la moglie.
Il film procede rocambolescamente su questa falsa riga. La commedia si tinge di noir. Il noir si tinge di toni ironici. Il tutto, forse retoricamente, condito da una morale che forse poteva essere “comunicata” in maniera meno banale.

La critica sociale è dietro l’angolo, abilmente nascosta dietro l’interessante e avvincente storia dei due coniugi travolti dagli eventi. La critica alla nostra società fatta di “esclusioni” verso le diversità, di superiorità verso chi non appartiene alla nostra stessa “cerchia”, una sorta di razzismo costituito dal sospetto e la diffidenza dettati solo dall’estraneità. Ma i nostri protagonisti, dopo essere caduti nella trappola del luogo comune del quale egli stessi facevano parte (due borghesucci che si scandalizzano per i “rumori sessuali” dei vicini), riescono a liberarsi dalle convenzioni e ad essere finalmente e liberamente loro stessi…

Interessante questa prima prova alla regia del musicista Federico Zampagliene (leader dei Tiromancino) che non riesce a fare il salto di qualità ma che comunque dà vita ad una pellicola sicuramente pregna di qualità, anche se contaminata da qualche caduta di stile qua e là (come la coppia di amici di Vittorio e Marina, davvero inguardabili sotto tutti i punti di vista). Le banalità ci sono, ma si fanno dimenticare subito se ci si lascia immergere nelle atmosfere velatamente noir del film e soprattutto se ci si lascia coinvolgere nel turbinio della mente dell’affascinante ed intrigante protagonista che forse alla fine trova la sua vera identità. Ottima la prova di recitazione di Luca Lionello che con uno sguardo riesce a trasmetterci tutta l’angoscia e l’ossessione che man mano si impossessano di lui, discretamente accettabile quella della Gerini (compagna del regista) che si prodiga in uno spogliarello sexy e che poi si scandalizza perché i vicini fanno troppo rumore facendo l’amore. Numerose le figure interessanti che si uniscono al “balletto” delle convenzioni sociali: il portiere ruffiano, l’anziano vicino intollerante, l’agente di polizia sospettoso, l’amico di Vittorio ossessionato dagli insetti, il barista romano scontroso e burino e via dicendo.

Ricco di colori forti catturati da un’interessante fotografia, Nero bifamiliare, è una buona opera prima musicata dallo stessa regista (con le famose canzoni dei Tiromancino) e ambientata principalmente nel complesso residenziale Valle Serena, che tingendosi di toni grotteschi ed originali, racconta la storia più vecchia del mondo.

Regia: 6
Sceneggiatura: 6
Recitazione: 7
Fotografia: 7,5
Colonna sonora: 7
Ambientazione: 7
Voto finale: 6,5




CITAZIONE DEL GIORNO

"Non si uccide per amore, basta aspettare". "E allora non mi uccido per amore, mi uccido per impazienza". (Massimo Troisi e Angelo Orlandi in "Pensavo fosse amore invece era un calesse")



LOCANDINA

Lascia perdere, Johnny!

REGIA: Fabrizio Bentivoglio

CAST: Antonio Merolillo, Ernesto Mahieux, Lina Sastri, Toni Servillo, Peppe Servillo, Valeria Golino, Fabrizio Bentivoglio
ANNO: 2007

TRAMA:

Il diciottenne Faustino Ciaramella, “figlio unico di madre vedova”, ha la passione per la musica e suona il basso in una specie di “banda” di paese. Per evitare il militare deve riuscire ad ottenere un contratto di lavoro e l’unica cosa che sa e che vuole fare è suonare…

 




ANALISI PERSONALE

Alla sua prima prova registica, Bentivoglio, già attore affermato, dà ampio sfoggio delle sue abilità registiche. Traendo spunto dalla storia dei suoi amici, i componenti degli Avion Travel (il cui leader Peppe Servillo recita anche nel film), ci regala una storia semplice ma al contempo ricca di spunti e sicuramente molto nostalgica e divertente al tempo stesso. E’ la storia di un giovane con tanti sogni, che cerca di imparare tutto da tutti e che desidera riuscire ad emergere dal suo piccolo quartiere di Caserta (guarda caso il paese degli Avion Travel) e, conseguentemente, di crescere grazie all’apporto di coloro che lo circondano.

A circondare Faustino (il giovane e perfetto Antonio Merolillo) ci sono sua madre Vincenza (la delicata e deliziosa Lina Sastri), il bidello della scuola elementare che di sera si trasforma in maestro d’orchestra Domenico Falasco (un Toni Servillo come non l’avevamo mai visto), l’impresario del “gruppo” Raffaele Niro (il sempre ottimo Ernesto Mahieux), gli amici coetanei che ascoltano rock a go go e la shampista del quartiere(la gallinesca Valeria Golino).
Le giornate del ragazzo trascorrono tutte uguali, tra una serata con l’orchestra e l’altra. Il suo “mentore” Falasco non fa altro che bere e dargli consigli assurdi come quello di accettare di suonare solo “a mare” e mai “in montagna”, perché in montagna ci va solo chi non sa suonare.
A scuotere la caratteristica flemma del ragazzo, che si prodiga per aiutare tutti e che è caratterizzato da una sorta di gentilezza davvero molto dolce, arriva da Milano il grande musicista Augusto Riverberi (Fabrizio Bentivoglio) ex amante della Vanoni.
A causa di un qui pro quo di Riverberi con l’agente Niro (il primo credeva di avere a disposizione un’orchestra del paese, il secondo pensava che il musicista sarebbe arrivato con i suoi 30 elementi), Augusto si ritrova a dover raccattare dei musicisti per poter suonare nelle sue serate. Faustino gli viene affiancato come tuttofare, si occupa di farlo stare comodo in albergo, di fargli visitare Caserta (che a detta del musicista è molto simile a Milano) di fargli fare la manicure dalla shampista (di cui è segretamente innamorato). Viene sempre più spesso ospitato a casa Ciaramella e nasce una sorta di feeling con Vincenza.
Ed è così che comincia l’avventura, seppur breve, di Faustino (da Augusto soprannominato Johnny) nel fatato mondo della musica e dei sogni che essa porta con sé. I due formano un vero e proprio gruppo con l’ausilio del crooner (cantante confidenziale) Jerry Como (il fantastico ed intensamente espressivo Peppe Servillo) e vanno in giro per locali a suonare le canzoni dei loro anni, e cioè gli anni ’70.
Grazie all’abilità del furbo agente Niro (molto affezionato a Faustino tanto da regalargli la sua chitarra) di tessere quell’intricata rete di scambi e favori “La piccola orchestra di Augusto Riverberi” riesce ad ottenere un’apparizione in tv, nella trasmissione Senza rete, a patto che il nipote di un pezzo grosso col quale si è messo in contatto possa esibirsi in un balletto.
Il tempo passa e l’orchestra viene sempre più richiesta. La loro ultima esibizione si svolge al “Canto delle sirene”. A bordo di uno scafo i nostri, seguiti sempre affettuosamente dalla shampista diventata amica di Augusto e dall’agente, si recano al locale dove si esibiranno per l’ultima volta…
Augusto tornerà a Milano, salutando Vincenza e Faustino e promettendo di farsi sentire al più presto.
Per Faustino, invece, sembra finita. Non è riuscito ad ottenere il tanto agognato contratto che gli veniva ripetutamente promesso da Niro (scomparso all’orizzonte con i guadagni delle ultime serate) e si accinge a partire per il militare. Ma Vincenza, sua madre, non si rassegna all’idea e fa una telefonata che cambierà forse per sempre la vita del suo amatissimo figlio…


E’ condito di sapori nostalgici questa sorta di viaggio negli anni ’70 ma soprattutto nelle strade di Caserta con tutto un micromondo da esplorare. Ha lo sguardo assente ma al tempo stesso attento del giovane Faustino, che non fa altro che assimilare come una sanguisuga gli insegnamenti degli uomini che lo circondano nelle quali cerca disperatamente una figura paterna. E’ una storia di formazione con un finale aperto a diverse interpretazioni, che lascia spazio a congetture circa il destino di Faustino che ha lottato e lavorato per arrivare dov’è.
Un film corale, pieno di personaggi singolari e originali. Simpaticissimo ma al tempo stesso molto triste il bidello Falasco ormai “in dirittura d’arrivo” interpretato dal magistrale Toni Servillo che non sbaglia mai un colpo; elegantissima e dolcissima Vincenza l’amorevole e “moderna” mamma di Faustino interpretata dalla validissima Lina Sastri; il crooner Jerry Como che cerca solo di mantenere la sua famiglia nel migliore dei modi interpretato dal sorprendente Peppe Servillo che riesce quasi a farci vedere la sua anima quando canta con tanto di parruccone riccio; l’impresario Raffaele Niro interpretato dal positivamente macchiettistico Ernesto Mahieux, la shampista un po’ svampita ma che sa il fatto suo interpretata dalla forse troppo esagerata Valeria Golino e infine il musicista di successo ormai in declino Augusto Riverberi che ha gli occhi profondi ed intensi e lo sguardo quasi sofferente del bravissimo Bentivoglio.
Sono questi i principali personaggi che si muovono sullo sfondo di un’inedita Caserta, ma a colpire e a far riflettere è proprio lui il “piccolo” Faustino che va in giro con dei caratteristici doposci di pelliccia anche d’estate e che incarna quelli che sono i sogni “del sud”, sogni di emergere, di farsi valere, di farsi vedere. E’ il racconto di un’epoca, di un modo di vivere completamente diverso da quello che conosciamo, fatto di piccole cose che riuscivano a riempire la vita.
Non mancano i momenti divertenti: quasi imbarazzante l’esibizione del ballerino raccomandato, simpaticissimi gli “espedienti” utilizzati dall’orchestra di Falasco e i suoi aiutanti per far andare bene i loro concerti (come quello di mettere delle mollette dietro la giacca di Faustino perché troppo larga per il ragazzo) e brillanti battute che fanno ridere e sorridere.
La regia attenta e scrutatrice degli stati d’animo di Bentivoglio si arricchisce di momenti davvero particolari e interessanti, come la sorta di incubo che assilla il protagonista nel quale vede tutte le persone che lo circondano aspettare impazientemente una sua “esibizione”.
Insomma, una buona commistione di gioie e di dolori, un film nostalgico e divertente al tempo stesso. Triste e a tratti grottesco, con un’ottima fotografia (firmata Luca Bigazzi) e una trascinante colonna sonora che ci fa immergere e immedesimare in quegli anni che sembrano così lontani, ma che in realtà sono molto vicini. Una sorta di favola d’altri tempi che riesce a farci sognare e al tempo stesso riflettere.

Promosso su tutti i fronti!

Regia: 7,5
Sceneggiatura: 7
Recitazione: 8
Fotografia: 8
Colonna sonora: 7
Ambientazione: 8
Voto finale: 7,5

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Va a finire che mi metto a fare la donna onesta e mi sposo. (Dorian Gray in "Racconti d’estate")


LOCANDINA


The pledge – La promessa

REGIA: Sean Penn

CAST: Jack Nicholson, Benicio del Toro, Aaron Eckhart, Robin Wright Penn, Helen Mirren, Vanessa Radgrave, Mickey Rourke, Sam Shepard
ANNO: 2000

TRAMA:

Jerry Black è giunto al suo ultimo giorno di lavoro come poliziotto. Può finalmente andare in pensione e dedicarsi alla sua passione: la pesca. Ma un avvenimento inaspettato arriva a rovinargli la festa: una piccola bambina di 8 anni viene trovata stuprata e assassinata. Nelle sue ultime ore lavorative, Jerry promette solennemente ai genitori di questa di trovare il suo uccisore.

 




ANALISI PERSONALE

Terzo lungometraggio di quel grande attore che è Sean Penn, questo La promessa è una sorta di ritratto psicologico di un uomo che ritiene ancora una promessa qualcosa di veramente solenne, da rispettare a tutti i costi. Non importa se chi ti sta intorno continua a ritenerti pazzo e fori di senno, l’unica cosa che conta è la parola data, per onorare la quale si arriva anche ad estremi immaginabili.

Jerry Black (un Jack Nicholson che abbandona le sue consuete e memorabili smorfie da “psicopatico”) è un poliziotto ligio al dovere, con moltissimi amici molti dei quali colleghi di lavoro. Non ha famiglia, ma forse si può ritenere che siano proprio loro la sua unica e vera famiglia. Gli organizzano un’imponente festa di pensionamento, regalandogli un biglietto per andare a pescare sul ghiaccio: la sua più grande passione, dopo il lavoro ovviamente. Mentre sta per scadere il suo ultimo giorno lavorativo, i suoi colleghi (un pimpante Aaron Eckhart e un serioso Sam Shepard) ricevono una telefonata urgente nella quale si richiede il loro intervento per l’assassinio di una bambina. Jerry decide di lavorare anche nelle sei ultime ore che gli rimangono prima di andare in pensione e si reca coi suoi compagni sul luogo del delitto.
Siamo nel Nevada e quasi tutto è ricoperto dalla neve. Il cadavere è stato scoperto da un ragazzino che prima di avvicinarsi alla bambina ha visto un indiano (Benicio del Toro) andare via sul suo furgoncino marrone. L’uomo viene subito sospettato e costretto a confessare si toglie la vita.
Ma Jerry è titubante e vuole fare luce sull’avvenimento. Si reca a casa dei genitori della bambina per informarli della terribile tragedia (dato che nessuno aveva avuto il coraggio di farlo) e si ritrova a giurare solennemente alla madre della piccola, davanti ad una croce e sulla salvezza della propria anima, di trovare ed incastrare a tutti i costi il terribile mostro.
Ed è così che ha inizio l’ossessione di quest’uomo circondato da persone, ma sostanzialmente solo. Inizia ad investigare su casi simili e riduce il campo d’azione ad un’area ben determinata. Si trasferisce nel luogo dove presume che il “mostro” agirà a breve e si insedia comprando una vecchia stazione di servizio e facendo amicizia con la gente del posto. Col passare del tempo la sua ossessione e soprattutto la sua volontà di mantenere fede alla parola data prendono il sopravvento sul senno del protagonista, che potrebbe persino farsi una vita felice, ma che decide di “usare” le persone che gli sono accanto, come esca per acciuffare il temibile assassino. Le conseguenze ovviamente saranno negative su tutti i fronti e alla fine Jerry si ritroverà con una bottiglia di whiskey in mano, solo in mezzo alla neve, a farfugliare di inesistenti complotti e attacchi da parte del fantomatico killer di bambini.

Un soggetto (tratto dal romanzo omonimo di Friedrich Durrenmatt) alquanto banale quindi quello sul quale Sean Penn decide di creare il suo film. Il solito poliziotto di una certa età, un po’ ottuso, un po’ testardo che ha fiuto per le cose nascoste e che ci tiene a mantenere la parola data. Un serial killer di bambine bionde con occhi azzurri che si vestono di rosso. L’originalità sta nel fatto che i due non si incontrano mai, se non nelle fantasie del protagonista sopraffatto da una sorta di ossessione che lo induce fino all’insanità mentale. Interessante anche la metafora della pesca: Jerry si avvale della stessa pazienza e dello stesso fiuto che utilizza per la pesca, per acciuffare e stanare il killer. Ad un certo punto del film, Jerry si rivolge ad un suo collega dicendo: “"Ho fatto una promessa Erik, tu hai l’età per ricordarti di quando questo contava."



Ed è in questo enunciato che molto probabilmente si nasconde il vero significato dell’intera pellicola, nascosto sotto quello che pare essere un giallo metafisico che poi in realtà smonta tutte le componenti tipiche del genere; e cioè il fatto che molto spesso ci si dimentica e si perdono i significati di quelli che possono essere dei valori importanti: in questo caso una promessa fatta ad una madre sofferente. Quindi, in realtà, il nostro protagonista non è un “pazzo”, ma è solo un uomo di parola che ha dei saldi principi e che, credendo in essi, fa di tutto per rispettarli. In definitiva, sono gli altri (noi tutti) che vedono in questo atteggiamento un qualcosa di anormale, di insensato, ad essere i veri “pazzi”. Viene da chiedersi: qual è il limite che separa il voler rispettare un ideale dalla “pazzia” insita nel rispettarlo a qualunque costo, persino l’incolumità di altre persone? Sean Penn, non ci da una risposta, facendo terminare il film (così come era cominciato, dato che la storia è raccontata tramite un grande flashback) con il suo protagonista rimasto ormai solo a farneticare con una bottiglia di whiskey da solo in mezzo alla neve.

Con una serie di apparizioni (mai visti così tanti attori famosi e valenti tutti insieme) che sono dei veri e propri camei (quello “pietoso” di Benicio del Toro nel ruolo del’indiano, i colleghi Sam Shepard e Aaron Eckhart, la nonna della bambina Vanessa Radgrave, la psicologa Elen Mirren, la barista Robin Wright Penn che fa da esca insieme a sua figlia per incastrare il fantomatico assassino, Mickey Rourke il padre che aveva perso la propria figlia per mano dello stesso killer, l’ex proprietario della stazione di servizio Harry Dean Stanton e via dicendo fino ad arrivare alla stessa madre del regista nel ruolo della segretaria di Jerry), Sean Penn, tra uno stereotipo e l’altro, riesce a porre un quesito interessante al quale sapientemente non dà soluzione, lasciando lo spettatore libero di giudicare a seconda delle sue inclinazioni.

Bellissimi i paesaggi innevati che fanno da sfondo ideale a questo tipo di “avventure”, fotografati in maniera magistrale e “accompagnati” dalle musiche poetiche e a tratti epiche di Hans Zimmer e molto interessante l’interpretazione di Jack Nicholson giustamente sofferta ma molto delicata e quella della Penn (ex moglie del regista) che da vita ad un personaggio che ricorda lontanamente la Nicole Kidman de La macchia umana (anche se quest’ultima è “nata” dopo). Ad abbassare il giudizio complessivo sulla pellicola ci pensano una sceneggiatura un po’ troppo scontata e banale, ricca di inutilità (a cosa serviva vedere per un minuto Mickey Rourke piangere per sua figlia precedentemente assassinata presumibilmente dallo stesso killer o Vanessa Radgrave, nonna dell’ultima vittima, recitare una poesia? Nasce il dubbio che si volessero sfoggiare numerose star per innalzare il livello del film di per sé alquanto mediocre) e una regia alquanto piatta che trova i suoi punti di massima tensione e di eleganza visiva solo all’inizio e alla fine, proprio quando vediamo Jerry ormai “impazzito” farfugliare e farneticare con le sole rondini a dargli ascolto.

Il risultato finale pur non essendo eccessivamente soddisfacente, risulta sufficientemente gradevole anche grazie al fatto che riesce a tenere sveglia la mente dello spettatore che si interroga passo dopo passo su quella che è poi la questione principale della pellicola: ma il protagonista sta impazzendo davvero o alla fine scopriremo che aveva ragione?

Ai posteri l’ardua sentenza.

 

Regia: 5,5
Recitazione: 7,5
Sceneggiatura: 5
Fotografia: 7,5
Colonna sonora: 6,5
Ambientazione: 7
Voto finale: 6,5

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

"Qual e’ stato il giorno piu’ bello della tua vita?". "Il giorno del mio matrimonio". "E il piu’ brutto?". "Da allora, tutti gli altri, nessuno escluso". (Dal film "Scappo dalla citta’ ")



LOCANDINA


Flawless – Senza difetti

REGIA: Joel Schumacher

CAST: Robert De Niro, Philip Seymour Hoffman, Barry Miller, Rory Cochrane,
ANNO: 1999

TRAMA:

Il poliziotto in pensione tutto d’un pezzo, duro ed eroico Walt Koontz, viene colpito da un ictus e per riappropriarsi dell’uso della parola sarà costretto a seguire delle lezioni di canto da uno strambo personaggio.

 



ANALISI PERSONALE

Commediucola da quattro soldi al limite della banalità, questo Senza difetti riesce ad irritare quasi ogni cinque minuti senza riuscire mai a far ridere e nemmeno sorridere lo spettatore. Abituati ai risultati altalenanti delle prove registiche dello stesso Schumacher che ha saputo dare vita ad un film originale come Un giorno di ordinaria follia ma anche a nefaste versioni di Batman, non sorprende trovarsi questa volta di fronte ad un esempio di cinema scadente che più scadente non si può, nonostante si avvalga di un cast d’eccellenza che vanta nomi grandiosi come quelli dei grandi De Niro e Hoffman. Viene da chiedersi che fine abbiano fatto i grandi personaggi interpretati da ciascuno dei due attori: il De Niro di Noodles in C’era una volta in America o di Travis in Taxi Driver o di Sam in Casinò; o i singolarissimi ed intensissimi personaggi interpretati da Hoffman in film della levatura di Magnolia, La 25° ora, Truman Capote, Scent of woman e via dicendo. Assistendo, invece, a questo film viene da chiedersi come mai due grandi attori di cotale calibro si siano decisi ad interpretare questi ruoli scialbi e piatti, nonché al limite della stupidità assoluta e soprattutto si viene colti da un’enorme nostalgia per i loro ruoli che li hanno fatti entrare nella “storia” del cinema.

I personaggi in questione sono il poliziotto in pensione Walt Koontz (Robert De Niro), uomo tutto d’un pezzo che vive in un palazzo abitato da personaggi strambi e che è poco tollerante con loro e il  il vicino Rusty Zimmerman (Philip Seymour Hoffman) una drag queen che si allena con le sue “amiche” per partecipare al concorso di bellezza “Flawless” indetto ogni anno tra gay, lesbiche, travestiti e quant’altro. In seguito a traffici illeciti perpetuati da alcuni abitanti del condominio, una notte una banda di criminali fa irruzione nel palazzo per recuperare dei soldi andati “perduti”. Nel tentativo di salvare la vita dei suoi condomini, Walt viene colto da un ictus e rimane completamente paralizzato nella parte destra del suo corpo. Ed è così che il poliziotto pimpante e pieno di vita amante del tango e del basket è costretto a passare tutto il suo tempo da solo in casa senza possibilità di muoversi né di parlare con nessuno, fino a quando gli viene suggerito di fare fisioterapia e soprattutto di prendere lezioni di canto per poter riacquistare almeno in parte l’uso della parola. Impossibilitato a raggiungere la maestra di canto a Manhattan, a Walt non rimane altro che chiedere l’aiuto dell’odiata/o Rusty, che aveva fino al giorno prima deprecato e insultato.

Tra i due sono subito scintille di odio e di rabbia e passerà del tempo prima che entrambi si decidano ad aiutarsi reciprocamente. Ed è così che col passare del tempo le diversità verranno superate e gli ostacoli della negazione delle reciproche identità e modi di essere verranno sormontati lasciando spazio alla nascita di una vera e sana amicizia, non solo tra loro due ma anche tra gli amici dell’uno con gli amici dell’altro. Ci sarà spazio anche per il colpo di scena riguardante il malloppo misteriosamente scomparso e per momenti di “tensione” (?) in cui si rischia di perdere un protagonista piuttosto che un altro.

Il film quindi si arrabatta malamente attraverso vari filoni che vanno dalla commedia, al film d’azione al film di “formazione” che intende lanciare messaggi positivi quali l’accettazione delle diversità il tutto fortemente permeato da un grandissimo alone di scontentezze e banalità che si inseguono senza sosta in quella che sembra essere la fiera dello stereotipo. Il poliziotto è un vero macho che si attornia di belle donne e che odia i gay e i transessuali, mentre il transessuale è tutto gridolini, paiettes con tanto di fidanzato molesto al seguito.
I due grandi attori danno ampio sfoggio di una serie di mosse e mossette che manco al circo dei clown e i personaggi di contorno sono talmente ridicoli da apparire quasi impossibili. Come se non  bastasse il tutto è condito da una colonna sonora di grossolana fattura, di un tamarro che più tamarro non si può e da un’ambientazione che sembra la caricatura della caricatura del ben più
rappresentativo e caratteristico Million dollar Hotel (nonostante questo sia venuto un anno dopo).
Indugiando su una serie di luoghi comuni talmente irritanti da indurre lo spettatore a pregare che la conclusione, qualsiasi essa sia, arrivi il più presto possibile il film risulta più riuscito quan
do si sofferma sull’evoluzione del rapporto tra i due protagonisti, piuttosto che quando indugia a narrare la “losca” storia dei soldi che possono essere finiti nelle mani di uno qualsiasi degli abitanti del condominio, persino dello strambo portiere accompagnato da una mamma altrettanto sopra le righe.
L’impressione finale, comunque, rimane quella di aver assistito ad un coacervo di banalità e ad una storia che non ha nulla di interessante, divertente o anche solo minimamente sopportabile.

Bocciato su tutti i fronti.

Regia: 4
Sceneggiatura: 3
Recitazione: 5
Fotografia: 3
Colonna sonora: 3
Ambientazione: 4
Voto finale: 3,5

 



CITAZIONE DEL GIORNO

"Va bene, Ray è partito. Tu come stai, Egon?" "Il terrore travalica la mia capacità di razionalizzare". (da "Ghostbusters")



LOCANDINA

 

August Rush

REGIA: Kirsten Sheridan

CAST: Johnatan Rhys-Meyers, Keri Russel, Freddie Highmore, Robin Williams, Terrence Howard
ANNO: 2007

TRAMA:

L’undicenne Evan è orfano sin dalla nascita ma non ha mai perso la speranza di ritrovare i suoi genitori. Dotato di un estremo dono musicale, riesce a sentire la musica in tutto ciò che lo circonda ed è convinto che grazie ad essa si ricongiungerà con suo padre e sua madre.

 




ANALISI PERSONALE

Una fiaba dei nostri giorni questo August Rush – La musica nel cuore, che riesce addirittura a commuovere in alcuni punti. Caratterizzato da una sceneggiatura un po’ smielata e a tratti scontata, questa moderna storia d’amore a tre è una sorta di epopea dei sentimenti che resistono allo smacco del tempo e delle distanze, nonché delle avversità. A farla da padrone è la musica che in questo caso non svolge il ruolo di semplice commento e accompagnamento musicale, ma che è funzionale al racconto come una vera e propria protagonista. Il piccolo August, infatti, riesce a percepire ciascun rumore che lo circonda come se faccia parte di una sorta di spartito musicale e seguendo questi suoni che egli tramuta in vera e propria musica che gli entra nel cuore, riesce ad ottenere quello che vuole.

Evan (il folgorante Freddie Highmore) è un bambino molto curioso che vive in un orfanotrofio insieme ad altri bambini. Ha solo un amico, mentre tutti gli altri lo chiamano “matto” e si divertono a fargli dispetti e ad impaurirlo di notte, dicendogli che i suoi genitori non l’hanno mai voluto e che magari adesso sono anche morti. Ma Evan non ci sta, è sempre stato convinto di essere stato voluto e soprattutto di poter ritrovare i suoi genitori tramite la musica che gli nasce nel cuore e nella testa. Seguendo la melodia, scappa dall’orfanotrofio, nonostante sia arrivato un nuovo assistente sociale che promette di prendersi cura di lui (Terrence Howard) e si ritrova solo e spaesato a New York. Qui si imbatte in un ragazzino musicista di strada e, seguendolo, fa la conoscenza del “mago” (Robin Williams) un uomo burbero e severo che si prende “cura” di tutti questi talenti musicali, facendoli suonare in giro per le strade e tenendo per sé gli incassi delle offerte. Il “mago” prende sotto la sua ala protettrice anche Evan, dopo aver notato il suo straordinario talento musicale e gli insegna tutto quello che sa, dandogli persino il nome d’arte di August Rush. Ma il vero obiettivo di August non è quello di suonare per strada dove solo poche persone possono ascoltarlo. Lui vuole che siano tantissime le persone ad assistere alla sua musica, di modo tale da poter arrivare ai suoi genitori.
Questi sono Lila (la bellissima Keri Russel) allieva dalla Juliard che suona il violoncello e Louis uno scapestrato cantante e musicista di musica rock. I due si incontrarono casualmente sul tetto di un palazzo dove c’era una festa e fu subito amore. Ma le circostanze avverse, nonché il dispotico padre di Lila, non permisero ulteriori incontri. Louis, sconvolto dal fatto non aver avuto più notizie della sua amata, abbandonerà il gruppo e condurrà una nuova vita, mentre Lila decisa a portare avanti la gravidanza subirà un incidente, a seguito del quale crederà di aver perso il suo bambino, che in realtà è stato dato in adozione per volere di suo padre che le terrà sempre nascosto questo segreto fino a quando, undici anni e mezzo dopo, in fin di vita, non le dirà la verità.

Ed è così che anche Lila comincia a cercare suo figlio e magicamente anche Luis, che aveva cessato i contatti con i suoi vecchi amici della band, nonché con suo fratello (sottile allusione ai fratelli Gallagher?), ritorna alla sua vecchia vita e si mette alla ricerca di Lila. Entrambi riprendono a suonare, come se fossero consapevoli del fatto che loro figlio li stia cercando tramite la musica (anche se Luis non sa di essere padre). Ed è quindi questa passione per la musica, comune a tutti e tre i protagonisti di questo film (quando si dice che la mela non cade mai lontano dall’albero) a rendere reale l’impossibile e l’incredibile.

Lasciandosi andare a facili sentimentalismi e scontati cliché da romanzetto rosa (i due protagonisti continuano a pensare l’uno all’altro per undici lunghissimi anni senza mai pensare di cercarsi in maniera seria, se non quando è proprio il bambino a cercare loro), questo August Rush però riesce ad emozionare nonostante sia una vera e propria favola come quelle che piacciono tanto ai bambini, ma che a volte fanno sognare anche i grandi. Alquanto patetico e scontato quando indugia sulle vicende dei due genitori, risulta, invece, particolarmente interessante quando si concentra sul piccolo Evan/August che si fa letteralmente guidare dalla musica e che colleziona in tal modo una serie di esperienze incredibili fino ad arrivare a studiare addirittura alla Juliard, la stessa scuola alla quale apparteneva sua madre, non prima di essere diventato però artista di strada.
Inutile dire che la colonna sonora riesce a compenetrare non solo il cuore dei protagonisti, ma anche quello degli spettatori, accompagnando magistralmente ogni fase di questa struggente e commovente storia. Ma a bucare lo schermo e ad impressionare non è solo la musica che gioca un ruolo strategico, ma il piccolo Freddie Highmore che sforna un’interpretazione davvero molto dolce e molto naturale che ci fa affezionare incredibilmente al suo personaggio. A risultare incisivo è anche il grande Williams, come sempre sopra le righe che però interpreta un personaggio un po’ troppo ambiguo e mal caratterizzato, tanto da lasciare spaesato lo spettatore che non riesce a comprendere la sua vera natura: in realtà è davvero interessato a coltivare il talento dei suoi “portetti” e quindi anche di August o a fargli gola sono solo i soldi che da questi riesce a ricavare? Meno interessanti, invece, le performance degli altri protagonisti che risultano essere un po’ troppo calcate: Russel e Meyers un po’ troppo sofferenti e quasi monoespressivi.
La regia complessivamente priva di particolarità, si impreziosisce grazie ad alcune scene girate in maniera davvero originale che colpiscono per la loro particolarità come quella iniziale nella quale Evan
“sente” la musica in un prato che comincia a roteare e volteggiare o quella nella quale il bambino mette per la prima volta piede fuori dall’orfanotrofio, trovandosi tra i numerosi suoni e rumori di una metropoli come New York, suoni che vengono presto trasformati in una bella sinfonia dal geniale bambino. Particolarmente emozionanti sono anche le scene in cui si vedono intrecciati i due genitori che suonano, mescolando così musica classica a musica rock.
Sullo sfondo di una New York vista dagli occhi di un bambino si consuma una favolosa e romantica storia d’amore: amore per un figlio verso i propri genitori, di una mamma per suo figlio, di un uomo per la sua donna, di due fratelli, ecc…Insomma una sorta di eccesso d’amore che rischia di causare varie carie ai denti, ma ogni tanto lasciarsi andare al calore dei sentimenti non fa poi così male.

Regia: 7,5
Sceneggiatura: 6
Recitazione: 7,5
Fotografia: 7
Colonna sonora: 8
Ambientazione: 8
Voto finale: 7,5

 




CITAZIONE DEL GIORNO

Se Dio avesse assunto me, la creazione sarebbe finita giovedì. (Jenna Elfman in "Tentazioni d’amore", 2000)


 

LOCANDINA


Memorie di una geisha

REGIA: Rob Marshall

CAST: Zhang Ziyi, Suzuka Ohgo, Ken Watanabe, Gong Li, Michelle Yeoh, Youki Kudoh, Koji Yakusho, Kaori Momoi
ANNO: 2005

TRAMA:

La piccola Chiyo e sua sorella maggiore, vengono vendute dai propri genitori, l’una ad una scuola di geishe e l’altra ad un bordello. Dopo un inutile tentativo di riconciliazione, entrambe prenderanno strade diverse. La piccola Chyio diventerà la geisha più leggendaria di Kyoto, nonostante mille avversità.

 




ANALISI PERSONALE

Un bel melodramma dai sapori esotici questo film che di orientale a pensarci bene ha veramente poco. Sviscerando ogni particolare dell’essenza di una geisha, Marshall utilizza come sfondo il mondo orientale, connotandolo però di aspetti del tutto occidentali. Una sorta di occidentalizzazione, quindi, questa pellicola dai contorni affascinanti.
Il tutto è raccontato e descritto da perfette scenografie, stupendi costumi, favolosi paesaggi, ammaliante fotografia, struggente colonna sonora, valenti interpretazioni. Insomma, un contenitore davvero inusitato e stupendamente ammaliante, ma dal contenuto a dir poco scarso. A raccontarci la storia è la stessa protagonista con una voce fuori campo che ci “regala” una massima dietro l’altra, quasi come se fossero uscite dai famosi dolcetti nostrani e che indugia su molti particolari ininfluenti, velocizzando invece su alcune cose che potevano risultare più interessanti. Alla fine ci ritroveremo con la sensazione di aver assistito a quasi due ore e mezza di nulla, se non di bellissime immagini, svuotate però di significato.

La piccola Chiyo (Suzuka Ohgo) di soli nove anni viene venduta ad una scuola di geishe, gestita dalla severa e terribile madre (Kaori Mamoi), la quale si occupa già di un’altra bambina chiamata Zucca e di una delle più rinomate geishe del paese, Hatsumomo (Gong Li) che le dà non poco filo da torcere. Inizialmente Chiyo tenta disperatamente di riunirsi alla sorella venduta in un bordello, ma alla fine le due non riusciranno a riconciliarsi e Chiyo sarà costretta a seguire il suo destino. Dopo una serie di “marachelle”, tutte abilmente orchestrate da Hatsumomo (forse gelosa degli straordinari e inusuali occhi azzurri della bambina), a Chiyo verrà esclusa l’opportunità di diventare una geisha e le verrà affibbiato il ruolo di schiava a vita.
A salvarla da questa condizione arriva la storica rivale di Hatsumomo, Mameha (Michelle Yeoh) che un po’ per vendetta nei confronti della sua avversaria, un po’ fiducia nei confronti di Chiyo ormai quindicenne, decide di prenderla sotto la sua protezione e di insegnarle a diventare la più importante geisha mai esistita.
Alla fine la scommessa verrà vinta e Chiyo, ormai nota come Sayuri (Zhang Ziyi), riuscirà a far perdere la testa a più di un uomo, compreso il danna (protettore) della stessa Mameha. Ma nel cuore della ragazza c’è da sempre solo un uomo: il Direttore generale di una grande industria di Osaka che lei incontrò da bambina e dal quale ricevette il primo vero gesto di gentilezza della sua vita. L’uomo elegante e ben vestito infatti, vedendola piangere (per il mancato appuntamento
con sua sorella) le regalò del ghiaccio zuccherato e spese buone parole per lei. Da quel momento in poi l’obiettivo della bambina sarà quello di diventare una grande geisha per poter un giorno rincontrare quell’uomo. Alla fine, ormai diventata Sayuri, il suo desiderio si avvererà, ma ad avere gli occhi su di lei è il migliore amico del direttore generale, nonché il Dottor Granchio. Entrambi si contendono il suo mizuage (la verginità), ma alla fine andrà al dottore che verserà una somma da capogiro (persino più alta di quella una volta offerta a Mameha, somma fino ad allora rimasta imbattuta).



La gelosia di Hatsumomo allora si farà ancora più potente fino ad arrivare ad un triste epilogo, soprattutto per sé stessa. Nel frattempo la guerra (per la precisione la seconda guerra mondiale) arriva a rovinare i bei sogni e le prospettive di Sayuri, che per sicurezza viene mandata via a lavorare nei campi. Passano gli anni e quella vita piena di eleganti kimono e belle feste è ormai davvero lontana, quasi dimenticata. Ma quando a Osaka la situazione sembra ormai ristabilizzata,             

rimasta imbattuta).  verserà una somma da capogiro (persino più alta di quella una volta offerta a Mameha, soa Sayuri viene chiesto di tornare in città per riprendere ad esercitare il suo vecchio ruolo con gli americani, utili per la rinascita del paese. La donna accetta solo per poter rivedere il suo amatissimo Direttore generale e farà di tutto pur di non “ricevere” come danna il suo migliore amico.
Alla fine, dopo numerose peripezie, la piccola Chyio avrà esaudito tutti i suoi desideri e si dirigerà verso un (almeno apparentemente) lieto fine…

Prescindendo dall’estrema bellezza delle immagini che ci vengono mostrate quasi come cartoline pubblicitarie di un’agenzia di viaggi che promuove delle offerte per l’Oriente, questo Memorie di una geisha è un polpettone melodrammatico un po’ troppo lungo, un po’ troppo ripetitivo, un po’ troppo scontato. Straordinari costumi, suggestive ambientazioni, convincenti interpretazioni (soprattutto quella della piccola Chyio e quella della sempre bravissima Gong Li), ma tutto il resto è noia, come diceva un noto personaggio nostrano. Il film non riesce a colpire in maniera incisiva l’attenzione dello spettatore, che in molti punti della pellicola rischia il collasso o la narcolessia. Con una sceneggiatura al limite del banale ci vengono raccontate con minuziosa dovizia di particolari (forse troppi) tutte le avventure e disavventure (sono più numerose le seconde ovviamente) di una donna che racconta la sua vita sostanzialmente improntata ad un unico obiettivo: diventare una geisha. Al film va forse il merito di aver fatto conoscere meglio il ruolo di queste donne che non erano delle semplici prostitute, ma delle abili intrattenitrici, delle artiste del ballo, del canto, della musica, ma oltre non si va.

Premiato con tre Oscar, alla scenografia, ai costumi e alla fotografia (quest’ultima bellissima ma forse priva di particolarità interessanti), Memorie di una geisha rimane impresso per la maestosità di questi stupendi particolari ben studiati e perfettamente resi. Particolari che hanno un’immensa forza visiva e una potente capacità suggestiva, che però non bastano ad elevare la pellicola verso vette a cui poteva assolutamente aspirare se non si arenasse qua e là nei cunicoli della scontatezza dei sentimenti e delle emozioni.

Regia: 5
Sceneggiatura: 5
Recitazione: 7,5
Fotografia: 7,5
Colonna sonora: 7
Ambientazione: 8
Voto finale: 6,5




CITAZIONE DEL GIORNO

Sei proprio bizzarro a gettare via donne così. Un giorno potrebbero scarseggiare. (Louis Renault nel film: "Casablanca" – 1942)



LOCANDINA