Le streghe di Eastwick

REGIA: George Miller

CAST: Jack Nicholson, Susan Sarandon, Michelle Pfeiffer, Cher
ANNO: 1987

TRAMA:

Tre amiche, Alex, Sookie e Jane, ogni volta che pensano a qualcosa, questa si avvera. Ed è così che in città arriva il terribile Deryl Van Horn, che porta il subbuglio e circuisce le tre piccole “streghe”, che inizialmente cadono ai suoi piedi, ma poi si rendono conto di avere a che fare col Diavolo in persona.

 




ANALISI PERSONALE

Una bella commedia dai toni grotteschi e a volte quasi magici, questo film che gioca molto sulla fisicità di quel grande attore che è Jack Nicholson e sull’estrema bellezza e sensualità delle sue tre attrici protagoniste. Loro sono tre donne sole: una è vedova, l’altra è stata abbandonata dal marito perché rimane incinta ogni volta che la si tocca e l’altra ancora sta divorziando. Tre personalità molto diverse, ma nonostante questo molto unite. Le amiche sono inconsapevoli del fatto di avere un qualche potere che le accomuna e cominciano ad avere qualche dubbio, quando durante un noioso discorso di un membro della società di Eastwick (fantomatico paese del Massachuttes), desiderano che venga giù un forte acquazzone e questo loro desiderio si avvera. Allora, durante uno dei loro mercoledì sera a base di margarita, cominciano a sognare dell’uomo perfetto che potrebbe alleviare le loro solitudini (sottile riferimento del tutto maschilista, all’incapacità di una donna di stare senza un uomo). Non deve essere troppo bello, ma sensuale ed affascinante, con dei begli occhi e un bel culetto. Le donne non si fermano di certo qui, discutono anche su dimensioni del pene e capacità amatorie. Il giorno dopo, quasi per magia, in città arriva un fantomatico personaggio di cui nessuno riesce a ricordare il nome, che acquista una delle più antiche ville di campagna e vi si stabilisce. Si tratta di Daryl Van Horne (un mefistofelico Jack Nicholson con tanto di codino da samurai), che riesce a conquistare una per una le tre amiche, grazie ad un’estrema sincerità e ad un’innata capacità di leggere dentro i loro cuori e le loro teste. La cosa creerà un certo scalpore nella bigotta e borghese cittadina, soprattutto nella direttrice del giornale presso il quale lavora la dolce Sukie, forse l’unica che si fa trascinare in questa sorta di menage, più per spirito emulativo che per altro. Le cose paiono procedere bene per questo gruppo che si diverte a scorazzare per l’enorme villa sulle note del Nessun dorma cantato da Pavarotti e circondato da centinaia di palloncini rosa. Ma qualcosa va storto, la più seccante disturbatrice di questa quiete famigliare e sessuale, muore tragicamente e fa sentire le tre amiche terribilmente in colpa, proprio perché forse inconsciamente ne avevano desiderato la dipartita. Così Alex, Jane e Sukie, decidono di allontanarsi da Deryl, ritenuto la causa del dilagarsi dello scandalo e soprattutto della morte della povera donna. Ma costui non ci sta ad essere abbandonato, dopo aver trovato un’oasi così perfetta, dove essere amato e riverito come un re. Così utilizzerà i suoi poteri contro le tre donne che durante una delle loro pazze serate avevano espresso le loro paure più recondite. Ma le provette streghette hanno imparato qualcosa nella frequentazione col malefico Deryl e quindi ritorceranno i loro stessi poteri per sconfiggere il nemico più grande: l’uomo (e qui si ha forse un pareggiamento di quell’atteggiamento maschilista descritto all’inizio, con una forte prevalenza dello spirito e della forza femminili, se non fosse che un finale un po’ aperto lascia aperta e irrisolta la questione maschilismo vs femminismo).
Sensualità e divertimento, quindi, il mix esplosivo di questa scoppiettante pellicola che ci regala delle sequenze davvero spassosissime come quella della partita a tennis con una pallina che ad un certo punto comincia a fare i capricci o quella già citata dei quattro che si divertono a giocare come dei matti nell’enorme salone della villa riempito di palloncini rosa o quella conclusiva delle tre streghe che con una sorta di rito voodoo utilizzano una bambola di cera per combinarne di tutti i colori all’uomo che viene sballottato a destra e a manca lungo tutta la cittadina, persino in chiesa dove riversa litri e litri di bile (e non solo metaforicamente parlando).
Imperativo categorico: divertirsi e passare un paio d’ore godendo delle bellissime musiche, delle straordinarie interpretazioni e della sana e spassosissima goliardia che unisce le tre streghe al diavolo che arriva a sconquassare una tranquilla e puritana cittadina. Intento principale, oltre a quello di mostrare una sorta di lotta uomo-donna dove in realtà nessuno può vincere al 100%, è il voler
esorcizzare tutti i tabù e i preconcetti che molto spesso, volenti o nolenti, anche inconsciamente fanno parte delle nostre forme mentis. E non si parla solo e semplicisticamente di sesso. Infatti, è così che le streghe vengono descritte come delle amabili e bellissime donne dotate di un cuore e anche di una vagonata di figli cresciuti amorevolmente e il Diavolo stesso è un uomo affascinante e gentile, che tratta bene le sue donne e le rende felici, salvo poi essere abbandonato e per questo sentirsi solo e deluso.

VOTO: 7/7,5

 




CITAZIONE DEL GIORNO

"Che bello… non c’è che una sigaretta". "Ma se non fumi!". "Lo so non fumo. Io non aspiro perché fa venire il cancro, ma divento così incredibilmente bello con la sigaretta, che non posso non averla in mano". (Woody Allen in "Manhattan")



LOCANDINA

L'inquilino del terzo piano

REGIA: Roman Polanski

CAST: Roman Polanski, Isabelle Adjani, Melvyn Douglas, Bernard Fresson
ANNO: 1976

TRAMA:

Telkovskij, impiegatuccio polacco d’origine, si ritrova a dover cercare un appartamento a Parigi. Finalmente riesce ad affittare un bilocale in un elegante palazzo abitato da gente più un là con l’età, molto esigente in fatto di calma e tranquillità. Ben presto l’impiegato scoprirà che l’inquilina precedente si era tolta la vita gettandosi dalla finestra. Gli oggetti appartenuti alla donna, ancora presenti nell’appartamento, e le continue pressioni dei vicini faranno cadere Telkovsky in una spirale ossessiva e auto-distruttiva.

 



 

ANALISI PERSONALE

Atmosfere cupe, luce quasi del tutto assente, personaggi grotteschi, musiche tetre e angoscianti, visioni inquietanti, spazi angusti e quasi claustrofobici, specchi spersonalizzanti, finestre allucinanti, incubi e deliri. Tutto questo è L’inquilino del terzo piano, il racconto di un’ossessione e di un’alienazione causate dall’incapacità di rapportarsi col prossimo, con il diverso, lo sconosciuto o l’ostile. Una metafora sull’inadattabilità o la difficoltà di sentirsi accettato che uno straniero ha quando non si trova nel suo ambiente, una discesa quasi inevitabile verso gli inferi. Di certo non aiuta quella società che dovrebbe accogliere e comprendere, “Siete dei mostri!”, urla ad un certo punto il protagonista ormai disperato e convinto del complotto ai suoi danni. Inizialmente siamo portati anche noi spettatori a farci trascinare da questa teoria cospirativa, dato che gli abitanti del condominio nel quale va a stabilirsi questo timido e impacciato impiegato (interpretato egregiamente dallo stesso regista) sono davvero singolari, a volte quasi terrificanti (come la signora che si reca a chiedere aiuto accompagnata da una bambina menomata, ma il parterre di stranezze non finisce qui). Tra lamentele per i troppi rumori, oggetti che spariscono in un batter d’occhio, altri ritrovati in posti inusuali (un buco nel muro coperto dall’ovatta che nasconde un dente umano, quello che mancava alla povera Simone, la precedente inquilina morta suicida) e sinistri personaggi che fanno la loro comparsa alla finestra del bagno situata proprio di fronte a quella dell’appartamento di Telkovskij, non c’è da stare tranquilli affatto. In effetti è l’angoscia la sensazione principale (ma non l’unica) che si impossessa dello spettatore, causata dall’oscurità non solo dell’appartamento, ma anche delle vicende che ruotano attorno ad esso. Appartamento che sembra quasi impossessarsi della mente del protagonista che man mano cede agli incubi e alla follia e prende sempre più le sembianze di Simone, truccandosi e vestendosi come lei e continuando a guardarsi ed osservarsi nei numerosi e inquietanti specchi disposti nell’appartamento.

Di particolare impatto visivo ed emotivo la sequenza estremamente onirica nella quale gli abitanti del condominio giocano con una testa umana (quella di Telkovskij travestito da Simone) e torturano la povera bambina menomata. L’impiegato è ormai convinto che i suoi coinquilini vogliano trasformarlo nella donna morta suicida, per indurlo a compiere lo stesso gesto, ma non si rende conto che è egli stesso ad assumerne sembianze ed atteggiamenti, non solo per quanto attiene al travestimento. Comincia a fumare la stessa marca di sigarette, ad ordinare le stesse cose al bar e soprattutto a frequentare una sua amica (conosciuta al capezzale della donna), anch’essa poi ritenuta parte del complotto ai suoi danni. Risulteranno vani i tentativi dell’uomo di liberarsi o perlomeno di combattere queste ossessioni (segno questo, forse, dell’impossibilità di adattarsi completamente ad una realtà diversa dalla nostra, a noi estranea) che lo porteranno a vedere i terribili e minacciosi volti dei suoi vicini, nei volti di chiunque incroci la sua strada, come quelli dei due vecchietti che incidentalmente lo investono e a cui Telkovskij tenta di togliere la vita strangolandoli, per difendersi. La pellicola piena di significati reconditi, di rimandi e allegorie termina con una scena a dir poco sconvolgente e a tratti fuorviante che ci lascia perplessi sulla reale natura di tutto ciò che abbiamo visto precedentemente e che sicuramente rimescola le carte in tavola lasciando ampio spazio alla nostra libera interpretazione.
Ciò che conta è l’ottima qualità della messa in scena (l’appartamento assume il ruolo di protagonista insieme a Polanski, ma anche il bagno situato di fronte che alla fine ci verrà mostrato dall’interno è molto particolare e turbante) e la profondità della riflessione che questa storia di “fantasmi” e possessioni porta con sé.

VOTO: 8,5

 



 

CITAZIONE DEL GIORNO

Il ristorante è un luogo meraviglioso per gli amori novelli, sconfortante per le coppie ufficiali. (Charles Denner da "L’uomo che amava le donne")


 

LOCANDINA

Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo

REGIA: Steven Spielberg

CAST: Harrison Ford, Shia LeBeouf, Cate Blanchett, John Hurt, Karen Allen, Ray Winstone, Jim Broadbent
ANNO: 2008

TRAMA:

Il professore-archeologo-eroe Indiana Jones è invecchiato ma non ha perso la sua verve e il suo coraggio. Questa volta i suoi nemici sono i Russi che tentano di impossessarsi di un teschio di cristallo appartenuto probabilmente ad un essere extra-terrestre e dotato di poteri inusitati. Ad aiutare Indy questa volta un ragazzo un po’ scapestrato e alcune vecchie amicizie, alcune delle quali non si riveleranno proprio tali.

 




ANALISI PERSONALE

19 anni sono tanti. Si poteva fare di meglio, ma si poteva fare anche di molto peggio. In realtà Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo è un’onesta operazione cinematografica che non toglie nulla a quei tre mini-gioielli che sono i primi capitoli della saga e che è assolutamente incomparabile con quel modo di fare cinema, con quel periodo d’oro  della settima arte e soprattutto del genere d’avventura di cui Spielberg e Lucas furono e sono ottimi esponenti. Harrison Ford alla “veneranda” età di 66 anni dimostra una forma fisica e uno spirito non indifferenti e dà vita al solito gigione, simpaticissimo e mitico Indiana Jones a cui siamo affezionati e di cui abbiamo seguito trepidanti le vicende amorose, avventurose, pericolose e fantastiche. Questa volta è affiancato da un compagno di viaggio che non è assolutamente avvicinabile sia per recitazione che per stile al vero protagonista indiscusso di questa saga, ma che comunque fa del suo meglio per non soccombere e non scadere nel ridicolo. Trattasi del giovanissimo e quotatissimo Shia Le Beouf che scimmiotta Marlon Brando e tutta una generazione degli anni ’50 e ci regala alcuni momenti di esilarante ironia come nella bellissima scena di inseguimento nella quale viene colpito ripetutamente nelle parti basse da alcune piante dal fusto un po’ troppo alto (meno apprezzabile e un po’ troppo esagerata la corsa sulle liane). Non sono da meno gli altri comprimari: il grande John Hurt che molto probabilmente dà vita al personaggio più spassoso e divertente di questo quarto capitolo (ad esclusione dell’intoccabile e inarrivabile Indy, naturalmente), un professore un po’ rincitrullito a causa della prolungata vicinanza col teschio di cristallo; l’indecifrabile Ray Winstone che passa da una fazione all’altra senza un minimo di logica (forse un personaggio un po’ troppo approssimativo, ma recitato in maniera simpatica ed originale); la graziosissima e sempre un po’ svampita Karen Allen (unico vero amore nella vita del libertino e affascinante Indy); la cattivona di turno questa volta interpretata da un’attrice con la A maiuscola, tale Cate Blanchett con tanto di parrucchino a caschetto nero che interpreta un ufficiale dell’esercito russo che combatte non tanto per il suo popolo, quanto per una spasmodica sete di conoscenza (la Blanchett ha sicuramente fatto di meglio, però i suoi occhi di ghiaccio e la sua espressione quasi incessantemente fumettistica contribuiscono a rendere il suo personaggio singolare ed intrigante). Insomma, non più fascisti ma russi, non più un papà svampito e seccatore, ma un figlio spaccone e intraprendente, niente culti di divinità o di reliquie scomparse, ma la ricerca di una nuova e sconosciuta dimensione. I momenti di stanca non mancano, e sicuramente sono quasi sempre quelli incentrati sul rapporto padre-figlio assolutamente imparagonabile a quello straordinario ed esilarante che ci era stato offerto nel terzo capitolo (merito anche della superba recitazione di Sean Connery e di una sceneggiatura sicuramente meglio costruita rispetto a questa un po’ più superficiale e claudicante). Ma tali momenti di stanca sono stemperati da ottime scene d’azione girate con la solita maestria di quel grande regista che è Spielberg, esempio vivente di come si possa fare dell’elegante e valente cinema d’intrattenimento, che ci regala due o tre momenti mozzafiato, come la bellissima corsa in moto di Indy e suo figlio che finisce proprio nella biblioteca dell’università o quella dell’inseguimento nella foresta con tanto di scimmie e formiche assassine che assalgono e distruggono i nemici brutti e cattivi, o quella di Indy che si ritrova nel bel mezzo di un test nucleare, e si potrebbe continuare a lungo. Un incipit che fa sperare in un altro minicapolavoro (quella corsa tra militari e ragazzi spensierati che poi ineluttabilmente e inevitabilmente si dividono), ma che ci accompagna sostanzialmente verso un film discreto e assolutamente godibile. Sicuramente un cinema che ha come primario obiettivo quello di farci sognare e di farci entrare in un’altra dimensione (come quella degli alieni a cui appartiene il teschio di cristallo), un film che diverte grazie all’uso, seppur meno accattivante e strabordante rispetto al glorioso passato di questa saga, dell’ironia tipica di Indy e che soprattutto coinvolge ed emoziona in non pochi momenti (la prima apparizione dell’ombra di Indy con tanto di cappello è qualcosa di veramente esaltante). Certo quel finale un po’ caciarone lascia con l’amaro in bocca (addirittura il disco volante potevano risparmiarcelo, così come potevano evitare l’eccessivo utilizzo di effetti speciali digitali, ma comprendiamo che molto probabilmente non poteva essere altrimenti), ma tutto sommato la visione si regge, anche perché si viene ricompensati dal mito di un personaggio che non morirà mai. Non mancano i rimandi e gli omaggi ai precedenti capitoli (farà capolino l’arca dell’alleanza, vedremo le foto di Indiana Senior e del caro vecchio Marcus e via dicendo), che fanno sicuramente piacere agli affezionati e agli appassionati e soprattutto non si cade nel facile errore di mostrare l’intento di voler far acquisire l’eredità di frusta e, soprattutto, cappello a Shia Le Beouf (anche se ancora si teme per un futuro della saga con lui come protagonista assoluto). In realtà, e Spielberg ci ha tenuto a sottolinearlo, di Indiana Jones ce n’è uno solo, ed è tassativamente non solo inimitabile, ma prima di tutto insostituibile.

VOTO: 7

 




CITAZIONE DEL GIORNO

E non mi baciare! Lo sai, no, che nun me piace il bacio! I baci li danno le femminucce e gli uomini sessuali. (Il boss Roberto Benigni alla fidanzata Nicoletta Braschi in "Johnny Stecchino")



LOCANDINA

Il regista di matrimoni

REGIA: Marco Bellocchio

CAST: Sergio Castellitto, Donatella Finocchiaro, Samy Frey, Gianni Cavina, Bruno Cariello, Simona Nobili
ANNO: 2006

TRAMA:

Il regista Franco Elica sta per portare sugli schermi un’ennesima trasposizione de I promessi sposi. Dei guai legali però lo costringono a rifugiarsi in Sicilia, dove fa la conoscenza di un regista di matrimoni col quale comincia a collaborare. Quando la notizia della sua presenza in città si spargerà, il principe Gravina chiederà a Franco di filmare le nozze di sua figlia Bona, solo che questi se ne innamorerà e tenterà di sabotare il matrimonio.




ANALISI PERSONALE

Un film molto poetico questo Il regista di matrimoni, dove vengono affrontati numerosi temi molto importanti, che danno la possibilità di farsi una propria idea sul cinema italiano degli ultimi anni e su come i suoi meccanismi influenzino registi e addetti ai lavori. Un film sicuramente surreale e a volte quasi incomprensibile, che però trasuda passione da tutti i pori e ci fa immergere nei suoi paesaggi e nelle sue viscere, anche grazie ad una sorta di occhio-telecamera, che dapprima analizza gli interlocutori del protagonista e poi ci mostra, invece, la sua interiorità. Una perfetta commistione di sogno e realtà, Il regista di matrimoni ha non poche somiglianze con le vicende de I promessi sposi: abbiamo la bella e indifesa Lucia (una bravissima Donatella Finocchiaro) e il proibito, ma per questo desiderato, Innominato (uno straordinario Sergio Castellitto). I due si innamorano ma non riescono a stare insieme. Ci sono persino i bravi nelle vesti di due impettite guardie del corpo che seguono ovunque la povera Bona, alla fine costretta a rifugiarsi in un monastero fino al giorno delle sue nozze.  Anche nel film assistiamo alla preparazione di un matrimonio che “non s’ha da fare”, quello tra Bona e un uomo di cui non è assolutamente innamorata e da cui non è nemmeno amata. Un matrimonio di convenzione orchestrato dal principe di Gravina, ormai decaduto che desidera ridare lustro alla sua famiglia. Ma il film non si ferma di certo qui, non è solo una bellissima favola d’amore con un finale aperto che lascia spazio a diverse interpretazioni (Bona scapperà con Franco? Si sposerà? Finirà tutto in tragedia?), ma è anche una profonda riflessione sulla religione, sull’istituzione del matrimonio, sul rapporto padre-figli, sul mestiere del regista e sul cinema in generale.
Infatti, il protagonista Franco appare quasi sempre scocciato, un po’ perché costretto ad interrompere la lavorazione del suo nuovo film, un po’ perché deluso dal matrimonio di sua figlia, celebrato in chiesa con rito cattolico.

E possiamo continuare a ravvisare in lui quell’ateismo, che il regista da sempre professa, quando si rifiuta di filmare la processione dell’Addolorata o quando non si preoccupa di amoreggiare in chiesa con la sensuale Bona, avvolta da un velo nero. Un altro personaggio molto importante è il regista Smamma (interpretato da Gianni Cavina), che finge di essere morto per poter finalmente vedere trionfare il suo film al David di Donatello e per vedere apprezzata la sua arte, perché – come lui spesse volte ripete nel corso della pellicola – in Italia “sono i morti che comandano”. Sicuramente una provocazione di Bellocchio, che in questo modo vuole denunciare la mancata fiducia del nostro paese verso le nuove sperimentazioni o verso operazioni coraggiose e non commerciali. Molto probabilmente anche una risposta stizzita del regista alla sua mancata vittoria alle premiazioni precedenti. Una sorta di strumentalizzazione del mezzo cinematografico per assolvere contemporaneamente a due intenti: cercare di risvegliare l’arte e l’amore per essa e tutte le sue sfumature ed effettuare una sorta di comunicazione personale a tutti i suoi detrattori. Questa sorta di promozione di un cinema più personale e se vogliamo dire alternativo si ravvisa soprattutto in una straordinaria sequenza: quella nella quale Franco appena arrivato a Cefalù (uno straordinario paese siciliano che offre dei fantastici squarci di paesaggio), assiste seduto sulla spiaggia ad un filmino di matrimonio; il regista lo riconosce e gli chiede come potrebbe personalizzare il filmino e renderlo originale, allora Franco gli suggerisce di far scappare gli sposi inseguiti da loro e dalla mamma della sposa e di farli entrare nello schermo prima da destra e poi da sinistra, per poi infine ricomparire finalmente soli per lasciarsi andare alla passione.
Un cinema da difendere con le unghie e con i denti questo di Bellocchio che non ha paura di esprimere le sue opinioni e di ribellarsi al sistema anche se questa sua sorta di ribellione è mascherata dalla storia d’amore che vede come protagonista Bona che alla fine, come ci canta la voce di Mariangela Melato, “sola se ne va per la città”.

VOTO: 8

 




CITAZIONE DEL GIORNO

Vincent: "Cinquantatre dollari? Ma è uscito di cervello?". Poliziotto: "E’ un posto riservato agli handicappati. Non vede?". Vincent: "Perché, io le sembro normale?". Poliziotto: "No, ma non ha il contrassegno sul parabrezza". (da "I gemelli")




LOCANDINA

La saga di Indiana Jones (post cumulativo)

INDIANA JONES E I PREDATORI DELL’ARCA PERDUTA

REGIA: Steven Spielberg

CAST: Harrison Ford, Karen Allen, Paul Freeman, Alfred Molina
ANNO: 1981

TRAMA:

Hanry Jones, anche detto Indiana Jones, è un professore di archeologia nonché un ricercatore di tesori e di oggetti nascosti. Dopo una missione in Perù, dove si è fatto sfuggire un idolo sacro, toltogli dalle mani dall’acerrimo nemico Belloq, viene contattato dai servizi segreti americani per riuscire a recuperare la cosiddetta Arca dell’Alleanza, uno scrigno contenente frammenti delle tavole dei 10 comandamenti. Questa reliquia è estremamente importante perché, secondo la leggenda, è in grado di donare poteri inusitati al suo possessore e per questo motivo i nazisti sono sulle sue tracce, per conto di Hitler. Indiana Jones, con l’aiuto di Marion, una sua vecchia amica, tenterà con tutte le sue forze di non far vincere il male.


ANALISI PERSONALE

Impossibile non trovare questo grandissimo film d’avventura e d’azione, d’amore e d’orrore, di sano e semplice divertimento, estremamente adorabile. Indiana Jones è una storia incredibile che ha il sapore di un vecchio fumetto narrante gesta eroiche o di un bel libro come quelli che i nostri genitori ci leggevano da piccoli prima di andare a dormire. Indiana Jones non è un vero eroe, è un timido e impacciato professore universitario che non si accorge della corte che le sue studentesse gli fanno spudoratamente e che è completamente preso dai suoi ritrovamenti, dai suoi scavi e reperti archeologici, nonostante sia consapevole del fatto che prima o poi non gli apparterranno più. Indiana Jones si trasforma in un “supereroe” solo quando impugna la sua frusta e indossa il suo cappello. E’ così che lo vediamo nella sua prima apparizione. E’ di spalle e sta per essere attaccato da un uomo, ma all’improvviso si volta e fuoriesce dall’ombra con un espressione seriosa sul volto e con lo sguardo fisso e profondo. Sembra che ci sia da avere paura, e in realtà in uno o due momenti il brivido si impossesserà dei nostri corpi, ma la provenienza sarà sicuramente un’altra, non certo questo mattacchione avventuriero che combatte più con l’intelligenza e la furbizia e che ci strappa numerose risate, soprattutto quando in un duello a suon di sciabole affilate, si accorge troppo tardi di avere una pistola in tasca. Come se non bastasse, Indy ha una vera e propria fobia per i serpenti, ma nel corso della sua straordinaria avventura questi spunteranno fuori come funghi costringendolo a superare le sue paure per salvare la vita della giovane donzella, innamorata di lui, ma trascurata per anni e per questo un po’ inviperita.
I primi dieci minuti che introducono quella che sarà poi la vera e propria avventura pericolosa dell’archeologo, hanno un ritmo incalzante e coinvolgente e una capacità di tenere con gli occhi
incollati allo schermo non indifferente. Tra frecce che fuoriescono dalle bocche di terribili creature di pietra, palle enormi che inseguono il povero Indiana Jones tradito dal suo aiutante, idoli sacri che una volta tolti dalla loro postazione scatenano l’inferno e indigeni armati di archi e frecce pronti a far fuori il nostro mitico eroe, non c’è da stare tranquilli. Ma per fortuna Indy sa il fatto suo, e aggrappandosi ad una liana, nella scena forse più adrenalinica e avventurosa della pellicola, si lancia in acqua verso l’aereo del suo amico che lo riporterà in salvo, sulle note del notissimo e straordinario motivo musicale che contrassegna in maniera notevole e positiva la saga avventurosa più famosa e, molto probabilmente, più bella della storia.
Dall’America del Sud all’Africa del Nord, passando per gli Stati Uniti, seguiremo sempre più eccitati come bambini e sempre più interessati alle sorti dell’arca dell’alleanza, le gesta eroiche nonché gli sfortunati eventi che vedranno coinvolto non solo Indiana Jones, ma anche il suo acerrimo nemico e la bellissima Marion, donna forte e tenace, ma più volte bisognosa di aiuto. Rapita numerose volte ora da un nemico ora da un altro, troverà la salvezza sempre per mano del suo amato-odiato Jones, che la porterà in salvo rischiando persino di perdere tutto quello che cui ha lavorato tanto e per cui è stato assoldato.
Indiana Jones non è solo quindi un semplice film d’avventura (tra l’altro se ne vedono davvero pochi di film d’avventura di cotale fattura), ma è una brillante e riuscitissima commistione di generi, omaggiati dal regista il cui nome è simbolo di qualità e commerciabilità al tempo stesso, il grande Spielberg, che sa come trascinare ed esaltare gli spettatori. Non manca l’azione e l’adrenalina, come nell’inseguimento che Jones ingaggia coi suoi nemici o come quando vero la fine vediamo sia lui che Marion rischiare la pelle a causa dei terribili demoni infuocati che fuoriescono dallo scrigno, per salvarsi solo grazie al fatto di aver tenuto gli occhi chiusi. Non mancano le risate, come nelle scene già citate, ma anche insite in moltissime battute ironiche e spiritose messe in bocca ora all’inconsapevolmente coraggioso Jones, ora alla coriacea Marion. Non manca nemmeno la storia
d’amore, sicuramente tribolata ma rafforzata dalle avversità e dall’inserimento in un contesto del tutto inusuale.
Non è possibile non essere esageratamente affezionati o comunque cominciare ad affezionarsi (per chi non ha avuto modo e fortuna di vederlo a suo tempo) a questo straordinario giocattolino cinefilo, che accontenta grandi e piccini, e che anzi fa tornare piccini i grandi e fa diventare grandi i piccini.

VOTO: 8,5





INDIANA JONES E IL TEMPIO MALEDETTO


REGIA
: Steven Spielpberg

CAST: Harrison Ford, Kate Capshaw, Johnatan Ke Qaw,
ANNO: 1984

TRAMA:

Siamo nel 1935, un anno prima delle fantastiche peregrinazioni in giro per il mondo del primo capitolo della saga, e siamo in India, dove l’archeologo accompagnato da un bambino tutto pepe e da una svampita cantante di night, si ritrova a dover recuperare una pietra magica che difendeva i villaggi tibetani dalla malvagità dei Thugs, adoratori della dea Kalì.



ANALISI PERSONALE

Come non voler bene a questo secondo capitolo della saga di Indy, anche se tutto sommato non è all’altezza del primo e si rivela essere un po’ troppo fracassone e pieno zeppo di inseguimenti, combattimenti, effetti speciali e via dicendo? Sicuramente, non è il miglior episodio delle avventure di Indiana Jones, ma riesce comunque a far sognare i suoi affezionati estimatori e a divertire con una serie di gag, qui moltiplicate rispetto al primo, e di situazioni al limite tra il grottesco e l’incredibile. Anche in questo caso abbiamo un inizio folgorante (ma quello del primo è assolutamente impareggiabile ed indimenticabile) che si fa ricordare e  che spicca su tutto il resto delle avventure di Indy. Una sorta di omaggio ai vari 007, dato che ci ritroviamo con un Harrison Ford in abito da sera, costretto a passarne di tutti i colori pur di recuperare una boccetta contenente l’antidoto al veleno offertogli in un calice a mò di vino dal suo socio in affari cinese. L’oggetto della contesa: una reliquia sacra e un diamante che fa gola anche alla compagna, o apparente tale, del boss cinese, che fa anche la cantante nel night di sua appartenenza. Jones, come sempre, dopo una sere di esilaranti e coinvolgenti peripezie riesce a recuperare il suo antidoto, portandosi via anche la bella cantante che se l’era nascosto nel reggiseno per potersi impadronire del diamante. A fare compagnia a questo duetto assortito, arriva un intraprendente bambino a bordo di un taxi, che guiderà i due verso l’aeroporto e verso l’aereo che poi si schianterà, facendo precipitare i tre sfortunati a bordo, sul villaggio tibetano.
Da qui prenderà inizio la vera e propria fantastica avventura di Jones, costretto a sopportare i capricci e le seccature di Willie, la bella cantante (interpretata da quella che sarà poi la moglie di Spielberg) e
le disattenzioni quasi mortali del piccolo Short round (Johnatan Ke Quan, uno straordinario e simpaticissimo bambino). Sarà così che Indy, armato di frusta e cappello, suoi inseparabili amici, dovrà vedersela con i soliti serpenti da lui odiati, con teschi provenienti da ogni dove, con malvagi personaggi che maltrattano bambini (rapiti dal villaggio che ha chiesto a Indy di recuperare la pietra magica) e via di questo passo. Non mancheranno i soliti duelli al limite tra l’azione più pura e il divertimento assicurato (tornerà anche l’esilarante duello a suon di sciabole del primo episodio, solo che in questo caso Indy si accorgerà di non avere la pistola con sé) e ovviamente non mancherà la “sottile linea rosa”, che unirà l’intrepido ed impavido avventuriero con la vanitosa e intrattabile cantante, tenuti uniti e a volte anche in vita grazie alla furbizia ed abilità della piccola peste affezionatissima al grande Indy, che questa volta dovrà combattere anche contro sé stesso. I palati degli appassionati d’avventura non verranno delusi, anche grazie ad una serie di trappole nelle quali i protagonisti cadranno e dalle quali si salveranno sempre per il rotto della cuffia e di inseguimenti, stavolta sui binari di una miniera o sulla scala di legno traballante che unisce due lembi di terra separati solo da un fiume pieno di coccodrilli famelici. Ma ovviamente non c’è di che temere, dato che il mitico Indy non può farsi sopraffare dal nemico, che continua ad attaccarlo, ora con frecce lanciate all’unisono da centinaia di guerrieri, ora con pozioni magiche per reclutarlo nelle loro file, ora con fortissime frustate, ora con sparatorie a bordo di carretti che corrono all’impazzata sulle rotaie della miniera. Stavolta, l’uomo la donna e il bambino riusciranno a salvarsi la pelle grazie alla collaborazione, anche se Willie si lamenterà ora per un’unghia spezzata, ora per una permanente guastata, ora per la puzza di un elefante, ora per la mancata notte di fuoco con Indy che ha preferito proseguire l’avventura alla ricerca della pietra magica.
Bisogna rivolgere un sentito ringraziamento al grandissimo Spielberg (e di rimando al produttore Lucas che con l’avventura e l’azione è di casa), che è riuscito con questa grandissima saga (ma non solo) a farci sognare, ridere, fremere e perché no, anche tremare, visto che in questo secondo capitolo non manca anche una leggera ma graditissima componente orrorifica (oltre ai già citati teschi che fuoriescono da ogni dove, anche una serie di schifosissimi animali non ben identificati ).
Pur non essendo esente da difetti e da esagerazioni, Indiana Jones e il tempio maledetto è un ottimo
film di intrattenimento, che rimane impresso anche per la qualità espositiva degli effetti speciali e degli aspetti più tecnici come la fotografia e la straordinaria colonna sonora ormai entrata nell’immaginario collettivo di chiunque (anche chi non è appassionato di cinema). Indimenticabile, soprattutto, l’interpretazione di Harrison Ford che ha dato vita non solo ad un personaggio fenomenale, ma ad un uomo che tutti più o meno sentiamo come un eroe e al contempo un caro amico. dentificati ):

n indi teschi che fuoriescono da ogni dove, anche una serie di animali non ben indma componente orrorifica. dy ch

VOTO: 7,5/8





                         INDIANA JONES E L’ULTIMA CROCIATA

 

REGIA: Steven Spielberg

CAST: Harrison Ford, Sean Connery, Denhlom Elliot, Alison Doody, River Phoenix
ANNO: 1989

TRAMA:

Questa volta l’archeologo dovrà portare in salvo suo padre tenuto prigioniero dai nazisti che vogliono arrivare all’ubicazione del Santo Graal, di cui Jones Senior ha la mappa. Dopo numerose peripezie e strampalate avventure, padre e figlio riusciranno ad arrivare alla reliquia sacra, ma qualcosa impedirà loro di prenderne possesso.



ANALISI EPRSONALE

Anche questa volta un inizio davvero folgorante. Siamo nel 1912, molto indietro nel tempo rispetto alle precedenti avventure dell’archeologo più famoso del mondo. Indiana è un ragazzino (interpretato da River Phoenix) e sta già cominciando a seguire le orme di suo padre come archeologo. Una pericolosa avventura che lo vede come protagonista ci svelerà il perché della sua paura per i serpenti, della sua cicatrice sul mento e dell’utilizzo di frusta e cappello come fidati e inseparabili amici. Dopo questo succulento prologo veniamo di nuovo immessi nel presente, con il solito affascinante e quasi impacciato Indiana nelle vesti di professore assaltato da orde di studentesse. Questa volta l’archeologo dovrà vedersela di nuovo con i nazisti (nemici anche del primo episodio della saga), che non solo hanno catturato suo padre, ma che vogliono anche recuperare il Santo Graal che secondo la leggenda può rendere estremamente potente Hitler e tutto il suo gruppo di fedeli e ammiratori. Le danze hanno inizio e Indy si ritrova affiancato dall’amico di sempre, Marcus Brody (Denholm Elliot), un tantino svampito, ma sicuramente preparato alla missione da compiere. Indiana Jones e l’ultima crociata è  un film estremamente entusiasmante ed esilarante, che mescola straordinariamente un po’ di storia (con qualche imperfezione che però sbiadisce all’orizzonte in confronto a tutto il resto), tantissima avventura, spassosissima ironia e un velato (ma neanche tanto) solito riferimento alle qualità seduttive e amatorie dello “sciupafemmine” Indy. Quello che però risulta essere il miglior pregio di questo terzo capitolo della saga è proprio lo strampalato e irrisolto rapporto padre-figlio, dove per padre abbiamo niente poco di meno che lo sbadato e al contempo severo Sean Connery (Spielberg e Lucas hanno più volte ripetuto che senza James Bond, Indiana Jones non sarebbe mai nato, per questo era quasi necessaria la presenza di chi ha interpretato per anni la famosissima spia). Sono gli scoppiettanti dialoghi tra questi due fantastici personaggi che ci fanno stare sempre col sorriso sul volto e tutte le numerose e spiritossissime gag che li vedono coinvolti non fanno altro che accrescere il livello di divertimento. Come resistere allo scappellotto che Indiana Senior rivolge a suo figlio per una bestemmia? O alla faccia di Indy quando si avvicina per sbaglio ad Hitler con in mano il diario segreto recuperato dopo mille peripezie e il fuhrer non rendendosi conto di cosa stringe tra le mani, gli fa un autografo? O all’inseguimento a bordo di un aereo nel quale Sean Connery dovrebbe sparare agli aerei tedeschi che vogliono farli fuori e invece non fa altro che azzoppare il loro stesso mezzo di trasporto? O all’incendio causato dall’anziano archeologo nella stanza nella quale è tenuto prigioniero con suo figlio? O all’altro inseguimento a bordo di un side-car che li poterà ad un bivio in cui dovranno scegliere tra Venezia e Berlino? O alla scena sul dirigibile nella quale Indy getta dal finestrino un ufficiale tedesco fingendosi un controllore arrabbiato per la mancanza del biglietto? O alla scoperta che l’affascinante e avvenente professoressa tedesca è andata a letto sia col padre che col figlio? O alla scoperta del vero nome di Indy, Junior, e del perché suole farsi chiamare Indiana? O all’incontro esilarante tra Jones Senior e Marcus dentro un carro armato tedesco?
Ma di sequenze memorabili ce ne sono davvero troppe per poterle enucleare una per una, bisogna lasciarsi trasportare e coinvolgere dalle mirabolanti situazioni che di volta in volta vedono come protagonisti il nostro eroe e il suo stralunato padre. Da Venezia (dove incredibilmente troviamo delle catacombe) a Berlino (dove vengono bruciati un sacco di libri e viene venerato il fuhrer), passando per l’Austria, Indiana Jones dimostra di non aver perso il suo coraggio e la sua forza, ma anche la sua fragilità di fronte ad un padre che lo tratta ancora come un bambino e che soprattutto non è abituato alle movimentate avventure che per suo figlio invece sono all’ordine del giorno. Non mancano i riferimenti etico-religiosi, incentrati soprattutto sulla funzione della fede e della fiducia nel prossimo, illuminanti a tal proposito due sequenze: quella nella quale Indiana si ritrova a dover decidere se gettarsi da un dirupo perché suo padre gli dice di avere fede e l’altra è quella nella quale si ritrova a dover scegliere tra numerose coppe quella giusta, pena l’incenerimento (come succede al cattivone
che sceglie la coppa sbagliata scambiandolo per il Sacro Graal e finisce impolverito).
Sicuramente superiore al secondo capitolo della saga, che però rimane comunque nel cuore degli appassionati, Indiana Jones e l’ultima crociata può essere paragonato per qualità narrativa ed espositiva al primo con cui ha molti aspetti in comune. L’unica differenza è che col terzo si ride molto di più e si tralascia la tipica figura femminile presente nei due precedenti capitoli, per far spazio ad una più imponente ed indimenticabile figura paterna.

 VOTO: 8,5





CITAZIONE DEL GIORNO

Sono rientrato a casa e ho trovato Frank, il mio migliore amico, a letto con mia moglie. Gli ho detto: "Frank, io devo! Ma tu?". (Billy Crystal in "Harry, ti presento Sally")




LOCANDINE


     



La parola ai giurati

REGIA: Sidney Lumet

CAST: Henry Fonda, Martin Balsam, Lee J. Cobb, Ed Begley, E.G. Marshall
ANNO: 1957

TRAMA:

12 giurati sono riuniti per decidere le sorti di un giovane ragazzo accusato di aver assassinato suo padre. Le prove paiono portare tutte alla lampante colpevolezza del diciassettenne, ma uno dei giurati non è d’accordo. Non è sicuro della colpevolezza e per questo non vuole assolutamente cedere, solo perché in minoranza. All’iniziale riluttanza degli altri 11 giurati, seccati dall’interruzione e desiderosi di proseguire in altra maniera la loro giornata, seguirà una graduale ma potente insinuazione del dubbio che porterà a galla le diversità di caratteri e di opinioni, ma riuscirà alla fine a portare ad un unico verdetto.

 




ANALISI PERSONALE

Un solido e compatto legal-movie di quelli che ormai non si vedono più, ma che conserva tutta  la sua forza e la sua efficacia. Quello che più colpisce in questo straordinario saggio di regia e di recitazione è il fatto che si tratti di un esordio. Lumet dimostra già con la sua prima opera una straordinaria dose di talento e di capacità narrativa ed analitica, non solo cinematografica. In realtà infatti, La parola ai giurati non è soltanto un bellissimo e ben costruito film incentrato su tematiche legali e giuridiche, è anche, e forse soprattutto, una brillante, lucida e molto profonda analisi di una società (quella americana in questo caso) fatta di pregiudizi, di razzismi, di staccionate e diffidenze, che rendono ciechi anche di fronte all’evidenza e rabbiosi nei confronti dei più deboli o dei diversi. Con un’incredibile padronanza del proprio mestiere, Lumet si avvale, rendendola propria, della lezione aristotelica dell’unità di tempo, di luogo e di azione. In effetti, il film si svolge tutto all’interno dell’aula giudiziaria nella quale i 12 giurati sono costretti, volenti o nolenti, a passare del tempo insieme e a confrontarsi più o meno educatamente e pacatamente, anche se non mancheranno scatti d’ira verbali e anche fisici e prese di posizioni più o meno inamovibili di alcuni dei giurati. L’unità di tempo è resa esplicita dal riferimento alle ore che passano e anche dal cambiamento del tempo visto attraverso le finestre dell’aula che mostrano il passaggio da una calma piatta, ad una pioggia potente e quasi incessante, per poi tornare, a fine seduta (e una volta raggiunta l’unanimità dunque) all’amenità e alla serenità. L’azione è indubbiamente una sola, ed è quella della decisione sulla colpevolezza o innocenza di un ragazzo che non ha saputo difendersi e non ha trovato nemmeno un difensore adeguato che abbia saputo farlo meglio di lui. Le prove a suo carico sono lampanti ed è su queste che si impunteranno volta per volta i convinti assertori della colpevolezza dell’accusato.

Ma grazie alla capacità di uno di loro (lo straordinario Hanry Fonda, ma non sono da meno neanche tutti gli altri 11 attori straordinariamente perfetti per ciascuna delle parti a loro affidata) di non lasciarsi influenzare da pregiudizi sulla provenienza sociale del ragazzo e sulla testimonianza di alcuni suoi vicini di casa (un vecchio zoppo che non avrebbe mai potuto correre dal suo letto alla porta di ingresso per vedere scappare il ragazzo già per le scale e una dirimpettaia che dal suo letto senza occhiali non avrebbe mai potuto guardare attraverso un treno in corsa il ragazzo compiere l’omicidio). Ad uno ad uno i giurati si lasceranno convincere a discutere di una cosa importante come la vita di un altro essere umano, e abbandoneranno la completa sicurezza della sua colpevolezza, dettata non solo dalle prove schiaccianti, ma anche e forse soprattutto da un lato dalla voglia di sbrigare in fretta degli obblighi seccanti e di tornare a casa, e dall’altro da una più o meno velata diffidenza nei confronti di un ragazzo cresciuto nei bassifondi e per questo automaticamente portato al crimine e alla delinquenza.
Con una regia tutta incentrata su carrellate orizzontali, primissimi piani, zoomate sui volti sempre più sudati e stremati dei giurati e prelibatissimi piani-sequenza, La parola ai giurati ci mostra volta per volta il cambiamento di opinioni di ciascun giurato, dimostrando che non è una pecca o una vergogna cambiare idea se si riflette e ci si confronta col prossi
mo, restituendo alla parola e alla sua estrema forza ed importanza, la giusta dose di attenzione. Dopo una serie di votazioni, dove di volta in volta, ognuno dei giurati cambierà verdetto da colpevole a innocente, sarà impossibile non emozionarsi inverosimilmente all’ultimo e più sofferto cambiamento di opinione e dunque anche di verdetto. Rimane impresso, anche tempo dopo la visione, l’ultimo significativo e potente fotogramma che ci mostra dall’alto, l’aula e il suo tavolo con le 12 sedie ormai vuoto e disabitato.

VOTO: 10




CITAZIONE DEL GIORNO

Sì, è vero, c’è violenza a Chicago, ma non da me e nemmeno da quelli che lavorano per me e sapete perché? Perché non è mai un buon affare. (Robert De Niro in "Gli intoccabili")



LOCANDINA

Gomorra

REGIA: Matteo Garrone

CAST: Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Gigio Morra, Salvatore Abruzzese, Marco Macor, Ciro Petrone, Carmine Paternoster
ANNO: 2008

TRAMA:

Scampia. Cinque storie di piccola criminalità si intrecciano mostrando la crudele e spietata logica della camorra che miete vittime su vittime e nella quale non si salva nessuno.

 




ANALISI PERSONALE

“La tua vita non te la posso regalare! La devi pagare!”, urla così l’appartenente ad un clan camorrista al porta-soldi che decide di affiliarsi pur di salvarsi la pelle. E questa minaccia martella forte nella testa dello spettatore, perché è forse il fulcro della pellicola, quello che ci fa capire cosa realmente voglia dire trovarsi in un ambiente corrotto fino al midollo, dove le cose vanno così perché devono andare così e non può essere altrimenti, dove non si è padroni della propria vita e di come condurla, dove tutti, chi più chi meno, sono costretti a piegarsi alle logiche del gioco.
Cinque sono le storie che si intrecciano in maniera impeccabile a dimostrazione di questa cruda realtà, diversi sono i personaggi che interpretano i vari modi di farsi risucchiare in un meccanismo di corruzione e delinquenza senza fine e soprattutto senza limiti. Dal ragazzino cresciuto troppo in fretta che non ha paura di indossare un giubbotto antiproiettile per farsi sparare e dimostrare di essere pronto ad entrare nel clan per poi arrivare a separarsi dall’amico di sempre perché passato dalla parte opposta e vedersi costretto a tradirlo nella maniera più brutale; al sarto Pasquale che lavora e viene sfruttato da vent’anni e al quale viene proposto dai cinesi di fargli delle lezioni per imitare i modelli griffati per poi finire a fare tutt’altro lavoro perché spaventato e indignato dalle conseguenze di questa sua scelta; ai due ragazzi un po’ tonti cresciuti col mito di Scarface e Tony Montana e per questo del tutto decisi a non affiliarsi a nessun clan e fare tutto di testa loro; a Don Ciro (Gianfelice Imparato) colui che distribuisce la mesata alle famiglie dei carcerati che tengono
la bocca chiusa, che si ritrova a non sapere più che fare quando avviene la scissione del suo gruppo in due clan; a Roberto il neolaureato che si ritrova a lavorare con un uomo, Franco, (lo straordinario Toni Servillo) che ben presto si dimostra un delinquente in giacca e cravatta che lucra sullo smaltimento illegale dei rifiuti che arrivano addirittura non solo al Nord-Italia, ma anche in Africa fatti passare per aiuti umanitari. Sono storie amare, sicuramente shockanti che però aprono gli occhi e stringono i cuori in una morsa di ferro che fa fatica a mollare la presa data la forza dirompente delle verità che raccontano. Il merito va principalmente (oltre che al coraggio dello scrittore Saviano che ha portato a galla questa situazione ormai insostenibile), al regista che ha sapientemente e magistralmente utilizzato la mdp in modo tale da trasmettere egregiamente il rapporto di simbiosi di questi personaggi con l’ambiente nel quale vivono. Rapporto reso ancora più vivo e reale dall’alternarsi di primi e primissimi piani che mostrano le singolarità di ciascuna pedina in questo enorme “gioco” che è la camorra (particolarmente efficaci quelli del tredicenne che si fa le sopracciglia o si massaggia il livido creato dal proiettile fermatosi sul giubbotto antiproiettile), contrapposti a campi lunghi e lunghissimi che rendono tristemente e dolorosamente palese la desolazione dei luoghi e dei paesaggi che fanno da sfondo alla delinquenza, che anzi contribuiscono a crearla (straordinaria l’apparizione di Roberto e Franco dai tombini di una pompa di benzina). Particolarmente efficaci anche altre riuscitissime scelte registiche e non, a partire dall’utilizzo del fuori-fuoco simbolo dell’enorme annullamento di sé stessi all’interno di un’organizzazione che prima ti crea e poi ti abbandona a te stesso, fino ad arrivare ad un uso straordinario delle musiche e dei suoni (dalle canzoni napoletane, alla techno music fino ad arrivare ai Massive Attack) perfettamente e indissolubilmente legati alle immagini e rispondenti all’umanità che viene raccontata senza troppo fronzoli, seccamente e crudamente come era giusto che fosse. Il tutto reso ancora più dannatamente reale grazie all’utilizzo del dialetto napoletano (sottotitolato per chi non riuscisse a coglierne tutte le sfumature) e dalla recitazione-non recitazione di attori non professionisti (fatta qualche dovuta eccezione, come il succitato Toni Servillo), rappresentanti di un mondo (impossibile demonimarlo micro-mondo soprattutto dopo aver letto le didascalie finali) nel quale ogni barlume di speranza è bandito. Dopo aver visto sfilare Scarlet Joahnsson con uno degli abiti creati all’interno del meccanismo-camorra (segno questo che il fenomeno si ramifica ovunque, anche dove meno ce l’aspettiamo), l’unico che riesce a darci l’illusione che non tutto è perduto, che ancora qualcosa di può fare, è proprio Roberto che si ribella a Franco e lo abbandona sulla strada dopo aver buttato delle pesche marce regalategli con affetto da una vecchina un po’ rimbambita.
Gomorra è un film che si apre e si chiude allo stesso modo, con delle fredde e calcolate esecuzioni di uomini o ragazzi i cui corpi ormai privi di vita vengono abbandonati in un centro benessere o lasciati naufragare nel sereno e dolce mare.

VOTO: 8,5/9

 




CITAZIONE DEL GIORNO

I pazzi che leggono diventano insoddisfatti. Cominciano a desiderare di vivere in modi diversi, il che non è…mai possibile! (da "Fahrenheit 451")



LOCANDINA

The illusionist

REGIA: Neil Burger

CAST: Edward Norton, Jessica Biel, Paul Giamatti, Rufus Sewell
ANNO: 2006

TRAMA:

L’illusionista Eisenheim si ricongiunge dopo parecchi anni con l’amore della sua vita, la duchessa Sophie, promessa in sposa al terribile principe Leopold. Tra di loro nascerà una sfida all’ultimo sangue e non solo a suon di trucchi illusionisti. Una sfida mediata da un funzionario di polizia, indeciso se assecondare gli assurdi voleri del principe pur di assicurarsi una posizione o indagare più a fondo sulla veridicità o meno delle illusioni di Eisenheim.

 




ANALISI PERSONALE 

Il paragone con The prestige è indubbiamente fuori luogo. L’unico elemento in comune tra i due film è la messa in scena di trucchi di prestidigitazione. Le somiglianze finiscono qui, perché laddove avevamo uno straordinario apologo sulla magia nel cinema e sul paragone tra spettatori di trucchi magici e spettatori cinematografici, nonché una intrigante storia di odii e vendette culminante con un finale generoso di colpi di scena; qui abbiamo una storiella d’amore talmente slavata e banale da ricordare i romanzetti harmony  - o peggio ancora le più becere soap-opera – ed una tale piattezza di contenuti da far sperare in una veloce conclusione che riesca a risollevare le sorti di un film mediocre: il finale però si concentra su un colpo di scena più prevedibile che mai e ci lascia con la spiacevole sensazione di essere stati presi in giro. Sia chiaro, allo spettatore piace essere preso in giro se poi si rende conto che sotto c’è qualcosa di qualità e di spessore, ma se lo scopo è mostrare la solita solfa dell’amore impossibile che porta i due Romeo e Giulietta ad un finale in cui si abbracciano felici e contenti tre le frasche di una verde campagna, allora i conti non tornano. E non tornano soprattutto perché uno dei personaggi più riusciti della pellicola, e cioè il funzionario di polizia interpretato dall’ottimo Paul Giamatti, fa crollare il castello delle sue qualità sorridendo come un matto una volta scoperto l’inganno dei due innamorati, inganno che l’ha portato a compiere un’azione per lui giusta, ma poi risultante alla luce dei fatti più che crudele.
Nemmeno la presenza come protagonista di Edward Norton (che qui si presta ad un ruolo che se all’inizio faceva sperare bene in quanto ad ambiguità ed intensità, si perde poi in sguardi languidi da telenovela rivolti alla sua amata e in ridicole pose plastiche da palcoscenico), riesce a sollevare le sorti di un film che indubbiamente ha degli aspetti positivi (una bella colonna sonora firmata Philip
Glass e un’elegante fotografia che ci mostra una Vienna raffinatissima e quasi maestosa), ma che si poggia su una sceneggiatura insostenibile. Non contribuisce di certo a migliorare la situazione la presenza della bellissima quanto amimica Jessica Biel (nel ruolo della duchessa Sophia) che, dopo aver dato ampio sfoggio di bellissime acconciature e straordinari abiti, per fortuna “scompare” a metà pellicola per poi fare ritorno nel finale costruito per flashback che ci mettono al corrente del trucco più importante dell’illusionista.

Se il film si fosse concentrato sulla contrapposizione ideologica e “politica” di Eisenheim (l’illusionista) e Leopold (il principe ereditario interpretato dal poco credibile Rufus Sewell), contrapposizione che vede fronteggiarsi l’illusione e la scienza, la magia e la razionalità e che mostra l’incredulità del secondo per i trucchi magici del primo, (come nella scena in cui il mago punta la spada di Leopold al pavimento impedendo agli spettatori di riuscire a sollevarla, per poi lasciarlo fare con un minimo di sforzo al principe stesso; scena che porta con sé anche una riflessione sulla “meritocrazia al potere”), il risultato sarebbe stato sicuramente più soddisfacente. E invece, ci tocca ascoltare Edward Norton che pronuncia la frase che rappresenta la vera tomba di questo film: "L’unico mistero irrisolto è perché il mio cuore non riesce a dimenticarti”.
L’incipit fa sperare bene con Edward Norton seduto su una sedia con un pubblico attentissimo, che con un movimento della mano fa comparire qualcosa di non facilmente identificabile e subito dopo viene arrestato da Paul Giamatti con una serie di poliziotti al seguito. Il mistero si infittisce e si spera di arrivare ad una svolta interessante e decisiva, ma poi salta fuori il racconto della vita del mago che comincia da quando ragazzino si innamora della bella duchessina.
L’ambiguità pervade le illusioni di Eisenhem che affacciandosi alla finestra rivolto al suo numerosissimo pubblico di sostenitori e affezionati afferma che non c’è niente di vero nelle sue esibizioni, che sono solo dei trucchi studiati e preparati e che non si tratta affatto di magia o di poteri soprannaturali. Ma appare difficile crederci, dopo aver visto crescere dal nulla un albero di arance o
sdoppiarsi la figura di Sophia in uno specchio che non riflette gli stessi movimenti della donna. Anche questo livello di lettura, se meglio approfondito, sarebbe risultato più che avvincente e stimolante e invece gli sceneggiatori mettono troppa carne al fuoco senza preoccuparsi di andare a fondo a tutte le tematiche più o meno interessanti che vengono solo sfiorate per lasciare spazio all’epica amorosa e al banalissimo finale che accontenta solo gli spettatori meno furbi e maliziosi.

VOTO: 4

 




CITAZIONE DEL GIORNO

"Allora, chi sei?". "Un guastafeste, un bastone fra le ruote, una zeppa nel culo!" (John McLane in "Die Hard – Duri a morire")



LOCANDINA

Non drammatizziamo è solo questione di corna

REGIA: Francois Truffaut

CAST: Jean-Pierre Leaud, Claude Jade, Daniel Ceccaldi, Claire Duhamel, Hiroko Berghauer, Claude Vega
ANNO: 1970

TRAMA:

Antoine e Christine sono due freschi sposi in attesa di un bebè. Lei suona il violino e dà lezioni di musica ai bambini, lui si diverte a colorare i fiori con diverse tonalità da quelle naturali. La loro vita sembra perfetta, fino a quando, dopo la nascita del bambino, lei comincia a trascurare lui e lui rivolge le sue attenzioni ad una donna orientale, con la quale tradisce sua moglie. Dopo l’inevitabile rottura, entrambi si renderanno conto di amarsi ancora e torneranno insieme. 




ANALISI PERSONALE

Un plot sicuramente alquanto banale quello di Non drammatizziamo è solo questione di corna (scandaloso titolo italiano), dato che si tratta della solita storia d’amore, tradimento e perdono. Quello che riesce a differenziare il cinema di Truffaut è la qualità della messa in scena, l’adorabilità dei suoi personaggi, l’estrema freschezza e ironia insite nei dialoghi e nelle situazioni che si creano all’interno della storia, l’azzeccatissima scelta delle colonne sonore e in questo caso sicuramente l’estrema particolarità ed originalità dell’ambientazione che con un tocco di singolarità ed originalità riesce a dare alla pellicola un’impronta che ci fa riflettere su altro, oltre che sul percorso formativo dei due personaggi. In realtà questo film è il quarto capitolo della saga dedicata al personaggio di Antoine, in questo caso mostrato in tutta la sua immaturità e al contempo simpatia. Antoine non è un uomo forte, si lascia sempre “fregare” i soldi da un conoscente straniero e non riesce a resistere alle lusinghe di una sorta di geisha che poi si rivela più noiosa che mai. Sua moglie, invece, è una donna intraprendente, completamente innamorata di suo marito ma al contempo estremamente indipendente. All’inizio, infatti, siamo portati a credere che le corna sarebbero arrivate da parte sua, piuttosto che da parte del timido Antoine che continua a destreggiarsi tra le attenzioni morbose di una vicina di casa e i continui scambi di vedute con tutta una serie di strambi personaggi che abitano il condominio nel quale vivono e lavorano i coniugi. Dal tenore italiano che non fa altro che esercitarsi e che aspetta impazientito sua moglie sempre in ritardo, gettandole per le scale ogni volta borsa e pelliccia, al fantomatico nuovo vicino molto silenzioso ed enigmatico tanto da meritarsi il soprannome di strangolatore (per poi venire a scoprire che è un noto cabarettista televisivo), ai gestori del fatiscente bar nell’atrio del cortile, fino ad arrivare al “recluso” in casa per motivi politici. L’arrivo di Ghislain (come vorrebbe lei) o Alphonse (come vorrebbe lui), rimescola un po’ le carte in tavola, portando alla luce quelli che forse erano i problemi nascosti o sconosciuti alla coppia e sancendo la rottura dei coniugi a causa di un tradimento non perdonato, nonostante l’amore di Christine che non riesce a trattenersi però dal cacciare Antoine dalla sua casa e dalla sua vita. Passa un anno, durante il quale i due continuano a vedersi per via del figlio e Antoine si rende conto di non amare affatto la sua “geisha” e di voler ritornare con la sua dolcissima Christine.
Non manca una sorta di venatura radical-chic dato che Antoine non vuole il telefono, preferisce passare tutto il suo tempo leggendo o ascoltando musica e per questo non ha mai modo di annoiarsi. Il suo percorso, da marito gentile e innamorato, a lavoratore di una grossa azienda, a traditore trascurato, a uomo pentito, ci mostra proprio il percorso formativo di quest’uomo che fatica a raggiungere la maturità e si arena in atteggiamenti da adolescente non riuscendo ad affrontare le difficoltà della vita coniugale, ma anche della società. Un ritratto molto lucido di una certa
generazione, in cui sicuramente regista e attore protagonista (il bravissimo Jean-Pierre Leaud che ha interpretato anche i tre precedenti capitoli), si rispecchiano per certi versi e nel quale hanno ovviamente riportato esperienze di vita vissuta.
Non un capolavoro, ma un film molto divertente e spiritoso, che non manca di qualche momento di poesia e di dolce malinconia, nonché di una sottile critica sociale.

VOTO: 7,5


 



CITAZIONE DEL GIORNO

"Era proprio necessaria quella strage? Ti avevo detto solo di spaventarli". "Chi muore è molto spaventato". (da "C’era una volta il West")



LOCANDINA


La signora del Venerdì

REGIA: Howard Hawks

CAST: Cary Grant, Rosalind Russell, Ralph Bellamy
ANNO: 1940

TRAMA:

La cronista Ilde decide di dire addio al suo lavoro di giornalista e di cambiare vita sposandosi e mettendo su famiglia. Ma il suo capo, nonché suo ex-marito, è deciso a tutti i costi a non lasciarsi scappare la sua migliore dipendente e la donna che ama.





ANALISI PERSONALE

La signora del Venerdì (titolo originale His girl Friday che in realtà sta a significare la sua ragazza di fiducia, proprio perché Friday per Robinson Crusoe era un uomo di fiducia), è forse uno degli esempi più importanti di quel sottogenere molto in voga negli anni ’30 e ’40 che è la screwball comedy, la commedia svitata. In questo film sembrano tutti svitati, a partire dal sempre ottimo, elegante, affascinante e allo stesso tempo spassoso Cary Grant. Non è da meno la raffinata Rosalind Russell che con spigliatezza interpreta una donna apparentemente decisa a dire addio alla sua vecchia vita di donna in carriera per mettere su famiglia, ma sostanzialmente incapace di liberarsi del suo modo di essere e soprattutto di un ex-marito a dir poco insistente. Uno stile esilarante quello di Hawks, che con umorismo ed ilarità ci offre anche una visione quasi spaventosa del mondo del giornalismo e delle sue logiche a volte spietate (come dimostra la scena nella quale una donna si getta dalla finestra e la preoccupazione per la sua sorte dura un battito di ciglia, perché si deve pensare a non farsi soffiare lo scoop dagli avversari). “Sono inumani”, dice la donna prima di compiere quel gesto inconsulto, “Sono giornalisti”, le risponde Ilde. La categoria non ci fa proprio una bella figura, considerando anche che Ilde non fa altro che ripetere che è stanca di vivere come un “animale” e che vuole tornare ad essere un essere umano. E in realtà non le si riesce a dare tutti i torti, dato che nel corso della pellicola ci vengono mostrati dei giornalisti che si beffano di un uomo che sta per essere condannato a morte e che anzi chiedono un anticipo della sua condanna in modo tale da poter scrivere in tempo gli articoli da mandare ai giornali. Ma Hawks non risparmia nessuno, ad essere prese di mira ci sono anche le autorità corrotte, a partire dallo sceriffo e dal sindaco che vogliono sfruttare la condanna a morte di quel pover’uomo per potersi assicurare un’ulteriore candidatura e quindi elezione. E per riuscire a portare a termine i loro loschi intenti sono anche disposti a corrompere stupidi e incapaci funzionari del governatore o addirittura ad ordinare ai poliziotti di uccidere a vista il condannato evaso.

Dunque questi personaggi non sono solo corrotti, ma anche incompetenti, dato che il criminale è riuscito a scappare per negligenza dello stesso sceriffo. Ma per fortuna, anche se spinti da intenti egoistici, ci penseranno i nostri protagonisti a smascherarli e a dargli quello che si meritano, per poi appropriarsi di uno scoop difeso con le unghie e con i denti.
Come da ogni screwball comedy che si rispetti, ne La signora del Venerdì ci sono un uomo e una donna che si contrappongono e che non fanno altro che litigare e battibeccare per tutta la durata del tempo, per poi arrivare a rendersi conto di non poter fare a meno l’uno dell’altra. Inutile dire che le gag si sprecano e che si ride a crepapelle per quasi tutta la durata della pellicola, soprattutto grazie alle battute e alle trovate di quel mattacchione di Walter Burns (Cary Grant appunto), che riesce a conquistare le simpatie dello spettatore, nonostante cerchi in tutti i modi di impedire ad Ilde di andare via per la sua strada. È lui il personaggio più esilarante dato che ne combina di tutti i colori pur di assicurarsi la permanenza di Ilde al giornale e nella sua vita. Ed è così che incaricherà un suo amico e dipendente di impedire a Bruce (Ralph Bellamy), il fidanzato di Ilde, di portarla via, facendolo arrestare varie volte per furto di un orologio, molestie sessuali o possesso di denaro falso. E alla fine, non solo sarà stato umiliato e preso in giro da Walter, ma verrà pure abbandonato dalla brillante Ilde, come si suol dire: oltre al danno la beffa. Il pover’uomo, che suscita anch’egli le simpatie dello spettatore, perché bersaglio delle “cattiverie” e furberie del direttore di
giornale, vedrà ritorcesi contro l’estrema fiducia riposta in Walter, da lui stesso definito un bravo ragazzo. E in realtà un bravo ragazzo lo è, solo che non si riesce bene a capire se agisce spinto più dall’amore per Ilde o dall’intento di non perdere la sua migliore cronista.
Con dei dialoghi talmente veloci da far venire il mal di testa e da far scoppiare la mascella per le troppe risate (il film detiene il record per il dialogo più lungo della storia del cinema, che avviene tra Ilde, Walter e Bruce), La signora del Venerdì è un film divertentissimo ed esilarante, ricco di personaggi sopra le righe ed inconsueti, che non manca di un pizzico di satira sociale e di critica a quelli ritenuti dei cattivi costumi sociali.

VOTO: 9

 




CITAZIONE DEL GIORNO

Sono un Canuomo, mezzo uomo e mezzo cane. Sono il miglior amico di me stesso. (Barf (John Candy) in "Balle spaziali")



LOCANDINA