Fatty macellaio

REGIA: Roscoe Fatty Arbuckle

CAST: Roscoe Fatty Arbuckle, Buster Keaton, Al St. John
ANNO: 1917

TRAMA:

In una macelleria ne succedono di tutti i colori a causa di battibecchi più o meno furibondi tra gli spasimanti di una giovane ragazza, la quale viene spedita dai genitori in collegio. Fatty il macellaio, pur di ricongiungersi con la sua amata, si farà passare per donna per potersi iscrivere al collegio, ma anche qui ne succederanno delle belle.

 



 

ANALISI PERSONALE

Primo film in cui compare un giovanissimo Buster Keaton, The butcher boy è un divertentissimo cortometraggio che si regge su una serie di esilaranti risse a suon di farina e di intrugli vari.
Numerose le spassosissime gag che si susseguiranno una dietro l’altra, prima su tutte quella di Fatty che esce dalla cella frigorifera della macelleria con un’enorme pelliccia, ma del resto non si può resistere nemmeno alla vista del ragazzone vestito da donna con tanto di parruccone a boccoli o del combinaguai Buster Keaton che verrà colpito varie volte al posto dell’altro pretendente.
Possiamo suddividere la pellicola in due parti: la prima è quella che si svolge nella macelleria gestita da Fatty (Roscoe Fatty Arbuckle), un uomo un po’ scortese e volgare che dovrà vedersela con numerosi clienti difficili e con garzoni un po’ sbadati (lo straordinario Buster Keaton che si infila un cappello inzuppato di melassa e che poi rimane incastrato con le scarpe sulla suddetta melassa fatta rovesciare maldestramente sul pavimento). Ad aggiungersi al folto gruppo che popola la macelleria, arriva un’avvenente ragazza che non aspetta altro se non di potersi sposare. Solo che Fatty ha un concorrente, c’è un altro ragazzo che fa la corte alla signorina e che, una volta giunto in macelleria, scatena il putiferio coinvolgendo anche tutti gli altri presenti. In seguito a questo evento, i genitori della ragazza decideranno di mandarla in un collegio dalle regole ferree, nel quale nessuno se non i familiari potranno avvicinarsi a lei e parlarle. Ma Fatty non ce la farà a stare distante dalla sua amata e per questo motivo si farà passare per una sua cugina e si iscriverà egli stesso riuscendo in questo modo a farla franca, se non fosse che anche all’altro pretendente è venuta in mente la stessa idea. Sarà anche questa un’ulteriore occasione per scatenare il putiferio tra le povere ragazze del collegio e le loro tutrici. Ma come in ogni commedia romantica che si rispetti, tutto è bene quel che finisce bene, e ognuno avrà il suo.
The butcher boy è un esempio di come il cinema non parlato riesca a coinvolgere ed entusiasmare
forse anche più di quello parlato, poggiandosi sull’utilizzo di colonne sonore di maestosa fattura e soprattutto sull’alto livello recitativo degli attori protagonisti, nonché sulle geniali trovate che caratterizzano ciascuna pellicola di questo genere, eccezionale ad esempio in questo caso il cane che corre all’impazzata sul rullo per macinare la carne o il complesso marchingegno che trasporta i pacchi da un piano all’altro della macelleria. Il macellaio (titolo italiano di questa pellicola) stravolge poi il luogo comune del ragazzotto semplice, un po’ ignorante, oltre che burbero e volgare, che al cospetto di una donna di cui è innamorato mostra tutto il suo spirito battagliero e la sua grandezza d’animo.

VOTO: 8,5

 


Un corpo da reato

REGIA: Harald Zwart

CAST: Matt Dillon, Liv Tyler, John Goodman, Michael Douglas, Paul Reiser
ANNO: 2000

TRAMA:

Una donna riesce a sconvolgere la vita di tre uomini che divengono completamente succubi del suo fascino e del suo corpo. Questi tre personaggi (un barista, un poliziotto e un avvocato) confidano e confessano la loro avventura a tre persone diverse.

 




ANALISI PERSONALE

A pochi minuti dall’inizio del film ci viene mostrato un Michael Douglas come non l’avevamo mai visto: in una sala da bingo vestito in maniera quasi ridicola e pettinato come se fosse un Elvis dei poveri. Quando stiamo cominciando a pensare che si tratta di un infimo filmetto di serie b nel quale il grande Douglas si è abbassato a recitare una parte misera e risibile, ci vengono mostrate attraverso dei racconti che sono dei veri e propri flashback, le qualità della pellicola e cioè una comicità volutamente e spassosamente demenziale, una visione parodistica delle varie femmes fatale che occupano gli schermi della maggior parte dei film americani, un capovolgimento delle aspettative sui personaggi maschili interpretati da un parterre di attori in ottima forma, tutti abilmente calati nella loro “stupidità” e nella loro soggezione alla bellona di turno. Non un grandissimo film che si ricorda per qualità artistiche particolari, ma sicuramente una pellicola divertente ed esilarante che ci strappa numerose risate e che non manca di essere citazionista e anche autocitazionista (guardare il divertentissimo quanto fulmineo finale per credere).
Niente profondità di messaggi o particolarità tecniche (se si esclude l’ottima fotografia che incornicia la bellissima Jewel (la carnosa e sensuale Liv Tyler) in modo diverso a seconda che a ricordarla e venerarla sia uno dei tre protagonisti maschili che di volta in volta raccontano le varie situazioni in maniera differente, a seconda delle loro percezioni e soprattutto dei loro desideri rivolti e riflessi nella bellissima donna), ma un sacco di divertimento e di spensieratezza. Una sorta di rivalsa (ma mica tanto) femminile sul mondo maschile (in questo caso rappresentato da un gruppo ben assortito di attori, a partire dall’ottimo Matt Dillon, dal corpulento John Goodman e dall’esilarante Paul Reiser).

Un ritratto di donna apparentemente frivola e svampita che però porta con sé una sorta di malizia e di furbizia con la quale riesce ad ottenere tutto ciò che vuole, anche a costo di svendere il suo corpo (da reato) al miglior offerente o perlomeno allo stupido di turno che si rivela essere essenziale per la riuscita del suo “malefico” piano. Un personaggio, apparentemente di contorno, che risulta essere la punta di diamante dell’intera pellicola e cioè quel Michael Douglas che all’inizio aveva dato da pensare negativamente e che invece nel corso della pellicola ci offre su un piatto d’argento una serie di battute davvero pungenti (“Eccoli qua, 10.000 dollari. Non li conta neanche?”, “No”, “Si fida di me!”, “No, ma faccio il killer di mestiere”) e che, malgrado l’apparenza da duro, astuto e spietato sicario, alla fine non si discosta neanche tanto dall’ingenuità e l’imprudenza degli altri tre strampalati protagonisti.
Il finale rocambolesco, estremamente divertente, mostrerà i vari protagonisti (tra cui anche un uno strampalato personaggio vestito esattamente come Michael Douglas in Un giorno di ordinaria follia)
ingaggiare una vera e propria sparatoria sulle note della famosa canzone dei Village people (e guardando l’abbigliamento dei personaggi si capirà il perché). La morale, se così vogliamo chiamarla, è che tra i tre litiganti il quarto gode.
Un corpo da reato (titolo originale One night at McCool’s, il locale dove lavora Randy) è permeato da un’ironia sicuramente a tratti spicciola e sempliciotta,  priva di spessore ma sicuramente piacevole e in tutto e per tutto godibile.

VOTO: 6



CITAZIONE DEL GIORNO

Fermi, fermi! I soli linciaggi che sono permessi sono quelli a termine di legge. (Il giudice Paul Newman in "L’uomo dai sette capestri")



LOCANDINA

Mai stata baciata (post schizofrenico)

REGIA: Raja Gosnell

CAST: Drew Barrymore, David Arquette, Michael Vartan, James Franco, John C. Reilly, Jessica Alba, Leelee Sobieski
ANNO: 1999

TRAMA:

Che ci sta una giornalista che non se l’è mai filata nessuno, che è pure anche un po’ paffutella, che però la mandano nel liceo come infiltrata e qui si innamora di un professore figo, che giustamente non avendo nessun’altra studentessa da importunare, decide di pomiciare con lei.

 




ANALISI PERSONALE

Precisando che “sfortunatamente” non mi è stato possibile guardare la pellicola dall’inizio, visto che sono rientrata all’una e trenta e che ho potuto solo vedere gli ultimi dieci minuti del film, si può tranquillamente asserire che Mai stata baciata è davvero un capolavoro di immonda bruttezza. Che cioè, anche con la visione di quei soli 10 minuti si è capito tutto l’assunto di sto film, che praticamente ci sta sta specie di nerd, che c’ha 25 anni e non ha mai pomiciato, ma come se non bastasse c’ha dei boccoli posticci e fintissimi e pure un po’ di panzetta. Che ora dico io, anch’io c’ho un po’ di panzetta, però almeno con qualcuno ci ho pomiciato nella mia vita. Che poi praticamente questa giornalista venticinquenne viene mandata dal suo direttore, nientepopodomeno che John C. Reilly che ha accettato di recitare in questo film solo perché colto da una specie di morbo schizofrenico (come quello che ha colto me in questo momento), in un liceo per studiare da vicino la realtà dei ragazzi. Che poi mi devono spiegare com’è che in America a trent’anni ancora gli fanno recità la parte dei quindicenni nei telefilm, così come in questo caso a Drew Barrymore je fanno fa la liceale, senza che nessuno si accorga che ormai je stanno crescendo le ragnatele un po’ ovunque. Che comunque le assurdità non si fermano mica qui, dato che al protagonista maschile, giustamente molto figo e molto giovane, je fanno fa invece il professore del liceo, dato che sappiamo tutti che i licei so pieni de professori trentenni che tutte le studentesse vorrebbero pomiciarseli, così come fa poi questa fortunata giornalista. Ma solo quando andavo io a scuola, me ritrovavo con uno col riporto, n’altro che sputava, n’altro ancora calvo e un po’ rimbambito e uno con la gamba di legno? Senza contare che nemmeno coi bidelli ci si poteva guadagnare qualcosa.
Ma comunque, che in pratica questa è riuscita a farsi tutto n’anno scolastico e ad arrivà al ballo di fine anno dove alla fine balla col suddetto professore figo che però non sa di essere anch’egli oggetto di indagine. Che infatti sta qua c’ha na sorta di cimice sul vestito, che manco se sei cecato al 90% puoi non notare, ma lui ormai si è talmente infatuato di quei boccoli posticci e di quella panzetta che manco se n’accorge. Ma in realtà sta nerd un po’ sfigata giustamente non poteva fare a meno di infatuarsi a sua volta dei capelli biondicci e degli occhi da pesce lesso del professore. Che poi, che mentre gli sta per dì che nsomma s’è proprio ‘nnamorata, s’accorge che le solite ochette liceali stanno a tirà un brutto scherzo alla solita nerd sgobbona, quale giustamente era stata ed è ancora lei. E allora che te fa, invece che finalmente slinguazzà dopo venticinque anni di assoluta castità? Te fa che ‘nsomma se n’cazza e decide di spiegare a tutta la platea la sua vera identità e soprattutto ce tiene a sottolineà che la vita non è mica così eh? Che non ce stanno le reginette fighe che non
studiano popo mai e le nerd sgobbone che studiano popo sempre. No! Ce stanno pure le giornaliste nerd che a venticinque anni non hanno mai pomiciato e che si infiltrano nel liceo per vedè se magari qualcuno se le slinguazza. E allora, apriti cielo! Il professore ci rimane proprio male, perché ha scoperto che in pratica non si stava mica per slinguazzà na fresca giovincella minorenne, ma na mezza sfigata che l’ha preso pure in giro. Che poi ad un certo punto mentre sti due danzano beatamente in mezzo alla platea, pare quasi che ce vogliono ricordà de Carrie, visto che ce sta sta telecamera che gira attorno a loro due in maniera continua, che sicuramente all’operatore per fermallo j’hanno dato du cazzotti in faccia. Che poi dico io, sicuramente pure all’operatore del film de Carrie, j’hanno dato due cazzotti e magari anche qualche calcio, però almeno lì alla fine Carrie ce faceva la cortesia de ammazzalli tutti a sti personaggi idioti. Che invece qui la giornalista giustamente mazziata dal direttore che se ritrova senza articolo da pubblicà, decide de scrive tutta la vita sfigata sua, chiedendo perdono al professore e dandogli appuntamento in un campo di baseball dove lei lo aspetterà per pomicià. Nsomma na cosa intima, giusto perché se tratta del primo bacio no? Che poi, ovviamente, tutto il mondo ha letto questo articolo recandosi in massa a vedè sta partita de baseball, ma in realtà per spià sti due che pomiciano, e solo lui continua a tenè il giornale sul tavolo, incartando tutti i bicchieri e i posacenere senza leggere, che poi magari questo è diventato professore perché c’aveva intrallazzi con la preside, e non sa manco leggere no?
Che quindi sta giornalista co sto vestitino color confetto che manco alla comunione, si mette lì in mezzo al campo ritardando pure la partita, e dando così modo ai giocatori de iniettarsi n’altro po’ de doping, ad aspettà col microfono in mano l’arrivo de sto principe azzurro, che poi magari se non viene può usà il microfono in altro modo. Parte addirittura il cronometro e lei rimane tutta sorridente a guardà sta platea de rincoglioniti che fanno il tifo per vedè due tizi che pomiciano. Che poi finiscono i cinque minuti e non arriva nessuno e lei comincia a fringà e tutti quanti se sentono male, ma in realtà era tutto no scherzo (ve ricordate de Stranamore dove ce stava sempre quello che non usciva mai dalla porta facendo disperare l’altra che stava lì ad aspettà, che poi invece dopo Castagna lo richiamava e quello usciva con la facca da schiaffi? Che poi dico io, se ce stavo io ad aspettà e quello me tirava un tiro basso del genere, alla fine ero io che non lo volevo più). Che infatti sto professore qua, arriva con qualche secondo di ritardo, però se fa perdonà dato che se la slinguazza popo pesantemente, che poi questa non aveva mai pomiciato però ci va giù duro veramente, che
manco Moana Pozzi ai temi d’oro. E in mezzo alla platea che ti fanno per non essere maleducati e stare lì a guardare due che pomiciano? Te fanno che giustamente se mettono a pomicià un po’ tutti tra di loro, e parte na specie de orgia collettiva. Che poi finalmente il film finisce col professore che giustamente per giustificarsi del ritardo non trova altre parole se non “Scusa per il ritardo, ma mi ci è voluta tutta una vita per arrivare fin qui”, e se sfocia sempre nella solita critica sociale dei mezzi de trasporto che non funzionano a dovere.  

VOTO: Non classificato.

 


CITAZIONE DEL GIORNO

"Come va?". "Bene, grazie.  E tu?". "Medio".  Cosi’ diceva sempre. (Enrico Brizzi in "Jack Frusciante e’ uscito dal gruppo")



LOCANDINA

Il postino suona sempre due volte

REGIA: Bob Rafelson

CAST: Jack Nicholson, Jessica Lange, John Colicos, Anjelica Huston
ANNO: 1981

TRAMA:

Un uomo giunge tramite vari espedienti in una cittadina della California dove viene assunto come meccanico da un gestore di una stazione di servizio, finendo per innamorarsi di sua moglie e per cercare disperatamente una via per stare con lei senza nessuna interferenza.

 


ANALISI PERSONALE

Si traveste da thriller questa trasposizione cinematografica del romanzo di James Cain che ha avuto anche precedenti versioni, ma in realtà altro non è se non l’epopea erotico-sentimentale che coinvolge i due protagonisti sempre più impigliati nella rete dell’amore che li porta a compiere azioni via via più riprovevoli pur di poter stare insieme. E come tutte le epopee amorose che si rispettino non possono dunque mancare numerosi ostacoli che non permettono il raggiungimento dell’idillio, primo su tutti il marito – un po’ volgare, un po’ corpulento, un po’ bonario e simpaticone – della povera ed indifesa Cora/Jessica Lange (qui bella e sensuale più che mai, e per questo del tutto indicata per la parte). Cosa fare con l’uomo di origini greche, che non fa altro che “maltrattare” sua moglie e vantarsi della sua conoscenza delle lingue a discapito dell’ignoranza di lei, se non cercare di farlo fuori in vari modi? Frank/Jack Nicholson (che si destreggia in un’interpretazione non proprio nelle sue corde, riuscendo comunque a cavarsela discretamente) ormai perdutamente innamorato della bionda massaia che gli lancia sguardi languidi ad ogni piè sospinto, inizialmente si rifiuta di compiere qualsiasi azione a danno dell’incolumità fisica del suo datore di lavoro (Nick), nonostante all’inizio ci venga presentato come uno smidollato avvezzo a trucchetti di vario tipo pur di cavarsela senza un soldo in tasca. Ma un conto è essere dei piccoli imbroglioni, un altro è far fuori qualcuno che nonostante ci impedisca di essere felici, tutto sommato non ha fatto nulla di male. Ma la voglia di poter possedere l’oggetto dei suoi smisurati desideri, dapprima solo sessuali poi mano mano ben più profondi, spinge il ragazzo (in realtà Jack Nicholson qui era già abbastanza maturo per la parte) ad accondiscendere ai voleri della povera Cora ormai del tutto decisa a liberarsi di quel marito insopportabile. Nel frattempo i due amanti approfittano delle ripetute assenze di Nick, per lasciarsi andare e scatenare la loro più recondita libido. Sono rimaste nell’immaginario collettivo le varie scene di sesso che vedono coinvolti i due attori, prima su tutte quella sul tavolo della cucina tra coltelli, pagnotte di pane, farina e ingredienti vari. Tutto sommato però si poteva premere maggiormente l’acceleratore sotto questo punto di vista, evitando di spezzare la tensione erotica tra Cora e Frank e accentuando, anzi, questo lato morboso e a volte quasi violento della loro relazione (moltix spettatori ma anche molti “addetti ai lavori” a lungo si sono interrogati sulla genuinità o meno delle scene di sesso). Si è preferito piuttosto calcare la mano sull’intenso e sincero sentimento d’amore profondo che gradualmente ha colpito entrambi i protagonisti, sentimento che li conduce appunto a pianificare l’omicidio di Nick.

Omicidio che la prima volta non riesce ad andare a buon fine, a causa forse del poco coraggio di Cora in realtà incapace di togliere realmente la vita a suo marito. Ai due non resta altro che fingere che nulla sia successo e continuare ad amarsi nel letto e fuori da letto, durante la permanenza in ospedale del povero marito tradito, che nonostante non sia uno stinco di santo riesce comunque a riscuotere le simpatie dello spettatore, proprio perché oggetto di cotali macchinazioni da parte dei due amanti. Quando però Nick si riprende e torna ad assumere i suoi atteggiamenti un po’ rozzi e indelicati verso sua moglie, arrivando addirittura a pretendere di fare un figlio con lei, i due non possono resistere alla tentazione di riprovare ad attuare il loro piano. Dopo una serie di peripezie riusciranno a stare insieme, anche se saranno oggetto di indagine da parte della polizia del tutto sospettosa nei loro confronti, nonché oggetto di minacce da parte di alcuni personaggi ambigui che si porranno sulla loro strada, come un assicuratore mal intenzionato (il greco aveva stipulato un’assicurazione sulla vita che permetterà a Cora di diventare ricca) e un avvocato un po’ troppo furbo. L’idillio amoroso così tanto agognato e così difficilmente raggiunto, verrà dunque spezzato da queste avversità, ma anche dallo strano modo di comportarsi di entrambi gli amanti. Lui accuserà lei, lei accuserà lui, si accuseranno a vicenda dell’omicidio di Nick senza però pagarne le conseguenze, visto che riusciranno a cavarsela grazie anche all’aiuto del suddetto avvocato. Nonostante questi atteggiamenti più o meno voluti e calcolati, i due continueranno a stare insieme anche se ormai qualcosa si è spezzato. Lei sarà scontrosa e distante, lui si dedicherà all’alcool e all’ozio fino a quando giungeranno ad una soluzione finale dei loro problemi e di rimando del loro grande amore, che però non potrà vedersi del tutto realizzato a causa del destino che ristabilirà in qualche modo l’ordine delle cose, portando una sorta di giustizia divina del tipo “chi la fa, la spetti”.
Quello che colpisce di Qualcuno volò sul nido del cuculo, al di là di alcune sequenze girate davvero in maniera magistrale (come l’incipit o la scena finale di una forza emotiva e visiva davvero prorompente, senza contare le straordinarie sequenze dei due tentativi di omicidio) è la pregevole fattura dall
a quale è contrassegnato: ottima fotografia, bellissimo accompagnamento musicale, ambientazione intrigante e al contempo del tutto funzionale al racconto e atmosfere rarefatte e penetranti che ci rendono partecipi dei sussulti dei due protagonisti. Imperdibile, tra l’altro, il piccolo cameo della grande Anjelica Huston, nel ruolo di una domatrice di felini che, completamente nuda, adorna il capo di Jack Nicholson con un caratteristico e strambo cappello da circo.

VOTO: 7/7,5

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Ciccio: "Ah, ma ricominci col memoriale?". Franco: "Dobbiamo lasciare qualcosa ai posteriori!". (Franco Franchi e Ciccio Ingrassia in "I due evasi di Sing Sing")


LOCANDINA

Lo straniero

REGIA: Orson Welles

CAST: Orson Welles, Lorretta Young, Edward G. Robinson, Philip Merivale
ANNO: 1945

TRAMA:

Un criminale nazista si è rifugiato in una cittadina del Connecticut, sposando la giovane figlia di un noto giudice e dedicandosi all’insegnamento nelle scuole e alla sua passione per gli orologi. Un detective del tutto deciso a scovarlo e a fare giustizia, giunge nella cittadina seguendo i passi di un altro criminale nazista, appositamente fatto uscire dal carcere per riuscire ad arrivare al pesce più grosso.

 




ANALISI PERSONALE

Terzo lungometraggio del sommo Orson Welles, Lo straniero non possiede la carica dirompente e l’estrema inventiva ed originalità dei suoi primi due gioielli registici. Ormai raggiunto l’apice di una poetica e di un’estetica non indifferenti, Welles si “abbandona” ad uno stile registico alquanto convenzionale, del tutto privo di quelle particolari angolazioni che hanno reso le sue precedenti pellicole dei grandissimi capolavori nonché dei veri e propri saggi di regia e di fotografia. Lì dove c’era uno studiatissimo gioco di luci e ombre, qui abbiamo un semplice e lineare bianco e nero che si avvale più delle ombre, piuttosto che delle luci. Una patina scura, che contribuisce ad aumentare la drammaticità degli eventi narrati, avvolge i volti e gli ambienti di questo film. Un film che ricalca tutti i principali topoi del noir e del filone spionistico, con qualche elemento di psicologia, soprattutto per quanto attiene la giovane protagonista combattuta tra l’amore per suo marito e il proprio inconscio che comincia a scalciare prepotentemente. Nonostante questo piccolo passo indietro del regista-attore (qui interpreta il ruolo del malefico ma affascinante criminale nazista), Lo straniero rimane comunque un grandissimo film fatto di atmosfere, di sussulti, di estrema partecipazione emotiva dello spettatore che si ritrova coinvolto nella spirale ossessiva-vendicativa-difensiva del protagonista, del quale non si riescono a decifrare le reali intenzioni se non verso la fine (agghiacciante e cruda la scena nella quale l’uomo disegna una croce svastica su un blocchetto posto nella cabina telefonica dalla quale sta orchestrando l’omicidio di sua moglie), magistralmente girata in cima ad un campanile che assume un’importanza non indifferente ai fini della narrazione, ma soprattutto della messa in scena. Un campanile che ha un che di sinistro, non solo per la ristrettezza che costringe i vari protagonisti che ci salgono a stare a distanza molto ravvicinata, ma anche per le losche statue armate di spade affilate che costituiscono il meccanismo dell’orologio appositamente riparato proprio dell’insospettabile professore. Ma anche gli altri due protagonisti riescono a coinvolgere e a far scattare quel meccanismo di immedesimazione che contribuisce a creare un rapporto simbiotico tra lo spettatore e l’oggetto della sua attenzione, che ben presto si trasforma in partecipazione attiva. Trattasi della bella e “ingenuamente innamorata” Mary (interpretata dalla carismatica Loretta Young) che nonostante le prove lampanti apportate non solo dal detective, ma anche da suo fratello e da suo padre, continua a credere nell’innocenza del marito, che più volte le ha confessato delle mezze-verità convincenti, ma del tutto fuorvianti. Sarà in seguito ad un errore del marito e al suo rendersi conto di non poter più fingere a lungo, che la donna capirà di aver sposato un uomo a lei del tutto sconosciuto, un individuo capace di fare tutte quelle cose che le sono state mostrate in un filmato dal detective deciso ora non solo a catturare il criminale, ma anche a salvarle la vita. Tale detective, (l’ottimo Edward G. Robinson), incarna proprio il pensiero anti-nazista, la sete di giustizia e l’onestà, nonché la determinazione e il coraggio nell’affrontare faccia a faccia uno dei più grandi criminali ancora in libertà (il “duello” finale in cima al campanile è molto avvincente). La recitazione, di Welles in primis ma anche degli altri protagonisti (simpaticissimo e molto caratteristico il farmacista con la passione per la dama),  assume una particolare rilevanza, dato che si tratta sostanzialmente di una “caccia al ladro” senza tregua e senza un attimo di respiro, contrassegnata anche da una sorta di ideologia politica di fondo contro il nazismo e le torture che da quella particolare “dottrina” hanno preso vita (illuminante a tal proposito la discussione a tavola tra Orson Welles il nazista e Edward G. Robinson il detective). Se ci aggiungiamo una sequenza iniziale degna del miglior Hitchcoock e una rappresentazione dell’omicidio (quello perpetuato da Welles ai danni dell’altro criminale appositamente liberato per scovarlo) al limite dell’onirico e del grottesco, non possiamo che convenire sull’ottima qualità di questa pellicola.a a coinvolgere e a far immedea discussione a tavola tra Orson Welles il nazista e ologia politica di fondo contro il nazismo e

VOTO: 8/8,5

 




CITAZIONE DEL GIORNO

Che c’è di peggio di vedere lui che dopo cena mi strappa un capello e lo usa come filo interdentale, a tavola? (da "Harry, ti presento Sally")



LOCANDINA

Identità sospette

REGIA: Simon Brand

CAST: Jim Caviezel, Greg Kinnear, Bridget Moynaham, Joe Pantoliano, Peter Stormare, Barry Pepper, Jeremy Sisto
ANNO: 2006

TRAMA:

Cinque persone si ritrovano bloccate in un capannone sperduto in mezzo al deserto. Nessuno si ricorda come ci è finito, ma soprattutto nessuno ricorda la propria identità. Ben presto si renderanno conto di essere in grave pericolo e nessuno potrà fidarsi completamente di nessun’altro. Chi sarà colpevole e chi innocente? In realtà, data l’amnesia che ha colpito tutti, l’unico intento comune sarà quello di salvarsi la vita.

 




ANALISI PERSONALE

Un film mal distribuito questo Identità sospette (titolo originale ben più azzeccato Unknown, cioè sconosciuti), dato che esce in sordina senza troppa pubblicità o troppo clamore in quel periodo estivo che ci regala solo filmetti horror di serie c e commediucole da quattro soldi. In realtà questo film non appartiene a nessuna di queste categorie, ma risulta essere un thriller psicologico che non raggiunge a pieno la sufficienza a seguito di alcune scelte poco ispirate e a qualche esagerazione di troppo (il multiplo colpo di scena finale ottiene il risultato di stancare ed esasperare lo spettatore, piuttosto che sorprenderlo e lasciarlo a bocca aperta). Tutto sommato però, la pellicola ha degli aspetti positivi che perlomeno la rendono moderatamente godibile per una serata poco impegnata nella quale districarsi con una sorta di giallo in cui bisogna scovare le reali identità dei rapiti e dei rapitori e dove alla fine si scopre che in realtà, al di là dei ruoli, gli istinti e i sentimenti umani vincono su tutto. Il regista proviene dal mondo dei video-clip e della pubblicità e si vede, dato che il montaggio è alquanto serrato e i ripetuti e a volte fastidiosi, ma al contempo illuminanti (per quanto attiene allo svelamento dei vari misteri e dei vari meccanismi che hanno portato i cinque a ritrovarsi in quelle condizion)i, flashback si susseguono senza tregua, sia per gli sfortunati protagonisti sia per lo spettatore. In realtà, inizialmente, codesti flashback contribuiscono ad aumentare l’alone di confusione che permea la pellicola, visto che si tratta di visioni parziali e di ricordi ambigui che non illuminano completamente le reali vicende che hanno preceduto il “rapimento” fino a quando non si fanno via via più vividi e più numerosi rivelando le reali implicazioni di ciascun personaggio. Ed è così che le vittime diventano carnefici, poi di nuovo vittime e poi di nuovo carnefici, in un susseguirsi di cambi di prospettiva alquanto sfiancanti e poco ispirati.

Alla scelta interessante dell’unicità di tempo e di luogo (il film è quasi interamente svolto all’interno del fatiscente capannone), che poteva innalzare anche se non di molto il livello generale della pellicola, si è sostituito l’espediente di inserire un filone “esterno”, quello delle indagini della polizia che sta cercando le due persone rapite, anche seguendo la moglie di uno di loro che disperata sta facendo di tutto pur di ritrovare il suo amato marito, uno degli uomini più ricchi del paese. Questa parte della pellicola (nonostante costituisca una piccola percentuale del totale) contribuisce a rendere Identità sospette, nell’insieme, un mediocre film d’azione pieno zeppo di dialoghi insopportabili e di personaggi mal costruiti e approssimativamente interpretati (esemplari a riguardo le figure dei due poliziotti che stanno cercando di trovare il capannone in questione). Si salva, ma solo grazie all’interpretazione del grande caratterista Peter Stormare, uno dei rapitori in questione che man mano ci porterà col suo pick-up verso la verità. Punto forte di questo film è principalmente il cast interamente costituito da ottimi interpreti, primo su tutti l’espressivo Greg Kinnear, senza tralasciare Jim Caviezel (qui forse un po’ troppo “imbambolato”), Barry Pepper, Joe Pantoliano e Jermey Sisto. Loro sono i cinque sconosciuti che si ritrovano a interagire senza conoscersi e soprattutto senza conoscere sé stessi. Uno di loro si sveglia e si ritrova circondato da una realtà desolante: un uomo legato ad una sedia, un altro col volto tumefatto, un altro ancora legato con una manetta e gravemente ferito e un altro disteso sul pavimento col volto in giù. Col passare del tempo (e dell’effetto di una specie di tossina che ha causato lo spaesamento e l’amnesia da cui i cinque sono colti), ognuno di loro si ritroverà ad interrogarsi sul proprio ruolo effettivo e a decidere se e di chi fidarsi. Chi anche solo per un istante guardando la pellicola ha pensato alla saga di Saw o alle famose Iene tarantiniane o anche a The Cube e ad altri film dello stesso filone, alzi la mano. Si tratta di plagio o di semplice omaggio? L’unica cosa sicura è che Identità sospette è un thriller che invece di creare tensione e partecipazione, si regge sulla semplice curiosità sul chi ha fatto cosa e perché, nonché su una ormai fin troppo abusata morale di fondo: il pericolo non è all’esterno e soprattutto non è una realtà da noi lontana. Al contrario, esso si trova proprio dentro di noi o perlomeno accanto a noi.

VOTO: 5,5

 




CITAZIONE DEL GIORNO

E’ una cosa grossa uccidere un uomo: gli levi tutto quello che ha. E tutto quello che sperava di avere. (Clint Eastwood, da "Gli spietati")



LOCANDINA

Lo sceicco bianco

REGIA: Federico Fellini

CAST: Leopoldo Trieste, Alberto Sordi, Giulietta Masina, Brunella Bovo, Gina Mascetti, Lilia Landi, Ernesto Almirante, Fanny Marchiò, Enzo Maggio
ANNO: 1952

TRAMA:

Ivan e Wanda, freschi sposi, si recano a Roma un viaggio di nozze per conoscere gli zii di lui e per far visita al Papa. Qui, Wanda si reca clandestinamente a fare visita al suo eroe dei fotoromanzi perdendosi senza riuscire a ritrovare la via per l’albergo, e Ivan cerca in tutti i modi di nascondere ai parenti la scomparsa della moglie.

 




ANALISI PERSONALE

“La vita vera è quella dei sogni”, dice una sanguigna signora alla spaesata protagonista di questo film. Perché già alla sua prima regia (escludendo la co-regia per Luci del varietà), Fellini ci immerge in quel mondo visionario ed onirico che contrassegnerà gran parte della sua filmografia. Fondendo realtà ad illusione egli ci mostra uno spaccato sociale dell’epoca, rendendolo grottesco e ridicolo, ma al contempo molto lucido ed ironico. I due protagonisti di questa pellicola incarnano proprio quelli che erano i luoghi comuni e le debolezze di una società appena uscita dalla guerra e non ancora entrata in quel boom economico che di lì a poco avrebbe contrassegnato l’Italia intera. Con questa pellicola siamo più dalle parti del neorealismo anche se Fellini ci mette del suo, quel tocco che ha contribuito a distinguerlo dalla massa e renderlo così originale da risultare inimitabile e inarrivabile. Con i suoi primissimi piani che scrutano da varie angolazioni i turbamenti di Wanda e la disperazione di Ivan e l’uso delle luci che si fanno man mano più opache una volta che Wanda si rende conto dell’”inconsistenza del suo sogno”, Fellini ci fa riflettere sulle bassezze dei vari protagonisti: chi si preoccupa solo dell’onore del proprio nome, chi è diventato ricco grazie ad intrallazzi col Vaticano, chi si dimostra un burino nonostante interpreti un uomo elegante, distinto ed eroico e chi si abbandona ad atteggiamenti poco consoni facendosi intortare da storielle incredibili dimostrando tutta la sua ingenuità. Lo sceicco bianco risulta ad una prima e superficiale visione una semplice commedia di costume che fa sorridere in più di un’occasione e termina con un lieto fine un po’ rocambolesco. In realtà è anche questo, ma non solo. Perché Lo sceicco bianco ci mostra una realtà che forse non possiamo comprendere perché cresciuti in un mondo dove c’era già la televisione, oltre che un più elevato grado di istruzione che permetteva di trovare svaghi più alti ed impegnati che i rozzi e semplici fotoromanzi che imperversarono all’epoca nelle case delle casalinghe e delle donne che sognavano fughe amorose con gli eroi delle storie che leggevano facilmente perché illustrate dalle fotografie. Di particolare interesse risulta infatti la sequenza nella quale viene mostrata la messa in scena di uno di questi fotoromanzi, Lo sceicco bianco appunto, girata in maniera fulminea e interpretata da gente alquanto rozza e del tutto distante dall’immaginario collettivo, immaginario creato proprio dalla patina raffinata che contrassegnava le pubblicazioni e dall’alone avventuroso che permeava le storie che li vedeva come protagonisti. Protagonisti che facevano innamorare più di una donna, come Wanda del tutto invaghita del famosissimo sceicco bianco (un Alberto Sordi in forma smagliante), tanto da arrivare a scrivergli numerosi lettere sotto le pseudonimo di Bambola appassionata e soprattutto da “abbandonare” il marito in albergo fingendo di andare a farsi una doccia e recandosi invece a far visita all’eroe dei suoi sogni. Sarà così che si ritroverà a recitare una parte nella prossima puntata della famosa saga, rendendosi conto che l’oggetto dei suoi desideri più reconditi non è affatto un eroe, anzi. Lo sceicco bianco si dimostrerà, infatti, un uomo volgare che tenterà persino di approfittare della piccola e indifesa Wanda, inventandosi una storia patetica per muoverla a compassione e finendo alla fine per essere più volte rimbrottato da una corpulenta moglie. .  Interessante a questo proposito, la prima apparizione di Alberto Sordi vestito da sceicco e avvolto in una luminosissima luce seduto su un’altalena posta in alto sul tronco di un albero. A guardarlo sembra quasi di trovarsi in un sogno e anche il suo modo di comportarsi appare oltremodo raffinato e gentile.  Nel frattempo Ivan dovrà cavarsela per nascondere ai parenti la scomparsa di sua moglie per mantenere intatto il suo onore e quello della sua famiglia. Inizialmente riuscirà a mantenere il controllo, fingendo un terribile mal di testa della moglie, ma quando le cose si faranno più difficili piomberà nella disperazione più totale, arrivando a vagare solo e sconsolato per le strade di Roma dove farà anche la conoscenza di due simpatiche e solidali prostitute (una delle quali è Giulietta Masina nel ruolo di quella che sarà la Cabiria dell’altro famosissimo film del regista). Il viaggio di nozze, interamente organizzato in ogni minimo particolare, sarà un disastro per entrambi i coniugi che alla fine si ritroveranno in preda al delirio più totale, ma che riusciranno a mantenere intatto parte dell’itinerario precedentemente panificato. Quando Ivan ritroverà in ospedale la sua Wanda, la prima cosa di cui si preoccuperà sarà quella di arrivare in orario all’appuntamento con suo zio, piuttosto che sapere cosa è successo a sua moglie e cosa l’ha portata a scomparire per un giorno intero, dimostrando in questo senso tutta l’ipocrisia di una determinata fetta di società e soprattutto di una determinata epoca. Alla fine, Wanda ormai disperata e decisa a farla finita, confesserà che “a volte il sogno è un baratro fatale”, rendendosi conto della sua sprovvedutezza.

VOTO: 9

 




CITAZIONE DEL GIORNO

Ti spezzo entrambe le gambe, do fuoco al locale ed esco a guardare mentre strisci fuori tra le fiamme. (Da "FBI Protezione testimoni")



LOCANDINA

Un uomo da marciapiede

REGIA: John Schelinsger

CAST: Jon Voight, Dustin Hoffman, Bob Balaban
ANNO: 1969

TRAMA:

Joe Buck, stanco di fare lo sguattero, si trasferisce a New York con l’intenzione di guadagnarsi da vivere prostituendosi con ricche signore. Il contatto con la dura realtà della corrotta e spietata città lo condurrà verso esperienze degradanti ed imbarazzanti, fino a quando in seguito all’amicizia con un italo-americano disadattato, soprannominato Sozzo, non deciderà di trasferirsi in Florida e di trovare un altro modo per sopravvivere.

 




ANALISI PERSONALE

Chi non conosce la canzone Everybody’s talkin’ di Harry Nillson? E’ anche grazie a questa canzone e alla colonna sonora in generale che Un uomo da marciapiede (volgare italianizzazione del più poetico Midnight cowboy, titolo anche del romanzo da cui il film è tratto), risulta essere un film indimenticabile. L’esordiente Jon Voight dà vita ad un personaggio ingenuo e fiducioso che si illude di poter trovare fortuna nella grande mela, città vagheggiata e sognata, anche perché contrapposta allo squallore della sua condizione. Ma è molto probabilmente Dustin Hoffman a regalarci l’interpretazione migliore, quella di un piccolo uomo alla deriva della società, che vive ai margini e sopravvive solo grazie a più o meno leciti espedienti e mezzucoli. La loro amicizia, che tarda ad arrivare e che comincia sui binari della convenienza e della necessità, sarà l’emblema dell’intera pellicola, che apparentemente si sorregge sullo scandalo che un determinato argomento, soprattutto all’epoca, può creare, ma che in realtà si serve di esso per comunicare ben altro. Siamo negli anni della guerra del Vietnam, che viene solo nominata di sfuggita nella tv di una signora benestante (in una scena di straordinaria ironia e lucidità), la prima alla quale Joe si rivolge appena giunto in città, che si rivela essere a sua volta una specie di prostituta. Il ragazzone pieno di speranze e di sogni si scontrerà con una realtà forse più crudele di quella vissuta fino ad allora (realtà mostrata in una serie di shockanti flashback che contribuiscono a delineare il personaggio nella sua totalità), la realtà di una città nella quale se un uomo sviene nessuno lo soccorre, nella quale le persone più ricche e benestanti si dimostrano essere le più corrotte e “malate” e dove coloro che sembrano apparentemente dei relitti e dei reietti, nel momento del bisogno mostrano tutta la loro generosità e il loro cuore. E’ il caso appunto dello zoppicante e malaticcio Ratso Rizzo, da tutti soprannominato il sozzo, che si rivela essere un imbroglione e che arriva anche a truffare il povero Joe, incauto e sprovveduto.  Si offrirà di fargli da menager con l’intento di rubargli 20 dollari e non farsi mai più ritrovare.

Ma anche in una grande metropoli come New York è possibile “scontrarsi” con qualche vecchia conoscenza e l’unico modo che Ratso troverà per farsi perdonare della sua scortesia, sarà quella di ospitare l’ormai povero Joe nel suo fatiscente appartamento che rischia il crollo da un momento all’altro. I due riusciranno a sopravvivere rubacchiando qua e là, e cercando sempre nuovi clienti per Joe, che arriva a toccare persino il fondo per rendersi conto di non poter proseguire in quella maniera. L’inverno estremamente gelido contribuirà a peggiorare le condizioni di Ratso che da tempo vagheggia di una vita lussuosa e prosperosa in Florida. Sarà proprio il degenerare della sua malattia, che porterà Joe, ormai sinceramente affezionato al suo compagno di sventure, ad abbandonare la città nella quale qualcosa stava cominciando a muoversi dopo una fortunata esperienza con una ricca cliente, per raggiungere le spiagge di Miami dal clima più caldo e salutare. Poco importa se per permettersi i soldi del viaggio sarà costretto a scendere più in basso di quello che aveva già fatto nel corso della sua permanenza a New York, la città spietata e crudele che ti abbandona al tuo destino se non riesci ad adeguarti ai tempi e alle situazioni. La città che ospita accanto agli appartamenti di lusso abitati da una borghesia più corrotta che mai, abitazioni fatiscenti e situazioni-limite di prostituzione ma non solo (esemplare il festino orgiastico al quale vengono invitati i due protagonisti). E così il ragazzo venuto dal Texas, con tanto di giacca a frange e di camperos col motto “Non sono un cowboy, ma un vero stallone”, si ritroverà in Florida col vantaggio di aver imparato moltissimo dalla sua triste esperienza e soprattutto dal rapporto di grande amicizia nato con il sozzo che non riuscirà a vedere avverato il sogno della sua vita. Entrambi, comunque, grazie all’aiuto l’uno dell’altro, saranno giunti ad una “felice” conclusione: la consapevolezza di sé stessi e della propria reale natura.
Vincitore di tre premi oscar, regia film e sceneggiatura, ne avrebbe meritati sicuramente altri, come quello alla colonna sonora e a Dustin Hoffman che, se ce ne fosse stato ancora bisogno, dopo la straordinaria interpretazione de Il laureato, dimostra definitivamente il suo enorme talento d’attore.

VOTO: 9

 




CITAZIONE DEL GIORNO

Hai delle pallottole? Ho avuto una lunga discussione e sono rimasto a corto di argomenti. (Bud Spencer in "E continuavano a chiamarlo Trinità")



LOCANDINA

La palla numero 13

REGIA: Buster Keaton

CAST: Buster Keaton, Kathrin McGuire, Ward Crane
ANNO: 1924

TRAMA:

Un timido e impacciato protezionista, sogna di poter fare l’investigatore privato. Quando viene accusato di un crimine non commesso e non riesce a scagionarsi, torna alla sua principale occupazione. Durante la proiezione di un film si addormenta e sogna di entrare egli stesso a farne parte, divenendo in questa maniera un coraggioso ed impavido eroe.

 



 

ANALISI PERSONALE

Una comicità, quella di Buster Keaton e di questo straordinario film, che non ha affatto subito l’usura del tempo e che riesce ancora a divertire con il suo ritmo esilarante e scoppiettante, nonostante si tratti di un film muto, che quindi si serve della mimica e dei movimenti degli attori per riuscire a trasmettere divertimento e sentimento. Quello di Buster Keaton è un volto estremamente comunicativo, pur nella sua quasi immobilità e inamovibilità. Il suo sguardo compassato e il suo volto stralunato contribuiscono ad accrescere il livello di comicità insito nelle situazioni che di volta in volta lo vedono coinvolto, in numerose occasioni nella parte della vittima. Ma La palla numero 13 (titolo originale Sherlock Jr) non è solo un film comico nel quale non si fa altro che ridere per le disavventure e le sfortune che capitano al povero protezionista nella prima parte della pellicola, e per le stravaganti quanto inusuali “vie di salvezza” che riesce a trovare fortuitamente o meno nella seconda. La palla numero 13 è anche forse uno dei primi esempi di quella che si suole definire metacinematograficità (poi ripresa da numerosi registi negli anni a venire, primo su tutti il grande Woody Allen che ne ha ribaltato il concetto nel suo La rosa purpurea del Cairo), una riflessione del cinema sul cinema. Buster Keaton nella realtà è un timido e impacciato, nonché ingenuo e poco scaltro ragazzo che non sa far valere il suo punto di xvista e soprattutto non sa difendersi dalle angherie altrui. Solo entrando fisicamente in un film (straordinaria la scena nella quale sale sul palco del cinema ed entra nello schermo, passando da uno scenario all’altro sempre più spaesato) riesce a ribaltare completamente la sua persona e a diventare un intelligentissimo e furbissimo detective, Sherlock Jr appunto, che fiuta le trappole dei suoi nemici e riesce a risolvere un misterioso furto di perle, nonché a trovare l’amore. La palla numero 13, dunque, non è solo una grandissima occasione per ridere e divertirsi (indimenticabili le gag iniziali come quella del portafoglio o della buccia di banana, e spassosissime anche quelle della seconda parte come quella della strabiliante corsa in motocicletta con un guidatore “invisibile” o della partita al biliardo di un destrissimo Sherlock Jr o della fuga del detective attraverso il corpo di un uomo vestito da donna), ma è anche un film che ci restituisce la forza dirompente del cinema e il nostro rifugiarci in esso e nel suo magico mondo dei “sogni”. E quando un film finisce, e di rimando con esso anche la nostra possibilità di essere degli eroi, cosa ci rimane da fare se non siamo in grado di esprimere i nostri sentimenti alla persona amata? Keaton tenta di rispondere a modo suo, lasciandoci con un finale non solo molto romantico, ma anche decisamente ammiccante e sornione.

VOTO: 10

 



 

CITAZIONE DEL GIORNO

Sta rendendo il mio cane piuttosto nervoso: detesta l’odore degli imbecilli. (Glenda Jackson a Douglas Dirkson che la sta seguendo in " Due sotto il divano")



LOCANDINA


La notte dei girasoli

REGIA: Jorge Sànchez-Cabezudo

CAST: Carmelo Gòmez, Judith Diakhate, Mariano Alameda, Celso Bugallo, Manuel Mòron, Vicente Romero
ANNO: 2006

TRAMA:

In un piccolo paesino vengono trovate delle grotte di apparente interesse scientifico. Il sindaco chiama così degli speleologi e arriva Esteban con l’amico fotografo Pedro e la moglie Gabi. Quando i due uomini si calano nella grotta, la donna rimane sola ad aspettarli vicino l’auto e così viene aggredita da un agente di commercio. Quando i due tornano e scoprono il terribile misfatto, si avvia un’inesorabile catena di avvenimenti.

 




ANALISI PERSONALE

La discesa nelle grotte degli speleologi come la discesa negli Inferi di tutti i protagonisti di questa pellicola. Il paragone non è azzardato, anzi sicuramente voluto. In una piccola cittadina dimenticata da Dio, la scoperta di un posto che potrebbe attrarre turisti è vista come una manna dal cielo. Il turismo potrebbe risollevare le sorti del paese e donare lustro e benessere ai cittadini del centro, ma soprattutto della lontana periferia, luogo nel quale sono state scoperte le fatidiche grotte. Un film fatto di atmosfere, di sguardi, di ombre, La notte dei girasoli (titolo altamente poetico e soprattutto metaforico) non è un semplice thriller che si concentra sulla vicenda di Gabi aggredita dall’agente di commercio dedito all’omicidio. La notte dei girasoli è ben altro, o perlomeno è anche altro, è infatti un potente e profondo lavoro di introspezione dell’animo umano, uno studio delle coscienze e degli istinti, una lenta e dolorosa discesa verso gli inferi, nel quale a nessuno è concessa la salvezza o la redenzione. Il bene e il male sono due forze che molto spesso si contrappongono, ma che altrettanto spesso si fondono in un’unica realtà nella quale si rimane intrappolati per forza di cose o per la crudeltà del destino o anche per l’inevitabilità del caso. Lo imparano a loro spese i vari protagonisti della pellicola, che vengono approfonditi di volta in volta grazie alla suddivisione del film in diversi capitoli che ce ne mostrano le vicende facendo luce passo dopo passo sui vari avvenimenti che li vedono coinvolti. I capitoli sono sei, e alla fine di ognuno ne segue un altro che ci racconta quello che è avvenuto proprio poco prima, espediente che riesce a mantenere alta l’attenzione e che anche se ormai abusato, non risulta affatto forzato o noioso, ma contribuisce a sottolineare la coralità della pellicola.

Infatti, i protagonisti non sono solo la vittima Gabi, il marito Esteban e l’amico Pedro. Ad entrare nella spirale dell’odio, della vendetta, ma anche della paura, dell’inganno, del senso di colpa, della cattiveria umana, dell’ineluttabilità della vita e del fato, sono anche un uomo che si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato, lo scemo del villaggio che è l’unico che si accorge della sua scomparsa, un poliziotto corrotto fino al midollo che risulta essere il personaggio più “schifoso” del gruppo, una moglie inconsapevole e un padre estremamente protettivo. Sono i loro diversi punti di vista e stati d’animo che ci vengono mostrati col susseguirsi dei diversi episodi, costruiti in maniera tale da farci arrivare passo dopo passo alla verità e alla scoperta di una realtà desolante e pessimista, ma molto viva e tangibile. Non sempre gli innocenti sono del tutto innocenti e soprattutto non sempre colpevoli ricevono quello che si meritano. “E’ davvero necessario fare giustizia se nessuno la chiede?”, dice uno dei protagonisti catapultandoci in un mondo dove è bandito ogni scampolo di onestà e di rettitudine, per lasciare spazio alla corruzione e alle bassezze umane, ma anche al compromesso e alla resa di fronte all’incapacità di assumersi delle responsabilità troppo grandi e insopportabili. “E se non fosse mai successo?”, continua imperterrito il suddetto protagonista, come se la morte di una persona innocente sia una cosa di poco conto, facilmente cancellabile dalla propria testa e dalla propria coscienza e soprattutto come se non ci fosse davvero nessuno a “cui dare conto”. 
Un thriller metafisico ad incastri, La notte dei girasoli si regge su una solita impalcatura costituita anche dall’ottima recitazione degli attori (particolarmente intense quelle dello scemo del villaggio e
del suocero del poliziotto corrotto) e da una fotografia che gioca sui chiaroscuri delle interiorità, ma non solo. Forse in fase finale, durante l’ultimo episodio, ci si affossa in momenti di stanca e di scarso interesse, ma il film ritorna sul proprio binario con un finale che comincia in maniera dolce, poetica e al contempo nostalgica e che poi ci lascia con una sensazione di inquietudine e di pessimismo non indifferenti.

VOTO: 7/7,5

 




CITAZIONE DEL GIORNO

"Ehi, Armonica, una citta’ se la fai vicino a una stazione  e’ una fabbrica di soldi, eh? Centinaia di migliaia di dollari, eh, anche di piu’: migliaia di migliaia…". "Li chiamano milioni". (In "C’era una volta il West")



LOCANDINA