Angeli con la faccia sporca





REGIA: Michael Curtiz
CAST: James Cagney, Pat O’Brien, Humphrey Bogart, Ann Sheridan, George Bancroft, The dead end kids
ANNO: 1938

TRAMA:

Rocky Sullivan e Jerry Connelly sono due piccoli delinquenti che crescendo prendono strade diverse. Il primo dopo essere stato in riformatorio, diventa un criminale d’alto rango, l’altro diventerà prete con l’unico intento di prendersi cura dei ragazzini del suo quartiere, per evitare che facciano la fine del suo amico Jerry. Dopo quindici anni si rincontrano e tornano ad essere i grandi amici di una volta, fino a quando uno dei due chiederà un enorme sacrificio all’altro.

 



ANALISI PERSONALE

Angeli con la faccia sporca è un ottimo film gangster con punte sul sociale e rivolti moralistici, oltre ad essere uno dei capostipiti di una fortunatissima e foltissima schiera di pellicole dello stesso genere (la figura del prete e dei ragazzi da “raddrizzare” richiama Sleepers, l’avvocato corrotto e mafioso ricorda Carlito’s way, la figura del gangster simpatico e affascinante rimanda a Scarface e anche Fino all’ultimo respiro, ma si potrebbe continuare a lungo). Michael Curtiz (regista del celeberrimo Casablanca) firma una regia molto particolare arricchita da una serie di bellissime carrellate orizzontali, coaudivata da un ottimo montaggio che si avvale di dissolvenze incrociate o in nero che si susseguono senza sosta a raccontare in pochi secondi lunghi avvenimenti che riguardano i due protagonisti della pellicola, le cui vite prenderanno percorsi diversi a causa della crudeltà e della casualità del fato, elementi simboleggiati da una staccionata al di là della quale uno dei due si incamminerà verso un futuro totalmente opposto a quello dell’altro. Jerry (il magnetico Pat O’Brien) e Rocky (lo straordinario James Cagney) incarnano alla perfezione quel grande sentimento che è l’amicizia (altro tema che potrebbe richiamare alla memoria C’era una volta in America), nonostante le avversità della vita e i differenti obiettivi: continuare a vivere alla macchia per uno, evitare che i ragazzi del suo quartiere prendano ad esempio la vita criminale per l’altro. Interessante la visione dello sport (il prete cercherà di coinvolgere i suoi ragazzi in una serie di partite di basket, invitando anche l’amico Rocky che è come “il miele” per i giovani che ne ammirano le imprese e il coraggio), come elemento di coesione e di salvezza dalla strada. Il prete le tenterà tutte per tenere i suoi ragazzi (gli allora famosissimi dead end kids) sulla retta via, ma i suoi sforzi risulteranno vani, soprattutto dopo il rientro nel quartiere di Rocky che verrà visto da loro come una sorta di eroe che si gode la vita e si fa rispettare da tutti. I giovani si metteranno al suo servizio e in più occasioni ne imiteranno le gesta, divertendosi e gozzovigliando per il quartiere con i soldi che loro elargisce loro, soldi sicuramente sporchi, soldi che Jerry rifiuta di utilizzare per ampliare i suoi progetti di costruzione di una parrocchia e di un futuro solido per i ragazzi. Elemento caratterizzante di questa pellicola è una perfetta descrizione dei diversi caratteri dei protagonisti, non solo di Jerry e Rocky completamente opposti anche se in un certo senso speculari (vedasi il finale per credere), ma anche quella dell’avvocato di Rocky, Frazier (interpretato da un Humphrey Bogart non ancora assurto al ruolo di grande divo), intrallazzato con la mafia e messosi in pericolo per aver truffato proprio il suo cliente più pericoloso. Sarà la continua caccia al topo tra questi due personaggi a portare Rocky verso il delirio più totale, pronto a tutto pur di sfuggire alle maglie della legge o della mafia che lo vuole morto. A nulla servirà la presenza di una donna, Laury (la bellissima Ann Sheridan), amica d’infanzia anche lei, che cercherà in qualche modo di tenerlo fuori dai guai, fallendo così come ha fallito il prete. L’unica cosa che rimane da fare è arrendersi alla volontà del destino, non senza però cercare di trarre una nota di positività e di speranza per il futuro, a seguito di un enorme sacrificio consumato per il bene altrui, oltre che dei propri amici. Ed è proprio nel perbenismo e nell’ampia dose di moralità insita nella soluzione finale che risiede il difetto più grande, probabilmente l’unico, della pellicola. Evitando la piccola lezioncina ipocrita (che senso ha una lezione di vita se nasce dall’inganno?) che il prete cerca di inculcare ai suoi ragazzi, il finale epico e memorabile avrebbe potuto essere ancora più grande di quello che comunque rimane. Straordinaria la sequenza nel braccio della morte, con i protagonisti che si recano verso la sedia elettrica camminando nella penombra del carcere nel quale si stagliano gigantesche ombre che danno spazio a pochi sprazzi di luce, la stessa che Jerry vedrà versando una lacrima di gratitudine e di dolore, una volta consumato il sacrificio del suo più grande amico. Le parti meglio riuscite di questa pellicola, comunque, rimangono le adrenaliniche scene d’azione (nonostante le ristrettezze a cui all’epoca il cinema era costretto ad adeguarsi) che vedono come protagonista Rocky impigliato in situazioni sempre più pericolose: un’imboscata in una farmacia, una sparatoria in un club privato, l’adrenalinico inseguimento finale della polizia. Molto significativo, oltre che indicativo della dicotomia tra bene e male, il fatto che il “cattivo”, Rocky, risulta agli occhi dello spettatore (oltre che dei ragazzini) affascinante, sensuale e molto simpatico; mentre il “buono”, Jerry, soprattutto alla luce del suo comportamento finale, appare poco apprezzabile e molto meno simpatico, nonostante gli si riconosca la positività degli intenti potendogli rimproverare solo i mezzi con i quali raggiungerli. Concludendo si può solo aggiungere che Angeli con la faccia sporca, tralasciando quella piccola e quasi insignificante componente di convenzionalità, rimane un vero e proprio cult al quale si sono sicuramente ispirati i registi e i massimi esponenti di un genere importantissimo come il gangster-movie.

VOTO: 8,5


 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

 

Presentazione dei Cavalieri della Tavola Rotonda: "Sir Robin, che alla battaglia di Badon Hill ando’ cosi’ di corpo che di lui rimase appena appena da mettere insieme un neonato". (Da "Re Artù")(Monty Python)

 


LOCANDINA

 

Denti

REGIA: Mitchell Lichtenstein

CAST: Jess Weixler, John Hensley, Lenny von Dohlen, Josh Pais, Hale Appleman, Vivienne Benesch, Julia Garro, Ashley Springer
ANNO: 2007

TRAMA:

Dawn, una ragazza decisamente convinta a perseverare la sua verginità fino al giorno delle sue nozze, è un membro attivo di un’associazione che promuove la purezza del corpo e della mente. Ad opporsi a lei, dei genitori sessantottini pentiti del loro passato peccaminoso e un fratellastro che ama sodomizzare la sua partner a suon di musica metal accompagnata dai grugniti di un cane ferocissimo. Ben presto la ragazza si accorgerà di avere dentro di sè qualcosa di molto particolare…


ANALISI PERSONALE





Una ragazza che possiede all’interno della propria vagina degli acuminati e pericolosissimi denti che agguantano i malcapitati di turno in una terribile morsa che mozza qualsiasi tipo di "elemento estraneo". Detta così sembrerebbe una cosa, oltre che surreale e grottesca, quasi assurda. In realtà la leggenda e il mito della vagina dentata, simbolo della paura della castrazione provata da ogni uomo e della paura di essere "sopraffatte sessualmente" da parte delle donne, ha radici molto antiche e ad occuparsene è arrivato persino uno dei massimi esponenti della psicologia, tale Freud. Quindi ecco giustificata un’operazione che a prima vista poteva sembrare fuori dal mondo oltre che ridicola. Ridicolo che non è affatto avulso dal contesto di questa pellicola, perfettamente dosato con una miscela di ingredienti che evitano la totale caduta verso il fondo. Denti è un buona commeddia teen-horror, nonostante la commistione di generi. Se per la maggior del tempo ci si chiede più volte dove il regista e lo sceneggiatore vogliano andare a parare, arrivando ad una conclusione non proprio rosea, si riesce comunque a passare un’ora e mezza di puro divertimento (le risate più smargiasse sono assicurate, soprattutto in quei due o tre momenti in cui la vagina dentata entra in azione), frammisto a qualche sprazzo di terrore (le scene truculente e al limite del gore più eccessivo non mancheranno). Colui che ci regalerà il momento clou della pellicola però, è un grosso cagnone, che si esibirà in uno spettacolo a dir poco raccapricciante, ma al tempo stesso esilarante. Difficile credere che terrore e divertimento possano coesistere pacificamente all’interno di una pellicola, ma tutto sommato il regista di Denti ci è riuscito senza troppi intoppi. Apprezzabilissima la messa in scena soprattutto nei momenti in cui Down si rapporta con gli uomini che ha la sfortuna di incontrare lungo il suo percorso di consapevolezza di se stessa e del suo corpo (bellissima, dal punto di vista registico, la sequenza dal ginecologo). Dove la pellicola latita è proprio in fase di sceneggiatura che, se da un lato ci mostra una società (quella americana) messa a nudo e spogliata di tutti i suoi pregiudizi, delle sue ipocrisie e del suo bigottismo (sui libri di scuola l’apparato genitale femminile, al contrario di quello maschile, viene oscurato per eccesso di pudore da una stellina dorata);


dall’altro ci restituisce uno spaccato sociale nel quale tutti gli uomini sono degli approfittatori che non pensano ad altro se non al sesso e che quindi meritano di ricevere una punizione esemplare come quella che Dawn impartisce loro. Una sorta di femminismo imperante che ci impedisce di godere appieno dei sapori kitsh della pellicola, nella quale si stanziano prepotentemente due torri di una centrale nucleare, che ricordano lontanamente per forma degli enormi falli, come a voler forzatamente suggerire la vera natura e provenienza della strana mutazione genetica avvenuta nel corpo di Dawn. La ragazza, che sin da bambina aveva provato la potenza della sua vagina ferendo gravemente il dito del fratellastro che si divertiva a giocare al dottore e l’ammalata, da adulta si ritrova a dover fare i conti con la sua nuova natura a tratti malefica a tratti giustiziera, e ci riuscirà nel migliore dei modi (o forse no?) come dimostra il finale ammiccante e sornione, nel quale con un solo sguardo, ci dimostra di essere diventata donna e di aver assunto un’enorme consapevolezza del proprio "potere". Denti altro non è che un film, che prendendo come pretesto lo scalpore che può suscitare una vagina che trancia letteralmente dei peni o delle dita, ci restituisce una serie di metafore, come quella della difficoltà dei rapporti uomo-donna, della paura delle prime esperienze sessuali, dell’incomunicabilità che si viene a creare quando si tratta di un argomento spinoso come il sesso (la sequenza dell’ora di educazione sessuale a scuola ne è un esempio). Un film che vuole essere poco retorico, ribaltando il puritanesimo imperante di Dawn e dell’associazione che frequenza (descritta quasi come una setta messianica), ma che alla fine fallisce in parte nel suo intento, visto che non fa altro che eliminare i pregiudizi da un lato, divenendo oratorio e accusatorio verso l’universo maschile e i suoi esponenti dall’altro. Tutto sommato, però, il risultato finale è complessivamente sufficiente, anche grazie all’interpretazione della giovane Jess Weixler, che poteva pericolosamente scadere nel patetico e nell’eccessivamente ridicolo, e che invece riesce a misurarsi perfettamente tra serietà, drammaticità e sana ilarità.  Un fiore che sboccia nel corso della pellicola, divenendo man mano sempre più sensuale e appetibile, nonostante l’immensa pericolosità del suo corpo. Denti, depurato da quei difetti (anche in fase di regia con qualche inquadratura televisiva di troppo) che lo rendono solo un film si godibile ma non eccessivamente ,avrebbe potuto diventare un vero e proprio cult, per appassionati e non.

 

VOTO: 6/6,5




CITAZIONE DEL GIORNO

"Questa la chiamano musica classica, vero?". "Si’." "L’ho capito perché non canta nessuno". (Marilyn Monroe e Tom Ewell in "Quando la moglie è in vacanza")
 


LOCANDINA

Mare dentro

REGIA: Alejandro Amenabar
CAST: Javier Bardem, Belen Rueda, Mabel Riveira, Lola Duenas, Celso Bugallo, Clara Segura, Joan Dalmau, Alberto Gimenez, Tamar Novas, Francesc Garrido, Josè Maria Pou
ANNO: 2004

TRAMA:

La storia vera di Ramòn Sampedro, tetraplegico da trent’anni, costretto immobile in un letto a causa di un tuffo in mare finito male per il cattivo calcolo della risacca. L’uomo, circondato dalla famiglia e da due donne che si contendono il suo amore, è del tutto deciso a porre fine dignitosamente alla sua vita da lui ritenuta ormai non più dignitosa. Ad opporsi le autorità laiche ed ecclesiastiche, alle quali Ramòn si rivolge, aiutato da un’associazione e un’avvocatessa, una delle due donne, per cercare di ottenere l’autorizzazione a planare finalmente verso il suo amatissimo mare di calma e serenità.


ANALISI PERSONALE

“Vivere è un diritto, non un obbligo”. E’ potente come un macigno scagliato dalla cima di una montagna, questa affermazione messa in bocca al protagonista di questa pellicola. Un film che solo apparentemente, e molto marginalmente, si occupa della tematica scottante e difficilissima dell’eutanasia. In realtà la storia di questo film è la storia, vera, di un solo uomo e non di tutti i tetraplegici, così come sottolinea più volte Ramòn durante i suoi discorsi con i mass-media e i visitatori (“"Gli altri tetraplegici non si offendano per la mia decisione, ma io non giudico chi vuole vivere e vorrei che loro non giudicassero me"). Mare dentro (titolo della pellicola, ma anche l’inizio del verso di una delle poesie scritte da Ramòn nel corso della sua trentennale costrizione a letto), è una storia di una vita di un uomo che, nonostante l’apparenza di simpatico e gioviale uomo che apprezza quello che ha, non sogna altro che di porre fine all’infinitezza della sua sofferenza, all’impossibilità di amare e sentire davvero se non nei suoi sogni e nella sua immaginazione. Esplicative al riguardo, oltre che di una potenza visiva ed emozionale non indifferente, alcune sequenze che contribuiscono a rendere indimenticabile questa pellicola: l’incipit con uno schermo cinematografico che man mano si allarga facendo planare noi e Ramòn verso la spiaggia ed il mare; il volo che Ramòn spicca dalla sua stanza librandosi nell’aria fuori dalla sua finestra per attraversare i monti e giungere ancora una volta al mare; il racconto del fatidico incidente, inframmezzato dalle visioni che il ragazzo ebbe prima di essere salvato, visioni che corrispondono ai suoi più bei ricordi, incorniciati da alcune fotografie.
Una scelta, quella di Ramòn, opinabile o meno,  condivisibile o meno, ma una scelta sua, sulla sua vita e la sua morte. Illuminante al riguardo sarà l’incontro-scontro con un parroco affetto dalla sua stessa disgrazia che tenterà in tutti i modi, dapprima indirettamente tramite mass-media e poi recandosi a fargli visita a casa sua, di fargli cambiare idea, di convincerlo del valore immenso della vita che non si limita solo a “poter muovere le braccia e le gambe” (“Una libertà che elimina la vita non è una libertà.” “Una vita che elimina la libertà non è una vita”). Il regista infatti, pur propendendo vistosamente per la causa di Ramòn, non costruisce affatto un film di parte e soprattutto non tesse una propaganda tesa a persuadere all’accettazione della pratica dell’eutanasia. Il suo, invece, è un film che accoglie tutte le tesi possibili, incarnate in una serie di straordinari personaggi (compreso il prete di cui sopra che ci regala anche uno dei momenti più ilari di questa pellicola, composta da una perfetta e dosata miscela di ironia, humour, riflessione e grandi emozioni). Abbiamo il fratello cocciuto e testardo di Ramòm che si oppone strenuamente, in quanto capo-famiglia, a che nella sua casa avvenga qualsiasi tipo di uccisione. C’è poi la fedelissima e amorevolissima cognata che non si oppone, ma neanche incoraggia, che rimane neutrale per rispetto della volontà di Ramòn, imitata in questo sia da suo figlio che dal padre stesso di Ramòn ormai rassegnato a sopportare l’immenso dolore per la decisione del figlio. Mare dentro è anche un film di grandi contraddizioni e di interessanti dualismi, fonti di riflessione e soprattutto ispiratori di introspezione. La vitalità e la carica dirompente (che riesce persino a trascinare ben due donne) di Ramòn si contrappongono alla sua rassegnazione e alla sua voglia di morire. La realtà di triste esistenza costretta in un letto la cui unica visuale sul mondo è una finestra che dà sull’atrio del suo giardino si contrappone al sogno e alla fantasia che lo fanno “volare” verso le immense distese di monti e ruscelli che lo portano verso l’infinito mare e il suo orizzonte. La grande ironia e auto-ironia di Ramòn e di tutti i suoi cari, contraddistinta da tanti momenti di gioia e di sane risate, si contrappone ad un’immensa sofferenza che dà ampio spazio alla disperazione e al pianto. Rosa, la giovane operaia con due figli a carico, che si affeziona alla causa di Ramòn cercando di restituirgli tutta la sua gioia e voglia di vivere si contrappone a Julia, l’avvocatessa anch’essa afflitta da una malattia degenerativa che sarà l’unica a capire la situazione di Ramòn e a promettergli di porre fine alle sue pene, salvo poi non trovare il coraggio per un passo così enorme e difficile. Ma la contrapposizione più grande che è possibile ravvedere, e che ci restituisce un’enorme lezione di vita, è quella tra l’amore e l’egoismo. Ramòn è circondato da gente che lo ama incondizionatamente e che si prende cura di lui da una vita, ma che non comprende il suo reale stato d’animo rifiutandosi di aiutarlo a togliersi la vita (il fratello un po’ perché troppo affezionato a lui, un po’ per mantenere il buon nome della famiglia, la cognata che ormai vede in lui un vero e proprio figlio di cui prendersi cura a tutti i costi, è gelosa delle attenzioni di altre persone); ma al tempo stesso anch’egli ama tutti coloro che lo circondano (comprese le due donne che sono entrate a far parte della sua vita), non rendendosi conto dell’enorme sacrificio che sta chiedendo loro (rinunciare per sempre ad una persona amata).
La forza di questo personaggio emblematico e molto sfaccettato, risiede anche nella straordinaria interpretazione di Javier Bardem, che potendo utilizzare e muovere solo il volto (aiutato anche da un make-up molto efficace) è riuscito a restituirci tutte le emozioni e le sensazioni possibili, con le infinite e stratificate pieghe del suo volto e inclinazioni del suo sguardo. Funzionali al riguardo i primissimi piani che il regista ci offre dell’attore, contrapposti a panoramiche e mini piani-sequenza che ci fanno volare con la fantasia e con il cuore. Mare dentro è un film molto toccante e commovente, di un’emozionalità priva di patetismi e facili compatimenti o auto-compatimenti. Impossibile non rimanere coinvolti dalle vicende di Ramòn e dei suoi cari, al di là dei propri ideali e della propria posizione a riguardo dell’eutanasia.
“Il mare mi ha dato la vita, il mare me l’ha tolta”, dice così Ramòn in uno dei suoi tanti discorsi significativi e pregni di infiniti spunti di riflessione. Ed è proprio sul mare che ha termine questa struggente storia ricca di messaggi, in un finale che, dopo averci tolto qualsiasi spiraglio di speranza, ci restituisce, con una bellissima e poetica immagine, tutto l’immenso valore della vita.

VOTO: 8,5/9

 


CITAZIONE DEL GIORNO

"Mio nonno mi stava insegnando a suonare la fisarmonica, poi è morto cadendo da un ponte in costruzione". "Tuo nonno costruiva ponti?". "No, era in bicicletta, non si era accorto che il ponte non era stato finito". (Lucia Maglietta e Bruno Ganz in "Pane e tulipani", 2000)
 


LOCANDINA

Severance – tagli al personale

REGIA: Christopher Smith

CAST: Danny Dyer, Laura Harris, Toby Stevens, Claude Blakley, Tim McInnerny, Andy Nyman, Babou Ceesay, David Gilliam
ANNO: 2007



TRAMA:

Un gruppo di sette impiegati della Palisade Defense, azienda produttrice di armi, viene spedito in Ungheria per passare un week-end con l’intento di accrescere la coesione del gruppo e di rilassarsi soggiornando in un lussuoso lodge. Una volta arrivati, si perderanno tra i boschi dove verranno attaccati da uno strano individuo accompagnato da altre “presenze”.

 




ANALISI PERSONALE

I paesi dell’Est Europa ormai sono teatro di vicende orrorifiche e spaventose, la qual cosa dà ampio modo di riflettere. Dopo la saga di Hostel firmata Eli Roth, Christopher Smith continua la tradizione dell’horror est-europeo, ambientando la sua pellicola in una fantomatica cittadina, Szeveranz (che ovviamente richiama il titolo che a sua volta è un gioco di parole, Severance vuol dire tagli, come quelli che arrivano ad amputare e ferire i protagonisti della pellicola, ma anche licenziamenti in tronco il che si ricollega alla tematica principale del film, in questo caso indicatissimo il sottotitolo italiano “tagli al personale”), al confine tra l’Ungheria e la Serbia. In realtà non siamo di fronte ad un vero e proprio horror puro, visto che il regista gioca e giostra abilmente diversi registri narrativi e generi cinematografici, primi su tutti la commedia e lo splatter, senza tralasciare di quando in quando la parodia e la citazione. Numerose le pellicole che vengono in mente durante la visione, prima su tutte sicuramente quella che ha fatto da apripista a questa tradizione di “ibridi” e cioè quel Shaun of the dead firmato Edgar Wright, pellicola che prendeva ampiamente in giro tutta una certa tradizione di cinema orrorifico. Anche in questo caso dall’Inghilterra arriva una perfetta commistione tra tipico humour anglosassone (con qualche esagerazione di comicità soprattutto per quanto attiene ad uno dei protagonisti dedito all’uso di disparate sostanze stupefacenti) e horror vero e proprio con alcune punte di sano gore, apprezzabilissime dagli amanti del genere. La prima parte della pellicola è quella che ci regala il maggior numero di risate, soprattutto grazie alla presentazione delle sette personalità del tutto diverse da loro, sicuramente e volutamente stereotipate nei loro comportamenti e atteggiamenti. Abbiamo la secchiona bruttina e attivista, l’uomo di colore dimesso e ligio al dovere, il bello e antipatico, il fattone sopra le righe, la bella e coraggiosa, il capo severo che si dimostra poco intraprendente e lo sfigato di turno che non fa altro che cadere o fare brutte figure meritandosi lo sberleffo e le prese in giro di tutto il resto del gruppo. Interessante, anche se fin troppo palesata, la vena politica che percorre le vicende surreali nelle quali si ritrovano invischiati questi impiegati in viaggio premio, visto che verranno attaccati, sotto l’insegna di una sorta di legge del contrappasso, proprio da uomini che utilizzano le armi da loro prodotte e vendute sul mercato per combattere a tutti i costi il terrorismo.

Divertentissima la sequenza iniziale del viaggio in pullman verso la destinazione prefissata, nel quale viene mandato in onda un video pubblicitario recitato proprio dal loro datore di lavoro, con tanto di bombe e armi che scoppiano alle sue spalle. Finite le risate però, comincia anche la parte seria, o meglio semi-seria visto che il regista riesce abilmente a creare false tensioni che poi sfociano in un non nulla per far scoppiare la suspance nei momenti meno sospettabili. Ed è così che ciascuno di loro andrà incontro ad una morte perfettamente indicata per la sua personalità. Molte le scene che oltre ad inorridire i più deboli di stomaco e i più impressionabili, strappano anche numerosi sorrisi, come quella della tagliola che trancia la gamba ad uno di loro, o quella nella quale una testa si stacca dal proprio corpo e poi sorride tronfia del fatto di aver avuto ragione su una discussione precedente al riguardo. Divertentissimi e impedibili molti altri momenti della pellicola, una gamba che stenta ad entrare in un frigo bar, delle bionde tettone cadute in un fosso che si salvano grazie ai loro reggiseni e che ci regalano un finale a dir poco esilarante esibendosi in una sparatoria al ralenty con mitra, un lanciarazzi che viene puntato contro il nemico ma che raggiunge un obiettivo inimmaginabile, un dente trovato in un pasticcio di carne, lo sdoppiamento del corpo del fattone che continua ad avvertire altre presenze ma non viene creduto dagli altri, il passaggio inaspettato di un orso tra i boschi e si potrebbe continuare a lungo. Brillanti i dialoghi che contribuiscono ad arricchire la di per sé povera sceneggiatura, e riuscitissime le interpretazioni di ciascun personaggio recitati in semplicemente e macchiettisticamente, anche se non in maniera esagerata. Lode anche alla fotografia e alla regia che si avvale di alcuni squisiti mini-racconti (a chi non è venuto in mente quell’altro mini-gioiello che è Cabin fever?), contrassegnati ognuno da un genere cinematografico diverso: il film muto espressionista con tanto di omaggio al Nosferatu di Murnau, il film di guerra a basso budget girato come un documentario, il semi-porno con tanto di infermiere nude che si sollazzano in una clinica per anziani fino all’arrivo di un “coglione qualunque” che risolleva le loro sorti. Sicuramente non siamo di fronte ad un capolavoro, ma il divertimento e perché no, a tratti anche l’angoscia e la suspance sono assicurati grazie ad un prodotto ben confezionato che non fa confusione tra i generi ma li amalgama in maniera sapiente e calibrata, rendendo il risultato finale oltre che godibile, anche apprezzabile.

VOTO: 7/7,5

 




CITAZIONE DEL GIORNO

"Ho una cosa per te". "Se possono averla tutti non mi interessa". (da "O come Otello")



LOCANDINA

I vitelloni

REGIA: Federico Fellini

CAST: Alberto Sordi, Leopoldo Trieste, Franco Interlenghi, Franco Fabrizi, Riccardo Fellini, Leonora Ruffo
ANNO: 1953

TRAMA:

Cinque ragazzi ormai cresciuti continuano ad esercitare la loro professione di perditempo a Rimini, passando le loro giornate e le loro serate giocando al biliardo, incontrandosi al bar, passando di festa in festa senza assumersi mai delle serie responsabilità, fino a quando uno di loro non mette incinta la sorella di un altro, dovendo per forza di cose cambiare stile di vita, pur non riuscendo ad abbandonare le vecchie abitudini di donnaiolo e scavezzacollo. Alla fine, solo uno di loro riuscirà ad abbandonare la desolazione della propria vita di provincia per fuggire verso un futuro ignoto, ma sicuramente migliore.

 




ANALISI PERSONALE

“Vitelloni”, un termine che dopo l’uscita di questo film è entrato nel linguaggio comune, un termine che sta a designare un’intera generazione, un’Italia d’altri tempi ultimamente tornata sicuramente più viva che mai. L’Italia del dopo-guerra e del pre-boom economico, fatta di ragazzi non più tanto giovani con zero voglia di lavorare e tanta di divertirsi e di far baldoria. Un’Italia di provicina, in questo caso quella di Rimini, nella quale le giornate sono tutte uguali e finiscono sempre allo stesso modo, con una sbronza o una scaramuccia tra amici. Un’Italia un po’ bigotta (se metti incinta una ragazza devi assolutamente sposarla e mettere la testa a posto e se hai una relazione con un uomo sposato sei una poco di buono), ma in fondo abbastanza ipocrita (l’avevamo visto già con il “primo film e mezzo” del regista romagnolo, Lo sceicco bianco), come sta a dimostrare il comportamento a tratti “scellerato” di uno dei perditempo che costretto a sposare la donna che ha distrattamente messo incinta, continua tranquillamente a corteggiare altre donne e a gozzovigliare allegramente con gli altri suoi quattro amici. Loro sono: Moraldo (Franco Interlenghi), il più serio dei cinque, che si ritrova a far parte del gruppo sicuramente per caso e che meno di tutti gli altri incarna la figura del vitellone, pur essendolo sostanzialmente a tutti gli effetti, sarà lui però a dare vita  alla solita componente autobiografica che Fellini immette in ogni sua pellicola, visto che sarà l’unico a trovare il coraggio, la forza e la volontà di abbandonare la comodità della sua vita da perditempo mantenuto da una famiglia bene, per affrontare un futuro più serio (straordinaria ed emozionantissima la sequenza finale nella quale, a bordo del treno che lo porterà lontano, immaginerà in un’indimenticabile soggettiva tutti i suoi compagni ancora a letto a dormire dopo una nottata di baldorie); Fausto (Franco Fabrizi) lo sciupafemmine del gruppo, quello che mette incinta Sandra, la dolce e debole sorella di Moraldo e che, intento a scappare con la scusa di andar fuori a cercare lavoro e ad assicurare un futuro alla sua nascente famiglia, viene costretto dal padre severo e intransigente a porre riparo al suo “errore”, sposando la ragazza e mettendosi a lavorare in un negozio di arredi sacri gestito da un amico del suocero, salvo poi farsi licenziare per averci provato con la moglie del suo datore di lavoro, oltre che con una signora incontrata al cinema e con un’altra incontrata ad una rappresentazione teatrale; Alberto (uno straordinario Alberto Sordi che regala sicuramente l’interpretazione migliore della pellicola, incarnando un personaggio pieno di sé ed estremamente egoista, con la lacrima facile ma sicuramente non molto sincera, che nel bel mezzo di drammi familiari e non, non sa far altro che pensare a mangiare e ad ubriacarsi), un bambinone cresciuto che si fa mantenere dalla mamma e dalla sorella, a cui pretende di far da padre nonostante sia lei a passargli di tanto in tanto i soldi per uscire a divertirsi con gli amici; Leopoldo (il Leopoldo Trieste già visto in Lo sceicco bianco), altra incarnazione di alcune caratteristiche del regista, in quanto il ragazzo tenta in tutti i modi di uscire dal grigiore e dal nulla provinciale, scrivendo sceneggiature di notte e cercando di farle conoscere a qualcuno di importante, fino ad arrivare ad un capocomico che si rivelerà una delusione totale visto che si dimostrerà interessato a ben altro; Riccardo (Riccardo Fellini, il fratello del regista), con velleità da cantante, preoccupato soprattutto di non aumentare di peso e di corteggiare il maggior numero di donne possibili. Il collante narrativo che unisce tutte le avventure e disavventure dei cinque ragazzi è quello che concerne la travagliata storia d’amore tra Fausto e Sandra, ma in realtà ciascun personaggio ha un peso notevole all’interno del quadro generale, e tutti sono tratteggiati in maniera perfetta, tanto da  restituirci uno spaccato molto vivido e reale (I Vitelloni è sicuramente uno dei film più reali di Fellini che solitamente si avvale del surrealismo e dell’onorismo per raccontare le sue storie) di una determinata generazione, di un determinato periodo storico, che è poi quello della giovinezza del regista stesso nella città della sua formazione, che lo ha portato ad emigrare a Roma divenendo poi il grandissimo maestro che tutti noi conosciamo e apprezziamo. In questa pellicola dai sapori nostalgici, accompagnata egregiamente dalle indimenticabili note di Nino Rota, Fellini descrive i cinque ragazzi con un pizzico di critica sociale, ma soprattutto con un’ampia dose d’affetto e di simpatia, sentimenti che sicuramente il regista provava all’epoca della sua prima giovinezza verso i cosiddetti vitelloni, di cui sicuramente egli non ha mai fatto parte, considerando il talento che da sempre lo ha contraddistinto, ma che ha molto probabilmente conosciuto da vicino. Non poche le sequenze rimaste nella storia del cinema, alcune delle quale contrassegnate da un pizzico di visionarietà (quella che poi contraddistinguerà positivamente l’intera carriera del regista), come quella della festa di carnevale con un Alberto Sordi vestito da donna, sbronzissisimo a fine serata e deluso per la scoperta della tresca di sua sorella con un uomo sposato; o quella nella quale Fausto disperato vaga alla ricerca di Sandra, scappata di casa all’ennesima marachella del marito, che sulla spiaggia si imbatte in un gruppo di chierichetti vestiti di nero; o quella famosissima e divertentissima di Alberto Sordi, a bordo di un auto in compagnia dei suoi compagni,  che sbeffeggia un gruppo di operai (“Lavoratori!!! Prrrrr!! Lavoratori della malta!!! Prrrrr!!!). Un personaggio rimane forse impresso su tutti, il ragazzino che fa la conoscenza di Moraldo e a cui rivela di alzarsi ogni giorno alle cinque per andare a lavorare in stazione, lo stesso ragazzino che a fine pellicola, dicendo addio al vitellone che sta per cambiare vita, ci regala una forte emozione oltre a comunicare un forte messaggio di speranza.

VOTO: 9,5

 




CITAZIONE DEL GIORNO

"Avevi mai sparato?". "Mai contro pezzi di cartone". (L’istruttore di tiro a Nikita in "Nikita")



LOCANDINA

La stangata

REGIA: George Roy Hill

CAST: Paul Newman, Robert Redford, Robert Shaw
ANNO: 1973

TRAMA:

Johnny è un delinquente scavezzacollo, dopo aver involontariamente truffato la persona sbagliata, cerca l’aiuto di Henry, uno dei più famosi e valenti truffatori del paese. Insieme decidono di organizzare una colossale stangata ai danni del boss che ha ammazzato il migliore amico di Johnny.

 



ANALISI PERSONALE

La stangata, pur essendo un vero e proprio gangster-movie, riesce al contempo a divertire e a far sorridere. Una sorta di commedia a suspance piena di ritmo e movimento soprattutto grazie alla fenomenale colonna sonora incentrata su quel motivetto poi divenuto famosissimo (uno dei sette oscar andò giustamente alla colonna sonora), ma soprattutto anche grazie alla regia davvero interessante di Hill, incentrata su una serie di dissolvenze incrociate molto particolari, su alcuni zoom che arrivano al momento opportuno e sulla suddivisione in capitoli (che sono poi le varie fasi del piano perpetuato dai due truffatori). La vera forza di questa pellicola, però, risiede nel cast a partire dalla mitica coppia Paul Newman-Robert Redford (già visti in Butch Cassidy), senza tralasciare i comprimari, primo su tutti Robert Show nel ruolo del gangster malefico che ne combina di tutti colori, ma a cui ne vengono anche fatte di tutti i colori. Ancora inesperto e troppo dedito alle donne e al gioco d’azzardo, Johnny si ritrova a dover fronteggiare una minaccia quasi insormontabile, e dopo aver perso l’amico e la guida di sempre ha bisogno di una spalla per potersi difendere e magari anche attaccare. L’unico a cui può rivolgersi è proprio Henry, la persona indicatagli dal suo amico prima di morire. Dapprima riluttante, il truffatore d’alto rango decide di aiutare lo scavezzacollo anche per dare una bella lezione al gangster un po’ troppo pieno di sé. I due insieme faranno faville, dato che metteranno ciascuno del proprio nell’organizzazione dell’ingegnosissimo piano, che comprende anche delle corse ai cavalli truccate, delle partite a poker con bari e contro-bari, delle finte liti e dei costruiti tradimenti. Via di questo passo, il gangster cadrà nella rete abilmente costruita dai due truffatori, ma non sarà l’unico a pagarne le conseguenze, insieme a lui oltre ai suoi scagnozzi, ad essere trionfalmente beffati ci sarà anche un poliziotto corrotto e tutta la sua crosca. Molte le sequenze che rimangono impresse per la qualità della messa in scena, ma soprattutto per l’abilità nell’interpretazione dei protagonisti e per il livello delle atmosfere (straordinaria la fotografia, le scenografie e i costumi tipicamente e inconfondibilmente anni ’30).



Prima su tutte quella iniziale nella quale Johnny col suo amico di sempre mette in atto una piccola truffa per cercare di racimolare qualche soldo e invece prende nel mirino proprio uno degli uomini del gangster. Una finta rapina ai danni di un vecchietto, una finta coltellata e il gioco è fatto, Robert Redford incarna alla perfezione il giovane in cerca di brividi e di avventure (la passione per una donna si rivelerà quasi fatale, senza contare le altre conoscenze femminili che si affastellano nella sua vita). Indimenticabile e mitica la sequenza nella quale Robert Shaw, il boss, e Paul Newman, il truffatore che si fa passare per un bookmaker ubriacone, si scontrano a poker nella carrozza di un treno: entrambi barano, ma solo uno dei due riuscirà ad averla vinta. Tutti noi sappiamo che Henry ha in mano quattro tre, mentre il suo avversario ha quattro nove, ma non si sa per quale invisibile gioco di mani, alla fine il nostro “eroe” riesce a spodestare il gangster, riversando sul tavolo quattro Jack, con lo stupore di colui che distribuiva le carte, d’accordo col boss nel barare e battere l’ubriacone. Suspance e divertimento, come suddetto, si susseguono senza un attimo di sosta in maniera compatta e ben studiata, evitando la naturale confusione che potrebbe nascere dalla commistione di generi e di registri narrativi. Divertentissimi anche i numerosissimi scambi di persona ben studiati dai truffatori che si avvalgono di una squadra ben assortita composta da individui pronti a truccarsi in vari modi e ad assumere differenti personalità pur di spodestare il malefico gangster. Esplicativa al riguardo la sequenza all’interno di una falsa sala scommesse preparata dai truffatori e dai loro amici nella quale il boss ,inconsapevole del proprio destino di beffato, si reca su invito dello stesso Johnny, fintosi suo aiutante nella missione per sconfiggere Henry. Qui l’uomo punterà su dei cavalli indicatogli dallo scavezzacollo con la rassicurazione di averli saputi da fonti certe che conoscono i risultati prima del tempo. Il boss ci cascherà in maniera quasi rocambolesca per finire a perdere un sacco di soldi, oltre che la dignità. Il finale a tratti quasi tragi-comico ci lascerà con un grosso sorriso sulle labbra e con la consapevolezza via via tramutatasi in certezza,  che tra i due truffatori è nata, oltre che un grande feeling collaborativo, una forte amicizia.

VOTO: 9


 



CITAZIONE DEL GIORNO

"Non ti rovini i denti con tutta quella cioccolata?". "Ma ho un amico che è dentista". "Cioè, uno che ha un amico dentista allora si deve rovinare i denti. E se io avessi un amico patologo cosa dovrei fare ??". (Diego Abatantuono e Cristina Marsillach in "Marrakesh Express")



LOCANDINA

 

Rabbits

REGIA: David Lynch

CAST: Naomi Watts, Laura Harring, Scott Coffey
ANNO: 2002

TRAMA:

Tre conigli disquisiscono su un avvenimento enigmatico e segreto all’interno di una stanza con divano e asse da stiro.

 




ANALISI PERSONALE

8 cortometraggi diretti dalla mente geniale e malata di David Lynch. Solo questo basterebbe ad incuriosire il cinefilo più incallito, ma se ci aggiungiamo il fatto che in poco più di 42 minuti di pellicola abbiamo una mole impressionante di inquietudine e angoscia, oltre ad un mix imperdibile di alcuni dei temi più cari al regista, senza tralasciare numerosi rimandi al mitico telefilm Twin peaks, allora non possiamo che cadere nella trappola abilmente costruita dal grandissimo cineasta visionario. Una patina di surrealismo avvolge i cortometraggi contrassegnati da un apparente nonsense che dilaga nei dialoghi dei tre conigli e nei loro movimenti. Loro sono Jane (Laura Harring), Jack (Scott Coffey) e Suzie (Naomi Watts) e si muovono quasi meccanicamente all’interno della stanza, nascosta in una quasi soffocante penombra, trasmettendo un senso di ansia e di tensione non indifferente. In realtà scavando nelle pieghe più nascoste di questo fenomenale esperimento lynchiano, possiamo cogliere una serie di interessantissimi spunti di riflessione. I corti sono girati seguendo gli stilemi e le regole delle sit-com, ogni volta che entra un personaggio dalla porta il pubblico applaude e questi aspetta che l’ovazione sia finita, per cominciare a parlare; di quando in quando si sentono, oltre agli applausi, delle risate registrate che arrivano senza che sia stata pronunciata una frase spiritosa o una battuta, il più delle volte quando i personaggi si riferiscono al tempo o ad un fantomatico “esso”. Questo tipo di scelta comunica una determinata denuncia al tipo di televisione a cui ormai pubblico e addetti ai lavori si sono assuefatti, una sorta di denuncia che vuole spronare al cambiamento o perlomeno alla presa di coscienza di una determinata realtà. Cinema che parla di televisione, ma anche di cinema, meta-linguaggio che si serve delle metafore per comunicare. In realtà di comunicazione ce n’è davvero poca, visto che ciascun coniglio si rivolge all’altro pronunciando frasi sconnesse e senza senso e ricevendo ogni volta delle risposte assolutamente fuori luogo rispetto alle domande. Tutto ciò sta a rappresentare, a seconda delle interpretazioni molteplici che si vogliono e si possono dare a questo piccolo gioiellino cinematografico, l’incomunicabilità che ormai si è venuta a creare all’interno delle famiglie, ma anche tra persone vicine. Inseriti, e quasi nascosti, tra gli incessanti dialoghi privi di senso, ci sono dei momenti di lucidità nei quali i conigli ci fanno comprendere che molto probabilmente l’evento che li ha resi così instabili e preoccupati è un omicidio (quello di Laura Palmer?). I continui riferimenti ad una vita passata o futura (nel finale Jane dice: “Mi domando chi sarò”), fanno supporre che molto probabilmente i protagonisti si trovino in una sorta di limbo (a confermare l’ipotesi l’apparizione per ben due volte di una sorta di mostro che aleggia nell’aria e pronuncia frasi incomprensibili con una voce a dir poco minacciosa e paurosa). Uno per uno, a turno, i tre conigli ad un certo punto si esibiscono recitando una poesia, anch’essa apparentemente priva di senso, che in realtà però, molto probabilmente ci restituisce particolari importanti circa l’omicidio: “denti sorridenti” (basti ricordare la famosa foto di Laura Palmer), “sirene distanti”, “navi distanti” (il corpo della ragazza di Twin peaks fu trovato in mare), e via di questo passo. Alla fine di ogni lampo di “lucidità” una sigaretta arriva a bruciare la parte in alto a destra dello schermo, facendo ripiombare nel caos e nell’inquietudine, sia lo spettatore che i protagonisti. Ogni cortometraggio è suddiviso dall’arrivo di un tuono che scombussola i protagonisti o dall’aprirsi di una porta dalla quale entra uno dei tre conigli. Non ci sono stacchi di montaggio (se si esclude l’unica volta in cui la telecamera si concentra sul primissimo piano del telefono che squilla, particolare di capitale importanza), la telecamera è perennemente puntata sulla stanza (che rimanda per atmosfere alla famosa Loggia nera di Twin peaks) in una specie di unico piano-sequenza inframmezzato da qualche dissolvenza in nero o dai suddetti tuoni e lampi che creano confusione e scompiglio. Di interessante fattura, oltre all’ambientazione davvero inquietante e alla rappresentazione e messa in scena dei conigli, apparentemente legati da un rapporto famigliare, è la colonna sonora (firmata dal fidato Angelo Badalamenti) tutta incentrata sui rumori della pioggia e del vento che contribuiscono ad accrescere l’angoscia dei protagonisti, ma soprattutto dello spettatore sempre più spaesato, cortometraggio dopo cortometraggio.

VOTO: 9,5

 




CITAZIONE DEL GIORNO

Nicoletta Braschi: "Buono questo dolce! L’ha fatto sua moglie?". Benigni: "No, non sono sposato". Braschi: "L’ha fatto sua madre?". Benigni: "No, non sono nato". (Da: "Johnny Stecchino")



LOCANDINA

La rosa purpurea del Cairo

REGIA: Woody Allen

CAST: Mia Farrow, Danny Aiello, Jeff Daniels
ANNO: 1985

TRAMA:

Cecilia, una cameriera che deve vedersela con un marito dispotico e villano, è una grandissima appassionata di cinema, dove si rifugia ogni giorno dopo il lavoro sognando vite e mondi diversi. Alla quinta proiezione del film La rosa purpurea del Cairo, Tom Baxter, uno dei protagonisti, esce dallo schermo e porta via con sé la donna di cui si è innamorato e da cui è amato. I due vivono un’idilliaca parentesi amorosa, fino a quando il marito di Cecilia, ma anche Gil, l’attore che interpreta Baxter, non si mettono in mezzo.

 



ANALISI PERSONALE

Nel grandissimo capolavoro muto che è La palla numero 13, un timido e impacciato Buster Keaton, protezionista di mestiere, per rendere vivo e reale il suo sogno di diventare un detective e di conquistare la donna amata, entrava nello schermo dove veniva proiettato un film e diventava un vero e proprio eroe. In questa pellicola, che omaggia quella citata, la protagonista vive la situazione opposta, i suoi sogni divengono tangibili grazie al fatto che l’eroe del suo film preferito fuoriesce dallo schermo dimostrandosi un uomo perfetto, ma irreale. La rosa purpurea del Cairo è un film che contiene profondissime riflessioni sul cinema e sul suo ruolo di catalizzatore di sogni, speranze, illusioni. Quello di Allen, in questo caso, è un vero e proprio discorso metacinematografico, un’interessantissima serie di considerazioni sul mezzo cinematografico, un film che parla di film, di attori, di sceneggiature, di produzioni, regie, pubblico e via dicendo. Gli amanti di questo mondo non possono non ritrovarsi a ragionare con i protagonisti della pellicola sul senso di quello che è capitato a Tom Baxter e a Cecilia. Lui, il personaggio fittizio, non vede l’ora di fuoriuscire dallo schermo per imparare a conoscere il vero mondo, lei, la donna reale, sogna da sempre di poter entrare a far parte di una di quelle fantastiche storie di fantasia. I protagonisti del film nel film, “La rosa purpurea del Cairo”, si ritrovano a non saper come andare avanti una volta che uno dei protagonisti (seppur di minore importanza, segno questo della rilevanza di qualsiasi elemento di una pellicola) è scomparso. Si ritrovano tutti a ragionare e sragionare nella sala di un lussuoso appartamento, ribellandosi per i buchi nella sceneggiatura, per la mancanza di trama, per il fatto che il pubblico reclama la continuazione della pellicola e via di questo passo. Ad andare nel panico però non sono solo i protagonisti in bianco e nero della pellicola, ma anche i gestori della sala cinematografica che devono affrontare le ire degli spettatori desiderosi di vedere una storia. Il riferimento  all’assuefazione di pubblico e addetti ai lavori ai meccanismi ormai consolidati di una determinata tradizione cinematografica, si fa lampante, tanto che ad un certo punto uno dei protagonisti del film nel film, un cameriere, quando si rende conto di essere libero dalle maglie della trama e delle sceneggiatura, esulta cominciando a ballare e saltellare per la sala del ristorante dove lavora (“Ce ne stiamo fregando della trama, signore?” “Precisamente. Ognuno per sé e Dio per tutti.” “Allora non porto più la gente ai tavoli, posso fare quello che ho sempre sognato di fare!”).

Ad essere approfondito è anche il rapporto tra sogno e realtà, tra la vita vera e quella vista al cinema, una dicotomia che comincia a perdere i suoi contorni che divengono via via più sfumati grazie al personaggio di Cecilia che si innamora di un personaggio inventato (Tom Baxter) e che riceve anche le attenzioni di Gil (l’attore che interpreta il personaggio), un uomo reale arrivando poi al momento della scelta difficile e sofferta (“Senti, io non voglio più parlare di ciò che è vero e di ciò che illusione: la vita è breve, non sprechiamo tempo per pensare alla vita, viviamola e basta!” “Io sono una persona reale. Per quanto forte sia la tentazione, devo scegliere il, mondo reale.”). Come risollevarsi dalle proprie miserie? Da un marito fannullone e manesco e da una vita difficile fatta di stenti e povertà? Il periodo in cui è ambientata la pellicola è quello dei primi anni del sonoro nel cinema, ma anche della Grande Depressione, periodo narrato in maniera encomiabile non solo grazie ad una perfetta sceneggiatura e interpretazione dei personaggi, ma anche alla finissima e appropriata fotografia incentrata sui colori spenti e una colonna sonora che ripete il famosissimo motivo musicale che accompagnava uno dei più noti film di Fred Astaire e Ginger Rogers, senza tralasciare le straordinarie scenografie e ambientazioni. Cecilia riesce a sopravvivere rifugiandosi in un mondo onirico e irreale che però riesce a farle credere di poter essere una donna migliore e più felice e il clou di questa sua fantastica avventura arriverà quando il suo amato Tom la porterà nello schermo con sé, facendola divenire un personaggio in bianco e nero del suo film (“Per tutta la vita io mi ero chiesta come sarebbe stata da questa parte dello schermo.”).  Pur essendo la tentazione molto forte, Cecilia decide di rimanere ancorata alla realtà, sperando di poter avverare comunque il suo sogno di amore e di vita felice, ma molto presto tornerà coi piedi per terra e verrà catapultata nuovamente nella miseria e nell’infelicità della sua vera vita. L’unica via di fuga e di speranza sarà nuovamente la sua amatissima saletta cinematografica dove danzare con la mente e con il cuore insieme ai mitici Ginger e Fred.

VOTO: 8,5/9

 




CITAZIONE DEL GIORNO

Julius: "Eri nervoso la prima volta?". Vincent: "Avevo dodici anni, e lei era una suora. Puoi immaginartelo!". (Da "I gemelli")



LOCANDINA

Batman begins

REGIA: Christopher Nolan

CAST: Christian Bale, Michael Caine, Morgan Freeman, Liam Neeson, Tom Wilkinson, Gary Oldman, Katie Holmes, Cilian Murphy, Rutger Hauer, Ken Watanabe
ANNO: 2005

TRAMA:

Le origini e la genesi del cavaliere oscuro, l’uomo-pipistrello, il supereroe che combatte la criminalità di Gotham city armato solo della propria forza fisica e mentale e aiutato dal fido maggiordomo Alfred, dal poliziotto incorruttibile Gordon e dall’inventore di preziosissimi gadget Fox. 

 



ANALISI PERSONALE

Dopo i fortunatissimi e straordinari Batman burtoniani e gli altrettanto sfortunatissimi e inguardabili capitoli di Schumacher, Nolan tenta una strada diversa rendendo uno dei supereroi più amati di sempre molto più cupo e problematico. La sterzata del regista inglese non riguarda solo l’introspezione psicologica e molto profonda del personaggio di Batman, ma anche la caratterizzazione dell’altra grande protagonista della saga e cioè la Gotham city resa gotica da Burton, pop e post-moderna da Schumacher. Qui abbiamo una città davvero molto reale, ispirata alle grandi metropoli quali New York, Chicago e Hong Kong, nella quale regna la corruzione, la delinquenza, il male insomma. Una città sovrastata da grattacieli sempre illuminati che fanno da terreno di riflessione per Batman che si staglia col suo mantello nerissimo sui tetti di Gotham e che continua a lottare contro le proprie grandi paure cercando anche di imparare la differenza e la linea di demarcazione tra giustizia e vendetta. Il film è sostanzialmente suddiviso in due parti: la prima è quella che riguarda la vera e propria genesi che ha portato alla nascita del cavaliere oscuro, nella quale attraverso una serie di flashback (molto cari al regista di Memento) attraversiamo l’infanzia di Bruce Wayne fino ad arrivare alla sua giovinezza e all’età adulta, quella nella quale di ritorno al suo paese natio, abbandonato dopo la morte dei suoi genitori assassinati da un malvivente, Batman vede la luce, anche se agisce sempre di notte nell’oscurità più totale dove può nascondersi sia ai propri nemici che ai propri amici. Finito il racconto (tra l’altro a tratti stucchevole nel rimarcare il rapporto tra Bruce e suo padre: “Sai perché cadiamo Bruce? Per imparare a rimetterci in piedi”) della nascita del supereroe, dei motivi che stanno alla base della sua missione di giustizia assoluta e della preparazione fisica e psicologica (interessante l’incipit con Christian Bale e Liam Neeson che si allenano sui ghiacci tra i monti e in templi tibetani dove imparano l’arte dei ninja), fa la sua comparsa il vero e proprio uomo-pipistrello, con tanto di costume (reso molto più snello e agevole) cappuccio con le corna e mantello. Da questo momento in poi un po’ di confusione in fase di sceneggiatura, regia e montaggio contrassegnerà la pellicola che proseguirà mostrando una serie di inseguimenti, scene di lotta, scoppi e pestaggi  vari senza preoccuparsi di continuare sul filo dell’introspezione del personaggio, della sua immensa solitudine e della sua dualità, elemento davvero molto importante soprattutto per quanto attiene al tema della paura (il principale della pellicola: “Per combattere la paura devi diventare paura, devi bearti delle paure degli altri”), ma anche del binomio dicotomico giustizia-vendetta (“La giustizia è armonia. La vendetta serve solo a farti stare meglio”). Nonostante qualche scena d’azione un po’ troppo fracassona, il film riesce comunque a mantenersi sul binario della credibilità (mai come in questo primo capitolo firmato Nolan, le vicende di Batman e di Gotham city ci sono sembrate così reali), per concludersi con un emozionante finale aperto che ci guida per mano verso il secondo capitolo, Il cavaliere oscuro. Finito alla deriva in seguito al tragico avvenimento che ha segnato la sua infanzia e perseguitato dalla paura per i pipistrelli (la quale viene mostrata in una bellissima scena del Bruce bambino che cade in un pozzo), il ricchissimo Bruce Wayne decide di tornare nel suo paese ormai in preda al delirio e di aiutare i pochi “buoni” rimasti a ristabilire l’ordine. I nemici da combattere saranno davvero molto potenti: il boss mafioso Falcone (interpretato dal valente Tom Wilkinson) e tutte le sue pedine, tra le quali il dottor Crane (il convincente Cilian Murphy) che si dimostrerà essere uno spietato Spaventapasseri che approfitta delle paure altrui (compresa quella di Batman che ha cercato di impadronirsene per spaventare gli altri attraverso il simbolo del pipistrello: “Perché i pipistrelli signore?” “Perché mi fanno paura! Che li temano anche i miei avversari!”), entrambi però marionette i cui fili vengono guidati dal terribile Henri Ducard (l’ottimo Liam Neeson), inizialmente alleato di Batman, ma poi suo strenuo nemico. Dei personaggi recitati in maniera encomiabile, ma forse poco caratterizzati e interiorizzati (i cattivi non ci sembrano poi così cattivi, ma soprattutto non colpiscono particolarmente lo spettatore). A completare questo fornitissimo cast ci sono il mitico Michael Caine nel ruolo del maggiordomo Alfred, da sempre affezionato a Bruce; Morgan Freeman che interpreta Lucius Fox, colui che fornisce armatura e armi al supereroe notturno; Gary Oldman che dà volto al commissario Gordon interpretando forse per la prima volta un ruolo a tratti semplice, ma sicuramente molto sfaccettato; Rutger Hauer un amministratore delegato della compagnia che fu dei genitori di Bruce; Katie Holmes nel ruolo di Rachel l’amica d’infanzia di Bruce (un altro dei punti deboli di questa pellicola). Tralasciando qualche dialogo raffazzonato (soprattutto tra Bruce e suo padre o tra Bruce e Rachel) la pellicola è contrassegnata anche da un brillante e godibilissimo humor inglese (molte delle battutine tra il maggiordomo Alfred e Bruce/Batman sono davvero esilaranti), che contribuisce a farci affezionare maggiormente a questa figura emblematica. Ma, unita all’ironia, non manca nemmeno la riflessione sul bene e sul male e sul non sempre netto confine di demarcazione tra le due entità (tema caro a quasi tutti i comic-movie). “La teatralità e l’inganno sono strumenti potenti”, con queste parole, messe in bocca ad Herny Ducard e prese per oro colato da Bruce Wayne che si trasformerà in un simbolo per fare colpo sui criminali di Gotham, Nolan ci indica la vera essenza di questo supereroe che combatte solo per sé stesso, pur aiutando la sua città a risorgere. “Non ti ho mai detto grazie”, gli dice alla fine il commissario Gordon. “E non dovrai mai farlo”, gli risponde Batman volando via tra i grattacieli stringendo tra le mani la carta del Joker.

VOTO: 7,5

 



CITAZIONE DEL GIORNO

Mia suocera? Hai presente l'anticristo? (Da "FBI: Protezione testimoni")


LOCANDINA