L'assassinio di un allibratore cinese





REGIA: John Cassavetes

CAST: Ben Gazzara, Timothy Carey, Seymour Cassel, Morgan Woodward

ANNO: 1976

 

Cosmo Vitelli, gestore e padrone di un night club a Los Angeles, dopo aver estinto i suoi debiti con un usuraio, si ritrova a dovere estinguere un debito di gioco di di 23.000 dollari con una banda di mafiosi, che lo costringono a portare a termine l’omcidio di un allibratore cinese.

Primo gangster-movie di Cassavetes (a seguire ci sarà “Gloria – una notte d’estate”), “L’assassinio di un allibratore cinese”, è anche il primo film del regista, ad esclusione del convenzionale e mainstram “Gli esclusi” che si allontanava dal suo stile e dalla sua idea di cinema, in cui “succede qualcosa” nel senso che notiamo la presenza di un canovaccio più corposo e lineare rispetto alle sue grandi pellicole che lo hanno reso inimitabile, quali “Ombre”, “Volti” o “Una moglie”, in cui in realtà succedeva tutto ma non succedeva niente.

Cassavetes è nato e si è formato come autore e regista negli anni della Nouvelle vague francese e questo è ravvisabile nel suo modo di girare e di dirigere gli attori. Sin dalle prime pellicole il suo intento primario era quello di “buttare un’occhio sulla realtà”, facendo ricorso a mezzi come una regia al servizio dell’attore che a sua volta aveva piene libertà espressive e interpretative, avendo anche la fortuna di cominciare e finire a girare la pellicola quasi in tempo reale, e di avere quindi una sensazione di familiarità coi personaggi da interpretare. Facendosi assertore e promotore di un realismo cinematografico che puntava ad un pieno coinvolgimento emotivo ed all’immedesimazione dello spettatore, Cassavetes era in grado di creare suspance e attenzione anche senza fare ricorso a facili espedienti come abusati colpi di scena o facili e lineari scelte registiche.

E’ questo anche il caso di “L’assassinio di un allibratore cinese”, in cui tutta l’attenzione del regista è posta sulla figura di questo personaggio completamente avvolto dall’ambiente in cui vive e per cui vive. Personaggi e ambienti sono dunque i protagonisti assoluti dell’occhio attento e scrutatore di Cassavetes che con questa pellicola crea la giusta atmosfera tesa e allucinante, decisamente perfetta per descrivere il percorso “infernale” che il protagonista (un Ben Gazzara in stato di grazia) è costretto a percorrere. La notte è l’altra grande protagonista del film, l’unica in grado di offrire a Cosmo la possibilità di trovare soddisfazione nel suo lavoro, che sembra quasi essere anche la sua vita. Fa riflettere il riferimento finale all’immedesimazione della persona col personaggio, quando il capo-comico del suo gruppo di ballerine si lamenta del fatto di non godere mai della riuscita degli spettacoli, ma di risentirne quando questi vanno male. La risposta del padrone sarà quantomai illuminante: “Devi imparare bene la parte e recitare il tuo personaggio”. Una frase che viene ripetuta più volte e che ci fa comprendere come forse molto spesso due realtà come la vita e il cinema (o il teatro) vanno a confondersi (così come tenta di dimostrare il cinema di Cassavetes), ed è così che Ben Gazzara viene chiamato ad interpretare il ruolo di Cosmo e quest’ultimo viene costretto, suo malgrado, ad interpretare il ruolo di terribile assassino, anche se le conseguenze non saranno rosee, proprio perché non “aveva imparato bene la parte”. Cassavetes si sofferma sui particolari, incastrando con la mdp i suoi personaggi, relegandoli negli angoli e mostrandocene tutta la loro essenza, così come avviene con Cosmo all’interno del suo locale o nelle strade di Los Angeles che percorre inizialmente con sicurezza e poi con un’incertezza sempre più incalzante.

Altro grande tratto distintivo di questa prima parte della carriera registica del grande Cassavetes, è la mancanza di veri e propri finali, così come dimostrano i tre-film capolavori succitati che terminavano lasciandoci in sospeso sulla sorte, tragica, felice o dubbia, dei loro protagonisti. Lo stesso avviene in “L’assassinio di un allibratore cinese”, in cui la telecamera si stacca dal volto e dal corpo di Cosmo uscito dal suo locale completamente sanguinante dal fianco in cui è stato colpito dalle guardie del corpo del mafioso cinese che ha ammazzato. Cosa ne sarà di lui, che è riuscito a portare a termine il lavoro senza sapere che poi sarebbe stato braccato dai suoi stessi mandanti oltre che dagli “amici” della vittima? Allo spettatore non resta altro che “accontentarsi” del fatto che Cosmo si è finalmente reso consapevole dell’essenza dei suoi rapporti interpersonali (gira sempre in compagnia di tre delle sue dipendenti del night, ma viene realmente amato solo da una di esse), del suo lavoro, della sua esistenza, senza conoscere però gli esiti e il futuro della stessa.

 


Pelham 123 – Ostaggi in metropolitana





REGIA: Tony Scott

CAST: Denzel Washington, John Travolta, John Turturro, James Gandolfini, Luiz Guzman

ANNO: 2009

 

Walter Garber, impiegato della metropolitana addetto allo smistamento dei treni, un tempo pezzo grosso ora declassato a causa di un’inchiesta su un suo presunto coinvolgimento in un caso di mazzette, si ritrova casualmente a dover comunicare con il respnsabile del dirottamento di un vagone. Il dirottatore che si fa chiamare Ryder, insieme ad altri complici, prende in ostaggio 19 persone, compreso il macchinista, chiedendo in cambio una somma di 10 milioni di dollari da parte del sindaco e della città di New York. Il sindaco ha un’ora per esaudire la richiesta del pazzoide, pena la morte di una vittima per ogni minuto di ritardo…

 

Tony Scott ci ha abituati ad un cinema frenetico ed esageratamente movimentato e se vogliamo questo è il suo marchio di fabbrica, la sua firma riconoscibilissima e più o meno apprezzabile a seconda dei gusti e delle preferenze. Non fa eccezione “Pelham 123 – Ostaggi in metropolitana” che fa del ritmo forsennato e della natura abbondantemente fracassona il suo punto di forza. Niente da ridire su questo, visto che è una scelta, opinabile o meno, plausibilissima quella di girare un film d’azione rendendolo particolare e differente dagli altri proprio con uno stile quasi inconfondibile, basato sulla composizione di elementi quali una regia piena di zoomate, ralenti, primissimi piani, movimenti impensabili, scene d’azione rocambolesche. Quello che non si riesce proprio a mandare giù è tutto il resto, considerando anche che stiamo parlando di un remake di un film degli anni ’70 “Il colpo della metropolitana”, con Walter Mathau e Robert Shaw, e che per esso il regista ha avuto a disposizione un budget da capogiro senza però riuscire a creare uno spettacolo degno di questo nome. Viene da pensare allora che la maggior parte del denaro riservato alla produzione di questo film sia andato in tasca ai richiestissimi attori protagonisti e alla stessa città di New York dove, principalmente in metropolitana, è ambientata completamente la pellicola.

Non si riesce nemmeno a godere delle interpretazioni dei valentissimi attori protagonisti perché ingabbiati in personaggi mal costruiti e poco approfonditi. E’ così che John Travolta interpreta un pazzoide irritante e macchiettistico fino all’eccesso che si esprime in maniera improbabile continuando ad incasellare battute, anzi battutacce, ad effetto una dietro l’altra. Non è da meno nemmeno Denzel Washington (attore feticcio del regista), davvero poco credibile nella sua repentina trasformazione da imbolsito e pacato impiegato della metropolitana ad eroe coraggiosissimo in cerca di redenzione. Sullo sfondo abbiamo un John Truturro completamente trasparente, chiamato ad interpretare un personaggio del tutto privo di spessore, il comandante del team di negoziazione ostaggi e un James Gandolfini relegato e imprigionato in un ruolo pieno zeppo di clichè cinematografici, il sindaco un po’ rozzo e ignorante che fa scandalo per le sue relazioni extra-coniugali e che rappresenta tutto il marcio che c’è in una città.

Come se non bastasse il film è attraversato da una serie di dialoghi insostenibili e di improbabili conversazioni telefoniche tra coniugi (resterete sorpresi di sentire su cosa verte la telefonata tra l’impiegato della metro e sua moglie…) e sentimentalismi spiccioli e stucchevoli. Senza contare il riferimento alle moderne tecnologie con uno degli ostaggi, un ragazzo, che comunica con la sua fidanzata tramite web-cam senza che i dirottatori se ne rendano conto.

Ecco che allora la pellicola si arricchisce di gag di dubbio gusto e quasi comicamente fuori luogo (come uno degli ostaggi che scherza sul fatto di dover fare pipì), conditi da eroismi poco credibili e risibili e spiccioli riferimenti a temi fin troppo gridati come la paura americana del terrorismo e la crisi economica (il dirottatore è addirittura un esperto di borsa). Quello che però delude profondamente è la mancanza di un’idea di fondo che non sia la sterile e noiosa riproposizione di un canovaccio ormai logoro e stantio: il dirottamento di un treno con un criminale spietato che si contrappone all’uomo comune chiamato ad affrontarlo. La novità starebbe nel fatto che nemmeno l’uomo comune è poi così innocente visto che molto probabilmente, anzi diciamo sicuramente, si è intascato una bella mazzetta di 35.000 dollari per mandare i figli al college. Ecco allora creata una flebilissima e per niente soddisfacente giustificazione allo scatto inconsulto e irreale del protagonista che comincia ad inseguire il dirottatore in fuga rischiando la sua stessa vita, pur di consegnarlo alla legge. Non mancano, ahinoi, i soliti inseguimenti stradali che sfociano nei prevedibilissimi incidenti roboanti (alcuni sfiorano il ridicolo) che causano il ritardo dell’operazione di consegna dei soldi nell’intento di creare tensione e pathos riuscendo solo ad affossare ulteriormente la pellicola nella banalità.

Niente da fare, dunque, per Tony Scott che è dai tempi di “Spygame” che non sforna un film soddisfacente, avvicinandosi anche al disastro completo con “Domino”. Con la speranza che in futuro si avvalga di script e sceneggiature ben più valenti (la cosa sorprende visto che in questo caso lo sceneggiatore è quel Brian Hengland che ci ha regalato perle come “L. A. Confidential” e “Mystic river”) e di idee più interessanti, non ci resta altro che bocciare questa pellicola su tutti i fronti.

 

VOTO:

 


District 9





REGIA: Neill Blombkamp

CAST: Sharlto Copley, Jason Cope, Nathalie Blott, David James, Louis Minnaar, William Allen Young, Robert Hobbs, Vanessa Haywood

ANNO: 2009

 

A Johannesburg in Sud Africa c’è un ghetto, chiamato Distretto 9, dove sono reclusi tutti gli alieni che vent’anni prima erano arrivati sulla Terra. Gli umani, che non li hanno mai accettati, hanno deciso di ristabilire l’ordine in seguito al caos creato dai “non-umani” nel distretto e di rinchiuderli nel più ordinato e controllato Distretto 10. A comandare l’operazione viene chiamato Wikus Van de Merwe che però viene infettato da uno strano liquido subendo delle modificazioni al DNA che lo renderanno sempre più simile agli alieni.  Braccato dall’MNU (organizzazione di controllo degli alieni), sarà costretto a rifugiarsi nel Distretto 9.

 

Uno straordinario film di fantascienza che si distingue notevolmente per la sua enorme valenza etico-sociale, fondendo in maniera sublime differenti tipi di comunicazione e di cinema (è girato mescolando momenti di finzione a falsi documentari, interviste a conoscenti e parenti, scene completamente girate con camera a mano, spezzoni di telegiornali, riprese di telecamere di sicurezza, ecc…, in un perfetto mix tra fiction e mockumentary) creando un’esperienza irripetibile per lo spettatore sempre più coinvolto e rapito dalle immagini e da ciò che esse comunicano profondamente. Era da tempo che non si aveva un film di genere che avesse una portata metaforica ed emozionale come questo “District 9”, che riesce ad essere contemporaneamente un film su cui riflettere e un film d’azione e ritmo, senza confondere le due cose che sono, anzi, fuse alla perfezione. Il tutto creato facendo ricorso ad un budget irrisorio e senza strafare esageratamente con gli effetti speciali e le rocambolesche scene d’azione, seppure non manchino soprattutto verso il finale. Scene d’azione girate in maniera magistrale, con misura ed eleganza e soprattutto funzionali al tipo di racconto e di considerazioni insite nel racconto. Ecco che allora non ci vorrà molto per renderci conto che in realtà questa storia di alieni e umani, altro non è che una sorta di bruciante, triste e a tratti commovente metafora sulla diversità, sul razzismo, sull’impossibilità di integrazione che permea il nostro mondo e la nostra società. Ancora più originale l’idea di far atterrare gli alieni nel Sud Africa in modo da dare ampio spazio ad un’ambientazione quasi apocalittica in cui non c’è pietà per nessuno, fotografata magistralmente in maniera realistica e credibile (lo stesso titolo “District 9”, fa sicuramente riferimento al District Six, simbolo dell’apartheid sudafricano). Fa riflettere l’atteggiamento degli uomini nei confronti di questi alieni chiamati in maniera spregiativa “gamberi” dal loro aspetto simile ai crostacei. Così come fa riflettere la violenza esercitata su di essi, violenza che ha costretto gli stessi alla delinquenza e alla più becera sopravvivenza. Rinchiusi nel Distretto 9, gli alieni non fanno altro che razziare in giro per la città quando riescono a sgattaiolare fuori dal recinto o sottostare alle terribili condizioni di un gruppo di nigeriani che barattano prostitute e cibo per gatti (di cui gli alieni vanno ghiotti) in cambio di soldi e armi speciali. Armi che possono essere utilizzate solo dagli extra-terrestri e su cui l’MNU (Multi-National United) ha messo gli occhi, mascherando questo interesse di profitto e di logica economica, con lo scopo di mettere ordine al controllo degli alieni trasferendoli nel Distretto 10, sorta di campo di concentramento (a rimarcare il fatto che possiamo assimilare le vicende narrate nel film con molte avvenute tristemente e realmente come l’olocausto degli ebrei, ma anche il problema dell’immigrazione clandestina del nostro paese). E’ così che entra in scena il protagonista del film, recitato in maniera egregia da Sharlto Copley, attore non professionista ma decisamente straordinario (è perfetto nella contrapposizione di atteggiamenti tra quando il protagonista sa di essere ripreso da colleghi e professionisti a quando invece pensa di essere a telecamere spente), che interpreta Wikus Van de Merwe incaricato di sfrattare tutti gli alieni dalle loro baracche e portarli nel più controllabile Distretto 10 e in seguito trovatosi ad affrontare la più terribile delle avventure a causa di un’infezione aliena.  Sarà questa l’occasione per scoprire un’”umanità aliena” molto più profonda e leale di quella umana, come ci dimostra la storia di Christopher, alieno che vuole più di ogni altra cosa al mondo portare il suo bambino nel loro pianeta d’origine. Gli alieni hanno dunque sentimenti profondi, espressi attraverso degli occhioni che fanno quasi tenerezza, come l’amore per i propri cari e per la propria terra e sono costretti dal comportamento scorretto e malvagio degli uomini a comportarsi violentemente, segno questo delle incomprensioni e dell’odio per il “diverso” che non sono altro se non frutto dell’ignoranza dell’altro e della sua natura. L’uomo, dunque, non ci fa proprio una bella figura, anche se in un certo senso le decisioni e le azioni del protagonista, che ci sembra dapprima viscido e opportunista e che poi diventa una sorta di eroe, ci lasceranno uno spiraglio di speranza sul valore degli umani, o quasi…


VOTO:



L'ultimo bacio VS The last kiss

UNA BUGIA DETTA A FIN DI BENE E’ COMUNQUE UNA BUGIA?

Dopo il successo di “Come te nessuno mai”, Muccino si fa notare da critica e pubblico con il pretenzioso “L’ultimo bacio”, storia di trentenni eterni ragazzini che vengono completamente schiacciati dal peso delle responsabilità reagendo ognuno a modo suo.

Il fulcro del racconto è il tradimento di Carlo (Stefano Accorsi) ai danni della sua compagna Giulia (Giovanna Mezzogiorno) da cui aspetta una bambina. Per il 29enne, pubblicitario, sarà l’inizio di un’instabilità emotiva e di un’incertezza atavica che lo faranno cedere alle lusinghe di una diciottenne “lolitesca”, Francesca (Martina Stella alla sua prima apparizione cinematografica), conosciuta al matrimonio di uno dei suoi migliori amici, Marco (Pierfrancesco Favino) caduto sotto il peso delle convenzionalità sociali e di coppia.

Gli altri componenti del gruppo sono Paolo (Claudio Santamaria) ossessionato dalla sua ex-ragazza che lo ha lasciato, desideroso di abbandonare la sua vita vuota, vissuta nella gestione di un’attività di famiglia che gli va stretta, e oppresso dalla malattia terminale del padre; Adriano (Giorgio Pasotti), sposato con un figlio di sei mesi, ma completamente disinteressato a sua moglie che ha cominciato ad odiare; Alberto (Marco Cocci), che cambia donna ogni giorno e prende la vita così come viene senza farsi troppi problemi.

Trentenni sull’orlo di una crisi di nervi dunque, anche se Muccino butta un occhio, macchiettisticamente e quasi irrealisticamente su un’altra generazione, quella dei cinquantenni come il padre e la madre di Giulia (Luigi Diberti e Stefania Sandrelli), rendendoli portatori di luoghi comuni quasi insopportabili: la coppia ormai navigata che non ha più dialogo, la donna che comincia a sentire il peso degli anni e a cercare nuove emozioni magari in relazioni clandestine (con un Sergio Castellitto al limite del ridicolo), le urla e gli strepiti con conseguenti lanci di vasi e oggetti vari, ecc…

Ma il luogocomunismo accompagna anche il tratteggio di ciascuna figura che si muove su questa scacchiera fatta di isterismi esagerati e pretenziosità registiche (Muccino sa girare un pianosequenza e sa come avvolgere i suoi personaggi, però forse lo fa in maniera forzata e costruita), visto che le donne sono descritte come delle arpie acide e possessive (come la moglie di Adriano o Giulia), oltre che antipatiche e in alcuni casi malefiche (come l’ex-ragazza di Paolo), se non ingenue (come Francesca); mentre gli uomini sono visti come degli eterni ragazzini che non decidono a mettere la testa a posto, come se l’unico modo di mettere la testa a posto fosse sposarsi e mettere su famiglia. Ed ecco che chi non si allinea a questo pensiero viene visto come un eterno Peter Pan da rimettere sulla retta via, come succede con Carlo.

Tutti gli altri continuano a cercare un senso alle proprie vite organizzando un viaggio in Africa a bordo di una roulotte, senza rendersi conto, così come dice la moglie di Marco, che “la normalità è la vera rivoluzione”. Sperando che non sia affatto così, a noi spettatori non resta altro che divertirci di quando in quando con qualche sfuriata al limite dell’assurdo tra le varie coppie “scoppiate” che appaiono sullo schermo, e di quando in quando tapparsi le orecchie per l’eccessività delle urla con cui i protagonisti si comunicano sentimenti, emozioni e sensazioni.

“L’ultimo bacio” è infatti un film urlato, con una sceneggiatura piena zeppa di dialoghi quasi assurdi e insostenibili che termina anche con uno sfiancante e risibile quadruplo finale in cui si sfiora l’infantilismo, della serie: se tu mi hai tradito, allora quasi quasi anche io…

 

 

LA VERITA’ A TUTTI I COSTI, OVVEROSSIA UN’AMERICANATA ITALIANA

Se già con l’originale non avevamo un prodotto totalmente apprezzabile, che sfiorava senza tuttavia mai raggiungerla, la sufficienza, figuriamoci cosa può succedere con il remake di cui sicuramente non c’era alcun bisogno, ma che è stato realizzato seguendo una moda che vede nel cinema italiano di genere un prodotto da seguire e imitare.

Alla regia abbiamo il televisivo Tony Goldwyn che molto probabilmente ha meno talento registico di Muccino, ma perlomeno non esagera col manierismo fine a sé stesso e il nostro regista prestato agli States figura in veste di produttore e sicuramente di supervisore. Al posto della valente, anche se esagerata, Giovanna Mezzogiorno abbiamo un’inconsistente Jecinda Barret che non riesce ad avere lo stesso carico emotivo e a trasmettere lo stesso pathos, seppur a volte irritante, dell’attrice italiana. Nei panni di Stefano Accorsi, forse il più misurato tra i componenti del cast dell’originale, se non per certi versi inespressivo, abbiamo il solitamente simpaticissimo Zach Braff che tutti noi abbiamo apprezzato e amato nella nota ed esilarante sit-com “Scrubs”. Qui lo ritroviamo in un ruolo inedito che molto probabilmente non gli calza a pennello, rendendolo quasi sconosciuto agli spettatori che avevano imparato ad apprezzarne le doti recitative ed espressive. Per sostituire la sensuale e lolitesca Martina Stella, ragazzina quasi ingenua e tenera, è stata chiamata Rachel Bilson già famosa per la sua partecipazione al telefilm “The OC”, qui ben più grande e smaliziata della sua progenitrice.

Al di là delle differenze inevitabili in fatto di cast (i genitori sono interpretati niente poco di meno che da Tom Wilkinson e Blythe Danner e l’amico vessato da problemi matrimoniali ha il volto del bravissimo Casey Affleck, sicuramente il migliore della pellicola), è proprio la sostanza, più che la forma, a cambiare in questo remake americano, che ci presenta dei trentenni completamente diversi da quelli dell’originale, per certi versi più maturi (ad esempio se nell’originale Giorgio Pasotti lasciava moglie e bambino e partiva in viaggio con i suoi amici, qui Casey Affleck ritorna indietro per prendersi cura di suo figlio), ma molto probabilmente ancora più stereotipati. Ed è così che se nell’originale l’addio al celibato di uno di loro veniva festeggiato a base di bunjee jumping, qui vengono chiamate in causa due spogliarelliste che si esibiscono in una perfomance dai toni decisamente lesbo. Lo stesso tema del viaggio, ne “L’ultimo bacio” visto come via di fuga dalle responsabilità della propria crescita e come ricerca di un vero senso della vita, qui non ha nessuna connotazione, non se ne comprendono a fondo le dinamiche come avveniva nell’originale dove, a dirla tutta, erano tutti i personaggi ad avere un’approfondimento (negativo o positivo che fosse) e uno spessore, mentre qui sembrano tutti di carta velina, a cominciare dai genitori la cui crisi non viene compresa a fondo, come nel primo film, fino ad arrivare a ciascun componente del gruppo di trentenni in lotta con la propria vita e le proprie responsabilità.

Se ci aggiungiamo un finale completamente stravolto (non che l’originale fosse poi così accettabile), in cui al pentito Zach Braff viene suggerito che dire la verità a tutti i costi è l’unica cosa da fare (mentalità tipicamente buonista e americana che porterà ad una sequenza decisamente sfiancante nella sua stucchevolezza) e in cui si abbandona anche quella sorta di spirito sornione e furbastro con cui si concludeva “L’ultimo bacio”, non possiamo che asserire che a conti fatti se proprio dovete scegliere tra quale dei due film visionare, sarebbe meglio optare per la pellicola italiana che offre attori migliori e un minor numero di luoghi comuni.

Pubblicato su www.supergacinema.it

Harper's island



Un prodotto televisivo decisamente innovativo, perlomeno negli intenti e nelle idee, seppur molto convenzionale nell’effettiva attualizzazione di quegli intenti e di quelle idee. “Harper’s island” è però un coraggioso tentativo di protare l’horror e lo splatter, unito al mistero e alla componente giallistica, in uno show televisivo. Trattasi di una storia di omicidi infiniti e violentissimi che si ispira palesemente al grandissimo capolavoro letterario “10 piccoli indiani” della geniale e, ovviamente, inarrivabile Agatha Christie. Premettendo che di genialità qui ne abbiamo poca, non possiamo che ritenerci però soddisfatti dello sforzo di innovazione portato avanti da questa serie televisiva di 13 episodi “uno tira l’altro”, che ci lasciano con un finale un po’ troppo tirato e telefonato, ma tutto sommato trascurabile. Nel senso che quello che più conta è il percorso minato e oscuro che lentamente e il più delle volte ingannevolmente, come da buon giallo che si rispetti, ci conduce verso quel finale.

“Harper’s island”, sin dalla sigla riesce a trasmettere il brivido allo spettatore che rimane spaesato di fronte alla dichiarazione dell’unica bambina protagonista dello show che ci mette al corrente del fatto che moriranno tutti, o quasi, “one by one”. E’ lo stesso personaggio della bambina, Madison, ad incutere timore ed inquietudine per lo strano modo di comportarsi e per le mezze frasi lanciate qui e lì che fanno presagire una sorta di conoscenza sospetta nei confronti di ciò che sta avvenendo sull’isola. Isola che fa da sfondo, ma che in un certo senso è protagonista, alla vicenda principale e cioè il matrimonio di Henry con la ricca Trish e il ritorno a casa di Abby, la sua migliore amica, dopo sette anni. Assenza causata dalla follia omicida di John Wakefield che nel 2002 aveva tolto la vita brutalmente a sei persone del posto, compresa la mamma di Abby, il cui padre, lo sceriffo di Harper’s island, decise di mandarla via per non farle affrontare il dolore della perdita e il ricordo della defunta madre. Scelta mai compresa dalla ragazza, ora scrittrice di professione a Los Angeles, che ha proseguito la sua vita dimenticando completamente ciascun legame con l’isola e con i suoi abitanti. Il matrimonio del migliore amico sarà l’occasione che in un certo senso la costringerà a tornare a casa (il tema del ritorno e della terra natia come luogo da cui è difficile staccarsi totalmente fa da sottotesto e accompagnamento alla tematica principale orrorofica e giallistica), avvenimento in seguito al quale si scateneranno gli eventi terrificanti a cui assisteremo noi spettatori.

Ad uno ad uno, infatti, molti degli invitati al matrimonio e degli abitanti del posto verranno trovati ammazzati in maniere sempre più agghiaccianti. Così sarà per il cugino di Trish, che non arriverà mai sull’isola perché legato con una bombola d’ossigeno all’elica dell’imbarcazione che sta portando tutti gli altri ad Harper’s island. Così sarà lo Marty, lo zio di Henry e di suo fratello JD, un libertino di mezza età dedito al divertimento a cui verranno tranciate letteralmente le gambe. Così sarà per il reverendo che doveva celebrare le nozze ritrovato spappolato in fondo al lago. Così sarà per moltissimi altri protagonisti di questo delirante susseguirsi di morti atroci. Se da un lato ci vengono presentati personaggi un po’ sottotono e monocordi, come Shea la sorella di Trish o la sua matrigna Christine (che si farà però latrice di un risvolto sessuale sadomasochistico di non poco conto) o le damigelle della sposa, eccetto Chloe una biondina apparentemente slavata che dimostrerà poi invece il suo valore e la sua forza; dall’altro possiamo godere di una carrellata di “pedine” davvero molto singolari ed interessanti, oltre che divertenti, a partire dai testimoni dello sposo, soprattutto Sully sbruffone inizialmente codardo ed egoista che si trasformerà in una specie di eroe per tutti i telespettatori, Cal il fidanzatino inglese di Chloe apparentemente debole e  fifone, che dimostrerà coraggio e determinazione oltre che competenza medica nell’acudire i feriti e JD il fratello “psicopatico” di Henry, la pecora nera del gruppo su cui cadranno i sospetti principali, che però riserverà non poche sorprese.

Nel mezzo moltissime altre vittime e moltissimi altri sospettati e sospettabili, come il padre di Trish, Tom, contrario al matrimonio e accondiscendente solo per il bene di sua figlia, l’ex-fidanzato di Abby, Jimmy, pescatore di professione che non ha mai dimenticato la ragazza dei suoi sogni, Shane il tamarro senza cuore che però si sacrificherà dimostrando una personalità insospettabile, lo sceriffo, la cui soffitta ci riporterà in una realtà estraniante in cui forse il John Wakefield che si credeva morto, ucciso proprio da lui, sia invece a piede libero.

Sarà davvero lui? Sarà un suo emulatore? Sarà qualcun altro mosso da motivazioni nascoste? Bisogna aspettare gli ultimi episodi per giungere ad una soluzione non proprio soddisfacente che intacca notevolemente il risultato complessivo dell’opera televisiva (già di per sé non altissima, dato lo scarso livello recitativo degli attori, tranne qualche gradita eccezione), sicuramente apprezzabile nel suo complesso, ma decisamente deludente per quanto attiene, non tanto all’identità del colpevole (che per certi versi poteva risultare più che godibile), quanto alle sue motivazioni. Con un finale più curato e studiato molto probabilmente ci saremmo trovati di fronte ad un gioiellino di puro divertissment e intrattenimento, cosa che risulta essere almeno fino al momento della rivelazione finale.

 


Basta che funzioni





REGIA: Woody Allen

CAST: Larry David, Evan Rachel Wood, Patricia Clarkson, Henry Cavill

ANNO: 2009

 

Boris Yellnikoff, genio che ha quasi sfiorato il premio Nobel, esperto in fisica quantistica, vive la sua vita in un pessimismo e un cinismo cronico, sfociato in un tentativo fallito di suicidio e nella separazione con la moglie Jessica, sofisticata e intellettualoide. L’incontro con Melody, una ragazzina del sud incolta e ignorante che gli chiederà ospitalità per un paio di notti, dopo essere scappata di casa per vivere la sua vita a New York, gli cambierà completamente la vita.

 

Dopo quattro pellicole europee, il ritorno di Woody Allen a New York è come una boccata di ossigeno per tutti i suoi più grandi estimatori, pur essendo le pellicole succitate tutte più che valenti come il meraviglioso “Match point” ma non solo. Eppure assistere alla riproposizione delle tematiche più importanti e più tipiche dell’autore, inscritte nel contesto a lui e a noi più caro, è come tornare a casa dopo una lunga vacanza, che seppur piacevole, se eccessivamente prolungata ci fa sentire la mancanza dei nostri spazi, delle nostre abitudini, della nostra quotidianità.

“Basta che funzioni” è proprio questo, un ritorno alla “quotidianità” di un Allen più in forma che mai che, rispolverando una sceneggiatura rimasta nel cassetto per una trentina d’anni (non è difficile ravvisare una sorta di cordone ombelicale con le sue pellicole degli anni ’70), e rivolgendosi direttamente a noi tramite il suo protagonista che ironicamente si volge alla telecamera e al pubblico, ci regala un compendio straordinario di tutte le caratteristiche migliori del suo cinema. Non mancano i riferimenti a temi come la religione e l’ateismo, i rapporti interpersonali e le loro dinamiche, il pessimismo e il cinismo, la funzione del caso e del fato nelle vicende che guidano le nostre scelte e le nostre esistenze.

Il tutto narrato splendidamente attraverso due protagonisti straordinari (lui è Larry David che impersona alla perfezione tutte le caratteristiche che di solito è stato lo stesso Allen a portare sullo schermo e lei è una deliziosa Evan Rachel Wood) e una serie di personaggi di contorno che ben descrivono ed esprimono le considerazioni culturali e sociali che sono da sempre alla base del pensiero alleniano. E’ così che il regista, facendoci divertire con un sorriso amaro e caustico versato sulle vicende narrate, prende sonoramente alla berlina il bigottismo, l’inadeguatezza, la cieca e malriposta fede in Dio (descritto in maniera quasi esilarante come un arredatore omosessuale) e l’ignoranza di chi non va al di là del proprio naso come tutti i “vermetti” che compongono la società nella quale Boris è costretto a vivere con insofferenza e misantropia. Ma non si risparmia nemmeno il sarcasmo sullo svelamento di tutti i difetti dello stesso protagonista affetto da una serie di manie, fobie, ossessioni e fissazioni (come quella di cantare due volte Happy birthday to you mentre si lava le mani per far andare via tutti i microbi e molte altre che vanno dall’assurdo al divertente).

Non risparmia nessuno dunque, il nostro Allen tutto teso alla riproposizione di una sorta di pessimismo cosmico che contrassegna l’intero creato, nell’impossibilità di trovare la vera felicità in un mondo privo di elementi o persone per le quali vale la pena vivere (ecco spiegati i tentativi di suicidio del protagonista falliti in maniera ridicola), salvo poi contaminare la sua pellicola con una sorta di romanticismo (tipico del suo cinema) che scaturisce dall’incontro fatale e casuale con persone che possono cambiare completamente lo stato precedentemente descritto, così come succede a Boris con Melody, ma anche ai genitori di lei che si scoprono completamente diversi a quello che hanno sempre creduto di essere (lei da donna casa e chiesa si trasforma in artista convivente con due uomini, lui da finalmente vita alla sua recondita natura omosessuale) e ad un ragazzo che si innamora perdutamente dell’ingenua contadinotta (quell’Henry Cavill direttamente uscito dal serial televisivo “The Tudors”).

Contaminando sofisticatamente e piacevolmente la sua pellicola con note jazz e classiche così come ci ha sempre abituato, Allen non ci risparmia i clichè (il vecchio e la giovane che si incontrano e si innamorano non è il massimo dell’originalità), anche se non fa altro che ribaltarli all’interno della narrazione giustificandone addirittura la presenza tramite il suo stesso protagonista che non fa altro che scongiurarli per poi rendersi conto della loro inevitabile utilità. Del resto “a volte un clichè è l’unico modo che abbiamo per esprimere un concetto”.

 

VOTO:

 

Il maniscalco





Inventore e comunicatore geniale di piccole-grandi storie che raccontavano la società e i tipi-universali che la popolavano, e ancora la popolano, Buster Keaton è sicuramente l’ispiratore di moltissimi registi e attori a venire. Certo la comicità di oggi non è più la stessa, le nuove generazioni ormai, dopo anni e anni di visione di pellicole appartenenti al genere, non hanno più quello sguardo vergine e innocente che avevano gli spettatori di allora, entusiasti per le risate a crepapelle che Keaton riusciva a strappare loro.

Bastava una buccia di banana al punto giusto, una giravolta con capitombolo, una caduta rocambolesca e il gioco era fatto. Ci si divertiva molto, ma non si mancava di riflettere con Buster Keaton, che nascondeva abilmente sotto la patina divertente e spassosa delle sue pellicole, delle riflessioni di non poco conto.

Ed è per questo che la sua maschera triste e impassibile rendeva le sue interpretazioni perfettamente equilibrate tra il tragico e il comico, arrivando a dei risultati ancora oggi inimitabili e irraggiungibili, così come avviene in questo corto di impareggiabile ironia.

Ne “Il maniscalco” (titolo originale “The blacksmith”), sua pellicola del 1922, Buster Keaton interpreta un giovane garzone della bottega di un maniscalco che fa di tutto per imparare il mestiere e per far passare inosservate le sue distrazioni e i suoi guai. Il ragazzo ce la mette tutta a soddisfare i suoi clienti e con mezzi di fortuna, combinando guai più che altro, cerca di risolvere tutti i problemi che gli si pongono o che più che altro si crea da solo con la sua sbadataggine.

Come sempre non mancano le gag spassose ed esilaranti in una specie di balletto in cui l’attore-regista si destreggia tra capitomboli, voli e salti di ogni genere, inciampando qui e lì tra gli arnesi del mestiere o facendo inciampare gli altri. Ci sarà da ridere, dunque, quando una donna gli porterà il suo bellissimo cavallo bianco per poi portarselo via, inconsapevole, con un lato completamente sporco di grasso, così come non si potranno trattenere le risate quando il Nostro dovrà vedersela col suo padrone che si rende conto dei disguidi con i clienti. Anche in questo caso il paragone tra i due, metafora della diseguaglianza sociale e anche fisica, è lampante: Keaton mingherlino e bassino dovrà vedersela col suo capo decisamente corpulento e massiccio. Alla fine, il ragazzo sarà costretto a scappare dalla furia dei suoi clienti che lo inseguiranno in cerca di “vendetta” non riuscendo a raggiungerlo a bordo di un treno che lo porterà verso una vita diversa: sposato con un bambino.

“Molte lune di miele sono deragliate così”, ci dice infatti la didascalia finale che ci mostra un Buster Keaton intento a combinare guai anche con il trenino del suo bambino.


Calvaire





REGIA: Fabrice Du Welz

CAST: Laurent Lucas, Jackie Berroyer, Philippe Nahon, Jean-Luc Couchard,Brigitte Lahaie

ANNO: 2007

 

Marc Stevens per mantenersi fa il cantante/animatore negli ospizi. Durante un viaggio sul suo furgoncino, diretto al suo prossimo ingaggio, sarà costretto a fermarsi per il cattivo tempo che ha causato problemi al suo mezzo di trasporto. Fatta la casuale conoscenza di un uomo alla disperata ricerca del suo cane, verrà condotto da questo in un albergo gestito da un vecchio artista ormai in “pensione” che si rivelerà essere un uomo folle che vive nel disperato ricordo della moglie che l’ha lasciato.

 

Un horror decisamente particolare questo “Calvaire” che riesce nell’intento di angosciare, disturbare e creare un malessere consistente nello spettatore sempre più risucchiato nella spirale di follia e perversità degli abitanti dello strano villaggio in cui il povero protagonista si imbatte. Un viaggio allucinante nei meandri più nascosti e shockanti della follia umana, un ritratto bestiale e malato di una comunità costituita da menti completamente avulse dalla realtà e completamente immerse nello squilibrio.

Tutto questo è “Calvaire”, e riesce ad esserlo in maniera autoriale senza strafare con effettacci o con soluzioni esageratamente gore, dato che la violenza subita dal protagonista e percepita con estrema partecipazione dallo spettatore, è più che altro psicologica, anche se non mancheranno terribili violenze fisiche che giustificano l’indicatissimo titolo della pellicola, tant’è che ad un certo punto il cantante viene addirittura crocefisso, oltre che sodomizzato, picchiato e maltrattato nelle più terribili delle maniere.

Suddisiva in due tronconi principali (all’inizio ci è dato modo di conoscere il carattere un po’ cinico ed egoista del protagonista che sembra trattare tutti con sufficienza e sentirsi superiore solo perché artista, poi ci è dato modo di osservare la gentilezza e la bontà d’animo di quelli che in realtà sono i “cattivi” della pellicola, coloro che in qualche modo puniranno il protagonista per le caratteristiche negative succitate), la pellicola è attraversata da diversi temi, primo su tutti la già citata follia umana e ciò che essa può portare a fare se lasciata completamente libera di esprimersi; ma anche una sorta di ritratto poco lucido e molto esagerato di una comunità senza donne, della mancanza dell’amore femminile e delle terribili conseguenze a cui questa mancanza può portare (esplicativa al riguardo l’imperdibile e tanto dicussa sequenza del bar in cui tutti gli abitanti del villaggio si esibiscono in una danza sconnessa, macabra e grottesca, sulle note di una musica delirante suonata al pianoforte da uno di loro).

Ecco che l’albergatore, ma anche tutti gli altri abitanti del villaggio, vivono nell’ossessionante ricordo di questa Gloria, moglie del primo e apparentemente amante di un altro uomo, donna che li ha abbandonati lasciandoli privi di qualsiasi essere di sesso femminile. Non ci sono donne in “Calvaire” se non nell’incipit in cui ce ne vengono mostrati degli esemplari disperati e quasi meritevoli di compassione (come l’anziana signora che tenta di sedurre il cantante o l’infermiera un po’ troppo spinta), ed è questa assenza che porterà gli abitanti del villaggio (tra cui uno strambo personaggio alla perenne e disperata ricerca del suo cane, guarda caso di sesso femminile) a confondere pazzescamente Marc con Gloria e a trascinarlo nella delirante spirale della loro insanità mentale e del loro completo estraniamento dalla realtà.

Il povero Marc, ed è proprio il caso di dirlo visto che al di là delle torture che subisce, sembra essere un uomo debole e poco incline al combattimento, visto che si lascia maltrattare senza dare il minimo segno di ribellione, subirà un vero e proprio calvario in cui soccomberà mentalmente e fisicamente. Per la serie che anche lui come uomo non ci fa una bella figura, anche se la sua passività è sicuramente segno dell’incapacità di una mente sana di reagire ai contorti meccanismi di una mente malata, dello spiazzamento fisico ed emotivo di un uomo che si ritrova nel bel mezzo di una serie di eventi grotteschi e pazzeschi (come dimostrano numerose sequenze shock come la scena di sesso orale tra un abitante del villaggio e un animale o l’assalto finale all’abitazione dell’albergatore in puro stile “Cane di paglia”, con delle bellissime riprese dall’alto che ci mostrano tutta la violenza di questi uomini fuori dal mondo). Ma i riferimenti e gli omaggi presenti in “Calvaire” non sono pochi, a partire dalla lampante ispirazione a “Non aprite quella porta”, visto che anche qui si tratta di una “famiglia di pazzi” completamente immersi nella più degradante e insana follia (del resto la pellicola di Tobe Hooper è palesemente citata in una particolare sequenza), fino ad arrivare ad altri horror come “Le colline hanno gli occhi” o “Misery non deve morire”.

Il cinema horror francese dimostra ancora una volta, dopo il bellissimo “Alta tensione” che è possibile fare delle pellicole di genere con qualità e professionalità, come dimostra questo film caratterizzato da una stupenda e funzionalissima fotografia, da un’ambientazione agghiacciante e decisamente spaventosa (non solo l’albergo teatro del calvario di Marc, ma anche il bosco in cui il protagonista cerca di trovare più volte una via di fuga venendo risucchiato invece nei meandri della fitta vegetazione che nasconde anche trappole micidiali a dimostrazione dell’inesistenza di uno spiraglio di salvezza nemmeno tra le mani di madre-natura). Interessante anche la regia, che gioca con le angolazioni e le riprese inusuali e decisamente apprezzabile il livello recitativo complessivo, anche se spicca su tutti Jackie Berroyer nel ruolo dell’albergatore folle.

Rimane decisamente impresso il finale in cui Marc fugge da una folla inferocita di inseguitori, tra cui il probabile ex-amante di Gloria, e quando questo viene inghiottito dalle sabbie mobili gli si avvicina rispondendo assurdamente e incomprensibilmente in maniera affermativa alla sua domanda: “Mi hai mai amato?”, segno questo della caduta di Marc nella stessa insanità mentale dei suoi persecutori o semplice arrendevolezza dovuta alla stanchezza dopo giorni di torture e soprusi? La questione rimane irrisolta, soprattutto se consideriamo ciò che si sente al termine dei silenziosissimi titoli di coda. Si consiglia caldamente di aspettare, dunque, perché quell’istante contribuisce ad accrescere l’alone di incertezza e di estrema inquietudine che accompagnerà lo spettatore anche a distanza di tempo dalla visione.

 


Pushing daisies






Prodotto televisivo di livello estremamente ottimo, “Pushing daisies” purtroppo non ha trovato l’approvazione del pubblico forse abituato a prodotti di scarsa fattura, pur essendo osannata giustamente dalla critica entusiasta. Ed è così che per quei pochi innamorati di questa favola moderna non sarà più possibile raggiungere una dimensione paradisiaca per gli occhi e per il cuore a causa della repentina chiusura dello show.

Dobbiamo accontentarci, dunque, di due serie rispettivamente di 9 e 13 episodi, durante i quali un mondo straordinario ci viene presentato da una voce narrante che a suon di “the facts were these” ci intromette nelle vite dei singolarissimi protagonisti e nelle vicende che di volta in volta li vedono coinvolti.

“Pushing daisies” è incentrato sulle avventure del giovane Ned che sin da bambino ha scoperto di essere dotato di un potere. Con il solo tocco del suo dito è capace di riportare in vita qualsiasi essere vivente o cosa morta. L’unico inconveniente è che se non ritocca entro un minuto il beneficiario del suo tocco, qualcun altro nei paraggi è costretto a morire. E’ quello che capita quando riporta in vita la sua mamma senza più ritoccarla, dato che il papà della sua amica d’infanzia, nonché primo amore, Charlote Charles, detta Chuck, cade stecchito al suolo. Crescendo Ned, temprato anche dall’abbandono del padre che lo manderà in un orfanotrofio, imparerà a tenere a bada il suo potere, utilizzandolo per creare delle squisite torte, facendo rinascere frutta marcia, nella sua pasticcieria “The Pie Hole”. Ma questo non sarà l’unico utilizzo del suo potere, visto che ben presto si alleerà con il detective privato Emerson Cod, che scopertolo casualmente, gli offre di collaborare con lui nella risoluzione di omicidi oscuri. Dunque i due si recheranno dalle vittime per farsi dire in un minuto il nome del colpevole. Le cose però non saranno sempre così facili, visto che molto spesso i cadaveri saranno riversi in posizioni tremendamente assurde e il più delle volte non hanno mai visto in faccia i propri assassini. A complicare ulteriormente le cose, a partire dal pilot, ci sarà la risoluzione di un caso che porterà dritto Ned alla tomba della sua amatissima e mai dimenticata Chuck, assassinata su una nave da crociera e riportata in vita, senza doppio tocco, dal creatore di torte, così come viene chiamato dalla voce narrante. Altro inconveniente, che ha imparato a gestire dopo aver fatto “rinascere” il suo amato cane Digby, è che se decide di riportare definitivamente in vita qualcuno non potrà mai più toccarlo pena la morte assoluta e irreversibile. A completare il quadro di personaggi squisiti e interpretati egregiamente arriva forse la ciliegina sulla torta di “Pushing daisies” e cioè la cameriera del “Pie Hole”, Olive, una biondina piccoletta da sempre innamorata di Ned, ma apparentemente mai ricambiata, senza dimenticare la costante presenza delle due zie di Chuck, coloro che l’hanno cresciuta, davvero molto caratteristiche e bizzarre.

Quello che rende unico e inimitabile, oltre che squisito, questo telefilm è proprio l’insieme di caratteristiche che ne fanno un prodotto di straordinaria valenza estetica e narrativa. A parte dalla bellissima fotografia che ci immerge in un mondo fatto di mille colori (e sapori se si pensa alle torte di Ned e Olive), fino ad arrivare ad una sceneggiatura encomiabile che non solo caratterizza ciascun personaggio in maniera deliziosa e perfetta, ma mette in bocca a ciascuno di essi una serie interminabile e fittissima di dialoghi velocissimi e il più delle volte divertentissimi. Se ci aggiungiamo la componente giallistica che ci fa diventare investigatori provetti ad ogni singolo episodio (il più delle volte  sono autoconlusivi) per cercare di arrivare insieme ai quattro protagonisti alla risoluzione degli omicidi (i cui protagonisti, vittime e carnefici sono quanto di più particolare e originale si sia mai visto in televisione), oltre ai vari e dolcissimi espediendi che Ned e Chuck, innamorati fino al midollo, trovano per avere un minimo di contatto (baci attraverso pellicole, passeggiate mano nlla mano con enormi guantoni invernali, ecc..), allora non possiamo che soccombere inermi all’inevitabile infatuazione e dipendenza nei confronti del telefilm.

Altro grande sottotesto che accompagna le vicende apparentemente superficiali e leggere dei protagonisti, è il binomio vita/morte che ci restituisce una realtà quasi degradante, specchio della nostra attuale società, in cui solo attraverso la morte possiamo comprendere appieno il valore della vita. Ed anche la mancanza di contatto fisico (e di rimando sessuale anche se non viene mai esplicitato pur essendo palese) tra i due innamorati ci restituisce un quadro nettamente discosto da quello che oggigiorno si ha delle relazioni interpersonale, svuotate di significato e ricche di materialismo a volte fine a sé stesso. Ecco che la storia d’amore tra Ned e Chuck assume contorni “universali” che ci rimandano alla genuinità dei veri sentimenti e dei forti legami che legano tra loro gli esseri umani (così come dimostra il personaggio coriaceo e cinico di Emerson Cod che però man mano cede alle lusinghe della pantera Simone, ma soprattutto smania senza posta per potersi ricongiungere alla sua bambina, sottrattagli anni addietro da una compagna-truffatrice).

Seppur concluso fin troppo frettolosamente, a causa della repentina chiusura, “Pushing daisies” ci lascia con l’animo alleggerito e pulito e al tempo stesso arricchito dalle fantastiche e a tratti favolisitiche esperienze vissute dai suoi protagonisti, protagonisti che molto probabilmente torneranno a “vivere” in un fumetto che sarà a loro dedicato.


Drag me to hell





REGIA: Sam Raimi

CAST: Alison Lohman, Justin Long, Lorna Laver

ANNO: 2009

 

Christine, una giovane impiegata bancaria, spera di ricevere una promozione gareggiando con un collega un po’ scorretto. Il suo superiore le dice che ci riuscirà solo se sarà in grado di prendere decisioni difficili e antipatiche. E’ così che quando un’anziana le chiederà l’ennesima proroga di un prestito, lei glielo rifiuterà umiliandola davanti a tutti. La vecchia balcanica allora le lancerà contro una terribile maledizione che in tre giorni dovrebbe portarla dritta all’Inferno.

 

Finalmente dopo anni di allontanamento dal genere, Sam Raimi, geniale ideatore della saga horror-comica “La casa”, ritorna al suo primo amore dopo la parentesi main-stream costituita dai tre “Spiderman”. E mai ritorno poteva essere più atteso di questo. Bisogna dire, anzitutto, al di là della qualità della pellicola, che le aspettative, seppur rischiavano di essere deluse perché molto alte, vengono completamente soddisfatte, perlomeno per quanto riguarda gli amanti dello splatter ironico e grottesco, lo stesso che vedeva come mitico protagonista il Bruce Cambpell/Ash della succitata casa e che questa volta è messo in scena da una tipica brava ragazza americana e da una vecchietta quanto mai malefica, anche se a dirla tutta non le si possono dare tutti i torti.

Dopo uno straordinario incipit a base adrenalinica (una coppia di latino-americani portano il loro bambino da una medium per far sì che scacci il demone che se lo sta portando via agli inferi), veniamo subitaneamente immersi nella tematica principale della pellicola, nascosta sotto una patina di maledizioni, possessioni, sedute spiritiche, sacrifici animali e via dicendo. Trattasi della rincorsa spietata al successo, dello stile di vita americano, della società occidentale sempre più tesa al raggiungimento dei propri scopi, qualsiasi siano i mezzi per raggiungerli, così come insegnava Machiavelli.

Ecco che l’ex-grassona Christine (un’ottima Alison Lohman che non fa affatto rimpiangere la seppur valente Ellen Paige inizialmente scelta per il ruolo), pur di arrivare alla promozione tanto agognata rifiuta alla povera vecchia la proroga del prestito, mettendola letteralmente in mezzo a una strada. Se lo spettatore riesce ad empatizzare con la ragazza proprio perché trovatasi tra l’incudine e il martello, man mano troverà sempre più difficile non pensare che tutto sommato le traversie che attraverserà sono in qualche modo meritate. Perché la donna, fidanzata con uno psicologo di buona famiglia, più volte codardamente e quasi meschinamente tenterà di riversare la colpa del suo operato, frutto di una scelta individuale e se vogliamo “sbagliata”, sul suo capo, pur sapendo che la decisione era stata lasciata completamente alla sua iniziativa.

Sam Raimi si diverte e ci diverte come non mai inscenando l’assurdità attraverso sequenze di squisita fattura e contenuto, come la lotta tra la ragazza e la vecchia all’interno di un auto con tanto di dentiera che vola sul cambio, o la cena a casa dei genitori del fidanzato in cui una mosca creerà il panico (elemento ricorrente nella pellicola, la mosca riuscirà a creare il giusto mix di terrore e divertimento), o la seduta spiritica nel pre-finale con tanto di capra posseduta, di gattini vomitati e di strane e malefiche possessioni.

Senza fare eccessivo ricorso al digitale, il grande Raimi riesce a stupire con effetti speciali quasi caserecci, le solite poltiglie che si riversano sul corpo del malcapitato protagonista, in questo caso della povera Christine che subirà più volte dei faccia a faccia decisamente viscidi e schifosi con la vecchietta, interpretata straordinariamente da un’auto-ironica ma altamente convincente Lorna Laver.

Da notare anche lo stesso percorso “formativo” della protagonista e del mitico Bruce/Ash, affrontato nella scena ambientata al cimitero, in cui Christine da impotente vittima degli avvenimenti (il terribile demone Lamia invocato dalla vecchia la tormenterà per tre giorni spingendola a compiere delle azioni deprorevoli, soprattutto per una vegetariana convinta come lei), si trasforma in una sorta di eroina combattente che cerca di vendicarsi della sua acerrima nemica e di scongiurare il pericolo di discesa agli inferi.

Nonostante il finale sia un tantinello prevedibile, non si può non convenire sul fatto che fosse l’unica conclusione possibile del percorso intrapreso dal regista e dallo sceneggiatore (il fidato fratello Ivan) nella condonna alle pratiche e ai costumi dell’Occidente moderno. Un horror coi fiocchi, dunque, questo “Drag me to hell”, come non se ne vedevano da parecchio tempo sugli schermi. Una succulenta occasione per spaventarsi e divertirsi al tempo stesso, accompagnati dalla mano fidata e per niente stanca di Sam Raimi, che pur tornando ad una produzione low-budget, riesce a creare un prodotto di qualità altissima e di sicura presa sul pubblico di suoi affezionati e di appassionati del genere.

 

VOTO: