Il quarto tipo


REGIA: Olatunde Osunsanmi

CAST: Milla Jovovich, Elias Koates, Will Patton,

ANNO: 2010

 

Il regista Osunsanmi intervista la dottoressa Abigail Tyler che racconta di essere stata rapita dagli alieni e che la stessa sorte è capitata a sua figlia, corroborando la sua tesi con dei filmati autentici che proverebbero la verdicità della sua storia, visto che aveva cominciato ad indagare su altri cittadini di Nome, in Alaska, che avevano vissuto la sua stessa esperienza.

 

Se Spielberg si era fermato agli incontri ravvicinati del terzo tipo (che sarebbero quelli esclusivamente visivi con gli UFO), Osunsanmi inserendosi più che altro nel filone mokumentaristico si addentra nella “regione” del quarto tipo che sarebbe quella dei veri e propri rapimenti da parte degli extraterrestri. L’argomento è indubbiamente affascinante, intrigante e molto interessante, visto che persino i più scettici potranno ammettere che almeno una volta nella vita si sono trovati a domandarsi se è davvero possibile che la “razza umana” sia l’unica presente all’interno dell’universo. Un quesito che non si può risolvere facilmente e che lascia sempre spazio a dubbi e interrogativi. Ecco perché le pellicole che si accostano al tema in un modo o nell’altro hanno il vantaggio di attirare lo spettatore curioso e appassionato della questione. Altro elemento di attrazione dello spettatore de “Il quarto tipo” è la sleale e se vogliamo anche disonesta scelta del regista di spacciarlo come una vera e propria riproposizione di fatti realmente accaduti, tramite l’espediente dell’intervista alla diretta protagonista, oltre che all’inserimento di spezzoni dei video da lei stessa girati durante le sue indagini sugli altri abitanti rapiti dagli alieni nella cittadina di Nome. E se questo genere di intenti potrebbero far pensare alla scelta di creare una pellicola teorica, così come ha fatto in passato “The blair witch project” e come stanno facendo sempre più di frequente numerose pellicole soprattutto di stampo orrorifico (da “Cloverfield”, a “Rec” a “Diary of the dead”), in questo caso la palese e ruffiana dichiarazione iniziale della protagonista Milla Jovovich che ci avverte del fatto di interpretare il ruolo di una donna che ha realmente vissuto le vicende che stiamo per osservare (oltre che l’irritante finale in cui la stessa e il regista ci suggeriscono saccentemente l’ovvio, e cioè di giungere da soli alle nostre conclusioni), rende il tutto molto poco sopportabile. Prima di tutto perché la teoricità di far passare un film di finzione per una storia realmente accaduta risiede proprio nel non essere costretti a sbandierarlo, ma nel sottindenderlo nonostante sia palese il contrario, e poi soprattutto perché di vero in tutto ciò che succede ne “Il quarto tipo” non c’è assolutamente nulla, nonostante il regista si sforzi affannosamente di farcelo credere tramite inquadrature “sbagliate” e tremolanti e stratagemmi di questo tipo.

E’ facile rendersi conto della falsità e l’illusorietà di quanto viene inizialmente dichiarato, facendo delle semplici ricerche sul web e rendendosi conto che, se effettivamente alcuni abitanti della cittadina di Nome sono scomparsi, non altrettanto effettivamente queste scomparse possono essere collegate a rapimenti alieni, così come è facilmente intuibile che in realtà non esiste nessuna psicologa col nome della protagonista. Ma pur volendo soprassedere alla corrispondenza o meno alla realtà dei fatti narrati, “Il quarto tipo”, è difficilmente apprezzabile perché si ostina a riproporre lo stesso schema narrativo in maniera alquanto ridondante, con un susseguirsi di interviste che si svolgono e terminano quasi tutte allo stesso modo, e cosa ancora più importante con un affannoso tentativo di raccogliere i consensi dello spettatore più “raffinato”, indugiando eccessivamente in inutili e ingiustificabili esercizi di stile. Da qui un estremo abuso dello spleet-screen (con quelli che dovrebbero essere i reali video girati dalla dottoressa e quelli completamente rigirati dal regista e recitati dall’attrice), e un insistente e maniacale attenzione per i particolari anatomici dei volti dei vari protagonisti, soprattutto gli occhi e la bocca.

Nemmeno dal punto di vista puramente orririfico possiamo dirci pienamente soddisfatti, visto che il reiterato susseguirsi di urla e di strepiti non possono bastare per inquietare e spaventare lo spettatore, che viene colto di sorpresa in un paio di scene in puro stile “esorcistico”, ma per tutto il resto del tempo si trascina stancamente e noiosamente verso il finale. Un’occasione mancata, quindi, visto che evitando quell’inutile e disastroso incipit e ponderando meglio sul linguaggio cinematografico da adottare, “Il quarto tipo” avrebbe potuto essere un piccolo film di genere, sicuramente non indimenticabile, ma perlomeno onesto.

 

VOTO:

 


 

La prima cosa bella





REGIA: Paolo Virzì

CAST: Stefania Sandrelli, Micaela Ramazzotti, Valerio Mastrandrea, Claudia Pandolfi, Marco Messeri, Dario Ballantini, Paolo Ruffini, Isabelle Adriani, Aurora Frasca, Giacomo Bibbiani, Giulia Burgalassi, Francesco Rapalino, Isabella Cecchi, Sergio Albelli, Fabrizia Sacchi, Roberto Rondelli

ANNO: 2010

 

Bruno, da anni trasferitosi a Milano, è costretto a tornare Livorno in seguito alla malattia della madre che la sta conducendo alla morte. Il ritorno sarà per lui motivo di tristi e dolorosi ricordi di un’infanzia vissuta all’ombra di una madre ingombrante e imbarazzante. Ma sarà anche l’occasione per riallacciare i rapporti con l’amata sorella e con la città dalla quale era scappato.

 

Una trama che apparentemente può sembrare banale quella di “La prima cosa bella”, commedia agrodolce di Virzì che ci fa tornare ad essere fieri di questo genere in Italia. Una trama che, invece, pur rifacendosi alla solita riunione familiare in seguito all’imminente morte di uno dei componenti, riesce nell’intento principale che si pone dichiaratamente: far emozionare lo spettatore e coinvolgerlo nella doppia narrazione, presente e passata, di questa grande storia d’amore tra madre e figlio, tra fratello e sorella, tra marito e moglie e via dicendo. Il principale motivo di apprezzamento del film risiede nel fatto che riesce a raggiungere questi due obiettivi senza mai indugiare in insopportabili patetismi e “stomachevoli” risvolti eccessivamente melodrammatici, caricando anzi la narrazione degli eventi di impronta triste, nostalgica e drammatica, con irresistibili venature ironiche, spassose e divertenti. Grande merito della pellicola, inoltre, è quello di dipingere un personaggio femminile di una forza e di una prorompenza uniche, grazie soprattutto alle straordinarie interpretazioni delle due attrici che ne interpretano il “prima” e il “dopo”. Una perfettamente svampita Micaela Ramazzotti si confronta umilmente e vittoriosamente con una delicatissima e intensissima, ma al tempo stesso leggera ed eterea Stefania Sandrelli. Entrambe riescono a mantenere inalterate le caratteristiche salienti della protagonista assoluta di “La prima cosa bella”, ossia l’estrema vitalità, la disaramente e tenera ingenuità, il candore insito nella sua estrema spontaneità, la totale mancanza di malizia che la porta ad essere preda inconsapevole della malizia altrui. Ecco che allora essere figli di un personaggio così “scomodo”, soprattutto se inserito nella realtà bigotta e conservatrice di una città come Livorno negli anni ’70 (realtà che ancora purtroppo resiste nelle provincie, ma non solo), quella in cui Bruno e Valeria, i due amatissimi figli di Anna, sono cresciuti, risulta essere oltremodo difficoltoso (riuscitissime in questo senso tutte le scene in cui Bruno si ritrova a “vergognarsi” per sua madre, come quando ad una festa le cuoche e il personale di servizio che cenano in cucina dove sono stati “parcheggiati” i bambini, la descrivono senza mezzi termini come una poco di buono; o come quando, ormai adolscente, è costretto ad ascoltare i commenti sconvenienti e crudeli dei suoi compagni di scuola). Ma se Valeria, ancora troppo piccola per capire e per soffrire delle malignità e dei pettegolezzi, non ne risentirà eccessivamente, quello che ne rimarrà più scottato sarà Bruno (interpretato da un sempre più perfetto Valerio Mastrandrea che con le espressioni del suo volto sa rendere alla perfezione l’imbarazzo e l’infelicità del personaggio che interpreta), che crescerà nell’incapacità di esprimere totalmente sé stesso, per paura di incappare nelle stesse difficoltà di sua madre e cioè nella totale incomprensione altrui. Un vero e proprio rapporto di odio-amore lega il bambino, poi adolescente e poi uomo inespresso Bruno a sua madre Anna, ancora vitalissima, genuina, allegra e spensierata nonostante la brutale malattia che sta per toglierle per sempre quell’innata e impareggiabile voglia di vivere. Il film, scorrendo abilmente tra i ricordi dolci e amari dell’infanzia di Bruno negli anni ‘70 (quando accadeva qualcosa di sgradevole come le sfuriate del marito, o i continui “maltrattamenti” da parte di uomini che si aspettavano da lei qualcosa in cambio per i favori che le facevano, Anna nascondeva la sua angoscia per non essere riuscita a trovare “un posto nel mondo”, trasmettendo ai suoi bambini solo grandi gesti d’affetto e spensieratezza sulle note delle famose canzoni dell’epoca, da cui il titolo della pellicola); si incastona alla perfezione, evitando luoghi comuni o utilizzandoli a suo vantaggio in maniera fresca e intelligente,  tra dramma e commedia.

“La prima cosa bella”, dunque, ci fa ben sperare sullo stato di salute del nostro cinema con la speranza che quest’anno e in quelli a venire, le “cose belle”, genuine, semplici e toccanti come questa, e di rimando come Anna che è l’emblema stesso del film, diventino una costante realtà del nostro cinema.

 

VOTO:

 


Tra le nuvole





REGIA: Jason Reitman

CAST: George Clooney, Vera Farmiga, Anna Kendrick, Jason Bateman, J. K Simmons

ANNO: 2010

 

Ryan Bingham è un tagliatore di teste aziendale. Il suo lavoro consiste nel licenziare la gente facendole credere di avere un’opportunità per ricominciare da capo. La sua vera casa è costituita dagli aereoporti e dagli aerei sui quali passa la maggior parte del tempo. La sua filosofia di vita consiste nel non legarsi a niente e a nessuno di modo da poter “viaggare” sempre leggero. L’arrivo di una collega che sta rivoluzionando il suo settore lavorativo però, lo metterà a confronto con la dura realtà della vita vera.

 

Al suo terzo lungometraggio Jason Reitman ha cominciato ad abbandonare quella vena aspramente polemica e fortemente indie che ha accompagnato i suoi due primi lavori, rispettivamente “Thank you for smoking” e “Juno”, per cadere qui e lì in una sorta di trappola mainstream che da lui mai ci saremmo aspettati. Per carità la tematica principale su cui si basa questo “Tra le nuvole” è sicuramente molto interessante e segue il percorso precedentemente affrontato nell’approfondire questioni sociali di grande rilievo, vissute e sviscerate da alcuni interessanti protagonisti. Da Nick Naylor, strenuo sostenitore del fumo, a Juno ragazzina incinta che decide di dare in adozione il suo bambino, arriviamo a Ryan Bingham, che spaccia degli ingiusti e crudeli licenziamenti per delle imperdibili opportunità di riconquistare i propri sogni e rivoluzionare in positivo la propria vita. Va da sé che a rivoluzionarsi davvero sarà la sua di vita, grazie all’entrata in scena di due donne che assumono due ruoli diversi, ma complementari nell’agitare la schematica organizzazione dell’esistenza di Ryan. Una è la giovane collega che vuole introdurre il sistema della videoconferenza per i licenziamenti di modo che non sarà più necessario viaggiare in lungo e in largo per l’America (cosa che scombussola oltremodo l’equilibrio di Ryan che vive solo ed esclusivamente per stare “tra le nuvole”), e l’altra è la menager sensuale che instaura una relazione “casuale” con lui e che in qualche modo ne mina le certezze basilari sulla vita di coppia da Ryan considerata superflua, visto che è abituato a pilotare da solo senza il bisogno di alcun “co-pilota”. E’ sostanzialmente nell’evolversi di questi due personaggi e delle loro story-line che risiede la delusione dello spettatore abituato da Reitman a ben altre soluzioni narrative. Ecco che allora la spietata collega si rivela essere una ragazzina impaurita e indebolita da una delusione d’amore e la relazione con la graffiante menager si risolve in un risvolto stucchevolmente romantico che ha il suo apogeo nella sequenza fin troppo telefonata e smielata del matrimonio della sorella del protagonista.

Al di là di questo, comunque, si può godere di una serie di momenti decisamente ispirati accompagnati da dialoghi caustici, sarcastici e divertenti che ci fanno sorridere amaramente sulla realtà economica e sociale americana, ma non solo, e in sottofondo ci fanno anche commuovere di fronte alle differenti reazioni dei licenziati da Ryan e dalla sua nuova collega che alla fine si rivela inadeguata a sopportare il carico delle sofferenze altrui. Molto coinvolgente anche la metafora dello zainetto che Ryan utilizza nelle sue conferenze durante le quali paragona il carico del bagaglio con il carico umano e affettivo che ognuno di noi si porta dietro. E se all’inizio il suo stile di vita ordinato e “leggero” come le nuvole tra cui spesso passa il suo tempo viene sbandierato da lui con orgoglio e compiacimento, alla fine arriverà la consapevolezza che qualcosa gli manca, a partire da un inesistente legame con la sua famiglia, costituita da due sorelle, oltre ovviamente all’esistenza del “co-pilota” di cui sopra. Molto coinvolgente, ed emblematica circa la situazione eistenziale di Ryan, risulta la sequenza in cui finalmente riesce a raggiungere il record di miglia percorse in aereo e ad entrare nell’esclusivissimo club composto da sole sette persone: quando il pilota dell’aereo gli chiede da dove viene a Ryan non rimane che rispondere quasi tristemente “da qui”.

Grazie anche alla disinvolta e apprezzabilissima interpretazione di un sempre simpatico George Clooney (che riesce a trasmettere perfettamente anche i risvolti drammatici del suo personaggio), attorniato da un duo femminile molto scoppiettante composto da Vera Farmiga e Anna Kendrik, “Tra le nuvole” risulta un film molto gradevole che, trascurando le cadute di stile o più precisamente alcune debolezze narrative scadenti in alcuni evitabili clichè, ci regala più di un sorriso, ma contemporaneamente ci fa riflettere sulle lacrime altrui che, dato il clima economico in cui viviamo, potrebbero essere anche le nostre.

 

VOTO: 

 

La sottile linea rossa





REGIA: Terrence Malick

CAST: James Caviezel, Sean Penn, Nick Nolte, Elias Koates, Ben Chaplin, Adrien Brody, John Cusack, Woody Harrelson, John C. Reilly, George Clooney, John Travolta, Jared Leto, John Savage, Miranda Otto, Tim Blake Nelson

ANNO: 1998

 

Durante la Seconda Guerra Mondiale, la compagnia “Charlie” dell’esercito americano, sbarca sull’isola di Guadalcanal con l’intento di conquistarla. Ogni soldato, capitano e generale si troverà ad affrontare la crudeltà della guerra in modo personale e particolare.

 

Uno dei più particolari film di guerra mai girati nella storia del cinema, “La sottile linea rossa” è un vero e proprio capolavoro di estrema e rara finezza espositiva e formale, che soprattutto però non manca di coinvolgere emotivamente e commuovere lo spettatore più sensibile che si ritrova a riflettere e a provare lo stesso disagio dei numerosissimi protagonisti inseriti in un contesto al tempo stesso desolante come quello della guerra e idillico come quello della straordinaria natura che assiste inerme e fa da scenario agli orrori del genere umano. E’ proprio la dicotomia guerra/natura che sta alla base di questa pellicola indimenticabile, tant’è che il regista, quel Terrence Malick che sporadicamente si dedica al cinema, ma che quando lo fa ci regala dei film meravigliosi, sofferma il suo sguardo, quello dei suoi protagonisti e di rimando anche il nostro sui magnifici particolari di quest’isola ricca di alberi, piante, ruscelli, cascate ed altri incantevoli elementi naturali, inframmezzando le azioni crudeli che ivi si svolgono con dei primi piani di animali che osservano attenti e super partes lo scempio che si compie intorno a loro. Tant’è che lo stesso regista non apologizza né sui buoni, né sui cattivi, visto che alcun combattente né americano né giapponese può essere insignito di nessuno dei due aggettivi. Ma nonostante la guerra sia sinonimo di morte e distruzione (così come siamo chiamati ad assistere nella lunghissima e grandiosa sequenza dell’attacco alla collina in cui sono asserragliati i nemici giapponesi), la natura continua a svolgere il suo corso, creando la vita in quello stesso contesto desolante e apocalittico come dimostra il toccante momento in cui vediamo un soldato morire tra le braccia del suo compagno e un uccellino prendere vita uscendo dal suo guscio. Non il tipico war-movie, quindi, questo “La sottile linea rossa”, tratto dall’omonimo romanzo di James Jones che lo intitolò così rifacendosi ad un verso di Rudyard Kipling: “Tra la lucidità e la follia c’è solo una sottile linea rossa”. Ed è proprio la lucidità e la follia di questi uomini che viene raccontata da Terrence Malick tramite la voce interiore di ognuno di loro, espediente che si fa ancora più significativo quando siamo chiamati ad ascoltare i pensieri di un soldato morto e ormai sepolto quasi interamente sotto la pioggia e il fango. Più che altro un film di introspezione che sottolinea approfonditamente e in maniera molto intensa i sentimenti e le emozioni di ciascun personaggio che compare sulla scena, creando una sorta di coralità che accomuna tutti i componenti della compagnia militare nella loro inadeguatezza al contesto bellico e non solo. Non uno solo di essi assurge al ruolo di protagonista più di altri, ognuno di loro compare sullo schermo da solo o con gli altri per raccontarci un pezzo di sé: le sue speranze, le sue illusioni, le sue ancore di salvezza (per uno è il ricordo dell’amatissima moglie, per l’altro è la speranza nell’esistenza di una sorta di Paradiso, già saggiato nella permanenza in una delle Isole Salomone dove si era rifugiato clandestinamente per poi essere ripescato a bordo), ma anche le sue paure, le sue angosce, i suoi rimorsi e i suoi rimpianti (per un altro ancora non c’è speranza alcuna di salvezza, di redenzione o di catarsi). A turno ascolteremo i pensieri di quasi tutti i soldati di questo battaglione, scoprendo le singolarità di ognuno di loro, ma anche il loro valore scaturente dai rapporti interpersonali che li legano. Nonostante siano molti i clichè dei film di guerra ricalcati, soprattutto nelle personalità dei protagonisti (c’è il colonnello duro e spietato che pensa alla sua carriera, il capitano che difenderà la vita dei suoi uomini per poi essere cacciato educatamente dalla compagnia, il caporale fifone e dimesso che poi prenderà forza e coraggio, i soldati che si batteranno per la conquista di qualcosa che a loro non interessa realmente e via di questo passo), “La sottile linea rossa” è un film unico che, grazie ad una regia formidabile, una fotografia e un’ambientazione maestose, una colonna sonora firmata Hans Zimmer davvero toccante e consona alle situazioni narrate e sottolineate dalle note della stessa, e soprattutto un ricchissimo cast di bravissimi attori e caratteristi, alcuni presenti anche per dei piccoli cameo, ma ugualmente graffianti e comunicativi (Sean Penn, James Caviezel, Nick Nolte, Elias Koates, John Travolta, George Clooney, Adrien Brody, John C. Reilly, Ben Chaplin, John Cusack, Woody Harrelson, John Savage e si potrebbe continuare a lungo), rimane indelebilmente impressa negli occhi, nelle menti, nei cuori e nelle ossa degli spettatori, chiamati ad affrontare numerosi quesiti filosofici e metafisici sollevati dai vari protagonisti e dal regista stesso, ma lasciati volutamente irrisolti, un po’ per lasciare libero spazio alla nostra valutazione e un po’ soprattutto perché imponderabili nella loro disarmante e dolorosa indeterminatezza e irrisolvibilità. Rimane un unico rifugio in cui consolarsi e trovare pace, così come dimostra il visivamente maestoso incipit e il significativo fotogramma finale. Trattasi della natura, quella primordiale e incontaminata dalla crudeltà e smania di potere umane. Anche se uno dei protagonisti, e noi con lui, si ritrova a pensare: Cos’è questa guerra stipata nel cuore della natura? Perché la natura lotta contro se stessa? Perché la terra combatte contro il mare? C’è forza vendicativa nella natura”. Ma se la natura ha bisogno di vendicarsi, ci sarà anche un motivo, e il motivo è largamente raccontato in questa magniloquente ed estremamente coinvolgente pellicola che ha per protagonista assoluta, più che i grandi divi hollywoodiani e i personaggi da loro interpretati, l’implacabile e inarrestabile natura.

 

Pubblicato sul numero 21 di Rapporto Confidenziale

Rapporto confidenziale – numero 21



RAPPORTO CONFIDENZIALE. rivista digitale di cultura cinematografica
NUMERO21 | GENNAIO’10
free download 16,6mb | 5,0mb | ANTEPRIMA

 

http://www.rapportoconfidenziale.org/?p=5146

 

 

EDITORIALE di Alessio Galbiati

Il numero è al solito corposo e denso, al solito distante dalle logiche di mercato; non ci troverete i film del momento, che poi in realtà altro non sono che pellicole delle quali ci si dimenticherà in un momento. Dunque sfogliando il numero21 faticherete ad incontrare qualcosa di noto, al limite un paio di articoli vi risulteranno familiari, tutto il resto dovrà trovare la strada del vostro interesse per evitare di provocare sbadigli.

Se ci pensate lo sbadiglio è un fatto davvero contagioso, sbadigliare è un qualcosa che ci trasmettiamo come fosse un virus. Che bello sarebbe raccontare la storia di uno sbadiglio, il suo diffondersi per una grande città ad una velocità incredibile, da persona a persona, e che magari questo stesso sbadiglio alla fine contagi la stessa persona che lo aveva fatto partire. O anche solo tu, che mentre stai leggendo questo editoriale strampalato, ti sei fatto contagiare da questo sbadiglio.

Dunque la speranza è che questo numero divenga un contagioso sbadiglio da scambiare con i vostri amici e conoscenti, e che le visioni in esso consigliate vi riconcilino con il piacere meraviglioso delle immagini in movimento.

Buona visione.

 

 

SOMMARIO

04 La copertina di Bennet Pimpinella

05 Editoriale di Alessio Galbiati

06 BREVI appunti sparsi di immagini in movimento di Alessio Galbiati e Roberto Rippa

07 Federico Carra. CONVERSAZIONE. Kiwido edizioni di Alessio Galbiati

14 La natura madre-matrigna. "The Thin Red Line" di Terrence Malick di Alessandra Cavisi

16 Il disincanto di Marco Ferreri di Stefano Andreoli

18 Improvvisamente, troppi inverni fa. L’odissea mai conclusa del disegno di legge sui DICO in "Improvvisamente l’inverno scorso", documentario di G. Hofer e L. Ragazzi di Roberto Rippa

20 Intervista agli autori: Gustav Hofer e Luca Ragazzi di Roberto Rippa

23 LINGUA DI CELLULOIDE RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE. Il decalogo di kristof kieslowski di Ugo Perri

24 Lasciandosi la paura alle spalle. Un documentario del popolo tibetano sulla condizione del popolo tibetano di Alessio Galbiati

26 Kenneth Anger e il New American Cinema di Francesco Bertocco / DIGICULT-DIGIMAG

28 "Les Parapluies de Cherbourg" et "Les Demoiselles de Rochefort" ovvero il musical secondo Jacques Demy di Monia Raffi

30 UNIVERSAL MONSTER. Il fantasma dell’opera, L’uomo invisibile, Frankenstein, Dracula, L’uomo lupo: I mostri della Universal e la creazione di un genere di Roberto Rippa

36 BENNET PIMPINELLA. Eccentrico e graffiante sperimentatore di Alessio Galbiati

44 ABDICAZIONI. l’archivio letterario di Rapporto Confidenziale a cura di Luca Salvatore
Luca Salvatore – De humani corporis fabrica

Rec 2





REGIA: Paco Plaza, Jaume Balaguerò

CAST: Manuela Vaelasco, Johnatan Mellor, Vicente Gil, Juili Febragas, Pep Molina

ANNO: 2010

 

All’interno del condominio nel quale erano stati intrappolati dei pompieri e dei giornalisti di una trasmissione televisiva, vengono mandati dei poliziotti facenti parte di un corpo speciale per scoprire se ci sono sopravvissuti, accompagnati da un medico che dovrebbe prevenire il diffondersi del virus che apparentemente aveva dato vita allo scoppio di “rabbia” tra gli abitanti del palazzo. Ovviamente anche per loro uscirne vivi non sarà facile.

 

La differenza sostanziale tra il primo “Rec”, horror apprezzabilissimo e sicuramente molto interessante sotto molti punti di vista, e questo suo sequel sta soprattutto nel fatto che se il primo assolveva al compito primario di ogni film horror che si rispetti, cioè faceva veramente paura impressionando particolarmente lo spettatore, in questo caso l’obiettivo non è minimamente raggiunto. Non solo “Rec 2” non fa paura, ma molto spesso cade quasi nel ridicolo involontario, proprio perché alla brillante idea iniziale che tutto fosse cominciato in seguito ad una sorta di virus che si era sparso nel condominio, si è sostituita la difficilmente giostrabile motivazione sulla natura dei terribili avvenimenti basata su possessioni demoniache in puro stile “esorcistico”. Il risultato è che i “rabbiosi” che nel primo episodio suscitavano tanta angoscia e particolare terrore, in questo caso cominciano a parlare e ad esprimersi in maniera eccessiva, riuscendo nell’intento opposto da quello voluto. Come se non bastasse non abbiamo la minima caratterizzazione dei personaggi, se non fosse per il sedicente medico che si rivela essere “qualcos’altro”, in modo tale che ogni volta che muore qualcuno per mano delle terribili creature assetate di sangue allo spettatore non importa poi molto, anche perché più volte stenta a riconoscerne l’identità. All’unità visiva del primo capitolo, rirpreso solo ed esclusivamente da un’unica telecamera appartenente al cameramen della trasmissione televisiva che stava seguendo i pompieri di Barcellona per documentarne il lavoro, viene sostituita una pluralità di strumenti visivi che ci rendono partecipi degli orrori che avvengono nel condominio, visto che il tutto viene ripreso dalle varie telecamere posizionate sugli elmetti dei poliziotti e poi anche da quella di tre ragazzini in cerca di forti emozioni e di eclatanti immagini da diffondere su youtube o simili (la presenza di questi tre personaggi sullo schermo ha l’unico compito di stordire lo spettatore con le loro incessanti e fastidiosissime urla). Ormai sta diventando chiodo fisso di un certo cinema questo riferirsi alla pratica di diffusione delle immagini e dei video attraverso internet, ma se in molti casi questo genere di espediente narrativo porta con sé delle interessanti e profonde riflessioni sul tema, in questo caso (soprattutto considerando che già col primo capitolo si era raggiunto pienamente e in maniera soddisfacente lo stesso risultato), non si riesce a coglierne il senso, anche perché l’utilizzo di questo espediente narrativo sembra molto forzato e più campato in aria rispetto al primo “Rec”, in cui era meglio giustificato. Al di là di questi difetti sui quali si potrebbe tranquillamente soprassedere di fronte ad una pellicola dal forte impatto emotivo o visivo, quello che non funziona in “Rec 2” è il fatto che di “orroristico” c’è veramente poco, visto che non solo le creature non fanno più paura, ma perché i registi cercano di impressionarci facendo ricorso a facili espedienti e mezzi come lo scoppio improvviso di rumori assordanti o l’apparizione dal nulla delle strane creature, elementi ormai abusati ed usurati che alla fine ottengono il risultato di sfiancare lo spettatore piuttosto che catturarlo nella sua rete. Al di là del fatto che in realtà i momenti puramente horror sono veramente irrisori, sia numericamente che qualitativamente, delude anche la spiegazione sulla genesi delle creature e il tutto risulta non solo molto noioso e difficile da seguire con interesse, ma anche, come suddetto, quasi risibile anche a causa dei vari esorcismi che un protagonista più odioso che mai diffonde qui e lì all’interno del palazzo.

Soprassedendo al terribile doppiaggio (difetto anche della prima pellicola), qualche momento di seppur scarso interesse è possibile ravvisarlo come quando ci imbattiamo in una “vecchia conoscenza” che fa la sua comparsa lasciandoci col dubbio sulla sua sorte e con degli interrogativi che poi troveranno risposta. Una risposta insoddisfacente, ma pur sempre una risposta.

 

VOTO:



 

Avatar


REGIA: James Cameron

CAST: Sam Warthington, Sigourney Weaver, Giovanni Ribisi, Zoe Saldana, Michelle Rodriguez, Joel Moore, Stephen Lang

ANNO: 2009

 

L’ex-marine Jake Sully è chiamato a sostituire suo fratello morto in una missione per poter condurre il suo avatar sul pianeta Pandora sul quale è presente un minerale che vale 20 milioni di dollari al chilo. Compito del ragazzo sarà quello di infiltrarsi tra gli abitanti del pianeta per convincerli a spostarsi dalla loro città, prima di ricorrere alle armi. Per poter rimanere con i Na’Vi, abitanti del luogo, dovrà impararne usi e costumi cosa che lo legherà profondamente a loro.

 

Se ne parla ovunque, del resto è proprio il caso di dire che “una cosa così non si era mai vista”. Certo, parecchie volte nella storia del cinema allo spettatore sarà capitato di utilizzare questa locuzione, fatto sta che ogni volta si rimane sempre più impressionati, che sia in positivo o in negativo, tanto da continuare a parlarne a lungo. Sarà sicuramente questo il caso di “Avatar” che farà parlare di sé per moltissimo tempo ancora, visto che molti saranno coloro che continueranno a decantarne le lodi e tanti altri  continueranno a lamentarsi del fatto che potrebbe far soccombere il cinema classico (cosa sicuramente impossibile e anche impensabile) o che tutto sommato non è poi questa grande rivoluzione. Quello che più conta di “Avatar”, però, al di là del fatto che essenzialmente si tratta di una storia archetipica costruita seguendo il percorso già tracciato di molte straordinarie storie del passato (vedasi “Pochaontas”, “Balla coi lupi”, un po’ di “Blade Runner”, qualcosa del recente “District 9” e si potrebbe continuare a lungo), è il fatto che la vera e propria rivoluzione la crea nei nostri occhi e nei nostri cuori. Tutto il nostro organismo viene letteralmente catturato dalle meravigliose e inusitate immagini che lo schermo ci offre ad ogni minuto che passa. Si rimane oltremodo affascinati e coinvolti dai colori strabilianti, dagli innumerevoli esseri viventi presenti su questo paradisiaco pianeta, dai Na’Vi stessi e dalla loro cultura. Ci si sente tuffati e trasportati all’interno di quei magnifici ambienti in cui natura e essere umano sono completamente fusi in un’unica realtà, comunicando tra loro in maniera profonda e significativa (tutte le scene in cui la protagonista femminile entra in contatto con le piante o con gli animali che “cavalca” come i particolarissimi cavalli o i grandissimi uccelli sono estremamente emozionanti ed emblematiche), anche grazie ad un particolare sistema interfacciale che crea una sorta di rete neuronale in grado di mettere in cominicazione tutti gli esseri viventi del pianeta Pandora. Così come ci si sente del tutto “attratti” dalla natura particolare e profonda di questi esseri (di cui è impossibile non amare i grandissimi occhi e le dolcissime espressioni) che vivono nel totale rispetto reciproco, senza l’ombra di atti violenti o meschini e che si ritrovano ad affrontare la minaccia umana, per loro in realtà aliena (di qui la questione molto interessante sul “diverso” e su come esso possa assumere connotati opposti a seconda delle prospettive e dei punti di vista).

Ci sono voluti quindici anni per partorire questo grandioso “figlio”, ma sicuramente per James Cameron e ovviamente per gli spettatori né è valsa la pena. Perché “Avatar” è molti generi cinematografici in uno: è un western, un film d’avventura, un fantascientifico, un film d’azione, un film bellico, una storia d’amore, una favola epica e poetica. E riesce ad esserlo in maniera al tempo stesso semplice e complessa, perché nascosti dietro le apparenti “facilonerie” di sceneggiatura (con i buoni e i cattivi nettamente separati e il conflitto di scontata conclusione), ci sono una miriade di stimolanti e importanti sottotesti da non tralasciare in fase di giudizio della pellicola. Sono molti i riferimenti alla nostra società e a moltissimi dei suoi aspetti ancora di scottante attualità (vedasi la situazione di Al-Quaeda, ma anche la questione dell’utilizzo degli avatar ci rimanda ad altre pregnanti e pressanti considerazioni, e di sicuro non ci si ferma qui), anche se in realtà durante la visione si è totalmente rapiti e affascinati da lasciare poco spazio a questo genere di digressioni, che avvengono solo in seguito e arricchiscono la già di per sé ricca qualità sostanziale, e non solo formale, della pellicola. Dal punto di vista formale, infatti, “Avatar” appare di formidabile fattura, con un 3D per nulla invasivo e anzi perfettamente indicato nel mostrarci il favoloso pianeta di Pandora e tutte le sue meraviglie che rendono la pellicola estremamente godibile e anche  indimenticabile dal punto di vista visivo, oltre che emotivo e tecnico. Tra i tanti sottotesti, però, il più interessante è sicuramente quello dell’importanza dello "sguardo". Più volte i protagonisti si rivolgono l’uno all’altro dicendo "ora ti vedo" e più volte ci viene fatto capire che lo sguardo dei Na’Vi è uno sguardo che proviene dall’interno, una sorta di cordone ombelicale tra l’anima di chi guarda e l’oggetto dello sguardo. Facile allora comprendere che di rimando ci si sta riferendo anche allo sguardo cinematografico, non solo quello di James Cameron nell’approccio alla creazione di questa pellicola, ma anche quello dello spettatore che viene posto in comunicazione visiva diretta con tutto ciò che avviene sullo schermo e che quindi si ritrova a spalancare gli occhi (aiutati tra l’altro da un supporto "tecnologico" come gli occhialini per il 3D) assaporando il gusto dolcissimo della visione "dall’interno" di "Avatar", fino a giungere all’ultimo emozionante fotogramma che riempie totalmente l’anima dello spettatore.

Una serie di qualità che fanno dell’ultima fatica cinematografica di Cameron un importante tassello nella storia del cinema, perché volenti o nolenti, bisogna convenire sul fatto che si tratti di un evento che ha scombussolato il mondo della settima arte e che sicuramente verrà preso ad esempio da molte pellicole a venire. Un’immensa epopea che ci concilia con la nostra natura più romantica e sentimentale (la vera rivoluzione, come suddetto, avviene dentro lo spettatore) e che soprattuto ci regala l’opportunità di vivere un’esperienza (visiva ed emotiva soprattutto), forse comparabile a quelle che abbiamo provato visionando alcuni dei capolavori, rivoluzionari e non, che il cinema ci ha regalato nello scorso secolo e continuerà sicuramente a regalarci nei prossimi. 

VOTO:

 

Ben X

Nella vita reale siamo davvero solo delle persone?

Ben, è un ragazzo molto problematico che passa la maggior parte del suo tempo a vivere la sua vita on-line, perché quella vera è piena di problematiche che vanno dal suo autismo al bullismo dei compagni che lo maltrattano fisicamente e moralmente. La forza per reagire gli verrà dalla sua compagna di gioco virtuale Scarlite, oltre che dai suoi genitori.

Un film molto particolare e interessante questo "Ben X", distribuito nel nostro paese con due anni di ritardo. Un film anche molto disturbante soprattutto nella prima parte, quando ci è dato modo di assistere non solo alle gravi problematiche di socializzazione di Ben a causa della sua sindrome di Asperger sfociata poi in vero e proprio autismo, ma anche alle estreme violenze e cattiverie che i suoi compagni riversano su di lui. Con uno stile registico molto singolare, il regista, già scrittore del romanzo da cui è tratto il film, a sua volta ispirato ad una storia vera, ci mostra abilmente l’interiorità di questo personaggio emblematico e il suo modo di rapportarsi con i compagni di scuola, con i genitori, con la ragazza dei suoi sogni. Ben focalizza lo sguardo su alcuni particolari anatomici dei suoi interlocutori, come gl occhi, la bocca e le orecchie e acutizza l’udito su quelle che ritiene essere le parole più significative e allo stesso tempo più inutili, ripetute più per convenzione sociale che per vero interesse ("Dormito bene?", "Andrà tutto bene", e via di questo passo). Alternando momenti documentaristici, con interviste a parenti, amici e conoscenti del ragazzo (facendoci già presagire che ci sarà un evento tragico nel corso della narrazione), a momenti in cui il reale e il virtuale si fondono fino a diventare una cosa sola (come quando Ben fa ricorso alla sua immaginazione e conoscenza virtuale, vestendo i panni dell’eroe combattente e utilizzando i menu che appaiono sullo schermo nei quali possiede armi, oggetti curativi e cose di questo genere che tutti gli appassionati dei giochi online conosco bene), Balthazar costruisce un tessuto narrativo molto originale e foriero di non poche riflessioni riguardanti non solo la tematica principale del bullismo, ma anche il rapporto sempre più inscindibile tra realtà e finzione, il rifugiarsi dei giovani in questi mondi più rassicuranti e soddisfacenti (Ben infatti nel gioco virtuale è un grande eroe che ha raggiunto persino il livello 80, tappa davvero invidiabile per gli altri partecipanti), la nuova e inarrestabile era dei video su youtube e simili (come hanno raccontato numerosi film nell’ultimo anno ma non solo).

Quante volte abbiamo ascoltato al telegionarle o letto su internet di notizie di bullismo accompagnate da video che ritraevano le bravate di questi ragazzi fieri di mostrare al mondo i loro stupidi atteggiamenti? E’ la stessa cosa che capita anche in questo film, facendo vacillare considerevolmente il già precario equilibrio psichico di Ben che giunge ad un estremo rimedio per un estremo male. A guidarlo è la voce della dolce Scarlite, compagna di gioco, ma per lui anche di vita, oltre che gli affezionati e impotenti genitori. Ma se la pellicola per gran parte della sua durata si fa apprezzare per questa sua singolarità di forma e profondità di contenuti (oltre ad essere interpretata da un attore, Greg Timmermans, davvero molto comunicativo e intenso, seppur fuori tempo massimo per interpretare la parte di un adolescente), verso il finale si fa un po’ troppo sensazionalistica nel tracciare una sorta di morale e di lezione a questi giovani bulli. Una sorta di spettacolarizzazione che mal si amalgama con il rigore ideologico e con la tempra stilistica ed estetica fino a quel momento adottati. Ma tralasciando qualche difetto tutto sommato perdonabile trattandosi di un’opera prima e di un soggetto molto difficile da trattare senza rischiare di scadere nel banale e nel retorico (cosa che in "Ben X", accade solo leggermente nel suddetto finale), questo film si fa apprezzare ampiamente perché ci coinvolge sia mentalmente che emotivamente, ponendoci dei quesiti etico-sociali di non poco conto e mettendoci di fronte ad una realtà a tratti desolante, così come lo stesso Ben ogni mattina si pone di fronte allo specchio, cercando di costruire la giusta immagine per soddisfare le aspettative del prossimo. Del resto, come dice lo stesso ragazzo, "nella vita reale sei solo una persona".

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M.A.S.H.





REGIA: Robert Altman

CAST: Donald Sutherland, Elliot Gould, Robert Duvall, Sally Kellerman, Tom Skerritt, Bud Court

ANNO: 1970

 

Durante la guerra di Corea, in un ospedale da campo, tre chirurghi vivono anarchicamente infischiandosene delle regole e della disciplina, fino a quando rishiano di essere messi sotto inchiesta, pericolo che riescono ad evitare vicendo una partita a rugby.

 

Straordinaria pellicola anti-militarista del geniale e indimenticabile Robert Altman, “M.A.S.H.”, è uno dei capostipiti del cosidetto filone comico-demenziale, uno di quei film apparentemente “stupidi”, ma sostanzialmente intelligentissimi e graffianti nel prendere di mira una determinata realtà. In questo caso il regista e lo sceneggiatore, Ring Lardner Jr che vinse meritatamente l’Oscar, prendono di mira non solo il mondo militare e di rimando anche la guerra, ma anche una serie di aspetti che accompagnano solitamente queste realtà come l’estrema e a volte ingiustificata disciplina e il fervido senso religioso che accompagna molte figure che compongono il mosaico di questo ospedale militare.

M.A.S.H. infatti è l’acronimo di Mobile Army Surgical Hospital, ed è proprio all’interno di questa sorta di ospedale mobile che il regista si muove egregiamente facendoci spettatori di questo micro-mondo sconvolto e stravolto dai tre dottori sopra le righe, che per sopportare gli orrori della guerra (qui mai pienamente mostrati ma solo fatti intuire, come nelle sequenze in cui i dottori operano continuando a divertirsi e a scherzare forse per non soccombere di fronte all’estremo dolore altrui), decidono di vivere spensieratamente la loro esperienza, gozzovigliando a destra e a manca, festeggiando con donne e alcolici, divertendosi a prendere in giro in maniera irriverente i propri colleghi e i propri superiori e operando allegramente i propri pazienti in fin di vita.

Sono tanti i personaggi memorabili di questa pellicola, a partire dai tre protagonisti: Occhio di falco (un giovanissimo ed irresistibile Donald Sutherland), Razzo (uno straordinario e divertentissimo Elliot Gould) e Duke (un sarcastico e buontempone Tom Skerritt); fino ad arrivare agli innumerevoli comprimari che si fanno al centro delle beffe dei tre dottori e che assumono il ruolo di vittime o di complici, come per esempio il maggiore Frank Burns, fervente religioso che più volte viene sorpreso e offeso dalla vena dissacratoria che i tre hanno nei confronti della sua fede e della sua religione (un esilarante Robert Duvall), la biondissima “Bollore”, quella che alla fine viene descritta come un’impareggiabile babbea, il maggiore a cui sono indirizzati gli scherzi “sessuali” dell’allegra brigata (una bravissima Sally Kellerman), o ancora Cassiodoro che crede di essere diventato omosessuale e che per questo vuole suicidarsi, intento che i suoi colleghi tentano di sventare in maniera a dir poco spassosa ed irriverente.

Non sono pochi, infatti, i momenti in cui Altman pigia il piede sull’acceleratore e si sofferma sarcasticamente su una serie di “dogmi” allora come ora intoccabili per la società americana e non solo. Da qui la straordinaria sequenza del finto suicidio di Cassiodoro, in cui Occhio di Falco e i suoi amici organizzano una sorta di ultima cena con protagonisti i dottori del campo, sequenza tra le più strabilianti e divertenti dell’intera pellicola, oltre ad essere forse la più spinta nel suo dileggiare la religione e i suoi dettami, ridicolizzati fino all’estremo come si nota nel trattamento riservato al personaggio interpretato da Robert Duvall. Altra grande sequenza, che ci dimostra il talento registico del grande Robert Altman è quella finale della partita a rugby, in cui le mosse dei giocatori, le battute di quelli rimasti in panchina e delle ragazze pon-pon, nonché quelle degli allenatori si mescolano in maniera spassosa e molto significativa (una sorta di dimostrazione del fatto che si possono vincere delle “guerre” anche in maniera pacifica). Da non dimenticare anche lo straordinario utilizzo della profondità di campo che ci fa abbracciare con lo sguardo un gran numero di elementi nello schermo, in modo tale da farci scegliere liberamente quello su cui concentrarci e il sapiente ricorso alle carrellate orizzontali che ci accompagnano all’interno dei vari luoghi di “ritrovo” di questa strampalata base militare, come la sala operatoria o gli alloggi dei vari dottori e militari.

Costruito quasi come una sorta di raccolta di piccoli episodi (tutti o quasi legati dalle inquadrature fisse sui numerosi altoparlanti che circondano il campo e che spesso si fanno al centro di diffusioni esilaranti circa i comportamenti libidinosi di personaggi che ipocritamente predicano altri tipi di atteggiamenti, vedasi Bollore e il maggiore Frank Burns che vengono colti in fallo proprio mentre si lasciano andare ad una focosa notte di sesso, interrotta proprio dai “birichini” colleghi che li stanno spiando con un microfono posizionato sotto il letto), M.A.S.H. trova un altro suo punto di forza negli interminabili e velocissimi dialoghi, spesso sovrapposti, tra i vari protagonisti, tutti molto divertenti ed esplicativi dell’atmosfera goliardica e anarchica che si respira durante l’intera pellicola, oltre che deliziosamente nonsense e quasi grotteschi, con battute e motti di spirito che ci fanno sorridere e ridere ininterrottamente. Non è un caso che si sia fatto ricorso a questa sorta di simultaneità dei dialoghi, visto che Altman, notoriamente regista di film corali, prediligeva la pari importanza di ciascun personaggio dei suoi film, senza che uno risultasse più importante dell’altro, con la totale assenza di concetti quali il divismo o il protagonismo, se non per essere essi stessi dileggiati e parodiati.

Fa riflettere il fatto che il film fosse stato girato e poi distribuito quasi a ridosso della guerra in Vietnam, costituendo quindi un coraggioso e primo passo verso la critica alle pratiche disumane di quelle guerre e del sistema americano (tant’è che le autorità religiose e militari della pellicola, impersonate da un prete e da un colonnello, non riescono minimamente a farsi rispettare e soprattutto a far rispettare i dettami e le regole delle proprie rispettive istituzioni). Vince dunque la ribellione, giustificata e sacrosanta, a questi elementi non sempre positivi e condivisibili della nostra civiltà. Così come vince l’allegria e la libertà di questi dottori di contro alla crudeltà e agli orrori della guerra.

 

Il mondo dei replicanti

Sono meglio gli originali o i surrogati?

In un futuro non ben precisato un miliardo di persone ha fatto ricorso alla tecnologia dei surrogati, copie perfezionate di sé stessi, per compiere qualsiasi azione, rimanendo isolati nella propria abitazione senza mai uscire di casa nemmeno per un attimo. L’agente Greer e l’agente Peters si ritroveranno ad indagare sull’omicidio del giovane figlio dell’inventore dei surrogati.

 

Senza infamia e senza lode questo "Il mondo dei replicanti", perché seppur sono presenti momenti molto interessanti sia dal punto di vista registico, sia dal punto di vista narrativo, sia dal punto di vista socio-politico ed etico, essi sono comunque "pareggiati" da altrettanti momenti fiacchi o noiosi o ripetitivi. Niente di nuovo sotto il sole, visto che si parla di una sorta di "cloni" che sembrano aver invaso la terra, con ovvi rimandi a molte pellicole sci-fi come il grande "Blade runner" o la saga di "Terminator", fatto sta che comunque la pellicola riesce ad avere un suo fascino, oltre che una sana dose di ironia, insita soprattutto nelle caratteristiche fisiche non solo del surrogato di Bruce Willis, con un parrucchino biondo davvero improponibile, ma anche del "profeta", di colore e con i rasta, il capo del gruppo di ribellione chiamati appunto gli "umani" che si oppongono strenuamente al dilagare di questi replicanti (da notare come la parola replicanti in realtà non è mai presente nella pellicola, ma appare solo nel titolo italiano proprio per attirare quella fetta di pubblico amante del cult di Ridley Scott). Tra i momenti più affascinanti della pellicola c’è sicuramente quello in cui scopriamo man mano le vere apperenze fisiche dei vari personaggi che si affastellano sullo schermo, quella nella quale scopriamo che molti surrogati si iniettano nelle vene una strana droga adrenalinica e quella in cui per un attimo la tecnologia dei surrogati cessa di funzionare, fermando letteralmente "il mondo", con tanto di cadute, incidenti automobilistici ed espedienti di questo genere. Tra quelli meno entusiasmanti, invece, possiamo trovare il solito inseguimento stradale, fracassone e poco calibrato, che non riesce ad avere il giusto mordente, e molti passaggi delle indagini dei due agenti protagonisti (uno dei due è appunto il solito Bruce Willis tormentato dai problemi famigliari ma determinato a portare a termine i suoi obiettivi, l’altra è la bella Radha Mitchell che però non eccelle in questa particolare interpretazione), con scontate scoperte di doppiogiochisti e traditori.

Fatto sta, che al di là del valore stilistico e formale del film, "Il mondo dei replicanti" ci offre l’opportunità di soffermarci su particolari considerazioni inerenti la nostra società, che non sembrano poi nemmeno così futuristiche. Infatti si fa riferimento alla dipendenza da tutto ciò che riguarda i computer e le varie tecnologie, come se fosse una vera e propria droga da cui disintossicarsi, tema quanto mai scottante e attuale, oltre ovviamente alla perdita di umanità dei vari personaggi in seguito appunto all’assuefazione alle suddette "droghe". Ecco perché si rimane coinvolti dall’entrata in scena del vero poliziotto interpretato da Bruce Willis, che si ritrova dopo moltissimo tempo a dover interagire in prima persona con gli altri esseri umani (anche se ne sono rimasti pochi in circolazione) e col mondo esterno. Così come è comprensibile, e dunque giustificabile nell’ottica del rafforzameno del concetto di umanità da tenere ben saldo e al sicuro dal dilagare di queste tecnologie sempre più "disumanizzanti", il rapporto emblematico e conflittuale tra il poliziotto e la sua bella e brillante moglie, che nella realtà della sua stanza nella quale è chiusa senza mai uscirne neanche per un minuto, in realtà non è più né così bella, né così brillante, ma è sicuramente più genuina e profonda. Tralasciando gli stereotipi che accompagnano la descrizione del personaggio interpretato da George Cromwell, il creatore di questi surrogati, così come molti risvolti narrativi un po’ scontati e ripetitivi, possiamo ritenerci sufficientemente soddisfatti da questa pellicola che ha il pregio di porci di fronte a quesiti di non poco conto, lasciandoci riflettere "democraticamente" sulla loro enorme portata.

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