Saga dei Pirati dei Caraibi – La maledizione della prima luna

VERBINSKI E IL SUO "VIZIO" DELL’HORROR


Il pirata Jack Sparrow, il fabbro spadaccino Will Turner e il commodoro Norrington si ritrovano uniti nella stessa missione, quella di salvare Elizabeth dalle grinfie del capitano Barbossa a bordo della Perla Nera, pur avendo obiettivi completamente diversi.

Il primo capitolo di questa leggera e spassosa saga, mescola in maniera soddisfacente molti elementi narrativi e molti generi cinematografici, andando a formare un divertente e fracassone calderone in cui non c’è un attimo di noia o di stanchezza. Lo spettatore viene catapultato da uno scenario all’altro, accompagnato dai soliti protagonisti, ormai entrati nell’immaginario collettivo, e oltremodo conquistati senza via di scampo dal mattacchione Jack Sparrow, che acquista numerosi consensi, non solo per il modo in cui il suo personaggio è stato scritto (ha sempre la battuta pronta, nonostante sia spesso fuori luogo, e non prende quasi niente sul serio, se non il rum, le donne e la sua amata Perla Nera), ma soprattutto per l’istrionismo e il gigionismo estremo, ma ammiccante e affascinante, del grande Johnny Depp, che non a caso ha dichiarato di voler continuare a interpretare questo ruolo anche per altri episodi a venire.

Nonostante la gran parte della buona riuscita di questa saga spetti particolarmente a lui, è tutto il cast di comprimari a rendere "Pirati Dei Caraibi" una saga da annoverare tra le migliori soprattutto nel suo genere. Anche se poi in realtà è difficile stabilire con precisione quale. In questo primo capitolo, ad esempio, Gore Verbinski, memore del suo passato da regista horror, ci tiene a tingere le avventure piratesche, con delle venature orrorifiche, tant’è che l’equipaggio della Perla Nera, che si è ammutinato contro Jack Sparrow, isolandolo su un’isola deserta dalla quale era praticamente impossibile scappare, e comandato dal terribile, ma sotto sotto simpatico capitan Barbossa, sono costretti a vivere con una terribile maledizione. Ogni notte, al calar del sole, quando la luna fa il suo "ingresso" nel cielo, si trasformano in non-morti, dei veri e propri zombie scheletrici, che non possono nemmeno uccidersi o essere uccisi, proprio perché devono sopportare eternamente il peso di questa loro disgrazia. Ecco che allora si comprende subito l’intento di Barbossa, fissato con le mele, come quella che offre sornionamente ad Elizabeth, ricordando la strega di Biancaneve. Lui vuole liberarsi dalla sua maledizione, Jack Sparrow vuole riprendersi la sua ciurma e la Perla Nera, Will Turner  vuole salvare la sua amata e il commodoro Norrington vuole fare bella figura col governatore e sposarne la figlia. Ognuno si ritroverà su fronti opposti per raggiungere i propri intenti, tant’è che a volte li vedremo come amici, altri come nemici leali o sleali, a seconda dei casi. Sono molti i leit-motiv di questo primo capitolo che poi si faranno ricordare anche con i seguiti dei "Pirati dei Caraibi", a cominciare dal cane "portachiavi" (ispirato al videogioco Monkey Island), il pappagallo parlante, la scimmia-non morta di nome Jack, i due strampalati ed ingenui pirati Pintel e Ragetti, e persino due tartarughe marine mai mostrate, ma più volte evocate, fino addirittura al terzo capitolo.

Infatti, ogni film, offre la possibilità di collegarsi agli altri, tanti sono i rimandi e le citazioni reciproche, in un gioco ad incastro che rende questa saga un vero e proprio lungo racconto delle avventure dei pirati più coraggiosi, più divertenti, più strambi e, diciamolo che non guasta, più belli che si siano mai visti sugli schermi.

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Link introduzione

Lost 1×23-1×24

Ultimo doppio episodio della prima stagione, presenta ben quattro scenari: l’isola (tra la spiaggia e le grotte), la zattera, la Black Rock e, infine, i flashback. Si apre con l’occhio del piccolo Aaron. Claire non sa come gestire la situazione di minaccia imminente, soprattutto col bambino che non smette di piangere. Charlie chiede a Sayid una pistola per proteggere la ragazza, ma Sayid si oppone ricordandosi dell’affare di Ethan. Nel frattempo Kate, Jack, Hugo, Locke e Danielle, insieme al mitico signor Artz, arrivano alla famosa Black Rock, quella che tanto ci ha fatto penare nel corso delle stagioni, circa la sua provenienza e il suo ritrovarsi nel bel mezzo della giungla. Artz e Hugo, un po’ paurosi, rimangono fuori, mentre gli impavidi Jack, Locke e Kate entrano alla ricerca di dinamite. L’interno non è dei più confortevoli, ci sono un mucchio di ossa e di scheletri ovunque: sono gli schiavi, così come interpreta (giustamente) Locke. All’esterno il signor Artz, ammorba Hugo sulle sue lamentele circa l’esistenza di “cricche” e gruppetti tra i vari losties. Poi, quando cerca di insegnare agli altri come maneggiare i candelotti, assistiamo ad un’altra delle scene più mitiche e famose di “Lost”: la rocambolesca morte del povero professore pedante e tedioso.

Sulla zattera, Sawyer, Jin, Michael e Walt proseguono il loro viaggio di fuga dall’isola, con James che significativamente canta “Redemption song” di Bob Marley. L’isola è proprio un luogo di redenzione, e sembra che gli autori ce l’abbiano suggerito sin dall’inizio per bocca di uno dei personaggi più emblematici dello show sotto questo punto di vista. Subito dopo, però, dà dimostrazione della sua natura di simpatica canaglia: spulcia i messaggi che i vari losties hanno imbottigliato per farli arrivare ai propri cari. Ci viene riproposto il solito simpatico scambio di nomi tra Scott e Steve e poi si fa un ironico riferimento alla scarsa conoscenza che hanno ancora i vari losties delle proprie rispettive vite prima di arrivare sull’isola: James si imbatte nel biglietto di un certo Hugo che possiede un patrimonio di milioni di dollari. Non sa ancora che si tratta di Hurley! Sull’isola, invece, Jack e Locke, i due protagonisti/antagonisti di “Lost” cercano di prendere i candelotti che gli servono e l’uomo di fede ha anche la presenza di spirito di giocarci su: “Hai mai giocato all’allegro chirurgo?”, e lo chiede proprio a Jack? Il dottore comunque si propone come unico trasportatore dei candelotti, mentre John suggerisce di dividerseli. Come al solito Kate si intromette, offrendosi volontaria per il trasporto. Se la giocheranno a sorte, e i due sfortunati saranno la fuggitiva e il “miracolato” dall’isola. Jack, però, da vero eroe gentiluomo (a volte in maniera un po’ stucchevole bisogna dirlo), ci riserva una bella sorpresa, prendendo di nascosto lo zainetto destinato a Kate e sobbarcandosi l’onere di portare i candelotti della ragazza, a sua insaputa. Praticamente se non avesse agito così, molto probabilmente Kate avrebbe fatto la stessa fine di Artz! Un vero peccato per i numerosi detrattori di questo personaggio così tanto discusso.

Dall’altro lato, invece, la Rousseau arriva sulla spiaggia e si avvicina a Claire, mostrandole dei significativi graffi sul braccio. La ragazza ha come un flash in cui ricorda di essere stata lei a farglieli. Cosa vorrà dire questo? La sua scomparsa e il suo rapimento hanno a che fare con la francese, o c’è qualcos’altro sotto? Ecco uno dei numerosi misteri che ci vengono posti lungo questo tortuoso e affascinante cammino da parte degli autori. Claire, allora, disperata, prega Charlie di riportarle il suo bambino e per la prima volta pronuncia il suo nome. D’istinto decide di chiamarlo Aaron, quel bambino che tanto ci ha fatto arrovellare con la sua presunta natura “speciale”. La cosa più importante, però, è che Charlie, aiutato da Sayid, riesce a recuperare Aaron, accanendosi poi con la Rousseau che aveva pensato di scambiarlo per la sua Alex. La donna non si lascia scappare l’occasione di lanciare un altro mistero: dice di aver sentito gli altri sussurrare di volere un bambino. Ma quale bambino? Walt o Aaron? Ma soprattutto, alla luce della natura di questi sussurri, svelata solo nella sesta stagione, cosa avrà significato questo in particolare? Alle grotte, invece, Sun cerca di consolare Shannon per la morte del fratello Boone, poi si lancia in un’interpretazione del significato dell’isola e della loro presenza su di essa: “Secondo te quello che ci sta succedendo è una punzione?”. “E chi sarebbe a punirci?”, le risponde la biondina. “Il destino”, dice la coreana, chiamando in causa un altro dei temi fondamentali di Lost. “Nessuno ci sta punendo, non esiste il destino”, dice una scoraggiata Claire, non sapendo quanto è vicina al vero, inerentemente a ciò che sta accadendo loro. Hugo, invece, a “passeggio” con Locke e Jack che trasportano la dinamite, e Kate che crede di farlo, si lancia in varie ipotesi sul contenuto della misteriosa botola, avvicinandosi con qualche idea (soprattutto riguardante il cibo), mentre Locke pensa che all’interno ci sia “la speranza”. Un’interpretazione da brividi, soprattutto considerando quello che avverrà dopo, nel corso delle successive stagioni. E’ anche questa, infatti, la magia di “Lost”, riuscire ad emozionare e a far riflettere anche durante successive visioni.

Dopo questo momento “filosofico” a portare un po’ d’azione di pensa il fumo nero (forse il mistero più grande in assoluto dello show) che trascina con sé un Locke incuriosito e per niente impaurito, poi salvato in extremis da Jack e Kate accorsi in suo aiuto. L’uomo di fede dice a Jack di lasciarlo andare perché è sicuro che “non gli succederà niente”, quasi come se sappia che il fumo nero non può ucciderli! Del resto è stato Locke il primo ad avere sentore della natura e dei segreti di quest’isola straordinaria. Il dottore però si arrabbia, ma Locke continua a dire che si è trattato di un test, andando a sottolineare l’assunto principale di quest’opera “telefimica”: lui è un uomo di fede, mentre il dottore è un uomo di scienza, aggiungendo poi: “Siamo stati trascinati qui per uno scopo. Ognuno di noi è stato PORTATO qui per una ragione”. Il dottore gli chiede sarcasticamente chi possa essere mai stato a portarli lì e riceve una risposta sorprendente e quasi rispondente al vero: “L’isola”, dice Locke. Ancora una volta è stato il primo a risolvere quasi interamente uno dei tasselli fondamentali del rebus lostiano. Il dialogo si conclude con un momento che fa brillare gli occhi e tremare i cuori, alla luce del percorso intrapreso da entrambi i personaggi. Jack dice a Locke di non credere nel destino, ma l’uomo gli risponde: “Si invece. Solo che ancora non lo sai”. Anche sulla zattera assistiamo all’importanza del lato umano di tutti i personaggi di Lost e del loro percorso formativo: Michael restituisce a Jin il famoso orologio della discordia (quello per il quale nei primi episodi si erano picchiati pesantemente). Il coreano però glielo regala con un sorriso, segno questo del fatto che sono diventati amici e hanno costruito un rapporto di rispetto reciproco. Anche Sawyer dà soddisfazioni da questo punto di vista, quando Michael gli chiede come mai sta rischiando la vita andando con loro sulla zattera: “O vuoi morire, o sei un eroe”, gli dice. Sawyer risponde subitaneamente di non essere un eroe, ma nel corso del tempo ci darà numerose dimostrazioni del contrario. Ad esempio quando arrivano degli apparenti soccorsi che in realtà si rivelano tutt’altro: degli strani uomini a bordo di una barchetta rapiscono Walt. Sawyer non ci pensa due volte a sparare nel buio, prendendosi una pallottola nella spalla, finendo in mare insieme a Jin e a Michael, mentre la zattera va completamente a fuoco. Si tratta di un momento molto importante perché è la prima volta che abbiamo un contatto visivo con i tanto nominati “others”! Essendo l’ultimo episodio della stagione, poi, i flashback sono collettivi e ritraggono le azioni, i pensieri, le sensazioni di tutti i protagonisti poco prima di salire sul fatidico Oceanic 815. Tramite i paralleli tra ciò che erano poco prima di cominciare quest’avventura e ciò che sono diventati o stanno diventando a pochissimo tempo di distanza, in seguito all’esperienza unica e fantastica dell’isola, vediamo tutti i loro cambiamenti e la loro evoluzione.

Tra i tanti esempi che si potrebbero addurre c’è l’episodio di Jin che si reca nel bagno dopo che Sun sbadatamente gli ha versato del cibo addosso e si imbatte in uno scagnozzo di suo suocero che gli dice: “Tu non sei libero. Non lo sei mai stato. E mai lo sarai”. Ecco che allora l’isola ha fatto ciò che sembrerebbe impossibile nella vita reale: ha donato a Jin la libertà che apparentemente non avrebbe mai potuto avere. Charlie, invece, si ritrova in una stanza d’albergo a lottare con la donna con cui ha passato la notte per una misera dose di eroina. Sull’isola, invece, si ritroverà a lottare per qualcosa di molto più importante, il ritrovamento del piccolo Aaron, rapito poco prima dalla francese. Mentre Walt e Michael, nel racconto pre-isola, sono dei perfetti sconosciuti che mal si sopportano a vicenda, nel dopo-isola li ritroviamo ad assumere pienamente il ruolo di padre e di figlio. Infatti, l’altro grande leitmotiv del telefilm è senza ombra di dubbio l’emblematico e significativo rapporto padre-figlio e non solo nel senso consanguineo del concetto, basti pensare a ciò che hanno rappresentato Locke e Jack l’uno per l’altro, con l’iniziale rifiuto dell’”autorità paterna” da parte del dottore, fino alla consapevolezza della saggezza e dell’utilità degli insegnamenti ricevuti. Il tutto si conclude con un emozionantissimo incontro/scontro di quasi tutti i losties a bordo dell’815, accompagnato dalle magnifiche, malinconiche e struggenti note di Giacchino, che poi si trasformano in un ritmo cadenzato e angoscioso quando cambia lo scenario: ci ritroviamo sull’isola con Jack e Locke che hanno fatto saltare la botola. Stiamo assistendo all’indimenticabile e geniale inquadratura dei due uomini affacciati sulla botola, con la telecamera che man mano si allontana da loro per sprofondare nell’oscurità. Uno dei cliffangher più straordinari che si siano mai visti sul piccolo schermo!

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Un rebus per l'assassino





REGIA: Herbert Ross

CAST: James Coburn, James Mason, Dyan Cannon, Raquel Welch, Richard Benjamin, Joan Hackett, Ian McShane,

ANNO: 1973

 

Un ricco produttore cinematografico invita un gruppo di amici sul suo yacht con l’intento di svolgere una sorta di gioco di ruolo disseminato di indizi e misteri. In realtà il suo vero intento è quello di mascherare colui che ritiene essere l’assassino di sua moglie, morta un anno prima investita da un’auto ad un party a cui presenziavano tutti i suoi invitati.

 

Un vero e proprio giallo alla Agatha Christie questo “Un rebus per l’assassino” che in originale si intitola “The Last of Sheila” (dal nome della moglie defunta del protagonista). Uno di quei gialli che appassionano per i misteri che si celano dietro la narrazione, per i numerosissimi indizi disseminati qui e lì, per le deduzioni da cui ciascun protagonista viene colto nella risoluzione del caso, per l’esistenza di un colpevole da scovare in un gruppo ristretto di persone, per la suspense di alcuni passaggi narrativi, per le morti improvvise e inaspettate di alcuni personaggi e via di questo passo. Un giallo del tutto riuscito, quindi, che però non si limita solo a questo visto che porta con sé numerose tematiche come ad esempio il voler porre la lente d’ingrandimento su ciò che spesso si cela dietro il mondo del cinema, non sempre così meraviglioso come ci appare, ma spesso attraversato dal vizio e dal peccato, lo stesso che coglie i protagonisti del film tutti facenti parte, direttamente o meno, del fantastico mondo della settima arte. Il protagonista, infatti, è un produttore cinematografico (interpretato da un inquietante James Coburn) che sta “sopra le parti” ma che poi si scopre, in un apprezzabilissimo ribaltamento di prospettive, non essere esente dalla stessa dura critica, se vogliamo anche morale e moralistica, che colpisce tutti gli altri. I suoi invitati sono un regista ormai sul viale del tramonto (il brillante James Mason); uno sceneggiatore alla smaniosa ricerca di qualcosa da scrivere (l’ambiguo Richard Benjamin), con la sua ricchissima moglie (Joan Hackett); una famosa e bellissima attrice (Raquel Welch) accompagnata dal fedele marito (Ian McShane); e un’agente delle star (interpretata da Dyan Cannon). Un cast quanto mai assortito che ben si presta alla proposizione di tutte le luci e le ombre di questo variegato mondo del cinema e dell’alta borghesia ben rappresentato da tutti i “tipi” che compongono il puzzle costruito dagli sceneggiatori (Anthony Perkins, l’indimenticabile Norman Bates di “Psycho” e Stephen Sondheim) e dal regista stesso che contribuisce ad accrescere lo stato di tensione insito nei dialoghi e nella recitazione dei protagonisti, grazie a delle atmosfere molto suggestive e ad una serie di sequenze girate in ambienti che ben si prestano all’accrescimento del turbamento, come il monastero sull’isola o lo yacht stesso che verso il finale si fa teatro del più acuto degli episodi scabrosi presenti nel film, ma al tempo stesso dell’ambiguità e dell’estrema corruzione di questo mondo raccontato, così come dimostra il sicuramente ironico, ma al tempo stesso spiazzante finale. L’altro momento significativo ed esplicativo del sottotesto della pellicola è quello in cui appare chiaro che i protagonisti sono stati invitati non certo per divertirsi col giochino costruito dal produttore con molta minuzia, ma perché tra di loro c’è il colpevole dell’omicidio di Sheila, sua moglie. E se all’inizio si erano tutti galvanizzati perché il produttore stesso aveva detto di averli riuniti non solo per partecipare al gioco ma anche per discutere sulla produzione di un film dedicato proprio alla vita e alla morte di sua moglie, ben presto si renderanno conto di essere caduti in una specie di trappola. Ecco che allora, arriva il momento clou della pellicola, quello che dimostra la mancanza estrema di moralità di questo gruppo di personaggi, presi ad emblema forse un po’ troppo schematicamente e in maniera fin troppo bacchettona, dell’amoralità di questa particolare “casta” sociale. Dopo l’inaspettato e geniale colpo di scena che vede il protagonista morire, sicuramente assassinato da uno degli invitati, a metà film, lo spettatore non sa più cosa aspettarsi, proprio perché sembrava essere il produttore stesso il protagonista assoluto e dunque quello che avrebbe smascherato l’assassino e svelato altri colpi di scena. Così non è, rendendo il tutto molto più originale e imprevedibile, e dunque i sei invitati rimangono da soli ad accusarsi a vicenda non solo dell’omicidio del produttore, ma anche di quello di sua moglie avvenuto un anno prima. E quindi ritorna in primo piano il gioco per il quale erano stati chiamati sullo yacht: tutti avevano ricevuto un bigliettino con sopra scritto un vizio, un peccato appartenente ad ognuno di loro, non necessariamente in base a quello che si era ricevuto personalmente. Ogni giorno della settimana programmata dal produttore, si sarebbe dovuto scoprire il colpevole di ciascun vizio: uno svaligiatore, un omosessuale, un lussurioso nei confronti dei bambini, un informatore, un ex-detenuto e un alcolizzato. Ma nel momento in cui i sei invitati si riuniscono per comprendere come sia potuto succedere che il loro ospite sia stato assassinato, avviene qualcosa di inspiegabile: i protagonisti posano il loro biglietto sul tavolo per confessare ognuno il proprio peccato e un biglietto scompare, lasciando spazio ad un altro che non avevamo mai letto prima che recita “pirata della strada”. In un miscuglio di ironia e sarcasmo vediamo allora i vari protagonisti fare a gara per accaparrarsi tutti i peccati e le nefandezze suddette, pur di non rimanere i proprietari del biglietto accusatore dell’omicidio di Sheila. Alla fine, nonostante vari ingarbugliamenti di sceneggiatura e non (a volte un po’ farraginosa), si arriverà alla verità e non è un caso che a scoprire i meccanismi contorti e viziati di questo rebus a incastri sia proprio il regista e che in un certo senso il fautore degli stessi sia invece lo sceneggiatore. Un vero e proprio riferimento meta-cinematografico al lavoro del regista consistente nell’”ordinamento” delle varie trame dello sceneggiatore. Una vera e propria “lotta” che non si conclude con un vincitore o un perdente, ma con la creazione di una squadra ben oliata ed equilibrata. Trattasi sicuramente di un volo pindarico, data la natura prettamente giallistica della pellicola, ma è pur sempre una considerazione che è possibile cogliere prestando la dovuta attenzione, la stessa che il produttore richiede ai suoi invitati e che poi si rivela essere l’unica arma vincente per risolvere l’intricato e conturbante rebus.

 


 

Il villaggio dei dannati 1960 Vs Il villaggio dei dannati 1995

La potenza e l’inarrestabilità dell’infanzia


A Midwich, una piccola cittadina inglese, un giorno all’improvviso succede qualcosa di eccezionale: tutti gli abitanti del posto e coloro che vi si trovano per caso cadono in una sorta di sonno comandato, come un vero e proprio svenimento collettivo. Quando tutti si riprendono dal naturale shock per l’accaduto segue poi un periodo di calma e serenità. Ma dopo due mesi quasi tutte le donne del villaggio si scoprono incinte e il frutto delle loro gravidanze sarà qualcosa di ancora più sconcertante dell’esperienza vissuta mesi prima…

Il_villaggio_dei_dannati_1Un film che nonostante l’età, ricordiamoci che fu girato da Wolf Rilla nel 1960, mantiene ancora salda la sua capacità di coinvolgere lo spettatore ed entusiasmarlo nonostante la quasi totale assenza di effetti speciali, se si eccettuano quelli riguardanti gli strani e inquietanti occhi dei piccoli protagonisti della pellicola. Tratto dal romanzo "I figli dell’invasione" scritto da John Wyndham nel 1957, "Il villaggio dei dannati", infatti, incentra tutta la sua capacità di angosciare e inquietare lo spettatore proprio sulla figura dei bambini partoriti da tutte le donne del villaggio. Al di là del fatto che crescono fisicamente e mentalmente in maniera a dir poco esagerata, ciò che intimorisce maggiormente (soprattutto perché si parla appunto di bambini e cioè delle creature che più di tutte dovrebbero trasmettere innocenza, candore e innocuità), è lo spirito minaccioso che man mano prende piede nella condotta dei piccoli accomunati non solo dall’aspetto fisico (sono biondissimi e quasi tutti con occhi molto chiari), ma anche da una sorta di cordone ombelicale mai reciso tra loro che li tiene uniti anche mentalmente e telepaticamente. Presto anche gli abitanti di Midwich, tra cui il protagonista interpretato egregiamente da George Sanders, si renderanno conto del fatto di essere in pericolo proprio perché prigionieri di questa vera e propria colonia aliena che vuole insediarsi nel posto e che è pronta a tutto per sopravvivere, perseverando ogni componente della specie. E’ così che una mamma un po’ disattenta verrà punita con l’imposizione di mettere il braccio nell’acqua bollente e un autista sbadato verrà costretto a fiondarsi con la sua auto contro un albero, morendo sul colpo. Insomma questi bambini sono tutt’altro che innocenti visto che non appena percepiscono una seppur leggerissima minaccia a qualcuno di loro, con l’imposizione mentale e con la forza dei loro occhi riescono a convincere chiunque a fare ciò che vogliono. Non provano alcun sentimento, non sono legati nemmeno ai propri genitori che li hanno cresciuti amorevolmente nonostante molti di loro siano arrivati del tutto indesiderati (come dimostra il riferimento a donne vergini rimaste incinte, cosa che ha fatto incorrere la pellicola nelle proteste della Catholic Legion of Decency che accusò il film di attacco al culto dell’Immacolata Concezione), e alla fine cominciano a farne fuori parecchi, insomma. Sarà compito del protagonista, ovviamente, porre fine alla sequela di morti e alla minaccia costituita dalla forza mentale, più che fisica, di questi bambini. Ma il problema più grosso da superare è che loro riescono a leggere nella mente degli esseri umani e, dunque, ad intuirne pensieri e intenzioni. Come fare allora? A tal proposito arriva la scena finale davvero molto suggestiva e al tempo stesso agghiacciante in cui il grande Sanders riesce a saltare l’ostacolo imponendo alla sua mente di pensare solo ed esclusivamente ad un muro, piuttosto che al suo piano per salvare la cittadina. Un muro che quindi schermirà i suoi pensieri e non permetterà ai bambini di captarli, anche se con i loro poteri unificati riusciranno ad abbattere qualche mattone. Alla fine, comunque, non ci saranno né vinti né vincitori, visto che ognuno di loro, bambini o adulti (una dicotomia metaforica ed emblematica), avranno perso qualcosa, o magari non l’avranno mai avuta.


Il muro dell’essenzialità distrutto dall’onda degli eccessi


Diciamolo, nonostante la grandiosità e l’aura mitica che circonda uno dei più grandi registi di genere, tale John Carpenter difficile da non amare e ammirare, questo suo remake del film di Wolf Rilla, è forse uno dei suoi lavori "minori", una di quelle pellicole per cui non si grida al miracolo, a differenza di molti altri gioiellini carpenteriani.
Il_villaggio_dei_dannati_2L’alieno visto come il diverso. Una sorta di riflessione sull’alienazione del diverso, dunque questo remake di Carpenter che proprio su questo aspetto preme l’acceleratore (con un sottile, ma neanche tanto riferimento alla razza ariana viste le caratteristiche fisiche dei piccoli protagonisti). Una pellicola che per certi versi rasenta il ridicolo involontario, piuttosto che lo stato di inquietudine e angoscia molto ben presenti nell’originale, invece. A cominciare dall’incipit ci rendiamo conto che questo rifacimento del 1995 ne uscirà sicuramente con le ossa rotte dal confronto con l’originale. Ma le differenze col film del 1960 non sono poche, a cominciare proprio dai protagonisti. Al di là dell’assenza del carisma di Sanders che qui non viene sostituito adeguatamente da nessuno, anche se siamo in presenza di un cast di grido in quegli anni (Christopher Reeve alla sua ultima interpretazione prima dell’incidente e Kristie Alley), è proprio lo stravolgimento di ciascun personaggio a risultare forse esagerato. Al protagonista, allora, si affiancano un’epidemiloga che tenta di studiare il fenomeno, e tanti altri personaggi di contorno (mogli, mariti, preti e così via del tutto assenti nell’originale o se presenti, del tutto secondari). Ma sono sempre i bambini a catturare tutta l’attenzione dello spettatore, questa volta con una novità: sono stati "pensati" come delle coppie, e dunque, pur possedendo tutti lo stesso DNA, sono profondamente legati solo ad uno degli altri componenti il gruppo. Il problema per uno di loro (o forse per tutti gli altri come si vedrà in seguito) è che durante il parto collettivo delle donne di Midwich, uno dei bambini nasce morto, lasciando quindi quello che nasce spaiato. Sarà lui, David, l’eccezione all’interno di questo gruppo di bambini senza sentimenti e senza scrupoli (il riferimento alla mancanza di cattiveria, ma alla naturalità del loro modo di essere contribuisce a renderli ancora più spaventosi), l’unico che sarà in grado di provare delle emozioni e che in qualche modo cercherà di arginare la potenza distruttrice dei suoi compagni. Ci sono anche, però, alcune situazioni riproposte come la mamma che viene costretta a mettere il braccio nell’acqua bollente o l’emblematico muro che il protagonista cerca di frapporre tra i suoi pensieri e le menti dei bambini, per portare a termine il suo piano atto ad eliminare per sempre la minaccia. Ma ancor prima di costruire questo muro il dottore immagina un mare con delle onde molto alte, lo stesso mare in cui sua moglie ha deciso di porre fine alle sue sofferenze di madre "non corrisposta".
Quello che manca però al remake de "Il villaggio dei dannati" è la misura e l’essenzialità che aveva l’originale, qui infatti siamo di fronte ad un numero molto più elevato di morti, di occhiate malefiche, di cattiverie da parte dei bambini. Del resto, è lo stesso Carpenter a suggerirci le sue intenzioni registiche e comunicative, per bocca della mitica Kristie Alley che a sua volta cita Sherlock Holmes: "Quando si è scartato l’impossibile, tutto ciò che resta, per quanto improbabile, può essere la soluzione".

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Saga dei Pirati dei Caraibi – introduzione

IL PIRATA ROCKETTARO ED "EFFEMINATO" FA STRAGE DI SPETTATORI


Una delle saghe più fortunate della storia del cinema è senza ombra di dubbio quella de "Pirati Dei Caraibi" che con i suoi tre capitoli è riuscita a superare record di incassi davvero inimmaginabili. La Disney, infatti, ha saputo puntare su elementi vincenti, come ad esempio il trend dei pirati, tornato di moda proprio grazie a questi film, oltre soprattutto al regista Gore Verbinski (quello de "L’aereo più pazzo del mondo" e del "The ring" americano), in grado di assemblare un cast ammiccante e attraente, ma al tempo stesso ironico e spassoso.

Primo su tutti il mitico Johnny Depp, vero e proprio fulcro, oltre che altro elemento essenziale alla riuscita e all’enorme successo della saga, che con il suo strampalato Jack Sparrow, ispirato a Keith Richards, leggendario chitarrista dei Rolling Stones, dona quel tocco di follia e di divertimento assicurato ai tre capitoli ricchi di avventura, d’azione, d’amore, di battaglie, di strambi e irresistibili pirati. Persino la bella donzella, una giovanissima ma già graffiante Keira Knigthley, assumerà poi un ruolo decisivo per la riuscita delle mirabolanti peripezie in cui si ritroveranno i vari protagonisti. La ragazza, armata di spada, determinazione e coraggio diventerà una vera e propria piratessa, sempre alla ricerca del brivido dell’avventura, oltre che spinta dall’amore per il suo bel "principe". Trattasi di Orlando Bloom, fabbro di professione, ma pirata per discendenza, bravissimo nel maneggiare la spada, un po’ meno i propri sentimenti.

Ma nel corso degli anni, e dei vari capitoli di conseguenza ("Pirati dei Caraibi – La maledizione della prima luna, 2003; "Pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma, 2006; "Pirati dei Caraibi – Ai confini del mondo", 2007), sono tantissimi i personaggi che ci sono susseguiti e richiamati nel corso della narrazione, assumendo ora il ruolo dei cattivi, ora quello degli aiutanti, ora quello dei buoni, ora quello dei traditori, oppure tutti quanti contemporaneamente. Un’esperienza quasi frastornante che però non manca di appassionare e divertire in maniera piacevole e più che godibile sia grandi che piccini, nonché ovviamente i grandi appassionati del genere "avventuroso".

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Scrivimi una canzone





REGIA: Marc Lawrence

CAST: Hugh Grant, Drew Barrymore, Brad Garrett, Kristen Johnston, Campbell Scott, Scott Porter, Haley Bennett

ANNO: 2007

 

Alex Fletcher, ex stella del pop degli anni ’80, ha l’occasione di risalire la china scrivendo una canzone per Cora Corman, pop- star del momento. Gli manca però l’ispirazione, visto che non scrive da 15 anni e non è molto bravo con le parole. A soccorrerlo arriverà la curatrice delle sue piante, che si rivelerà essere una rimatrice perfetta. Tra i due ovviamente, oltre al feeling lavorativo, nascerà l’amore.

 

Una delle solite commedie sentimentali che hanno lo stesso svolgimento e la medesima sfiancante e stucchevole conclusione. I passaggi del film d’amore ci sono tutti: l’incontro, l’attrazione, l’innamoramento, gli ostacoli e i litigi, e poi il romanticissimo ricongiungimento finale. Raccontato così “Scrivimi una canzone”, sembrerebbe un film trascurabilissimo, da cui tenersi cautamente alla larga. E invece così non è, perché accanto a questo scontato, prevedibile e noioso filone narrativo, se ne pone un altro molto più divertente, ironico e spassoso. Trattasi di una vera e propria parodia al mondo del pop,  e della musica in generale e a come spesso non sia il talento a fare il successo di un artista, ma una serie di altre, ridicole, componenti.

Ecco che allora possiamo divertirci con l’interpretazione autoironica di Hugh Grant di questa meteora del pop anni ’80 (ricalcata indubbiamente su alcune star dell’epoca, a partire proprio dagli Wham! di George Michael, visto che il protagonista faceva parte di un gruppo, i Pop!, che poi si era sciolto lanciando solo uno dei due componenti nell’olimpo musicale), che si esibisce in luna park, ristoranti, supermercati, ancheggiando come un forsennato per fomentare un pubblico di donne di mezza età fin troppo entusiaste e nostalgiche di quel periodo, senza contare la possibilità di partecipare ad un reality show tra ex star musicali che dovranno prendersi letteralmente a botte per aggiudicarsi il diritto di cantare sul palco in tv. Ma il sarcasmo e lo sbeffeggio non finisce qui, visto che ci viene proposta anche la figura di una giovane pop-star, assolutamente priva di gusto musicale, ma specializzata in balletti orgasmici, fintamente mistici e spirituali, che stravolge completamente la musica e le parole a lei affidate, cercando di renderle un tormentone “moderno” e vendibile, attorniata da uno staff servizievole e ruffiano. Interessante, anche se sostanzialmente alquanto retorico, il riferimento della protagonista femminile, una graziosa Drew Barrymore, al paragone tra i rapporti d’amore e le canzoni: la musica è il primo approccio, l’attrazione fisica; le parole sono l’interiorità di una persona, la sua anima (ecco perché il titolo originale è molto più indicato: “Music and lyrics”). Tra i due protagonisti, dunque, tutto comincerà proprio dalla musica, per poi arrivare alle parole, scritte dalla ragazza, afflitta da un complesso di inferiorità a causa di una relazione precedente con un professore che ha “rubato” la sua vita per poi farne un romanzo vendutissimo, in procinto di diventare un film. Se non fosse per alcune stupidità di fondo (come quest’ultima), sicuramente evitabili, come molti personaggi di contorno fin troppo stereotipati, tra cui la sorella della protagonista, il suo ex o l’agente del cantante, il tutto sarebbe stato ancora più apprezzabile. Ma ci rimangono una serie di dialoghi brillanti e ficcanti, soprattutto per quanto riguarda questo secondo filone narrativo, e il savoir-faire recitativo di Grant, sempre perfettamente a suo agio in questo particolare tipo di ruoli.

Da non perdere assolutamente l’incipit e i titoli di coda in cui ci viene mostrato un delirante e coloratissimo video musicale (con Hugh Grant vestito e pettinato in maniera assurda che si lancia in balletti strambi e ridicoli), che in maniera simpaticamente kitsch, ritrae l’imperante moda di quegli anni (non solo musicale) e testimonia il successo di questi sgargianti e sfavillanti Pop! nel pieno della loro carriera. Una piccola chicca di cui godere, anche al di là dell’apprezzamento generale della pellicola.

 

 


 

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Toy Story 3 – La grande fuga





REGIA: Lee Unkrich

CAST: Tom Hanks, Tim Allen, Joan Cusack, Don Rickles, Michael Keaton, Timothy Dalton, Whoopi Goldberg

ANNO: 2010

 

Andy, il proprietario di Woody, Buzz e tutti i loro amici giocattoli, è ormai diventato grande e sta partendo per il college. Cosa fare allora dei suoi vecchi giochi? Regalarli, lasciarli in soffitta o buttarli? Per un equivoco di buste e cartoni, i malcapitati si ritroveranno in un asilo governato da giocattoli malefici e dittatoriali. Saranno costretti perciò ad una grande fuga per la libertà.

 

Difficilmente quando si ha a che fare con saghe cinematografiche, animate e non, con l’andare del tempo e dei capitoli si ottengono risultati apprezzabili o comunque all’altezza dei primi lavori. “Toy Story 3 – La grande fuga”, è, invece, un film magico sotto molti punti di vista. Una delle prime grandi magie è proprio quella di sfatare l’esistenza di questa sorta di “trand discendente”, trattandosi molto probabilmente del miglior episodio della saga, oltre che, preso singolarmente, di un film che lascia lo spettatore altamente soddisfatto e felice della visione. Perché, effettivamente, la vera e propria magia di “Toy Story 3 – La grande fuga”, è proprio quella di catturare e imprigionare in una visione infantile e adulta al tempo stesso, proprio come i protagonisti del film sono catturati e imprigionati in un asilo molto particolare. Ciò avviene perché la grande forza di questo film risiede nel suo essere al tempo stesso semplice nella “morale di fondo” (la vita è fatta di tappe e, per quanto possa essere doloroso, arriva il momento in cui bisogna procedere lungo il cammino, abbandonando le cose care che hanno contrassegnato i momenti precedenti), ma anche altamente articolato nel suo impianto narrativo, formale e registico. Non saranno sicuramente i più piccini a cogliere la grandiosità di questi aspetti, tutti presi ovviamente dalle avventure rocambolesche e fantastiche che vedranno coinvolti i famosi giocattoli. Ma un pubblico più educato al cinema, seppur non in maniera necessariamente approfondita, non potrà non cogliere le varie citazioni cinefile che coinvolgono nella narrazione di questa grande fuga vari generi cinematografici, a partire appunto dall’escape-movie, toccando però anche altre tipologie cinematografiche, come la commedia e, in certi frangenti, addirittura l’horror. Un richiamo che non si ferma al tipo di narrazione e alle situazioni che la compongono (la fuga dall’asilo, i vari siparietti comici tra i diversi protagonisti giocattoli, la presenza di un bambolotto dall’occhio pendente che si avvicina minacciosamente ai personaggi che tentano la fuga, ecc…), ma che va a contrassegnare anche la straordinaria regia che si avvale di inquadrature e movimenti di macchina, tipici proprio dei generi succitati oltre che la colonna sonora (straordinarie le inquadrature dall’alto durante le “rivolte” all’interno dell’asilo-prigione, ad esempio).

Ecco che allora questa magia di “Tory Story 3 – La grande fuga” rappresenta totalmente la magia del cinema stesso, proprio perché sono numerose e contrastanti le sensazioni e le emozioni che riesce a trasmettere allo spettatore che passa da momenti in cui è ammutolito per la suspense, ad altri in cui è commosso quasi fino alle lacrime, ad altri in cui le lacrime gli vengono provocate dalle risate che certi personaggi e certi momenti suscitano in abbondanza. Come non chiamare in causa i nuovi “arrivati” che si affiancano ai vecchi protagonisti (abbiamo ancora il coraggioso e fedele Woody, l’unico che Andy avrebbe portato con sé al college, il forzuto e timido Buzz, la cavallerizza Jessie, Mr. e Mrs. Potato, il dinosauro Rex e tanti altri ancora), tra cui un Ken inarrestabile e divertentissimo, che col suo nutrito e ridicolo guardaroba, le sue movenze e le sue battute suscita uno stato di ilarità irrefrenabile? Non sono da meno un’apparentemente stupida e slavata Barbie, che al momento giusto tira fuori motti e citazioni di non poco conto, un malefico orsacchiotto rosa profumato alla fragola, Lotso, a capo del regime dittatoriale della prigione-asilo e un triste e mesto clown, Chuckles, che non sorride mai, o quasi.

Tutti insieme ci accompagneranno in questo meraviglioso viaggio che ha il pregio di appassionare come solo le grandi avventure riescono a fare e che, in un certo senso, riesce ad essere metafora della vita e della crescita umana, con particolare rilievo sull’importanza capitale dei rapporti interpersonali e degli affetti collezionati lungo il cammino, gli unici in grado di renderci in grado di affrontare qualsiasi tipo di avversità, anche le più insuperabili. A tal proposito, rimarrà nella storia del cinema d’animazione, e non solo, la straordinaria e commovente sequenza dell’inceneritore in cui il semplice gesto di prendersi per mano sarà in grado di trasmetterci una forte emozione tanto da desiderare di tornare a casa e compiere lo stesso gesto con le persone a noi più care. Sembrerà stucchevole e retorico, ma al momento della visione, così non è affatto. Ecco, dunque, l’ulteriore, e non ultima, magia di “Toy Story 3 – La grande fuga”.

 

VOTO:


 


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Premio Dardos


Ringraziamo i blog Acquitrini cinematografici, Cinemaleo’s Blog e A Gegio film per la nomination di C’era una volta il cinema al premio DARDOS.
Il premio DARDOS viene assegnato dai bloggers a quei blog meritevoli per i contenuti di carattere culturale, etico e/o letterario.

è previsto un semplice regolamento. Chi viene nominato negli elenchi è invitato a:

1) accettare e comunicare il regolamento, visualizzando il logo del premio;
2) linkare il blog che ti ha premiato;
3) premiare altri 15 blog meritevoli (compreso quello che vi ha premiati, se volete), avvisandoli del premio.

Di seguito ecco i nostri premiati (in ordine rigorosamente sparso):

Aquitrini cinematografici

Cinemaleo’s Blog

A Gegio film

Cinedrome

Cinemystic

A colpo sicuro 

Cineroom

Coccinema

Eyes Wide Ciak!

Il piacere degli occhi

La finestra sul cortile

Riflesso cinefilo

SlowFilm

Tomobiki 

Una vita da cinefilo

Lost 1x 19 Deus ex machina

Lost 1×19 "Deus Ex Machina"

L’episodio si apre direttamente con le immagini del flashback di Locke, personaggio al quale è dedicato l’episodio, in cui l’uomo, impiegato in una megastore, viene spiato da una strana signora. Si tratta di sua madre che lo sta inseguendo per rivelargli le sue vere origini (addirittura gli confesserà di essere il frutto di un’immacolata concezione, il tutto facente parte, scopriremo dopo, del malefico piano di Anthony Cooper). Sull’isola, invece, Locke, affiancato dal sempre fedele Boone, cerca di aprire quella maledetta botola, dicendo al ragazzo di continuare ad avere fede, leitmotiv del personaggio e anche di una delle due anime dell’intero telefilm. Nemmeno il trabucco costruito con tanta fatica riuscirà a distruggere la portella della botola, anzi, ferirà la gamba di Locke che si ritroverà nuovamente senza sensibilità agli arti inferiori. Ma l’uomo non si dà per vinto, anzi, continua a ripetere che “l’isola ci dirà cos’altro fare”. L’episodio, infatti, bellissimo sia dal punto di vista narrativo che da quello emotivo, è importantissimo (uno dei più rilevanti di tutte le sei stagioni), proprio perché viene per la prima volta ribadito e approfondito il rapporto esemplare e molto particolare di John Locke con l’isola sulla quale si è ritrovato a camminare nuovamente a vivere profonde esperienze. Nei flashback, invece, gli autori giocano a stimolarci con l’eventuale causa della paralisi di John. Dapprima lo vediamo vittima dell’investimento di un’auto nel parcheggio del megastore dove insegue la madre, poi vittima della vera e propria tragedia della sua vita: la donazione del rene al padre che l’ha plagiato e gli ha fatto credere di volergli bene e di accettarlo come figlio. Per la prima volta facciamo la conoscenza di uno dei personaggi più spregevoli dell’immenso parterre lostiano, trattasi, appunto, di Anthony Cooper, il truffatore senza scrupoli e senza sentimenti che contribuirà a distruggere le vite di almeno un paio dei personaggi principali di “Lost”. Ma lo spettatore deve mettersi l’anima in pace, dovrà passare molto tempo prima di scoprire il motivo per il quale Locke si trovava su una sedia a rotelle.

Per stemperare la serietà e l’importanza di questi avvenimenti, abbiamo anche una leggerezza di toni con Sawyer che sulla spiaggia si lamenta dei suoi continui mal di testa e con Kate che puntualmente si intromette chiedendo consiglio a Jack, riluttante perché non vuole beccarsi un altro soprannome o una battuta sarcastica. Sarà ciò che avverrà effettivamente. Il dottore si recherà dal ragazzone domandandogli: “Sei sensibile alla luce?” e ricevendo come risposta “Sono sensibile a te”. Quando le cose si faranno più serie, però, James si recherà alle grotte e verrà sottoposto ad un imbarazzante interrogatorio sulle sue abitudini sessuali, proprio di fronte a Kate, nonostante il dottore sapesse già che si trattasse di un semplice problema di vista. Jack si prende la sua ripicca allora! Ma subito dopo, da vero “eroe buono” quale è, si reca sulla spiaggia con una serie di occhiali da far provare a Sawyer. Sarà il “McGuyver” Sayid a costruire il paio adatto al ragazzo. Finalmente saranno gli altri, in questo caso Hurley, a poter fare battute su Sawyer: “Qualcuno qui sembra meglio di Harry Potter!”. Tornando a Locke, indimenticabile rimane il suo incubo-visione, in cui vede l’aereo nigeriano precipitare, Boone insanguinato che continua a ripetere “Teresa cade salendo le scale, Teresa cade scendendo le scale” e sua madre indicare il cielo. “L’isola ci manderà un segno. Ora viene messa alla prova la nostra fede”, aveva detto poco prima a Boone ed ecco arrivargli il suddetto segno. Decide di partire alla ricerca dell’aereo e, dopo essersi imbattuto nel cadavere scheletrico di un prete nigeriano e aver confessato per la prima volta il suo segreto a qualcuno, alla fine trova l’aereo, impossibilitato ad arrampicarsi sull’altura in cui si trova, perché ormai completamente privato, nuovamente, della sensibilità alle gambe. Sarà il ragazzo, allora, a doversi arrampicare: quello che troverà sarà apparentemente inutile. Incontriamo per la prima volta le famose statuette della Madonna contenenti eroina, le stesse che tanto faranno penare il povero Charlie. Ma la cosa più allucinante sarà il ritrovamento della radio e la stramba richiesta di aiuto da parte di Boone. Il ragazzo si presenterà come sopravvissuto del volo 815, ma dall’altro capo della radio una voce misteriosa risponderà: “Siamo noi i sopravvissuti del volo 815!”. Un ulteriore, grande mistero si aggiunge a tutti gli altri! Ma l’aereo non reggerà e precipiterà dall’altura schiacciando il povero ragazzo sotto il suo peso. Locke lo porterà a fatica alle grotte, scomparendo subito dopo e lasciando il dottore nell’indeterminatezza sulle dinamiche dell’incidente.

E’ qui che arriva una delle sequenze più strazianti, emozionanti ed indimenticabili dell’intero telefilm: si parte dal flashback col risveglio di Locke in ospedale e con la constatazione di essere stato truffato dal padre, la persona a cui si era affidato, per poi finire sull’isola con un Locke dilaniato dalla disperazione e dal senso di colpa, che continua a piangere e a sbattere i pugni sulla botola fino a quando, “magicamente” si illuminerà, illuminando di rimando l’uomo stesso. Ma è una la battuta che riecheggia nelle orecchie dello spettatore, ed è pronunciata proprio dalla mamma di Locke: “Voglio dirti che sei speciale. Che sei molto speciale. Che fai parte di un disegno”. Ce ne renderemo effettivamente conto col passare degli episodi e delle stagioni, dimostranti l’importanza capitale di un personaggio indimenticabile come John Locke e il suo essere il cuore pulsante di “Lost”.

  • Titolo originale: Deus Ex Machina
  • Diretto da: Robert Mandel
  • Scritto da: Carlton Cuse e Damon Lindelof
  • Episodio dedicato a: Locke

Mistei dell’episodio: 1) Chi o cosa provoca la visione premonitoria di Locke? 2) Da dove proviene quell’aereo nigeriano? 3) E’ davvero un prete lo scheletro trovato da Locke e Boone con in tasca un sacco di soldi? 4) Chi risponde alla richiesta di aiuto di Boone? 5) Com’è possibile che dica di essere uno dei sopravvissuti del volo 815? 6) Sono stati gli others ad intercettarlo? 7) Com’è finito Locke sulla sedia a rotelle? 8) Chi ha illuminato la botola sulla quale Locke si reca a piangere?

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Them





REGIA: David Moreau, Xavier Palud

CAST: Olivia Bonamy, Michael Cohen

ANNO: 2006

 

Due giovani sposi francesi, che vivono in una villa alla periferia di Bucarest, una notte vengono colti da una serie inaspettata di avvenimenti misteriosi e inquietanti. Ben presto si troveranno vittime e prigionieri di alcune presenze oscure e spietate.

 

Appartenente al filone ormai soprannominato novuelle vague horror, questo film francese di Moreau e Palud, riesce ad inquietare e letteralmente terrorizzare lo spettatore senza far ricorso a facili espedienti o abusati effetti speciali. Tutto risiede nel mistero dei terribili usurpatori della tranquillità e della felicità di questa coppia di giovani e affascinanti novelli sposi. E’ così che, dopo un incipit alquanto orroristico (una madre e una figlia si fermano con la macchina in panne di notte nel bosco e ad un certo punto, una scompare e l’altra viene ammazzata da qualcuno di cui non si vede e non si sa nulla), veniamo immessi nella vera e propria vicenda principale. L’abitazione, enorme e ancora in costruzione, dei due protagonisti diventa presto il teatro dell’orrore e del sadismo di questi personaggi che incarnano il terrore dell’ignoto e dell’imponderabile. Non li vedremo mai, se non come ombre di sfuggita, e poi nel finale in cui lo svelamento della loro natura e della loro identità ci lascerà senza parole e con la sensazione di angoscia e inquietudine ancora maggiore rispetto a quella avuta durante la visione.

I topoi classici del racconto dell’orrore vengono quasi tutti rispettati: luci che si spengono e accendono da sole, porte che sbattono apparentemente senza che nessuno le tocchi, corridoi lunghi e asfissianti percorsi dai protagonisti in balia del panico più totale, automobili che cambiano di posizione, corse nel bosco in piena notte (le riprese a mano in questo caso sono davvero funzionali al racconto e all’intento di spaventare e terrorizzare lo spettatore), cunicoli sotterranei luridi e impraticabili e via di questo passo.

La forza di “Them” allora, non è tanto nei mezzi tecnici, ma quanto nelle idee, nella forza dei contenuti e nella semplicità dei mezzi per esprimerli. Grazie alla discretezza dei due registi che preferiscono rimanere equilibrati, piuttosto che strafare con soluzioni narrative, estetiche, registiche e tecniche che avrebbero resto il tutto un baraccone, piuttosto che un esempio apprezzabile di horror elegante e coinvolgente, “Them” si differenzia dai colleghi del genere e si fa ricordare non solo per il finale raggelante, ma anche per il ritmo mai calante dell’azione, tra inseguimenti vari e reciproci, e per la raffinatezza del racconto. Non mancano sicuramente i soliti riferimenti ai personaggi tipici di questo genere di pellicole, che si separano quando meno dovrebbero, che vanno nei posti più impensabili e pericolosi, che quasi si tuffano incontro ai pericoli più evitabili, che, insomma, non riescono in alcun modo a gestire la situazione, anche se si tratta di una situazione a dir poco sconvolgente e fulminea nel suo degenerare.

Quello che più stupisce sono le scritte che compaiono nel finale, che ci mettono al corrente del fatto di aver visto una storia ispirata a fatti veri, cosa che contribuisce ad accrescere il senso di disagio per quanto appena terminato di osservare sempre più partecipi e coinvolti.

Dopo “Alta Tensione” e insieme a “Frontiers”, “Martyrs”, “A l’interieur”, anche “Them” si affianca alla tradizione orroristica francese che si è fatta conoscere ed apprezzare anche oltralpe e oltreoceano. Una tradizione che speriamo non si fermi qui, ma continui a partorire pellicole dalle idee e dai contenuti così interessanti, particolari e ispirati.


 


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