Festival di Roma 2010: Martin Scorsese e la sua Dolce Vita

Evento molto atteso, l’incontro col grande regista Martin Scorsese è stato entusiasmante e pieno di passione ed emozione, considerando tra l’altro che si trattava del restauro di una pellicola entrata, giustamente, nella storia del cinema come “La Dolce Vita”, capolavoro felliniano senza età che ancora continua ad appassionare maree di spettatori, giovani e meno giovani, e che quindi ancora fa discutere e riflettere.

Il grande talento dell’indimenticabile Fellini è stato abbondantemente omaggiato sia dalla proiezione di alcuni spezzoni del film recuperati, sia da Scorsese stesso che ha descritto i suoi sentimenti nei confronti del film in questione:
“Io penso che ci sia un prima e un dopo “La Dolce Vita”, che è stato dunque un film rivoluzionario. Un film che ha rotto le regole di narrativa e ha spronato la società americana ad essere onesti sullo schermo. Negli anni 50’-60’ ci sono stati molti film considerati epici o stellari, come “Ben Hur”, “Spartacus”, “Il giro del mondo in 80 giorni”, ma nessuno è arrivato al livello di intensità, intelligenza e maturità de “La Dolce Vita”.
Quando vedi un film di Fellini è come essere di fronte ad un’opera d’arte di Michelangelo o di Caravaggio, ogni film si avvicina sempre più ad un mondo dipinto. Il senso di continuità è fondamentale per le generazioni future. Senza passato non c’è futuro. Ecco perché cerco di indirizzare i giovani filmakers verso il cinema che mi ha ispirato”.
Quando gli viene chiesto, poi, qual è il personaggio del film che più ha amato e che più l’ha ispirato, non ha avuto dubbi:
“Il personaggio interpretato da Mastroianni è il mio preferito per il suo fascino e il suo sguardo alla fine del film che può essere interpretato in diverse maniere. Fellini, in un certo qual senso, con i suoi grandi personaggi ha ispirato il caos dei personaggi che ho posto al centro di film come “Casinò” e anche in un certo senso di “Boardwalk Empire”.
E noi spettatori non possiamo far altro che pendere dalle sue labbra, respirando tutto l’entusiasmo che lo lega al suo lavoro e tutta la passione che da sempre ha messo, e continua a mettere, in esso.

In partenza per Roma


Per dieci giorni questo blog sarà chiuso perchè la redazione si sposta a Roma in occasione della quinta edizione del Festival Internazionale del Film. Vi aggiorneremo sulle proiezioni, gli eventi, gli incontri, le conferenze stampa, le curiosità, qualsiasi cosa insomma, tramite i siti
www.livecity.it e www.supergacinema.it.
Con la speranza di respirare cinema a pieni polmoni 24 ore su 24 e di trasmettervi lo stesso entusiasmo che anima me e i miei colleghi, vi invito a seguirci e vi auguro una buona lettura dei post già pubblicati su questo blog, in attesa di aggiornamenti al mio ritorno.

Crimen

REGIA: Mario Camerini
CAST: Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Franca Valeri, Silvana Mangano, Dorian Gray,
ANNO: 1961
 
A Montecarlo si indaga sull’omicidio di un’anziana signora. Ad essere sospettati sono cinque italiani recatisi sul posto per svariati motivi e tutti in qualche modo collegati all’accaduto. Il loro carattere poco fiducioso nei confronti della giustizia e il loro voler restare fuori dai guai li condurrà ad una serie di equivoci non indifferenti. Alla fine tutto si risolverà e i cinque impareranno a fidarsi delle autorità, salvo poi ricadere in “disgrazia” per eccesso di zelo.
 
Un simpaticissimo e irresistibile giallo-comico questo di Mario Camerini che assembla un cast non indifferente e si avvale di alcuni espedienti comici davvero molto divertenti. Al centro dell’attenzione ci sono tre coppie molto differenti tra loro che, direttamente o meno, si ritrovano coinvolte in un omicidio misterioso e sinistro. E’ questo il “crimen” che dà il titolo alla pellicola, piccolo espediente (una sorta di mcguffin hitchockiano se vogliamo esagerare con le interpretazioni) che serve per dare spazio alle tre digressioni che riguardano ciascuna coppia e, soprattutto, al racconto umoristico, ma anche sarcastico, di molte delle caratteristiche dell’italiano medio di allora (del resto Alberto Sordi, primo esponente in assoluto di questo genere di personaggi, più volte all’interno del film ripeterà: “Facciamoci sempre riconoscere!”). Ecco che allora avremo a che fare con due semplici e ingenui coniugi, in viaggio per riscuotere la ricompensa dovuta al ritrovamento del cane appartenente alla vittima, sempre restii ad ammettere qualsiasi cosa li riguardi (persino che sono marito e moglie) e sempre colti in fallo (bravissimi Nino Manfredi e Franca Valeri nel dare vita a questi due personaggi che contrassegnano la prima parte del film, quasi interamente ambientata di notte tra le strade di una Montecarlo più scura che mai). A seguire altri due coniugi stanchi di lavorare per un padrone e decisi in tutto e per tutto a vincere una somma ingente al casinò per potersi aprire un’attività di parrucchiere per uomo e per donna in proprio, soffocati dunque dalle loro aspirazioni e incapaci di raggiungere il proprio obiettivo se non seguendo questa facile scorciatoia (grandi anche Silvana Mangano e Vittorio Gassman che però sono protagonisti del segmento più debole dei tre). Per finire arriva la coppia più rappresentativa dell’intento dissacratorio e ironico del regista, quella composta da un giocatore incallito, apparentemente guarito dalla sua ossessione e dalla moglie estremamente trascurata che decide di tuffarsi nelle braccia di un altro (l’inarrestabile Alberto Sordi che si pone una spanna su tutti gli altri e la bellissima Dorian Gray, che ci regalano al tempo stesso i momenti più divertenti, ma anche più rappresentanti della volontà di comunicare una determinata predisposizione tutta italiana alla cialtroneria e all’ipocrisia).
Numerosissime sono le gag a stampo comico che si concentrano su determinati elementi della narrazione che arrivano a sconquassare e distruggere il seppur flebile castello di bugie e sotterfugi costruiti dai vari protagonisti per evitare di essere coinvolti nelle indagini. Una valigia, il cane della vittima, un pacco di fiammiferi, una fish del casinò e così via fino a giungere ad un finale davvero delizioso e al tempo stesso spassoso che si riallaccia all’incipt nel quale i tre protagonisti maschili vengono indicati come colpevoli di un crimine non ben indicato, così come tutte e tre le digressioni si allacciano perfettamente tra loro, grazie ai vari incontri, casuali o meno, che avvengono tra i vari protagonisti.
“Crimen”, dunque, partendo da una base giallistica, la cui soluzione è volutamente di una semplicità allarmante a dispetto dei mille equivoci creati dai protagonisti, riesce ad essere una perfetta commedia all’italiana, arricchita sì dalla presenza dei suoi maggiori rappresentanti, ma anche da uno spirito e una verve che la contrassegnano più che positivamente e la rendono meritevole di accostarsi ai più grandi esponenti del genere, fiorito ed esploso in una stagione cinematografica, ahinoi, mai più riproducibile.  

Cattivissimo me

REGIA: Pierre Coffin, Chris Renaud

CAST: Steve Carrell, Julie Andrews, Miranda Cosgrove, Jason Segal, Russel Brand, Will Arnett, Ken Jeong, Danny McBride, Kristen Wiig

ANNO: 2010

Gru è un incallito criminale che vive in un quartiere lindo e rispettabile. Quando scopre che c’è un ladro in grado di sostituire le piramidi con dei gonfiabili, decide che è arrivato il momento di mettere in atto il suo malefico piano: rubare la luna. Ad ostacolarlo arrivano tre orfanelle che gli vengono affidate e che presto scalfiranno la sua scorza da cinico e duro.

Negli ultimi anni siamo stati abituati, per quanto concerne il mondo dell’animazione, ad una sorta di “oligarchia” comprendente la Pixar e la Dreamworks. Sorprende, dunque, il successo che ha riscosso questo “Cattivissimo me” che non appartiene a nessuna delle due casi di produzione, situandosi, anche metaforicamente, nel mezzo. La Universal, dunque, segna un punto a suo favore sfornando questa pellicola molto godibile, divertente e a tratti comunicativa. Certo è che il film in questione non raggiunge gli alti livelli che la Pixar riesce a sostenere grazie ad una perfetta commistione tra elementi puramente fanciulleschi e infantili e altri a dir poco adulti e maturi (sia a livello di storie narrate che di modo in cui narrarle). Bisogna ammettere, però, che questo “Cattivissimo me”, pur essendo attraversato a volte da un’ironia forse troppo semplicistica e immediata (insomma quella che fa ridere molto i bambini e un po’ meno gli adulti) e da una stucchevolezza di fondo non coadiuvata da una sceneggiatura robusta e da un impianto formale in grado di stemperarla; riesce a soddisfare gli spettatori più piccoli e meno piccoli principalmente grazie all’ottima figura, ben delineata, del protagonista. Sono le sfumature che compongono il carattere cinico, cattivo e bastardo di Gru a risultare più accattivanti e godibili, anche quando pian piano comincia a togliersi quella corazza che l’ha reso insensibile e quasi sadico (spesso si diverte nel far soffrire gli altri, come dimostra l’incipit in cui costruisce un palloncino per far sorridere un bambino intristito a causa della caduta del suo gelato, e poi lo fa scoppiare sghignazzando). E’ a livello d’azione, poi, che risulta più avvincente, con una serie di peripezie compiute per raggiungere un vero e proprio sogno nel cassetto, quello di conquistare la luna (metafora neanche troppo velata sul carattere forse troppo illusorio dei sogni fanciulleschi e del desiderio di raggiungere sempre più alte vette, magari decisamente irraggiungibili), ma anche, e soprattutto, di dimostrare qualcosa ad una madre fin troppo fredda ed esigente (i flashback del protagonista da bambino sono molto illuminanti al riguardo, oltre a costituire un perfetto background alle azioni presenti dell’uomo sgradevole anche alla vista). La caratterizzazione fisica di Gru è l’altro elemento positivo della pellicola, proprio perché così come il suo carattere, il suo naso è aguzzo e puntiglioso, caratteristiche esteriori che veicoleranno poi il suo cambiamento interiore, così come dimostra l’utilizzo che Gru farà del suo naso alla fine del film (servirà per raccontare storie e avventure alle bambine che in lui hanno trovato sorprendentemente una figura paterna). E’ infatti il rapporto genitori-figli che sta indubbiamente alla base del racconto, così come si intuisce dalle differenti maniere di narrarlo riguardanti Gru e la madre prima e gru e le “figlie” dopo. Come a voler dire che il modo di essere genitore, in qualche modo deriva da come si è stati figli. Le debolezze, invece, si riscontrano nella caratterizzazione dei “cattivi” e nel susseguirsi di una serie di gag dallo stampo comico poco amalgamate con il resto della narrazione (si pensi soprattutto a quelle riguardanti i minions, piccoli aiutanti di Gru). Fatto sta però che il film gode di un grande cast di doppiatori, riferendoci alla versione originale ovviamente, composto da alcuni dei migliori attori comici del panorama americano e non, come Steve Carrell per Gru, Jason Segel per Vector (il nemico numero uno del protagonista, forse il personaggio più debole di tutti però), Russel Brand per il Dr. Nefasto e Ken Jeong per lo scenziato (si aggiungano anche i nomi di Will Arnett, Julie Andrews, Miranda Cosgrove e Danny McBride).

E se la luna non riuscirà proprio a rubarla, il nuovo Gru si accontenterà di guardala con le persone che ama di più. Della serie che spesso continuare a sognare è ancora meglio che raggiungere a tutti i costi il proprio sogno: ciò vorrebbe dire, infatti, che non ci sarebbe più nulla per cui sperare.

VOTO:


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Splendor

REGIA: Ettore Scola

CAST: Marcello Mastroianni, Massimo Troisi, Marina Vlady, Paolo Panelli, Giacomo Piperno

ANNO: 1988

Jordan, gestore del cinema Splendor in quel di Arpino, si ritrova a dover affrontare la crisi del cinema a causa della preponderanza della televisione e dell’impoverimento culturale che si abbatte sulla settima arte. Ad affiancarlo un’avvenente collaboratrice e un proiezionista sognatore e idealista.

Film molto particolare e non da tutti apprezzato, “Splendor” si affianca a due altre pellicole del 1988 ambientate nel mondo della settima arte e in un cinema come vero e proprio luogo fisico. Trattasi del ben più famoso e amato “Nuovo Cinema Paradiso” di Tornatore e del meno conosciuto “Via Paradiso” di Odorisio.

Pur mancando di una carica emotiva e trascinante come quella che contrassegna molto positivamente il capolavoro di Tornatore, questo “Splendor” colpisce per la profondità del punto di vista, dello sguardo sul tema affrontato, della precisa volontà di raccontarne ogni risvolto, sia narrativamente parlando, che formalmente. Tant’è che spesso siamo posti di fronte ad inquadrature dei protagonisti di schiena, quasi come se stessero guardando un film anche quando stanno facendo altro, ma non solo. Esplicativi al riguardo risultano essere l’incipit e il finale in cui uno sgabello posto di fronte allo schermo mostra alla perfezione il rapporto che si viene a creare tra protagonista e oggetto del suo sguardo, sia dal punto di vista materiale (cioè lo schermo vero e proprio), sia dal punto di vista narrativo (il film proiettato in esso). Un vero e proprio esempio di cinema metacinematografico che racconta puntigliosamente, e forse un po’ troppo cinicamente e pessimisticamente, della morte di un’arte o comunque della fine della sua grandezza (“E’ il cinema che è diventato piccolo”, diceva la mitica Gloria Swanson, qui apostrofata dal grande Massimo Troisi in un personaggio molto delicato e suggestivo).

Raccontando le vicende personali e professionali dei tre protagonisti, Troisi appunto (proiezionista che vive sempre nel sogno del cinema, citando spezzoni di film adattandoli alla vita vera ed entusiasmandosi per le storie e le avventure in esso narrate), Mastroianni (nel ruolo del gestore sempre più pessimista nei confronti del futuro della sua professione e del cinema intero, cinico e arreso all’inevitabile) e Marina Vlady (nel ruolo di Chantal l’avvenente bigliettaia, motivo di attrazione, più dei film stessi, per molti avventori e clienti dello Splendor, tra cui un perfetto Paolo Panelli); Ettore Scola decide di raccontare, invece, lo stato del cinema del passato, del presente e del futuro, secondo le sue previsioni basate sull’andamento di allora.

Sono molti gli elementi che ci fanno ricondurre il senso del film ad uno sguardo molto nostalgico e di rimpianto sul cinema del passato (le proiezioni per strada molto affascinanti e aggreganti, i capolavori mai più eguagliati come “Metropolis”, “Il posto delle fragole”, “Il sorpasso”, “La grande guerra” e tanti altri), cinema mai più riproducibile in un contesto  influenzato dal carattere sempre più preponderante della tv e al disinteresse sempre più crescente della gente. Non è un caso che di tutti i capolavori proposti all’interno della pellicola, vengano mostrati quasi sempre i finali, quasi a voler metaforizzare una conseguente “fine” del cinema nella sua interezza, nella sua vera essenza.

Tant’è che all’inizio le digressioni in bianco e nero sul passato glorioso dello Splendor (anche in questo caso viene narrata una delle qualità più straordinarie che il cinema possiede e cioè la capacità di aggregazione sociale e culturale di cui sopra), sono molto più numerose e corpose, per poi via via lasciare spazio al presente a colori, ma paradossalmente molto più sbiadito.

Certo è che il pessimismo di Scola nel raccontare dell’arte di cui e per cui ha vissuto, non si risolve in un imbocco di una strada a senso unico, così come dimostra il delicato, effettistico e citazionistico finale in cui la salvezza di un’arte sicuramente “ferita”, arriva proprio dal paragone con uno dei suoi più grandi esponenti, lo straordinario “La vita è meravigliosa”. Di contro, però, Scola, forse un po’ troppo insistentemente (ed è probabilmente questo uno dei pochi difetti che si possono imputare alla pellicola, cioè quella di essere fin troppo schematica e insistente nel rimarcare la tesi di fondo da cui è percorsa), con una battuta affidata al disincantato Troisi, rimescola, forse anche latentemente, le carte in tavola: “Certe cose capitano solo a Natale”, dice infatti il proiezionista riferendosi sì al film con James Stewart, ma anche al carattere illusorio e utopistico di questa salvezza miracolosa.


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Innocenti bugie

REGIA: James Mangold

CAST: Tom Cruise, Cameron Diaz, Paul Dauno, Peter Sarsgaard, Maggie Grace, Viola Davis

ANNO: 2010

June sale su un aereo a bordo del quale c’è una spia, Roy, che mette ko tutti i passeggeri e anche i piloti. Gli agenti dell’FBI che le si avvicineranno quando tornerà a casa, portata in salvo da Roy,  le diranno che si tratta di un traditore che sta cercando di vendere un’importantissima scoperta scientifica, una fonte di energia illimitata. La donna si ritroverà suo malgrado coinvolta in una serie di fughe e inseguimenti, senza riuscire mai a capire da che parte stare.

E’ difficile capire da che parte stare anche per lo spettatore. Spogliarsi di qualsiasi pretesa e prendere il film per quello che è, una semplice e anche alquanto scontata opportunità di vuoto e basico intrattenimento? Oppure non lasciarsi trascinare dalla faciloneria del racconto e pretendere maggiore qualità? Del resto è lo stesso film che sembra non prendersi troppo sul serio, scadendo il più delle volte nel ridicolo e nel comico, senza preoccuparsi di amalgamare in maniera più organica la componente puramente action, a quella più spassosa e, infine, a quella sentimentale. Pur “spegnendo il cervello”, quindi, è difficile riuscire a non notare il forte disequilibrio esistente tra la volontà di rifarsi ai film dello stesso genere degli anni passati e quella di mescolare una sorta di screwball comedy con una storia di spie e controspie. Se non si è Hitchcock, insomma, difficile che il risultato sia del tutto soddisfacente. Ma tralasciando paragoni impossibili e fuori luogo, si può dire che tutto sommato “Innocenti bugie” (titolo italiano del ben più appropriato “Knight & day”, che tra l’altro costituisce anche un simpatico gioco di parole), riesce a divertire in più di un’occasione e ad essere piacevolmente spettacolare in altre. Ecco che allora, seppur quasi slegati tra loro, come se fossero state incasellati tanto per arrivare ad una serie di sequenze dal sapore ironico e al tempo stesso movimentato, ci sono dei momenti che fanno sorridere e altri che soddisfano i palati meno fini in cerca di fracassonate. Trattasi di una serie di inseguimenti più caotici e roboanti che mai, frammisti a momenti assurdi e surreali e a ripetuti meccanismi narrativi che strappano, o tentano di farlo, la risata (i continui svenimenti della donna drogata dalla spia, il riferimento ai costumi da bagno che a turno uno fa indossare all’altro durante i loro “black-out”, il continuo cambio di prospettive circa l’innocenza o meno del protagonista). Si aggiunga il carattere ampiamente gigionesco e autoironico dei due attori protagonisti che giocano a prendersi in giro e a prendere in giro, di rimando, il contesto cinematografico dal quale sono emersi, con una serie di personaggi molto simili a quelli che interpretano in questo film. Un Tom Cruise più testosteronico che mai, ma al tempo stesso ammiccante e affascinante si accompagna con una simpaticamente stralunata Cameron Diaz, pesce fuor d’acqua all’inizio e donna di polso alla fine.

Certo è che bisogna accontentarsi proprio di poco per riuscire ad apprezzare, seppur minimamente, un film in cui tutti i personaggi di contorno sono trasparenti, se non estremamente caricaturizzati (si pensi al trafficante d’armi spagnolo che vuole acquistare la potente scoperta scientifica), e in cui lo svolgimento e la conclusione sono di una prevedibilità sconcertante. Tralasciando la vacuità delle varie ambientazioni europee che fanno da cartolina alle avventure rocambolesche dei due (corse in moto inseguiti dai tori della corrida in quel di Siviglia, pedinamenti notturni e corse sui tetti in quel di Salisburgo), si rimane meravigliati dell’enorme spreco di attori validi e apprezzabili in ruoli del tutto marginali e svuotati di ogni importanza (Paul Dauno, Viola Davis e Peter Sarsgaard su tutti).

Insomma, non proprio un completo disastro, ma un piccolo passo indietro di un regista come James Mangold, che non ha mai sfornato capolavori, ma ha dato vita a pellicole molto interessanti e particolari come “Ragazze Interrotte” e “Identità”.  

Inutile sottolineare il fatto che, al cospetto della possibilità di creare qualcosa di più originale evitando la banale e scontata storia d’amore tra i due e continuando, invece, sulla falsariga iniziale del sospetto e dell’estraneità della biondina svampita ai meccanismi spionistici; non si è colta l’occasione e ci si è adagiati comodamente e semplicisticamente su un terreno apparentemente fertile, ma in sostanza alquanto arido.

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The town

REGIA: Ben Affleck

CAST: Ben Affleck, Jeremy Renner, Rebecca Hall, Jon Hamm, Chris Cooper, Blake Lively, Titus Welliver

ANNO: 2010

Doug fa parte di una banda di rapinatori di banche. Durante un colpo rapisce la direttrice della banca per poi lasciarla andare. Avendo paura di un coinvolgimento della donna con l’FBI, comincia a frequentarla per scoprire se sta informando la polizia sulla sua identità e su quella dei suoi complici, nonostante fossero mascherati al momento della rapina. Tra i due nasce qualcosa e questa sarà l’ulteriore molla che spingerà Doug a desiderare di cambiare vita e di uscire dal micro-mondo in cui si è trovato suo malgrado. Ma non sempre i desideri sono di facile attuazione…

Ancora una volta Ben Affleck decide di approfondire il suo sguardo sulla realtà che contrassegna la città di Boston. Dopo il rapimento di una bambina, con tutti i conseguenti risvolti nascosti o meno nascosti, raccontato nel bellissimo “Gone baby gone”, prosegue con quella che pare essere proprio una saga, focalizzando l’attenzione sul quartiere di Charlestown (che sembrerebbe essere quello con più alto tasso di criminalità al mondo), concentrandosi su una figura molto emblematica e comunicativa. Trattasi del protagonista, Doug, da lui stesso interpretato, ex promessa dell’hockey sul ghiaccio, poi inglobato nel mondo della criminalità, seguendo irrimediabilmente le orme di un padre molto attivo nel campo, oltre che le inevitabili influenze del contesto sociale nel quale è cresciuto. Ossessionato dalla figura della madre, andata via quando era in tenera età, poi scopertasi suicida e malata di Aids, il ragazzo si farà trascinare, suo malgrado, e nonostante i desideri di riscatto ed emancipazione dal mondo cui appartiene, nell’esecuzione di brillanti e ben organizzate rapine, anche per sentimento molto profondo e quasi atavico di riconoscenza nei confronti dell’amico fraterno, più volte messosi nei guai per salvargli la pelle. Apparentemente canonico nell’intreccio narrativo (Doug troverà un’ulteriore motivo al suo desiderio di cambiamento nell’incontro con una donna di cui si innamora, appartenente ad una classe sociale completamente diversa), “The town” nasconde molti aspetti che lo rendono apprezzabile sotto diversi punti di vista. Primo tra tutti lo sguardo per nulla monodimensionale dedicato al protagonista che di rimando rappresenta la situazione socio-ambientale descritta dal regista e che ci propone, nuovamente così come era avvenuto con la sua opera prima, un dubbio etico: Doug, nonostante le numerose azioni amorali da lui compiute, è in parte giustificato dal contesto in cui si è venuto a trovare sin da tenera età, e soprattutto è stato inevitabilmente influenzato dall’ambiente in cui è cresciuto? E ancora: a dispetto della condotta sino ad allora tenuta, è meritevole di riscatto? E’ giusto che riesca a trovare una sua strada, dimenticando le colpe commesse? Il finale in qualche modo ci lascia con il sentore che una risposta netta e precisa ai quesiti non esiste, anche se si rimane con la sensazione che se è possibile in qualche modo cambiare vita, non è immaginabile pretendere di non pagare per il proprio “sporco” passato.

A completare questo interessante e suggestivo impianto sottotestuale arriva un cast davvero all’altezza con una perfetta Rebecca Hall, attorniata da un incisivo Jeremy Renner e da un, a suo modo, emozionante Chris Cooper; arricchito anche dalla presenza di grandi star delle serie tv come Jon Hamm (il fenomenale Don Draper di “Mad men”), Titus Welliver (l’indimenticabile uomo in nero di “Lost”) e Blake Lively (la giovane protagonista di “Gossip girl”). Senza mai calcare l’acceleratore e non abusando di facili espedienti narrativi, Ben Affleck affronta con professionalità e padronanza del mestiere (molto ben girate, ad esempio, le scene d’azione con i rapinatori mascherati o travestiti da suore e poliziotti che entrano nel vivo del loro operato), un compito per niente facile: esprimere un determinato punto di vista su una realtà difficile da ricondurre  sotto una precisa e univoca ottica. Eppure il regista riesce a stabilire un perfetto rapporto simbiotico tra i protagonisti della vicenda e l’ambiente nel quale si muovono e agiscono, rendendo l’ambientazione bostoniana, non solo teatro e sfondo delle loro azioni, ma nucleo fondamentale, e anzi motore inarrestabile delle stesse.

E così come alla fine sembra quasi lecito spogliarci di pregiudizi nei confronti del protagonista, lo stesso avviene per quel che riguarda il regista che lo interpreta: da un attore non proprio eccelso quale si è dimostrato con le sue passate interpretazioni è lecito aspettarsi un lavoro di regista e sceneggiatore così soddisfacente? Al contrario di ciò che avviene nel film, però, questo “dubbio etico” è di facile risoluzione: a seguito della visione di “The Town” apparirà chiaro che ciò è assolutamente possibile.

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La ragazza che sapeva troppo

REGIA: Mario Bava

CAST: Letícia Román, John Saxon, Valentina Cortese, Titti Tomaino, Luigi Bonos, Dante Di Paolo

ANNO: 1963

Una giovane turista americana a Roma assiste all’omicidio di una donna a Trinità dei Monti. Non viene creduta perché l’amica di famiglia presso cui alloggia è morta nel suo letto e la ragazza è anche scossa dallo scippo della borsetta appena subito e dal conseguente svenimento. Ad affiancarla arriva un giovane dottore, medico curante della signora che ospitava la ragazza, che pian piano si appassionerà al suo caso, oltre ad innamorarsi di lei. I due scopriranno che c’è un assassino il cui schema per la scelta delle vittime è costituito dalle lettere dell’alfabeto.

Grande capostipite del giallo/thriller italiano questo “La ragazza che sapeva troppo” (titolo che si ispira palesemente all’hitchockiano “L’uomo che sapeva troppo”) è un film che si fa apprezzare enormemente per vari motivi, oltre a quello di essere pioniere di un genere che qui in Italia non conosceva molti esponenti.

Del resto Mario Bava sui film di genere, inizialmente horror e poi anche gialli, ci ha costruito un’intera carriera, costellando il panorama cinematografico italiano di pellicole davvero imperdibili e molto particolari. Il merito è quello di riuscire a discostarsi dalla convenzionalità per dare vita a pellicole al tempo stesso molto caratteristiche e godibili, che spesso sono diventate dei veri e propri cult proprio per essere state le prime, o quasi, ad utilizzare determinati espedienti formali e narrativi, rendendoli poi un vero e proprio marchio di fabbrica. Basti pensare, riferendoci al film in questione ad esempio, allo straordinario utilizzo della fotografia, con dei tagli di luce davvero inusuali che spesso si concentrano sugli occhi degli indagatori, piuttosto che su quello degli indagati e che con un gioco straordinario di luci e ombre riesce a creare la giusta suspense e delle ottime atmosfere. Ad aggiungersi arriva il perfetto inserimento all’interno delle vicende narrate (una ragazza in vacanza a Roma che si ritrova ad indagare su una serie di omicidi perpetuati da un assassino che agisce scegliendo le sue vittime seguendo l’alfabeto) di un irresistibile humour che contrassegna determinati personaggi (come per esempio il dottore che si innamora della protagonista) e determinati passaggi narrativi (esplicativi al riguardo l’incipit in cui la donna riceve in aereo un pacchetto di sigarette da un vicino molto gentile, per poi scoprire che è uno spacciatore di marijuana fatta passare per tabacco e il finale in cui lo stesso pacchetto di sigarette si fa al centro di una gag davvero simpatica). Seguendo uno schema che si rifà al romanzo giallo o poliziesco, così come fa la stessa protagonista che ne adotta le soluzioni finendo sempre in “caciara”, Mario Bava ci tiene incollati allo schermo con questa storia di omicidi e segreti che con un minimo di attenzione e conoscenza del genere è sicuramente di semplice soluzione. Ciò che conta, però, non è scovare l’identità dell’assassino, facilmente intuibile con un pizzico di malizia e furbizia, ma concentrarsi sulla maniera originale e inedita di approcciare il racconto di questa storia di donne uccise e in pericolo, fondendo alla perfezione stili e registri narrativi, lasciandosi andare solo ogni tanto ad alcune esagerazioni in un senso o nell’altro (forse fin troppo eccessiva la sequenza girata al mare in cui il dottore si avvicina minacciosamente alla donna facendo pensare ad una sua colpevolezza, per poi invece decidersi finalmente a baciarla e a dichiararle il suo amore).

Le influenze hitchockiane, comunque, sono molte e si vedono, soprattutto nel ritratto della protagonista che ricorda molto da vicino i tipici “eroi” dei film del Maestro, mai presi sul serio, ma sempre al centro di situazioni straordinarie, più grandi di loro, alle quali reagiscono la maggior parte delle volte in maniera inadeguata. Imperdibile, ad esempio, la sequenza in cui la ragazza imbratta il pavimento dell’appartamento in cui è ospite con del borotalco e costruisce una ragnatela di spago per intrappolare eventuali intrusi, seguendo i suggerimenti di un libro giallo americano non ancora pubblicato in Italia, dunque sconosciuto all’assassino, anche se, a sua detta, solitamente gli assassini non leggono libri gialli.

Il film prosegue su questa falsariga per tutta la sua durata, lasciandosi seguire con interesse e soddisfazione e accompagnandosi con le note di una canzone cantata da Adriano Celentano, “Furore”, poi persino storpiata da un mangianastri utilizzato sinistramente, ma poco furbescamente, dall’assassino. Gli indizi, ovviamente, sembrano portare verso tutt’altra direzione, ma le cose sono realmente diverse da quello che sembrano. Un po’ come capita al film stesso: non lasciamoci ingannare dagli inserti ironici e a tratti spassosi, “La ragazza che sapeva troppo” è un giallo in tutto e per tutto e come tale si fa ricordare dallo spettatore a cui non vengono risparmiate sequenze dall’alto impatto visivo, come quella della morte dell’amica di famiglia di Dora, la giovane e “imbranata” protagonista, o quella in cui la bravissima Valentina Cortese si esibisce in una sinistra e agghiacciante esposizione dei fatti.

Non si prende troppo sul serio, insomma, e come tale va preso questo “La ragazza che sapeva troppo”, godendo anche con gusto e ammirazione di un’ambientazione romana, prevalentemente notturna, straordinariamente perfetta per questa storia di enigmi e follia.

 


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Il sorpasso

REGIA: Dino Risi

CAST: Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant, Catherine Spaak, Luciana Angiolillo, Claudio Gora, Luigi Zerbinati, John Francis Lane, Linda Sini

ANNO: 1962

Bruno gira per una Roma deserta a causa del ferragosto con la sua Lancia Aurelia, alla ricerca di avventura e libertà. Si imbatte nel giovane Roberto, timido studente universitario, che passerà due giorni con lui all’insegna del divertimento e della spensieratezza.

Inutile sprecare energie alla ricerca di aggettivi per descrivere “Il sorpasso”. Questa è una di quelle volte in cui si può usare senza timore la parola capolavoro. Trattasi di un vero e proprio pioniere del road-movie di formazione qui in Italia, oltre che di un massimo e straordinario esemplare di quella commedia all’italiana che ci ha regalato così tante pellicole indimenticabili. La fusione tra questi due generi, inusuale per l’epoca, ha dato vita a questo film che partendo dall’incontro tra due persone molto diverse in quanto ad estrazione sociale, età e personalità (differenze che si fanno emblema delle diverse “italie” dell’epoca), in realtà arriva a regalarci una precisa e profonda fotografia della nostra società di allora, quella del boom economico, delle stagioni estive, quella fatta di gente come Bruno, al tempo stesso genuino e “arrabbattone”, e di gente come Roberto, ligio al dovere e eticamente irreprensibile, proteso verso il raggiungimento di uno status sociale ben determinato. Nel mezzo un bel po’ di “figurine” tutte molto ben delineate che superano egregiamente il rischio di macchietta e caricaturizzazione (cosa che, ahinoi, avviene ai giorni d’oggi quando ci accostiamo a questo genere di pellicole) e rappresentano alla perfezione vari comportamenti tipici, dei veri e propri tipi universali appunto. Ecco comparire la famiglia di Roberto con un cugino che ne rappresenta l’evoluzione negativa, tant’è che è proprio attraverso i pensieri del giovane studente, altro espediente innovativo per il genere, che riusciamo a concentrarci sulle sue aspirazioni e i suoi desideri e su come però si scontrino con la realtà meschina della loro eventuale esplicazione. Ad aggiungersi a questo parterre davvero variegato arriva la figlia quindicenne di Bruno, disposta a sposare un uomo più anziano non per amore ma per sicurezza economica e professionale, salvo poi rendersi conto di apprezzare maggiormente il “tipo” alla Bruno, sfaccendato e non impegnato, ma spontaneo e mai ipocrita (“Almeno tu, non cambiare”, gli dirà infatti verso la fine del suo viaggio). Con piglio quasi documentaristico, poi, Risi ci accompagna per mano in una sorta di visuale ampia e precisa dell’epoca, focalizzando l’attenzione sulle spiagge laziali con tutte le sue “pedine”che si muovono al ritmo del twist e sulle mode musicali di allora che accompagnavano ogni momento della vita delle persone (per la prima volta si utilizzano brani molto famosi dell’epoca come quelli di Vianello o Modugno). Grande merito di Risi, e dei co-sceneggiatori, tra cui Ettore Scola, è quello di aver suddiviso in tappe davvero molto emblematiche il viaggio di Bruno e Roberto (entrambi al tempo stesso oggetto di simpatie e antipatie da parte dello spettatore, in una sorta di mescolanza di aspetti positivi e negativi che li rendono estremamente sfaccettati e non monodimensionali), con le varie soste che i due effettuano inframmezzando le folli corse a bordo dell’Aurelia che ben rappresentano il desiderio di libertà che contrassegna Bruno e di stupore che man mano si impossessa di Roberto. Le strade e i luoghi percorsi, allora, non solo rappresentano il teatro dell’evoluzione del rapporto tra i due (e di rimando di tutto ciò che essi archetipicamente rappresentano), ma anche il luogo in cui è possibile essere testimoni degli usi e dei costumi (spesso vagamente parodiati o criticati) dell’epoca presa in esame. Entrambi i protagonisti, infatti, sono registi e al tempo stesso attori del processo evolutivo della società in cui vivono, come dimostrano i differenti approcci di ognuno dei due alle diverse situazioni in cui vengono coinvolti e alle diverse categorie sociali con le quali entrano in contatto, come quella borghese o sottoproletaria. Entrambi i protagonisti a bordo di una macchina di lusso, emblematicamente ridotta male, attraversano metaforicamente tutta l’Italia di allora e ne registrano le contraddizioni. Il finale drammatico, apparentemente in distonia con il carattere principale della pellicola, è un’ulteriore esplicazione degli intenti comunicativi della stessa, uno sguardo pessimistico sul futuro della società italiana.

Racconto di un progresso sociale ed economico (il titolo stesso richiama questo concetto), “Il sorpasso” è arricchito anche dalle straordinarie interpretazioni dei due attori protagonisti (un Vittorio Gassman davvero incontenibile e un Jean-Louis Trintignant perfetto nel ruolo del timido indeciso) e da una serie di dialoghi, battute e considerazioni che riescono contemporaneamente nell’intento di far sorridere e riflettere (esemplare quella che riguarda l’infanzia considerata come l’età migliore solo perché non si ricorda più).

Un film, insomma, che non soltanto è una perfetta commedia all’italiana, non soltanto è un imperdibile road-movie, ma che, soprattutto, risulta essere una sorta di trattato antropologico e sociologico di un paese ripreso in uno dei suoi periodi storici più importanti e significativi.

 


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My son, my son, what have ye done

REGIA: Warner Herzog

CAST: Michael Shannon, Willem Dafoe, Chloe Sevigny, Udo Kier, Grace Zabriskie, Brad Dourif, Michael Pena

ANNO: 2010

Un uomo uccide sua madre con una spada. La polizia accorre sul luogo del delitto, ma il ragazzo si è barricato in casa con due ostaggi. Il detective interroga la sua fidanzata e il regista dell’opera teatrale nella quale stava recitando. Indagando sulla personalità del ragazzo si cerca di arrivare ad una spiegazione dell’atto da lui compiuto.

Ispirato ad un omicidio realmente accaduto, questo straordinario film fatto di forti atmosfere e di tanti rimandi sul tema della sfaccettata e complessa natura umana, riesce a tenere gli occhi e la mente incollati allo schermo per tutta la sua durata, costringendo lo spettatore ad immergersi nella visione e nella riflessione sulla particolare, profonda, intrigante e inestricabile personalità del protagonista preso in esame. Esame che ci porta ad una sorta di confronto tra ciò che potremmo trovare se riuscissimo a scavare realmente a fondo della nostra coscienza, della nostra “natura interna”, della nostra più profonda essenza (che è quello che riesce a fare il protagonista in seguito a diversi “trampolini di lancio” come il suo viaggio in Perù e la rappresentazione teatrale di una tragedia greca); e ciò che invece solitamente siamo disposti ad accettare di noi stessi, chiudendo gli occhi e rifiutandoci di indagare, lasciando che la “natura esterna”, quella condizionata dalle repressioni, dalle restrizioni sociali e familiari (la madre è un personaggio ambiguamente e quasi “orroristicamente” castrante), abbia la meglio.

Gli atteggiamenti sempre più inspiegabili assunti dal protagonista, allora, vengono sminuiti e contratti sotto il termine di depressione, quando in realtà sono l’esplicazione materiale del raggiungimento della sua più profonda interiorità, della sua coscienza turbata dai trampolini di lancio di cui sopra, oltre che dal rapporto controverso con la madre, in una parola sola della sua natura. Questo contatto con la parte più profonda e nascosta di sé assume dei contorni quasi mistici, perché Doug, l’attore assassino (ci sarebbe anche da considerare il modo in cui viene trattato il tema del teatro e della recitazione con dialoghi che rimangono indelebilmente impressi per come rimandino al binomio attore/uomo e alla fusione che spesso avviene tra i due termini), crede di aver trovato finalmente Dio, in un incontro con la religione che trascina profondamente il protagonista in una spirale di opposizioni e dicotomie che fa girare la testa. Da un lato la “natura”, dall’altro la “cultura”, come ci insegna l’antropologia, due concetti che spesso riusciamo a far convivere, ma solo sopprimendo e nascondendo parte della nostra reale autenticità (ed ecco che potremmo paragonare quest’altro binomio con quello tra recitazione e vita). Quello che avviene in “My son, my son, what have ye done”, invece, è proprio la completa scissione tra i due concetti, con la netta superiorità riservata alla natura che prende potentemente il sopravvento, lasciando di stucco tutti gli altri ancora “schiavi” della fusione tra le due entità.

Con uno stile che risente potentemente dello zampino lynchiano (a partire dalla scelta di Grace Zabriskie, perfetta nella parte della madre, fino ad arrivare alle ambientazioni, alle scenografie e alle atmosfere), Herzog sforna una pellicola inusuale e stratificata, che analizza a fondo i meandri spesso impercorribili e intricati della mente umana, partendo da un emblematico omicidio che rappresenta quasi il taglio di un cordone ombelicale (anch’esso metaforico) tra ciò che intimamente siamo e ciò che siamo “costretti” (anche da noi stessi, inconsciamente o non) ad essere.

Impressionante e decisamente apprezzabile l’interpretazione di Michael Shannon nel ruolo del protagonista sempre più immerso nell’indagine che sta alla base narrazione. Del resto ce lo dice lui stesso mentre recita a teatro: “Alcune persone interpretano un ruolo, altre recitano una parte”.

VOTO:


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