Buried

REGIA: Rodrigo Cortés
CAST: Ryan Reynolds
ANNO: 2010
 
Paul Conroy si ritrova imprigionato in una bara di legno senza sapere come fare ad uscire. A sua disposizione ha solo una matita, un coltello, un accendino e un cellulare. Mettendosi in contatto con l’FBI e con i suoi familiari, tenterà in tutti i modi di farsi trovare e liberarsi.
 
Il topos letterario che più ricorre nella narrativa di Edgar Allan Poe, è senza ombra di dubbio quello del sepolto vivo, del terrore, dell’angoscia provati dalla vittima e dell’estrema crudeltà di seppellire qualcuno mentre è ancora in grado di respirare, pensare, temere. Guardando questa pellicola, quindi, molto probabilmente lo scrittore si sarebbe entusiasmato non poco, visto che è la prima volta che capita di guardare un film ambientato interamente all’interno di una bara sepolta sottoterra con una persona viva dentro. Certo Roger Corman e altri registi si sono ispirati ai suoi racconti per le loro pellicole, ma mai nessuno si era spinto così in là come ha fatto il regista spagnolo Cortés, dotandosi di un coraggio e di un’inventiva non indifferenti. Per un’ora e mezza anche lo spettatore è rinchiuso nella stessa bara che imprigiona il protagonista e con lui deve riuscire a capire come ci è finito, ma soprattutto, come uscirne.
Attraverso le telefonate che l’uomo farà o riceverà di volta in volta si scoprono sempre più indizi e qualche tassello comincia ad andare al proprio posto (come ad esempio l’ubicazione della bara in qualche posto dell’Iraq), fino a quando ad essere di vitale importanza, per lo spettatore e per il protagonista stesso, non è tanto indagare sulle motivazioni di tale crudeltà, ma riuscire a respirare, a mantenere la calma, a rivedere la luce. Gli unici momenti di luce del film sono quelli creati da un’abile fotografia e da un sapiente gioco di colori a seconda che l’uomo attivi il display del cellulare, accenda l’accendino, utilizzi la torcia che trova vicino ai suoi piedi o rimanga totalmente al buio. Sono i momenti di più forte claustrofobia quelli in cui per qualche istante, che a volte sembrano infiniti, lo schermo è totalmente inondato dal buio e a tenere ancora stretto il legame tra esso e lo spettatore sono i gemiti, i lamenti e i respiri sempre più flebili del protagonista.
Utilizzando al meglio le poche risorse a sua disposizione (un solo attore, ottimo in questa interpretazione, una sola ambientazione e una sceneggiatura poco complessa ma efficace), Cortés sforna una pellicola sorprendente e impressionante, anche perché, nonostante la ristrettezza degli spazi, si lancia in arditezze registiche consistenti in piani-sequenza, zoomate, primissimi piani e carrellate che stupiscono e riescono nell’intento di tenere sempre desta e attiva l’attenzione dello spettatore. “Buried”, infatti, risulta essere un film molto ritmato e avvincente, oltre che decisamente coinvolgente.  Risultato non facilmente raggiungibile se si pensa alla struttura stessa della pellicola, che non cambia mai scenario neanche per un momento, che non si lancia in flashback chiarificatori o espedienti tendenti ad allontanarsi dalla tanto asfissiante bara. Una sfida e una scommessa vinte alla grande quelle di Cortés che tra l’altro avrebbe fatto felice anche il mitico Hitchcock, riuscendo nell’intento di accostarsi, senza eguagliarlo ovviamente, al genio inventivo del grande regista che cercava sempre soluzioni innovative, linguaggi inusuali e scelte coraggiose e originali (basti pensare a “Nodo alla gola” e “I prigionieri dell’oceano” che in qualche modo possono essere considerati i capostipiti di questo film).
Pur non trattandosi di un capolavoro (certe ingenuità nel sottotesto socio-politico sarebbe stato meglio evitarle), “Buried” risulta essere paradossalmente una piccola boccata d’aria fresca in un panorama cinematografico in cui l’uniformità e il conformismo sembrano ormai farla da padrone. E, molto probabilmente, risulta anche uno dei più efficaci e stimolanti film sugli effetti e gli orrori della guerra, pur senza mai nominarla o mostrarla in nessun modo.

VOTO:


 

Solaris 1972 Vs Solaris 2002

RIFLESSI E RIFLESSIONI, SCIENZA E COSCIENZA

 
Sul pianeta Solaris avvengono strani fenomeni parapsicologici. Per questo uno psicologo si reca in ricognizione sulla stazione orbitale, abitata da due scienziati turbati da strane visioni e dal suicidio di un loro collega. L’uomo verrà colto dalle stesse allucinazioni, scoprendo di provare un grandissimo senso di colpa latente per il suicidio di sua moglie avvenuto qualche anno prima.
 
Tratto dal romanzo di Stanislaw Lem, è un caposaldo del genere fantascientifico, e del cinema in generale, film concettualmente molto potente, capace di trasmettere una forza comunicativa e un senso di angoscia e inquietudine senza far ricorso a grossolani effetti speciali, ma veicolando tali sensazioni per mezzo di una significativa colonna sonora (spesso interrotta da lunghi e funzionali silenzi) e da un impianto allegorico e riflessivo di base che non ha limiti di età: il confine etico tra scienza e natura (“La conoscenza è unica solo quando è sostenuta dalla morale”, “E' l'uomo a rendere immortale la scienza”), la lotta dell'uomo alla conoscenza e ai limiti di tale scienza, nonché l’impossibilità dell’essere umano di dominare la scienza e di essere in grado di scrutare il mondo, se prima non impara a scrutare se stesso (“Perché andiamo a frugare l'universo quando non conosciamo niente di noi stessi?”, “Non abbiamo bisogno di un altro mondo, abbiamo bisogno di uno specchio. L'uomo ha bisogno solo dell'uomo”).
 
Tra ossessioni, allucinazioni e visioni, veniamo trascinati ed estremamente coinvolti nell'esperienza del protagonista a bordo della nave spaziale sulla quale si gioca questa eterna, ambigua e irrisolvibile lotta. Un'esperienza unica per gli amanti dell'arte cinematografica in grado di trasmettere concetti interessanti, importanti e suggestivi come quelli trasmessi da questo capolavoro. Il cinema di Tarkovskij, ancora una volta, si dimostra un cinema significativo, teorico, profondo, estremamente coinvolgente, capace di intrappolare lo spettatore in una fitta rete di importanti ed  interessanti considerazioni.
 
Altro grande tema di fondo della pellicola è la difficile distinzione tra ciò che è reale e ciò che non lo è (“E tu? Tu sei reale?", dirà la moglie del protagonista, in realtà essere inconsistente, frutto delle qualità creatrici e allucinatorie del pianeta Solaris). Persino l'alternanza dell'utilizzo del bianco e nero e del colore nella fotografia ci confonde sulla possibilità di distinguere nettamente tra reale e irreale.
 
Solaris è un luogo fisico (il pianeta esplorato dai protagonisti), ma è anche, e soprattutto, un luogo metaforico, un posto che rappresenta la nostra più profonda interiorità, il contatto con il nostro io più intimo, l'incontro straordinario e inusuale con ciò che solitamente dorme sepolto e nascosto dentro di noi. Un incontro a tratti illuminante, ma sicuramente molto pericoloso, perché entrare in contatto con una realtà (ma cos'è poi la realtà?) tenuta inconsciamente seppellita, non è sicuramente cosa semplice. Anche se il regista per bocca di uno degli scienziati fa dire: "Come tutte le cose di genio è semplice", riferendosi alla natura delle visioni che turbano i protagonisti, la grandissima portata artistica di quest’opera filmica è data indubbiamente anche dalla sua tortuosità e dalla sua affascinante complessità, caratteristiche che rendono la pellicola senza ombra di dubbio un prodotto geniale.
 
Alla fine della visione, già sconvolti per tutto ciò che si è visto e recepito, è possibile fermarsi a riflettere sulla violenta potenza della coscienza umana e di come questa si esplichi e prenda forma quando viene esplorata e sottoposta a profonda indagine, indagine che però non può ancora giungere a risultati definitivi.
Anche in condizione di solitudine non siamo mai realmente soli: le persone, le situazioni e gli eventi della nostra vita, sono indelebilmente e, volontariamente o non, impressi nella nostra coscienza. Scienza e coscienza, dunque, si incontrano e scontrano in un vortice di riflessi e riflessioni.
 
Grazie ad un insieme di dialoghi che contengono sottotesto allusivo, allegorico e insinuante, riusciamo a coinvolgerci nello stesso esame intrapreso dal protagonista e a fare una disamina dei concetti esposti dal film: "Quel che non è indispensabile alla nostra vita le nuoce?", e dunque, aggiungeremmo, la scienza e lo smodato desiderio di conoscenza, sono o non sono indispensabile alla nostra vita?
 

POCHI RIFLESSI, POCHE RIFLESSIONI. POCA SCIENZA, POCA COSCIENZ

Diciamolo subito: era impossibile riuscire a pareggiare la grandezza dell’originale, figuriamoci a surclassarla. Dunque è proprio l’impresa alla base che era assolutamente ardua e se vogliamo anche ambiziosa. Ovviamente, inutile quasi ribadirlo, “Solaris” di Soderbergh non riesce in minima parte a non far rimpiangere quello di Tarkovskij. Le differenze in realtà sono moltissime, addirittura a bordo della stazione orbitale lo scienziato Sartorius viene sostituito da una donna, Gordon, interpretata da Viola Davis; e a far visita agli abitanti, arriva un secondo “ospite”, oltre alla moglie del protagonista.
Ma ciò che cambia vistosamente è tutto l’impianto teorico e concettuale che sta alla base di questa storia solo apparentemente fantascientifica, ma in realtà molto filosofica. Laddove avevamo infinite possibilità di riflettere su temi quali uomo/scienza o per meglio dire scienza/coscienza, qui abbiamo solo un insistito focus sulla storia d’amore tra il protagonista (ottimamente interpretato da George Clooney, il migliore del cast) e la moglie defunta, e sul grande senso di colpa che colpisce il primo, manifestandosi a bordo della stazione sottoforma della donna con apparenze umane, ma con sostanza di tutt’altro genere.
Come film su una grande storia d’amore e sull’interiorità di un singolo, allora, “Solaris” può anche funzionare (accompagnato da un’adeguata atmosfera e da un intimismo confacente al tipo di racconto), ma come film di genere che nasconde anche considerazioni di grande portata, ci troviamo di fronte ad un fiasco. A differenza dell’originale, poi, c’è di mezzo una gravidanza mancata e, soprattutto, una sfiancante riproposizione in flashback di tutti i momenti più felici e meno felici della coppia separata dall’abbandono di uno e dal suicidio dell’altra.
Insomma, laddove avevamo un film molto più fantascientifico e metafisico, qui ci troviamo di fronte ad un dramma sentimentale ed esistenziale che potrebbe funzionare se solo non fosse inevitabilmente costretto a cedere sotto il peso e l’ingerenza del modello di riferimento. La situazione personale indagata da Soderbergh, insomma, è inficiata dall’impossibilità di caricarsi della metafore e delle profonde allegorie sul genere umano, sull’uomo e la sua capacità di scrutare e scrutarsi, sui confini etici della scienza, rimanendo in superficie e risultando solo una semplice, volendo anche coinvolgente, storia.
Per riassumere si potrebbe proprio dire che il “Solaris” del 2002, arrivato dopo trent’anni dall’originale, è una sorta di riflesso sbiadito del grande film di Tarkovskij, un riflesso senza riflessioni, con poca fantascienza, poca coscienza e scarsissimo spirito comunicativo.

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Scott Pilgrim Vs the World

REGIA: Edgar Wright
CAST: Michael Cera, Mary Elizabeth Winstead, Kieran Culkin, Chris Evans, Anna Kendrick, Alison Pill, Jason Schwartzman, Brie Larson, Brandon Routh, Mark Webber, Johnny Simmons, Aubrey Plaza
ANNO: 2010
 
Scott Pilgrim suona in un rock band ed esce con una ragazza molto più giovane di lui. Quando conosce Ramona, però, è amore a prima vista e non può fare a meno di avvicinarsi a lei. Così facendo, però, scatena la furia di sette dei suoi ex-fidanzati che si uniscono in una lega per eliminare il loro avversario. Scott dovrà sconfiggerli tutti prima di riuscire a conquistare la ragazza e nel frattempo capire qualcosa di se stesso.
 
Tratto dalla serie di fumetti di Brian Lee O’Malley, “Scott Pilgrim Vs. The World” ha l’indubbia qualità di non poter passare affatto inosservato, sia che lo si ami, sia che lo si odi. Effettivamente non potranno esserci vie di mezzo, perché per apprezzarlo pienamente bisogna essere del tutto coinvolti nel mondo che viene raccontato e nello sfrenato citazionismo utilizzato per farlo. Un film caratterizzato da un linguaggio cinematografico assolutamente unico, accattivante e originale, costituito da un insieme di elementi che si uniscono tra loro e creano un prodotto davvero soddisfacente, riuscendo a trasmettere tutta la forza delle idee, ma soprattutto delle passioni che riescono a far vivere quelle idee. Colonna sonora, regia, dialoghi, montaggio, effetti speciali, tutto è perfettamente mescolato per creare un prodotto decisamente entusiasmante e perfettamente in grado di descrivere una generazione di giovani nerd in cui molti spettatori (soprattutto i nati negli anni ’80) potranno immedesimarsi, appassionandosi alle loro storie e ricordando nostalgicamente tutte le varie attività che hanno caratterizzato la propria giovinezza e adolescenza (il protagonista procede per livelli, dopo il game over ha la possibilità di ripercorrere le sue azioni, conquista gettoni ad ogni nemico sconfitto, acquista armi lungo il cammino e via dicendo). Attività che vengono perfettamente raccontate e fuse in un tipo di cinema che si distingue nettamente dalla massa e che molto probabilmente si farà ricordare a lungo. Il mondo dei videogiochi si unisce a quello dei fumetti e incontra l’arte cinematografica con funzionali split-screen, effetti sonori, scritte sovrapposte che richiamano alla mente capolavori videoludici, fumettistici e cinematografici.
Il tutto arricchito da un cast di giovani attori davvero sorprendenti che si  fanno al centro di un’avventura raccontata con ritmo, freschezza, ma soprattutto potenza comunicativa: non è solo il nerdismo del protagonista a farla da padrone, ma anche la sua voglia di rendere i sogni realtà e di riuscire ad essere vincente non solo nel mondo che lui ben conosce e nel quale si rifugia, ma anche nella vita vera, rappresentata dalla ragazza che decide di conquistare a tutti i costi, e poi dopo anche dalla consapevolezza del proprio valore.
Ecco allora che lo stile fumettistico, videoludico ed estremamente moderno si adegua magicamente ad una storia sostanzialmente molto classica, anche se di mezzo ci sono supereroi, leghe, combattimenti con barre di avanzamento e via di seguito. La storia di una battaglia per l’affermazione di se stessi e per la conquista di un posto nel mondo. Ci troviamo, dunque, di fronte al  racconto imperdibile di una generazione incastrata tra sogno e realtà, ma perfettamente in grado di destreggiarsi in entrambi i campi. Il tutto narrato in un film estremamente avvincente che conquista con la perfetta mescolanza di action, avventura, fantasy, romance e commedia. Un miscuglio di generi che non risente di nessuna sbavatura e nonostante la complessità stilistica e formale non sfiora neanche di striscio il pericolo di disequilibrio o eccesso. Ecco spiegato il motivo, allora, “Scott Pilgrim Vs. The World” non può passare inosservato: per il suo sorprendente impianto stilistico e per la sua trascinante carica espressiva.
Edgar Wright, dunque, ci regala un altro gioiello da incastonare tra le migliori pellicole indipendenti degli ultimi anni, dopo gli irresistibili e fenomenali “Shaun of the dead” e “Hot fuzz”, entrambi unici nel loro linguaggio e nell’intento parodistico nei confronti generi cinematografici come l’horror o l’action. Non si può che giungere, allora, ad una sola conclusione: alla fine della stagione cinematografica, ma non solo, “Scott Pilgrim Vs. The World” sarà uno dei film che verrà ricordato con maggior enfasi e soddisfazione proprio per la sua unica, deliziosa e irrefrenabile particolarità.

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Devil

REGIA: Drew Dowdle, John Erick Dowdle
CAST: Chris Messina, Geoffry Arend, Bojana Novakovic, Logan Marshall-Green, Jenny O’Hara, Carlone Dhavernas, Jacob Vargas, Matt Craven, Kim Roberts, Joshua Peace
ANNO: 2010
 
Cinque sconosciuti si ritrovano bloccati nell’ascensore di un grande grattacielo a Philadelphia. Loro sono l’addetto alla sicurezza, una giovane donna attaccata ai soldi, un venditore di materassi, un ex-veterano dell’Afghanistan e un’anziana signora poco tollerante. Ben presto cominceranno ad accadere degli strani fatti e si perverrà alla convinzione che tra di loro aleggia il male.
 
Nato da una storia di M. Night Shyamalan e prodotto da lui stesso, “Devil” è il primo capitolo della trilogia “The Night Chronicles” che il regista indiano ha deciso di portare sugli schermi. Il problema è che se il buongiorno si vede dal mattino, qui non si arriva vivi alla sera. Perché “Devil”, pur partendo da un’idea di base niente affatto male, anzi molto particolare (pur rifacendosi all’ormai abusato “10 piccoli indiani” di Agatha Christie), risulta decisamente deludente nel modo in cui questa viene messa in pratica, sotto tutti i fronti. Attraversato da un impianto banalmente moralistico, in cui il Bene e il Male vengono messi a confronto in maniera a dir poco elementare e scontata (sia a livello narrativo che a livello formale ed estetico, con lo sfiancante riproporsi della città vista sottosopra o del cielo sempre più terso e tetro), “Devil” è poco apprezzabile anche perché caratterizzato da una regia eccessivamente anonima (laddove avevamo un’ambientazione che poteva dare spazio a trovate interessanti e coinvolgenti), ma soprattutto da un impianto di dialoghi davvero insopportabili, da risvolti narrativi che sfiorano il ridicolo involontario, da interpretazioni decisamente scarse, da una superficiale e stereotipata caratterizzazione dei personaggi (il poliziotto che si occupa delle indagini è ossessionato dalla morte di moglie e figlio in un incidente stradale, ma anche gli occupanti dell’ascensore non scherzano in quanto a cliché), e, cosa che lascia decisamente sorpresi, dal twist-ending shyamalano non solo prevedibilissimo, ma soprattutto risibile. Difficile riuscire a trovare qualche elemento di godimento in questo thriller che vuole vestirsi da horror (in realtà avviene tutto al buio e gli unici momenti in cui si tenta di colpire o spaventare lo spettatore, ciò avviene solo per l’utilizzo facile e disonesto del sonoro), soprattutto considerando che non riesce nemmeno a coinvolgere lo spettatore nell’asfissiante claustrofobia che avrebbe dovuto caratterizzare l’ascensore nel quale è ambientato gran parte del film. Ascensore nel quale pian piano comincia a morire la gente (sempre ovviamente quando va via la luce e tutto è inondato dal nero del male), e luogo nel quale viene condensato l’impianto concettuale e moralistico del film, impianto che con il passare dei minuti e, soprattutto, della sfiancante storia raccontata da una voce fuori campo (quella di uno dei custodi che osserva tutto tramite una telecamera), risulta essere inondato da una retorica fastidiosa e quasi infantile (se sei un peccatore meriti di essere punito, ma se chiedi scusa e ti penti, magari vieni perdonato). Una morale che poteva essere sfruttata in maniera più “adulta” e meno scontata e che soprattutto risente dell’eccessivo didascalismo che la contraddistingue, dato che ci viene spiegato tutto per filo e per segno dalla voce narrante, nonché da un finale speculare all’incipit in cui tutto l’ordine viene ristabilito e dunque la normale simmetria delle cose torna al suo posto. L’unico motivo di interesse, dunque, rimane quello di giocare al “totoscommesse” sull’identità del Male che ha assunto sembianze umane per infiltrarsi tra gli uomini e dargli una lezione esemplare. Un “totoscommesse” che quasi tutti gli spettatori, perlomeno quelli più smaliziati, avranno sicuramente vinto.
La sensazione è che se alla regia ci fosse stato Shyamalan, capace di dare una svolta positiva anche a sceneggiature non proprio forti, come nel caso di “E venne il giorno”, forse il livello di apprezzamento e godimento sarebbe stato maggiore, considerando che nelle mani di un abile creatore di atmosfere come lui, almeno dal punto di vista stilistico la pellicola avrebbe guadagnato punti. Ciò che ci rimane, invece, è la scarsa realizzazione di un’idea brillante, la piattezza e la mediocrità di un pellicola decisamente dimenticabile.

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The Big C

Ormai distinguere tra cinema e televisione, in America, sta diventando sempre più difficile, così come dimostrano i serial tv che di anno in anno si succedono sui piccoli schermi degli Stati Uniti e poi di rimando sui nostri. Lo dimostra il fatto che tantissimi attori del grande schermo (Glenn Close, Tim Roth, Steve Buscemi, Jonathan Rhys Meyers, Jason Schwartzman, Zach Galifianakis, Laura Linney, Oliver Platt, Gabriel Byrne e si potrebbe continuare a lungo), sono ormai diventati star televisive di telefilm osannati da critica e pubblico e seguitissimi da milioni di spettatori. E’ stato vero anche il contrario e cioè che attori di telefilm siano poi esplosi sul grande schermo, come ad esempio Michelle Williams, Michael Pitt, Michael C. Hall, Matthew Fox, James Gandolfini, Jon Hamm, Keri Russell e tantissimi altri. Anche a livello formale spesso questi prodotti si avvicinano, e in alcuni casi clamorosamente sorpassano, l’arte cinematografica, con degli ottimi elementi distintivi come la regia, la fotografia e il montaggio.
Proprio oggi negli Stati Uniti si è conclusa la prima stagione di un telefilm davvero molto interessante, a nostro parere imperdibile. Trattasi di “The Big C” con protagonisti Laura Linney e Oliver Platt, attorniati da un cast di attori davvero bravissimi e da guest star d’eccellenza come Liam Neeson, Brian Cox, Idris Elba e Cynthia Nixon. Il telefilm è incentrato sulla malattia che comincia per “c”, da cui il titolo, che costringe la protagonista ad un cambiamento radicale delle sue abitudini e del suo stile di vita. La donna decide di non dire a nessuno del male che l’ha colta e di cercare di vivere al meglio il tempo che le resta. Fin qui si potrebbe obiettare di trovarsi di fronte a qualcosa di già visto e rivisto, ma in realtà è il modo e lo stile del racconto che lascia davvero stupiti e soddisfatti.
Con un deliziosissimo mix di leggerezza, ironia, tenerezza, soavità e sarcasmo, accompagniamo Cathy, la protagonista, tra le sue folli avventure (compra auto di lusso, fa viaggi all’estero con un uomo conosciuto da poco, caccia il marito di casa per non dover sopportare il suo infantilismo, vieta al figlio di andare al campo estivo in modo tale da poter passare più tempo con lui, fa amicizia con una sua studentessa obesa promettendole di pagarla per ogni chilo che dovesse perdere, ecc…), e nel frattempo ci emozioniamo per ciò che viene trasmesso tra le righe, con le cose non dette, i gesti non fatti, i segreti taciuti.
La grande forza del telefilm è senza ombra di dubbio la straordinaria e impareggiabile interpretazione di Laura Linney, ma anche il buonissimo parterre di personaggi: il marito Paul, infantile e romantico; il figlio Adam, nel pieno dell’adolescenza; il fratello Sean, attivista senzatetto; la vicina Marlene, anziana arcigna e vitale; il giovane dottore speranzoso e confortante; l’amante caloroso e comprensivo; la migliore amica sopra le righe; la studentessa arrabbiata col mondo.
“The Big C”, insomma, si fa guardare con passione, emozione e spensieratezza al tempo stesso, trattando un tema delicato e stra-abusato, in maniera molto interessante e poco ruffiana. Al di là delle varie riflessioni sulla vita e sulla morte che scaturiscono dai vari comportamenti di Cathy, ciò che più conta sono le svariate sensazioni, divertenti e commoventi, che il telefilm trasmette, arricchito anche da una serie di imperdibili dialoghi e da una colonna sonora davvero confacente alle varie situazioni narrate.
E’ per questo che non bisognerebbe lasciarsi sfuggire l’occasione di usufruire di un prodotto televisivo contrassegnato da una qualità non indifferente, oltre che, prima di tutto, da una carica comunicativa ed emotiva decisamente impareggiabile.

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Stanno tutti bene – Everybody's fine

REGIA: Kirk Jones
CAST: Robert De Niro, Sam Rockwell, Kate Beckinsale, Drew Barrymore, Melissa Leo
ANNO: 2010
 
Frenk, vedovo da otto mesi, ormai in pensione, cerca di riunire i suoi quattro figli invitandoli a casa, ma nessuno si presenta. Così decide di partire e di andarli a trovare ad uno ad uno nelle loro città di residenza. Durante il viaggio si renderà conto che forse ha sbagliato a pretendere troppo da loro e che per questo a volte sono costretti a mentirgli se qualcosa va storto.
 
Si sa, i remake raramente riescono a soddisfare i palati più fini, oltre a non essere quasi mai all’altezza dell’originale dal quale sono tratti. “Stanno tutti bene” non è affatto un’eccezione, visto che stiamo parlando del rifacimento di un film di Tornatore del 1990 interpretato da un attore indimenticabile e irraggiungibile come Marcello Mastroianni. Certo Robert De Niro non è sicuramente il primo che passa, e finalmente ci regala un’interpretazione apprezzabile, ma questo certamente non basta. Così come non basta il fatto che anche per il ruolo dei figli si è puntato ad un cast molto interessante con tre attori di punta come Sam Rockwell, Drew Barrymore e Kate Beckinsale. Da apprezzare anche la colonna sonora, che con soavità e nostalgia ci accompagna lungo il viaggio formativo del protagonista. La nostalgia, infatti, è l’emozione principale del film, nostalgia per i figli che crescono e se ne vanno, nostalgia per gli affetti che ci lasciano, nostalgia per gli anni che passano insomma. Allora cosa c’è che non va? Il problema è che il tutto, già di per sé non molto originale, viene un po’ banalizzato dallo stile del racconto e dalla forma dello stesso, con l’apparire dei protagonisti più giovani così come erano da piccoli, con l’insistere del genitore nel rivolgersi a loro chiamandoli “i miei bambini”, con risvolti marcatamente drammatici che stonano e fanno da squilibrato contrappunto al resto della narrazione, piacevolmente leggera. Ciò avviene soprattutto verso il finale in cui i risvolti tragici del racconto non vengono affatto stemperati dalla regia o dalla recitazione degli attori, e anzi vengono fin troppo sottolineati risultando esagerati e fuori luogo. Le idee, però, non mancano, come dimostra il buon incipit che mette a confronto la metodicità delle azioni quotidiane del protagonista con il fermento per la preparazione al viaggio di riconciliazione coi propri figli; o la ricorrente e suggestiva metafora dei cavi telefonici (con i quali il protagonista ha lavorato tutta la vita), che mettono in contatto tutte le persone, ma sanciscono una distanza non indifferente, fatta di segreti e omissioni, tra Frank e i suoi figli. Ecco che spesso ritornano ciclicamente in primo piano a testimoniare la distanza fisica e non solo tra genitori e figli, restituendo anche una sorta di riflessione su questo difficile rapporto spesso caricato dalle troppe aspettative dei primi e dalle paure dei secondi di non deluderle. Il confronto tra le due generazioni, poi, viene forse didascalicamente sottolineato dall’incapacità del protagonista di stare ai tempi come dimostra la sua scarsa conoscenza delle nuove tecnologie, la sua incapacità di utilizzare i bastoncini per il cibo cinese, la sua ignoranza sulla funzionalità dei trolley da viaggio, la sua estrema fiducia nel prossimo (decisamente esagerata la sequenza in cui offre dei soldi ad un ragazzo in stazione e poi viene aggredito perché pretende un ringraziamento).
Con un po’ di misura e di equilibrio in più, oltre che con una capacità di approfondimento maggiore sul tema sociale, molto probabilmente “Stanno tutti bene” non sarebbe stato solo un remake facilmente dimenticabile, ma un film sufficientemente godibile nella sua onestà e nella sua semplicità. Fatto sta che all’iniziale coesistenza di queste due lodevoli caratteristiche, subentra una sorta di accelerazione di toni e atmosfere che difficilmente riuscirà a farsi digerire dallo spettatore che non vuole farsi incastrare in trappole di facile e ruffiana drammaticità.

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Boardwalk empire – Pilot

REGIA: Martin Scorsese
CAST: Steve Buscemi, Michael Pitt, Kelly McDonald, Michael Shannon, Stephen Graham, Michael Stuhlbarg
ANNO: 2010

Atlantic City, anni ’20. Enoch Thompson, detto Nucky, è un politico corrotto che tenta di approfittare dell’entrata in vigore del proibizionismo per vendere illegalmente l’alcool e arricchirsi in maniera esorbitante. Con lui c’è Jimmy Darmody, da poco tornato a casa dopo aver combattuto nella Grande Guerra che presto si avvicinerà ad un giovane Al Capone.

Telefilm davvero strabiliante che ha il respiro del grande cinema, lascia a bocca aperta per la qualità formale, narrativa e stilistica con la quale è confezionato. Del resto alla regia di questo pilot imperdibile e imprescindibile c’è il grande regista Martin Scorsese, qui in veste di produttore insieme all’attore Mark Wahlberg.
Nomi altisonanti che già ci fanno presagire il livello del doppio episodio che apre la strada ad una stagione di 12 puntate. Nomi altisonanti che si ripetono anche nel cast: il protagonista è un irresistibile Steve Buscemi, attorniato da attori del calibro di Michael Pitt, Kelly McDonald, Michael Shannon, Stephen Graham e Michael Stuhlbarg. Tutti interpretano dei personaggi davvero meravigliosi e, in alcuni casi, anche molto conosciuti come Al Capone, Lucky Luciano e lo stesso protagonista Nucky, personaggio realmente esistito che ha controllato la politica e il crimine di Atlantic city negli anni presi in esame.
Un vero e proprio gangater-movie (perché la differenza con un film non si nota assolutamente), si distingue per la maestosità delle scenografie, dei costumi, della fotografia e soprattutto della magnifica regia piena di carrellate orizzontali, piani-sequenza, inquadrature molto particolari dall’alto o dal basso (rimane impressa per la sua monumentale bellezza quella in cui si festeggia l’entrata in vigore del proibizionismo in un locale nel quale vengono lanciati centinaia di palloncini neri che vengono ripresi nella loro caduta sui vari invitati). Anche il montaggio si fa apprezzare per come mette a confronto, a volte anche confondendo volutamente lo spettatore, diverse situazioni come retate, sparatorie, rapine, omicidi, feste a base di alcol e divertimento sfrenato, litigi e violenze domestiche, relazioni sentimentali e puramente fisiche, commerci e affari sporchi tra i vari esponenti del crimine e moltissime altre situazioni simili.
Indubbiamente una delle migliori cose viste a questo Festival di Roma (se non la migliore in assoluto) e, al di là del fatto che riguardi un grande autore come Scorsese, dovrebbe lasciare spazio a riflessioni e considerazioni il fatto che si tratti di un prodotto per la tv. Del resto la rete via cavo che trasmette negli Stati Uniti questo stupefacente telefilm è la HBO, canale che ci ha regalato altri capolavori come “I Soprano” (ideato da Terence Winter a cui dobbiamo infinita gratitudine anche per “Boardwalk empire”) o gli indimenticabili “Oz” e “Six feet under”.
Per gli amanti delle serie televisive sarebbe un reato imperdonabile perdersi questo prodotto impeccabile, per gli amanti del cinema, comunque, si tratterebbe di un’occasione persa per godere di uno spettacolo non indifferente.

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The social network

In una semplice parola: Facebook

Evento attesissimo la proiezione di “The social network” ultima fatica del talentuoso e sempre originale David Fincher, non ha deluso affatto le aspettative, regalando un film davvero molto ritmato, coinvolgente, interessante e, incredibilmente, divertente, oltre che stilisticamente e formalmente apprezzabile. Stiamo parlando del racconto riguardante la nascita di uno degli eventi più rivoluzionari degli ultimi anni e cioè la creazione di Facebook, social network con milioni e milioni di iscritti in tutte le parti del mondo. Va da sé che si poteva incorrere in un tipo di narrazione canonica e fin troppo lineare, cosa che viene del tutto scongiurata dall’idea di Fincher di raccontare il tutto partendo dai processi subiti dal protagonista per furto di proprietà intellettuale e per truffa ai danni del migliore amico.

La figura di Zuckerbeck (ottimamente incarnata dal giovane attore Jesse Eisenberg) è la punta di diamante del film, grazie al misto di “nerdismo” e sarcasmo che lo contraddistingue. Funzionano alla grande, però, anche tutte le altre pedine di questa storia straordinaria che può appassionare chiunque, visto che sarà sicuramente difficile, se non quasi impossibile, riuscire a trovare qualcuno che non sia iscritto a Facebook, o che comunque non lo conosca approfonditamente. Vive di momenti molto tesi e intensi “The Social Network” (soprattutto quando si approfondisce l’amicizia tra Zuckerberg e il suo amico co-fondatore), ma anche di alcune spassose digressioni ironiche, costituite da una serie di dialoghi brillanti e accattivanti che innalzano di molto il gradimento della pellicola (quando il co-fondatore di Facebook ammette di non sapere come si fa a cambiare la situazione sentimentale del suo profilo, trattenere le risate sarà impossibile, così come in moltissime altre occasioni). Sono risate provocate da una comicità pungente e intelligente, anche se il film nasconde un’amarezza di fondo consistente nelle motivazioni che spingono il protagonista ad agire come agisce e, cosa davvero incredibile e significativa, ad inventare Facebook stesso. Al di là del desiderio di successo, di fama e di ricchezza, ciò che muove più profondamente il ragazzo nel compimento delle sue azioni sono i suoi sentimenti feriti: una ragazza che lo lascia, il migliore amico che ottiene successi professionali e universitari, scatenando la sua invidia e il suo senso di inferiorità. Certo è che le didascalie finali lasciano veramente di stucco, informandoci delle cifre astronomiche che il ragazzo ha dovuto pagare contro i suoi querelanti e della ricchezza monumentale che è riuscito a raggiungere partendo dalla forza delle sue idee, e soprattutto, delle sue insicurezze.

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Festival di Roma 2010: La pagella di Livecity

Come annunciato vi proponiamo una pagella con i voti ad alcuni dei film visionati durante questa quinta edizione del Festival di Roma.

The freebie di Katie Aselton (Extra – Fuori concorso): storia di una crisi di coppia raccontata con uno stile indipendente e molto particolare. Pochi soldi e molte idee a disposizione di due protagonisti molto in parte, anche se l’originalità non è il suo piatto forte. Voto: 7

The runway di Ian Power (Alice nella città – In concorso): un bambino irlandese in cerca di una figura paterna e un aviatore colombiano precipitato casualmente nel suo villaggio, stringeranno un’amicizia molto dolce e significativa. Film per bambini, ma anche per adulti che sanno ancora sognare e volare, così come fa l’aereo del protagonista. Tratto da una storia vera, ci riconcilia con la parte più fanciullesca di noi stessi. Voto: 7,5

In a better world di Susanne Bier (Selezione ufficiale – In concorso): storie di adulti e bambini che raccontano le differenti radici della violenza. Nel mezzo qualche risvolto stucchevole e fuori contesto, ma comunque alquanto efficace e comunicativo. Voto: 7

We want sex di Nigel Cole (Selezione ufficiale – Fuori Concorso): storia vera di un gruppo di donne che protestò per avere parità di diritti rispetto agli uomini. Loro erano le operaie di una casa di produzione della Ford e riuscirono ad ottenere una vittoria sofferta, ma schiacciante. Bellissima la ricostruzione storica e scenografica di un villaggio inglese scosso da questa sacrosanta lotta per l’affermazione personale. Voto: 7,5

The canal street madam di Cameron Yates (Extra – In concorso): documentario che racconta il rancore e e beghe private della prostituta più famosa di New Orleans, Jeanette Maier. Ci pone di fronte a diversi dilemmi etici, primo su tutti: è giusto ostacolare la libertà individuale di ognuno di noi di svolgere qualsiasi attività che non leda nessuno, all’interno delle mura domestiche? Voto: 7,5

Prey di Antoine Blossier (Extra – Fuori Concorso): dopo le pecore assatanate abbiamo i cinghiali assassini che si accaniscono su una famiglia disfunzionale con non pochi problemi. Bella la fotografia, ottime le atmosfere, coinvolgenti alcune sequenze, però stenta a decollare e si affossa in qualche risvolto narrativo evitabile. Voto: 7

Gangor di Italo Spinelli (Selezione Ufficiale – In concorso): un giornalista che sta girando un documentario sulla situazione delle donne in Bengala, fotografa una donna a seno nudo mentre allatta il suo bambino. Sarà l’inizio della fine per entrambi. Un film che ci fa riflettere sul valore del giornalismo e sulla situazione socio-politica di paesi difficili come quello preso in considerazione. Ristagna nel mezzo, non si fa aiutare da un impianto stilistico particolarmente accattivante, ma colpisce per il finale ad effetto. Voto: 7

Una vita tranquilla di Claudio Cupellini (Selezione Ufficiale – In concorso): Servillo sbaraglia tutti e ci offre l’interpretazione migliore del festival. Il film è accompagnato da una bellissima regia e da un’incalzante atmosfera noir, anche se la sensazione di deja vu rispetto a “Le conseguenze dell’amore” è fin troppo forte. Voto: 7,5

The people Vs George Lucas di Alexandre O. Philippe (Extra – Fuori Concorso): documentario esilarante, scoppiettante e imperdibile. Uno dei migliori film proiettati al Festival, non lascia il tempo di riposarsi dalle infinite risate che suscita. Interessante anche per la riflessione sull’opera d’arte cinematografica e sul suo valore per chi la crea e per chi ne fruisce. Voto: 8

Rabbit Hole di John Cameron Mitchell (Selezione ufficiale – In concorso): Nicole Kidman e Aaron Eckhart sono una coppia in crisi a causa della perdita del loro bambino. Entrambi affronteranno il dolore in maniera diversa, trovando un rifugio (da cui la metafora del titolo) in posti diversi, incontrandosi però alla fine del percorso. Per niente retorico, anche se a volte poco originale, emoziona e coinvolge. Voto: 7,5

The social network di David Fincher (Selezione ufficiale – Fuori concorso): Senza ombra di dubbio il miglior film di questa quinta edizione. Un peccato che sia stato proiettato doppiato, suscitando l’ira dei giornalisti. La personalità controversa e accattivante del protagonista è il punto forte, uno dei tanti, di questo imperdibile film. Voto: 8,5

The kids are all right di Lisa Chodolenko (Selezione ufficiale – Fuori concorso): storia di un tradimento all’interno di una coppia di donne omosessuali. L’amante, però, è un uomo e precisamente il donatore di sperma che ha permesso alle protagoniste di diventare madri per ben due volte. Un po’ troppo pieno di cliché e banalità, si fa guardare con spensieratezza grazie al suo carattere leggero e ironico. Voto: 7

As mehlores coisas do mundo di Lais Bodanzky (Alice nella città – In concorso): Un misto tra Muccino e Moccia, ambientato in Brasile con l’irritante riproposizione stucchevole e imbarazzante del capolavoro dei Beatles “Something”. Voto: 4

The incite mill di Hideo Nakata (Selezione ufficiale – Fuori Concorso): Agatha Christie rivisitata e rimescolata con le tematiche del reality show. Dieci piccoli indiani e Grande fratello messi a confronto in maniera apparentemente intelligente, salvo poi scadere nel prevedibile e persino nel retorico verso il finale. Voto: 6

De regenmakers di Floris-Jan van Luyn (Extra – In concorso): documentario che ci racconta di alcuni disastri ecologici in territori cinesi attraverso la storia di quattro attivisti in lotta contro I mulini a vento. Costituito da immagini straordinarie, colpisce per il coinvolgimento e il dolore dei protagonisti. Voto: 8

The back di Liu Bingjian (Selezione ufficiale – In concorso): descritto come horror totalitario, di horror ha molto poco, anche se risulta essere molto inquietante e angosciante. Interminabili inquadrature fisse e angolazioni molto particolari ci raccontano questa storia di follia e “possessione” che ha i suoi effetti non solo sulla psiche, ma anche sul corpo. Voto: 7,5

Tête de turc di Pascal Elbé (Alice della città – In concorso): un Crash “haggiano” in salsa francese, racconta del degrado della banlieue in maniera fin troppo retorica e stereotipata. Alcune connessioni tra i vari protagonisti, poi, sembrano a dir poco forzate, oltre che poco credibili. Voto: 5

Pete Smalls is dead di Alexandre Rockwell (Extra – Fuori concorso): due strampalati personaggi si mettono alla ricerca di un loro amico regista apperentemente morto, ma in realtà scomparso chissà dove con la pellicola di un film che fa gola a molti. Anche se poco coeso e lineare, risulta vincente per una serie di gag imperdibili e per la forte caratterizzazione dei personaggi. Voto: 7

Le sentiment de la chair di Roberto Garzelli (Extra – Fuori concorso): una studentessa di medicina e un radiologo si incontrano e si scoprono entrambi amanti e feticisti delle parti interne del corpo. Tra una tac e l’altra, sempre alla ricerca della visuale perfetta, scopriranno che “l’interno” è tanto importante quanto l’esterno, non senza però farsi male. Voto: 7

Inside job di Charles Ferguson (Extra – Fuori concorso): documentario narrato dalla voce di Matt Damon che ci mette di fronte al disastro economico globale che è partito dagli Stati Uniti nel 2008. Non si risparmia nessuno e in maniera accattivante si raccontano i retroscena scandalosi e inaccettabili di questo disastro che ha rovinato milioni di vite. Voto: 8

Boardwalk empire di Martin Scorsese (Selezione ufficiale – Fuori concorso): pilot della serie televisiva che va in onda sulla HBO e che in Italia verrà trasmessa da Sky tv, è uno straordinario affresco dell’Atlantic city del 1920 durante gli anni del proibizionismo. Un cast stellare e monumentale, una scenografia mozzafiato, una regia ardita e spettacolare per un prodotto televisiva che non ha nulla da invidiare al grande cinema. Voto: 9

Kill me please di Olias Barco (Selezione ufficiale – In concorso): vittoria meritatissima per questa commedia nera intrisa di grottesco e surreale che non solo fa ridere della morte in maniera intelligente e al tempo stesso spassosa, ma fa anche riflettere su un tema molto scottante come l’eutanasia. Voto: 8,5

 


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Festival di Roma 2010: E' arrivato il momento di tirare le somme

A Festival terminato non potevamo non lasciarvi con un resoconto generale di questa grande esperienza, attraversata dalla magia del cinema, ma anche dai tumulti delle proteste che hanno caratterizzato particolarmente questa quinta edizione. Grande spazio anche per la musica con il documentario dedicato a Bruce Springsteen (che qualcuno in giro per l’Auditorium si ostinava a chiamare SpreengSting, fondendo in realtà il nome di due icone musicali), ma anche con il documentario dedicato a Lillian Roxon, la giornalista che ha testimoniato la qualità artistica e indiscutibile di molte star del mondo del rock.

Ma è proprio sul fronte documentari che il Festival ci ha regalato i film migliori, spaziando tra temi e stili, e riuscendo sempre a conquistare lo spettatore, facendolo interessare a ciò che veniva raccontato, ma soprattutto a come veniva fatto. Grande qualità, come sempre, abbiamo riscontrato nei film appartenenti alla sezione Extra, che ci ha offerto le pellicole più apprezzabili e le più grandi sorprese. Calma piatta, o quasi, invece, per i film in concorso, se si esclude, ovviamente, la particolarità estrema e l’ironia nerissima del mitico vincitore “Kill me please”. Stessa cosa dicasi per Alice nella città che non ha colpito o graffiato notevolmente, regalandoci qualche film carino, ma anche alcuni davvero evitabili.

Sul fronte conferenze stampa sono lontani i tempi dei grandi divi, ma c’è da dire che la star assoluta di questa quinta edizione del Festival di Roma è stata senza ombra di dubbio la meravigliosa Zazie de Paris, protagonista del film vincitore, con cui abbiamo anche scambiato due chiacchiere scoprendo che per il personaggio da lei interpretato si è ispirata a Blanche di “Un tram che si chiama desiderio”. Grande fomento, del tutto ripagato, per l’incontro con Martin Scorsese che ha raccontato di come il cinema di Fellini abbia ispirato il suo, partendo proprio da “La dolce vita” e dall’indimenticabile Marcello Mastroianni. I più scoppiettanti, però, sono stati John Landis, il regista indipendente Alexandre Rockwell che ci ha regalato una serie di chicche incredibili e, soprattutto, Nigel Cole che si è “portato dietro” le vere protagoniste della storia a cui è si è ispirato per il suo film: le operaie della Ford che nel 1968 scioperarono a Dogenham per ottenere parità di diritti salariali rispetto ai colleghi uomini.

Nel mezzo i duetti tra Salvatores e De Cataldo da un lato e Silvio Orlando e Margherita Buy dall’altro. Rimanendo in Italia, davvero affollata è stata la conferenza stampa de “Il padre e lo straniero” con il regista Ricky Tognazzi, la sceneggiatrice Simona Izzo e i protagonisti Alessandro Gassman e Ksenia Rappaport. La polemica si è accesa, invece, sulla mancata proiezione de “Le cose che restano” prima della conferenza stampa ad esso dedicata. I protagonisti della fiction che andrà in onda sulla Rai (Paola Cortellesi al centro di un red carpet imperdibile, Claudio Santamaria, Ennio Fantastichini e Lorenzo Balducci), così come il regista Gianluca Maria Tavarelli, non hanno gradito affatto il disguido. Certo è che una proiezione lunga quasi sei ore ha messo a dura prova anche il cinefilo più incallito!

Tra gli eventi speciali, uno dei più entusiasmanti è stato sicuramente la proiezione del pilot di un telefilm americano prodotto da Scorsese e Mark Wahlberg e interpretato da Steve Buscemi, Michael Pitt, Kelly McDonlald, Michael Shannon, Stephen Graham e Mark Stuhlbarg. Trattasi di “Boardwalk empire”, il cui primo episodio doppio è stato girato dallo stesso Scorsese, regalando allo spettatore uno spettacolo di regia e di messa in scena non indifferente. A seguire una particolare conferenza stampa con Michael Pitt che si è dimostrato poco affabile, anche se c’è da giustificarlo per le domande poco delicate che gli sono state poste.

Interesse alle stelle anche per la bellissima e bravissima Julianne Moore che quest’anno ha vinto il Marc’Aurelio alla carriera, oltre ad essere presente come interprete del film “The kids are all right” accanto ad Annette Benning e a Mark Ruffalo. Sul famoso tappeto rosso si è fermato anche il nostro Carlo Verdone che ha speso parole condivisibili riguardanti i famigerati tagli alla cultura del nostro governo.

Proseguendo su questa falsa riga, abbiamo cercato di coprire quasi tutte le proiezioni e tutti gli eventi collaterali, informandovi giorno per giorno sugli sviluppi e le novità di questa quinta edizione che non si è rivelata stratosferica, ma che comunque ha offerto molte soddisfazioni. Per lasciarvi con un’idea più chiara e sintetica del tutto, vi proponiamo una sorta di pagella di alcuni dei film visionati, in modo tale da offrirvi uno sguardo ampio e generale di questa imperdibile esperienza

 

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