20 sigarette

REGIA: Aureliano Amadei
CAST: Vinicio Marchionni, Carolina Crescentini, Giorgio Colangeli, Massimo Popolizio, Orsetta De Rossi, Alberto Basaluzzo, Edoardo Pesce, Luciano Virgilio
ANNO: 2010
 
Il giovane Aureliano studia per diventare attore sognando la regia. Nel frattempo passa da un centro sociale all’altro, manifestando contro la guerra e sognando un futuro di pace. Quando un regista amico di famiglia gli propone di andare con lui in Iraq per fargli da aiutante, il ragazzo, dapprima titubante, decide che si tratta di un’ottima opportunità. Una volta arrivato non avrà il tempo di fumare 20 sigarette che si ritroverà nel bel mezzo dell’attentato a Nassiryya dal quale uscirà come unico civile sopravvissuto.
 
Un film che tratta una tematica molto scottante e dolorosa, un film che narra di una tragedia privata e pubblica, un film che racconta della guerra. Un po’ di tutto questo è “20 sigarette” che non si prefigge nessun obiettivo se non quello di mostrare tramite lo sguardo vispo, sbarazzino e inconsapevole di un giovane uomo, quello che in realtà nessuno conosce nella sua vera essenza. Riuscendo a trattare il tema delicato in maniera per niente ruffiana (escludendo qualche sequenza evitabile che però si dimentica e si perdona al regista esordiente, lo stesso protagonista del film interpretato apprezzabilmente da Vinicio Marchionni), Aureliano Amadei, che ha tratto questo film dal suo stesso romanzo scritto a quattro mani con Francesco Trento, ci regala una pellicola davvero interessante. Si mantiene quasi interamente su un binario fatto di ironia e spensieratezza, evitando il rischio di retorica e melodramma, restituendo una prospettiva al tempo stesso soggettiva ma super partes. Il protagonista, infatti, parte con una mentalità ben precisa, e torna con una visione sconvolta e stravolta della realtà delle cose. Non sempre, quindi, ciò che ci viene mostrato e raccontato nei tg, dai politici, dai giornalisti è così rispondente alla verità. La verità sta negli occhi di chi guarda, di chi vive, di chi soffre, di chi muore. Anche se non è morto, Amadei, in qualche modo ha voluto dirci che non tutti i militari sono delle macchine da guerra e che, insomma, non è tutto bianco o tutto nero, così come pare credere il suo amico che lo abbandona quando, alla presentazione del suo libro, lo sente mettere sullo stesso piano un giovane soldato italiano e un bambino iracheno, entrambi morti nel terribile attentato. Sono tutte vittime e sono tutti carnefici, è questo ciò che si evince dalla parabola umana dell’uomo partito bambino e tornato uomo. Nessun intento apologetico, però, ma solo il punto di vista di un testimone oculare, condivisibile o meno. Sarà un caso, però, che al momento della sua uscita il film abbia suscitato polemiche e ostruzioni da parte del mondo politico?
Tralasciando le polemiche, comunque, si può asserire che “20 sigarette”, soprassedendo su qualche disequilibrio narrativo nei bruschi e poco calibrati passaggi dal dramma alla “commedia”, è un ottimo film che si avvale anche di alcuni momenti molto ispirati, primo su tutti la claustrofobica soggettiva del protagonista che osserva terrorizzato e sconvolto l’attentato che si svolge davanti ai suoi occhi. Una lunga sequenza che tiene lo spettatore imprigionato davanti allo schermo e lo costringe a tenere anche i suoi occhi incollati all’orrore e alla tragedia. Una sequenza che colpisce con una forza sorprendente e trasmette un senso di percepibile e pressante disagio, in grado di emozionare potentemente lo spettatore immerso fino al collo, così come il protagonista, nel sangue, nella polvere, nei proiettili volanti, nella morte.
Interessanti e originali, seppur scarsamente sfruttati e poco amalgamati anch’essi col resto della narrazione, gli inserti onirici, quelli nei quali il protagonista immagina i suoi compagni, un soldato e il regista Stefano Rolla, nel deserto. Inserti che esprimono tutta la potenzialità della fantasia del protagonista, poi mescolata alla disperazione al dolore per una perdita immensa. Una perdita non solo di persone care, seppur conosciute da poco, ma anche di un equilibrio mentale ed emotivo, così come dimostra il finale che ci mostra l’uomo maturato e responsabilizzato (sposa la sua amica di una vita e diventa padre), cedere ancora al panico e al terrore del ricordo.
E’ questo soprattutto, allora, “20 sigarette”: lo stravolgimento di una vita a causa di una terribile tragedia di cui tutti, anche a sproposito, hanno voluto occuparsi, ma che in realtà ha riguardato nel profondo solo poche persone, contemporaneamente innocenti e colpevoli.

VOTO:

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La donna del ritratto

REGIA: Fritz Lang
CAST: Edward G. Robinson, Joan Bennett, Raymond Massey, Don Duryea
ANNO: 1944
 
Uno stimato criminologo rimasto in città dopo la partenza di moglie e figli per le vacanze, passa una notte molto particolare: fermatosi ad ammirare il ritratto di una donna, se la ritrova alle sue spalle e si fa convincere ad uscire a prendere qualcosa da bere e poi ad andare nel suo appartamento. Qui l’uomo verrà assalito dall’amante dell’avvenente signorina e per difendersi sarà costretto a pugnalarlo con delle forbici. Nascondere il cadavere e non attirare i sospetti della polizia sarà molto difficile, soprattutto quando un terzo personaggio farà la sua comparsa per ricattare i due complici dell’omicidio.
 
Nonostante appartenga al periodo americano del regista tedesco Fritz Lang, “La donna del ritratto” porta con sé molto dell’espressionismo che contrassegna l’arte cinematografica del suo paese d’origine. Attraversato da atmosfere surreali e oniriche, accompagnate da una splendida fotografia che gioca abilmente con le luci e le ombre e da un’ambientazione prevalentemente notturna, “La donna del ritratto” è un grande noir che coinvolge e affascina non solo per le caratteristiche succitate, ma anche per la caratterizzazione dei personaggi, soprattutto il protagonista magistralmente interpretato da Edward G. Robinson, e per il dilemma etico che lo contrassegna. Come rapportarsi alla decisione presa dal professore di sbarazzarsi del corpo e continuare come se niente fosse? E’ possibile condannare totalmente questo uomo comune, nel quale lo spettatore può facilmente immedesimarsi, per un omicidio commesso in preda al terrore di perdere la propria vita? Insomma, non è facile rapportarsi eticamente con quanto viene narrato nella pellicola, visto che man mano che il tempo passa e che gli indizi vengono a galla, i due complici sconosciuti scendono sempre più negli “inferi”, anche a causa di uno spregevole ricattatore nei confronti del quale non ci sarà altro da fare se non continuare ad uccidere… Laddove sembra che il tutto stia per terminare in maniera beffarda, punitiva e moralistica nei confronti dell’atteggiamento tenuto dal protagonista, Lang ribalta completamente le carte in tavola, forse spinto dalla produzione a non proporre un finale così cinico e crudele. Il risultato, seppur apparentemente imposto, è quello non solo di aver evitato il pericolo di demonizzazione del male a tutti i costi, ma, paradossalmente, di mostrare quanto il male a volte possa avere un fascino tutto particolare, tanto da indurre l’uomo a sognarlo come un’avventura appassionante, seppur pericolosa.
Parlare di sogno, ovviamente, non è un caso, dato che sin dall’inizio con una strizzatina d’occhio di classe il regista ci regala un’importante inquadratura con il protagonista che parla al suo uditorio e la lavagna alle spalle sulla quale campeggia il nome di Freud. Ed è proprio la coscienza dell’uomo comune messa a contatto con le aspirazioni più recondite ad essere raccontata in questo film. E’ da quando la donna si avvicina quasi sinistramente al protagonista, comparendo come un fantasma riflessa sulla vetrina nella quale è esposto il suo ritratto, che ci accorgiamo dell’estrema straordinarietà degli eventi che stanno per susseguirsi sullo schermo. A partire dal fatto che la bellissima donna si interessi così tanto ad un uomo di mezza età non così avvenente, passando per l’estrema sbadataggine di un criminologo nel condurre i sospetti dell’amico ispettore di polizia su di lui (mostra apertamente il graffio che si è fatto sul luogo in cui ha nascosto il cadavere poi ritrovato, accompagnando l’amico in ricognizione sul luogo del ritrovamento lo precede dirigendosi direttamente sul punto in cui aveva lasciato il cadavere, e via dicendo), arrivando alla crudele decisione di ammazzare anche il ricattatore, proveniente da un uomo prima di allora mite e onesto.
E’ inutile, allora, indignarsi per il finale solo apparentemente deludente, visto che per tutto il film Lang non fa altro che condurci per mano verso una determinata interpretazione dei fatti. Inoltre la soluzione narrativa da lui adottata è raccontata in un sublime momento registico che, senza stacco di montaggio alcuno, ci porta dalla condizione onirica del protagonista al ritorno vero e proprio alla realtà.
“La donna del ritratto” è uno dei più classici e indimenticabili esponenti del cinema noir che si fa apprezzare per tutti gli aspetti succitati e si fa ricordare anche con un sorriso grazie alla simpatica ironia che accompagna le battute finali del film, quando il protagonista, ancora una volta fermo ad ammirare il ritratto che ha scatenato il tutto, viene avvicinato da un’altra bella donna, ma fugge via a gambe levate, invocando quella saggezza che per tutto il film, invece l’aveva abbandonato.
Saggezza che, invece, contraddistingue l’abile mano registica di un magnifico Fritz Lang qui ad una delle sue prove più suggestive e in qualche modo visionarie.

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Alien

REGIA: Ridley Scott
CAST: Sigourney Weaver, Tom Skerritt, Veronica Cartwright, Harry Dean Stanton, John Hurt, Ian Holm, Yaphet Kotto
ANNO: 1979
 
A bordo dell’astronave Nostromo l’equipaggio sta dormendo in attesa di fare ritorno sulla Terra. I componenti però vengono svegliati da un allarme che li costringe ad accettare la richiesta di soccorso proveniente da un altro pianeta. Giunti in perlustrazione dello stesso scopriranno un’enorme distesa colma di uova contenenti strane creature. Una di queste si insinuerà potentemente nell’organismo di un astronauta e arriverà a scombussolare l’equilibrio creatosi nell’astronave.
 
Uno dei fanta-horror più importanti della storia del cinema, “Alien” ha fatto storia e scuola per una serie di pellicole a venire che hanno cercato di accostarvisi non sempre con risultati positivi. La grandezza del film consiste nel suo rigore formale e narrativo e nella sua capacità di angosciare e terrorizzare lo spettatore senza fare ricorso ad effettacci o spettacolarizzazioni di sorta, ma giostrando abilmente le atmosfere, le attese, i silenzi, i momenti bui e le striscianti e per nulla telefonate apparizioni dell’alieno mostruoso. “Alien” si fa ricordare per moltissimi elementi di novità e “rivoluzione” all’interno del genere di appartenenza, primo su tutti la straordinaria ambientazione, non più quasi asettica e geometrica, come nei film di fantascienza precedenti, ma molto scura, sporca e inquietante, tanto che spesso le condutture o gli angoli più nascosti della navicella spaziale si confondono con il mostro che si aggira tra essi. Altro aspetto di grande novità, uno dei più apprezzabili anche se scegliere è difficile, è l’eroicizzazione di un personaggio femminile, la Ripley interpretata egregiamente da una perfettamente androgina e volitiva Sigourney Weaver, entrata ormai nell’immaginario collettivo dei grandi personaggi cinematografici. Nonostante la presenza sull’astronave di uomini grandi e grossi, forti e dominatori, come il capitano Dallas, il barbuto Tom Skerritt; il macchinista Parker, l’imponente Yaphet Kotto; o addirittura lo scienziato-androide Kane, uno Ian Holm che ci riserva il colpo di scena più grande della pellicola, oltre che assolutamente inaspettato; a sopravvivere e tenere testa all’essere mostruoso che minaccia la loro vita, è la donna forte e coscienziosa, colei che per prima si era rifiutata di far rientrare gli astronauti andati in perlustrazione sul pianeta sconosciuto, per evitare di fare tornare nell’astronave non solo loro, ma anche l’agente esterno. Colei che non sembra soffermarsi molto sulla morte dei suoi compagni, ma si premura oltre il verosimile, di portare in salvo il gatto di bordo Jonsey, a rimarcare ancora più potentemente, il grande assunto di fondo della pellicola: l’uomo è l’essere più imperfetto per eccellenza, sovrastato e a volte travolto da sentimenti ed emozioni, che siano esse negative e positive; mentre l’animale, alieno o meno, è dotato di perfezione assoluta, proprio perché efficiente e rispondente solo agli istinti di sopravvivenza. Il tutto viene però reso meno schematico dalla battaglia finale di Ripley contro l’alieno (raccontata in una delle sequenze più belle del film) e dalla contaminazione alieno-uomo, tant’è che il mostro riesce a prendere vita proprio insinuandosi, quasi come una fecondazione, nel corpo di un essere umano e poi, quasi come un parto, venendo alla luce dall’interno dello stesso. Le metafore sessuali, però, non si fermano di certo qui come dimostrano le forme delle varie fasi di vita del mostro, disegnato e realizzato da Ginger, anche se la mostruosa ma al tempo stesso quasi sinuosa testa dell’alieno è del nostro Carlo Rimbaldi (non è un caso che anche il mostro abbia sembianze velatamente femminili). Altro sottotesto è la critica alla sfrenata e a volte poco etica ricorsa alla scoperta scientifica, in nome della quale sacrificare anche vite umane, così come dimostra la scoperta della vera missione per la quale l’equipaggio è stato ingaggiato.
A creare il mix esplosivo e vincente, ci pensano poi la straordinaria colonna sonora di Jerry Goldsmith, che accompagna con grande ritmo e intensità tutte le varie fasi del racconto; la precisa e attenta regia di Ridley Scott, sempre intento a ricreare il senso di claustrofobia e di imprigionamento vissuto dai protagonisti che prima di farsi braccare, devono essi stessi braccare il mostro; il folto e nutrito cast di attori protagonisti che inscenano alla perfezione il circo delle imperfezioni umane: incomprensioni, liti derivanti dal rispetto di determinate scale gerarchiche, insistenti richieste di pagamento per il proprio lavoro, mancanza di fiducia nel prossimo e si potrebbe continuare a lungo.
Rifacendoci alla tagline del film, “nessuno nello spazio può sentirti gridare”, possiamo affermare con sicurezza e fermezza che “Alien”, invece, all’interno del panorama fantascientifico e orrorifico, ma non solo, fa sentire a pieni polmoni la sua voce e si erge come uno dei massimi esponenti del genere che, nonostante l’età, rimane ancora imbattuto.

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Top 10 personaggi cinematografici maschili e femminili del 2010

UOMINI

Mark Zuckerberg (The social network)

 

Brad McCullum (My son my son)

 

Teddy Daniels (Shutter island)

Mr Fox (Fantastic Mr Fox)
Padre (The road)
Dominic Cobb (Inception)
Ken (Toy story 3)
Scott Pilgrim (Scott Pilgrim Vs the world)
Tahar Rahim (Il profeta)
Costello (Vendicami)

 

 

DONNE

Ipazia (Agora)

 

Mal Cobb (Inception)

 

 Mrs McCullum (My son my son)

 Mrs Fox (Fantastic Mr Fox)
Barbie (Toy story 3)
Neytiri (Avatar)
Regina di cuori (Alice in Wonderland)
Rachel Solando (Shutter island)
Kim Pine (Scott Pilgrim)
Ruth Lang (L’uomo nell’ombra)

 

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Nowhere boy

REGIA: Sam Taylor-Wood
CAST: Aaron Johnson, Kristin Scott Thomas, Anne Marie-Duff, Thomas Sangster
ANNO: 2010
 
L’adolescenza turbolenta di John Lennon diviso tra l’affetto severo della zia e la passione scalpitante della madre. Nel mezzo il primo incontro con Paul McCartney e le prime esperienze musicali.
 
Avendo a che fare con un personaggio mitico e straordinario come John Lennon come minimo era lecito aspettarsi un film con le stesse qualità, o perlomeno interessante nel racconto di una personalità unica e irripetibile come quella dell’indimenticabile cantante. Ciò che più delude in “Nowhere boy” è che, al di là del fatto che si è scelto di raccontare il ragazzo e non l’artista (cosa che poteva risultare interessante proprio per vedere come le due figure poi si sono sovrapposte, ma che in realtà non avviene affatto), la convenzionalità del racconto è davvero disarmante, visto che la regista decide di concentrarsi sui piccoli grandi drammi romanzeschi che hanno contrassegnato l’adolescenza di Lennon, calcando la mano con eccessiva enfasi su di essi e focalizzando l’attenzione su particolari di scarso interesse, oltre che di sentimentalismo e stucchevolezza estreme.
Poco importa che il personaggio di cui si sta parlando è stato uno degli uomini più importanti della nostra storia moderna, culturale, artistica e sociale, visto che ciò che sembra più interessare per l’esordiente e forse inesperta regista, è il racconto di liti furibonde tra familiari, subbugli ormonali inarrestabili (anch’essi mostrati nella più infantile e scontata delle maniere), sentimenti di ribellione al convenzionalismo imperante visti come semplici e fastidiosi atteggiamenti da bullo. Ancora più deludente il fatto che le bellissime canzoni scelte per comporre la colonna sonora del film (il rock lascivo e sensuale che in quegli anni dilagava), non vengono ben sfruttate e fuse con le immagini narrate, in un auspicabile mix tra musica e immagini in grado di emozionare, comunicare e coinvolgere, ma sono usate semplicemente a corredo di passaggi narrativi schematici, banali e semplicistici. L’unica sequenza che si distingue dalle altre e riesce a colpire lo spettatore è quella nella quale il giovane Lennon impara a suonare il banjo mentre il mondo attorno a lui continua a girare (è anche l’unica sequenza in cui si fa riferimento all’effettiva passione musicale del giovane). Persino la scena finale in cui Lennon, McCartney e Harrison incidono il loro primo pezzo, sequenza che poteva avere una carica emotiva non indifferente, viene in parte rovinata dallo sfiancante riproporsi in flashback dei momenti più idillici vissuti dal protagonista con la madre, con tanto di faccia sofferente del giovane che canta tra le lacrime.
Della serie che neanche “Beautiful” si spingerebbe così oltre, dato che almeno lì non viene scomodata nessuna figura di spicco, quasi sacra si potrebbe dire, come in questo caso. Anche il racconto dell’avvicinamento di Lennon al rock, avvenuto tramite l’entusiasmo travolgente della madre libertina e moderna, viene inficiato nella sua potenzialità narrativa, da una serie di altri flashback che raccontano il travagliato percorso della donna e la motivazione per la quale il piccolo bambino fu affidato alla zia Mimì. 
E’ infatti sulla contrapposizione tra queste due figure femminili che in maniera diversa hanno influito sulla formazione di Lennon che si decide di puntare la lente d’ingrandimento con risultati però non proprio eccelsi, forse perché la materia di “studio” era un po’ troppo scottante e difficile da trattare.
Se ci aggiungiamo che a questa scontatezza narrativa e registica si affianca anche una piattezza stilistica e formale, allora non possiamo che pervenire alla conclusione di trovarci di fronte ad un film che potrebbe piacere a chi è in cerca melodrammi sentimentali, mostrati superficialmente con ripetuti e abusati espedienti come porte che sbattono in continuazione, persone che urlano incessantemente, altre che si mettono di spalle per non mostrare il proprio dolore e si potrebbe continuare su questa falsa riga.
Un piccolo buco nell’acqua, insomma, questo “Nowhere boy” che lascia con l’amaro in bocca i grandi appassionati e amanti di un personaggio che ha cambiato la storia della musica ma che, in questo caso, ha lasciato piuttosto inalterata quella del cinema.

VOTO:

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Ultimatum alla Terra 1951 Vs Ultimatum alla Terra 2008

La fantascienza essenziale e pacifista di un grande cinema di genere

 

Nella città di Washington all’improvviso atterra una navicella spaziale diffondendo il panico tra la popolazione. A bordo del disco volante c’è un alieno, Klaatu, con sembianze umane, e un androide, Gort, che si attiva solo per rispondere alla violenza altrui. L’obiettivo della venuta è cercare di convincere gli uomini a non espandere la loro sete di conquista e il loro guerreggiare oltre la terra, arrivando a rovinare anche gli altri pianeti, pena l’estinzione della razza umana.
 
Uno dei primi esempi di film fantascientifico, datato 1951, “Ultimatum alla Terra”, a ben 60 anni di distanza, mostra ancora una giovinezza e un’aderenza al tessuto storico e socio-politico della situazione mondiale, da lasciare in qualche modo stupefatti. Se all’epoca il terrore e il pericolo provenivano dalla nascente espansione delle ricerche sul nucleare e sull’energia atomica, così come dalla paura per il comunismo e il maccartismo (esemplare al riguardo la figura di una vecchia signora che insinua il dubbio sulla reale provenienza dell’alieno, magari appunto dalla Russia), oggi ci sarebbero molti altri motivi che potrebbero spingere i rappresentanti di eventuali altri pianeti a porci un ultimatum per smetterla di mettere in subbuglio la nostra terra e, di rimando, quella di altri a noi vicini.
Il messaggio pacifista e se vogliamo anche sottilmente evangelico (il protagonista sembra quasi un messia venuto in terra, con tanto di morte e resurrezione ad opera dell’androide) che questo alieno porta sulla Terra, insomma, è raccontato con toni e modi davvero eleganti e allusivi, ma mai gridati o volgarmente spiattellati, per un pubblico incapace di pensare e dedurre con la propria testa.
Grande merito del film, tra l’altro, è quello di fare scarso riscorso agli effetti speciali o spettacolarizzazioni di sorta, fondando la sua impalcatura teorica, concettuale e comunicativa sulla forza dei dialoghi, a tratti pungenti e sarcastici (si veda quello in cui il segretario cerca di spiegare all’alieno come mai non è possibile riuscire a riunire i rappresentanti di tutti i paesi del mondo), sulla compostezza delle interpretazioni (rimane impressa quella del protagonista impassibile e, coerentemente al tipo di personaggio interpretato, quasi atono), sull’innovativa e bellissima colonna sonora firmata Bernard Herrmann (storico collaboratore di Hitchcock e Welles), e soprattutto, sulla precisa e affascinante regia che con rigore ed eleganza ci accompagna lungo il racconto di questa storia straordinaria e fantascientifica, ma al tempo stesso veicolo di riflessioni interessanti e stimolanti sull’incapacità dell’uomo di governare non solo la terra, ma soprattutto i propri istinti, il più delle volte tendenti al male, al sopruso, alla vittoria a tutti i costi.
Non è un caso, infatti, che l’alieno (assunto il falso nome di Carpenter e mescolatosi all’umanità per cercare di comprenderne al meglio i comportamenti), quando si accorge dell’impossibilità di parlare a tutti i rappresentanti politici del mondo, decide di rivolgersi ad uno scienziato che sia in grado di radunare tutte le menti eccelse dei vari stati, in modo che siano loro a portare al resto della popolazione il messaggio che è venuto a portare. Un messaggio che ha del beffardo, se si pensa che all’alieno non importa affatto di ciò che gli uomini possono farsi tra loro, con le guerre e le violenze, ma di quello che potrebbero fare agli abitanti degli altri pianeti se solo riuscissero ad espandersi nell’universo. Un messaggio sì pacifista, dunque, ma per nulla buonista o retorico, che nasconde dentro di sé una buona dose di cattiva e pungente critica al valore negativo dell’umanità.
Certo non mancano le eccezioni, come dimostrano due personaggi che si affezionano a loro modo all’alieno: un bambino molto curioso e affettuoso e la sua mamma coraggiosa e ragionevole. Quello che più rimane impresso, però, è l’atteggiamento del mondo politico e militare nei confronti dell’ignoto, di ciò di cui non si conosce la provenienza. Atteggiamento tendente all’attacco prima di tutto, piuttosto che all’ascolto.
Tra le sequenze che si fanno ricordare, ci sono sicuramente quella in cui l’alieno provoca l’arresto totale di tutti i mezzi di trasporto e non della terra e quella, ormai entrata nella leggenda e nell’immaginario collettivo, in cui la protagonista femminile, su suggerimento dell’uomo astrale, per fermare la furia distruttrice di Gort, attivatasi dopo l’uccisione del compagno, deve urlare “Klaatu, Barada, Nikto”, diventato poi vero e proprio motto di cinefili e appassionati.
 

Il remake e l’arte dello stravolgimento

Se esistesse una classifica dei remake più irrispettosi, fuori luogo e mal riusciti della storia del cinema, molto probabilmente questo girato da Scott Derrickson e interpretato da Keanu Reeves, Jennifer Connelly, Kathy Bates, Jaden Smith (il figlio di Will), Jon Hamm (il Don Draper di Mad men) e Robert Knepper (il T-bag di Prison Break), si aggiudicherebbe uno dei primi posti.

Al di là del fatto che molti degli spunti dell’originale sono stravolti, cosa che potrebbe essere anche un aspetto positivo visto che non avrebbe forse alcun senso riproporre pedissequamente uno stesso film, quello che più irrita e indispettisce di questa pellicola è il suo carattere altamente retorico e buonista, la sua morale tipicamente hollywoodiana di fondo, il suo scadere fin troppe volte nel ridicolo involontario, la bassa lega dei dialoghi che lo compongono, messi in bocca ad interpreti sottotono, e l’infantilismo, misto a semplicismo e banalità varie, che inonda il risibile messaggio di fondo.
Nel post 11 settembre, il film che nell’originale era tratto dal racconto “Addio al padrone” di Harry Bates, si sposta a Manhattan, centro nevralgico di qualsiasi disgrazia, calamità naturale, attacco alieno o terroristico che si rispetti. Ma se questa scelta può risultare comprensibile, oltre che attuale, non si comprende bene per quale motivo sottolineare didascalicamente e grottescamente il sottile carattere evangelico contenuto nell’originale  (con tanto di Keanu Reeves che addirittura cammina sulle acque) e trasformare il messaggio pacifista e al tempo stesso intimidatorio del primo film, in una metafora ecologista che suggerisce all’uomo di comportarsi meglio con la natura, con la propria terra.
Ecco che allora il perfetto, essenziale e lineare disco volante del film del ’51 viene sostituito da grossolane e inguardabili sfere luminose sparse qui e lì come delle moderne arche di Noè per tentare di racimolare quanti più esseri viventi meritevoli di salvezza prima che arrivi il “diluvio”; e all’inizio del film fa la sua comparsa un incipit che spiega, laddove non ce n’era stato giustamente bisogno, come ha fatto l’alieno ad assumere sembianze e conoscenze umane.
Se ci aggiungiamo l’antipatia estrema del bambino, come nell’originale figlio di un caduto in guerra, che continua a richiamare l’eroico coraggio del padre, oltre che a disturbare con le sue inutili lamentele, e proseguiamo con la stucchevolezza estrema che caratterizza il rapporto interpersonale tra la matrigna, qui una scienziata dal cuore d’oro, e il suddetto bambino, allora il pasticcio è fatto. Senza considerare il fatto che il temibile e inamovibile alieno (che qui incontra anche un esemplare della sua specie da anni infiltrato tra gli essere umani e ormai affezionato alla Terra), alla fine cambia improvvisamente idea perché testimone dell’infinito affetto che gli esseri umani sono capaci di provare l’uno nei confronti dell’altro, come se durante gli anni di osservazione del pianeta (così come da lui annunciato al suo arrivo), ciò non fosse emerso.
Insomma non c’è nient’altro da aggiungere se non che il caro vecchio Gort qui assume dimensioni enormi, per compensare forse la vacuità dello script e delle idee di fondo, e che della mitica frase dell’originale non si vede neanche l’ombra, così come del resto dello stesso ultimatum che dà il titolo alla pellicola.

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Spider

REGIA: David Cronenberg
CAST: Ralph Fiennes, Miranda Richardson, Gabriel Byrne, Bradley Hall, Lynn Redgrave, John Neville
ANNO: 2002
 
Dennis Cleg si reca in una squallida pensione governata da una impettita e severa tutrice. Rivisitando i luoghi della sua infanzia cerca di ricordare la verità su ciò che successe a sua madre molti anni prima. Procedendo a tappe non sempre lineari e lucide, perverrà alla verità e alla serenità mentale.
 
Che il cinema di Cronenberg sia in qualche modo malato e tendente dunque al racconto di perversioni, deviazioni e anormalità, lo sappiamo fin troppo bene visto che tutte le sue pellicole in un modo o nell’altro si sono concentrate su questi temi. La differenza che possiamo riscontrare tra i film appartenenti alla prima parte della sua carriera e quelli che invece rientrano in un nuovo filone stilistico-formale (filone a cui “Spider” appartiene), sta nella maniera di trattare questi temi. Se inizialmente la dualità, la doppiezza o molteplicità della mente umana, le mutazioni fisiche e mentali, le ossessioni sessuali e non erano anche visivamente mostrate con risultati che andavano dall’orrido al sensazionale, in un miscuglio perfetto e volutamente esagerato tra contenitore e contenuto (poltiglie, animali vari, perlopiù insetti, che entrano ed escono dai corpi, parti mostruosi, mutazioni genetiche, orifizi usati per i più differenti motivi e si potrebbe continuare a lungo); con le sue ultime pellicole Cronenberg si è più concentrato sulla mente, sul labirinto che spesso la imprigiona, sulle sue molteplici e a volte inestricabili sfaccettature. Questo labirinto in “Spider” è perfettamente e anche poeticamente metaforizzato dalla ragnatela che il protagonista sin da bambino aveva costruito nella sua stanza per proteggersi dai pericoli esterni e che poi ricrea da adulto per snodare i ricordi del suo passato e ricostruire i tasselli della sua mente, cercando di liberarla dalla prigione in cui sembra essere rinchiusa. Trattasi, allora, di un viaggio affascinante e coinvolgente nella mente allucinata e schizofrenica di questo personaggio molto intenso e suggestivo, bambino potentemente legato alla figura di una madre idealizzata e quasi angelicata prima, adulto sconvolto da un determinato avvenimento della sua infanzia dopo. E’ proprio tramite il percorso mnemonico del protagonista da adulto, un Ralph Fiennes davvero sorprendente e impressionante, che lo spettatore riuscirà ad attraversare il ponte che egli stesso percorre, un ponte che lo mette direttamente in contatto con gli eventi del suo passato (da qui lo straniante, ma al tempo stesso funzionale stratagemma di far coesistere sullo schermo il Dennis bambino e adulto, nel mentre vive e ricorda contemporaneamente i fatti mostrati). Certo è che fin da subito appare chiaro che non tutto ciò che l’uomo ricorda o crede di ricordare può essere accaduto così come lui lo rivive, ma è proprio questo che mette in moto l’immaginazione e la riflessione dello spettatore che si ritrova ad interpretare passo passo le azioni e le reazioni dei tre principali protagonisti che si muovono sulla scena. Oltre a Dennis, infatti, sono di capitale importanza i suoi genitori. La madre, alla quale il figlio è palesemente legato da un velato ma potente complesso di Edipo (una Miranda Richardson davvero straordinaria che dopo vedremo esibirsi in altre due perfette interpretazioni) e il padre, visto come bifolco e violento usurpatore dell’innocenza della donna (un ambiguo Gabriel Byrne). Dopo aver visto i due genitori baciarsi appassionatamente nel cortile di casa, l’immaginazione e la mente del bambino cominciano a costruire una realtà fittizia nella quale l’uomo uccide la moglie e la sostituisce con una volgare e sguaiata prostituta. Una prostituta di cui bisogna al più presto liberarsi… Ma cosa è veramente reale e cosa è in realtà fittizio? E’ col peso di questi ricordi che deve convivere il protagonista, ma soprattutto con l’indeterminatezza degli stessi, con l’insicurezza sulla reale sorte capitata alla madre che lo aveva teneramente soprannominato Spider, raccontandogli un’emblematica storia di un ragno che dopo aver costruito la sua tela va via senza mai più tornare, così come fa lei stessa dopo averlo teneramente nutrito col suo affetto e la sua protezione.
Il regista, abilissimo nella costruzione della messa in scena e nella tessitura di un intreccio intrigante, ma al tempo stesso anche molto inquietante e angoscioso, dissemina qui e lì una serie di indizi per lo scioglimento della matassa, o per meglio dire della ragnatela. Nonostante l’apparente linearità stilistica, molto distante dalle sue pellicole cult di un tempo, Cronenberg infittisce questo ulteriore racconto della complessità e della pericolosità della mente umana con molti elementi di “disturbo” come l’involgarimento della protagonista femminile, il primo piano dello sperma gettato quasi in faccia agli spettatori dalla prostituta che ha appena finito di masturbare il padre del protagonista, e i ricordi di Dennis risalenti alla sua permanenza in manicomio (straordinaria la scena della rottura di un vetro da parte di un altro paziente che, ricostruito, con le sue venature ricorda una ragnatela).
Per mettere a confronto i due diversi approcci registici e formali di Cronenberg si potrebbe quasi fare un paragone tra le due donne mostrate nel film, quella più elegante e raffinata, ma al tempo stesso allusiva e sfuggente, e quella più vitale e sanguigna, diretta e sporca. In realtà, come scopriremo durante la visione, sia in riferimento alla natura delle due donne, sia a quella del cinema di Cronenberg, si tratta sostanzialmente delle due facce di una stessa medaglia.

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I momenti topici del 2010 televisivo

MOMENTO PIU' COMMOVENTE (LOST)

Jack sanguinante si accascia nel canneto. Vincent gli si accosta e si accuccia. L'uomo osserva l'aereo con i compagni che vanno via e per l'ultima volta chiude i suoi occhi.



 

MOMENTO PIU' DIVERTENTE (RAISING HOPE)

La bis bis nonna vestita da San Giuseppe per il presepe vivente, si guarda la barba allo specchio ed esclama: "Chi diavolo ha spostato la mia vagina?"

MOMENTO PIU' VIOLENTO (BOARDWALK EMPIRE)

Jimmy sgozza uno dei fratelli D'Alessio mentre si sta facendo la barba dal barbiere.

MOMENTO CULT (TRUE BLOOD)

Russell strappa con le sue mani il cuore di un giornalista in diretta e poi dice: "E' l'ora del meteo. Tiffany?"

MOMENTO (S)CULT (FLASH FORWARD)

Mark Benford si lancia da un grattacielo per evitare un'esplosione.

I prigionieri dell'oceano

REGIA: Alfred Hitchcock
CAST: Mary Anderson, William Bendix, John Hodiak, Tallullah Bankhead, Walter Slezak, Henry Hull, Heather Angel, Hume Cronyn, Canada Lee
ANNO: 1943
 
Una nave inglese viene colpita dai bombardamenti di un sommergibile tedesco. Alcuni superstiti si ritrovano a confrontarsi a bordo di una scialuppa sul da farsi con il tedesco raccolto in mare che poi si scopre essere il comandante del sottomarino nemico.
 
Uno dei film più coraggiosi, geniali e sorprendenti del Genio, “I prigionieri dell’oceano” rappresenta una scommessa vinta, così come lo descrisse Francois Truffaut, visto che il maestro riuscì nell’intento, impensabile all’epoca (ma se vogliamo anche oggi) di girare un intero film a bordo di una scialuppa in mezzo al mare, senza staccarsi mai per un attimo da questa ambientazione e dai nove personaggi che si muovono in essa. La scommessa è vinta, ovviamente, non solo per la temerarietà dell’idea, ma per la perfetta riuscita della stessa, dato che Hitchcock riesce a rendere prigioniero anche lo spettatore che si ritrova incastrato insieme ai nove protagonisti nel luogo che per antonomasia, invece, fa venire in mente un grande senso di libertà: l’oceano. Il senso di claustrofobia e imprigionamento che il regista, dunque, riesce a creare ha un che di straordinario considerando proprio il luogo scelto per trasmetterlo. Altro grandissimo punto di forza della pellicola sono senza ombra di dubbio gli straordinari, pungenti, ironici, sarcastici dialoghi, che in puro stile hitchcockiano, danno pepe alle vicende narrate e rendono il tutto molto più ritmato, coinvolgente e stimolante di quanto si possa pensare in relazione alle parole, piuttosto che alle azioni. Ma “I prigionieri dell’oceano” è proprio un film che si fonda e fa affidamento in primis sulle parole, sui pensieri e sulle considerazioni che si nascondono in esse, piuttosto che sulle azioni, sui fatti veri e propri. Infatti non succede quasi nulla all’interno del film, visto che siamo spettatori delle continue schermaglie tra i vari protagonisti sul da farsi non solo con il tedesco fatto salire a bordo (straordinaria l’inquadratura che lo vede per la prima volta in scena, con il primo piano sulle sue mani che si arrampicano alla scialuppa), ma anche sulle divergenze di opinioni, credenze religiose ed estrazione sociale esistente tra loro.
Nato prima di tutto come film di propaganda antinazista, così come molte delle pellicole di quegli anni ancora scottanti sotto questo punto di vista, “I prigionieri dell’oceano”, infatti, a detta dello stesso Hitchcock è un film che voleva dimostrare come la “perfezione” dei tedeschi, i loro continui successi, fossero dipendenti soprattutto dall’incapacità dei componenti della parte opposta di unirsi realmente, mettendo da parte le incomprensioni. Ed è proprio questo che vuole raccontare in questo piccolo gioiellino  registico che riesce a giostrare perfettamente l’unicità dell’ambiente e l’universalità dei tipi descritti: l’unione come elemento di forza e la coesione contro un nemico comune (impressionante al riguardo la scena del linciaggio ai danni del viscido comandante tedesco).
Potrebbe sembrare un messaggio un po’ schematico, oltre che retorico, ma ciò che riesce a sviare da questo apparente buonismo, è proprio la consueta “cattiveria” di Hitchcock che fa subito morire un neonato (non c’è spazio per l’innocenza, a dimostrazione che anche quelli ritenuti buoni, gli antinazisti, hanno comunque caratteristiche negative), che mostra la rozzezza e le cattive maniere di alcuni, oltre alla strafottenza e la maleducazione di altri. Rimane impressa, su tutti, la bellissima e puntigliosa protagonista, una giornalista attaccata oltremisura alle sue cose (che spassosamente lo spettatore vedrà man mano cadere in mare, a partire dalla sua telecamera, passando per la pelliccia, la coperta, la macchina da scrivere e un preziosissimo bracciale), donna che pensa alle apparenze anche in situazioni estreme come questa e che si scopre poi essere una mantenuta. Non sono da meno neanche gli altri protagonisti che, nonostante siano alquanto stereotipati, proprio per rappresentare l’umanità nei suoi difetti più pregnanti, riescono a raccontare e descrivere la situazione socio-politica che Hitchcock ha voluto fotografare, allontanandosi dal più banale e scontato propagandismo, e costruendo una storia che è anche un modo per riflettere non solo sul binomio nazismo-democrazia, ma anche sul valore etico di determinate scelte (da qui tutta la disquisizione sul da farsi con il comandante tedesco, se giustiziarlo subito in quanto esponente della parte opposta, o se consegnarlo alle autorità competenti), suggellato, tra l’altro, dall’entrata in scena, altamente ironica e significativa al tempo stesso, di un secondo personaggio tedesco che, nuovamente, mette in subbuglio l’unità del gruppo.
E’ proprio in questi film basati sulla forza delle idee e sulla volontà di mettersi alla prova con sfide registiche che esulavano dalla consuetudine, che il grande Hitchcock ha dimostrato la sua enorme maestria di regista e la sua spiccata tendenza ad allontanarsi dalle banalità, non solo narrative, ma anche formali e stilistiche. “I prigionieri dell’oceano” non fa eccezione, anzi, è forse uno dei massimi esempi della genialità del regista, capace di sorprendere e conquistare anche solo con una barchetta in mezzo al mare.

Pubblicato su www.livecity.it

Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni

REGIA: Woody Allen
CAST: Anthony Hopkins, Naomi Watts, Josh Brolin, Gemma Jones, Antonio Banderas, Freida Pinto, Anna Friel, Pauline Collins
ANNO: 2010
 
Helena e Alfie sono sposati da quarant’anni, ma lui decide che per affrontare la sua crisi d’età, deve dedicarsi ad altro, come la palestra, le lampade e una moglie più giovane e pimpante. La donna, allora, in preda alla disperazione si affida alle previsioni di una ciarlatana che legge le carte. La loro figlia Sally, sposata con lo scrittore fallito Roy, si prende una cotta per il suo capo, ma quando si accorge di non essere ricambiata, viene lasciata anche dal marito che si è innamorato della giovane dirimpettaia. Ognuno di loro si troverà a scontrarsi con la durezza e la realtà della vita, ma l’unica che riuscirà a trovare un briciolo di felicità sarà quella che si è affidata con speranza e cecità alle mere illusioni.
 
Come ogni anno l’inossidabile Woody Allen, regista che colleziona aspre critiche e lodi sperticate a seconda del tipo di spettatore che si accosta ai suoi film, sforna la sua immancabile pellicola, quella che si attende sempre con molta curiosità e quella che non lascia mai, in un modo o nell’altro, indifferenti. E’ anche questo il caso di “Incontrerai L’uomo Dei Tuoi Sogni” che forse avrebbe dovuto intitolarsi, se non proprio come il regista stesso ha fatto, “You Will Meet A Tall Dark Stranger”, costruendo un neanche tanto velato doppio senso con la morte che prima o poi coglie tutti noi, “Incontrerai L’Uomo Delle Tue Illusioni”, dato che il film è proprio sul tema del carattere salvifico e mistificatorio delle illusioni che si basa.
Se non fosse per molti elementi di mancanza rispetto al suo solito modo di fare cinema, piuttosto che di disturbo, anche questo potrebbe essere considerato uno dei suoi migliori lavori. Fatto sta che ciò non avviene, proprio perché, pur essendo consapevoli del fatto che il regista spesso ricalchi la mano sui temi a lui più cari e li riproponga ogni volta raccontando storie diverse, questa volta non riesce a sventare il pericolo di ripetitività e scarsa originalità, affossandosi in alcuni cliché scarsamente giostrati, cosa che gli era riuscita invece molto bene nel precedente “Basta Che Funzioni”, e cadendo a piene mani nel tranello della facilità narrativa, non condita dagli aspetti che solitamente lo salvano da questo genere di défaillance.
Questi aspetti altro non sono che la brillantezza e l’acume dei suoi magnifici dialoghi, la presenza sottile o meno di molto riferimenti, sarcastici e ironici, ai tanti temi a lui cari come il mondo ebraico, il sesso, i rapporti interpersonali, la psicanalisi, la morte. Certo alcuni di questi argomenti vengono sfiorati nel corso della narrazione, ma non con quella verve e puntigliosità, o con quell’approfondimento e intensità, che di solito siamo abituati a vedere nelle sue pellicole.
Questo ci riporta, allora, ad un dilemma di non facile risoluzione: si può punire una pellicola solo perché non risponde agli altissimi standard che si richiedono al regista in virtù della sua magnifica filmografia? Si può considerare una pellicola scadente, pur non essendo poi un disastro completo, perché disattende le enormi aspettative che ogni anno si ripongono nel prolifico creatore della stessa? Si può insomma condannare un’opera d’arte e bollarla come totalmente insufficiente in virtù di questi metri di giudizio?
La risposta non è così semplice, dato che sicuramente avranno ragione quelli che sono rimasti altamente delusi dalla caduta di stile di Allen, ma avranno altrettanto motivo di essere ascoltati anche coloro che affermano di aver gradito la fluidità del racconto, unita ad alcune sequenze registicamente ispirate (come quelle girate negli interni che superano di gran lunga per bellezza e intensità quelle anonime girate in esterni), e la frizzantezza che riguarda soprattutto il personaggio interpretato ottimamente da Gemma Jones, l’unica che racchiude in sé il vero significato del film (per essere felici bisogna essere stupidi e creduloni, se ci affidiamo al cervello e all’intelligenza non potremo fare a meno che di scoprire il pessimismo cosmico del quale siamo prigionieri e il triste grigiore della nostra realtà).
E’ una lotta tra realtà e illusioni, insomma, questa ultima fatica di Woody Allen, lotta che prevede una vera e propria scelta di campo, un volersi arrendere alla fatalità della vita, lasciandosi sommergere da panacee e miraggi (del resto anche Naomi Watts dice che le illusioni sono meglio delle medicine), piuttosto che da calcoli e razionalità. Allora tralasciando la non proprio eccelsa prova recitativa di tutto il cast stellare e la banalità narrativa di molti degli snodi secondari (soprattutto quelli che riguardano la dirimpettaia interpretata da Freida Pinto e la giovane volgare moglie di Anthony Hopkins), oltre alle mancanze di cui sopra, tutto sommato si può godere di un film che, seppur semplicisticamente, ha qualcosa da dire.
Del resto, osando nelle citazioni, così come fa fin troppo esplicitamente Allen all’inizio del film con la voce narrante che tira in ballo Shakespeare, per un giudizio più equilibrato e onesto nei confronti della pellicola  potremmo parafrasare quanto dicevano gli antichi filosofi latini: “In medio stat virtus”.
 
VOTO:

Pubblicato su www.loudvision.it