Una notte da leoni 2

REGIA: Todd Phillips
CAST: Bradley Cooper, Zach Galifianakis, Ed Helms, Justin Bartha, Ken Jeong, Jeffrey Tambor, Paul Giamatti
ANNO: 2011
 
Dopo due anni dal terribile addio al celibato celebrato a Las Vegas, Doug, Stu, Phil e Alan si riuniscono per festeggiare le imminenti nozze di Stu, che però non vuole assolutamente ripetere l’esperienza disastrosa e quindi pretende dei festeggiamenti analcolici in Thailandia, luogo delle sue nozze. Tre di loro, però, si risveglieranno in stato pietoso a Bangok senza ricordare assolutamente nulla della notte precedente. Ancora una volta si ritroveranno con un membro del gruppo disperso e con poche prove a disposizione per risalire a tutte le loro bravate.
 
Visto l’enorme successo ottenuto con l’esilarante e scoppiettante “Una notte da leoni”, Todd Phillips non ha resistito e ha ceduto alla facilità del sequel, proponendoci appunto “Una notte da leoni 2”, nel tentativo di ricalcare i consensi del pubblico accorso in massa a vedere il primo film e soddisfatto dal tipo di comicità a tratti demenziale a tratti triviale che lo contrassegnava. Se sono questi gli elementi che cerchiamo andando a vedere il film allora non potremo rimanere delusi perché al suo interno sono contenuti momenti di altissimo divertimento, di vero e proprio spasso e goliardia, senza tralasciare, ovviamente, la suddetta demenzialità, marchio di fabbrica di questo genere di pellicole e di questo tipo di comicità in particolare. Quello che però rende “Una notte da leoni 2” meno appetibile e apprezzabile del suo “illustre” predecessore è la totale mancanza di originalità del plot e dell’evoluzione narrativa con una ripresa pedissequa e identica di motivi, situazioni e soluzioni del film precedente. Accettato questo, e cioè che il film parte, si svolge e si conclude esattamente come “Una notte da leoni”, si può comunque godere alla grande delle assurdità allucinanti che capitano ai protagonisti (ancora una volta il dentista Stu, l’”alienato” Alan e lo scapestrato Phil, con Doug che rimane sempre in disparte) e che gli stessi devono disperatamente cercare di ricordare per riuscire a recuperare l’ennesimo disperso di turno (stavolta, invece di Doug, a non trovarsi è il fratello minore della futura sposa di Stu). E se nel primo film avevamo a che fare con un neonato e una tigre usciti fuori da chissà dove, stavolta siamo alle prese con un vecchio monaco tibetano e con una scimmietta a dir poco singolare. C’è da dire, però, che i primi funzionavano molto meglio dei secondi e che le gag riguardanti soprattutto la scimmietta abbassano di molto il livello della pellicola, assestandosi su un tipo di comicità fin troppo scontata e quasi vicina a quella dei nostrani cinepanettoni, per intenderci. Altri elementi che rovinano un po’ il clima esilarante e scoppiettante, che comunque la pellicola mantiene fino alla fine, sono la presenza fin troppo ingerente del personaggio interpretato dal grande Ken Jeong (qui fin troppo estremizzato e caricaturizzato, oltre che in Italia declassato da un pessimo doppiaggio) e il ricorso ad alcune sequenze d’azione fin troppo esagerate e fuori contesto, senza considerare l’apparizione di un Paul Giamatti più inutile che mai.
Per il resto possiamo godere delle facce e delle movenze irresistibili del mitico Zach Galifiankis, le cui battute sono le più trascinanti del film, dei pianti ininterrotti del futuro sposo Ed Helms, ancora una volta alle prese con problematiche simili a quelle del primo film (lì si trovava senza un dente, ad esempio, qui sui sveglia con un tatuaggio orribile sul volto) e della voluta “trasparenza” di un Bradley Cooper contenuto e al servizio degli altri due, veri e propri protagonisti del film. Ancora una volta, poi, i tre scopriranno di aver passato una notte di estremi eccessi (alcuni fin troppo triviali e abusati, come la prostituta trans o la mafia russa), fino a giungere alla soluzione dell’intrigo (la componente “giallistica” è molto forte anche in questo secondo capitolo), ma soprattutto alla scoperta di ogni singolo momento della notte completamente dimenticata, che avviene ancora una volta durante degli irresistibili e trascinanti titoli di coda durante i quali sarà umanamente impossibile trattenere le risate.

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Raising hope

Continuando il nostro percorso di presentazione e promozione di serial tv americani degni di nota e portatrici di una ventata d’aria fresca nel panorama televisivo, proseguiamo con la recensione di una bellissima sit-com che ha conquistato milioni di telespettatori in America e che sicuramente si farà amare dagli intenditori del nostro bel paese.
Stiamo parlando di “Raising hope”, una sit-com un po’ sui generis che alterna momenti altamente esilaranti e spassosi, ad altri più riflessivi e per certi versi emozionanti. La formula è sicuramente ripresa dal mitico “Scrubs” ospedaliero fuori dai canoni, in cui si susseguivano risate e lacrime, in un crescendo di comicità e intensità non indifferente.
Ma l’ideale predecessore di questo assurdo telefilm è senza ombra di dubbio lo straordinario “My name is Earl”, il cui autore, Greg Garcia, è anche autore di questa sit-com. Le atmosfere, il tipo di comicità, lo stile della narrazione e il tratteggio dei personaggi sono sicuramente ricalcati su quelli del telefilm incentrato sulle azioni di un mascalzone che si redime per paura del karma.
Quel telefilm che fu sfortunatamente chiuso alla sua quarta stagione in un momento di bassi ascolti, nonostante la qualità del prodotto, rivive in qualche modo in questo coinvolgente ed entusiasmante “Raising hope” che ne ripercorre lo spirito di fondo e continua in un certo qual senso il “discorso” lasciato in sospeso da Garcia, amante di un certo tipo di comicità affatto scontata e sicuramente mirata.
Protagonista di questa nuova sit-com è una famiglia molto particolare che vive in un quartiere ancora più singolare e che si ritrova nel bel mezzo di una situazione a dir poco paradossale. Il giovane Jimmy, ventiduenne senza arte né parte, si imbatte in una bella ragazza con cui si apparta nel retro del suo furgone. Presto, invitatala a colazione a casa sua, scoprirà ascoltando il telegiornale che si tratta di una ricercata per omicidio. Subito dopo, dal carcere, la ragazza lo convocherà per metterlo al corrente di essere incinta. E’ il frutto di questa assurda scappatella ad essere il fulcro intero del telefilm.
La piccola Hope, inizialmente chiamata dalla stramba madre Princess Beyoncè, dovrà essere cresciuta dal giovane Jimmy, visto che la ragazza finirà inevitabilmente sulla sedia elettrica. Ma ad aiutare l’inesperto Jimmy ci saranno i suoi strampalati genitori, Veronica e Burt, giovanissimi anch’essi dato che avevano dato alla luce il figlio nell’età dell’adolescenza. I due, entrambi lavoratori nel campo delle pulizie (lei si occupa di appartamenti, lui di piscine), vivono da anni nella casa della nonna di lei, affetta dal morbo di Alzhimer e soggetta a pochissimi momenti di lucidità nei quali si dimostra insofferente nei confronti di tutti loro.
Questi sono i personaggi principali del telefilm a cui se ne aggiungono alcuni di contorno che danno il giusto pepe e la giusta verve ad una narrazione inarrestabile e accattivante: Sabrina, la cassiera del supermercato dove andrà a lavorare Jimmy e della quale il ragazzo si innamorerà; Barney, proprietario del supermercato (il mitico Kenny di “My name is Earl”) e gli altri commessi che vanno dal “creepy” all’allucinante.
Il tutto è giocato ovviamente sulle difficoltà della famiglia a prendersi cura della bimba e sulle esilaranti stramberie e follie della bis-bis-nonna alle quali raramente sarà difficile resistere. Si aggiungono poi i momenti in cui, sempre in maniera tutt’altro che banale, prevedibile o retorica, si riflette sul senso di famiglia, sui rapporti genitori-figli, sulla difficoltà di crescere nella nostra società e sul senso di unità, amore e comprensione, a dispetto delle avversità.
A dare un ulteriore valore aggiunto al susseguirsi di episodi uno più divertente e coinvolgente dell’altro sono le numerose guest-star chiamate ad interpretare personaggi al limite del paradossale, tra cui lo stesso Jason Lee, l’Earl di “My name is Earl” e anche Jamie Pressley e Ethan Suplee, rispettivamente Joy e Randy del precedente telefilm. Senza tralasciare l’alto livello recitativo degli attori protagonisti e la ricercatezza della colonna sonora, elementi niente affatto trascurabili.
Se avete amato e apprezzato quella grande sit-com, non vi resta che affrettarvi a recuperare anche questa che ne mantiene la qualità e lo spessore. Se non avete visto nemmeno quella, allora dovete correre a recuperarla per poi poter godere appieno anche di questo scoppiettante e al tempo stesso profondo “Raising hope”.

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Machete

REGIA: Robert Rodriguez
CAST: Danny Trejo, Jessica Alba, Michelle Rodriguez, Robert De Niro, Steven Seagal, Jeff Fahey, Don Johnson, Lindsay Lohan, Cheech Marin, Tom Savini, Daryl Sabara
ANNO: 2011
 
L’ex agente federale messicano soprannominato Machete, per la sua predilezione nei riguardi dell’arma, si ritrova nel bel mezzo di un complotto per le elezioni in Texas di un senatore corrotto e xenofobo. Dovrà riuscire a smascherare i suoi nemici e a scampare a chi lo vuole morto, come Torrez, a capo dei traffici di droga tra il Messico e gli stati Uniti. Ad aiutarlo ci saranno il fratello prete, Luz, combattente rivoluzionaria e Sartana, agente dell’immigrazione clandestina che si unirà alla sua lotta.
 
Pensavamo che Robert Rodriguez, dopo la follia e l’assurdità di “Planet terror”, non avrebbe potuto fare di meglio, o di peggio a seconda dei punti di vista. Eppure il finto trailer di “Machete” contenuto in quella pellicola aveva entusiasmato e fomentato non pochi spettatori, ovviamente quelli propensi ad un certo tipo di visioni cinematografiche. Si sperava, o si temeva, sempre riferendoci alla differenza di punti di vista al riguardo, che il film si sarebbe veramente realizzato. Rodriguez sembra non averci pensato due volte e a distanza di un paio d’anni è saltato fuori con questo tamarrissimo “Machete” che non apporta nulla di nuovo o di originale rispetto al precedente film, ma risulta oltremodo divertente e coinvolgente nonostante la pesantissima patina di trash che lo ricopre. Siamo alle solite, quindi: prendere per buono questo sfrenato citazionismo, questo parodico riferimento ad un cinema di un certo genere, questo lanciarsi a briglia sciolta in un’operazione nostalgica e al tempo stesso divertita, oppure rimanere fermi sulle proprie posizioni ignorando l’intento parodico che sta alla base della narrazione e negando la patente di cinema ludico, spensierato ed estremamente grezzo alle pellicole di Rodriguez? Difficile riuscire a trovare un compromesso, una via di mezzo. Chi si assesterà sulla prima posizione si entusiasmerà come un matto durante le scene più assurde che riguardano un cellulare tirato fuori dalle parti intime di una donna, un intestino umano usato come corda in una fuga, una serie di decapitazioni davvero allucinanti, una crocefissione di un prete un po’ sui generis, senza tralasciare le numerose scene di sesso di dubbio gusto, anche se volutamente. Chi, invece, deciderà di porsi sul fronte opposto troverà tutti questi espedienti fin troppo volgari, poco originali e non in grado di rendere un film totalmente apprezzabile.
Per parte nostra, riteniamo che scopo di questi film e di Rodriguez in particolare, sia quello di mostrare, forse anche in maniera autoreferenziale, la sua estrema passione per il cinema, la sua conoscenza dello stesso e la sua voglia di ricreare atmosfere e dimensioni ormai fuori dal tempo e soprattutto fuori dal mondo. Si spiegano, ancora una volta, l’utilizzo della pellicola sgranata, il ricorso a colonne sonore fortemente caratterizzanti e, soprattutto, la scelta di un cast che si presenta come biglietto da visita di questo modo di concepire il cinema. Finalmente dopo anni e anni di carriera come comprimario, il grande Danny Trejo assurge al ruolo di protagonista e rimane impresso per la sua espressione monolitica e la sua faccia butterata. Non trascurabile la presenza di Steven Seagal per la prima volta nei panni di un cattivone; di Robert De Niro, le cui faccette gigione per la prima volta dopo tanto tempo hanno ragione d’esistere; e di Don Johnson nei panni di uno sceriffo assetato di sangue. Si aggiungano le bellezze esotiche di Jessica Alba e Michelle Rodriguez; la presenza di una Lindsay Lohan drogata e libertina; il cameo immancabile del mitico truccatore Tom Savini e la presenza di chicche lostiane così come avveniva in “Planet terror”: abbiamo di nuovo Jeff Fahey-Frank Lapidus, e questa volta al posto di Naveen Andrews-Sayid Jarrah, ci viene proposto Cheech Marin, nel telefilm “Lost” padre di Hugo Rayes, qui nel ruolo del fratello di Machete, prete che nella sua chiesa ha costruito una croce con le televisioni delle videocamere di sicurezza.
Era difficile riuscire a pareggiare il livello di tamarraggine e assurdità allucinante presente in “Planet terror” e in effetti “Machete” risulta un pelino più ridondante e meno fomentante. C’è da dire che il compito era più facile, trattandosi di zombie e di virus incombenti. Qui, invece, siamo di fronte alla statuaria leggendarietà di un personaggio eroico che parla di sé in terza persona e si esprime per motti (“Machete non manda messaggi. Machete improvvisa”), arrivando ad assurgere alla dimensione del mito, come egli stesso afferma in un finale a dir poco citazionistico che riprende molti finali di pellicole di questo genere, così come tra l’altro avviene nel corso dell’intera pellicola in riferimento alle caratteristiche dei vari personaggi e all’evoluzione della narrazione. Ma non si tratta di puro e semplice citazionismo, Rodriguez, infatti, esaspera notevolmente in una bonaria presa in giro di molte esagerazioni del cinema action di serie b. Spetta a noi, allora stare al gioco o meno. Di sicuro Rodriguez, approvazione degli spettatori o meno, continuerà a divertirsi come un matto.
 
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The tree of life

REGIA: Terrence Malick
CAST: Brad Pitt, Jessica Chastain, Sean Penn
ANNO: 2011
 
Una famiglia americana degli anni ’50 viene sconvolta da un grave lutto e si ritrova a riflettere sull’esistenza, mantenendo a fatica i labili equilibri tra genitori e figli e tra fratelli. Jack, una volta diventato adulto, si ritrova a pensare alla sua infanzia, al rapporto con suo padre e con sua madre e alla perdita di suo fratello, scoprendo che solo l’amore rende la vita degna di questo nome.
 
Finalmente il grande Terrence Malick torna al cinema per estasiare la vista e l’anima dello spettatore con un nuovo capolavoro, il termine non è esagerato, che difficilmente verrà dimenticato dallo spettatore più sensibile al potere magico e fantastico del cinema incentrato sulla potenza esplosiva delle immagini e sui significati profondi che queste riescono a trasmettere.
Dopo averci regalato un’ennesima e straordinaria metafora del ruolo dell’uomo e del suo rapporto con la natura, benigna e matrigna, con il meraviglioso “La sottile linea rossa”, a cui questo film si ricollega idealmente per molti versi, vince a piene mani l’ultimo festival di Cannes con “The tree of life”, emozionante, suggestiva e coinvolgente sinfonia, fatta di immagini, suoni, luci e ombre, che racconta, anche se non in maniera lineare e convenzionale, quello che per Malick è il senso e il mistero della vita. L’esistenza dell’uomo è contrassegnata e sovrastata dalla presenza della natura o di Dio, a seconda delle credenze di ognuno, così come l’esistenza di un figlio è segnata dalla presenza di due genitori. I genitori qui tratteggiati rappresentano due facce di una stessa medaglia: il rigore e la grazia, la severità e la dolcezza, la durezza e la soavità. Ma c’è un rovescio della medaglia per entrambe queste nature: quello che si rivela come severità e rigore, nasconde delle delusioni ricevute dalla vita e contiene in sé piccoli gesti di affetto e d’amore. Quella che appare, invece, come delicatezza e comprensione, contiene in sé anche caratteri di accondiscendenza e debolezza. Ritorna allora, analizzata microscopicamente facendo riferimento ad una realtà particolare, la suggestiva dicotomia tra natura matrigna e benigna, questa volta analizzata macroscopicamente nella sua più profonda intimità e nel suo essere al tempo stesso particolare e universale. Si tratta sia della natura “esterna”, che di quella “interna” all’uomo stesso, contrassegnato quindi da questo doppio binario fatto di “bene” e “male”, di luci e ombre, di gioia e dolore, di vita e morte.
Per questo la magnifica parte della pellicola che racconta le origini del “tutto”, partendo dalla creazione della terra, arrivando alle prime forme di vita, dai microorganismi ai primi animali preistorici, trova una sua perfetta giustificazione proprio perché ci restituisce il senso del film che a sua volta è la risposta di Malick ai quesiti a volte insondabili e imponderabili che la natura dell’uomo e della vita stessa ci pongono.
Il grandioso contenuto di questo film, fortemente coinvolgente ed emotivo, si sposa prodigiosamente con lo stile inconfondibile di Malick, il quale ricorrendo alla luce naturale che attraversa i volti, le foglie, il mare e tutti gli altri elementi mostrati nella loro maestosa bellezza, riesce a catturare lo sguardo dello spettatore e,  utilizzando movimenti fluidi della macchina da presa, facendo anche ricorso ad inquadrature inusuali ma di inusitata bellezza, trasmette una sensibilità e un’attenzione particolare nei riguardi dei personaggi, dei luoghi, degli spazi. Regia e fotografia meravigliosamente dipendenti l’una dall’altra, si sposano poi con una perfetta colonna sonora e con un altrettanto maestoso utilizzo del sonoro, in grado di descrivere pienamente ed efficacemente i pensieri dei protagonisti e alternando l’enfasi dei suoni e delle voci, alla distorsione in lontananza delle stesse. Si aggiunga un trattamento dell’ambientazione o per meglio dire dell’ambiente davvero sorprendente, cosa a cui tra l’altro Malick ci ha abituato con le sue precedenti pellicole, per arrivare a constatare che in realtà per lui l’ambiente è un altro protagonista del film, accanto agli uomini che sono in simbiotico rapporto con esso.
Partendo dai gesti più piccoli e semplici compiuti dagli uomini, come una carezza, un abbraccio, un sorriso o un bacio, Malick mostra con grazia ed eleganza i “gesti” della natura, come il vento tra i capelli, il fluire del mare sui piedi, il volo di una farfalla che si posa sulle mani. In entrambi i casi la matrice comune è l’amore, in tutte le sue sfaccettature, concetto espresso nella maniera meno banale possibile tramite questa eccezionale storia che ci accompagna nell’esplorazione di eventi impenetrabili ed enigmatici come la nascita, la vita e la morte.

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Source code

REGIA: Duncan Jones
CAST: Jake Gyllenhaal, Vera Farmiga, Michelle Monaghan, Jeffrey Wright
ANNO: 2011
 
Il capitano Colter Stevens si ritrova a sua insaputa su un treno senza sapere come ci sia finito. In realtà si è impossessato del corpo di un passeggero per riuscire a scoprire l’identità di un attentatore che di lì a otto minuti farà esplodere il convoglio. A conclusione degli otto minuti il capitano si ritrova in una capsula dove l’ufficiale Goodwin gli dà indicazioni precise sulla sua missione: il codice sorgente gli permette di tornare indietro e di rivivere ripetutamente quegli otto minuti, fino a quando non porterà a termine il suo compito.
 
Dopo la sorprendente opera prima “Moon”, film  “fantascientifico-metafisico”, Duncan Jones, figlio talentuoso del mitico David Bowie, torna al cinema con un’altra pellicola appartenente allo stesso genere ma in qualche modo, vista anche la produzione alle spalle e il più largo budget a disposizione, più mainstream, più indicata anche per il grande pubblico, a differenza del primo film che sarebbe risultato ostico ai non cinefili o i non appassionati sfegatati del genere. Nonostante l’apparenza più commerciale di questo “Source code”, però, Jones non ha dimenticato il suo punto di partenza, dimostrando di avere una visione della fantascienza molto meno spettacolare e scontata rispetto alla maggioranza delle moderne pellicole appartenenti al genere. Ancora una volta torna ad occuparsi dei particolari ed interessanti temi che aveva affrontato magistralmente con “Moon”, dove erano più approfonditi data la particolarissima ambientazione e la presenza di un solo protagonista per tutta la durata del film. Stiamo parlando dei concetti di alienazione, solitudine, incomprensione e, soprattutto, spersonalizzazione e travalicazione dei limiti della scienza che sovrasta la dimensione umana. Tutto questo è di nuovo raccontato in “Source code”, il cui protagonista (perfettamente interpretato da Jake Gyllenhaal), si ritrova ad assumere un’altra personalità e si vede costretto a rifarlo ripetutamente, rimanendo però fisicamente (anche se questo concetto è alquanto aleatorio all’interno di questo film) costretto in uno spazio angusto e claustrofobico, all’interno del quale prende ordini senza che gli siano date ampie spiegazioni circa la sua condizione. Sono tre, in realtà, i luoghi-non luoghi del film: il treno all’interno del quale il capitano deve fare in modo di risolvere la situazione in soli 8 minuti; la capsula nella quale ritorna al termine degli 8 minuti per avere ulteriori informazioni dai suoi superiori; la base dalla quale l’ufficiale Goodwin (l’indicatissima Vera Farmiga) e il comandante Rutledge (l’ottimo Jeffrey Wright) supervisionano la missione. Non tutti questi luoghi sono reali, così come non tutte le situazioni narrate all’interno del film sono propriamente concrete. Si parla, infatti, pigiando maggiormente l’acceleratore sulla fantascienza rispetto all’action e al thriller che comunque sono presenti nel film, di viaggi nel tempo e soprattutto di realtà parallele, sondate e rivissute per evitare una grande catastrofe nella realtà effettiva . Ma esiste davvero una realtà effettiva, oppure ogni realtà ha lo statuto di reale consistenza per coloro che la vivono? Sembra che Duncan Jones con questo suo film abbia voluto in qualche modo snocciolare questi quesiti senza in realtà offrire nette interpretazioni, ad esclusione di un finale che in qualche modo cerca di chiudere perfettamente il cerchio laddove in realtà non ce ne sarebbe stato bisogno.
Ma anche in questo modo, e pur in presenza di elementi non eccessivamente entusiasmanti come il personaggio interpretato dalla Monaghan e la storia d’amore che la riguarda, non possiamo assolutamente lamentarci di un film di genere che finalmente si discosta dalle prevedibilità e banalità imperanti nel filone di appartenenza e riesce anche ad essere intimistico, “filosofico” e coinvolgente come il suo ideale predecessore, “Moon”, di cui però non possiede l’estrema carica visiva, comunicativa ed emotiva. Tralasciando i confronti, dunque, “Source code”, può tranquillamente definirsi un ottimo proseguimento di carriera per questo figlio d’arte che sta dimostrando grandi capacità e che sicuramente ci riserverà non poche sorprese per il futuro.

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Rec

Il morbo rabbioso di origini demoniache

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Una giornalista e il suo cameraman sono impegnati nella lavorazione di un programma televisivo notturno. Questa volta devono seguire i pompieri e testimoniare il loro operato durante le chiamate d’emergenza, serie o meno serie. Quando questi vengono chiamati per l’atteggiamento fuori dal normale assunto da una vecchietta all’interno della sua abitazione in un condominio del centro, presto si renderanno conto che all’interno dell’edificio si è diffuso qualcosa di terrificante e inarrestabile. Horror che suscitò non poco scalpore all’epoca della sua presentazione al Festival di Venezia nell’ormai lontano 2007, “[•Rec]” non è sicuramente un film rivoluzionario, né svetta per l’originalità della trama o la profondità del suo impianto teorico. Il merito non certo trascurabile di questo film sta soprattutto nel fatto di riuscire in uno degli intenti primari, se non nel primario in assoluto, che un horror che si rispetti deve riuscire a raggiungere. Si parla cioè della capacità di riuscire a spaventare lo spettatore senza, tra l’altro, far ricorso a grandi effetti speciali, spettacolarizzazioni eccessive, o abusati trucchetti di sonoro. In questo, dunque, “[•Rec]”, non delude affatto le aspettative e, anzi, riesce a creare una certa dose di angoscia e terrore, soprattutto quando non si indagano le motivazioni della rabbia assassina che si impossessa di alcuni protagonisti, ma si mostrano gli effetti della stessa.

A partire dalla vecchia, quindi, assisteremo ad una serie di comportamenti feroci e assassini che sfociano nel consueto morso infettivo dato ai malcapitati di turno che presto si ritroveranno nella stessa situazione dei loro assalitori. E’ per questo che inizialmente si pensa ad un’invasione “zombiesca”, in una sorta di espansione del virus all’interno di un condominio signorile, assediato dalle forze dell’ordine e messo in quarantena per non far espandere la rabbia all’esterno. Poi, però, purtroppo, e questo è forse l’unico vero difetto del film, si cerca di rendere il tutto decisamente più soprannaturale, andando a parare nel demoniaco nel tentativo di accennare alla genesi del tutto (anche se bisogna dire che pure nell’ultima parte della pellicola, grazie ad un’inquietante presenza, allo spettatore non saranno risparmiati i proverbiali saltelli sulla sedia). Girato interamente con la camera a mano, la stessa usata dal cameraman al seguito della giornalista, il film si va ad allineare ad altre pellicole che hanno fatto ricorso a questo espediente, come “Cannibal holocaust”, “The Blair Witch Project” e il più recente “Cloverfield”. Stavolta, però, non c’è nessuna riflessione alle spalle, nessun tentativo di ragionamento sul mezzo cinema, ma semplicemente l’intenzione di rendere il tutto il più veritiero possibile, mostrandolo come se fosse, ovviamente, la vera registrazione di una trasmissione televisiva, nell’unico intento di terrorizzare maggiormente lo spettatore. Bisogna dire che il risultato è più che raggiunto e che, paradossalmente, a far paura, più che i rabbiosi che si avventano sulle vittime, sono gli stessi condomini che si mostrano meschini, razzisti, vanitosi anche nei momenti meno opportuni e, soprattutto, i giornalisti stessi che, pur di esserci a tutti i costi, pur di portare a casa lo scoop, sono disposti quasi a tutto. E’ ancora una volta dalla Spagna, dunque, che il cinema di genere si fa sentire e si fa apprezzare, anche senza toccare vette di eccellenza, ma riuscendo a portare a casa risultati soddisfacenti sia per la critica che per il pubblico. Non è un caso, sicuramente, che il film sia stato scelto per crearne un remake americano, “Quarantena”, cosa che sta capitando sempre più spesso per produzioni spagnole, ma anche francesi, degli ultimi anni. Non sarà il caso, forse, che anche noi italiani prendiamo esempio dai nostri vicini per tentare di creare un cinema diverso e meno scontato?

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Con gli occhi dell'assassino

REGIA: Guillem Morales
CAST: Belen Rueda, Lluís Homar, Pablo Derqui, Francesc Orella, Joan Dalmau
ANNO: 2011
 
Julia, affetta da una malattia degenerativa della vista, ha appena perso la sorella che si è impiccata. Presto si accorge, però, che c’è qualcosa di strano nella morte della gemella affetta dal suo stesso male. Cominciando ad indagare si imbatterà in una presenza invisibile che solo lei sarà in grado di percepire. Sarà costretta così ad ingaggiare una lotta contro il pericolo imminente, ma anche contro la progressiva perdita della vista.
 
Più che un horror potrebbe essere descritto come un melodramma con venature da thriller questo “Con gli occhi dell’assassino” (in originale “Los ojos de Julia”, titolo ben più confacente al tipo di storia narrata), che non riesce a farsi guardare senza storcere il naso e a risultare totalmente apprezzabile per la sua alta componente di prevedibilità, banalità e per la patina retorica che attraversa il concetto dell’”invisibilità” che spesso contraddistingue alcune persone grigie e incolori, ignorante dal mondo e per questo bisognose di attenzioni. L’assunto metaforico non è poi così spregevole, se non fosse che viene messo in scena in maniera alquanto didascalica, oltre che eccessivamente fuori luogo, come quando il soggetto “invisibile” in questione cammina liberamente in mezzo alla gente senza essere minimamente visto o percepito da nessuno. Va bene l’indifferenza del mondo, insomma, ma in questo modo si perde di credibilità e soprattutto si rompe la cosiddetta sospensione dell’incredulità facendo spazientire lo spettatore per questo, ma anche per altri aspetti non proprio convincenti della pellicola. Ci stiamo riferendo in questo caso ad un parterre di personaggi di contorno davvero macchiettistico, a cominciare dal vecchietto ignorato da tutti, anche lui, che è l’unico ad accorgersi dell’antagonista di Julia, passando per l’anziana vicina di casa, cieca anche lei, che si farà al centro di un colpo di scena, oltre che telefonatissimo, a tratti involontariamente ridicolo. Le cose vanno un po’ meglio quando ci soffermiamo sulla protagonista, interpretata da Belen Rueda già al centro dell’horror d’atmosfera “The Orphanage”, e su suo marito, interpretato dal Bentivolio spagnolo.
L’altro problema di “Con gli occhi dell’assassino” è che non riesce a creare quel giusto mix di tensione e angoscia necessario e, soprattutto,  a non apportare nulla di decisivo o di originale rispetto ai molti altri film di genere incentrati proprio sulla cecità e ovviamente sul terrore e l’orrore del buio. Bisogna dire, però, che registicamente abbiamo qualche momento alquanto ispirato e che in una sequenza le luci del flash della macchina fotografica, usata dall’assassino per ritrarre le sue vittime, creano un gioco con le ombre davvero affascinante. Per il resto il film prodotto da Guillermo Del Toro non è sicuramente all’altezza delle altre pellicole spagnole di genere che in alcuni casi hanno ispirato registi americani per alcuni remake e in molti altri casi hanno fatto la gioia di cinefili e non.

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Shameless Us

Ogni tanto parlare di televisione, soprattutto se ci riferiamo ai prodotti inglesi o americani, non è poi così diverso che parlare di cinema. L’abbiamo già fatto a proposito dello straordinario “Boardwalk empire” prodotto da Martin Scorsese e Mark Wahlberg (comunque il cinema ci mette sempre il suo zampino) e del delicatissimo “The big C”, interpretato dalla splendida Laura Linney (ancora una volta il cinema).
Attenendoci alle novità di quest’ultima stagione televisiva americana (perché se dovessimo spaziare negli anni, di prodotti televisivi straordinari ce ne sarebbero molti altri da citare), non possiamo non parlare dell’assurdo “Shameless US”, remake del fortunato serial inglese ormai giunto alla sua ottava stagione e in attesa di tornare con la nona.
Il protagonista del telefilm americano, mandato in onda sulla tv via cavo Showtime, è il grande William H. Macy, altro grande caratterista cinematografico, nel ruolo dello strampalato Frank Gallagher, ubriacone senza speranza, nonché padre single di sei figli lasciati a loro stessi e costretti a badare da soli all’andamento familiare. A partire da Fiona, 21 anni, che si barcamena in più di un lavoro per mandare avanti la baracca, avremo modo di conoscere Lip, 17 anni, che sfrutta la sua mente geniale per fare i test di altri compagni dietro compensi; Ian, 15 anni, che instaura una relazione omosessuale con Kash, il proprietario del supermercato dove lavora dopo la scuola; Debbie, 12 anni, dolcissima e tenerissima; Carl, 9 anni, il più pazzo e scapestrato della famiglia, sempre pronto a sciogliere action figures e bambole nel microonde o a picchiare i suoi compagni di scuola; e infine, Liam, 2 anni, l’unico di colore, cosa che fa sorgere sospetti sulla reale paternità di Frank nei suoi riguardi.
I 12 episodi che compongono la prima stagione andata in onda si incentrano sulle peripezie che i sei devono affrontare per tirarsi fuori dai guai e il più delle volte per tirare Frank stesso fuori dai guai. La girandola di personaggi, tratteggiati perfettamente dalla sceneggiatura e dalle ottime interpretazioni degli attori protagonisti, non si ferma certo qui, visto che avremo a che fare anche con i vicini Veronica e Kev, sessualmente irrefrenabili, ma generosi nei confronti dei Gallagher; ma anche con la fidanzatina di Lip, Karen, che ha un difficile rapporto col sesso, ma soprattutto col padre, e la madre, Sheila (interpretata da un’altra attrice di cinema, Joan Cusack), affetta da agorafobia e da una serie di altre manie assurde. E ancora, avremo modo di conoscere anche Steve, il ragazzo di cui si innamora Fiona e che nasconde più di un segreto, anche se aiuta la ragazza a sopportare il peso del ruolo di capofamiglia che purtroppo le è caduto addosso.
Sostanzialmente “Shameless US” potrebbe essere definito come una tragicommedia, un dramma familiare venato però da un’ironia non indifferente che stempera a volte il degrado e la disperazione che si celano all’interno delle dinamiche familiari e sociali raccontate nel telefilm. Ed è proprio nell’equilibrio tra dramma e commedia che sta il successo di questo serial tv capace di lasciarci a bocca aperta per le allucinanti situazioni che si susseguono episodio dopo episodio, come gli espedienti che Frank adotta per riscuotere abusivamente assegni di invalidità e simili (ma non solo), ma anche di emozionarci e commuoverci per la triste situazione in cui vivono i Gallagher e per lo sconforto che spesso trascina i sei figli a causa dei comportamenti immaturi e menefreghisti del padre. Il tutto senza lasciare da parte le risate e la spensieratezza che accompagna altri momenti assolutamente imperdibili e trascinanti.
Il personaggio di Frank, però, grazie alla già citata assurdità che lo contrassegna e anche alla grande interpretazione di William H. Macy, non riesce neanche sforzandosi a risultare antipatico per lo spettatore, che anzi si troverà con un sorriso sulle labbra ogni volta che appare sullo schermo. Nemmeno i suoi figli, che spesso avrebbero molte cose da rimproverargli, riescono poi a non volergli bene. Certo è che a volte sarà davvero difficile giustificare certi suoi atteggiamenti, in una sorta di approfondimento del personaggio che in questa maniera risulta tutt’altro che monodimensionale.
Tutto questo, insomma, è “Shameless US” che ci lascerà a bocca aperta in più di un’occasione e che in qualche modo riuscirà a regalarci un mix imperdibile di gioie e dolori, di risate e lacrime, di degrado e povertà, ma al tempo stesso di unità familiare e soprattutto di tanta vitalità.



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Mio cognato

REGIA: Alessandro Piva
CAST: Sergio Rubini, Luigi Lo Cascio
ANNO: 2003
 
Vito, perfettivo e timido, è il cognato di Toni, sbruffone e cafone. Il secondo ha scelto un amico come padrino per il battesimo del figlio e il primo ci è rimasto un po’ male. Ma non ha tempo di pensarci su perché presto si renderà conto che gli hanno rubato la macchina. Passerà tutta la notte insieme al cognato in cerca della sua auto, ma soprattutto di un legame fatto di profonda conoscenza e accettazione.
 
Le caratteristiche principali dei due protagonisti, unite al viaggio in auto in giro per la città ricorderanno sicuramente il meraviglioso capolavoro di Dino Risi “Il sorpasso”. Ma l’ambientazione interamente notturna e lo scendere sempre più profondamente nei meandri delle strade, ma soprattutto delle anime dei protagonisti, rimanda anche ad un altro bellissimo film, il sottovalutato “Fuori orario” di Martin Scorsese.
Partendo da queste due ispirazioni si sarà mosso sicuramente Alessandro Piva che poi ci ha messo sicuramente del suo, facendo virare il tutto verso una sorta di gangster-movie alla barese, con tanto di personaggi fuori dal mondo, ma perfettamente inseriti in un micro-mondo, descritto e dipinto con pennellate ironiche e grottesche, ma al tempo stesso molto realistiche. Ottima l’ambientazione, perfetti gli spunti, interessante il contesto e stimolanti le atmosfere. A queste caratteristiche positive si aggiungano le due perfette interpretazioni di Sergio Rubini nel ruolo del cognato che “sa vivere” e di Luigi Lo Cascio in quello del cognato che “deve imparare a vivere”. Si mescoli il tutto con una coinvolgente colonna sonora che accompagna e scandisce con sapienza i vari passaggi narrativi e circonda le atmosfere notturne di una particolare raffinatezza, nonostante il tono quasi parodistico col quale spesso si guarda ad una serie di figure di contorno senza le quali quelle dei due protagonisti non avrebbero avuto modo di emergere e di assumere un’identità e un significato ben precisi.
Non stiamo parlando ovviamente di un capolavoro di costume come il film di Risi, né di una delirante odissea infernale come quella del film di Scorsese, ma al di là di questo si può tranquillamente asserire che “Mio Cognato” dimostra di avere un certo spessore quando serve, un pizzico di ilarità che non guasta mai e un sapiente dosaggio tra le due diverse lunghezze d’onda, con qualche piccola eccezione tranquillamente trascurabile. Alessandro Piva, dopo la buona prova de “La Capagira”, si dimostra ancora più maturo e ci offre la visione di una Bari imperdibile, fatta di birre stappate e bevute con le dita all’insù, di santi e santini eccessivamente illuminati, di soprannomi assurdi che vanno da Sandokan a Marlon Brando.
E se l’estraneità di Luigi Lo Cascio, comunque barese, all’inizio può essere la stessa dello spettatore che non conosce il micro-mondo fotografato lucidamente e precisamente da Piva, presto l’evoluzione del primo si accompagnerà ad una sorta di sentita partecipazione dei secondi che verranno immersi come lui fino al collo in questa nuova realtà. Ecco che “Mio cognato” risulta anche una sorta di spaccato antropologico che racconta l’assimilazione ad una cultura che può avvenire anche nell’arco di un breve periodo, come la rocambolesca notte di questi due particolari personaggi al tempo stesso dentro e fuori dal mondo.

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Lo stravagante mondo di Greenberg

REGIA: Noah Baumbach
CAST: Ben Stiller, Greta Gerwig, Rhys Ifans, Jennifer Jason Leigh, Mark Duplass
ANNO: 2011

L’incontro tra Roger Greenberg e Florence non è dei più consueti. Lui è un musicista fallito con problemi esistenziali, lei, assistente del fratello di lui, è un’aspirante cantante molto più giovane e più fiduciosa. Nel prendersi cura della stessa casa e dello stesso cane, appartenenti entrambi al fratello di Roger partito con la famiglia per il Vietnam, impareranno forse a prendersi cura anche di loro stessi.

Più che ridere a volte fa sorridere, più che mostrare la nascita e l’evoluzione di una storia d’amore, narra del percorso formativo che nasce dall’incontro di due persone molto diverse. Una sorta di racconto esistenziale basato sulla complessa personalità del protagonista e sulla difficoltà di chi gli sta intorno di stargli dietro, la stessa difficoltà che lui stesso sente nel rapportarsi al mondo e alle altre persone, che sia una nuova ragazza, la sua ex- ragazza o l’amico di sempre, incapace di fargli comprendere il suo disagio di fronte ad alcune sue esternazioni e idiosincrasie. Nevrosi e paure, stranezze e fissazioni (il protagonista scrive ripetutamente lettere di reclamo al sindaco di New York, alla compagnia aerea, alla Starbucks, ecc…), sono queste le caratteristiche principali di Greenberg, che piuttosto che essere stravagante, così come indica in maniera fuorviante il titolo italiano, appare sempre fuori luogo e inadeguato ad accettare i cambiamenti, le evoluzioni, i rifiuti. Interessanti anche le due figure di contorno costituite dalla giovane ragazza che si interessa a lui nonostante il suo essere poco espansivo e a volte anche scontroso, e il migliore amico in crisi con la moglie, ma del tutto deciso a recuperare l’equilibrio tanto affannosamente raggiunto, cosa che destabilizza l’amico Greenberg per il fatto di non riuscire negli stessi intenti.
Sicuramente non è l’originalità il piatto forte di questa pellicola che però almeno non indugia in patetismi, stucchevolezze, banalità e smancerie di troppo. Non è il suo piatto forte perché possiamo notare che il regista si ispira in maniera lapalissiana al grande Woody Allen nei riferimenti all’ebraismo, nell’idiosincrasia nei confronti di Los Angeles e dello stile di vita californiano, nella nascita di un rapporto molto particolare tra un uomo maturo e una ragazza più giovane. Possiamo godere però di una bellissima colonna sonora, di un’ambientazione decisamente adeguata al racconto di questo personaggio fuori luogo, e della presenza di un cast davvero soddisfacente a partire da un Ben Stiller particolarmente ispirato, passando per una deliziosa Greta Gerwig, non tralasciando il perfetto Rhys Ifans.
Noah Baumbach, regista e autore della sceneggiatura, ha affidato la produzione della pellicola alla moglie Jennifer Jason Leigh, presente all’interno del film nel ruolo dell’ex fidanzata del protagonista, e ha deciso di non lasciarsi trascinare dai classici topoi della solita commedia sentimentale, assestandosi piuttosto su uno stile alquanto indie e affidando persino a Mark Duplass, esponente di questo genere cinematografico e in particolare del mumblecore, un piccolo cameo.

VOTO:

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