Correndo con le forbici in mano

REGIA: Ryan Murphy

CAST: Annette Bening, Brian Cox, Joseph Fiennes, Evan Rachel Wood, Alec Baldwin, Joseph Cross, Gwyneth Paltrow, Jill Clayburh, Patrick Wilson
ANNO: 2006

TRAMA:
E’ il racconto dell’adolescenza tormentata di Augusten Borroughs, cresciuto con un padre alcolisa e una madre sempre sull’orlo della depressione a causa dei suoi fallimenti nel campo letterario. Quando i suoi si separano, la madre ormai caduta nel baratro della depressione, lo affida al suo psicologo mandandolo a vivere da lui. Le cose per Augustin non andranno affatto meglio, anzi…fino a quando deciderà di abbandonare tutto e andare a cercare fortuna a New York.


ANALISI PERSONALE

Correndo con le forbici in mano è diretto da Ryan Murphy, il regista di Nip/Tuck e solo questo dovrebbe lasciare intendere il livello di "pazzia", di estetismo, di stramberia e di grottesco insito nella pellicola. Per chi ha gustato almeno qualche volta uno degli episodi della famosa e fortunata serie televisiva incentrata sulla storia dei due chirughi plastici, non sarà difficile trovare delle connessioni, e non poche. Ad esempio l’ossessione per la cosmesi, che se nel telefilm era affidata ai due chirurghi in questo casa viene posta nelle mani del giovane Augustin (Joseph Cross) che vuole diventare un parrucchiere e un estetista.
Il film racconta i primi 15 anni di vita del ragazzo, prima bambino molto sensibile e intelligente e poi adolescente un pò instabile e fragile. Sin da bambino ascoltava le poesie della mamma, fissata col sogno di diventare famosa, sogno trasmesso anche al piccolo figlio. E sin da bambino assiste alle liti furiose tra sua madre (Annette Bening) e suo padre (Alec Baldwin). Le visite dello psicologo sono frequenti, perchè Deirdre, la mamma di Augusten è convinta che suo marito voglia ucciderla e voglia soffocare i suoi sogni. Capiamo subito che il Dr. Finch (Brian Cox) non adotta metodi a dir proprio ortodossi, conducendo le analisi sui suoi pazienti in maniera alquanto stramba. Nel suo studio c’è addirittura una stanza che lui ha battezzato Masturbatorium. Divenuto grande Augustin, sembra quasi abituato all’instabilità della sua casa, ma prega i suoi genitori di provare ad essere una famiglia normale, ma ormai quel briciolo d’amore rimasto è scomparso affogato nell’alcool e nell’ossessione di Deirdre. Lei e suo marito Norman, dopo l’ultma furiosa lite si separeranno spezzando il cuore del piccolo Augisten. Norman non si farà sentire per molto tempo, deciso a staccare la spina da quella vita "malata" e Deirdre perderà la testa nel vano tentativo di realizzare i suoi sogni. Si recherà con Augusten a casa del Dr. Finch e i due rimarranno a dir poco stupiti davanti alla sua abitazione. Si tratta di una villa vittoriana ormai fatiscente tutta dipinta di rosa shocking. Ma anche l’interno non è da meno: pile di piatti su piatti sporchi sul lavandino, alberi di natale lasciati da anni, bambini che fanno la cacca per terra, cianfrusaglie ovunque. Il posto non è dei migliori, ma la compagnia è "ottima". La moglie del signor Finch, Agnes (Jill Claybourh) suole starsene tutto il giorno sul divano a guardare b-movie horror sgranocchiando i croccantini del cane, la figlia Natalie (Evan Rachel Wood) si diverte facendo elettroshock ai pazienti di suo padre, l’altra figlia Hope (Gwyneth Paltrow) ha l’unica compagnia del suo gatto ed è molto fedele allo strambo padre. Costui, dopo aver "visitato" Deirdre, le consiglia di affidarle temporaneamente suo figlio e di andare a vivere da sola per un pò.

Ormai assuefatta agli psicofarmaci e incapace di pensare con la propria testa, Deirdre acconsente, affidandogli addirittura la custodia legale di suo figlio. Per Augusten questo sarà un altro duro colpo da sopportare. Tarderà ad amalgamarsi alla stramba famiglia e soffrirà molto per l’amore negato di sua madre e di suo padre che si rifiuta persino di parlargli al telefono.
Ben presto si affezionerà alla sua nuova famiglia, soprattutto a Natalie, sfrontata e divertente (la prima a cui confesserà la sua omosessualità), e ad Agnes forse la più sola di tutti, nonostante l’affollamento della casa. Col passare del tempo farà la conoscenza di un altro figlio adottivo del Dr. Finch, cacciato di casa tempo prima. Si tratta di Neil Bookman (Joseph Fiennes) che gli rivela di essere gay a sua volta. Tra il giovane quindicenne e l’attempato trentacinquenne nascerà una relazione nella quale entrambi si rifugieranno nei momenti di sconforto. Infatti anche Neil ha il suo bagaglio di sofferenze e problemi, principalmente causati dall’abbandono del padre adottivo che tratta suo figlio come tratta tutti i suoi comuni pazienti, e cioè in maniera del tutto anormale. Ma la vita, per Augusten, va avanti lo stesso tra i week-end passati con la madre e la sua stramba "compagnia" di poetesse in erba e le settimane passate a casa Finch, dove nulla è dato per scontato. Le passeggiate con Natalie e le loro prese in giro alla sorella Hope sono i suoi momenti migliori, quelli in cui si diverte davvero e forse cancella per un attimo gli infiniti problemi che lo affliggono. Problemi che non dovrebbero riguardare dei ragazzi così giovani. A casa di Finch regna l’anarchia, chiunque è libero di fare ciò che vuole, il signor Finch non si arrabbia nemmeno quando si accorge che Natalie e Augustin hanno fatto un buco enorme nel soffitto perchè li "opprimeva" o non batte ciglia quando sua figlia Hope tiene segregata in una gabbia la sua gatta (perchè in sogno le aveva detto di essere malata e di voler morire con accanto la sua padrona). Durante il suo racconto Augustin suggerisce che forse il gatto è morto perchè ingabbiato per quattro giorni senza cibo e senza acqua.
Per Agnes, il cui unico sogno era forse avere una famiglia da accudire, la grottesca situazione della sua casa e della sua famiglia è stata causa di una sorta di estraniamento da tutto e da tutti. Estraniamento che l’ha portata a non occuparsi più di nulla rimanendo tutto il giorno seduta sul suo divano. Ma forse l’arrivo di Augusten ha scosso il suo animo e le ha fatto rinascere la scintilla che ormai si era spenta in lei, quella che porta a realizzare i propri sogni, ed il suo era occuparsi di qualcuno. Ad un certo punto, Augusten scopre che sua madre ha instaurato una relazione con una delle sue "poetesse" e soprattutto che ha deciso di affidarlo legalmente e quindi definitivamente alla famiglia Finch. La sua reazione non sarà delle migliori e per Deirdre questo sarà un ulteriore passo verso il baratro della depressione. Con la connivenza del suo "tutore" Augusten la farà ricoverare per un breve periodo in una clinica psichiatrica, e per un pò i risultati si faranno notare. Deirdre riacquisterà un minimo di equilibrio, salvo poi perderlo subito dopo annegato nella solita "fissazione" della scrittura. Quando per Augusten tutte le problematiche che lo circondano diventeranno troppo dolorose ed oberose, arriverà il momento di svolta.


Dopo aver scoperto che sulla casa dei Finch c’è un’ipoteca e che il signor Finch non fa altro che sfruttare il prossimo per non andare alla deriva (ha utilizzato tutti i soldi per il college di Natalie, come i soldi che Neil aveva ricevuto in eredità dai suoi defunti genitori nonchè tutti gli assegni mensili mandati da Norman per Augustin), deciderà di andare via di casa per sempre. Telefonerà a Natalie invitandola ad andare a vivere con lui a New York, promettendole di mantenerla agli studi, ma la ragazza non troverà il coraggio di andare all’appuntamento alla fermata dell’autobus. Augustin verrà raggiunto invece da Agnes, l’unica oltre a Natalie che gli voleva davvero bene. Questa lo ringrazierà per averle ridato una parvenza di "famiglia" e gli donerà i risparmi di una vita, tenuti ben nascosti dalle grinfie del marito. Augustin, dopo aver salutato tra le larcime la cara Agnes, partirà alla volta del suo nuovo futuro.

Il motivo principale che mi ha spinto a guardare questa pellicola oltre al nome del regista (io adoro Nip/Tuck) e al cast altisonante, è stato il fatto che si trattasse di una storia vera, tratta dall’autobiografia dello stesso Augusten. Io amo moltissimo le storie autobiografiche, soprattutto quando sono così particolari e sofferte. Alla fine infatti, dopo i titoli di coda ci vengono presentati i singoli personaggi e ci viene riferico cose ne è stato di loro e infine, ci viene mostrato l’attore Joseph Cross accanto al vero Augusten, scena che ho trovato emozionantissima. Il film è contrassegnato da molti pregi: una fotografia molto curata, un’ambientazione caotica e molto colorata contraddistinta dall’abitazione dei Finch davvero caratteristica, una colonna sonora tutta anni ’70 davvero apprezzabile e godibile, una sceneggiatura ricca e piena di pathos che delinea alla perfezione ciascun personaggio, soprattutto quello tormentato di Deirdre e quello strambo e sopra le righe del Dr. Finch e un livello di recitazione davvero molto alto, soprattutto per quanto riguarda le prestazioni di Gwynet Paltrow che ho trovato perfetta e del ventenne Joseph Cross che interpreta un quindicenne; ma in alcuni punti un pò troppo affettato e "manierato" soprattutto per quanto riguarda Annette Bening che a mio avviso ha calcato un pò troppo la mano.


Inoltre, in alcuni punti non si riesce a reggere la noia della ripetitività delle azioni. Insomma, il film avrebbe potuto dare lo stesso risultato e forse anche migliore con una buona mezz’oretta di meno e avrebbe evitato di essere ridondante e ripetitivo. E’, inoltre, chiaramente visibile il paragone ed il richiamo a quel grande film di Wes Anderson, I Tenenbaum, ma non si raggiunge con questa pellicola lo stesso livello di ironia e di stile. Pur essendo un prodotto più che dignitoso, Correndo con le forbici in mano, insomma, non riesce a decollare e a raggiungere livelli alti. Certo le emozioni si provano, e anche spesso, soprattutto durante i dialoghi di Augusten con sua madre, ma anche nella sua relazione con Neil o con gli altri componenti della famiglia Finch, come il saluto finale con Agnes, ma la pellicola scade in alcuni punti volendo emulare lo stile e l’ironia presenti ne I Tenenbaum, ma non riuscendoci e soprattutto indiguando su certe situazioni troppo a lungo rendendo alla lunga la visione noiosa. I momenti divertenti ci sono eccome, come quando ad esempio il Dr. Finch di prima mattina sveglia tutta la famiglia per accorrere a guardare in bagno i suoi escrementi mattutini che sono rivolti verso l’alto e che quindi sono segno di una ripresa economica della famiglia, chiedendo poi alle sue figlie di erigere un monumento alla sua cacca o come quando la bacchettona Hope sta cucinando uno stufato per tutti i suoi "fratelli" e dopo averlo fatto assaggiare a Natalie le dice che il suo ingrediente segreto è la gatta che andandole in sogno le ha chiesto di essere disseppellita e cucinata.
I piccoli difetti di Correndo con le forbici in mano però scompaiono, schiacciati dai grandi pregi e qualità più che positive e riesce a raggiungere in moltissimi punti alti livelli di profondità di linguaggio e qualità espressiva e comunicativa.

Consigliato agli amanti delle autobiografie, sconsigliato a chi si annoia subito se non c’è un pò di movimento.


Regia: 7
Sceneggiatura: 8
Recitazione: 7,5
Fotografia: 7,5
Colonna sonora: 7,5
Ambientazione: 8
Voto finale: 7,5




CITAZIONE DEL GIORNO

"Cosa fai nella vita?" "Sono in pensione. Da piccolo ho inventato i dadi" (Kiss Kiss, Bang Bang)



LOCANDINA

Guida per riconoscere i tuoi santi

REGIA: Dito Montiel
CAST: Robert Downey Jr, Chazz Palminteri, Dianne Weist, Rosario Dawson, Shia LaBeouf, Erico Roberts
ANNO: 2007

TRAMA:

Dito Montiel è un noto scrittore divenuto famoso grazie alla pubblicazione del romanzo Guida per riconoscere i tuoi santi, nel quale rivisita autobiograficamente la sua adolescenza nel Queens, prima di scappare verso la Calfornia in cerca di un futuro diverso. Un giorno riceve la telefonata di sua madre che lo implora di tornare a casa perchè il suo amato/odiato padre è molto malato e non ne vuole sapere di farsi ricoverare. Per Dito il viaggio di ritorno verso casa sarà foriero di nostalgici ricordi e profonde riflessioni.


ANALISI PERSONALE

Tratto dal romanzo autobiografico di Dito Montiel, che poi ha firmato anche la sceneggiatura e la regia, Guida per riconoscere i tuoi santi è stato prodotto da Sting e sua moglie e fortemente voluto da Robert Downey Jr che dopo aver letto il romanzo ha preteso di interpretare il ruolo del protagonista da grande, seppur poco presente nel corso della pellicola. Premettendo che sono un’appassionata delle autobiografie, devo dire che questa pellicola mi ha colpito moltissimo, non solo per la storia in sè per sè, struggente ed emozionante, ma soprattutto per lo stile con la quale è stata raccontata. Stile che mi ha fatto venire in mente durante la visione della pellicola varie similitudini con Scorsese, ma anche con il Sergio Leone di C’era una volta in America e addirittura con Nuovo Cinema Paradiso. Già, perchè l’amicizia del giovane Dito con lo scapestrato Antonio (interpretato da Channing Tatum da giovane e da Eric Roberts da adulto) mi ha ricordato tantissimo quella tra Noodles e Max del grandissimo C’era una volta in America e l’ambientazione a tratti clautrofobica di un quartiere malfamato segnato dalla delinquenza mi ha invece rimandato ai migliori film di Scorsese, così come il personaggio di Dito da adulto che torna a casa dopo tantissimi anni con un bagaglio emotivo non indifferente mi ha fatto venire in mente il Salvatore de Vita di Nuovo Cinema Paradiso che tornava anch’egli a casa a ritorvare i suoi "santi".
Durante il viaggio verso il Queens, Dito ricorda gli eventi dell’estate del 1986 che segnarono la sua vita per sempre. Da ragazzino passava la maggior parte del suo tempo con alcuni compagni poco raccomandabili, tra cui spiccava il rissoso Antonio con suo fratello Giuseppe molto fragile ed emotivo. A completare il gruppo c’erano Nerf e alcune ragazze molto sguaiate tra cui Laurie (interpretata da adulta da Rosario Dawson), di cui Dito si innamora. Le giornate sono tutte uguali, contrassegnate da qualche rissa contro le bande rivali, o dalle liti con suo padre un pò troppo oppressivo. Un padre che non è mai uscito dal suo piccolo "mondo" e che pretende che suo figlio segua le sue stesse orme. Vuoi vedere il mondo? Se ti interessano i cinesi vai a Chinatown, se vuoi conoscere gli italiani vai a Little Italy. Sono queste le parole che ripete ogni giorno a suo figlio, ritenendo lo squallore e la delinquenza del suo quartiere di certo migliori ad altre realtà, però lontane da lui. Per Dito sarà difficile accettare l’oppressione del padre e la quasi "assenza" della madre. Fa conoscenza con un nuovo compagno di classe, l’irlandese Marc che gli aprirà nuovi orizzonti, facendogli sognare una vita lontano da lì, magari in California come musicisti. Insieme a lui comincerà a lavorare come dog sitter, alle dipendenze di uno strambo personaggio gay e si allontanerà dall’amico di sempre Antonio che però gli rimarrà sempre fedele, tanto da rovinarsi la vita per lui. Infatti, Dito si metterà nei guai con un ragazzo di una banda rivale che lo minaccerà di morte e poi lo picchierà pesantemente con un bastone. Antonio, ambiguamente affezionato a Dito, subito dopo aver seppellito suo fratello Giuseppe, morto suicida sotto un tram, si recherà dal ragazzo in questione per vendicarsi dell’amico, uccidendolo con una botta in testa. Dito e il suo amico Marc allora corrono verso casa ma un altro componente della banda rivale non tarderà a vendicarsi a sua volta del suo amico assassinato da Antonio e ucciderà con un colpo di pistola il povero Marc. Per Dito, già deciso a cambiare vita, questo sarà la causa scatenante la sua fuga. Tornato a casa avrà un’accesa discussione con suo padre, che gli dice a chiare lettere che lo "cancellerebbe" per sempre come figlio se abbandonasse la sua casa. Dito però abbandonerà tutto e tutti, persino la sua amata Laurie, per sfuggire alla stessa sorte che è toccata ai suoi compagni, che siano essi morti o in prigione. Per quindici anni nessun contatto, nessuna telefonata, niente di niente. Per Monty, il padre di Dito, suo figlio non esiste più, non solo per la sua completa assenza da casa ma soprattutto perchè non si è mai neanche degnato di andare a trovare il suo amico Antonio in prigione, quell’amico che si è "sacrificato" per lui.



Quando Dito torna a casa, si fa ospitare dal suo vecchio amico Nerf, non messo proprio bene, e stenta a tornare a casa sua. Durante una passeggiata passa sotto casa di Laurie e la trova affacciata alla finestra (dove solevano incontrarsi da ragazzini e dove lui le confessò il suo amore) col suo piccolo bambino. Una volta arrivato a casa si renderà conto che suo padre sta molto male, ma non riuscirà a superare le difficoltà che ci sono ancora tra di loro. Monty continuerà a rinfacciargl di aver abbandonato i suoi genitori e i suoi più cari amici e Dito andrà via chiudendosi la porta alle spalle. Ma un illuminante "colloquio" con sua madre prima e con Laurie dopo gli farà comprendere di essere stato forse troppo egoista, e di essere stato l’unica ragione di vita per i suoi genitori e che è forse arrivato il momento di prendersi cura di loro, nonchè dei suoi "santi" cioè degli amici che hanno segnato la sua vita per sempre.

Alla fine trova il coraggio di fare quello che avrebbe dovuto fare 15 anni prima: andare in prigione a trovare Antonio. L’uomo non sembra deluso e nemmeno arrabbiato, anzi è felice di ritorvare il suo vecchio amico e il tempo non sembra essere passato a giudicare dai loro sguardi che si incrociano.

Quello che più colpisce di questa rivisitazone nostalgica del passato è che viene fatta senza struggenti sentimentalismi o toni pateticamente melò. Le emozioni sono vere, pure, semplici, nude e crude e sono dovute principalemente all’abilità del grandissimo Robert Downey Jr che riesce a donare ad ogni sguardo una profonda emozione e a comunicare qualsiasi stato d’animo. Il momento più alto per lui è a mio avviso, oltre al faccia a faccia con suo padre morente, il dialogo con sua madre sugli scalini della vecchia casa di Antonio. Non sono da meno Chazz Palminteri, finalmente libero dal ruolo del boss mafioso, che riesce a dare vita ad un personaggio apparentemente molto forte e dominante, ma in realtà assolutamente fragile e "innamorato" di suo figlio e Dianne Wiest nel ruolo di una madre dimessa, fino ad arrivare a Rosario Dawson che, seppur fugacemente, riesce ad ottenere un buon risultato soprattutto nella scena sul terrazzo con Dito. Particolarmente interessante inoltre, l’interpretazione del giovane Shia LaBeouf (che si è perso strada facendo tra i vari Transofrmers o Disturbia) che si muove abilmente nel Queens degli anni ’80, tutto graffiti, musica e delinquenza. La sceneggiatura è alquanto discreta, seppur a volte un pò troppo marcatamente di "genere", ma contribuisce a rendere bene l’idea del luogo e del tempo in cui la vicenda si svolge. L’ambientazione a dir poco caratteristica riesce a trasmettere e comunicare il senso di claustrofobia provato da Dito, senso che lo spinge ad abbandonare i posti della sua infanzia e adolescenza per cercare qualcosa di "meglio", per vivere una vita lontano dalla delinquenza, dalla morte, dalla presenza di un quartiere, ma soprattutto di una casa opprimente.
Dito Montiel, all’esordio registico da un’ottima prova di sè, riuscendo a creare una pellicola che, seppur molto simile a molte altre dello stesso genere,  riesce ad essere alquanto originale ed innovativa con riprese a mano soprattutto negli interni e durante gli intesissimi scontri tra Monty e Dito e spaziando invece con la telecamera sugli esterni, tra piscine enormi e negozi pieni di videogiochi e caramelle, in puro stile anni ’80.
Guida per riconoscere i tuoi santi, premiato come miglior film al Sundance Film Festival, è un film intenso, emozionante, che quasi parla al cuore dello spettatore senza però cadere in facili sentimentalismi e che ci racconta in maniera pulita e commovente come un uomo possa ritrovare l’amore dei suoi cari, dei suoi "santi", nonostante gli errori, giustificati o meno, commessi.



Regia: 8
Sceneggiatura: 7
Recitazione: 8,5
Fotografia: 8
Colonna sonora: 7,5
Ambientazione: 8
Voto finale: 8 

"Alla fine ho lasciato tutto e tutti. Ma nessuno, nessuno mi ha mai lasciato".




CITAZIONE DEL GIORNO

Credo al doppio suono del campanello del padrone di casa che vuole l’affitto ogni primo del mese; credo che ognuno di noi si meriterebbe di avere un padre e una madre che siano decenti con lui almeno finché non sta in piedi; credo che un’Inter come quella di Corso, Mazzola e Suarez non ci sarà mai più, ma non è detto che non ce ne saranno altre belle in maniera diversa; credo che non sia tutto qua, però prima di credere in qualcos’altro bisogna fare i conti con quello che c’è qua, e allora mi sa che crederò prima o poi in qualche Dio… (da "RadioFreccia")



LOCNADINA

Heroes

Tra le nuove leve in fatto di telefilm non possiamo  non annoverare il mitico Heroes che con una sola serie è riuscito a conquistare migliaia di fans. Premettendo che ho visionato il telefilm, seppur in maniera poco ortodossa, in lingua originale qualche mese fa, voglio consigliare a chiunque ci si accosti solo ora di non guardarlo mai e poi mai doppiato in italiano, perchè lo scempio che è stato fatto è grande.

Il protagonista della serie è Peter Petrelli, un giovane infermiere idealista e solidale col prossimo che vorrebbe cambiare il mondo. L’occasione gli si presenta quando sogna di riuscire a volare e quando comincia a crederci per davvero. Non tarda a scoprire che in realtà quello che sa volare è suo fratello Nathan, il suo opposto. Cinico e arrivista, Nathan è in campagna elettorale per diventare presidente degl Stati Uniti e per questo motivo ci tiene molto a tenere nascosto il suo "potere" che continua a rifiutare data la sua natura cinica. Suo fratello però si farà pressante fino a dimostrargli di saper volare facendo un bel volo da un altissimo palazzo. A Nathan non resterà altro che volare per salvare suo fratello, ma durante una conferenza non si farà scrupoli a dire che si era trattato di un tentativo di suicidio. Per capirne di più, Peter si rivolge al figlio dello scienziato Suresh, Mohinder che è appena arrivato a New York per completare gli studi del padre, seppur con una certa riluttanza. Il dottor Suresh, infatti, si occupava di rintracciare tutte le persone dotate di un certo "potere" per poterle studiare affondo. Mohinder tarderà a credere che possano esserci persone di questo genere, ma le richieste di Peter si faranno pressanti. Durante un loro viaggio in metropolitana, verso il loft del pittore Isaac dotato del potere di dipingere il futuro, Peter riceverà la visita di un altro "supereroe" dal futuro che gli dirà la frase che è poi la colonna portante di tutta la serie: "Salva la cheerleader, salva il mondo". L’eroe in questione è Hiro Nakamura, in grado di spezzare il continuum spazio-temporale. Claire, la cheerleader ha il potere di autorigenerarsi, qualsiasi sia la ferita sul suo corpo ed è la succosa preda di Sylar, un terribile serial killer che va in cerca dei "supereroi" per tagliare loro il cervello e rubare i loro poteri. Sylar però ha già mietuto parecchie vittime divenendo alquanto potente e quindi difficile da sconfiggere per Peter e gli altri eroi. E come se non bastasse, Nathan è stato scelto da sua madre (all’apparenza estranea a tutto ciò) e da un potente mafioso, il signor Linderman, come il miglior candidato a risollevare New York, dopo il terribile disastro che spazzerà via tutti coloro dotati di abilità, lasciando solo lui come uomo più potente. Nathan, che pensa solo a diventare presidente s farà convincere dalle due menti malefiche, salvo poi alla fine trovare uno sprazzo di cuore e di solidarietà verso il fratello e gli altri eroi. Infatti, ben presto le strade dei vari Heroes (ce ne sono tantissimi) si incoreceranno per salvare New York da una terribile esplosione.

Non sto qui a raccontarvi come avvengono i loro incontri e per quale motivo, perchè secondo me dovete gustarvelo coi vostri occhi.

PERSONAGGI


Peter Petrelli: interpretato da Milo Ventimiglia, Peter è in infermiere che si occupa di Charles Deveaux, un uiomo in fin di morte. Ad assumerlo è stata la figlia Simone di cui Peter non tarderà ad innamorarsi, nonostante questa sia fidanzata al pittore Isaac. Ed è proprio tramite Simone che i due faranno conoscenza e Peter riuscirà a guardare i quadri che raffigurano situazioni future. Peter ha il potere di assorbire qualsiasi abilità di chiunque gli stia accanto, salvo poi non riuscire a controllare bene tutti questi suoi poteri, ma per fortuna arriverà un amico "invisibile" a dargli una mano.

Nathan Petrelli: interpretato da Adrian Pasdar, Nathan ha il potere di volare, anche se ne ha paura e vuole tenerlo assolutamente nascosto. E’ il capro espiatorio del terribile piano escogitato da Linderman e dalla signora Petrelli, per radere al suolo New York, in modo da renderla libera da tutti i "supereroi" che costituiscono una minaccia alla loro sete di potere.



Claire Bennet:
interpretata da Hyden Panettiere, Claire è una giovane studentessa che fa la cheerleader. Scoprire di riuscire a rigenerare il suo corpo ogni qualvolta si ferisce sarà per lei un duro colpo. L’unica cosa che le preme è continuare ad essere una ragazza normale, una cheerleader e una reginetta. Ma dentro di sè sa bene che non potrà più essere così e quindi chiede allo zimbello della scuola, a cui prima non rivolgeva neanche la parola, Zach, di filmarla durante le sue "guarigioni". I due diventeranno amici e si sosterranno una volta che avranno scoperto il pericolo in cui Claire è incappata.

Noah Bennet: interpretato da Jack Coleman, il signor Bennet è il padre adottivo di Claire. Apparentemente impiegato nella Primatech paper company, Bennet segue nell’ombra tutte le vicende degli eroi, con l’intento di salvaguardare e proteggere gli interessi di sua figlia. Accompagnato dal sempre silente Haitiano che ha il potere di cancellare la memoria, si servirà di molti eroi pur di evitare a sua figlia delle sofferenze.


Niki Sanders
: interpretata da Ali Larter, Niki è una giovane mamma, momentaneamente single, che per mantenersi fa degli strip sul web. Suo figlio Micah è un piccolo genio e Niki per mantenerlo agli studi privati contrae un cospicuo debito col mafioso Linderman che non tarderà a pretendere la riscossione del suo credito con richieste poco ortodosse. Niki scopre terrorizzata di possere un alter ego, Jessica, davvero molto, anzi troppo potente.


Micah Sanders/Hawkins
: interpretato da Noah Grey-Cabey, Micah è un piccolo genietto che possiede l’abilità di "parlare" con le macchine e che per questo diviene facile preda di Linederman e della signora Petrelli, dato che verrà usato per manomettere le macchine dei voti durante le elezioni presidenziali, facendo vincere in questa maniera Nathan. A proteggerlo ci saranno ben due mamme, Niki/Jessica e anche suo padre, da poco tornato in famiglia, D. L.

D. L. Hawkins: interpretato da Leonard Roberts, D. L. è un fuggiasco accusato di un reato non commesso, in realtà perpetuato dall’alter ego di sua moglie, Jessica. Tornato a casa, verrà inizialmente rifiutato da Niki che lo crede un assassino, senza sapere di essere stata lei stessa (anche se "posseduta") a commettere quegli efferati omicidi. Tra D. L. e Jessica non corre buon sangue, e siccome quest’ultima prende più spesso le redini di Niki, tra i due sarà lotta aperta per la "custodia" di Micah.

Hiro Nakamura: interpretato da Masi Oka, Hiro è un giovane impiegato giapponese che scopre con grande stupore di riuscire a fermare il tempo e di viaggare per esso e per lo spazio. Entusiasta di essere un eroe parte alla volta di New York insieme al suo amico fedele Ando, all’inizio molto riluttante nei confronti del potere del suo amico, ma poi convinto sostenitore della sua causa.

Ando Masahashi: è il collega nonchè migliore amico di Hiro. Sarà importante per la sua "trasferta" dato che è l’unico dei due a masticare un pò di inglese. Fan accanito degli spogliarelli di Niki in web, non si sottrarrà ai pericoli che i poteri di Hiro comporteranno, nonostante non sia dotato di alcun potere.

Simone Deveaux: interpretata da Tawny Cypress, Simone è la figlia di Charles Deveaux, l’uomo di cui Peter si occupa. Ben presto quest’ultimo si innamorerà di lei, nonostante sia fidanzata con Isaac, il pittore eroinomane, non è dotata di alcun potere ma è il punto di "unione" tra gli eroi e Linderman dato che lei lavora per la sua galleria d’arte.

Isaac Mendez: interpretato da Santiago Cabrera, riesce a dipingere il futuro, ma solo sotto l’effetto dell’eroina. La sua fidanzata Simone cercherà in tutti i modi di farlo disintossicare, e alla fine Isaac riuscirà ad utilizzare la sua abilità anche senza l’effetto delle droghe. L’incontro con Peter avverrà grazie a Simone che chiamerà l’infermiere per aiutare il suo fidanzato andato in overdose.

Matt Parkman: interpretato da Greg Grunberg, Matt è un poliziotto che vorrebbe qualcosa di più, sia dal suo lavoro che dal suo matrimonio. Durante le ricerche del temuto serial killer Sylar, riuscirà a trovare una bambina somparsa, Molly, grazie alla sua abilità di leggere nel pensiero. Verrà allora affiancato da un agente dell’FBI per rintracciare Sylar, ma ben presto diventerà sospetto e verrà sospeso. Da questo momento di prodigherà per aiutare tutti quelli come lui.

Mohinder Suresh: interpretato da Sendhil Ramamurthy, Mohinder è il figlio del professor Suresh assassinato da Sylar. Arriva a New York per continuare gli studi del padre e ben presto si troverà a contatto con molti "eroi", soprattutto con la piccola Molly dotata dell’abilità di riuscire a rintracciare chiunque ovunque egli sia. Proteggere la bambina diventerà il suo obiettivo numero uno.


L’haitiano: fedele compagno di lavoro del signor Bennet, quest’uomo misterioso ha l’abilità di cancellare la memoria con la sola imposizione delle mani. Ha un ciondolo con la stessa forma del tatuaggio di Jessica e sembra apparentemente muto. Alla fine, quando Bennet decide di cancellare la memoria di sua figlia (per evitarle sofferenze e problemi), l’haitiano finge di eseguire gli ordini, ma in realtà mette in guarda Claire sui pericoli che corre.

Mr. Linderman: interpretato dal mitico Malcom McDowell, il signor Linderman tiene in pugno sia Nathan che Niki a causa di alcuni debiti che questi hanno con lui. Dotato del potere di far guarire gli esseri viventi, Linderman compra i quadri di Isaac tramite Simone e utilizza l’alter ego di Niki, Jessica per portare a termine alcuni "lavori". Inoltre si serve di Candice, che ha l’abilità di cambiare la realtà attorno a sè e qundi di assumere varie sembianze o di farle assumere agli ambient circostanti, per portare a termine il suo tentativo di far eleggere Nathant. Alleato con la signora Petrelli auspica un mondo migliore ma con un piccolo sacrificio: l’esplosione di New York.

Sylar/Gabriel Gray: interpretato da Zachary Quinto, Sylar è un semplice orologiaio che però riesce a comprendere qualsiasi sistema complesso. Accusato di numerosi omicidi, nonchè di quello del professor Suresh, Sylar ha deciso di esportare i cervelli di tutti gli eroi per poterne rubare le abilità e diventare così un uomo potentissimo, diverso dal semplice uomo comune che era sempre stato.



Gli Heroes, ma anche gli altri personaggi sono tantissimi, ma mi sono mantenuta nell’elencarli dato che altrimenti il post sarebbe stato chilometrico. Sono tutti interessantissimi, chi per un motivo, chi per l’altro e soprattutto sono tutti dotati di poteri strabilianti. I miei preferiti sono Peter, l’incarnazione dell’eroe, altruista e combattivo, Hiro il più simpatico ed esilarante supereroe che si sia mai visto che sfida la sorte e il nemico a suon di Yattaaaa!!!! Non sono da meno neanche Niki/Jessica che ha un potere interessantissimo e Ando, l’amico di Hiro che pur non essendo uno degli eroi riece a conquistare il cuore dello spettatore. Devo ammettere inoltre, che con Heroes ho conosciuto uno dei "cattivi" meglio caratterizzati di sempre e cioè Sylar che riesce a conquistare le simpatie dello spettatore nonostante sia perfido e crudele.

Termino il mio post consigliando vivamente ai miei lettori di non lasciarsi sfuggire questo telefilm (di cui è appena cominciata la seconda serie), ma soprattutto di guardarlo rigorosamente in lingua originale se non si vuole rimanere delusi.


Fur – un ritratto immaginario di Diane Arbus

REGIA: Steven Shainberg
CAST: Nicole Kidman, Robert Downey Jr., Ty Burrell, Jane Alexander
ANNO: 2006

TRAMA:
E’ una trasposizione del tutto personale della vita dell’artista Diane Arbus che sconvolse i canoni della "fotografia" poneno l’occhio sul mondo dei cosidetti "freaks". E’ la storia di una donna che sconvolse il suo mondo fatto di perbenismo e convenzioni per seguire i suoi istinti e le sue passioni.




ANALISI PERSONALE

Dopo aver letto numerose recensioni dei miei amati colleghi cinebloggers ho finalmente avuto l’occasione di avere tra le mani questo piccolo gioiellino che è Fur. Dopo Secretery, Steven Shainberg torna a soprenderci con un’altra deliziosa pellicola incentrata sulle passioni e le buone "perversioni". In questo caso però l’accento è posto su ogni minimo dettaglio e particolare, tanto da indurre lo spettatore a stare con gli occhi bene aperti ad ogni singolo fotogramma. Fotogrammi che regalano in ogni istante qualcosa da ammirare o da cui rimanere estasiati. L’occhio dello spettatore scruta ogni singolo oggetto o persona presente nel film, così come i bellissimi occhi azzurri (colore predominante all’interno della pellicola) di Diane Arbus (Nicole Kidman), scrutano il mondo che viene piano piano delineandosi davanti a lei. Un mondo che ha sempre desiderato conoscere sin da bambina, quando all’interno della sua famiglia agiata e perbene, non le era permesso "godere" dei brividi, della paura, ma anche delle emozioni che le davano le "diversità", come un bambino con il viso deturpato da un enorme voglia rosa, o la curiosità verso un mondo completamente estraneo al suo, come poteva essere quello dei manicomi, degl obitori, delle bettole e via dicendo. Diane ormai "ingabbiata" in una vita non sua, cresce reprimendo quelli che sono i suoi veri istinti. Si innamora e poi si sposa con quello che diverrà il fotografo per le modelle di pellicce prodotte dai suoi genitori. Il loro matrimonio sembra scorrere felice, tra due figlie adorabili e studi fotografici. Suo marito Allan la ama alla follia, accettando tutte le sue stranezze e anzi invogliandola a prendersi un pò più di spazio per se stessa, iniziando magari a fare foto per conto proprio piuttosto che limitandosi a fargli da aiutante per fotografare noiose casalinghe coperte da orrende pellicce (spero fossero false). Diane inizialmente, ormai intrappolata nel ruolo di moglie e mamma perfetta, eclissa l’invito del marito, ma qualcosa molto presto arriva a sconvolgerle la mente e il cuore. Degli strani avvenimenti cominciano a palesarsi subito dopo l’arrivo del nuovo inquilino al piano di sopra. Le tubature del bagno si ostruiscono e nel ripararle Diane si accorge che erano piene di capelli (troppi per essere i suoi o quelli delle sue figlie). Scavando fino in fondo con le mani ben protette dai guanti, la fotografa trova anche una chiave a cui inizialmente non dà peso, buttandola nei rifiuti. Durante un ricevimento dei suoi, tenuto in casa sua, affacciandosi alla finestra scorge uno strambo personaggio col corpo completamente coperto, persino il viso è nascosto da una stramba maschera quasi spaventevole. Diane ha un sussulto nel guardare quei profondissimi occhi nocciola e subito dopo sente forte l’impulso di uscire in veranda e spogliarsi.

La donna non riuscirà ad arrivare fino in fondo e infatti confesserà al marito l’"insano" gesto, intristendosi per essere sempre stata considerata da tutti, persino dalle proprie figlie, una donna strana. Suo marito cerca di incoraggiarla, ma subito dopo ride della foga con cui sua moglie gli bacia le mani. Per Diane è forse questo il momento in cui decide di scappare dalla sua prigione dorata. Prende la sua macchina fotografica e corre al piano di sopra a conoscere lo strano vicino mascherato. La paura è tanta, ma anche l’emozione. Per lo spettatore è tensione pura. Intensità che si taglia con un grissino, soprattutto mentre la donna avanza guardinga verso la porta che la condurrà verso la "libertà". Lionel, l’uomo mascherato è molto misterioso, non tarda ad affascinare sia Diane che lo spettatore con quella voce suadente e quei discorsi sensuali. Per Diane sarà difficile rompere il ghiaccio, ma il suo ospite sarà in grado di farla sciogliere piano piano, fino a farle fare un bagno con la sola biancheria intima (che negl anni ’50 era un vero e proprio vestitino). Diane non tarderà a scoprire che Lionel è uno di quei mostri di cui la società del tempo aveva paura, ma soprattutto ribrezzo (ma credo che le cose non siano affatto cambiate, anche se la fotografo a suo tempo tentò di farle migliorare con la sua arte). L’uomo è affetto da ipertricosi e cioè il suo corpo è completamente ed eccessivamente ricoperto di peli, tanto sa sembrare un lupo mannaro, o un gorilla, o una bestia come quella della famosa favola La bella e la bestia e infatti i richiami del film alla favola non sono pochi. Depilarsi è inutile, dato che la pelliccia (Fur che richiama sia il lavoro dei genitori di Diane, sia la malattia di Lionel), cresce ad una velocità esorbitante. Per Diane Lionel diventerà il trampolino di lancio verso un mondo di cui aveva sempre desiderato appartanere. Il mondo dei cosidetti freaks (gente deturpata fisicamente o mentalmente), tutti amici di Lionel che dopo un breve e umiliante periodo da attrazione da circo è diventato "costruttore" di parrucche e pellicce varie che "elargisce" anche a defunti privi di capelli in punto di morte.
Ed è così che Diane stravolge il suo modo di vivere, si prende il tempo per sè che suo marito le aveva concesso e comincia a rapportarsi con i "mostri" che le daranno la gioia di vivere, il senso di libertà che da anni cercava. Inizia a pensare ad un progetto fotografico: ritrarre tutti i suoi vicini, ma alla fine le foto tarderanno ad arrivare. Ormai decisa a non tornare più indietro, Diane fa entrare la sua famiglia nel suo nuovo mondo presentando a suo marito e alle sue figlie, e in seguito anche ai suoi genitori e agli amici di questi, Lionel e il suo "circo" di freaks: donne senza braccia, uomini giganti, nani, gemelle siamesi e via dicendo.


Il "povero" Allan asseconderà le passioni e i desideri di sua moglie ma ben presto si sentirà paradossalmente colto da un complesso di inferiorità verso i nuovi amici di sua moglie, che sembra amare l’anormalità e lo straordinario mentre lui (come egli stesso ammette tristemente a sua moglie) è solo un uomo normale, un semplice fotografo di moda. E secondo me sta proprio qui il punto più alto del film: lo stravolgimento del bello e del brutto, delle convenzioni sociali e morali che il regista riesce a comunicare perfettamente rendendo i suoi "mostri" davvero speciali e uno più simpatico dell’altro. Lionel addirittura, riesce ad essere sensuale, nonostante l’enorme montagna di peli che lo ricopre. E infatti, dopo l’iniziale e profonda amicizia tra lui e Diane, l’amore non tarda a sbocciare. Diane scoprirà, dopo mesi passati accanto a Lionel, che questi è malato ai polmoni dato che i peli gli impediscono di respirare regolarmente e che quindi gli rimane poco tempo da vivere. Mentre sta per baciarlo, ad un ricevimento per il suo compleanno tenuto a casa dei suoi, il marito (che nel frattempo si è fatto crescere la barba, segno di volersi in qualche modo rendere simile a Lionel) entra nella stanza e dopo aver visto i due così vicini, va via sconvolto. Diane, si sente in colpa soprattutto dopo le dolci e amorevoli parole che Allan aveva speso per lei alla festa del suo compleanno, e in un impeto di compassione mista all’amore che comunque non è mai cessato nei confronti del caro marito, gli promette di porre fine alla sua "relazione" con Lionel e col suo mondo. Quando si reca da lui al piano di sopra lo trova completamente nudo (anche se in realtà questa condizione è per lui inesistente dato che anche se privo di vestiti è coperto dai suoi peli). Lionel la prega di "pulirlo" completamente, di porre fine alle sue sofferenze, fino ad allora tenute ben nascoste tra una gita all’Oceano e l’altra. Diane, dopo un’iniziale riluttanza, taglia via tutti i peli di troppo e depila completamente il suo "compagno" (è questa una sequenza secondo me a dir poco sublime). Una volta terminato il lavoro, Diane vedrà per la prima volta il viso del suo amato (il sempre ottimo Robert Doweny Jr.) e i due non tarderanno a raggiungere la pace dei sensi. Ma Lionel, dopo aver confessato il suo profondo amore nei confronti di Diane, le chiderà un ultimo grande gesto: accompagnarlo nell’Oceano, dove vuole fare la sua ultima nuotata. Dopo una vita passata ad essere umilato il "mostro" vuole morire con dignità e la povera Diane non può fare nulla per impedriglielo se non ritrarlo finalmente da uomo "normale". Una volta compiuta la sua "missione" tornerà sulla soglia di casa  ma non troverà il coraggio di girare la chiave (cosa che invece era riuscita a fare con la chiave di casa di Lionel, quella che aveva trovato nel tubo del bagno e che aveva poi recuperato dalla spazzatura).

Darà l’ultimo saluto alle sue amatissime figlie, lasciando alla più piccola in consegna il bianconiglio di Lionel (chiaro riferimento ad Alice nel paese delle meraviglie, favola che tra l’altro Lionel leggeva alle sue bambine) e scomparirà verso la sua nuova vita. Tutto questo è Fur: paura, tensione, tristezza, passione, amore, dolcezza, istinto si inseguono nel cuore della nostra protagonista e si impossessano di lei fino ad indurla ad intraprendere un’avventura a tratti pericolosa, ma sicuramente appagante.
Del resto il pericolo e soprattutto la "non accettazione" da parte di chi ci sta intorno è lo scotto più grande che bisogna pagare se si vogliono vedere davvero realizzati i propri sogni e i propri istinti, soprattutto quelli primordiali. Fur è tutto questo: un preciso e profondo scrutare delle passioni umane ma anche di tutto ciò che ci circonda visto con occhio vispo e attento, com’è quello di Diane Arbus che non a caso è una fotografa. E la pellicola sembra proprio questo, un perfetto assemblaggio di migliaia di fotografie, ogni fotogramma pare uno scatto da analizzare e gustare fino in fondo. Numerosi sono i simboli e i rimandi e numerose sono anche le metafore più o meno velate. Come non citare ad esempio la donna senza braccia che fa le pulizie o suona il violoncello con le gambe o la figura di Diane e Allan a letto riflessa nello specchio che sta a sottolineare ed ingrandire la distanza che si è creata (o che magari è sempre esistita) tra i due, o il corpo di Diane tutta vestita d’azzurro riflesso nella grande vasca di Lionel o Diane che si "strappa" le sopracciglia che poi vanno quasi a posarsi sul rubinetto del lavandino. Fur è tutto questo: un meraviglioso insieme di bellissime scene arricchite da particolari fenomenali a partire dalla perfetta fotografia incentrata sui colori e soprattutto sul blu (come quello dell’Oceano che avvolge per sempre Lionel), fino ad arrivare ad una colonna sonora da brividi, ad un’ambientazione quasi "favolistica" (la casa di Lionel è un coacervo di colori e di oggetti strambi)  e ad una sceneggiatura ben curata e mai scadente o deludente. Ma prima su tutti troneggia la recitazione: quella della sempre perfetta Nicole Kidman che con questa interpretazione raggiunge un’intensità da Oscar e quella del grande Robert Downey Jr. (quella che forse amo di più) tutta basata sui suoi bellissimi e pronfodissimi occhi col quale riesce ad esprimere e comunicare tutto il dolore per la sua condizione ma anche tutta la gioia di una nuova scoperta (perchè anche per lui Diane sarà una scoperta). L’attore recita solo con gli occhi (per quasi tutta la durata del film) e ci riesce alla perfezione. Peccato che molto spesso viene sottovalutato o del tutto ignorato. Spero che ci sarà un occasione di riscatto per lui, anche se già questa era un’interpretazione da standing ovation. Fur è tutto questo: un piccolo gioiellino, anch’esso passato quasi inosservato, ma che avrebbe potuto risvegliare molte menti "imprigionate" (tra le quali forse c’è anche la mia) donandole forse una speranza.

Regia: 8,5
Recitazione: 8,5
Sceneggiatura: 8
Fotografia: 8,5
Colonna sonora: 8,5
Ambientazione: 8,5
Voto finale: 8,5




CITAZIONE DEL GIORNO

Siamo più fottuti noi di una puttana all’ora di chiusura. (dal film "Dead Man")



LOCANDINA

Closer

REGIA: Mike Nichols

CAST: Clive Owen, Jude Law, Julia Roberts, Natalie Portman
ANNO: 2004

TRAMA:

Londra. Le vite di quattro persone si intrecciano portando a dei risultati disastrosi. Sono Alice, Dan, Anna e Larry. Tra di loro: intrecci amorosi, tradimenti, ricongiungimenti, litigi fino alla consapevolezza finale che forse l’amore a prima vista non esiste e la passione svanisce per lasciare spazio all’insoddisfazione e all’egoismo.




ANALISI PERSONALE

Closer, tratto dall’opera teatrale di Patrick Marber che ha firmato anche la brillante sceneggiatura del film, è la rappresentazione cruda ma sicuramente molto più reale di moltissime commedie romantiche, di come l’amore, la passione, la gelosia possano guidare la vita e i comportamenti delle persone di cui questi sentimenti si impossessano.

Il tutto parte sotto le note della strabiliante e struggente canzone di Damine Rice, The Blower’s daughter. Il tutto parte con un incontro casuale. Gli occhi di Alice (Natalie Portman), giovane americana da poco sbarcata a Londra dopo una burrascosa storia d’amore, e quelli di Dan (Jude Law), scrittore di necrologi con aspirazioni letterarie, si incontrano in mezzo a quelli di una numerosa folla di persone. Per i due sarà amore a prima vista.
Andranno a vivere insieme e continueranno ad amarsi profondamente fino a quando Dan scrive un libro sulla storia della sua bella e indifesa Alice e si reca dalla fotografa Anna (Julia Roberts) per fare le foto di copertina. E’ qui che sboccia la passione a prima vista tra i due. Anna, già divorziata, è una donna fiera e indipendente e il suo mondo comincia a vacillare dopo l’incontro con Dan. Dopo essersi baciati nello studio fotografico, per Dan Anna diventerà un ossessione, il tutto all’insaputa di Alice che comunque comincia ad avere il sentore di un tradimento e comincia a sfogare tutta la sua gelosia repressa. Un giorno Dan, per divertirsi, comincia a chattare fingendosi una donna in cerca di sesso. Dall’altro lato dello schermo si imbatte in Larry (Clive Owen), un medico affermato con la mania della chat, e soprattutto del sesso. Senza volerlo Dan, organizzerà l’incontro “fatale” di Larry con Anna. Infatti, i due si conosceranno all’acquario dove Dan aveva organizzato il falso appuntamento con Larry e dove Anna si era recata nella pausa pranzo. Anche per Larry e Anna l’amore non tarderà a sbocciare e i due si sposeranno subito dopo. Ma il tarlo di Anna per Dan non è scomparso del tutto e i due cominciano una relazione “clandestina” alle spalle di Larry e Alice.
Tra Anna e Dan sembra esserci un amore quasi epico che vuole sfidare le “leggi” del mondo e infatti i due decidono di confessare ad entrambi i propri partner la loro relazione per poterla vivere finalmente alla luce del sole. Per Alice la scoperta di essere stata tradita e forse mai veramente amata, sarà l’ennesima delusione che la vita le ha riservato e che porta con sé la consapevolezza che la
passione prima o poi finisce e lascia spazio all’indifferenza, alla freddezza dei sentimenti. Per Larry, invece, la reazione sarà del tutto diversa e forse più genuina. La scoperta del tradimento di sua moglie è forse il punto di più alta intensità della pellicola. Il medico, di ritorno da un viaggio d’affari, riverserà tutta la sua potente rabbia verso sua moglie costringendola a confessare tutti gli aspetti della sua relazione sessuale con Dan. Ed è così che vediamo Julia Roberts dire come e quando si tocca pensando all’amante, che posizioni assumevano i due e dove lo facevano, che sapore ha lo sperma di Dan: “E’ come il tuo. Solo che è più dolce”. Alla fine Larry caccerà via sua moglie, pur essendo ancora evidentemente innamorato di lei: “Vaffanculo e muori! Sei una sfottuta bagiascia!”.



I due “piccioncini”, Anna e Dan lasciati liberi di amarsi, ben presto si annoieranno l’uno dell’altro. Anna tradirà il suo “amante” con suo marito, anche se sotto ricatto e Dan tenterà la via della riconciliazione con Alice, che nel frattempo ha cominciato a lavorare come spogliarellista in un night club. E’ qui che la giovane ragazza fa la conoscenza di Larry, turbato e sconvolto dal tradimento della moglie. Ed è qui che lei le rivela il suo vero nome, anche se Larry non le crederà dato che conosce perfettamente l’ex compagna dell’amante di sua moglie. Non si capisce molto bene se Larry sia riuscito o meno a sedurre Alice portandola a letto. Certo è che, magari per uno spirito di vendetta, non perde tempo a spiattellare al suo “rivale” Dan di essere andato a letto con la sua Alice.
Il film si conclude in maniera cinica e amara: Dan e Alice non riusciranno a portare avanti la loro relazione ormai stantia e Anna invece tornerà a rifugiarsi nel cantone sicuro del suo matrimonio con Larry, seppur con gli occhi e con lo sguardo rivolti altrove. Quello che si evince è che forse l’amore non è sempre rose e fiori e soprattutto non dura per sempre, soprattutto quello nato e scaturito da una forte passione. Ben presto questa svanisce e lascia lo spazio alla noia, all’abitudine e alla ricerca di sempre nuove esperienze ed emozioni. Closer è dunque un film sull’amore, ma è un film cattivo, cinico, senza speranza.

La colonna portante di questa pellicola è, a mio avviso, la stupenda sceneggiatura ricca di realismo e pregna di verità seppur a volte rese con toni un po’ troppo esasperati. Ho trovato i dialoghi molto interessanti, frenetici, e soprattutto privi di “compromessi” che molto spesso vediamo al cinema. Quello che ascoltiamo sono le conversazioni nude e crude che possono avvenire nell’ambito di una coppia e ho trovato la cosa molto veritiera. Altro perno su cui poggia il successo di questo film è la scelta degli attori perfettamente a loro agio in ruoli non proprio semplici. Primeggiano Natalie Portman, fragile e indipendente al tempo stesso e Clive Owen quello che suscita più simpatia dei quattro, un vero e proprio “cavernicolo” come dice a sua moglie quando le tira addosso una caterva di insulti. Un po’ sottotono Jude Law che fatica ad entrare nel personaggio più odioso dei quattro, ma che comunque alla fine riesce a rendere bene l’idea dell’apatico uomo in cerca di forti emozioni. Julia Roberts ha ottenuto con questo film, la migliore interpretazione della sua carriera, forte, importante, senza peli sulla lingua. Ho letto che al suo posto avrebbe dovuto esserci Kate Blanchett, impossibilitata perché incinta, e me ne sono dispiaciuta dato che credo che avrebbe saputo dare molte più connotazioni al personaggio fondamentale di Anna. Per il resto il film riesce a tenere lo spettatore sempre sveglio e attento, non solo per l’ottima sceneggiatura e l’importante scelta degli attori, ma anche per lo stampo teatrale da cui è contrassegnato. Gli attori si muovono quasi sempre in interni e le inquadrature sono quasi sempre fisse e ricche di primi (bellissimi) piani.

Mike Nichols, dopo i suoi grandi successi del passato primo su tutti Il laureato, torna ad occuparsi di rapporti interpersonali con una vena del tutto nuova ed originale, intrisa di pessimismo e di amara accettazione della realtà dei fatti: l’amore non è eterno e se lo è molto spesso è una bugia. Una bugia che noi facciamo prima di tutti a noi stessi e, in seconda istanza, al partner.
Altro pregio del film è quello di concentrarsi sul tema sesso senza essere però visivamente volgare. Non ci sono scene di nudi, non ci sono scene di sesso spinto. L’unica vera “pornografia” è quella che contrasgna i personaggi di Larry e Anna  (e infatti stupisce vedere la fidanzatina d’America pronunciare simili volgarità).

Closer è un film amaro, a tratti crudele, ma profondamente sincero.

Regia: 7
Sceneggiatura: 8
Recitazione: 8
Fotografia: 7
Colonna sonora: 8
Ambientazione: 7
Voto finale: 7,5





CITAZIONE DEL GIORNO

Sono una ragazza che resiste a tutto, ma non alle tentazioni. (Lucille in "Pazzi in Alabama")

 


LOCANDINA


Ran

REGIA: Akira Kurosawa

CAST: Tatsuya Nakadai, Akira Terao, Jimpachi Nezu, Dainsuke Ryu, Mieko Harada, Yoshiko Nornura.

ANNO: 1985

TRAMA:

Il potente signore feudale Hidetora, ormai divenuto anziano, decide di dividere i suoi enormi possedimenti tra i suoi tre fili: Saburo, Taro e Jiro. Il primo di essi si ribellerà al padre dicendogli che si tratta di una scelta insensata e foriera di sciagure. Il padre non lo ascolterà, e anzi lo diserederà cacciandolo dai suoi possedimenti. A dividersi le terre rimarranno Taro e Jiro e ben presto tra i due sarà lotta all’ultimo sangue…

 




ANALISI PERSONALE

Ran è un vero e proprio colossal, di quelli che non si scordano mai. E’ ispirato al Re Lear di Shakespeare ma anche ad una vicenda del generale Motonari Mori, che nel XVII secolo divise il suo enorme regno tra i tre figli che vissero sempre in pace facendo prosperare i possedimenti ereditati. In questo caso, invece, il regista si è chiesto cosa sarebbe successo se i figli fossero stati colti da uno spirito di cupidigia e avidità come quello che contrassegna i tre protagonisti di questo film.

In una delle sequenze iniziali più spettacolari che io abbia mai visto (contrassegnata da una fotografia ricercatissima e da un uso dei colori fenomenali: ogni figlio ha la toga di un colore diverso), Hidetora, dopo una battuta di caccia, mette a conoscenza i propri figli e i propri seguaci della sua decisione di ritirarsi e di dividere il regno. Saburo non è d’accordo, ritiene che sia una decisione folle e implicante numerosi problemi tra i fratelli, ma viene cacciato malamente e diseredato. Hidetora non da ascolto nemmeno il suo fedele giullare di corte Kyoami che tenta di dissuaderlo da questo “oscuro” proposito. Nemmeno i consigli del suo fidato generale.
Ben presto però si renderà conto di aver sbagliato su tutti i fronti, infatti i due fratelli non tarderanno a farsi la guerra per possedere l’intero regno. Tutto ha inizio quando Kaede, la moglie di Taro, ordina al proprio marito di soggiogare Hidetora facendogli giurare fedeltà e obbedienza e impedendo al fratello Jiro di ospitare la guardia del corpo del padre. Il grande signore feudale, scacciato malamente da entrambi i figli, viene assalito dal tarlo della pazzia e va errante per i campi seguito dal fedelissimo giullare Kyoami. Nel frattempo durante le lotte intestine tra i due fratelli, Taro perde la vita e la sua perfida moglie Kaede (guidata da uno spirito di vendetta dettato dal fatto che suo suocero in passato aveva distrutto il suo feudo uccidendo tutti i suoi cari), seduce il cognato Jiro, facendogli poi promettere di uccidere la sua stessa moglie Suè. La sua giustificazione sarà quella di non sopportare l’esistenza di un’altra donna che ha posseduto il suo corpo. Inizialmente Jiro non riuscirà a portare a compimento il truce uxoricidio e quindi Kaede tenterà di portare a compimento i suoi intenti ingaggiando qualcuno che possa uccidere la povera Suè (forse l’unico personaggio positivo del film insieme a Saburo).

Ad opporsi alla donna crudele ci sarà Kurogane, il capo dei samurai al servizio del principe, che però non riuscirà a fermare il corso del destino, trovandosi davanti all’ineluttabile realtà dei fatti: Kaede è riuscita ad avere la testa di Suè su un piatto d’argento, all’insaputa del suo nuovo marito Jiro. Kurogane non riuscirà a trattenere la sua ira e taglierà egli stesso la testa a quella che aveva definito “una volpe che si aggira nei boschi”.
Suè, prima di essere brutalmente assassinata, si era rifugiata nella capanna di suo fratello Tsurumaro (che era stato accecato anni prima dallos tesso Hidetora durante una delle sue conquiste) e qui i due fratelli ricevono la visita di Hidetora, che ormai pazzo vaga per i campi sempre più sofferente non solo per le sorti del suo regno e dei suoi figli, ma anche per l’acquisita consapevolezza dei numerosi torti perpetuati in vita sua.
Alla notizia delle guerre tra i fratelli e dell’insanità del padre, Saburo torna con un esercito per difendere le sorti del suo caro amato padre, ma trova la morte in battaglia. Il dolore per Hidetora (che nel frattempo aveva perdonato suo figlio), sarà talmente grande da indurlo alla morte, lasciando il suo affezionatissimo giullare a imprecare contro il destino.
Il film si conclude col cieco Tsurumaro che vaga per i campi fino poi a perdere la sua pergamena raffigurante Buddha che cade in un burrone, divenendo irraggiungibile per sempre, metafora ed allegoria di un profondo pessimismo.

Ran è tutto ciò, sangue, vendetta, destino, pessimismo, cupidigia, meschinità, ma anche pentimento e forse redenzione. E’ indubbiamente uno dei più grandi capolavori cinematografici che mi è capitato di visionare, non solo per l’intensità della storia ricca e intrisa si metafore, allegorie e rimandi, ma anche la spettacolarità e l’estremo impatto visivo della pellicola. A partire dalle scene di lotte e battaglie che colpiscono per l’estrema bellezza e stupiscono per la magnifica resa scenica.
Per non parlare poi della fotografia e dell’ambientazione fenomenali, curate nei minimi particolari e del tutto ricche di colori che fanno sognare e immaginare di essere proprio in quelle immense pianure sconfinate. La sceneggiatura (seppur ispirata al Re Lear e seppur “ambientata” in tempi molto lontani) è del tutto attuabile ai nostri tempi e fa riflettere sull’ineluttabilità del destino che ci restituisce quello che abbiamo seminato (Hidetora era un terribile dittatore sanguinario a cui poi è spettata la sorte che egli infliggeva agli altri). La colonna sonora, soprattutto quella che accompagna maestosamente le scene di guerra, è a tratti epica e a tratti profonda e assolutamente incisiva.

Non mi resta altro che dire che Ran è un capolavoro fatto e finito, ricco di simbologie che fanno riflettere intensamente su molte domande esistenziali.

 

Regia: 9
Sceneggiatura: 9
Recitazione: 9
Fotografia: 9
Colonna sonora: 9
Ambientazione: 9
Voto finale: 9

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Sai qual è il vero fascino del matrimonio? E’ che rende inevitabile la necessità dell’inganno. (Alice Harford in "Eyes Wide Shut")

 


LOCANDINA


A scanner darkly

REGIA: Richard Linklater

CAST: Keanu Reeves, Woody Harrelson, Wynona Rider, Robert Downey Jr., Rory Cochrane
ANNO: 2006

TRAMA:

Fred Arctor è un agente della narcotici a cui viene affidato l’incarico di infiltrato in una banda di tossicomani dediti all’uso della letale sostanza M (morte). Compito di Fred, che all’interno della combriccola di drogati si chiama Bob è quello di scrutare mossa dopo mossa i propri compagni in modo da riuscire a risalire ai pezzi grossi che distribuiscono la droga. Ma per Bob/Fred le cose non si riveleranno facili, la sostanza M si “impossesserà” di lui e lo scrutatore diventerà lo scrutato.

 




ANALISI PERSONALE

Riuscire a trovare le parole per descrivere, commentare o anche solo disquisire di questo film mi è davvero difficile. Innanzitutto perché ho appena finito di guardarlo e ho ancora una strana morsa allo stomaco e poi perché sono davvero esterrefatta per poter ragionare lucidamente, pur senza aver assunto nessuna sostanza…Dopo questa breve quanto inutile premessa posso sicuramente asserire che A scanner darkly è molto probabilmente uno dei film migliori che io abbia visto negli ultimi 5 anni o forse anche più. Sarà che il mio giudizio è inficiato dalla vicinanza della visione, sarà che sono rimasta estremamente colpita e commossa dalla dedica finale seguita da una canzone rabbrividente (in maniera positiva ovviamente), ma io non posso fare a meno di tessere in maniera colossale le lodi di questo mirabolante film. Lo so, lo so che un “critico” non dovrebbe mai eccedere con i facili entusiasmi o strabordare di soggettività, ma concedetemi un piccolo strappo.
Tra le varie cose che mi hanno sorpresa positivamente c’è la tecnica del rotoscoping e cioè quel genere di animazione “costruita” sugli attori stessi che per questo film hanno realmente recitato e sui quali sono poi state apportate le modifiche “animate”. Non l’avevo mai visto, anche se mi rendo conto che non è una novità assoluta, ma mi ha affascinata enormemente. Se a questo particolare, che comunque avrebbe reso il film già di per se più che buono, ci aggiungiamo una sceneggiatura a dir poco encomiabile con dei picchi altissimi di intensità e riflessione al tempo stesso e una storia che porta con sé numerosi interrogativi di spessore sociale, abbiamo un vero e proprio capolavoro.
Ma tutto questo non basta, il pregio maggiore di questo film è l’essere riuscito a rendere estremamente comunicativo ed espressivo quell’attore monocorde che è sempre stato Keanu Reeves (il simobolo della “fantascienza” ormai) e quindi, anche solo per questo, va doppiamente apprezzato.

Fred Arctor (Keanu Reeves appunto), così chiamato dai suoi colleghi della narcotici che non l’hanno mai visto in faccia dato che indossa perennemente, come loro, una tuta “disindividuante” (altra trovata estremamente geniale e visivamente spettacolare), svolge il lavoro di infiltrato in una banda di tossicodipendenti mezzi toccati. Con loro assume l’identità di Bob, il ragazzo che li ospita in casa e che li scarrozza con la sua auto. Questa banda di sgangherati è composta da Barris (il sempre simpaticissimo e valente Robert Downey Jr.) un drogato informatore, Donna (Wynona Rider) una piccola spacciatrice di cui Fred/Bob sembra essersi innamorato, Ernie Luckman (Woody Harrelson) e Charles Freck (Rory Cocharne) il più toccato di tutti. Bob sembra quasi essersi affezionato a loro e pian piano l’uso della sostanza M lo porterà verso la confusione più totale, la schizofrenia del corpo e della mente e da oscuro scrutatore diventerà l’oscuro scrutato.

E già perché nella sua casa sono piazzati numerosi scanner che “fotografano” ogni istante della loro vita. Istanti che poi Fred dovrà analizzare scrupolosamente per riuscire a cogliere qualcosa che magari “dal vivo” non viene afferrato. I suoi superiori in realtà non sanno, o fingono abilmente di non sapere, chi di quei ragazzi sia il loro infiltrato, dato che lo vedono sempre e solo con la sua tuta e per Fred/Bob non tarderà ad arrivare il momento in cui la sua mente sarà completamente assuefatta e non saprà più distinguere tra realtà e finzione, tra Fred e Bob.
Alla fine il suo “amico” Barris lo denuncerà, facendolo finire nella comunità di recupero che si occupa del controllo e della lotta alla sostanza M. Pian piano le cose saranno più chiare, magari non per Bob che ha ancora le due estremità del cervello in conflitto. In realtà era stato lui l’obiettivo della narcotici, sin dall’inizio. La sua assuefazione poi tossicodipendenza era stata preventivata perché la narcotici sin dall’inizio aveva scoperto che chi controllava la sostanza M era in realtà chi la distribuiva. Ma entrare nella comunità di recupero era estremamente difficile, anzi impossibile, ci voleva un vero “strafatto” e Fred/Bob era lì a svolgere il ruolo di capro espiatorio. Donna, che in realtà è un altro componente della squadra narcotici, si oppone a tutto ciò, forse toccata dai sentimenti che Bob prova per lei, ma ormai per il giovane uomo “compromesso” è troppo tardi e non gli resta che rendersi conto, tra gli immensi campi della comunità ai confini del Messico, che la Morte parte proprio da lì…”Io ho visto la morte sorgere dalla terra, dalla superficie della terra in un unico campo azzurro”. Il film termina proprio così, con Fred/Bob solo e desolato, ma finalmente consapevole, perso forse per sempre, in un vasto campo di fiori blu.

Il film, tratto da un romanzo di Philip Dick (che adesso mi tocca assolutamente leggere) è prima di tutto un’analisi della società americana votata al controllo a volte un po’ troppo scrupoloso dei suoi componenti, controllo che a volte può portare a risultati controproducenti. Il tono drammatico, fortemente sentito soprattutto verso la fine, è abilmente spezzato e inframmezzato da numerose gag che vanno dal comico al grottesco e che vedono come protagonisti principalmente i tre amici sgangherati di Bob e cioè Barris, Ernie e Charlie (quest’ultimo poi compagno di comunità di Bob).
Le trovate geniali sono moltissime e toccano tutti gli aspetti della pellicola, quello registico e quello recitativo soprattutto. Ma anche nella colonna sonora ci sono delle trovate interessanti, prima su tutte la musica che accompagna l’ultima scena che è visivamente come un pugno nello stomaco e rimane sicuramente impressa come un marchio nel cuore e nella mente.

A scanner darkly è sicuramente un capolavoro nel suo genere e non e lo consiglio caldamente a tutti: amanti del cinema e non.

 


This has been a story about people who were punished too much for what they did. I loved them all. Here is a list, to whom I dedicate my love:

To Gaylene, deceased
To Ray, deceased
To Francy, permanent psychosis
To Katy, permanent brain demage
To Jim, deceased
To Val, massive permanent brain demage
To Nancy, permanent psychosis
To Joanne, permanent brain demage
To Marren, deceased
To Nick, deceased
To Terry, deceased
To Dennis, deceased
To Phil, permanent pancreatic demage
To Shue, permanent vascular demage
To Jerry, permanent psychosis and vascular demage

…and so forth.

In memoriam. These were comrades whom I had; there are no better. They remain in my mind, and the enemy will never be forgiven. The "enemy" was their mistake in playing. Let them play again, in some other way, and let them be happy.

Philip K. Dick

Regia: 10
Sceneggiatura: 10
Recitazione: 9
Fotografia: 8,5
Colonna sonora: 9.5
Ambientazione: 9
Voto finale: 9,5





CITAZIONE DEL GIORNO

Certo che esiste il Santo Graal. Altrimenti che cosa erano le crociate, un giro promozionale del Papa? (Robin Williams a Jeff Bridges in "La leggenda del Re Pescatore")

 


LOCANDINA


Carlito's way

REGIA: Brian de Palma

CAST: Sean Penn, Al Pacino, Viggo Mortensen, Penelope Ann Miller
ANNO: 1993

TRAMA:

Harlem, 1975. Carlitos Brigante, malavitoso portoricano esce di prigione dopo tanti anni deciso a cambiare vita una volta per tutte. Sistemati i suoi ultimi affari, desidera andare via con la sua donna Gail, ma una serie di circostanze avverse tra cui l’amicizia del suo avvocato David Kleinfeld che lo tiene legato a sé in quanto gli ha risparmiato 30 anni di carcere, gli impediranno di vedere realizzati i suoi desideri…




ANALISI PERSONALE

Questo è uno di quei film che da bambina e poi da ragazzina guardavo quasi ogni giorno insieme a quei grandi capolavori che sono C’era una volta in America, Nuovo Cinema Paradiso o Scarface. Ci ero talmente affezionata che conoscevo quasi tutte le battute a memoria, ma non mi stancavo mai di rivederlo. All’epoca lo idealizzai come mio film preferito in assoluto, dato che ancora non conoscevo in maniera approfondita questo magico mondo che è il cinema. Con gli occhi da adulta e col senno del poi, non posso certamente asserire che questo sia ancora il mio film preferito, ma posso di sicuro ammettere che è uno dei film a cui sono più affezionata e che ha moltissimi aspetti che fanno dal godibile al meraviglioso. Primo aspetto meraviglioso ad esempio è la fantastica regia di quell’artigiano delle immagini che è Brian de Palma che riesce con ogni sua pellicola a donare agli spettatori degli esempi di abile maestria con delle scene, dei piani sequenza, delle inquadrature davvero memorabili. Altro aspetto meraviglioso, forse il primo su tutti: Al Pacino, che riesce a sorprendere con l’altissimo livello recitativo e l’estremo grado di espressività e comunicatività che riesce a donare ad ogni suo singolo personaggio. In questo caso ci troviamo di fronte ad un uomo estremamente combattuto tra la sua vera natura di delinquente e il desiderio, dettato principalmente dall’amore verso la sua Gail, di cambiare, di diventare un uomo onesto, di uscire da quella “merda”. Le intenzioni ci sono tutte, ma stavolta il destino, il caso e anche lo zampino di qualche personaggio poco raccomandabile, gli impediscono di diventare l’uomo che Gail vorrebbe accanto, un uomo affidabile che si guadagna da vivere senza infrangere la legge e che non rischia ogni giorno di finire in prigione o, peggio ancora, di morire assassinato a causa di qualche resa dei conti.

Il tutto ci viene narrato dalla voce fuori campo dello stesso Carlito, che sin dall’inizio ci fa capire che non assisteremo ad un happy ending. Cinque anni prima era andato in prigione, salutando per sempre la sua fidanzata Gail credendo di dover scontare un ergastolo, ma grazie all’amico e avvocato David, riesce a cavarsela scontando appunto solo cinque anni. All’uscita di prigione, Carlito è un uomo diverso, segnato forse dall’esperienza carceraria. Ritorna nel suo vecchio quartiere, dove nulla sembra essere cambiato: ci sono sempre i suoi vecchi compari e malavitosi del suo giro. Ma Carlito va avanti per la sua strada, senza negare l’amicizia a nessuno dei suoi vecchi compagni, preferisce tenersi alla larga dai loro loschi affari e prende in gestione un locale notturno, col progetto di mettere da parte abbastanza soldi per poi andare ai Caraibi e aprire un autonoleggio per vivere nell’onestà insieme alla sua amata Gail.

Ma come suddetto, ci penserà il destino e l’ineluttabilità del fato a mettergli i bastoni tra le ruote, perché il suo amico David (un fantasmagorico Sean Penn quasi irriconoscibile) si metterà nei guai con un boss della mafia. Carlito è mosso da un sentimento non solo di amicizia, ma soprattutto di riconoscenza verso David che l’ha salvato dalla prigione a vita, e quindi si prodiga (pur senza volerlo) per aiutare e tirare fuori dai guai il suo avvocato cocainomane e corrotto. Per risolvere i suoi problemi non tarderà a ricorrere alle armi, cosa che aveva deciso di non fare mai più nella vita, e quindi a mettersi contro persone “pericolose”, mettendo a rischio i suoi progetti futuri ma soprattutto la propria vita.

Carlito tenterà in tutti i modi di non invischiarsi e di non farsi “seccare” da quei mafiosi contro cui si è messo, ma molto spesso il pericolo viene da chi meno ci si aspetta, magari da quelli che si considerano i propri confidenti, e infatti il nostro “eroe”, in procinto di scappare con la sua Gail sul  treno che li porterà verso un nuovo futuro, viene tradito proprio da Pachanga (il prezzemolino di turno Luiz Guzman che troviamo in quasi la metà di tutte le pellicole Hollywoodiane, ma che ci sta sempre bene), suo collaboratore al locale nonché amico fraterno. E in una delle sequenze finali più belle che io ricordi (che richiama moltissimo anche quella de Gli intoccabili dello stesso de Palma), per il nostro Carlito, dopo la consapevolezza di essere stato tradito per un “pugno di dollari” dal piccolo Pachanga, arriverà anche la certezza di non poter vedere esauditi i suoi sogni e quelli di Gail.

Questa pellicola è stata tratta dal romanzo di Edwin Torres After Hours, ma il titolo è ispirato al primo romanzo dello scrittore, per non confondere questo film con il Fuori orario di Scorsese.
Quello che più colpisce, a parte la storia in sé per sé che a tratti può risultare addirittura banale, scontata o comunque già vista e rivista, è proprio lo stile con cui viene narrata. E non parlo solo dello stile registico. Infatti, al di là di questo e del livello recitativo “mostruoso” (tra Sean Penn e Al Pacino è un’ardua lotta tra titani), siamo messi di fronte ad una strabiliante sceneggiatura molto intensa e introspettiva che delinea perfettamente la profondità del personaggio di Carlito a tratti carismatico a tratti quasi insicuro, soprattutto in relazione a Gail. Per non parlare poi dell’ambientazione apprezzabilissima che mostra un “mondo”, anzi un “micromondo” come quello della malavita portoricana e non in maniera egregia.

Carlitos’ way è uno di quei film che rimangono di certo impressi e che non si dimenticano facilmente per l’alto grado di intensità e passionalità di cui è intriso.

 

Regia: 8,5
Sceneggiatura: 8
Recitazione: 9
Fotografia: 8
Colonna sonora: 8
Ambientazione: 8,5
Voto finale: 8,5


“Tutti sporchi. Non è rimasto nessuno… Non me la vado a cercare io, questa merda: è lei che mi insegue…”.

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Ora non combatto più per niente, meno che per me. M’interessa una sola causa: me stesso. (Humphrey Bogart da "Casablanca")

 


LOCANDINA


 

Vacancy

REGIA: Nimrod Antal

CAST: Kate Backinsale, Luke Wilson, Frank Whaley, Ethan Embry
ANNO: 2007

TRAMA:

I coniugi Fox rimangono con l’auto in panne durante un viaggio in autostrada e decidono quindi di recarsi al primo motel disponibile. Una volta entrati nella loro stanza però si rendono conto che c’è qualcosa che non va. All’interno di questo motel, infatti, vengono girati degli snuff-movie proprio con gli avventori come protagonisti-vittime. Allora i Fox decidono di non voler essere l’ennesima preda del titolare dell’albergo e si danno da fare…




ANALISI PERSONALE

Alla fine ho deciso di spendere due parole per questo horror estivo che però non è poi così catastrofico. Sarà per il livello degli attori protagonisti o per la regia che non è affatto male, ma non mi ha fatto storcere completamente il naso, come capita quasi sempre con questo genere di pellicole. Certo alcuni paragoni all’Hitchcock di Psycho e al Kubrick di Shining mi hanno fatta inorridire (non basta di certo ambientare un film in un motel per far sì che sia a quei livelli), ma il risultato finale, pur rimanendo nella mediocrità, è abbastanza accettabile.

David e Amy Fox sono una coppia in crisi (capirai che novità), e stanno tornando a casa dopo essere stati alla festa d’anniversario dei genitori di lei, a cui non hanno ancora detto di stare per separarsi. Il loro matrimonio ha cominciato a fare acqua da tutte le parti dopo la morte prematura del loro piccolo figlio. I due non perdono occasione per punzecchiarsi, incolparsi e trattarsi male. Durante il viaggio in macchina, David decide di prendere una scorciatoia, indipendentemente dai continui rimproveri di sua moglie. Mentre corre lungo le strade buie e desolate la macchina ha un guasto e i due si recano dal benzinaio più vicino che però sta per chiudere. L’operaio che dice di aver aggiustato il guasto, è sospetto più che mai. Qualunque spettatore dotato di un minimo di intelligenza capisce che a)rivedremo quell’operaio e b)non ha affatto sistemato l’auto.
Infatti, solo dopo pochi metri l’auto va in panne e i due coniugi devono decidere se passare la notte lì o cercare un motel. Alla fine, non senza discussioni, i due si incamminano in cerca di un posto dove passare la notte e si imbattono in un piccolo motel squallido e isolato. Qui fanno la conoscenza del direttore (anch’egli estremamente sospetto, io sarei scappata all’istante da quel posto), che però incute un certo timore in Amy che chiede al marito di tornare alla macchina. Alla fine però, decidono che non è il caso di rifarsi tre chilometri a piedi e si fanno dare le chiavi di una stanza.
Una volta sistemati, non dopo aver discusso un po’ sul loro rapporto in crisi, i due decidono di guardare una delle videocassette poste accanto al televisore. Quello che gli si para davanti agli occhi è a dir poco agghiacciante (?). Le videocassette non sono altro che degli snuff-movies in cui alcune persone vengono torturate e seviziate. I due non ci mettono molto ad accorgersi che i film vengono girati proprio in quel motel e da questo momento tenteranno in tutti i modi di sfuggire allo stesso destino dei poveri precedenti avventori. A dargli filo da torcere arriveranno tre uomini mascherati e non si tarderà a capire che due di loro sono il direttore del motel e il benzinaio che era risultato fin troppo gentile.
Insomma, senza dimenarsi troppo per le lunghe, i due coniugi tenteranno il tutto e per tutto per scappare da quel posto nefasto, in tutti i modi possibili, riuscendo persino a chiamare un poliziotto che alla fine però ci rimane secco. Grazie ad un abile gioco di squadra (nel frattempo i due si saranno magicamente riappacificati) i Fox riescono a sfuggire agli intenti malefici dei tre criminali e a farli fuori, salvo poi vedere che il direttore d’albergo ha uno scatto finale che spero non preluda ad un Vacancy 2, perché va bene che è un filmetto abbastanza godibile, ma di certo un sequel non si reggerebbe. Alla fine Amy, che è riuscita a seccare il direttore, torna dal marito, precedentemente investito dagli altri due “maniaci” che in realtà non è morto, ma solo in fin di vita e per la coppia sembra che non sia del tutto finita.

Che altro dire di questo piccolo horror estivo? La regia e la fotografia sono davvero molto ben fatte e il livello recitativo non è affatto male: finalmente abbiamo l’occasione di vedere Luke Wilson in un ruolo non dico drammatico ma semiserio e la Beckinsale stranamente riesce a trasmettere qualche emozione. Il più incisivo di tutti però rimane Frank Whaley che riesce ad interpretare perfettamente il direttore d’albergo mellifluo e viscido che trova godimento nelle sofferenze altrui. Altro punto a favore di questo film è la mancanza assoluta di moralismi o di paternalismi verso gli snuff-movies o chi li guarda o li fa. Il film è semplicemente la storia di come due persone siano riuscite a sfuggire alla morte.

Consigliato a chi non ha niente da fare, sconsigliato a chi “pretende” di guardare un BUON film.

Regia: 6
Sceneggiatura: 5,5
Recitazione: 6,5
Fotografia: 6
Colonna sonora: 5
Ambientazione: 5
Voto finale: 5,5


 


CITAZIONE DEL GIORNO

Achille aveva soltanto il tallone di Achille; io invece ho tutto il corpo, di Achille! (Woody Allen in "La Dea dell’amore")

 


LOCANDINA


Arsenico e vecchi merletti

REGIA: Frank Capra

CAST: Raymond Massey, Jack Carson, Cary Grant, Priscilla Lane, Edward Everett Horton, Peter Lorre, Josephine Hull
ANNO: 1942

TRAMA:

Due arzille signorine, con la connivenza di uno strambo fratello, “alleviano” le sofferenze di alcuni ospiti e avventori offrendo loro vino a base di arsenico, fino a quando il loro giovane e aitante nipote si accorge di tutto, rischiando davvero grosso.

 

 


ANALISI PERSONALE

Arsenico e vecchi merletti è la trasposizione cinematografica di uno spettacolo teatrale, cosa che non passa di certo inosservata durante la visione della pellicola che è imperniata proprio sulle principali caratteristiche teatrali tra le quali appunto quella di un solo luogo (o quasi) di rappresentazione. Frank Capra con questo film ha voluto dare sfoggio di quell’umorismo nero che a dire il vero all’epoca non era molto diffuso e apprezzato, ma che al giorno d’oggi fa ridere e sorridere non solo per la simpatia del film in sé e dei suoi contenuti, ma anche e soprattutto perché era alquanto inusuale che all’epoca si scherzasse su cadaveri in maniera brillante e divertente.

Gran parte della fortuna di questa pellicola va sicuramente a quel grande attore che era Cary Grant, non solo uno dei più affascinanti che il cinema abbia mai conosciuto, ma anche uno dei più bravi.
Qui impersona Mortimer Brewster, scapolo convinto che però ha messo la testa a posto e ha deciso di sposarsi con la dolce e bella Elaine (Priscilla Lane). Decide allora di presentarla alle sue care ziette Abby (Jospephine Hull) e Martha (Jean Adair). Le sorelle, che vivono sole con un fratello a dir poco esilarante, che crede di essere Roosvelt e che costruisce in cantina il canale di Panama, sono a dir poco strambe e fuori dalle righe. Sempre allegre e gioviali, accolgono calorosamente il loro caro nipote che non vedevano da un po’. Ma le zie, nascondono un segreto: si “divertono” ad uccidere ogni loro ospite o avventore, offrendo del buon vino mischiato con “arsenico”, mascherando questo loro atteggiamento come attività caritatevole verso gente che è stanca di vivere perché troppo sofferente.
Mortimer non tarderà a capire che c’è qualcosa che non va e scoprirà soprattutto grazie agli stranissimi atteggiamenti dello zio Teddy (John Alexander), che in quella casa, per la precisione in cantina, sono seppelliti numerosi cadaveri, proprio dove Teddy crede di costruire il famoso canale di Panama. Le cose si metteranno sempre peggio per il povero Mortimer, dato che all’improvviso lui e le sue zie, riceveranno la visita di Johnatan, suo fratello che non vede da anni, uno spietato criminale accompagnato da un dottore che gli ha cambiato i connotati per sfuggire alla legge.

Mortimer e le sue ziette tenteranno in tutti i modi di liberarsi di lui (con metodi a dir poco esilaranti, dato che anche i due nuovi avventori nascondo un cadavere che tentano in tutti i modi di celare ai proprietari di casa, senza sapere che loro ne nascondono molti di più). Mortimer, tenta in tutti i modi di far internare suo zio Teddy, ma verrà ostacolato da suo fratello Johnatan e dal dottor Einstein (Peter Lorre), che ci tengono a tenere celato il loro cadavere in cantina, dove ci sono tutti gli altri e dove vorrebbero aggiungere quello dello stesso Mortimer. Alla fine, Mortimer, preoccupato per la sua situazione e soprattutto spaventato dal fatto che tutti i suoi parenti siano insani di mente, crede di aver ereditato un tarlo di pazzia e allontana la povera Elaine per non “contagiarla”. Ma proprio mentre sta portando Teddy nell’ospedale psichiatrico le sue zie gli confessano che in realtà lui è il figlio illegittimo di una loro vecchia domestica che venne data in moglie all’altro loro fratello, in modo tale da divenire una donna onesta.

Arsenico e vecchi merletti è tutto ciò, un mix di umorismo esilarante misto a tinte cupe e noir che dissacrano e rovesciano quelli che sono i valori etici, mostrando in maniera intelligente e divertente cosa si può celare nella mente delle persone. Questo è film è un egregio esempio di commedia brillante e mai scadente che riesce a divertire per tutta la sua durata senza mai scadere in nessun punto, tenendo lo spettatore sempre attento grazie ad un ritmo forsennato e ad un insieme di battute esilaranti e davvero intelligenti. Per non parlare poi del livello estremo di simpatia detenuto da ogni singolo personaggio della pellicola, dalle zie un po’ fuori di testa, allo zio “psicopatico”. Persino il fratello criminale e omicida, che dovrebbe incutere paura e timore, riesce a strappare numerosi consensi e sorrisi. Arsenico e vecchi merletti è un film più che discreto che unisce vari elementi positivi che concorrono a renderlo valente anche dal punto di vista tecnico: non solo il livello recitativo mai farsesco o manierato degli attori (primo su tutti Cary Grant come suddetto), ma anche la bella ambientazione (costituita principalmente dal salone della casa delle due zie), la simpatica e pimpante sceneggiatura e la pulita e delicata fotografia.

Consigliato a chi ama ridere e divertirsi in maniera intelligente.

 

Regia: 7,5
Sceneggiatura: 7,5
Recitazione: 8
Fotografia: 7,5
Colonna sonora: 7
Ambientazione: 7,5
Voto finale: 7,5

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

"Non ti libererai piu’ di me". "Non ho mai tentato". (Cary Grant e Ingrid Bergman in "Notorious-L’amante perduta", 1946)

 


LOCANDINA