I giorni del cielo

REGIA: Terrence Malick

CAST: Richard Geere, Sam Shepard, Brooke Adams, Linda Manz
ANNO: 1978

TRAMA:

Bill, dopo una furiosa lite col suo datore di lavoro a Chicago, è costretto a fuggire con la sorellina Linda e l’amante Abby (anch’essa fatta passare per una sorella), in Texas. Qui trovano lavoro nei campi della fattoria del signor Chuck che non tarda ad innamorarsi di Abby, credendola la sorella di Bill…

 




ANALISI PERSONALE

I giorni del cielo è sicuramente un grandissimo film, ben girato, ben interpretato, ma soprattutto ben musicato. Si tratta di una sorta di epopea rurale, raccontata dal punto di vista di tre protagonisti che con le loro vicende personali, mostrano una porzione di storia davvero affascinante. Storie che si svolgono e si snodano all’interno di campi sterminati di grano, i campi nei quali lavorano i nostri protagonisti e molti altri emigranti come loro, costretti a lavorare come "schiavi" in fattorie altrui, per poter tirare avanti e sopravvivere. Storie che ci vengono raccontate dalla voce narrante della piccola, ma intraprendente Linda, affezionatissima a suo fratello Bill, ma anche alla sua ragazza Abby. Una bambina cresciuta un pò troppo in fretta, forse a causa delle circostanze avverse, o forse perchè "accudita" da un fratello non troppo attento, troppo occupato a lavorare e a passare il tempo con la sua Abby.

Bill (un giovanissimo e più che soddisfacente Richard Geere) è un giovane uomo che si occupa della sua “famiglia” lavorando a tempo pieno, senza mai fermarsi. Il suo spirito ribelle e per niente volto alla sottomissione lo porta ad avere una furente lite con il suo datore di lavoro a Chicago. Il ragazzo, allora, si vede costretto a trasferirsi in Texas con sua sorella e la sua ragazza. Quel Texas così pieno di fattorie, dove era facile trovare lavoro come “schiavi” nei campi. Il viaggio viene raccontato dalla piccola Linda (una dirompente Linda Manz) che si rende conto della miseria umana che la circonda e che non esclude neanche lei e che impara soprattutto a godere a pieno di tutto quello che di bello la vita ti può dare, dato che ci è consentito di viverla una volta sola.
Concluso il viaggio, di certo non confortevole, i nostri tre protagonisti trovano lavoro nella fattoria del signor Chuck (Sam Shepard che ci regala forse la migliore interpretazione di questo film), un giovane proprietario terriero senza famiglia, “accompagnato” solo dal vecchio e fidato contabile, molto affezionato a lui.
I giorni sembrano passare tutti uguali per i nostri “eroi”. Linda fa amicizia con una ragazza che lavora nei campi e con la quale fa lunghe passeggiate e chiacchierate tra le spighe di grano “contaminate” da cavallette e insetti vari. Bill non fa altro che lavorare e pretendere di essere trattato equamente, ricevendo lo stesso stipendio di tutti gli altri braccianti.
Abby (una bravissima Brooke Adams) lavora sodo insieme al suo adorato Bill, non lamentandosi mai e mantenendo il suo sorriso solare sul volto.

Sorriso e volto che non tardano ad essere notati da Chuck, che nel frattempo ha scoperto di avere una malattia incurabile e di avere ancora poco da vivere. Chuck comincia a nutrire un forte sentimento per la bella Abby e ben presto chiederà la sua mano, inconsapevole del suo rapporto amoroso con Bill, all’apparenza suo fratello.
Bill, che era venuto a conoscenza delle condizioni di salute del suo padrone, incoraggia Abby ad accettare la sua proposta di matrimonio, in modo tale da poter ereditare molto presto tutte le sue ricchezze. Abby si fa convincere e per lei, il suo ragazzo e sua sorella, comincia una nuova vita all’insegna dell’agiatezza e della ricchezza. I due “amanti” continuano a vedersi di nascosto, non riuscendo a reprimere la passione che li accomuna, mentre Chuck si innamora ogni giorno di più di sua moglie, nonostante il suo affidato contabile tenti di metterlo sull’attenti, avendo subodorato i reali intenti dei tre. Chuck, indignato per le calunnie rivolte verso la sua adorata moglie, manda via l’amico di sempre e continua a credere di essere sposato con la sorella di Bill, che forse col passare del tempo si è realmente affezionata a suo marito, quel marito sposato inizialmente solo per comodità.
Il “padrone” però non tarderà a rendersi conto di essere stato raggirato e a scoprire la relazione intercorrente tra Abby e Bill, cosa che lo indignerà a tal punto da arrivare a causare non pochi danni…
Il finale, a tratti cinico ed amaro, ci mostra una Linda, ormai sola che continua a lottare per la sua libertà e la sua sete di conoscenza mista a curiosità verso quel mondo e quella vita di cui non vuole perdere nessuna esperienza od emozione.

I giorni del cielo è uno stupendo affresco dell’America nei primi del ‘900, raccontata attraverso immagini maestose di immensi campi di grano accompagnati dalle accattivanti e stupende musiche del grandissimo Ennio Morricone che riesce ad accompagnare in maniera brillante ed efficace le imprese dei quattro protagonisti, sottolineandone gli stati d’animo e le contrastate emozioni.            
Si tratta di una pellicola a dir poco caratteristica ed originale che si contraddistingue per l’elevata qualità narrativa, tecnica e stilistica e che accompagna lo spettatore attraverso sterminati campi all’interno del cuore di Linda, Abby, Bill e Chuck, mostrandone sogni, desideri, paure e aspettative per il futuro.
Ad aumentare il carico di “positività” che accompagna questa singolare pellicola, ci pensano un livello di recitazione davvero alto che ha il suo culmine nell’interpretazione di Sam Shepard (poi bravissimo sceneggiatore) che riesce a comunicare in maniera egregia ciascuno stato d’animo del suo personaggio, e la strabiliante sceneggiatura dello stesso Terrence Malick che raggiunge le vette più alte nelle considerazioni sulla vita e sul suo significato a tratti semplice a tratti complesso, che ci viene dato dalla piccola voce narrante di Linda.


Regia: 8
Recitazione: 8
Sceneggiatura: 9
Fotografia: 9
Colonna sonora: 9
Ambientazione: 8
Voto finale: 8,5


 



CITAZIONE DEL GIORNO

 Lavoratori! Lavoratori della malta! Prrrr…



LOCANDINA


 

A volte ritornano

Ebbene si, dopo quasi due anni di assenza dalle sale (ricordo che gli ultimi film che ho visto al cinema furono Munich e La tigre e la neve), sono tornata nel luogo in cui più amavo stare, prima di stancarmi di gente insulsa e di cartelloni orribili. E’ stato un film presente al Festival del cinema di Roma a farmi smuovere da questo mio prolungato "assenteismo". Trattasi di Seta, certo potevo scegliere qualcosa di meglio per il mio grande ritorno, ma che ci volete fare? O quello o SMS, capirete bene il motivo della mia scelta.
Devo ammettere che non appena ho varcato la soglia del cinema, ho sentito quasi un tuffo al cuore, ma soprattutto sono rimasta sopresa di vedere dei cartelloni interessanti: Quel treno per Yuma, In questo mondo libero e Invasion (ok, questo sicuramente sarà una fetecchia, ma sempre meglio di SMS…).
Respirando quell’aria quasi "nuova" per me, avevo quasi dimenticato i motivi per i quali non entravo in quel posto da tanto tempo, ma durante il corso della pellicola qualcuno ci ha tenuto a ricordarmeli uno per uno.
Premettendo che sono stata lieta di non essere stata attorniata da ragazzetti idioti che smanettano col cellulare tutto il tempo o non fanno altro che slinguazzarsi le ragazzette di turno, la saletta (di solito i film d’"autore" li danno nella sala più piccola che c’è, dato che qui hanno pochi spettatori), era piena di persone adulte, per non dire anziane. La cosa mi ha reso, inizialmente, molto speranzosa: cosa faranno mai dei vecchi di così irritante? E invece…posso sicuramente stilare una classifica dei "geni" che hanno accompagnato la mia visione:
1- Una signora non faceva altro che rimarcare concetti palesi che chiunque stesse guardando il film poteva capire da solo: Ah, ma la pastorizzazione! Ah, ma quel Ludovic non è figlio loro! Ah, quella è una geisha! E via dicendo…
2- Un signore non faceva altro che rimarcare concetti che erano palesemente estranei al film: Ah, ma sti due mo se la fanno insieme (riferendosi ad Alfred Molina e Keira Knightley). Ah, ma quella bambina l’hanno impiccata! (ed era un ragazzino).
3- Un signore (seduto proprio di fronte a me) con la sua testa pelata mi ostruiva parte dello schermo e, soprattutto, non ha fatto altro che tossire impedendomi di godermi a pieno l’esperienza inebriante, nonostante il film non sia stato uno dei migliori che abbia mai visto.
Ma al di là di questi inevitabili inconvenienti, stare di fronte a quello schermo enorme, udire dei suoni così amplificati, sedere su quella poltroncina rossa, mi hanno fatta sentire viva, quasi parte di un nuovo mondo, che in realtà nuovo non era, ma che avevo abbandonato tempo fa per i motivi suddetti. Questa volta però non mi lascerò scoraggiare da questi cattivi esempi di spettatori e continuerò (spero) a rifrequentare la mia seconda casa.

Che si spengano le luci e abbia inizio lo spettacolo!!!!!

Seta

REGIA: Francois Girard

CAST: Michael Pitt, Keira Knigthley, Alfred Molina, Koji Yakusho
ANNO: 2007

TRAMA:
Harvè Jancour, figlio del sindaco di Lavilledieu è un militare "pacifista", che preferirebbe starsene a casa con la sua fidanzata Hèlene. Un bel giorno gli viene offerto un lavoro che non può rifiutare: aiutare a risollevare le sorti delle fabbriche di seta del suo paese, lavoro che comporterà numerosi viaggi verso l’ignoto, verso la fine del mondo.


ANALISI PERSONALE

Lavilledieu, Francia, ’800. E’ qui che si svolge in parte la storia di Harvè (Michael Pitt), figlio del sindaco che pretende che suo figlio prosegua la carriera militare. Ma l’amico gestore delle aziende di seta della città (Alfred Molina) riesce a convincere il sindaco a far assumere suo figlio per risollevare le sorti dell’industria quasi in declino. Ed è così che comincia l’avventura di Harvè. Sposa la sua amatissima Hèlene (Keira Knightley) e le promette di invecchiare insieme in un giardino pieno di gigli. Iniziano i suoi viaggi, prima in Africa dove non riesce a trovare bachi da seta adeguati e poi fino all’impenetrabile Giappone, la "fine del mondo", così la chiama il giovane protagonista. Durante i suoi viaggi, impara cose nuove, assiste alla trasformazione di se stesso: "Quando tornai, tutto era come prima, niente era cambiato, eccetto me stesso", ma soprattutto fa la conoscenza del capo del villaggio dal quale compra i bachi, Hara Jubei, all’apparenza ospitale e gioviale. Durante le trattative di compravendita, rimane ammaliato dalla compagna di Jubei (Koji Yakusho) e tra loro sboccia un "amore", quasi platonico, fatto solo di sguardi e occhiate furtive. Amore che si "esplica" in un fuggevole incontro nel quale la donna lascia al suo "amato" un bigliettino in giapponese. Concluse le "compravendite" in Giappone, Harvè può tornare a casa dalla sua Hèlene e, diventato ormai ricco, le costruisce una villa con un bel giardino di gigli, ma qualcosa lede la sua felicità e la vita sua vita coniugale: quel biglietto, quella donna. Si reca dall’amico Alfred Molina, che passa le giornate giocando al biliardo con una mano sola (promettendo di lasciare il paese per sempre quando riuscirà a fare un tiro perfetto), sperando di riuscire a tradurre quel messaggio, ma l’uomo gli dice che l’unica persona che potrebbe aiutarlo è la tenutaria di un bordello. Una donna giapponese che aveva sposato un francese, ma era rimasta vedova molto presto e aveva dovuto far fronte alle difficoltà della vita a modo suo. L’incontro con la donna è carico di pathos e di emozione e anche di mistero che contrassegna la bellissima "maitresse". Il biglietto dice così: Torna, o io morirò. La donna suggerisce ad Harvè di non credere a quelle parole e di rimanere a casa, ma il ragazzo è ormai quasi ossessionato da quel messaggio e fa di tutto pur di tornare in Giappone. Ormai non c’è più bisogno che lui vada lì per i bachi da seta, e soprattutto nel villaggio di Jubei è scoppiata la rivolta, ma Harvè riesce a convincere tutti che il suo viaggio può essere utile. Questa volta però la sua vita è più in pericolo che nei precedenti viaggi, ma nessuno, nemmeno la sua amata Hèlene, riesce a fermarlo. Harvè intraprende per l’ennesima volta il lunghissimo viaggio, ma quello che trova al suo arrivo non era proprio quello che aveva sperato. Il vilaggio è raso al suolo ed è quasi deserto, a parte il ragazzino che lo scortava gentilmente da Jubei, ragazzino che gli mostra la strada per raggiungere il capo del villaggio, il quale una volta incontrato Harvè, gli "suggerisce" caldamente di andare subito via e si vendica in maniera crudele del ragazzino. Harvè, nonostante abbia rischiato la vita per mano di Jubei (che aveva intuito il sentimento che legava la sua donna al commerciante francese), non riesce ad incontrare la donna, di cui non si sentirà più parlare e che non si vedrà più se non nei sogni del protagonista che la vedrà nuda in un lago di acqua calda, nel quale la donna si immerge completamente.
Tornato definitivamente a casa, Harvè decide di dedicarsi completamente a sua moglie e di aiutarla nella cura del giardino, insieme al piccolo Ludovic, figlio di una concittadina abbandonata dal marito. Gli anni passano, il giardino cresce e fiorisce, così come Ludovic, ma la povera Hèlene si ammala, facendo sprofondare il già "apatico" Harvè in uno stato quasi catatonico. L’unica cosa che gli aveva ridonato un briciolo delle emozioni sopite durante gli anni, era una lettera in giapponese che gli era arrivata dalla sua "amata" e che non aveva mai fatto leggere a nessuno, se non alla "cara" maitresse che gliel’aveva tradotta, con la promessa di non fare mai più una cosa del genere. La lettera, piena di parole d’amore e di passione, era stata relegata in una parte del cuore e della testa di Harvè, ormai dedito solo alla cura di sua moglie, sofferente. Dopo la sua morte, a fargli compagnia rimane solo Ludovic (quel figlio che la coppia non era mai riuscita ad avere), che aveva promesso alla sua "signora" di occuparsi del suo giardino e soprattutto di suo marito.


Ed è proprio a lui che Harvè racconta la sua storia e i suoi viaggi, sulla panchina in cui era solito sedersi con sua moglie, la sua carissima e amatissima moglie. Quella moglie a cui, in punto di morte, avrebbe voluto confessare il suo "tradimento", senza però trovare le parole.
In una delle sue tante passeggiate, Harvè scova sulla lapide di Hèlene, un fiore blu che di solito adornavano i vestiti e la stanza dell’amica maitresse, dalla quale Harvè si reca (non senza difficoltà dato che nel frattempo si è trasferita a Parigi), per venire a conoscenza di una verità inaspettata e dolorosa. Verità che lascia sbigottito lo spettatore quanto lo stesso Harvè, che mai si sarebbe aspettato una rivelazione simile.
Il film termina proprio così, con Harvè che mentre racconta la sua meravigliosa storia al fidato Ludovic, ha una visione della donna che si fa il bagno nel lago, solo che quando questa si volta, ha il viso di Hèlene, di quello  che è sempre stato il suo unico e vero amore.
Tratto dall’omonimo romanzo del nostro Alessandro Baricco (che ahimè non ho avuto la fortuna di leggere), questo film che si può quasi considerare un "colossal", ha parecchi limiti che poi sono anche i suoi punti di forza. Già, perchè la pellicola è intrisa di una ridondante pomposità che contrassegna quasi ogni singolo fotogramma. A partire dall’ambientazione costituita da paesaggi meravigliosi, ma quasi finti per quanto sono perfetti. Paesaggi che sembrano delle cartoline "appiccicate" alle spalle dei nostri portagonisti. Ma non è solo questo aspetto ad essere contrassegnato da un’eccessiva "grandiosità". Abbiamo, infatti, una colonna sonora un pò troppo pressante e maestosa e una sceneggiatura a dir poco ripetitiva e a tratti patetica ed eccessivamente sentimentale. Ad esempio, il nostro protagonista fa parecchi viaggi verso il Giappone (almeno tre) e tutte le volte ci vengono mostrati gli stessi itinerari, gli stessi smielati saluti con la moglie, gli stessi incontri, gli stessi maesotosi paesaggi, le stesse sensazioni ed emozioni. Per carità la storia è alquanto originale (ma forse il merito va a Baricco), e infatti, ad interessare non è tanto l’avventura "amorosa" di Javier, ma il suo compito di trasportare bachi da seta, difficilmente trasportabili e soprattutto il suo rapporto con la civiltà giapponese, che nell’800 era ancora molto chiusa in sè stessa. Ma oltre non si va, ai personaggi non viene dato il giusto spessore e la giusta introspezione, tranne forse a quello graziosamente interpretato da Alfred Molina che ci affascina con i suoi tiri al biliardo e che alla fine riesce a realizzare il suo "sogno". Ma tutti gli altri, a partire da Harvè, sono piatti, monocorde, insomma, quasi inespressi. Sarà forse a causa di questo aspetto che la recitazione del, solitamente valente, Pitt risulta totalmente monoespressiva e quella della Knightley, che di solito non apprezzo, è quasi irrilevante.
A risollevare le sorti un pò pericolanti della pellicola, ci pensa un finale davvero intenso e inaspettato che riesce ad emozionare e commuovere (cosa che non avviene mai nel corso della pellicola) e a rendere il risultato finale, non dico soddisfacente, ma quasi.
Consigliato a chi vuole vedere sul grande schermo una storia che ha letto sulle pagine di un libro, sconsigliato a tutti gli altri.

Regia: 6
Recitazione: 6,5
Sceneggiatura: 6
Fotografia: 6
Colonna sonora: 6,5
Ambientazione: 6,5
Voto finale: 6

"I perchè non si ricordano mai"




CITAZIONE DEL GIORNO

La sua famiglia e’ cosi’ povera che in casa non c’e’ neppure un tozzo di pane. Benny e’ costretto a spalmare la marmellata sul giornale. (Woody Allen in "Rimembranze")




LOCANDINA

Caparezza

Dopo tanto tempo torno a parlare di musica e lo faccio con un artista che mi ha accompagnato quasi ossessivamente negli scorsi anni con i suoi "stornelli" carichi di messaggi che non mi stancavo mai di ascoltare e ripetere (persino durante le mie numerose notti insonni). Sto parlando di Caparezza, di certo non uno dei migliori musucisti al mondo, ma sicuramente un artista a tutto tondo che ha saputo rendere il "rap" (stile musicale che di certo non è tra i miei preferiti), appetibile anche a chi non mastica il genere. Molfettese (quasi mio conterraneo quindi) di quel sud-italia che molto spesso dà ottime prove della sua arretratezza, Caparezza non disdegna le sue origini, ma anzi ne fa lo stendardo del suo successo, cantando anche con il grupoo molfettese Sunny Cola Connection che cantano canzoni davvero molto folkloristiche in dialetto.
Dopo un’iniziale carriera non proprio rosea, Caparezza fa un "mea culpa" e cambia rotta, divenendo quello che tutti o quasi oggi conosciamo: un bravissimo compositore di musiche e testi che riesce ad amalgamare in maniera quasi eccelsa ispirandosi al grande Frank Zappa e che ci mette davanti agli occhi, e alle orecchie, verità scomode, verità a volte "supposte", ma sicuramente tangibili e presenti nelle nostre vite di tutti i giorni. Verità che vengono ridicolizzate per farne comprendere appieno la meschinità o l’assurdità del caso come nella bellissima canzone, passata quasi inosservata, Follie preferenziali che con delle bellissime metafore ci fa comprendere l’orrore della guerra. Ma gli argomenti toccati dal molfettese "rezzo" sono davvero disparati e tutti molto interessanti: si va dal razzismo, dalla mercificazione della propria vita in tv per apparire, alle violenze familiari, alla sua stessa voglia, e quasi bisogno, di scrivere, all’omologazione del concetto di divertimento e via dicendo.
A volte è stato egli stesso vittima delle sue canzoni, come è successo col caso clamoroso di Fuori dal tunnel che prendeva di mira discoteche e vari luoghi di incontro di "giovani", luoghi nei quali è stata poi più utilizzata la suddetta canzone anche senza il consenso del cantante.
Gli album di Caparezza, da quando ha assunto questo nome (prima si chiamava Mikimix), sono davvero esplicativi della sua maestria in campo musicale, partendo da Caparezza?!, passando per Verità supposte e arrivando a Habemus Capa, si respira aria di "arte" e si riflette, seppur velocemente e a ritmo di musica, su moltissime questioni scottanti o meno.


CapaRezza – nome d’arte di Michele Salvemini (Molfetta, 9 ottobre 1973) è un rapper italiano.

Figlio di una maestra e di un operaio che suonava in un gruppo musicale, Michele cominciò a suonare da bambino. Studiò ragioneria, anche se avrebbe voluto fare il fumettista. Dopo il diploma decise di darsi alla pubblicità e vinse una borsa di studio per l’Accademia di Milano, ma ben presto abbandonò il mondo pubblicitario per dedicarsi a tempo pieno alla musica.

Iniziò la sua carriera come rapper col nome di Mikimix, componendo canzoni melodiche e minimali, ma con scarsa valenza artistica e con poco successo. Dopo alcune serate nei locali di Milano esordì al Festival di Castrocaro. Partecipò a Sanremo Giovani 1995 con la canzone Succede solo nei film e al Festival di Sanremo 1997 nella categoria "Giovani" con la canzone E la notte se ne va, pubblicando successivamente un album dal nome La mia buona stella, prodotto dalla casa discografica Sony.

Ritornato a Molfetta, nel suo garage continuò a comporre – negli anni ha registrato un centinaio di nastri, che brucerà "per evitare che escano postumi". Si fece crescere capelli e pizzetto e cambiò il nome in CapaRezza (Testa Riccia in dialetto molfettese, nome assegnatogli a causa della sua riccia e vaporosa acconciatura) e pubblicò il primo album intitolato Caparezza ?! (2000) lo si può trovare anche sottoforma di DEMO col nome di Zappa (1999) con le stesse canzoni dell’album ufficiale ma cantate in modo diverso, disposte in una diversa sequenza e senza le censure imposte dalla casa discografica. Il livello delle composizioni ebbe il favore del pubblico sebbene la parte musicale non sia ancora curata come nel lavoro successivo, Verità supposte (2003), quello che lo farà approdare al successo. Nel 2006 arriva il terzo album, Habemus Capa.


CapaRezza divenne famoso per aver composto alcuni brani quali Il secondo secondo me (2003), Fuori dal tunnel, Vengo dalla luna e Jodellavitanonhocapitouncazzo (2004) (anche se il primo singolo estratto è Follie preferenziali che è passato quasi inosservato presso i principali canali di musica), che sono tutti singoli estratti dall’album Verità supposte (2003). In particolare Fuori dal tunnel è stato oggetto di un caso curioso: il brano è diventato un vero e proprio tormentone estivo nonostante non fosse certo questo l’intento di CapaRezza, che anzi ha sempre protestato contro l’utilizzo in discoteche e programmi televisivi (per esempio Amici di Maria De Filippi su Canale 5) della sua canzone come pezzo per ballare allegramente, mentre in realtà il testo è un atto d’accusa contro il "divertimentificio" notturno che impone a tutti di svagarsi allo stesso modo. CapaRezza ha poi utilizzato questo fatto per dimostrare, nel corso di interviste a giornali specializzati e non, come nella società della comunicazione per eccellenza si possa ancora distorcere il senso di un testo in modo così grossolano. L’unico programma che ha ricevuto da CapaRezza il permesso per poter utilizzare Fuori dal tunnel è stato Zelig Circus.

CapaRezza tende sempre a "denigrare", ma senza rinnegarla, la prima parte della sua carriera non molto conosciuta, in quanto poco coerente rispetto al suo attuale pensiero di musicista lontano dal mainstream e alle logiche di mercato; difatti nel brano Mea Culpa contentuto in ?! si riferisce chiaramente alla prima parte della sua carriera artistica, definendosi "uno schiavo ritratto in un contratto controproducente", mentre nel brano Habemus Capa tratto dall’omonimo album appare: "Sei tu Mikimix? Tu lo hai detto!". Anche all’interno del brano "Il secondo secondo me" si autoriferirebbe dicendo: "Io, no no no no, non sono più quello di una volta".


Nonostante la sua musica non possa definirsi "impegnata", i suoi testi trattano tematiche sociali, cosa ben evidente durante le sue partecipazioni al Concerto del Primo Maggio. Da un punto di vista esclusivamente tecnico le sue composizioni sono ben curate, seguendo lo stile del grande "chitarrista ribelle" Frank Zappa, cui CapaRezza si ispira considerandolo il suo "maestro". Molti fans per questo motivo, oltre che per la straordinaria capacità di sciorinare parole e ironiche invettive a raffica, lo chiamano spesso "Il Beppe Grillo della musica"

CapaRezza, oltre che portare avanti la sua carriera da solista, è anche una sorta di talent scout, e aiuta le band pugliesi a farsi strada nel mondo della musica. Fa anche parte del gruppo Sunny Cola Connection, che canta in dialetto molfettese, il cui album Alla molfettesa manera (2005) è scaricabile gratuitamente dal sito ufficiale ([1]).

Nel 2005 esce Seguendo Virgilio – dentro e fuori il Quartetto Cetra, omaggio a Virgilio Savona del Quartetto Cetra, album in cui vari artisti rivisitano alcuni brani di Savona. Tra questi anche CapaRezza con il brano Sciabola al fianco pistola alla mano.

Cantando all’MTV Day del 16 settembre 2006 ha mostrato ottime doti di cantante rock.

Nel settembre del 2006 esce Unusual, disco di tributo a Giuni Russo, curato e prodotto da Franco Battiato e Maria Antonietta Sisini. Un CD e un DVD che raccolgono brani originali del repertorio di Giuni Russo remixati e riarrangiati con la partecipazione di molti artisti italiani e internazionali. Tra questi anche CapaRezza con il brano Una vipera sarò.

Il 2007 lo vede impegnato, oltre che nella stesura del nuovo album, in diverse collaborazioni: Puni, Mondo Marcio, Roy Paci & Aretuska, Er Piotta, Radiodervish.

Il 21 gennaio 2007 suona al Crazy Live Music, una serie di concerti gratuiti organizzati in occasione dell’Universiade invernale 2007 in Piazza Vittorio Veneto a Torino.


 
DISCOGRAFIA



Album



    * 2000 – Caparezza ?!

    * 2003 – Verità supposte

    * 2006 – Habemus Capa



Demo



    * 1999 – Ricomincio da Capa

    * 1999 – Con Caparezza… nella monnezza

    * 1999 – Zappa



Altro



    * 2005 – Alla molfettesa manera (Sunny Cola Connection)

    * 1997 – La mia buona stella (MikiMix)



Singoli



    * 2000 – Tutto ciò che c’è

    * 2000 – Tutto ciò che c’è – Remix

    * 2000 – La fitta sassaiola dell’ingiuria

    * 2000 – Chi c*zzo me lo

    * 2000 – La gente originale

    * 2003 – Follie preferenziali

    * 2003 – Il secondo secondo me

    * 2003 – Fuori dal Tunnel

    * 2004 – Vengo dalla Luna

    * 2004 – Giuda me

    * 2004 – Jodellavitanonhocapitouncazzo

    * 2006 – La mia parte intollerante (feat. Gennaro Cosmo Parlato)

    * 2006 – Torna Catalessi

    * 2006 – Dalla parte del toro

    * 2006 – The Auditels family



Collaborazioni



Numerose sono le collaborazioni con artisti nazionali ed internazionali (oltre a quelle incluse nei suoi album):



    * Stefano Miele (Musicanarkica) da Flux

    * Bisca (Facce) da AH!

    * Malos cantores (Nella stessa casa) da Un gran raap sardo

    * Macaco (Las luces de la ciudad) da Ingravitto

    * Medusa (Il mio gatto)

    * Folkabbestia con Erriquez della Bandabardò (Tre briganti e tre somari) da Breve saggio sulla canzone italiana

    * Antianti con Diegone (Picciotti della benavita) da Il tappeto dava un tono all’ambiente

    * Après la Classe (Lu sule lu mare lu jentu) da Après la Classe

    * Modaxì (Alleluia)

    * The Art of Zapping (Come quando fuori picche) da Volume 3

    * Skapcrrat (Sono il male) da pezzi di pizza pazza per pazzi di pezzi di pizza

    * Hi-Fi Soundsystem (Il ballo del ghiacciolo)

    * Biro (Toys ‘r us), (State’s Calling) da Leavin’

    * 2C (Dimmi che si fa), (7 Secondi) da Blackout

    * La loggia (Mi chiamo fuori) da 6Giovaniprestanti

    * Mezen (P’mo)

    * Gedo/Altra metà (Come puoi), (In quanto) da Cose che capitano

    * Trigga (Il grilletto e la monnezza) da Il grilletto parlante

    * Er Piotta (Troppo avanti) da Multi Culti

    * Puni (Abbatti Le Mani) da Tequila

    * Pomi Duri (Olive Ascolane)

    * Giuni Russo (Una Vipera Sarò) da Unusual

    * Roy Paci con Sud Sound System (Mezzogiorno di fuoco) da Suonoglobal

    * Mondo Marcio (Ladro di bambini) da Generazione X

    * Pomi Duri (Novelchiusin) da Sughi

    * Radiodervish (Babel) da L’immagine di te



(WIKIPEDIA)
Inutile dire che adoro quasi ogni singolo pezzo della carriera del cantautore molfettese, ma i pezzi a cui sono più affezionata sono sicuramente Tutto ciò che c’è, La fitta sassaiola dell’ingiuria, Fillie preferenziali, Il secondo secondo me, Jodellavitanonhocapitouncazzo, Limiti, Stango e sbronzo, Torna catalessi, Gli insetti del podere e Ninna nanna di Mazzarò tutte una più originale dell’altra e tutte sicuramente piene di ottime qualità artistiche e non.
Consiglio vivamente l’ascolto di qualcuno dei suoi pezzi, superando magari la naturale intolleranza dovuta forse a troppi "abusi" che si sono fatti della sua musica.

Reign over me

REGIA: Mike Binder
CAST: Adam Sandler, Don Cheadle, Liv Tayler,Jada Pinkett Smith, Donald Shuterland, Suffron Burrows, Mike Binder
ANNO: 2007

TRAMA:
Alan Johnson è un odontoiatra di successo, stretto un pò nella gabbia del lavoro e della famiglia. Un giorno casualmente incontra per strada il suo vecchio compagno di college, Charlie Fineman che scorazza per le strade con un monopattino a motore e le cuffie alle orecchie. Alan non viene riconosciuto dall’amico, ma i due cominciano a rifrequentarsi e presto viene fuori che Charlie soffre di una sindrome acuta di stress postraumatico dovuta alla perdita della moglie e delle figlie nella tragedia dell’11 settembre. Per Alan, che aveva sempre cercato di contattare l’amico quando aveva appreso la notizia della sua tragedia, aiutarlo diventerà quasi un’ossessione, a costo di mettere a rischio la sua famiglia e il suo lavoro.




ANALISI PERSONALE

Reign over me è una canzone degli Who. Una canzone come quelle degli anni ’70 e ’80 che il protagonista di questo film suole ascoltare per isolarsi dal mondo, da quel mondo che gli chiede di ricordare, che pretende che soffra per la sua perdita. Reign over me racchiude un mondo di significati che non riguardano solo la sfera di chi ha subito delle gravi perdite, ma anche quella di chi gli sta intorno, della società che si aspetta e a volte, pretende, un determinato tipo di comportamento. Reign over me è la storia struggente e commovente di un uomo che ha perso la sua vita e se n’è costruita una fasulla, dove potersi rifugiare lontano dallo strazio e dal dolore. Reign over me è la storia di un altro uomo, che vorrebbe aprire i suoi orizzonti ed essere più libero dalla gabbia dorata della sua vita fatta a volte di convenzioni odiose e insopportabili. Reign over me è l’incontro di queste due storie, di questi due uomini.
Alan Johnson (Don Cheadle) è un ricco e affermato odontoiatra. Ha una bella moglie e due figlie. Una bella casa, una bella auto, parecchi soldi. Ha due genitori un pò anziani che a malapena si sopportano e a malapena sopportano New York e il loro lussuoso appartamento, sicuramente regalatogli dal figlio ormai ricco. Alan Johnson, però, desidera respirare un’aria diversa, poter prendere decisioni autonomamente, vivere un’altra vita e ci riuscirà grazie all’incontro fortuito col suo vecchio compagno di stanza al college, Charlie Fineman. Alan Johnson, ha una cliente stramba, Donna Remar ( Suffron Burrows) che sfiora la ninfomania, recandosi ogni volta nel suo studio e proponendogli di fare sesso orale. L’odontoiatra rifiuta energicamente e dice alla sua segretaria di non fissare mai più appuntamenti con la donna, la quale si vendica denunciando il dentista per molestie sessuali. I dottori del suo studio non vedono di buon occhio la cosa e minacciano Alan di licenziamento se non pone immediatamente rimedio alla situazione. Un ulteriore tassello che va ad aggiungersi alla gabbia da cui Alan vorrebbe fuggire.
Charlie Fineman (Adam Sandler) è un uomo solitario che vaga per New York, soprattutto di notte, a bordo del suo monopattino a motore con delle cuffie giganti ascoltando musica anni ’70 e ’80, da Bruce Springstein agli stessi Who e a moltissimi altri di cui colleziona vinili su vinili (nel suo appartamento ce ne sono centinaia). Si "diverte" a ristrutturare la cucina ogni due mesi e a giocare a Shadow of the Colossus, un gioco per playstation alquanto distruttivo. Charlie risucchia Alan nel suo mondo, trascinandolo nelle sue scorazzate notturne tra un negozio di vinili, una partita alla playstation e un miniconcerto nella sua stanza degli strumenti. Tutto ciò sembra non fare molto piacere a Jeanine (Jada Pinkett Smith), la moglie di Alan che pretende che suo marito resti in casa la notte e che si apra con lei, piuttosto che con un vecchio amico che neanche si ricorda di lui.
Ma sarà proprio questa amicizia tra i due a far arrivare entrambi al punto in cui avevano bisogno di arrivare. Alan si intestardisce a voler aiutare il suo amico, dato che sembra che tutti coloro che lo circondano come la padrona di casa o il suo commercialista (Mike Binder) lo lascino aleggiare in questa sorta di pseudo-vita.


Il dentista non si arrende neanche davanti ai numerosi scatti d’ira apparentemente immotivati che Charlie ogni tanto gli riversa contro non appena gli si chiede qualcosa della sua famiglia o della sua tragedia. Decide di andare a parlare con il suo commercialista che gli rivela di essere stato il suo migliore amico per anni, che le loro famiglie passavano i week-end insieme e che Alan non parla più con lui proprio perchè conosceva sua moglie e le sue figlie. Gli comunica che Charlie gli è così "affezionato" proprio perchè lui non ha mai conosciuto la sua famiglia, il suo cane, la sua vita precedente e quindi non può fargli domande costringendolo in questo modo a ricordare e a stare tremendamente male. I suoceri di Charlie (l’unico surrogato di famiglia che gli sia ormai rimasto dato che è rimasto orfano alle elementari), non si capacitano del fatto che il loro genero non abbia neanche una foto di sua moglie e delle sue figlie e che se ne stia tutto il giorno sul monopattino ad ascoltare musica. Vorrebbero averlo vicino, vorrebbero unirsi a lui nel dolore, ma Charlie stenta a malapena a riconoscerli, così come con tutti quelli che appartengono alla sua precedente vita, e si affianca solo ed esclusivamente ad Alan, andandolo persino a prelevare di notte chiedendo simpaticamente il consenso della moglie per portarlo ad una maratona di Mel Brooks, piuttosto che in un locale dove si suona musica rock o in uno dei consueti negozi di vinili. In una di queste uscite notturne, Alan apprende che suo padre è morto nel sonno e quindi dice a Charlie che deve andare via. Questi sembra non rendersi conto della gravità della situazione e continua a pressare l’amico perchè lo accompagni al ristorante cinese. Dopo essersi reso conto della poca sensibilità avuta nei confronti di Alan, Charlie manda a casa sua il suo amico Sugarman (il commercialista) offrendogli un milione di dollari (l’uomo possiede un sacco di soldi provenienti dalle assicurazioni per l’incidente che ha coinvolto la sua famiglia). Dopodichè si reca egli stesso a casa di Alan per scusarsi del terribile comportamento avuto. Alan accetta le scuse, dopo aver rifiutato il milione di dollari, e invita il suo amico a restare in casa dove ci sono però altri ospiti. A Charlie non piace molto la "compagnia" e infatti si rintana in un angolo con le sue cuffie a cantare stronelli strampalati.
Il rapporto tra i due va avanti così, fino a quando Alan non decide di occuparsi seriamente della salute mentale del suo amico e organizza un incontro apparentemente casuale con uno psicologo al negozio di dischi. Charlie non si fa fregare e sventa subito il complotto prendendo a male parole il povero psicologo e lasciando di sasso Alan. Le sfuriate di Charlie sono pesanti, come quella allo studio dentistico dopo che Alan gli aveva chiesto se gli mancasse esercitare la professione. Alla fine della sfuriata, Charlie vede entrare Donna Remar, la cliente del "pompino" di cui Alan gli aveva parlato e sembra rimanerne incantato e affascinato tanto da sfottere il suo amico dicendogli che era stato uno stupido a rifiutare l’offerta. Alan le aveva fissato un appuntamento per vedere se riuscivano a venirsi incontro e ad evitare la denuncia. Donna, che sembra voler ancora provarci col dottore, gli confessa invece di avere dei problemi psicologici a causa della scoperta della doppia vita di suo marito, che aveva un’altra famiglia.


Donna è in cura da Angela, la psicologa che esercita vicino all’ufficio di Alan e che lui è solito "tampinare" per chiedergli qualche consiglio sulla sua vita e la sua voglia di liberarsi di alcune catente. Angela continua a ripetergli che se vuole parlare deve prendere un appuntamento e non fingere ogni volta di incontrarla per caso e di chiedergli consigli su un amico immaginario, ma Alan non vuole ammettere neanche a se stesso di avere bisogno di parlare con qualcuno. Quando si accorge però che Angela ha fatto un buon lavoro con Donna, pensa che forse sarebbe opportuno farla parlare con Charlie, il quale accetta anche se alquanto riiluttante. Le prime sedute tra i due trascorrono liscie, anche perchè Angela evita di andare sul personale, ma quando ciò accade in Charlie scatta la solita molla che lo fa andare su tutte le furie e decide di abbandonare la cura. Prima che vada via però Angela gli suggerisce che prima o poi dovrà parlare con qualcuno di quello che ha dentro, di quello che gli è successo, perchè altrimenti non ci sarà via d’uscita per lui. Charlie si rende conto che ha ragione e non appena lascia lo studio, si siede accanto ad Alan che lo aspettava leggendo un fumetto. E’ questo il punto di più alta commozione della pellicola, quello in cui Charlie apre il suo cuore all’amico e gli parla di sua moglie e delle sue tre splendide bambine, raccontandogli dei loro desideri, delle loro vite. La cosa lo turba enormemente tant’è che sembra bloccare di colpo il suo straziante racconto per tornare a rintanarsi nelle sue cuffie e nel suo monopattino. Torna a casa disperato e comincia ad avere visioni e ricordi della sua bella famiglia. Sopraffatto dal dolore prende una pistola e va per strada puntandola contro un poliziotto, forse desideroso di essere ammazzato dato che non ha il coraggio di "eliminarsi" da solo. Il risultato però è che viene arrestato e messo sotto processo per via della sua instabilità mentale. Al processo, a cui sono presenti anche i suoi suoceri che lo accusano di aver quasi dimenticato la sua famiglia, l’avvocato dell’accusa mostra una serie di fotografie della famiglia a bordo dell’aereo che ha colpito una delle torri, mettendole proprio sotto il naso di Charlie che non riesce a reggere al dolore e scappa via urlando e crepitando. Il giudice (Donald Shuterland) rimane molto colpito dalla situazione dell’uomo e infatti, suggerisce ai suocrei in sede privata di decidere loro se è il caso di rinchiuderlo per un anno un una clinica psichiatrica o lasciargli trovare da solo la sua strada. Consiglia di pensare a cosa la loro figlia avrebbe voluto per il suo amato marito e alla fine i due sembrano fare la scelta più giusta, lasciando loro genero libero di soffrire a suo modo. Charlie, dopo lo strepitio in aula, si reca da loro dicendogli che non ha bisogno di foto per ricordare le sue "donne", dato che le vede nelle facce di chiunque gli si pari davanti e sente le loro voci e i loro sorrisi ovunque. Non ha bisogno di ricordarle costantemente, dato che sono perennemente presenti nel suo cuore e nella sua mente e va via baciando sulla guancia sua suocera, gesto che provoca sia in lei che nello spettatore, un’immensa carica di commozione ed emozione.
Alla fine Charlie ce l’ha fatta a rimanere nel suo mondo barricato dai ricordi e dalle persone della sua vecchia vita, che gli causavano solo un’eccessivo e insopportabile dolore.


Trasloca dalla sua vecchia casa, in modo tale da non essere più "vessato" da nessuno, suoceri compresi. Alan continua ad essergli amico anche se cerca ancora di aiutarlo, magari facendogli fare amicizia con Donna e quando gli chiede per quale motivo era così ossessioanto dalla cucina tanto da arrivare a ristrutturarla ogni due mesi questi gli risponde che l’ultima conversazione avuta con sua moglie prima che questa salisse sull’aereo verteva proprio su quello. Lei le aveva parlato della sua voglia di fare una cucina nuova e lui che andava di fretta per motivi di lavoro le aveva risposto male chiudendo la comunicazione. Quella era l’ultima volta che aveva sentito la voce di sua moglie e quelle erano le ultime cose che si erano detti. Alan rimane molto colpito e non appena lascia il nuovo appartamento dell’amico telefona a Jeanine promettendole di aprirsi e parlare sinceramente con lei d’ora in poi. Il film termina così in questa maniera: Charlie e Alan hanno trovato l’aiuto che cercavano l’uno nell’altro.
Reign over me è tutto ciò, una poetica del dolore scevra di facili patetismi o consueti sentimentalismi strappalacrime, ricca anzi di momenti divertenti e pieni di humor di cui forse Charlie si è "dotato" per far fronte alla sofferenza quotidiana. Reign over me è un film talmente e profondamente carico di significati da indurre lo spettatore ad interrogarsi su molte questioni, prima tra tutte quella appunto della maniera in cui ognuno affronta il dolore e del fatto che non ne esiste una più giusta o una più sbagliata. Reign over me porta a riflettere anche sulla gabbia di convenzioni sociali che ci circonda e ci tiene prigionieri, convenzioni che dettano come ci si debba comportare sul lavoro se si vuole mantenere un certo prestigio e persino come ci si debba comportare nel dolore per risultare, agli occhi di chi ci osserva, realmente affranti e distrutti.
Charlie è colui che sovverte questo mondo di convenzioni, risultando a volte irritante a volte tremendamente divertemente, ma sempre e comunque estraniato dal mondo reale. Quello tra Charlie e Alan è infatti uno scambio, oserei dire equo, di un mondo con un altro. Il pattinatore spinge il dentista nel suo pazzo mondo fatto di piccole-grandi cose (la New York vista dal monopattino a motore è qualcosa di estremamente fenomenale), e il dentista spinge il pattinatore a cercare di tornare nella realtà almeno ogni tanto.
Mike Binder soprende regalandoci una pellicola di forte spessore contenutivo, espressivo e comunicativo, ricca di emozioni contrastanti ma mai banali o banalizzate e piena di aspetti al limite della perfezione, come la già citata ambientazione notturna di una New York quasi inedita e la fotografia che sottolinea e contornia le pazze notti dei due amici. A farla da padrone però è la recitazione, prima tra tutte quella di Adam Sandler, inaspettatamente e clamorosamente al limite della maestosità. L’attore, di solito impegnato in commedie di inferiore spessore rispetto a film di questo genere, riesce a dare vita ad un personaggio talmente complesso come questo, così ricco di elementi contrastanti e di luci e ombre difficilissime da esprimere, riuscendoci in maniera encomiabile. A fargli da spalla poi un sempre competente Don Cheadle e una sfilza di personaggi femminili davvero ben interpretati a partire dalla psicologa Angela, una sempre migliore Liv Tayler, fino ad arrivare alla "ninfomane" Donna e alla "soffocante" Jeanine, senza contare poi il breve ma assolutamente incisivo cameo del grande Donald Shuterland. Per finire, non possiamo non citare la meravigliosa sceneggiatura firmata da Binder stesso che compare anche nel ruolo di Sugarman e che ci regala momenti altissimi di riflessione, emozione e commozione e altrettanti momenti altissimi di puro divertimento.
Consigliato a tutti, nessuno escluso.

Regia: 9
Sceneggiatura: 9
Recitazione: 9
Fotografia: 9
Colonna sonora: 9
Ambientazione: 9
Voto finale: 9




CITAZIONE DEL GIORNO

"Mi conoscete forse?". "Conoscerti? Chi non conosce Yogurth?". "Yogurth il saggio!". "Yogurth l’onnipotente!". "Yogurth il magnifico!". "Vi prego, vi prego, non esagerate. Sono solo uno Yogurth normale". (da "Balle spaziali")




LOCANDINA

The Darwin awards

REGIA: Finn Taylor

CAST: Joseph Fiennes, Wynona Rider, David Arquette, Chris Penn, Juliette Lewis
ANNO: 2007

TRAMA:

Investigatore con la fobia per il sangue e la passione per i Darwin awards che studia metodicamente, viene licenziato e cerca lavoro pressa una compagnia di assicurazioni che tenta di sventare le false richieste di indennizzo. Per ottenere il lavoro deve dimostrare che i suoi Darwin awards sono veri e non fittizzi e per farlo gli viene affiancato l’agente assicurativo Siri Tyler.


ANALISI PERSONALE

The Darwin awards, come perdere una grande occasione, come non sfruttare un’idea deliziosa in maniera adeguata. Per chi non sapesse di cosa stiamo parlando i Darwin awards sono dei premi che vengono dati potumi via intenet a coloro che sono morti o hanno distrutto il loro patrimonio genetico divenendo sterili e non potendo quindi più procreare, in maniera rocambolesca e del tutto stupida. Fare un film partendo da questo plot dovrebbe dare la garanzia di avere un prodotto alquanto originale, stramplato e divertentissimo. In realtà il film ci riesce, ma solo in parte, una piccola parte purtroppo. Ho cercato su internet alcuni dei casi dei vincitori di questi mitici awards e devo dire che ce ne sono di veramente esilaranti, però nel film ne vengono raccontati alcuni che lasciano alquanto perplessi e sicuramente non suscitano ilarità. Inoltre, si potevano costruire dei personaggi meno stereotipati e più divertenti e si poteva evitare di scadere nel melò con la solita solfa dei due protagonisti che prima si odiano e poi piano piano lavorando a stretto contatto si innamorano, pur essendo totalmente e completamente diversi sotto ogni punto di vista.

"Il coraggio e la stupidità  non sono caratteristiche che si escludono a vicenda"

Michael Burrows (un accettabile Joseph Fiennes) è un detective della Omicidi molto bravo nel suo lavoro e appassionato dei casi dei Darwin awards che riesce a scovare ovunque. Ha un unico difetto che stona col suo lavoro però: è emofobico, sviene alla vista del sangue. Durante le sue indagini viene sempre seguito da un ragazzo con videocamera che gli provoca non pochi fastidi. Quando è quasi vicino ad acciuffare uno spietato serial killer, se lo lascia scappare perchè il "cameramen" si rifiuta di lasciare la sua telecamera e di chiamare il 911. Per questo fallimento viene licenziato e comincia ad appassionarsi a tempo pieno ai suoi Darwin awards, fedelmente seguito dall’ormai amico "cameramen" che gli va dietro con la scusa di preparare una tesi per l’università. Ad un certo punto Michael si decide a trovare lavoro, ed essendo gli awards la cosa in cui è più competente si rivolge ad una compagnia di assicurazoni con l’intento di sventare le false richieste di indennizzo che non è dovuto quando gli incidenti sono causati dall’incidentato stesso e dalla sua stupidità. Il direttore della compagnia non si fida molto, ma Michael dà prova del suo ottimo intuito snocciolandogli
particolari che solo Sherlock Holmes sarebbe in grado di svelare: che tipo di biancheria usa, che regalo ha comprato alla sua amante e via dicendo. A questo punto, il direttore si vede "costretto" ad accettare l’offerta, ma non senza un iniziale periodo di prova, nel quale dimostrare la veridicità di questi casi. Per Michael si mette male, dovrà viaggare in giro per gli Stati Uniti, lui che non si è mai mosso da San Francisco e dovrà farlo con la cazzuta Siri Tyler (una scoppiettante Wynona Rider).
I due in realtà non saranno mai, o quasi, soli dato che verrano seguiti assiduamente dal conseuto cameramen che non si lascia sfuggire niente e nessuno. Non appena inizia il sodalizio lavorativo tra l’investigatore e l’agente assicurativo, ci rendiamo subito conto che i due sono come il diavolo e l’acqua santa, il giorno e la notte. Lui: metodico, perfezionista, salutista, previdente e cauto. Lei: insomma l’esatto opposto che scimmiotta il suo collega e gli consiglia di abbassare un pò il freno a mano. Michael sembra seguire il consiglio, dato che man mano che indagano su vari casi di Darwin awards, sembra diventare egli stesso uno di loro.

"Non ti è mai capitato di pensare che c’è un altro mondo là fuori?"
"Tipo l’Europa?".


Rimane incastrato nella doccia appeso ad uno strano marchingengo da lui costruito per non scivolare sulla saponetta, si perde in una strada sconosciuta, facendo volare via il cellulare con un palloncino appositamente gonfiato e legato all’apparecchio per avere campo e via dicendo. Alla fine comunque riesce a dimostrare numerosi casi di Darwin awards, come quello dell’uomo ucciso sotto la macchinetta distributrice di bevande perchè aveva provato a rubarne una rimanendo incastrato col braccio dentro, o quella dell’uomo che cade da un grattacielo mentre cercava di dimostrare ai suoi amici che i vetri del suo ufficio erano infrangibil, o quella dell’uomo che per impressionare la moglie attacca un razzo dietro la sua auto e parte a 1000 km/h, o quella del pescatore su ghiaccio che finisce sparato da un fucile che aveva utilizzato per tirare fuori dall’acqua ghiacciata il suo amico cadutovi a causa di un petardo che avevano utilizzato per spaccare il ghiaccio ma che poi il loro cane aveva portato sotto la loro auto facendola scoppiare. Il caso più grande che riesce a risolvere però è proprio quello del serial killer che gli era sfuggito inizialmente grazie ad un indizio che questi gli aveva lasciato, dicendogli: Non mi batterai mai. Tra un caso e l’altro i due colleghi trovano anche il tempo di affezionarsi e forse di innamorarsi, anche se lei è più restia ad ammetterlo. Ma alla fine una volta smascherato e catturato il serial killer, grazie anche all’aiuto del cameramen che stavolta non si rifiuta di chiamare il 911, i due sembrano riconciliarsi.
Il film è di sicuro a tratti simpatico e strappa più di un sorriso, inoltre ha dei momenti davvero originali, come quelli in cui Michael scopre gli awards immedesimandosi talmente tanto da prendere la parte dello stupido di turno. Ma a parte qualche chicca registica come la camera a mano e i casi dei darwin (di cui comunque si poteva dare qualche esempio più significativo), il film non va. Insomma non ha quella giusta dose di ironia e sarcasmo che una tema del genere avrebbe richiesto ed è troppo contaminato qua e là da numerose pecche, come ad esempio una colonna sonora un pò troppo scialba che avrebbe potuto invece incorniciare in maniera divertente e determinante la pellicola e un’ampia dose di retorica e sentimentalismo sparso che si poteva tranquillamente evitare. Il film comunque ha una piccola dose di forte ilarità, ricco com’è di numerosi motti e battutine simpaticissimi che da soli però non bastano a reggere l’intera sceneggatura, a tratti scialba e mal costruita. La recitazione un pò sottotono di Jospeh Fiennes, comunque non sgradevole viene compensata da quella pimpante ed energica, forse anche troppo, di Wynona Rider che sembra divertirsi più che far divertire. Aprrezzabilissimi inoltre i camei di Juliette Lewis nel ruolo della moglie del tizio che monta il razzo dietro l’auto e di Chris Penn nel ruolo del cacciatore su ghiaccio che spara accidentalemente il colpo di fucile al suo amico. Del tutto evitabile, invece, l’apparizione dei Metallica in una sorta di sottotrama che accompagna due perfetti idioti che dopo tante peripezie sono riusciti ad entrare in un loro concerto per poi finire sicuramente nella rosa dei perfetti candidati ai Darwin awards.
In complesso, il giudizio finale non è del tutto negativo, ma -forse inficiato dalle aspettative alte che riponevo nella pellicola- non riesce nemmeno ad essere entusiasta.

Consigliato a chi non conosce i Darwin awards e vuole divertirsi a capire di cosa si tratti.

Regia: 7
Recitazione: 6
Sceneggiatura: 6
Colonna sonora: 5
Fotografia: 5
Ambientazione: 6
Voto finale: 6

"Ridere non è per niente neutrale"


CITAZIONE DEL GIORNO

Da più di vent’anni ho tre amici che, se volete, ve li regalo tutti. (da "Dazeroadieci")


LOCANDINA

Dexter

Torniamo a parlare di telefilm e questa volta lo facciamo con una serie televisiva che ha spiazzato milioni di spettatori, compresa me, con la sua valenza quasi cinematografica. Perchè a mio avviso Dexter può essere considerato un vero e proprio film allungato. Tratto dal romanzo La mano sinistra di Dio (Darkly dreaming dexter) di Jeff Lindsay, Dexter raccoglie in sè tutte le caratteristiche affascinanti che possiamo trovare anche in una pellicola. Prima di tutto la sceneggiatura: credo che quella di questo telefilm sia una delle migliori degli ultimi anni e poi anche l’ambientazione davvero particolare e suggestiva di una Miami ricca di musica e colori e una colonna sonora davvero coinvolgente e molto ben fatta.
 A raccontare la storia è lo stesso protagonista, il fenomenale Michael C. Hall (che avevamo già visto nell’altrettanto mitico telefilm Six feet under nel ruolo di David Fisher, altro personaggio pieno di spessore), che interpreta un personaggio talmente intenso ed interessante da risultare quasi vero. Non a caso l’attore si è aggiudicato la nomination al Golden Globe come Migliore attore protagonista di una serie tv drammatica. Staccarsi dal vecchio David Fisher e far "dimenticare" quel personaggio allo spettatore non è cosa da poco conto, ma il nostro "Dexter" ci è riuscito alla perfezione, dando vita al miglior portagonista che si sia mai visto in un telefilm, pari solo al Dale Cooper di Twin Peaks, a mio avviso.
Seppur discostandosi leggermente dal romanzo, la serie televisiva ne ripercorre le linee generali. Dexter rimase orfano all’età di tre anni e fu adottato dall’agente di polizia Harry Morgan il quale si accorse ben presto che suo figlio era "posseduto" da manie omicide. Per evitare sofferenze al tanto amato figliolo e soprattutto a gente innocente, Harry gli insegna a dirigere questa sua fame di sangue verso assassini, stupratori, mafiosi che sono scappati al braccio della legge. Cresciuto, Dexter, dopo la morte del padre, si dedica alla sua "passione" seguendo quello che lui chiama il codice di Harry e uccidendo appunto solo spietati criminali sfuggiti alla giustizia. Di ognuno di loro conserva un vetrino con una goccia di sangue. Le sue vittime sono numerose, forse un centinaio, forse più. Per nascondere le sue attività notturne e per sfamare ulteriormente la sua "fame" di sangue, Dexter è diventato un perito ematologo e lavora con la scientifica insieme a sua sorella Debra Morgan, una giovane poliziotta con aspirazioni da dective, molto energica e sboccata.


Dexter è costretto a sembrare normale, a comportarsi gentilmente con tutti e a farsi amare dai suoi colleghi, perchè una delle cose che gli aveva insegnato Harry è proprio quella di vivere come tutti gli altri, fingendo di provare sentimenti (seppur incapace di sentire qualsiasi emozione) e vivendo tutte le esperienze che la vita ti offre (come il ballo di fine anno a scuola, o un fidanzamento, o il sesso stesso). Per questo Dexter, si comporta gentilmente con tutti i suoi colleghi da cui è benvoluto, soprattutto dal capo Maria LaGuerta che ha una specie di cotta per lui e dall’"amico" Angel che ha problemi coniugali e quindi passa alcune sere con Dexter. L’unico a non vederlo di buon occhio è il sergente Doakes, un uomo pratico e un pò rude che sospetta ogni secondo del collega ematologo. 

Dexter, inoltre,  è fidanzato con Rita, una donna sola con due figli che sono affezionatissimi all’ematologo/killer. Rita è una donna problematica che ha paura del contatto umano (cosa che fa molto piacere a Dexter dato che lui ne fa volentieri a meno) perchè ha alle spalle un matrimonio con un uomo che la picchiava tutto il tempo, ora in prigione. Ma quando suo marito uscirà di prigione, pretenderà di stare vicino ai suoi figli e Rita non tarderà a chiedere l’aiuto del suo caro Dexter, che non si sottrarrà mai ai suoi doveri di fidanzato.
Il filo conduttore della prima serie, oltre alle suggestive e particolarissime "uscite serali" di Dexter è il caso dell’assassino del camion frigo: un serial killer che taglia a pezzi le sue vittime senza lasciare la minima traccia di sangue. Dexter prende questi omicidi come una sfida personale e infatti in casa sua trova sempre qualche "regalino" dello spietato killer da cui è estremamente affascinato per la tecnica con cui svolge i suoi lavori e a cui è quasi affezionato perchè capisce di non essere più solo, di avere quasi un "amico". Alla fine l’identità del serial killer verrà svelata (ma non sto qui a dirvi come o perchè) e Dexter si troverà davanti alla difficilissima scelta tra la vita del suo nuovo "amico" e quella di sua sorella Debra.
La seconda serie, da poco iniziata in America, non è più ispirata al romanzo e vede un Dexter (almeno per ora) più discreto e nascosto nell’ombra e soprattutto "ossessionato" da Doakes che non lo lascia perdere un minuto e quindi "costretto" a collezionare sempre meno vittime. L’impianto narrativo rimane sempre lo stesso però, si tratta di Dexter e dei suoi favolosi pensieri e della sua fame di morte.


PERSONAGGI

DEXTER


Dexter Morgan: interpretato da Michal C. Hall, è un ematologo forense con la passione degli omicidi. "Grazie" a suo padre, indirizza la sua fame di sangue verso criminali della peggior specie sfuggiti alla legge. Dexter ha una sorella che gli è molto affezionata, Debra, e una fidanzata innamoratissima, Rita.


HARRY


Harry Morgan: interpretato da James Remar,  è il padre adottivo di Dexter. Poliziotto ligio al dovere, affezionatissimo a suo figlio, decide di "aiutarlo" direzionando la sua natura malvagia verso persone "meritevoli" di morte, criminali ancora in libertà. Compare molto spesso nei ricordi di Dexter, che ormai compie il suo "lavoro" seguendo alla lettere il codice di Harry.



DEBRA

Debra Morgan: interpretata da Jennifer Carpenter, è la sorella adottiva di Dexter, molto affezionata a lui, che è l’unica famiglia che le rimane. Di temperamento forte e molto sboccata, Debra, è una poliziotta efficiente che lavora come infiltrata per smascherare temibili criminali. Grazie alle intuizioni di suo fratello risolve un caso importante e viene promossa al ruolo di detective. La collaborazione con Dexter le darà ottimi risultati in campo lavorativo. Nel corso del telefilm si innamora e si fidanza con Rudy, un dottore esperto di protesi, che si occupa di una vittima del serial killer del camion frigo, orrendamente mutilato di una mano e di una gamba.



RITA


Rita Bennet: interpretata da Julie Benz, è la dolce e mansueta fidanzata di Dexter. E’ separata con due bambini piccoli, molto affezionati al nostro "eroe". E’ la donna perfetta per Dexter, perchè assolutamente disinteressata al sesso, dato che viene fuori da un’esperienza traumatica col suo ex marito, il quale tornerà a farsi vivo dando non pochi problemi alla coppia.



MARIA


Maria LaGuerta: interpretata da Lauren Velez, è il capo del dipartimento nel quale lavorano Debra e Dexter. Ha un carattere prepotente, ma svolge bene il proprio lavoro ed è fedele ai propri amici e ai propri valori. Ha una mezza cotta per Dexter al quale lancia spesso occhiate sensuali. Inizialmente interessata unicamente ad apparire ai media come un capo efficiente e vincente, capisce pian piano che forse non è quello l’obiettivo principale…



JAMES


Sergente Doakes: interpretato da Eric King, è un buon amico di Maria e di Debra. E’ un efficientissimo poliziotto che riesce a smascherare un noto mafioso, correndo non pochi pericoli. E’ l’unico a non vedere di buon occhio Dexter e a non fidarsi di lui, dandogli non poco filo da torcere.

ANGEL


Angel Batista: interpretato da David Zayas, è il detective della omicidi che lavora più a stretto contatto con Dexter. Momentaneamente separato dalla moglie, ritiene che l’ematologo sia un suo amico, chiedendogli consigli sul suo matrimonio e invitandolo ad uscire di quando in quando.

All’interno del romanzo a questi personaggi viene dato un ruolo marginale, ma nel telefilm ognuno di loro è ben caratterizzato e se ne seguono anche le vicende personali, come nel caso di Angel e del suo rapporto difficile con la moglie o di Dokes che tenta di vendicare l’omicidio della sua "amante". Inutile dire che il mio personaggio preferito in assoluto è indubbiamente Dexter con le sue espressioni quasi immobili e il suo codice di Harry da seguire alla lettera. Non sono da meno però neanche tutti gli altri personaggi, ognuno con una propria caratterizzazione, ognuno apprezzabile a suo modo, soprattutto Debra che con i suoi motti volgare riesce a divertire più di una volta.
Consiglio a tutti la visione in lingua originale, ma ormai credo che sia unitile ribadirlo. Non ho ancora avuto modo di guardare la versione doppiata, ma indipendetemente dal fatto che possa essere fatta più o meno bene, credo che il personaggio di Dexter perderebbe gran parte del suo fascino, senza la voce calda e profdona di Michael C. Hall.

TONIGHT IS THE NIGHT…

Centochiodi

REGIA: Ermanno Olmi

CAST: Raz Degan, Amina Seyd, Michele Zattara, Luna Bendandi, Damiano Scaini, Franco Andreani
ANNO: 2007

TRAMA:

Un giovane professore di filosofia,dopo aver letteralmente inchiodato cento incunaboli presenti nella biblioteca dell’Università di Bologna, abbandona la sua vecchia vita e si stabilisce in un piccolo e diroccato casolare sulle rive del Pò, nel quale impara ad assaporare la vita e le relazioni umane.


ANALISI PERSONALE

Centochiodi è a mio avviso qualcosa che va al di là del cinema comumemente inteso. E’ un’opera artistica ricca di valore che non può essere tralasciata e che giustamente, quindi, è riconosciuta come film d’interesse culturale nazionale dal ministero dei Beni e delle attività culturali. Ermanno Olmi saluta il cinema (da ora in poi si dedicherà solo ai documentari), regalandoci una pellicola soave, elegante, "soffice", con la quale si può sognare ad occhi aperti, non solo gli splendidi paesaggi valorizzati da un’ottima fotografia, ma anche un mondo più "intelligente", che riesce a pensare di testa propria, senza l’ausilio di qualche dottrina da seguire ciecamente solo perchè scritta su un libro.
Quello che conviene chiarire è che qui non abbiamo un Olmi contro la lettura o la cultura in generale, del resto sarebbe da stupidi anche solo pensarlo, ma è un Olmi a favore di una più ampia autonomia di decisione della propria vita e un ritorno all’autenticità e all’assaporamento dei piaceri che possono derivare anche da piccole cose, come una carezza, un caffè con un amico, la vista di un fiume che scorre, il contatto con la natura.
Il protagonista di questo film, un Raz Degan sorprendentemente carismatico ed espressivo, è una figura intenzionalmente e chiaramente affine a Gesù, che si spoglia (ma non completamente, dato che si tiene i soldi, il pc e la carta di credito) dei propri beni materiali, come la sfarzosa auto o anche il suo lavoro prestigioso di professore per andare a vivere in mezzo alla gente, in questo caso una piccola comunità per la maggior parte costituita da anziani caserecci e molto semplici che aiuta il ragazzo ad inserirsi in una catapecchia, procurandogli il cibo e la minima sussistenza. Il nostro Cristo, ha capito che tutta la sua vita passata tra i libri, a seguire le idee di quei libri, non è valsa a niente senza la minima emozione derivante dalle esperienze vere, vissute e ha deciso di compiere un atto simbolico e di sicuro rivoluzionario. Ha comprato dei chiodi molto simili a quelli usati per crocifiggere il figlio di Dio e ha "crocifisso" cento dei libri presenti nella sontuosa biblioteca della facoltà, dove di solito passava il tempo col suo amico e confidente, il monsignore che ha donato tutta la sua vita ai libri, che a sua detta sono i migliori amici che si possano avere. Ed è proprio questo lo spirito che il professore tenta di sovvertire, quello della preferenza di alcuni dotti e non, data all’eccessiva acculturazione e alle dottrine filosofiche, religiose e non, piuttosto che alla vita vera, costituita da eseperienze emozionanti, ma del tutto semplici che ci fanno sentire realmente appartenenti a qualcosa o a qualcuno.
"C’è più verità in una carezza, che nelle pagine di questi libri", dice Degan ad una donna orientale che lo interroga per una sua tesi.


Una volta avvicinatosi alla tanto agognata "vita vera" prima del tutto estranea e dedicata eslusivamente allo studio, il professore si ritrova a respirare a pieni polmoni l’aria dopo un temporale, a potare le erbacce che attorniano il suo rudere, a pescare con metodi rudimentali, a frequentare le balere a suon di "Non ti scordar di me" che gli fanno sognare battelli eleganti e luminosi, a passare giornate sulla spiaggia con i suoi nuovi amici e una bella ragazza, a cercare di aiutare, seppur con mezzi materiali come la sua carta di credito, gli stessi amici che rischiano di perdere tutto a causa di una burocrazia che non tiene conto di quanto quei luoghi contino per quella gente, tutta interessata alla illegale abusività di questi e quindi decisa ad abbatterli. Sarà proprio l’utilizzo della sua carta di credito che lo renderà reperibile a coloro che lo cercavano, dopo che aveva finto il suicidio per allontanarsi dalla sua vecchia vita. Ma il professore non perde il controllo, è tranquillo è sicuro di non aver fatto nulla di male. "Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico", dice infatti al carabiniere che lo porta in caserma per interrogarlo. Il professore insomma, non nè un terrorista, nè un artista, nè un dimostrante come aveva ipotizzato chi indagava sullo strano caso dei libri inchiodati che tanto avevano fatto disperare il monsignore, il quale allibito dal gesto del suo fraterno compagno, si reca da lui esprimendo tutto il suo disprezzo e la sua indignazione, ma di risposta non avrà altro che altrettanta indignazione da parte di un uomo ormai non più sicuro di nulla. "Le religioni non salvano il mondo", "E’ Dio che alla fine dei tempi dovrà rendere conto a noi dei mali e delle sofferenze del mondo", sibila Degan al suo interlocutore. Affermazioni forti, che danno da pensare e che di sicuro avranno fatto storcere il naso a molte persone, ma che nascondo e portano con sè delle enormi riflessioni.

Il film termina con una veduta delle sponde del Pò e dei loro abitanti che non sono riusciti ad opporsi agli interventi della "legge" e con l’amico postino che racconta allo spettatore che di quell’uomo con la faccia di Cristo nessuno ha mai più avuto notizie. Un finale a tratti triste, a tratti speranzoso che lascia molte porte aperte e di sicuro non solo sul destino del professore.
Ho amato moltissimo questo film, se non foss’altro per il coraggio di comunicare un’idea difficile da esprimere e soprattutto soggetta a quasi sicure proteste. Ma il tutto non si ferma di certo qui. Durante la pellicola veniamo accompagnati da una colonna sonora leggiadra ma al tempo stesso piena di musiche che si fanno più possenti nei momenti di tensione (come quando il custode dell’università scopre lo "scempio") e poi più delicate nei momenti di estrema contemplazione della natura e delle sue bellezze. Bellezze che vengono mostrate attraverso una fotografia e un’ambientazione al limite della perfezione visiva, che fanno letteralmente sognare di poter essere, anche per un solo istante, in quei meravigliosi posti ancora incontaminati dalla "cattiveria" umana. A farla da padrone, inoltre, le parole seppur poche ma ben spese, del protagonista che ci affascina e ci ammalia con il racconto delle parabole del figliol prodigo o della moltiplicazione dei pani e dei vini e con le sue mezze frasi cariche di significati. Una sceneggiatura, insomma, a tratti scarna ma sicuramente incisiva e profonda, arricchita dal dialetto veneziano che contraddistingue gli abitanti del Pò, col loro fale gioviale e a tratti quasi scurrile, ma di sicuro sincero e benevolo.
Centochiodi è tutto questo, è un’immensa parabola sulla vita e su come sarebbe il modo migliore di viverla, senza ricorrere a troppo artifici, letterari e non.

Consigliato a chi non vuole perdersi l’ultimo grande lavoro del superbo Ermanno Olmi.


Regia: 8,5
Recitazione: 8

Sceneggiatura: 8,5

Fotografia: 9
Colonna sonora: 8
Ambientazione: 9
Voto finale: 8,5




CITAZIONE DEL GIORNO

Gli uomini sono come i meloni: prima di trovare quello giusto bisogna provarne cento. (da "Per incanto e per delizia")




LOCANDINA

Match Point

REGIA: Woody Allen

CAST: Scarlett Johansson, Johnatan Ryhis-Meyers, Brian Cox, Mattew Goode, Penelope Wilton, Emily Mortimer
ANNO: 2005

TRAMA:

Chris Wilton, tennista di professione, trova lavoro a Londra presso un club prestigioso. Qui conosce Tom e Chloe due fratelli ricchi e altolocati, ed entra subito nelle loro simpatie, soprattutto in quelle di Chloe. Grazie alla passione per la lirica che unisce il ragazzo alla famiglia dei due giovani rampolli, inizia il legame di Chris con i ricchi londinesi che lo porterà ad un repentino matrimonio con Chloe. Nel frattempo il tennista conosce anche Nola, l’aspirante attrice, fidanzata di Tom e tra i due scoppia una tenace passione. Quando la donna sarà libera dal legame con Tom, i due instaureranno una relazione amorosa, ma non tutto sarà rose e fiori…


ANALISI PERSONALE

Se si parla di Woody Allen, devo ammettere che tutta la mia (seppur poca) obiettività scompare di fronte al regista di cui sono innamorata da tempi immemori. Ho sempre amato la sua ironia e il suo modo intelligente ed elegante di far ridere e riflettere al tempo stesso. Con Match Point Allen ha voluto percorrere una strada innovativa, quasi mai percorsa tranne forse con l’altrettanto fantastico Crimini e misfatti che aveva più o meno lo stesso stampo. Con Match Point veniamo posti davanti ad alcune verità che molto spesso non vengono prese in considerazione, prima tra tutte il ruolo determinate della casualità e della fortuna nelle vicende umane. Il regista si allontana dalla tanto adorata Manhattan, e ambienta la sua storia in una Londra ricca ed elegante con personaggi privi di origini ebraiche (come suo solito) e poco dotati della consueta ironia. Il tipo di ironia presente in questa pellicola è piuttosto beffarda, un’ironia che strizza più volte l’occhio al destino e al fato.
Il giovane Chris, affascinante e intraprendente, ha deciso di smettere di giocare a tennis professionalmente e si è trasferito a Londra dove ha trovato lavoro in un club esclusivo. Tra i suoi allievi c’è Tom, un ragazzo ricco e alquanto viziato, fidanzato con una ragazza americana, Nola che vuole fare l’attrice. Tom prova subito simpatia per Chris che si dimostra molto colto e interessato all’opera e all’arte. Gli presenta sua sorella Chloe che perde subito la testa per l’aitante ragazzo. I due cominciano ad uscire insieme e molto presto Chris viene ammesso a casa Hewett dove fa la conoscenza della conturbante Nola. Tra i due è subito attrazione, ma la cosa viene taciuta e trattenuta per senso del dovere e anche per l’arrivismo che contrassegna Chris, ormai deciso a fare la scalata sociale sposando Chloe. Chris è appassionato di Verdi, di Dostojevsky, del cinema d’autore e passa le sue serate, insieme alla fidanzata e a Tom e Nola, tra cinema e teatri.
Nola però non ha vita facile perchè incontra il dissenso della mamma di Tom, che la reputa quasi una sciacquetta che non ha ancora capito di non valere nulla.

Molto presto la tensione sarà insostenibile e la ragazza cadrà nelle braccia di Chris, pronto a raccoglierla. Da quel momento in poi, Chris sarà ossessionato da Nola, anche se questa non darà segni di voler lasciare Tom, forse presa ella stessa da quello spirito di arrivismo che contrassegna il suo amante. Ma un giorno, Tom, durante una lezione di tennis confesserà all’amico di essersi innamorato di un’altra ragazza e di aver lasciato Nola. Chris correrà verso l’appartamento della ragazza, ma apprenderà che questa è tornanta negli Stati Uniti dalla sua famiglia. Apparentemente dimenticata Nola, il tennista sposerà Chloe e i due andranno a vivere in un sontuoso appartamento regalatogli dal padre della ragazza che assumerà il genero nella sua proficua azienda, affidandogli un ruolo strategico e importante.
Quando tutto sembra andare per il meglio, ad una mostra Chris incontra fugacemente Nola, tornata a Londra da poco e la supplica di darle il suo numero di telefono. Da questo momento in poi comincia la relazione "clandestina" tra i due. Chris sfida la sorte e si reca ogni giorno prima, dopo e durante il lavoro dalla sua amante che riesce ad appassionarlo in maniera incredibile. Mentre con Chloe ci sono problemi, in quanto la donna non riesce a rimanere incinta pur desiderandolo ardentemente, con Nola tutto sembra volgersi per il meglio se non fosse che la ragazza comincia molto presto ad essere gelosa e a pretendere più attenzioni. Chris tenterà di barcamenarsi tra le due sue vite e alla fine prometterà a Nola di lasciare sua moglie, ma solo al ritorno da un loro viaggio in Grecia con degli amici. Nola continuerà a fare pressioni e scoprirà molto presto che Chris non ha mai avuto intenzione di lasciare sua moglie e la sua vita agiata. E come se non bastasse confesserà al suo amante di essere incinta e di non voler assolutamente abortire, dato che è successo già due volte, una delle quali con Tom.
Chris si ritroverà con le spalle al muro e continuerà a tergiversare con Nola, fino a quando questa non minaccerà di andare a parlare personalmente con Chloe. La disperazione si impossessa piano piano dell’aitante ragazzo che chiederà il parere di un suo vecchio amico, il quale gli consiglierà di seguire il proprio cuore piuttosto che vivere una vita falsa solo per rimanere nel lusso e nell’agiatezza. Ma Chris, ormai "impossessato" e "schiavo" della sua nuova vita comoda e lussuosa è deciso a non rinunciare a niente di tutto ciò ed escogita un piano perfetto per mettere a tacere Nola.

Si procura un fucile nella villa di campagna dei suoi suoceri, si procura un alibi invitando sua moglie a teatro a vedere The woman in white e si reca nel palazzo di Nola. Qui si fa aprire la porta da una vecchia coinquilina della ragazza (che lo aveva conosciuto in una delle sue visite "clandestine") e dopo averla uccisa a sangue freddo, inscena una rapina, riempendo le tasche e la borsa delle racchette (nella quale era stato nascosto il fucile) di gioielleria. Qui, aspetta l’arrivo della sua amante, alla quale aveva dato appuntamento dicendole di aver raccontato tutto alla moglie. Ma per Nola, al suo arrivo a casa, la sorpresa sarà un’altra e potete ben immaginare quale. Assicuratosi di non aver lasciato alcun indizio Chris si allontana velocemente dal luogo del delitto e si reca repentinamente all’appuntamento con sua moglie.
Subito dopo ripone il fucile nel posto in cui l’aveva rubato e si reca vicino al lago per gettarvi tutta la "refurtiva". Inaspettatamente però, l’anello della signora cade al di qua dell’inferriata che delimita il lago senza che Chris se ne renda conto, un pò come può capitare ad una pallina da tennis quando cade al di qua della rete contrassegnando il risultato della partita (da qui il titolo del film Match point che sta appunto a rappresentare la dose di fortuna e di casualità che molto spesso accompagna i risultati di una partita).
La notizia della morte di Nola scuote molto la famiglia di Chris, il quale finge alla perfezione stupore e dispiacere. Ad indagare sul caso un detective che non cade nella trappola della rapina di qualche drogato. Sente che c’è qualcosa che non va e inizia a sospettare di Chris quando nell’appartamento della ragazza viene trovato un diario segreto nel quale c’è scritto tutto quello che c’era da sapere sulla loro relazione, compresa la gravidanza e la riluttanza del ragazzo di lasciare la moglie. Chris viene chiamato dalla polizia a rispondere a determinate domande e il ragazzo, dopo aver inizialmente negato di aver rivisto Nola da quando era tornata a Londra, si troverà poi costretto ad ammettere di aver avuto una storia con lei e a pregare di non rendere la cosa nota per amore della sua famiglia e della sua giovane moglie, finalmente incinta.

La polizia si berrà la storia di Chris, tranne il detective che troverà la soluzione del caso in un sogno. Correrà al comando di polizia per riferire al collega della sua intuizione, ma questi gli dirà che il colpevole è stato trovato: si tratta di un barbone sul quale è stato rinvenuto l’anello della defunta signora vicina di Nola. E’ proprio in questo punto del film che le aspettative dello spettatore vengono ribaltate. Quando avevamo visto l’anello rimablazare al di qua dell’inferriata avevamo tutti pensato (o perlomeno io l’ho fatto) che ormai Chris era "fregato". E invece è stato proprio quella casualità a portargli fortuna, dato che un barbone è stato talmente sfortunato da rubare quell’anello e da essere quindi accusato del duplice omicidio.
Per Chris non ci sono conseguenze, può continuare a vivere la sua vita perfetta con sua moglie Chloe, il loro bambino e la loro ricca famiglia. Ma la notte non potrà dormire tranquillo, perseguitato dai fantasmi delle sue vittime. Quindi l’happy ending, non è poi proprio happy come si potrebbe pensare.
Match Point è tutto questo, cinismo allo stato puro, egoismo e atomsfere cupe, quasi noir. Assenza di giustizia che sia divina o meno e affidamento delle vicende umane nelle mani della fortuna, del caso, del fato che dir si voglia. Il regista abbandona il jazz e accompagna il suo "giallo" con la musica lirica più possente e rappresentativa dell’ambiente e della vicenda narrata. Contamina la sua pellicola di richiami e citazioni culturali, da Dostojevsky, a Verdi, a Rossini. Il livello e il valore stilistico della pellicola è altissimo, non solo per l’ambientazione perfetta di una Londra upper-class e per la sontuosa ed elegantissima colonna sonora, ma anche per la sceneggiatura perfetta che delinea magistralmente tutti i personaggi, soprattutto quello del protagonista e per il livello recitativo che tocca punte altissime con la sempre encomiabile Scarlett Johansson che dà vita ad un personaggio complesso e difficile da interprtare in maniera naturale e apprezzabilissima.
Woody Allen, discostandosi dal suo solito modo di fare cinema (tra l’altro adorabile), firma uno dei suoi capolavori, contrassegnato da stile, pahos ed eleganza formale e di contenuti.


Regia: 8,5
Recitazione: 8,5
Sceneggiatura: 8,5
Fotografia: 8,5
Colonna sonora: 8,5
Ambientazione: 8,5
Voto finale: 8,5




CITAZIONE DEL GIORNO

Sai, se dovessi scegliermi un motto, il mio sarebbe certamente "Nessun divieto". (Rita Hayworth a Glenn Ford in "Gilda")




LOCANDINA

Belli e dannati

REGIA: Gus Van Sant

CAST: River Phoenix, Keanu Reeves, James Russo, Chiara Caselli, William Richert.
ANNO: 1991

TRAMA:

Mike e Scott sono due amici che passano il loro tempo per le strade a prostituirsi, principalmente con uomini. Mike è omosessuale e soffre di narcolessia, Scott fa tutto ciò solo per ribellarsi al padre ricco e oppressivo. La loro amicizia si fortificherà quando faranno un viaggio in Italia per cercare la mamma di Mike, ma Scott chiarirà al ragazzo innamoratosi di lui di essere eterosessuale e, dopo essersi innamorato della bella italiana Carmela, tornerà alla sua vecchia vita agiata, lasciando Mike per le consuete strade.



ANALISI PERSONALE

E rieccoci con il grande Gus Van Sant. Era da parecchio che non guardavo una sua pellicola e devo dire che mi ero quasi dimenticata della sua straordinaria visionarietà e capacità di spiazzare con le sue originalità registiche. In questo caso ci troviamo di fronte ad una storia sofferta, a tratti drammatica, ma contrassegnata da una vena grottesca e talmente "allucinata" da perdere qualsiasi connotazione sentimental-patetica e catturare l’attenzione dello spettatore affascinandolo con la spigliatezza dell’interpretazione del giovane Phoenix.
Mike (River Phoenix) è un giovane omosessuale malato di narcolessia che lo fa cadere in stato catatonico ogni volta che si trova in situazioni di stress, il che accade la maggior parte delle volte proprio mentre sta adempiendo ai suoi "doveri" con i propri clienti. Nei suoi sogni c’è sempre lei: la madre, tanto amata e tanto cercata. Nei suoi sogni, sempre la solita strada deserta nella quale il ragazzo aspetta qualcosa, qualcuno. A fargli compagnia durante le sue notti "brave" c’è un gruppo di scapestrati capitanati da Bob (William Richert) colui che Scott considera il suo padre "putativo", che ama più del suo stesso vero padre. Scott (Keanu Reeves) è il figlio del sindaco di Portland, un uomo ricco e potente che di certo non approva la condotta del figlio, dedito alle markette e alla vita dissoluta. Scott è il classico ribelle, che sfida il sistema andando a letto con chiunque per soldi, pur possedendone egli tantissimi.
Le giornate sembrano passare sempre uguali, tra un attacco di narcolessia e l’altro e una notte brava passata a fare "chiasso" con Bob e la sua banda, fino a quando Mike decide di andare a trovare suo fratello per chiedergli che fine abbia fatto la loro madre. E’ Scotto ad accompagnarlo su una moto rubata. E’ Scott a consolarlo ogni volta che qualcosa non va. E’ Scott ad aiutarlo ogni volta che lo trova addormentato in un angolo. L’amicizia tra i due però sfocia in qualcosa di più, perchè Mike confessa a Scott di essere innamorato di lui, di voler parlare con lui di tutto liberamente, ma questi gli fa capire espressamente di essere eterosessuale e di fare quello che fa solo per soldi. I due comunque continueranno il loro viaggio e Mike arriverà ad una scoperta a tratti agghiacciante: in realtà il suo vero padre è proprio suo fratello, che gli dice che sua madre si trova sicuramente a Roma, in Italia.
I due ragazzi continuano il loro viaggio on the road e in Italia incontrano una loro vecchia conoscenza, il tedesco Hans che ci aveva "provato" con Mike quando lo aveva trovato addormentato per strada. Tra i tre ci sarà una notte di sesso (mostrata con una tecnica registica mai vista prima, costituita da un insieme di fotogrammi che mostrano gli attori nudi in diverse posizioni, ma immobili), e alla fine i due ragazzi gli rifileranno la moto rubata per avere un pò di soldi in tasca.

Una volta arrivati a quella che apparentemente doveva essere l’abitazione della mamma di Mike, Scott fa la conoscenza della giovane Carmela che dice loro che la donna non vive più lì, ma che è tornata in America. Tra Scott e Carmela sboccia l’amore e al loro ritorno in America, Scott tornerà alla sua vita di prima, abbandonando la strada ma soprattutto Mike e il suo "amato" Bob. Dopo i primi tempi a Roma, Mike farà ritorno a Portland a bazzicare le stesse strade di sempre per racimolare un pò di soldi per vivere. Ma Bob non si darà per vinto e andrà ad un party dove sono ospiti Scott e Carmela a chiedere al suo caro amico un pò "d’attenzione". Scott rinnegerà Bob e la sua vecchia vita e per questi sarà un colpo al cuore che lo porterà alla morte. Al funerale tutta la sua banda, compreso Mike, si esibirà in danze psichedeliche accompagnate da urla quasi messianiche, mentre Scott e Carmela, rigorosamente in abito nero, se ne staranno in un angolo in silenzio.
Il film termina con uno dei soliti attacchi di narcolessia di Mike, che alla fine verrà raccolto da un passante in auto, in una strada lunghissima e desolata.
My own private Idaho, barbaramente tradotto in italiano in Belli e dannati (che non capisco proprio cosa possa c’entrare e che fuorvia abbondantemente dal vero senso del film) non è sicuramente il miglior film di Gus Van Sant che io abbia visto, ma è di certo una più che discreta pellicola che si fa apprezzare se non proprio per il tema (che è comunque importante dato che affronta varie problematiche quali la prostituzione, l’omosessualità e via dicendo), soprattutto per la regia del grande artista che ci regala delle chicche imperdibili come i protagonisti del film in copertina su delle riviste che parlano tra di loro e con gli altri modelli di altre riviste o come le particolarissime scene di sesso sia tra i due protagonisti col tedesco che tra Scott e Carmela. Non sono da meno gli attori protagonisti: un Keanu Reeves particolarmente e stranamente spiglato e un River Phoenix davvero intenso e "sofferto" che vinse anche numerosi prezzi per questa sua prestazione. A fare da contorno una bella colonna sonora tra il blues e il country e un’ottima fotografia, molto colorata. Imperdibile la partecipazione di Flea dei Red Hot Chili Peppers nel ruolo di un componente della banda di Bob e soprattutto il cameo di Massimo di Cataldo!!! (XD).
Belli e dannati si conclude in maniera quasi "aperta", non sappiamo realmente quale sarà la "fine" di Mike, anche se possiamo facilmente immaginarla, ma ci è lasciato spazio per "sognare" un futuro migliore per il povero ragazzo narcolettico.

Consigliato ai fan di Gus Van Sant che non rimaranno affatto delusi.

Regia: 8
Recitazione: 7
Sceneggiatura: 7
Fotografia: 7,5
Colonna sonora: 7,5
Ambientazione: 7,5
Voto finale: 7,5


"Sono un esperto di strade. È tutta una vita che io… assaggio strade…Questa strada non finirà mai, probabilmente gira tutta…intorno…al mondo."


CITAZIONE DEL GIORNO

"Aspetta da molto?". "Non importa quanto si aspetta, ma chi si aspetta". (Marilyn Monroe a Tony Curtis in: "A qualcuno piace caldo")


LOCANDINA