Fà la cosa giusta

REGIA: Spike Lee

CAST: Spike Lee, Samuel L. Jackson, Danny Aiello, John Turturro, Ossie Davis, Richard Edson, Ruby Dee, Bill Nunn, Rosie Perez, Robin Harris, Giancarlo Esposito
ANNO: 1989

TRAMA:

Brooklyn, una caldissima giornata d’estate. Il pizzaiolo Sal, insieme ai figli Vito e Pino, si avvale dell’aiuto del nero Mookie che consegna le pizze a domicilio. A popolare il quartiere, a parte loro e una famiglia di cinesi che gestisce un emporio, ci sono solo neri e portoricani. All’apparente convivenza pacifica, si sovrappongono man mano battibecchi e discussioni che portano, verso la fine della giornata, ad una sorta di regolazione di conti.

 




ANALISI PERSONALE

“Gente mia, gente mia. Cosa posso dirvi? Cosa posso dirvi? Ho visto, ma non ho creduto. Non ho creduto a quello che ho visto. Riusciremo mai a vivere insieme? Insieme riusciremo mai a vivere?”, recita così Mister Love Daddy (Samuel L. Jackson) alla We Love Radio, dopo aver accennato all’eccessiva temperatura di inizio giornata. Sarà lui una sorta di osservatore e commentatore di tutto ciò che avverrà in questa afosissima e assolata giornata di un quartiere di Brooklyn. Numerose le personalità che raccontano storie diverse, a partire da Mookie (lo stesso Spike Lee), non molto ligio al dovere che si destreggia tra il suo lavoro in pizzeria e le continue pressioni di Tina (Rosie Perez), la madre di suo figlio che pretende una maggiore presenza nelle loro vite. A completare questo quadro che dipinge una vera e propria umanità a sé stante arrivano numerosi personaggi emblematici e significativi: il “sindaco” (Ossie Davis) rappresentante della memoria collettiva, un uomo dedito all’uso smodato di alcool ma sicuramente colui che si rivelerà il più lucido; Buggin out (Giancarlo Esposito) fissato col fatto che nella pizzeria di Sal ci sono solo foto di italo-americani, fino ad arrivare a voler boicottare il locale perché il gestore si è rifiutato di appendere anche foto di afro-americani; Radio Raheem (Bill Numm) con la sua inseparabile radio che suona sempre e solo i Public Enemy e in particolare la loro Fight the power (una canzone di sicuro scelta non a caso, dato che nel testo inneggia ad una sorta di presa di coscienza contro l’asservimento alle logiche del potere); Smiley, un ragazzo balbuziente che tenta di vendere immaginette di Martin Luther King e Malcom X (è lui molto probabilmente il personaggio fondamentale di questa pellicola, dato che ci riporta alla contrapposizione tra i due modi di vedere dei due grandi personaggi, l’uno tendente al pacifismo e alla negazione totale della violenza, l’altro sostenitore dell’utilizzo di essa solo come autodifesa e quindi come mezzo di intelligenza per non farsi sopraffare dai prepotenti); e moltissimi altri personaggi come i cinesi dell’emporio o i tre uomini che non fanno altro se non stare seduti all’ombra a raccontarsi aneddoti e storielle. Una comunità, quella nera, raccontata da Spike Lee, che di sicuro non ne esce pulitissima, dato che vengono sottolineati i non pochi difetti da cui è contrassegnata (almeno secondo la visione del regista, egli stesso appartenente alla suddetta comunità): la scarsa voglia di lavorare, la litigiosità, l’eccessiva permalosità, il rinchiudersi nel loro mondo nel quale impossibile entrare e via dicendo. A contrapporsi ci sono solo Sal (un bravissimo Danny Aiello, nominato anche agli Oscar) e i suoi stupidi figli, Pino (John Turturro, divenuto poi amico e attore feticcio del regista) il più razzista e violento e Vito (Richard Edson) il più timido e impacciato. Mookie sembra andare d’accordo con loro, soprattutto con Sal che segretamente è innamorato di sua sorella e che per questo chiude un occhio sui continui ritardi del suo fattorino e sulle sue continue assenze durante l’orario di lavoro.

Lo stesso Mookie, sembra difendere i suoi datori di lavoro quando Buggin out cerca in tutti i modi di boicottarli. La sua richiesta di appendere foto di afro-americani nella pizzeria è solo la miccia che farà esplodere la violenza repressa e controllata fino ad allora. Sal si rifiuterà di accondiscendere agli stupidi capricci del ragazzo e questi troverà come unico alleato Radio Raheem, ragazzo solitario e amante della musica. Quando entrerà nel locale e Sal gli intimerà di abbassare il volume della radio, egli si rifiuterà di farlo causando la rabbia del gestore (al quale è difficile dare tutti i torti) che gli romperà lo stereo a suon di mazzate da baseball. Ne scaturirà una rissa dove i neri si contrapporranno ai bianchi, senza pensare alla ragionevolezza dei propri gesti, ma agendo solo in base alla propria appartenenza razziale e alla fine ci scapperà il morto. Mookie dovrà allora decidere come comportarsi, “fare la cosa giusta”, insomma e, piuttosto che rimanere inerme di fronte ad un avvenimento di cotale portata, darà inizio all’assalto della pizzeria di Sal portato in salvo, insieme ai suoi figli, dal “sindaco”.
A fine giornata non ci saranno né vinti né vincitori, ma ciascuno avrà fatto valere la propria posizione. Ed è questo il messaggio che vuole lanciare Spike Lee (ingiustamente accusato di inneggiamento alla violenza), che da seguace di Luther King e Malcom X, in questo caso propende per il secondo e per l’affermazione della propria individualità e comunità a discapito dei più forti e prepotenti. Un messaggio condivisibile o meno, che viene esplicato con una pellicola dai sapori molto forti, mascherata da commedia umoristica che regala sicuramente sorrisi, ma propone maggiormente riflessione e approfondimento di tematiche sempre attuali.
Fà la cosa giusta è un apologo sul razzismo e la violenza che da esso scaturisce, cadenzato non solo dalle note della radio di Raheem, ma anche dalle belle note del compositore Bill Lee (padre di Spike) e fotografato in una maniera da rendere perfettamente l’idea dell’eccessiva afosità della giornata, altro elemento di disturbo che ha portato all’esplosione finale. Fa impressione vedere alla fine i cinesi gridare “Siamo neri anche noi!”, per tentare di salvarsi dalla rivolta dei neri ed è forse questo l’atteggiamento che Spike Lee tenta di esorcizzare, facendo terminare la pellicola con due importanti citazioni dei due personaggi simbolo, la cui foto viene alla fine posta finalmente sul muro di
Sal da uno Smiley più sorridente che mai :

“La violenza come mezzo per raggiungere la giustizia razziale è insieme un sistema impraticabile e immorale” (Martin Luther King)

“Io non invoco la violenza, ma allo stesso tempo non sono contro il fatto di usare la violenza per difendere se stessi. Io non la chiamo violenza. Se si tratta di autodifesa la chiamo intelligenza” (Malcon X)

 
VOTO: 9

 




CITAZIONE DEL GIORNO

La luna di miele e’ finita: e’ ora di sposarci. (Carol Burnett a Walther Matthau in "Un marito per Tillie", 1972)



LOCANDINA

Baciala per me

REGIA: Stanley Donen

CAST: Cary Grant, Jayne Mansfield, Ray Waltson, Suzy Parker, Leif Erickson, Harry Carey Jr
ANNO: 1958

TRAMA:

Tre aviatori della marina americana ottengono quattro giorni di permesso a San Francisco, durante i quali si divertono più che possono e cercano di prolungare al massimo la loro permanenza sulla terraferma. Un terribile avvenimento, però, li farà ritornare ad assumersi le loro responsabilità.

 




ANALISI PERSONALE

Una carinissima commedia d’altri tempi, Baciala per me è un film scorrevole e godibile che analizza in maniera sicuramente superficiale e divertente i vari modi di reagire e di rapportarsi alla guerra di tutti colori che bene o male, volenti o nolenti dovettero farci i conti. I protagonisti sono tre, dei ragazzi scapestrati che non vedono l’ora di tornare sulla terraferma per fare baldoria, partecipare alle feste, conoscere donne, gozzovigliare, bere e passare il tempo in spensieratezza. Loro sono Mac, Mississipi e Cruson (il simpaticissimo e gigionesco Cary Grant). Il primo vorrebbe entrare in politica e magari diventare senatore, anche se non ha dalla sua parte nessuna ferita di guerra, elemento che aiuta ad essere eletti; il secondo è in completa fase di adorazione per il suo collega Cruson e si comporta esattamente come fa lui; e il terzo è stanco di sopportare gli orrori di una guerra che sicuramente non sente sua e desidera più di ogni altra cosa porre fine alla sua partecipazione ad essa. Attraverso queste tre personalità molto particolari e spassose e tramite altri personaggi che man mano fanno la loro comparsa sullo schermo, come una biondissima e svampitissima ragazza o un guerrafondaio o il tenente che tiene d’occhio i tre ragazzacci; possiamo osservare quelle che sono le differenti maniere di vivere la guerra (in questo caso si parla della Seconda Guerra Mondiale): c’è chi sogna una medaglia, chi non vede l’ora di uscirne, chi rimpiange le esperienze con i compagni, chi vuole guadagnarci qualcosa, chi ha paura di perdere una persona amata, chi cerca di trarne il maggior beneficio possibile e via dicendo.
La maggior parte del tempo siamo osservatori di party sfrenati organizzati nella stanza d’albergo dei tre aviatori che non perdono tempo e decidono di sfruttare al massimo le quattro giornate di completa libertà che gli sono state offerte. Ma ben presto questa libertà si palesa per quel
lo che è in realtà: un’occasione in più per fomentare lo spirito patriottistico degli americani attraverso dei discorsi che Mac, Mississipi e Cruson sono chiamati a fare in favore della loro guerra e per decantare l’eroismo e il coraggio di tutti colori che vi partecipano. Per Cruson, il più testardo e capriccioso dei tre, sarà davvero difficile sottomettersi a queste richieste, anche perché non tarderà ad innamorarsi della bellissima fidanzata del guerrafondaio che richiede di tenere i suddetti discorsi nelle sue fabbriche.

In ogni commedia brillante che si rispetti, infatti, non può mancare la storia d’amore. Meglio ancora se lei è una donna forte e molto particolare e lui un inguaribile sciupafemmine. Non mancano le cadute, ma il ritmo rimane sempre scorrevole e godibile e trova il suo punto di forza nei dialoghi tra Grant e la bellissima fidanzata del guerrafondaio, oltre che nelle spassosissime gag degli altri due aviatori che si ritrovano in guai più o meno seri: Mac sposato e innamoratissimo di sua moglie riceve le attenzioni insistenti della biondina tutto pepe, mentre Mississipi si ritrova con una donna che non lascia mai la presa sulle sue mani, impedendogli di fare qualsiasi movimento.
In realtà i tre ragazzi lotteranno per ottenere un prolungamento della licenza, magari grazie agli agganci del tenente che gli tiene d’occhio con varie personalità influenti. Quando riceveranno l’ordine di recarsi in ospedale per una serie di visite, vedranno sfumare l’opportunità di divertirsi per i soli quattro giorni di libertà ottenuti, ma lotteranno con una serie di strategie per riuscire a trarre il maggior beneficio possibile dal loro fuggevole scampolo di libertà dagli orrori della guerra.  Dopo una serie di rocambolesche avventure e divertenti scazzottate (“Un bacio azzeccato ed un pugno sbagliato”, dirà Grant alla sua amata), i tre riusciranno a vedere avverati i loro desideri: Mac verrà eletto, e Mississipi e Cruson riusciranno ad ottenere un congedo definitivo. Ma un triste avvenimento li convincerà a continuare a lottare per il proprio paese e per il sacrificio dei caduti in guerra. “Questi sono gesti da filmaccio di propaganda”, urla Mac ai suoi due compagni che decidono di non usufruire del congedo ricevuto, e in effetti non ha tutti i torti. Se durante il corso della pellicola, tramite le avventure degli aviatori, potevamo notare una sottile e velatissima critica e analisi delle logiche
spietate della guerra, verso il finale si plana invece nella retorica del patriottismo. Tutto sommato, però,  non ci si può lamentare, considerando che si tratta di una commedia leggera e spassosa che non ha nessuna intenzione di sfociare nel sociale. Baciala per me è un ottimo prodotto di intrattenimento, che assolve a quelle che sono le sue intenzioni: tramite uno humour brillante ed esilarante, far passare del tempo in allegria e spensieratezza, regalando non poche risate e un pizzico di riflessione che però non ha assolutamente il ruolo da protagonista.

VOTO: 7,5

 



CITAZIONE DEL GIORNO

La tua vita è un prodotto di un residuo non compensato di bilanciamento delle equazioni inerenti alla programmazione di Matrix, tu sei il risultato finale di un’anomalia che nonostante i miei sforzi sono stato incapace di eliminare da quella che altrimenti è un armonia di precisione matematica. (L’Architetto a Neo in "The Matrix Reloaded")



LOCANDINA


Prova a prendermi

REGIA: Steven Spielberg

CAST: Leonardo di Caprio, Tom Hanks, Christipher Walken, Martin Sheen, Nathalie Baye, Amy Adams, James Brolin
ANNO: 2002

TRAMA:

E’ la storia vera di Frank Abignale che all’età di 16 anni comincia ad assumere diverse identità. Prima della maggiore età è stato pilota d’aerei, professore, dottore, avvocato, nonché abilissimo truffatore e falsario. Sulle sue tracce il detective Carl Hanratty per cui riuscire a catturare il furfantello diventerà quasi una ragione di vita. Tra i due nascerà un rapporto di rispetto e affetto reciproco e anche dopo la conclusione della corsa, continueranno a mantenere i contatti.

 



ANALISI PERSONALE

Solo Spielberg poteva trasformare una storia vera in una sorta di favola che ci fa sognare, ci fa sorridere, ci fa commuovere e a tratti riflettere. Solo Spielberg poteva far recitare la parte di un sedicenne, all’allora ventottenne Leonardo di Caprio, riuscendo a rimanere del tutto credibile. Solo Spielberg poteva farci parteggiare per il furfante, costruendo attorno a lui una situazione tale da indurlo a comportarsi in quel modo e tale da farci giustificare i suoi torti e le sue malefatte. La forza di questa pellicola, al di là del suo regista sognatore che ci rende dei sognatori, sta proprio nei due protagonisti principali, interpretati egregiamente da un Leonardo di Caprio più bravo che mai e da un Tom Hanks che conferma la sua grandezza di attore. Due personaggi molto diversi, ma sicuramente complementari. L’uno non esiste se non esiste l’altro, l’uno non scapperebbe se non ci fosse l’altro a rincorrerlo e l’altro non lo rincorrerebbe se lui non scappasse. Insomma, due personaggi che in realtà sono le due facce di una stessa medaglia.
Nonostante i numerosi “dispetti” che il giovane furfante fa al suo inseguitore più vecchio, i due non possono fare a meno di fronteggiarsi con cortesia e soprattutto con rispetto. Carl è quasi sempre sul punto di acciuffare il falsario, ma questi con la sua grande furbizia ed abilità riesce a sfuggirgli con numerosi stratagemmi. La storia è ambientata negli anni ’60 e ci catapulta in quell’epoca grazie ad una perfetta ricostruzione di ambienti, costumi, trucci e pettinature. Di particolare interesse anche la bellissima colonna sonora che ci restituisce favolosi pezzi d’epoca, come Come fly with me di Frank Sinatra ma non solo e che sottolinea alla perfezione le varie fasi della fuga di Frank (che si ritroverà a falsificare assegni in quasi tutto gli stati d’America, ma anche in Europa e in altre parti del mondo) e i suoi vari  e altalenanti stati d’animo. Molte le sequenze che si ricordano e che rimangono impresse per l’abilità con cui sono girate o per l’emozione e il sorriso che regalano: ad esempio quella in cui Frank è a cena dai genitori della sua fidanzata e subito dopo si ritrova con loro su un divano a canticchiare impacciato una canzone da karaoke passata in tv (scena che mostra in tutta la sua
tenerezza, il ragazzo desideroso di affetto e di un focolare familiare); ma anche quella molto divertente in cui il ragazzo è alle prese con una bellissima donna (Jennifer Garner) che gli chiede dei soldi per passare la notte con lui e quando si accordano per mille dollari, lui le porge un assegno (ovviamente falso) di 1400 dollari, facendosi restituire addirittura il resto; o, infine, quella molto commovente nella quale il ragazzo si reca disperato alla casa di sua madre per scoprire, guardandola dal di fuori della finestra, di avere una sorellina.

Comincerà in piccolo il ragazzo, fingendo di essere l’insegnante di francese della sua classe al liceo, ma poi continuerà in grande divenendo un esperto falsario di assegni, carte di credito e tessere di ogni tipo. Con la sua faccia tosta e il suo fascino riuscirà a spillare soldi su soldi e a farsi passare quasi sempre per un uomo adulto, nonostante la tenerissima età. Ma dietro la spensieratezza e leggerezza con le quali effettuerà le sue truffe, si nasconde un sentimento ben più profondo di vendetta e di rivalsa per i torti subiti dal padre, ridotto in miseria dal fisco che si ritroverà senza il becco di un quattrino e costretto a lavorare duramente per continuare a pagare i suoi debiti. Un padre oltremodo adorato dal ragazzo che desidererebbe vederlo tornare con quella madre francese che da tempo si è risposata e che farebbe di tutto per rivedere la sua famiglia unita, dopo quella frattura che causò il suo vagabondare solitario per il mondo. “Due topolini cadono in un secchio pieno di latte. Uno annega e l’altro riesce a trasformare il latte in burro e a saltare così fuori dal secchio. Io sono il secondo topolino”, questa era la parabola e l’insegnamento che suo padre (uno straordinario Christopher Walken) gli raccontava da ragazzino e questa sarà la massima che applicherà durante gli anni della sua corsa in giro per il mondo. Tenterà di uscire fuori dal secchio con le sue sole forze e di restituire a suo padre tutto ciò che gli hanno tolto, compresa la dignità. Più volte sarà sul punto di mollare (quando scopre che sua madre si è risposata o quando si innamora di una giovane e svampita infermiera con la quale si fidanza e che gli permette di lavorare insieme a suo padre avvocato, interpretato da un incisivo Martin Sheen), ma alla fine, a causa del destino e della sua stessa natura, sarà costretto a proseguire la corsa con il detective sempre alle sue calcagna. Non ha tutti i torti il ragazzino che truffa la gente, anche se riesce ad accumulare, rubandoli, quasi quattro milioni di dollari e, ovviamente, non ha tutti i torti il poliziotto che si ostina come non mai a volerlo acciuffare, anche se sembra quasi comprenderne le motivazioni. L’altro elemento che li accomuna e li avvicina è la solitudine che pesa come un macigno sulle vite di entrambi. Due solitudini molto diverse, ma entrambe molto forti e determinanti. Due solitudini che riescono ad unirli e a renderli vicini, anche se lontani, sia fisicamente che idealmente. Costruire un rapporto di fiducia sarà un’impresa assolutamente ardua, ma i due ci riusciranno anche perché, come ci insegna la morale principale di questa bellissima favola, è inutile continuare a scappare se non c’è più nessuno che ti insegue.

 
VOTO: 8,5

 




CITAZIONE DEL GIORNO

I domestici sono nemici pagati. Io il mio non lo pago per non offenderlo. (Toto’ in "Signori si nasce")



LOCANDINA


Viale del tramonto

REGIA: Billy Wilder

CAST: Gloria Swanson, William Holden, Eric Von Stroheim, Nancy Olson, Cecil B. de Mille, Buster Keaton
ANNO: 1950

TRAMA:

Uno sfortunato scrittore di soggetti, Joe Gillis, fa per caso la conoscenza di una diva del muto in decadenza, Norma Desmond. Questa lo ingaggia per aiutarla a finire la stesura di una sceneggiatura su Salomè e lo ospita in casa sua. Ben presto se ne innamorerà e lo ricoprirà di regali e attenzioni morbose. Inizialmente Joe si rifiuterà, ma poi vedrà in questa opportunità, l’occasione per sfondare nel mondo del cinema con i suoi soggetti.

 




ANALISI PERSONALE

 
Quando un film si può definire capolavoro? Quali sono i criteri che ci portano a questa definizione? La regia, il cast, la sceneggiatura, le scenografie, insomma tutti gli aspetti tecnici, verrebbe da rispondere. In parte è vero, ma in questo caso (come in pochi altri) si aggiunge un elemento sbalorditivo: Viale del tramonto è un viaggio cinico e spietato nel mondo del cinema che conserva ancora oggi, a più di 50 anni di distanza, una fortissima attualità e rispondenza alle logiche a volte perverse e crudeli di un mondo che dovrebbe essere tutto votato all’arte e alla magia delle storie che racconta, ma che molto spesso si riduce ad essere un business, un’impresa che dimentica tutti i suoi “operai” (scrittori, sceneggiatori, macchinisti, elettricisti, divi del passato), lasciando spazio solo a coloro che costituiscono un guadagno, una rispondenza di mercato.
La parabola discendente di Norma Desmond (un personaggio ormai entrato nel nostro immaginario collettivo) e il suo inconsapevole cammino verso gli inferi, raccontano proprio questo e lo fanno mascherandosi da noir, peraltro ottimamente costruito. A narrarci le vicende è Joe Gillis, uno spiantato scrittore di soggetti che ha problemi economici e che non sa come fare a proteggere la sua auto dalla mano dei suoi creditori. Ma la cosa straordinaria è che Joe, ci racconta questa storia da morto. Il film comincia proprio così, con il suo cadavere galleggiante su una piscina di una villa del Sunset boulevard (il viale del tramonto, metafora anche della caduta di una famosissima e grandissima diva del muto), che cerca di raccontarci i sei mesi precedenti alla sua morte, prima che qualche giornale riporti la sua verità distorta. In questi sei mesi avviene l’incontro fatidico tra queste due personalità molto differenti tra loro: l’attrice cinquantenne che vive ancora nel ricordo della sua giovinezza e della sua fama e che attribuisce la sua decadenza all’avvento del sonoro nel cinema, ma che ancora non si rassegna ad abbandonare quella che è forse la sua unica ragione di vita e lo scrittore di belle speranze che non vuole tornare a scrivere per un giornaletto di provincia, ma vuole
sfondare e diventare ricco per non dover essere più inseguito da creditori che vogliono togliergli l’auto. La prima (la straordinaria Gloria Swanson, ex-diva del muto, che non recitava da almeno 15 anni e che quindi era perfetta per la parte, rifiutata da un sacco di altre dive prima di lei) è una donna sostanzialmente sola, disperata e ancorata ad una realtà fasulla nella quale crede ancora di poter avere una chance, anche grazie al fatto che il suo maggiordomo (il grandissimo Eric Von Stroheim) continua ad alimentare le sue false speranze;

il secondo (l’affascinante William Holden anch’egli scelto dopo il rifiuto di numerosi divi che non vollero interpretare la parte di una sorta di gigolò o amoreggiare con una donna in età avanzata) è un uomo cinico e materialista, che alla fine però arriva a disprezzarsi per essersi concesso a Norma pur non amandola (come dimostra la scena nella quale mostra alla sua amata Betty lo squallore al quale si è sottoposto).
Billy Wilder riesce a rendere perfettamente l’idea e il messaggio che sta alla base di questa meravigliosa pellicola, anche giocando con dei camei davvero memorabili come quello di Buster Keaton, compagno di bridge di Norma e soprattutto come lei fantasma dimenticato dal cinema o quello di Cecil B. de Mille che ci tiene a non far soffrire la sua vecchia amica e cerca di non causarle ulteriori dolori dovuti al rifiuto del suo copione su Salomè.
Viale del tramonto ci regala oltre a questa bellissima riflessione senza tempo sul mondo del cinema, alcune sequenze davvero memorabili: quella della proiezione in casa di Norma di uno dei suoi vecchi film muti (trattasi de La regina Kelly che vedeva Gloria Swanson come protagonista e Von Stroheim come regista); quella in cui Norma si esibisce per il suo amato, imitando Charlot; quella della festa di Capodanno durante la quale Joe rifiuta Norma; quella nella quale Norma si reca a visitare il set di de Mille e un operatore le punta il riflettore sul volto causando il visibilio di tutti i presenti nel teatro di posa (metafora del fatto che tutti possono diventare dei divi se hanno il riflettore puntato addosso); quella iniziale del funerale della scimmia (che contribuisce a donare al personaggio di Norma quel senso del ridicolo e al contempo compassionevole); e quella famosissima finale della discesa di Norma lungo le scale che ci mostrano il suo volto ormai planato in un’altra dimensione. E’ proprio lei, Gloria Swanson, con la sua magnifica interpretazione a rendere questo film un vero e proprio capolavoro intramontabile. Con i
suoi occhi sempre più persi nel nulla e alcune volte quasi terrificanti, la grande diva ha dato vita ad un personaggio indimenticabile che racchiude in sé tutta una serie di emozioni che si trasferiscono facilmente anche nello spettatore meno sensibile.
Con tre Oscar all’attivo (scenografia, colonna sonora e sceneggiatura), Viale del tramonto costituisce una pietra miliare della cinematografia, un importantissimo e non trascurabile pezzo di storia del cinema destinato a rimanere per sempre nei cuori degli appassionati.

VOTO: 10

 




CITAZIONE DEL GIORNO

"Allora dimmi, ragazzo del futuro, chi è il Presidente degli Stati Uniti nel 1985?". "Ronald Reagan". "Ronald Reagan??? L’attore ?? Hah!! E il vicepresidente chi è Jerry Lewis? Suppongo che Marilyn Monroe sia la First Lady e John Wayne il Ministro della Guerra!". (da "Ritorno al Futuro" di Robert Zemeckis) – Un incredulo Doc Brown chiede informazioni sul futuro a Marty)



LOCANDINA


Oxford murders – Teorema di un delitto

REGIA: Alex de la Iglesia

CAST: Elija Wood, John Hurt, Leonor Waitling, Julie Cox, Anna Massey, Alex Cox, Dominique Pinon
ANNO: 2008

TRAMA:

Martin, uno studente americano appassionato di matematica, decide di andare a scrivere la sua tesi ad Oxford dove si trova il professor Seldom, uno dei massimi esponenti mondiali della materia. I due si ritrovano ad indagare fianco a fianco su una serie di omicidi rivendicati da qualcuno che li sfida con delle serie logiche da decifrare.




ANALISI PERSONALE

“L’unico delitto perfetto possibile non è quello che rimane irrisolto, ma quello che viene risolto con il colpevole sbagliato”. Prestando attenzione a questa affermazione, possiamo facilmente intuire quale sia il colpevole o, l’apparente tale, della serie di omicidi che imperversano ad Oxford e dintorni e che coinvolgono numerose persone, tra le quali anche due avvenenti ragazze, entrambe innamorate del giovane studente un po’ timido e impacciato, che desidera più di ogni altra cosa al mondo conquistare l’ammirazione del luminare famoso in tutto il mondo. Oxford murders è insomma una sorta di giallo metafisico, in cui il mistero, la matematica e la filosofia si spalleggiano e si fondono, creando però un risultato che stordisce lo spettatore di nozioni non proprio alla portata di mano e lo distrae da quello che è l’elemento forse più interessante e cioè la scoperta dell’assassino, anche se sinceramente appare lampante fin da subito.
Questo Teorema di un delitto, (il cui sottotitolo ricorda il bellissimo e grandissimo “Il teorema del delirio” di Aronofsky, anch’esso incentrato sui numeri e su come questi influenzino e sconvolgano la vita di qualcuno), è pieno di difetti che sommergono quel po’ di buono che si poteva ricavare da un’idea iniziale che ha degli spunti di originalità e dall’atmosfera austeramente inglese che ben si confà ad una narrazione di misteri e di omicidi. La prima a morire è un’anziana signora, da tempo amica fidata di Seldom e con una figlia non proprio modello, Beth che a sua detta “suona il violino perché da un po’ di tempo a questa parte è l’unica cosa che riesco a stringere tra le mani”. Martin, che prima di arrivare ad Oxford si è informato, decide di andare ad alloggiare proprio in casa di questa signora, in modo tale da avere più chance di conoscere il suo mito. Una volta arrivato in città,
non ci mette moltissimo ad ambientarsi e a fare la conoscenza di un’altra donna, Lorna, che guarda caso aveva avuto una relazione sentimentale con il professore. Una serie di coincidenze che contribuiscono a rendere il film eccessivamente inverosimile. Se ci aggiungiamo una sceneggiatura che parte bene, con un incipit che ci rende speranzosi sul proseguo della storia, e che poi invece si arena nella parte centrale e ci accompagna verso un finale più telefonato che mai, allora il risultato non può che essere, se non disastroso, quasi.


 

Con una serie di dialoghi al limite del sopportabile (“Sei pazza?”, “Si, di te”), vengono introdotti all’interno della narrazione numerosi personaggi che non hanno il giusto spessore e, soprattutto, non vengono adeguatamente approfonditi lasciandoci dubbiosi sul perché della loro esistenza. Tra questi: il compagno di studi di Martin, una sorta di invasato che odia profondamente il professor Seldom perché in passato gli ha rubato un’idea su un famoso teorema irrisolto da trecento anni e un vecchio amico di Seldom, in passato ossessionato dai numeri, ora ridotto ad un vegetale su un letto d’ospedale dove con una sorta di marchingegno cerca di comunicare qualcosa scrivendo sempre le solite quattro lettere che compongono il nome di una donna. Entrambi questi personaggi vengono abbandonati durante il percorso delle “sottotrame” di cui sono protagonisti: non si capisce che fine fa il ragazzo dopo aver dato di matto ed aver confessato a Martin il suo odio per il professore e soprattutto non si scoprirà mai cosa cercava di comunicare lo storpio con quel nome di donna che non viene nemmeno svelato.
Pur sorvolando su scelte di cattivissimo gusto come l’orribile e inspiegabile scena nella quale Lorna,
completamente nuda e coperta solo da un grembiule, cucina degli spaghetti che poi Martin le spalma sul seno, non si possono ignorare tutta una serie di esagerazioni e di incogruenze nella risoluzione del giallo, che a dirla tutta risulta pure deludente, nonostante fosse l’unica nota interessante.
Si salvano le interpretazioni dei due attori protagonisti e il quesito filosofico che il regista ha voluto lanciare mascherandolo da giallo, che però interesserà particolarmente solo gli amanti della materia: possono la matematica, la logica, tutto ciò che riguarda i numeri, i segni e i simboli dare una spiegazione a tutte le realtà che ci circondano, portare, insomma, sempre e comunque alla verità assoluta? Oppure esistono delle verità irraggiungibili che rendono la realtà imperscrutabile persino ad una scienza perfetta come la matematica?

VOTO: 5

 




CITAZIONE DEL GIORNO

È morto senza credere a niente: deve essere stata una cosa spiacevole. (da "Quarto potere")



LOCANDINA


Gerry

REGIA: Gus Van Sant

CAST: Matt Damon, Casey Affleck
ANNO: 2001

TRAMA:

Due amici, entrambi di nome Gerry, decidono di esplorare da soli un deserto sconfinato scegliendo la strada meno trafficata e più impervia. Si perderanno e vagheranno per giorni e giorni a contatto con una natura incontrastata e selvaggia. La loro amicizia verrà messa alla prova e solo con un enorme sacrificio, uno dei due riuscirà a salvarsi.

 




ANALISI PERSONALE

Primo capitolo della “trilogia della morte” (proseguito poi con Elephant e Last days), Gerry è stato inspiegabilmente e ignobilmente ignorato dalla nostra distribuzione cinematografica. La cosa è inaudita, non solo perché Gus Van Sant è un regista più che affermato anche nella scena del cinema più “commerciale” se così vogliamo chiamarlo (basti ricordare Will Hunting e Scoprendo Forrester), ma soprattutto perché molto probabilmente, questo film è il suo più grande capolavoro.
Gerry non è solo un film, è molto di più, è un’esperienza imperdibile che comunica per immagini e per rumori e che rappresenta un occhio “buttato” sulla e nella vita.
Scritto a sei mani dal regista stesso e dai due attori protagonisti, la pellicola è quasi completamente scevra di dialoghi, che si riducono a pochi scambi di battute, del tutto allucinanti, tra i due protagonisti sempre più disperati e fuori dalla realtà. Quello che conta lo percepiamo soprattutto con gli occhi e non con le orecchie. Una fotografia straordinaria incornicia dei paesaggi maestosi ed immensi che non fanno solo da sfondo al percorso dei due amici, ma che sono parte integrante del film, dei veri e propri protagonisti che col passare dei minuti si fondono completamente con i due Gerry e divengono tutt’uno con loro. Un paradiso per gli occhi, quindi, ma anche per la mente ed il cuore, che si impregnano di tutta la poesia e la bellezza, non solo delle immagini affascinanti e  al contempo angoscianti, ma anche delle note profonde che accompagnano i momenti più difficili del “viaggio”.
Con una serie di lunghi pianosequenza e numerosissime carrellate orizzontali (che mostrano
l’infinitezza dei paesaggi) e verticali (che seguono letteralmente i passi dei protagonisti) Gus Van Sant ci fa quasi entrare nella pellicola indugiando sui corpi e sui volti dei ragazzi di cui seguiamo la parabola discendente. Un apologo sull’amicizia (che non fa assolutamente riferimento, neanche velatamente, ad un’omossessualità latente tra i due), raccontato in maniera molto particolare e metaforica: il lungo cammino percorso fianco a fianco, senza mai abbandonarsi e discutendo di quando in quando sulla strada da prendere o sulla direzione da seguire.

Ma quella dell’amicizia come percorso in comune non è l’unica metafora presente in Gerry. Ce n’è un’altra, forse più potente e più importante che si esplica con la scelta dei due ragazzi di percorrere la strada meno battuta e poco conosciuta e di inoltrarsi in territori nuovi e mai esplorati, cosa che ci ricorda il personalissimo e graditissimo modo di fare cinema del regista che con questa pellicola è tornato al suoi “indipendentismo”.
Ma Gerry non è solo un film ottimamente girato, musicato, fotografato e sceneggiato, è anche, e forse soprattutto, un film molto ben recitato. Casey Affleck (che negli anni a venire ha dato prova della sua innegabile bravura) dà vita ad un personaggio fragile che fa tenerezza, Matt Damon (qui molto carismatico) trasmette, invece, un senso di sicurezza. Senza accorgercene, ci ritroviamo a camminare con loro, a seguire affannosi i loro passi che si fanno sempre più pesanti e rumorosi (i rumori dei passi uniti a quelli della natura sono la principale colonna sonora di Gerry), per poi diventare via via più strascicati.
Tre le sequenze che rimangono impresse: quella iniziale dei due che arrivano in auto percorrendo una lunghissima strada deserta (in questa sequenza il punto di vista cambia numerose volte per poi diventare simile a quello di una farfalla che segue l’automobile da dietro); quella dei due ragazzi che si raccontano una storia davanti ad un fuoco (che ricorda anche la bellissima dichiarazione d’amore di My own private Idaho); e quella che ci mostra uno dei tanti momenti del lungo e impervio cammino dei due ragazzi che si trascinano stancamente nella notte (ne vediamo solo le ombre e i contorni che
piano piano con il sorgere del sole diventano sempre più reali e tangibili).
La natura apparentemente dinamica e viva, è in realtà più statica che mai, poco importa se si passa dal giorno alla notte percorrendo pezzi di deserto differenti tra loro, immense distese di sabbia e terra, enormi montagne di pietra e via dicendo, ma il paesaggio è estremamente immobile, una vera e propria gabbia dalla quale di può uscire solo con una grandissima forza e degli enormi sacrifici.

VOTO: 9




CITAZIONE DEL GIORNO

Tesoro, in un mondo dove i figli dei falegnami risorgono, tutto è possibile. (Peter O’Toole e Katharine Hepburn in "Il leone d’inverno")



LOCANDINA


10 cose di noi

REGIA: Brad Siberling

CAST: Morgan Freeman, Paz Vega
ANNO: 2007

TRAMA:

Un attore hollywoodiano che non recita da almeno quattro anni sta vagliando la possibilità di lavorare in un film indipendente nel quale dovrà interpretare un direttore di supermercato. Per rendersi conto della parte, decide di andare a fare un sopralluogo in un supermercato. Qui, rimasto a piedi a causa della negligenza di un autista improvvisato, fa la conoscenza della cassiera Scarlet, la quale si offrirà di accompagnarlo a casa. Durante il tragitto i due impareranno a conoscersi e a conoscere meglio loro stessi.

 




ANALISI PERSONALE

Niente di eclatante questo 10 cose di noi, titolo originale 10 items or less, ispirato alle casse veloci dei supermercati dove si possono portare massimo 10 pezzi. Un film molto piccolo e semplice, che seppur arenandosi in moralismi spiccioli (alla non è mai troppo tardi per realizzare i propri sogni o per riprendere in mano la propria vita), riesce ad intrattenere per la sua breve durata e strappa anche qualche sorriso, soprattutto grazie alla simpatia e alla gigioneria del grande Morgan Freeman, che in questa pellicola interpreta sé stesso (anche se la figura dell’attore che non lavora da quattro anni e che recita in audiolibri non gli si avvicina nemmeno lontanamente).
Vivere è recitare o recitare è vivere? Questo è forse il quesito principale che il regista si pone e ci pone. Per l’attore protagonista di questa pellicola (di cui non si pronuncia mai il nome, ma che tutti riconoscono, perché ha recitato in quel blockbuster con Ashley Judd svenduto a poco più di due dollari, o in altri film in cui non ha mai nemmeno lavorato), la recitazione è tutto e, visto che non riesce a lavorare da anni (non se ne spiegano le cause), cerca di vivere la sua vita come se fosse un enorme film: tutti hanno delle parti, da protagonisti o meno, e la messa in scena è davvero molto importante. Quando conosce la giovane Scarlet (la bellissima ed esuberante Paz Vega), alla deriva della propria vita, che non sa come sbarazzarsi del suo lavoro e come comportarsi al colloquio per un altro posto, l’attore decide di insegnarle a “recitare” (e quindi di rimando a vivere?) e come assumere il ruolo di protagonista nella propria vita e nella vita degli altri. La vita è un enorme film? O il film rispecchia quella che è la vita? Forse la risposta sta nel mezzo, dato che il regista non scioglie il quesito: "Viviamo, lavoriamo. Si ricomincia da qui!", finisce infatti così la pellicola, con un telefonatissimo epilogo che vede i due protagonisti salutarsi per sempre, come se fosse impossibile diventare amici e frequentarsi dopo una bellissima giornata che ha portato i due ad una migliore  consapevolezza di sé stessi.

Ma tutto sommato (evitabili alcune gag di dubbio gusto come quella dei due attori si esibiscono in una gara di rutti o quella del segretario gay che fa gli occhi dolci a Morgan Freeman), il film risulta gradevole e garbato, anche perché al di là dei cliché già elencati, porta con sé anche una riflessione importante (oltre a quella della metacinematograficità), che è quella sull’importanza del lavoro e di come questo faccia proprio parte delle nostre vite, delle nostre personalità, della maniera di esprimere noi stessi. L’attore è portato a parlare con tutti, ad essere gioviale e socievole, nonché esuberante e vanitoso (numerose volte Morgan Freeman fa apprezzamenti, seppur ironicamente, sul suo aspetto fisico); la cassiera di un fatiscente supermercato è repressa, molto scontrosa e soffre internamente perché desidera una vita diversa.
Nel film non succede quasi niente, così come per il recente Interview (molto più fine ed intrigante), l’azione è tutta contenuta nelle parole e nei dialoghi, come quello nel quale i due a turno elencano le
10 cose da tenere e quelle da buttare: indicativo appare il fatto che la cassiera si fermi a 7 con le cose da tenere (che poi alla fine della bellissima giornata diventano 8), mentre l’attore arriva ad 11. La sceneggiatura, quindi, ha un ruolo molto importante nel delineare le diversità dei due protagonisti che però riescono a venirsi incontro perché afflitti da un “male” comune, che è quello dell’essersi arenati in una situazione nella quale non si vive bene, anzi non si vive affatto.
Con leggerezza e spensieratezza accompagniamo la cassiera e l’attore in una sorta di “viaggio” a bordo di una scalcinata macchina color senape vero la liberazione dalle catene dell’insoddisfazione professionale e personale e, soprattutto, verso l’acquisizione  della fiducia e della sicurezza in sé stessi.

VOTO: 6/6,5

 




CITAZIONE DEL GIORNO

Sono una donna abbastanza ricca per apprezzare gli uomini che si possono comprare. (da "Per un pugno di dollari", 1964)



LOCANDINA

 

 

Zone d'ombra


Ed eccomi finalmente a rispondere alla chiamata di mario che voleva conoscere le mie zone d’ombra e quindi in parole povere quelli che sono i miei difetti o le mie mancanze. Con molta fatica sono riuscita a ridurle a cinque e a porvele masochisticamente su un piatto d’argento.

 

Sono una lunatica cronica. Da un momento all’altro potete vedermi passare dalla risata più smargiassa alla tristezza infinita e il più delle volte senza alcun motivo apparente, nemmeno a me. Posso passare dalla disponibilità e gentilezza più assolute ad una scontrosità incredibile, magari per una parola fuori posto (mia o dell’interlocutore) o perché pensando (io penso quasi 24 ore su 24, anche mentre parlo) mi sono ricordata di aver lasciato qualcosa in sospeso o di aver sbagliato qualcosa, ecc…Questa mia caratteristica porta con sé un altro difetto che mi pesa davvero moltissimo e cioè l’indecisione. Sono capace di stare ore ed ore in una libreria perché tra le migliaia di libri vorrei comprarli tutti ma devo sceglierne magari solo due e ci metto davvero un’infinità di tempo per compiere questa decisione. Idem per qualsiasi altra cosa…anche se vado al supermercato e devo comprare i biscotti. Quando poi si tratta di vedere un film (non di quelli al cinema che tanto la scelta è alquanto ristretta) vado proprio in paranoia, perché non so davvero decidermi, ci metto anche delle ore e poi non posso più guardare nulla perché ho perso tutto il mio tempo nel decidermi.

 

Sono molto testarda, oserei dire troppo. In una discussione, pacifica o meno, voglio anzi pretendo di avere sempre l’ultima parola. Raramente un match verbale si chiude con la vittoria dell’altro, anche se alla fine si scopre che questi aveva ragione, perché io riesco sempre e comunque a far valere il mio punto di vista, anche se sbagliato. Questa è una di quelle caratteristiche che mi rende antipatica anche alle persone che mi amano davvero (che non sono moltissime, per fortuna), perché mi rendono, anche se in realtà non lo sono affatto, presuntuosa agli occhi degli altri che mi vedono come se io mi ergessi al di sopra degli altri e pretendessi di essere superiore a chiunque non la pensi come me. Difficile spiegare e dimostrare che non è affatto così, dato che a causa del succitato difetto appaio proprio in questo modo.

 

Sono piena di idiosincrasie dalle quali non riesco davvero a liberarmi e che mi rendono ancora più cinica di quello che sono in realtà. Ad esempio odio a dismisura tutte le feste possibili ed immaginabili, compreso il mio compleanno. Non capisco per quale dannato motivo si festeggia l’onomastico…tanto per citare una delle tante feste che ritengo inutili. Quando si avvicina una qualsiasi di queste feste (soprattutto le principali, Natale, Pasqua, Capodanno, ecc…) comincio a diventare estremamente triste, ma solo internamente senza darlo troppo a vedere, perché sarebbe un dispiacere per la gente che mi circonda che invece ci tiene a queste cose. Io vorrei starmene da sola a casa mia a farmi i fatti miei, come tutto il resto dell’anno, e invece il più delle volte mi tocca stare coi parenti o andare a divertirmi con gli amici, che per carità mi piace molto, ma non i giorni di festa. Un’altra mia idiosincrasia davvero orribile è quella per i bambini. Non me ne vogliate, ma io i bambini raramente riesco a sopportarli. Mi rendo conto che è una pecca tutta mia, perché non ho assolutamente pazienza di stare a rispondere alle milioni di domande che ti porgono o di perdere tempo facendogli fare capriole, disegnini e tutte le robe che piacciono a loro. Per carità, i bambini sono belli, ma solo se stanno alla larga da me.

 

Sono bassa, cioè veramente bassa. Sono “alta” 1.55 che quando avevo 13-14 anni andava più che bene, dato che ero la più alta delle mie coetanee e dei miei coetanei. Loro però poi sono cresciuti e io mi sono fermata lì. All’inizio per me è stato quasi un problema. Usavo solo ed esclusivamente tacchi alti, anche per andare a scuola e cercavo di uscire con gente non troppo alta. Poi crescendo e acquisendo un po’ più di sicurezza in quelle che sono le mie qualità non solo estetiche ma soprattutto intellettuali e mentali, ho cominciato a fregarmene altamente. Ho un sacco di amici che superano il metro e ottanta e soprattutto non uso quasi mai tacchi. Vado sempre in giro con le mie Converse o comunque con scarpe davvero bassissime, tranne qualche rara occasione (vedi matrimoni, che rientrano nelle feste che odio tra l’altro).


Sono davvero troppo poco romantica e qualche volta, anche se non volutamente, poco sensibile. Come si suol dire sono alquanto cinica, anche se molto meno di quello che sembro. Odio le coppiette che si scambiano effusioni per strada, odio quelli che stanno a dirsi ogni cinque minuti che si vogliono bene (che siano amici, amanti, parenti o quant’altro), odio tutte quelle che sono, insomma, le romanticherie: i fiori, le dichiarazioni d’amore con gente che si inginocchia o piagnucola e via dicendo. Per carità, anche io so amare (a modo mio, ma lo so fare), ma ho un modo molto più riservato e particolare di farlo. L’unica cosa che riesce a far uscire quel po’ di romantico e di buono che c’è in me, è il cinema, di cui ovviamente odio le commedie romantiche-sentimentali alla Se scappi ti sposo per intenderci, ma che con alcuni film (vedi In the mood for love, ma anche moltissimi altri) riesce davvero ad emozionarmi e a farmi anche piangere (raramente, ma ci riesce).

 

Ed ecco i miei nominati (preferisco fare nomi diversi da quelli che ho nominato per i piaceri, tanto per non rompere eccessivamente le palle):

 

Mr.Davis

Steve McQueen

deneil

ConteNebbia

Iggy

Interview

REGIA: Steve Buscemi

CAST: Steve Buscami, Sienna Miller
ANNO: 2007

TRAMA:

Il giornalista politico Pierre Peters viene mandato ad intervistare la starlette del momento Katya. Dopo un inizio disastroso, i due si ritroveranno a fronteggiarsi nel lussuoso loft dell’attrice di serie b, nel quale si metteranno a nudo e “combatteranno” una battaglia di arguzia, scaltrezza e menzogne. Alla fine nessuno dei due avrà davvero vinto, ma entrambi avranno sicuramente perso qualcosa.

 




ANALISI PERSONALE

Remake di un film dello sfortunato regista Theo Van Gogh assassinato da un fondamentalista islamico nel 2004, questo Interview (a cui seguiranno altri due progetti affidati a Stanley Tucci e Bob Balaban) è un intrigante puzzle di  fitti dialoghi e di intensi giochi di sguardi e di movimenti. Steve Buscemi rimane invisibile come regista, affidando la ripresa degli avvenimenti a tre videocamere  che scrutano i volti e i corpi dei protagonisti da diverse angolazioni, e dà il meglio di sé come sceneggiatore (adattando lo script originale e ambientandolo a New York) e soprattutto come attore, riuscendo a rendere il suo protagonista inizialmente goffo e quasi antipatico, ma col passare dei minuti sempre più attraente ed affascinante, nonostante non abbia dalla sua parte quell’avvenenza fisica che invece contrassegna la sensualissima Sienna Miller nei panni dell’apparentemente slavata e svampita attricetta che dimostra di essere dotata di un certo acume e di una mente calcolatrice. Ma anche il giornalista si dimostra subdolo fingendo di appassionarsi alle vicende della povera ragazza depressa e disperata dedita all’uso di sostanze stupefacenti e alcoliche (una visione piuttosto stereotipata del mondo dei vip, ma forse l’unica che abbiamo a disposizione, ma cosa più importante un’analisi davvero spietata e agghiacciante del mondo del giornalismo), per riuscire a ritornare nelle grazie del suo editore e a regalargli un megascoop.
La ragazza affila le armi della seduzione e cerca di intrappolare il suo interlocutore in una rete come quelle delle calze che avvolgono le gambe delle donne e che fanno impazzire gli uomini perché
credono così di averle messe in “gabbia”. Calze a rete e tacchi a spillo rendono attraente una donna perché le prime le intrappolano in una sorta di morsa che fa sentire l’uomo padrone della situazione e i secondi le rendono instabili. A rendere affascinante un uomo ci pensano invece le cicatrici, che dimostrano la loro debolezza e si contrappongono alle ferite interne delle donne. I due protagonisti continuano a confrontarsi sul terreno delle confessioni, delle confidenze, dei segreti inconfessabili e non ci fanno quasi mai capire se stanno mentendo spudoratamente per raggiungere i propri obiettivi

(carpire quanti più segreti possibili per scrivere un articolo degno di essere pubblicato da parte del giornalista, e dimostrare di non essere una stupida ragazzina viziata e di saper reggere il confronto per l’attrice), o se, invece, si stanno lasciando andare perché attratti l’uno dall’altra o semplicemente perché hanno sciolto i freni inibitori aiutati da una massiccia dose di bevande alcoliche, pillole, sostanze stupefacenti e compagnia bella.
L’ambientazione è una componente fondamentale, dato che ci troviamo di fronte ad un film di stampo teatrale e non solo per la sceneggiatura foltissima di battute che sono dei veri e propri botta e risposta che non ci lasciano il tempo di riposare la mente o la possibilità di perdere l’attenzione, ma anche e soprattutto per la presenza di due soli attori che si muovono in maniera egregia (sembra quasi che tra i due sia nato davvero l’apparente feeling emotivo ed intellettuale che lega i personaggi) nell’immenso e quasi desolato loft (pieno zeppo di cimeli come l’amaca, accendini e candele) accorciando le distanze ideali e fisiche e intessendo le trame di un intrigo avvincente e seducente. L’azione e la suspance sono condensate e contenute nelle parole che raccontano ed esprimono due diversissime personalità messe a confronto: il giornalista impegnato insofferente nei confronti dello star-system e dei suoi prodotti tanto da presentarsi all’appuntamento con Katya senza sapere nulla di lei e senza aver visto nemmeno una delle sue numerose interpretazioni, e l’attrice con il cellulare fuxia che squilla a suon di versi animaleschi e che si gonfia e sgonfia il seno a seconda di esigenze di copione.
Chi vincerà il duello verbale e mentale? Chi potrà dire di aver ottenuto davvero qualcosa da questo
coinvolgente tete-a-tete? E chi, invece, potrà dirsi sconfitto e beffato? Chi sarà caduto nella spirale dell’inganno e della menzogna e chi si sarà munito di astuzia e intelligenza per non farsi raggirare? A turno entrambi i protagonisti acquisteranno la padronanza della situazione, ma alla fine si renderanno conto di essere stati una pedina nelle mani dell’altro, un oggetto di divertimento e di sberleffo.
Una lotta fino all’ultimo respiro, quindi, che pur concludendosi con un pareggio metterà a nudo tutte le debolezze e le bassezze di cui un uomo è capace per affermare la sua supremazia e per raggiungere i suoi scopi.

VOTO: 7/7,5

 




CITAZIONE DEL GIORNO

Le istantanee sono i piccoli esorcismi contro il passare del tempo. (da "One hour photo")



LOCANDINA


Lars e una ragazza tutta sua

REGIA: Craig Gillespie

CAST: Ryan Gosling, Emily Mortimer, Paul Schneider
ANNO: 2007

TRAMA:

Lars è un ragazzo patologicamente timido e incapace di instaurare relazioni umane, persino con suo fratello Gus e sua cognata Karin. Un giorno dice loro di aver conosciuto una ragazza in Internet: si tratta di Bianca una bambola a dimensioni naturali. Gus e Karin sconcertati si rivolgono alla dottoressa del paese che gli consiglia di assecondare Lars per aiutarlo ad uscire dalla realtà distorta che si è creato. In questo modo, tutta la comunità si mobiliterà per aiutare il ragazzo e Bianca servirà non solo a far guarire Lars, ma anche ad aprire i cuori e le menti di tutti gli abitanti del paese.

 




ANALISI PERSONALE

Un soggetto molto particolare, non a caso la sceneggiatrice è Nancy Oliver già penna dello straordinario serial tv Six feet under; una regia molto delicata e scrutatrice degli stati d’animo e un attore protagonista estremamente comunicativo. Tutto questo è Lars e una ragazza tutta sua, delizioso affresco della vita di una piccola comunità e soprattutto dei disagi di un ragazzo leggermente disturbato a causa del fatto di aver provocato la morte di sua madre, deceduta nel metterlo al mondo. Un rapporto tra fratelli molto intenso ci farà comprendere velatamente i motivi del disagio di Lars, un giovane ragazzo che preferisce vivere nel garage, piuttosto che con suo fratello e la sua dolcissima cognata incinta; che esce solo per andare a lavorare nel suo squallido ufficio o per andare a messa; che rifugge qualsiasi contatto umano e che fa fatica a correlarsi con chiunque. Tutti gli vogliono bene, ma nessuno riesce a farlo uscire dal guscio. Ad aiutarlo arriverà una “ragazza” che in realtà è una bambola a dimensioni umane ordinata su internet. Si chiama Bianca e Lars la presenterà subito ai suoi cari, mostrando già un netto miglioramento di umore. Lars racconta a tutti che Bianca è metà brasiliana e metà danese, che ha un passato da missionaria e che è un’infermiera specializzata. Lo fa con una naturalezza e una spontaneità talmente disarmanti, da far preoccupare all’ennesima potenza Karin, ma soprattutto Gas. I due decidono di portare il loro caro dalla dottoressa del paese con la scusa di far visitare Bianca. Lars accetta di buon grado e la dottoressa non tarda a comprendere i disagi e il disturbo del ragazzo. Durante queste sedute, riusciamo a scoprire sempre più notizie sul ragazzo che prova un vero e proprio disturbo, anzi dolore fisico se qualcuno lo tocca più del dovuto e che ha risentito della convivenza col padre estremamente depresso a causa della morte dell’adorata moglie. Nel frattempo, la dottoressa, ha consigliato di assecondare questa “pazzia” di Lars che sta vivendo una vera e propria realtà distorta. Ed è così che Karin e Gas ospitano la “ragazza” in casa loro, la pettinano, le fanno il bagno, la vestono per uscire.

Ed è così che l’intera comunità si mobilita per aiutare il ragazzo, invitando Bianca a delle feste, assumendola come commessa, facendola andare a messa, portandola dalla parrucchiera o in alcuni circoli di beneficenza e via dicendo. Bianca diventerà una vera e propria amica per tutti gli abitanti di questa cittadina del Wisconsin che riceveranno in dono da questa bambola estremamente umanizzata un allargamento dei loro orizzonti mentali e anche del loro cuore.
Anche se il soggetto poteva dare adito a pregiudizi negativi su una storia che poteva facilmente scadere nel triviale e nella comicità più becera e grossolana, alla fine rimaniamo sorpresi dalla delicatezza, dall’elegenza, dalla dolcezza e dalla grazia di questa piccola grande pellicola che intrattiene con finezza e garbo per tutta la sua durata senza mai scadere nel volgare in nessuna maniera. L’aspetto sessuale, quello per cui tra l’altro questo tipo di bambole vengono create, non viene mai nemmeno sfiorato dato che non è di questo che ha bisogno il particolarissimo protagonista che suscita subito tenerezza e comprensione, anche grazie alla straordinaria interpretazione di quello che si rivela essere uno dei migliori attori della sua generazione e una delle più allettanti promesse per un futuro cinematografico più roseo che mai, e cioè Ryan Gosling. E’ lui la forza e la potenza principale di questa pellicola di stampo e respiro indipendente che si avvale delle piccole cose per riuscire ad emozionare e a coinvolgere lo
spettatore: una messa cantata, una partita al bowling, una festa di compleanno in casa, un taglio di capelli, un pancione che cresce e via di questo passo.
Lars e una ragazza tutta sua, ci accompagna con leggerezza e soavità, ottenuti anche grazie ad un’armoniosa colonna sonora e ad un’atmosfera amena, lungo il percorso formativo di un ragazzo che piano piano, grazie a Bianca e soprattutto a tutti i suoi cari, impara a conoscere il calore e l’affetto umano e a comprendere l’estrema importanza di questi e dei rapporti umani.

VOTO: 7

 




CITAZIONE DEL GIORNO

Oh… i giornali! Ti fanno vedere tutte le parti di un orologio, ma nessuno che ti dica che ora è. (da "Nashville")



LOCANDINA