Truman Capote – A sangue freddo

REGIA: Bennett Miller

CAST: Philip Seymour Hoffman, Catherine Keener, Clifton Collins Jr, Chris Cooper, Bruce Greenwood, Bob Balaban, Amy Ryan, Mark Pellegrino

ANNO: 2005

Lo scrittore-giornalista-sceneggiatore Truman Capote si interessa ad un caso del Kansas in cui un’intera famiglia è stata sterminata. I due uomini ritenuti colpevoli sono in prigione in attesa che venga eseguita la pena capitale nei loro confronti. Capote decide di scrivere un romanzo verità, fondando di fatto un nuovo genere letterario, ma è ostacolato nella terminazione del suo lavoro dai continui rimandi dell’esecuzione.

Non si tratta di un vero e proprio biopic, perché non tenta di restituirci un’immagine a tutto tondo del personaggio raccontato o di descriverci tutti i passaggi più importanti della sua vita. “Truman Capote – A sangue freddo”, potrebbe dirsi più che altro un’istantanea del grande personaggio che prende in esame, una precisa fotografia di un determinato momento della sua vita e di alcune sue particolari caratteristiche: la determinazione e la fragilità al tempo stesso, ma soprattutto l’ossessione per il suo lavoro, per il suo valore di scrittore. Un’ossessione che si rivela quasi deflagrante a livello psicologico, quello più approfondito, dato che lo porterà a scindere totalmente il suo comportamento, il suo modo di sentirsi nei confronti dei soliti amici, del jet-set che frequentava sempre in maniera molto bohemien, del mondo della cultura e del giornalismo, da un lato; e dei due uomini sui quali ha deciso di concentrare la sua attenzione per il romanzo-verità che sta scrivendo, dall’altro. Sentimenti contrastanti che rischiano di portarlo sull’orlo della “pazzia” e che in qualche modo ne sottolineano le incongruenze e le ambiguità, restituendoci un’immagine non proprio delineata, ma eticamente sfocata, di un uomo che non è riuscito a lasciar totalmente libera nessuna delle sue due “nature”. Nature che vengono appropriatamente descritte in questo film incentrato sulla “discesa agli inferi” di Capote, sempre più sfinito e sfiancato dai continui rimandi dell’esecuzione ai danni dei due detenuti colpevoli della strage. Detenuti coi quali instaura un rapporto particolare, soprattutto con uno dei due,  insito non solo nel fatto che saranno i protagonisti del suo romanzo, ma soprattutto nel suo rispecchiarsi in alcune delle difficoltà che hanno contrassegnato le loro rispettive vite, portandoli però in due direzioni completamente opposte. Una sorta di rispecchiamento asimmetrico che coinvolge ulteriormente Capote e lo porta a scrivere sempre più affannosamente alla ricerca di una conclusione che tarda ad arrivare, così come per i detenuti stessi. Difficile riuscire ad avere un’idea ben definita del comportamento del personaggio, proprio perché anche lo sguardo su di lui assume dei contorni ambigui: ha solo finto di interessarsi e di preoccuparsi della sorte di due terribili assassini, oppure in qualche modo è entrato in sintonia con loro? E dall’altro lato: ha solo sfruttato la disgrazia a cui si è interessato per completare un romanzo che l’ha reso ancora più famoso di quanto già non lo fosse (era già molto noto per il suo “Colazione da Tiffany”, ma non solo), oppure ha voluto davvero raccontare una storia emblematica per restituire la verità ai suoi lettori e alla comunità nella quale si era consumata la strage? Domande a cui non viene data risposta, proprio perché molto probabilmente una risposta non c’è. Grande merito di questa pellicola, prettamente “letteraria”, e molto coinvolgente dal punto di vista narrativo, piuttosto che formale o registico (se si esclude l’agghiacciante momento in cui il detenuto più legato a Capote gli chiede se sta sfruttando la situazione e lui reagisce in maniera fredda e calcolata, e il bellissimo flashback che mostra la strage), è proprio quella di non dare una soluzione, di lasciare aperta ogni strada interpretativa, proprio perché lo stesso personaggio raccontato non era interpretabile, così come non era incasellabile in un’unica “modalità descrittiva”. Un’ambiguità, quella affascinante e al tempo stesso controversa di Capote, resa magistralmente da un mastodontico Philip Seympur Hoffman, grande attore qui alle prese con una delle sue migliori interpretazioni, perfettamente misurato nonostante il rischio di eccessi (Capote era un personaggio a dir poco eccessivo), e decisamente calato nella doppia parte di uomo di mondo vanitoso e pomposo, e di scrittore ossessionato.

“Truman Capote – A sangue freddo, dunque, oltre ad essere un’istantanea del personaggio che racconta, è anche un racconto intenso e profondo dell’atto creativo, dell’ossessione che si cela dietro il lavoro di ideazione e produzione, dell’oblio in cui cade tutto il resto (l’amica scrittrice, Harper Lee, autrice del capolavoro “Il buio oltre la siepe”, viene sempre più ignorata e trascurata, così come il compagno di Capote), una volta che si è concentrati su qualcosa che cattura tutta l’attenzione di uno scrittore, e di rimando di qualsiasi altro artista.



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Accadde al penitenziario

REGIA: Giorgio Bianchi

CAST: Aldo Fabrizi, Peppino De Filippo, Alberto Sordi, Walter Chiari, Mario Riva, Riccardo Billi, Memmo Carotenuto, Mara Berni

ANNO: 1955

L’agente di custodia, Cesare, cerca di essere sempre permissivo e benevolo nei confronti dei detenuti del carcere dove lavora. Alcuni gli sono grati, altri se ne approfittano e per dispetto lo mettono in cattiva luce col suo superiore. L’uomo però non si lascia mai scoraggiare e si interessa a loro leggendo su un diario i motivi per i quali sono arrivati in carcere.

Una commedia davvero irresistibile questa girata da Bianchi e interpretata da alcuni dei più grandi attori del cinema italiano, a partire dal corpulento Aldo Fabrizi, senza tralasciare i grandissimi Peppino De Filippo, Alberto Sordi, Walter Chiari, Mario Riva e Memmo Carotenuto. Unica donna ad attirare l’attenzione è la bionda e affascinante Mara Berni. Con una semplicità di contenuti e di situazioni davvero deliziosa, regista e sceneggiatore riescono a far sorridere e poi ridere di gusto lo spettatore sempre più divertito e piacevolmente intrattenuto dalle varie gag che riguardano i diversi carcerati e dalle “scenette” che vedono alcuni di loro nei momenti precedenti l’arresto. Ogni personaggio è ben caratterizzato ed è contrassegnato da alcune caratteristiche che si ripetono quasi fino all’esasperazione proprio per rimarcarne la natura ilare.

E’ il personaggio interpretato da Aldo Fabrizi, nel ruolo dell’agente di custodia, a collegare con un filo logico tutti gli altri. E’ lui con il suo interesse per ognuno di loro, con il suo passare di cella in cella, di situazione in situazione, ad offrirci la possibilità di assistere ai loro siparietti, ai loro tic, alle loro manie, ai loro caratteri puramente comici o, in alcuni casi, anche poetici, seppur quasi nascostamente. C’è il vecchietto che continua a reclamare la presenza di un gatto in cella, in modo da liberarsi del topo che lo disturba; l’uomo che ogni giorno compra un pollo intero senza offrirlo avidamente a nessuno; il suo compagno di cella, il bravissimo Mario Riva, il detenuto n. 77 che fa di tutto per soffiargli il lauto pasto barando alle carte e che, spesso, mette nei guai il povero Cesare col suo superiore incolpandolo di situazioni di cui effettivamente non ha colpa; il detenuto fissato con le foto di attrici famose da appendere al muro, nonostante il regolamento lo vieti; il detenuto nato all’interno di un carcere e desideroso di rimanerci fino alla morte, il mitico Peppino De Filippo che si fa protagonista di una delle tre “digressioni”, nella quale si reca in un ristorante mangiando copiosamente e poi rifiutandosi di pagare il conto, solo perché vuole essere assolutamente arrestato; il detenuto-filosofo, sempre pronto a fare citazioni latine o a decantare poesie romantiche, il delicato Walter Chiari protagonista dell’altra digressione in cui scopriamo che è finito in carcere a causa di una bionda femme-fatale, truffatrice di professione; il detenuto appena liberato, uno spassosissimo Alberto Sordi, protagonista della terza digressione, la più divertente e surreale, in cui vaga ubriachissimo per le strade di Roma disturbando chiunque e continuando a ripetere in maniera sempre più esilarante un “ma vattene a casa!”, prendendo di mira soprattutto un vigile urbano, il personaggio interpretato da Carotenuto, e facendosi poi verso la fine protagonista di un’altra gag con il vicecommissario.

Nonostante la quasi totale unitarietà di tempo e di luogo (il film è prevalentemente ambientato all’interno del carcere), “Accadde al penitenziario”, riesce a mantenere ritmo e consistenza, tenendo desta l’attenzione dello spettatore sempre più incuriosito da quello che i vari personaggi potrebbero combinare e sempre più soddisfatto dalla spensieratezza e dalle risate che tutti loro riescono a regalargli. In più si può anche percepire una sorta di venatura “sociale” che attraversa la caratterizzazione di questi carcerati e di colui che deve sorvegliarli, insita nel dimostrare che spesso c’è molta umanità anche in chi si ritrova dietro le sbarre per i più disparati motivi. Da non tralasciare anche una sottile caricatura del sistema giudiziario, insita soprattutto nella parodizzazione del superiore di Fabrizi, ma anche nella gag di Alberto Sordi che cerca di sminuire l’importanza e le capacità professionali del vicecommissario, e soprattutto negli errori che hanno portato ad arrestare almeno due dei detenuti protagonisti delle digressioni: uno è stato incastrato da una donna, l’altro si è ritrovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Entrambi, comunque, sono assolutamente innocenti. Ma l’innocenza, nel senso metaforico del termine, e non solo in relazione al loro aver commesso o meno un crimine, sembra essere quasi il carattere predominante di quasi tutti i detenuti. Un’innocenza quasi infantile che si mescola con un’altra caratteristica particolare, una sorta di furberia fanciullesca che porta poi al compimento di vere e proprie “marachelle” a cui è impossibile resistere.

 

Inception – Approfondimento

REGIA: Christopher Nolan

CAST: Leonardo Di Caprio, Joseph Gordon-Levitt, Marion Cotillard, Ellen Page, Ken Watanabe, Marion Cotillard, Cillian Murphy, Tom Hardy, Deleep Rao, Tom Berenger, Michael Caine, Lukas Haas

ANNO: 2010

Dom Cobb è un ladro di sogni, ha imparato ad insinuarsi nelle menti altrui per carpirne i più profondi segreti dell’inconscio. Per rivedere i suoi figli, dai quali è separato a causa di un’accusa di omicidio che pende sulla sua testa e che gli impedisce di tornare a casa, decide di accettare la missione affidatagli da un ricco uomo d’affari: innestare nella testa di un uomo l’idea di dividere l’impero economico del padre.

Difficile riuscire a descrivere linearmente una pellicola che lineare non lo è affatto, con una costruzione narrativa labirintica e stratificata, oltre che con un’impalcatura concettuale basata su numerosi livelli. Parlare di livelli non è casuale, visto che anche all’interno del film stesso i protagonisti si ritrovano ad attraversarne parecchi. Ed è per questo che per rendere più fluida e più organizzata la raccolta di idee che si riferiscono all’ultimo film-evento di Christopher Nolan, film che sicuramente rimarrà negli annali del cinema, sarebbe meglio dividere anch’essa per livelli, cominciando dalla superficie, il livello più accessibile a tutti, andando poi sempre più a scavare al suo interno, nei suoi significati, nelle sue componenti più nascoste e, magari, inconsce. Insomma, ci tocca fare il lavoro che lo stesso Di Caprio compie all’interno del film, dobbiamo penetrare sempre più profondamente nella sua anima stratificata per riuscire a carpirne tutti i segreti.

1° livello – Confezione

“Inception” è un grande film che può essere apprezzato da tutti anche senza approfondire il giudizio critico sulle sottotracce presenti all’interno della narrazione. Trattasi di grande cinema, di uno spettacolo appagante anche per lo spettatore amante del blockbuster, costruito con un impatto visivo esplosivo e con un susseguirsi dell’azione e dell’emozione davvero mozzafiato. Sono numerose le sequenze che fanno spalancare gli occhi, così come sono decisamente apprezzabili gli effetti speciali che le contrassegnano. Difficile non rimanere estasiati durante la spiegazione del “mondo dei sogni” fatta da Leonardo Di Caprio alla giovane Ellen Page, con palazzi che si piegano su se stessi, strade che si allungano o si interrompono bruscamente, specchi posti l’uno di fronte all’altro che mostrano tutta la profondità dell’ambiente; o delle scene nel corridoio d’hotel nel quale la perdita di gravità comporta delle lotte corpo a corpo sospesi per aria e delle perdite di equilibrio non indifferente. Numerosi anche gli oggetti scenici che dimostrano la creatività ideativa nel voler trasmettere questa perdita dell’equilibrio che si riscontra all’interno dell’inconscio della mente umana. Equilibrio così come noi tutti lo conosciamo, si intende, anche perché chi ci assicura che quella che noi crediamo di vivere realmente, sia la vera realtà?. Ecco che fanno la loro comparsa sullo schermo dei piccoli oggetti alquanto emblematici, come i totem scelti dai protagonisti per ritrovare se stessi all’interno del mondo dei sogni: un dado truccato, una piccola trottola, una pedina degli scacchi. Ma anche andando ad osservare altri oggetti scenici non possiamo non rimanere affascinati e sbalorditi: il bicchiere d’acqua che si sottrae anch’esso alle leggi della gravità, il portafoglio della vittima dell’innesto, più volte richiamato in causa anche in maniera ironica. In più si può godere di una regia del tutto funzionale alla storia, che accompagna perfettamente tutti i momenti della narrazione (dal più adrenalinico, al più introspettivo, da quello emozionante, a quello più freddo), accompagnata da un montaggio che ben racconta i repentini e molteplici cambiamenti di ambientazione e di livello. Ambientazione che si apre a ventaglio mostrando vari scenari, uno più straordinario dell’altro, tutti ben utilizzati per descrivere l’immensa complessità della mente umana, la quale è capace di cose inimmaginabili. Di pregevole fattura anche la bellissima colonna sonora di Hans Zimmer, sempre più incalzante e coinvolgente. Per concludere non si possono non citare le ottime interpretazioni di tutto il cast con un Leonardo Di Caprio più grande che mai e un perfetto Joseph Gordon Levitt su tutti. Non sono da meno anche gli altri componenti, ognuno calato al meglio nel proprio ruolo: Ellen Page, Marion Cotillard, Cillian Murphy, Ken Watanabe, Tom Berenger, Michael Caine, tutti contribuenti ad innalzare il valore della pellicola, già di per sé altissimo.

2° livello – Contenuto

Scendendo più in profondità, però, possiamo cominciare a sentire che “Inception” non è solo una bella confezione, ma è soprattutto un intenso contenuto. Molto del cinema di Nolan è presente in questa sua ultima fatica, a cominciare dalla tipica dicotomia più volta riproposta nelle sue pellicole (“Insomnia”, “The Prestige”, “Memento” e, soprattutto, “Il cavaliere oscuro”), dicotomia che in questo caso riguarda il sogno e la realtà, ciò che può essere considerato l’uno o l’altra a seconda della percezione di ognuno. Il tutto raccontato magistralmente facendo ricorso non solo ad un impianto visivo dei più sbalorditivi, ma anche e soprattutto ad una sceneggiatura ad incastro che non si perde tra i meandri dei livelli e dei numerosi cambi di prospettiva, ma assolve magistralmente al compito di rendere tutto decisamente coerente e funzionante. Prestando la dovuta attenzione, insomma, è possibile attraversare tutti i livelli senza perdersi in confusionari labirinti dai quali è impossibile uscire. Del resto è emblematico il fatto che la ragazza che viene chiamata a disegnare suddetti labirinti si chiami Arianna. Il filo logico, dunque, è ben dipanato e non c’è la possibilità che si spezzi. E all’interno di questo contorto e conturbante viaggio nei meandri più nascosti, e a volte anche pericolosi, dell’inconscio, c’è anche spazio per delle deliziose incursioni ironiche che riguardano soprattutto l’irresistibile personaggio interpretato da Gordon-Levitt. Dunque non solo azione, emozione e introspezione. Ma anche, in certi momenti, divertimento e sottile ironia, insita anche nella possibilità di sognare veramente in grande se a costruire i mondi immaginari siamo noi stessi (perché accontentarsi di un semplice fucile se si può avere a disposizione un grosso bazooka?). 

Altro grande pregio di “Inception”, poi, è che alla stratificazione narrativa non segue una perdita dell’attenzione dello spettatore che non si spazientisce affatto per la complicatezza del racconto, ma, anzi, man mano che si scende di livello e di difficoltà, si fa protagonista di un crescendo di coinvolgimento. La stratificazione narrativa, poi, si accompagna ad una profonda stratificazione contenutistica.

3° livello – Inconscio metacinematografico

Scalfendo ancora di più la superficie e arrivando al nucleo possiamo ravvisare una profonda metafora metacinematografica che riguarda proprio la creazione dei sogni. Ogni passo che i protagonisti compiono per creare dei mondi perfetti, sembrano proprio gli stessi che gli addetti ai lavori devono fare per creare una pellicola. C’è lo “sceneggiatore” (sempre Gordon Levitt), il regista (potrebbe essere Di Caprio stesso che sceglie il cast artistico e tecnico), lo scenografo (l’architetto interpretato da Ellen Page), l'attore (il personaggio interpretato da Tom Hardy che assume sembianze altrui per convincere le varie vittime), e non viene tralasciata nemmeno l’importanza della colonna sonora (tramite una canzone riescono a svegliarsi dal sogno e non è un caso che quella usata nel film sia “Non, je ne regrette rien” di Edith Piaf, personaggio interpretato qualche anno fa da Marion Cotillard, altro rimando metacinematografico). Insomma, così come il personaggio interpretato da Di Caprio riesce ad innestare un’idea nella mente di un’altra persona, altrettanto è riuscito a fare Nolan dando vita in maniera straordinaria alla sua. E ancora, così come nel sogno ci è data la possibilità di lasciar spazio alla nostra immaginazione, alla nostra capacità di costruire, alle nostre abilità intellettive di svilupparsi al meglio; Nolan, lasciandoci con un emblematico e straordinario finale aperto, ci offre la stessa possibilità, quella di interpretare in base ai nostri desideri, l’ultimo fotogramma di una trottola che continua a girare, senza lasciarci vedere se si fermerà o meno. Tutto questo, ovviamente, a patto che non facciamo gli stessi errori dei protagonisti che creano sogni (e di rimando di coloro che creano cinema, l’emblema del sogno per eccellenza), lasciandovi entrare elementi di disturbo (la moglie del protagonista che continua ad ossessionarlo anche nel suo inconscio), che in qualche modo potrebbero metaforizzare i difetti che possono essere presenti nel cinema,scalfendone la perfezione. Del resto cosa sarebbe il cinema, e di rimando la vita in tutte le sue sfaccettature (anche quelle “fantastiche” dei sogni), senza degli errori, senza la coesistenza di perfezione e imperfezione? A tal riguardo si potrebbe addirittura investire il personaggio della Cotillard di un’ulteriore chiave di lettura, potrebbe essere la metafora dell’anima profonda del cinema, umanamente, ma “perfettamente” imperfetto. Ad accostarsi a questo livello, arriva anche un “sottolivello” consistente nei numerosi richiami che è possibile ravvisare all’interno del film, da “Matrix” a, perché no, “Eternal Sunshine of the spotless mind” (ma la lista sarebbe molto più lunga, comprendendo anche altre forme d’arte oltre al cinema).

Lascia pensare il fatto che Nolan abbia dichiarato che questo livello della sua pellicola sia stato in realtà inconscio. Del resto all’interno del film si parla proprio di questo. E quanto dell’atto creativo può essere amputato alla piena consapevolezza e quanto, invece, all’inconscio? E’ quello che vediamo raccontato nel film stesso, ed è quello che è successo al regista. Incredibilmente, dunque, l’inconscio di Nolan risulta essere a sua volta affine al  film che ha creato: metacinematografico.

Concludendo, il film può essere goduto ad ogni livello, ma se si riesce ad arrivare all’ultimo, così come riescono a fare combattendo i protagonisti del film, la soddisfazione sarà sicuramente triplicata, pur restando inamovibile la possibilità di apprezzarlo totalmente anche solo in superficie. Alla fine della visione, però, tornare alla realtà così come l’abbiamo sempre conosciuta sarà davvero difficile.

 

VOTO:

The hitcher – La lunga strada della paura

REGIA: Robert Harmon

CAST: Rutger Hauer, C. Thomas Howell, Jennifer Jason Leigh, Jeffrey DeMunn

ANNO: 1986

Jim sta attraversando l’autostrada che porta da Chicago a San Diego per consegnare una Cadillac. Durante il tragitto, però, accoglierà un autostoppista che si rivelerà essere un terribile assassino in cerca di divertimento. Da quel momento per il ragazzo comincerà un incubo fatto di inseguimenti e morti disseminati per la strada.

Un horror che si basa su tutt’altro rispetto ai tipici esponenti del genere, lasciando da parte scene macabre o effettistiche e concentrandosi sulla tensione, la paura, l’angoscia e il terrore vero e proprio causato più che altro da uno stato psicologico sempre in bilico tra il timore di essere raggiunti e la pazzia nel ritrovarsi il pericolo sempre dietro l’angolo. In questo senso “The hitcher”, ispirato alla bellissima canzone dei Doors “Riders on the storm” che narrava di un omicidio avvenuto sulla strada nel corso di una terribile tempesta (ed è proprio così che comincia la pellicola infatti), è perfettamente riuscito. Merito soprattutto della costruzione calibrata del racconto che riesce a far immedesimare lo spettatore nel giovane protagonista (almeno fino ad un certo punto), braccato dal terribile autostoppista che non gli lascia un attimo di respiro. Ogni momento fa stare il protagonista, e lo spettatore immedesimato in esso di rimando, sulle corde, proprio perché non si riesce a prevedere o ad intuire la provenienza del killer, sia dal punto di vista spaziale che da quello temporale. Altrettanto riuscita la scelta dell’ambientazione che ben rappresenta lo stato di isolamento, non solo fisico, a cui è costretto il protagonista, ingabbiato in queste interminabili strade deserte nelle quali è difficile riuscire a trovare un sostegno, tranne per quel che riguarda la figura femminile che ad un certo punto irrompe nella scena. Qualche difetto insito nella caratterizzazione di questo personaggio (improvvisamente si fida di un ricercato sospettato di aver ucciso numerose persone, senza avere nessun indizio circa la sua innocenza o meno), inficia il totale apprezzamento della pellicola e in qualche modo spezza la cosiddetta sospensione dell’incredulità che per il resto della pellicola rimane comunque ben salda, salvo poi essere in qualche modo nuovamente scalfita nel pre-finale un po’ troppo telefonato, ma comunque in qualche modo in linea con il carattere della pellicola che si situa potentemente sui binari del cinema di genere.

Il principale pregio di “The hitcher”, va detto, sta nella straordinaria interpretazione, forse la migliore della sua carriera, di Rutger Huer che riesce a dare la giusta ambiguità e sottigliezza psicologica a questo terribile autostoppista che colleziona vittime lungo il cammino, ma che ad un certo punto si “affeziona” ad uno di essi, il protagonista appunto, in una sorta di rincorsa tra gatto e topo che ha dell’emblematico, così come dimostra l’evoluzione negativa (o positiva a seconda dei punti di vista?) del ragazzo che da timido e impacciato, si trasforma in agguerrito e crudele. Certo molto probabilmente la ricerca di giustizia insita nei suoi comportamenti sempre più violenti, ne giustifica l’involuzione, ma nulla riesce a togliere allo spettatore la sensazione che, alla fine della rincorsa, in qualche modo il ragazzo sia diventato proprio come il suo inseguitore-inseguito. Sensazione che viene ben sottolineata dal finale che riprende il protagonista in un’espressione enigmatica, subito dopo aver portato a termine quella che si era prefissata come missione da raggiungere a qualunque costo, a dispetto di qualsiasi eticità o moralità.

Rimangono sicuramente impresse tre sequenze della pellicola: quella in cui il protagonista crede di essersi liberato dell’autostoppista e poi, invece, se lo ritrova nell’auto davanti alla sua, nascosto dietro un peluche di una bambina, dal quale poi si mostra in un ghigno malefico;  quella nella quale il ragazzo si rifugia in una tavola calda (quella gestita dalla ragazza che poi lo seguirà nella sua missione) e nel piatto di patatine si ritrova un dito umano (una deliziosa incursione nell’horror vero e proprio); e, infine, quella del serratissimo inseguimento tra i due ragazzi in fuga e i poliziotti che credono di aver individuato nel protagonista “positivo”, il killer ricercato. L’erronea attribuzione di un crimine non commesso ai danni di un personaggio innocente è da sempre, cinematograficamente parlando e non, un motivo di apprensione per lo spettatore; ma in questo caso è l’occasione per scatenare una serie di situazioni davvero coinvolgenti, sia dal punto di vista narrativo che da quello concettuale, rimandando appunto alla dicotomia sempre più sottile tra i due protagonisti. Dicotomia, che in un certo qual senso, alla fine del film si trasforma in una sorta di incredibile e inaspettata specularità.

 


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Seven

REGIA: David Fincher

CAST: Morgan Freeman, Brad Pitt, Kevin Spacey, Gwyneth Paltrow, John McGinley

ANNO: 1995

Somerset è un detective della omicidi che sta per ritirarsi a causa delle brutture a cui assiste ormai da troppi anni; Mills è il giovane sostituto che arriva con tutto il suo entusiasmo a portare una ventata d’aria fresca. I due si ritroveranno fianco a fianco per indagare su una serie di omicidi molto particolari.

Uno dei thriller più intensi e importanti della storia del cinema, “Seven” si affianca per qualità e per impatto all’altro grande capolavoro del genere che è “Il silenzio degli innocenti”. Quando si parla di thriller, insomma, non è possibile fare a meno di menzionare queste due pellicole. Soffermandoci sul film di David Fincher possiamo anche notare che in comune con il capolavoro di Jonathan Demme ha delle piacevoli, calibrate e ben studiate incursioni in altri generi cinematografici a partire dall’horror che viene solo evocato e sfiorato (soprattutto nella modalità degli omicidi effettuati dall’antagonista, di cui ci vengono mostrati solo i terrificanti effetti), fino ad arrivare al poliziesco con la figura dei due protagonisti che in qualche modo richiamano alla mente quel tipo di pellicola. Fatto sta che l’utilizzo di determinati topoi cinematografici, come la netta dicotomia tra i due colleghi (uno giovane, l’altro anziano; uno di colore, l’altro bianco; uno disilluso e cinico, l’altro entusiasta e irrefrenabile), viene plasmata in maniera originale e molto interessante dal regista e dallo sceneggiatore, in maniera tale da restituirci una sorta di specularità ravvisabile nella terza pedina di questo ritratto perfetto e intenso delle varie sfaccettature della natura umana. Ognuno dei due, quindi, può essere comparato non solo all’altro (comparazione dalla quale usciremo con la netta sensazione che l’uno è l’evoluzione dell’altro o viceversa), ma soprattutto con il killer moralista e rappresentante di una ben definita volontà di smascherare le ipocrisie e le meschinità dell’uomo moderno. Ipocrisie e meschinità che ormai sono ben radicate nella nostra cultura, tanto da essere del tutto ignorante o non riconosciute anche se a esserne portatori sono i protagonisti positivi del film, i due detective che più spesso ci vengono sottilmente indicati come modelli di ciò che viene denunciato nella pellicola stessa, modelli che lo stesso killer denuncia con le sue riprovevoli azioni. Una sorta di giustiziere un po’ sopra le righe che assolve il compito di portare alla luce ciò che è stato sepolto sotto macerie di egoismo, noncuranza e indifferenza. Il tutto conducente verso una strisciante, ma ben presente, sensazione che in realtà i protagonisti di cui sopra non sono totalmente positivi, così come ciò che ci sembra “marcio” non è totalmente negativo. Una rottura quasi impalpabile dell’equilibrio etico insito nella condanna totale di un personaggio scomodo come quello del killer e nell’assoluzione completa di coloro che si situano dall’altro lato della barricata, perseguendo la legge e la moralità.

Ma molto probabilmente la caratteristica fondamentale di “Seven”, ben nascosta nel racconto cupo e nero di omicidi e torture (racconto che visivamente assume anche dei contorni noir come dimostra il bellissimo incipit sotto una pioggia inarrestabile o la straordinaria sequenza dell’inseguimento con il killer di cui si ravviserà solo l’ombra), è quella di essere un vero e proprio racconto di formazione, tant’è che entrambi i protagonisti del film, alla fine del loro percorso di ricerca e poi di “accompagnamento” dell’antagonista, figura archetipica di agitatore per eccellenza, si ritroveranno con una consapevolezza circa il valore della vita e del loro modo di viverla, oltre che della loro stessa natura, che altrimenti non avrebbero mai raggiunto. E dunque tutto l’impianto narrativo che già in superficie risulta affascinante e coinvolgente con il ricorso ai sette peccati capitali utilizzati dal killer come movente per gli omicidi da lui effettuati, assume anche un valore metaforico e comunicativo non indifferente, oltre ad offrire il fianco a numerose citazioni letterarie davvero molto apprezzabili, partendo da Dante, senza tralasciare Milton.

Se ci aggiungiamo le perfette interpretazioni dei tre attori protagonisti, su cui spicca un Kevin Spacey in stato di grazia nel ruolo del mellifluo killer predicatore, e il finale a sorpresa che fa luce sull’intero malefico disegno dimostrativo del killer, oltre che sull’impossibilità di combattere i tarli che attanagliano la natura umana (così come dimostra la reazione di uno dei due detective); avremo anche noi una visuale completa che ci permetterà di stabilire l’alto valore formale, qualitativo e contenutistico di questo grandissimo film di genere.


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Fratelli in erba

REGIA: Tim Blake Nelson

CAST: Edward Norton, Tim Blake Nelson, Susan Sarandon, Keri Russell, Richard Dreyfuss, Steve Earle, Josh Pais

ANNO: 2010

Bill Kinkaid è un professore universitario molto apprezzato sia dai colleghi che dagli studenti; Brady è il suo fratello gemello che ha preso una strada del tutto diversa, essendo egli un coltivatore di marijuana nell’Oklahoma. Il primo ha reciso tutti i rapporti col suo passato, le sue origini e la sua famiglia; il secondo, però, ha bisogno di una mano dal fratello che non vede da dodici anni ed escogiterà un piano perfetto per farlo tornare a casa.

Alzi la mano chi leggendo il titolo italiano della pellicola e guardando il trailer non ha pensato che il talentuoso e professionale Edward Norton si fosse dedicato a qualcosa di non proprio rispondente alle sua qualità di interprete e al suo valore di artista. In realtà, come spesso capita nel nostro paese, è tutta falsa apparenza, visto che la pellicola in questione si rivela essere ben altro rispetto a quello che sembra dagli elementi succitati. A cominciare dal titolo originale, “Leaves of grass”, dalla poesia di Walt Whitman, fino ad arrivare alla vera natura del film che non è affatto una semplice e stupida commedia degli equivoci tra due fratelli gemelli, ma un’approfondita e apprezzabilissima disquisizione sul valore delle proprie origini e di come queste siano radicate nell’interiorità di ognuno; e soprattutto una deliziosa dissertazione sulla funzione del caso nell’evoluzione degli eventi e nella formazione delle persone.

Con uno stile del racconto visibilmente coeniano (l’ironia colta e raffinata, il richiamo alla cultura ebraica, il nonsense di molte battute e situazioni come l’utilizzo di una balestra prima evocata e poi davvero utilizzata, lo scoppio improvviso e inaspettato di un’estrema violenza, ecc…), il regista Tim Blake Nelson, caratterista che qui si ricalca il ruolo non ininfluente del migliore amico del gemello “cattivo”, costruisce una storia apparentemente scontata (i due gemelli che si riuniscono nonostante le diversità e che in qualche modo si ritrovano ad aiutarsi), ma effettivamente ricca di spunti di riflessione e di rimandi filosofici non indifferenti, a partire da quello principale che viene esposto sapientemente e intelligentemente nell’incipit in cui il professore enuncia la teoria di Socrate sull’equilibrio apparente che ognuno di noi crede di aver raggiunto, ma che in realtà è il preludio al disastro vero e proprio (anche il ricorso a questo tipo di incipit emblematico e metaforico è sicuramente di impronta coeniana).

“Fratelli in erba”, dunque, è una brillante tragicommedia che vive di molti momenti apprezzabilissimi che si distinguono per originalità e qualità, soprattutto considerando che il regista, anche sceneggiatore oltre che interprete, riesce a mantenere una certa omogeneità dei toni e un equilibrio non facile visti i diversi registri narrativi che si susseguono. Accanto a momenti altamente divertenti (come quello che riguarda la visita all’uomo che minaccia Brady, un ebreo di malaffare, interpretato stupendamente da Richard Dreyfuss), se ne pongono altri molto intensi ed emozionanti (la pesca a mani nude di Janet, amica d’infanzia dei gemelli, donna di cultura ma anche di vita vissuta, interpretata dolcemente da Keri Russell), altri ancora estremamente violenti (la fulminea uccisione di tre persone a suon di pistolettate o pugnalate), per finire anche nel drammatico (con la figura della madre sessantottina autoreclusasi in una casa di riposo, interpretata da una stupenda Susan Sarandon perfettamente armoniosa nelle sfaccettature comiche e drammatiche del suo personaggio; ma anche con il personaggio, anch’egli tragicomico, interpretato da Josh Pais, dapprima al centro di sequenze molto divertenti, poi vero e proprio fulcro del dramma).

Risulta del resto abbastanza chiara l’intenzione di Nelson di rifarsi alla commedia e alla tragedia nella loro natura classica, così come spiega lo stesso protagonista ad una sua studentessa fin troppo espansiva, e di commissionarle tra loro regalando allo spettatore un prodotto che non si ferma alla superficie delle cose narrate, ma cerca di inserirle in un contesto colto e citazionistico per niente pretenzioso, ma decisamente illuminante e a tratti anche poetico, come dimostra la toccante sequenza in cui Keri Russell cita la poesia di Whitman. Ad aggiungersi a tutte queste qualità arriva sicuramente l’impianto effettistico che ci offre la possibilità di godere della presenza dei due gemelli che compaiono contemporaneamente sullo schermo interagendo tra loro non solo a livello verbale, ma anche fisico. Espediente che riesce a farci dimenticare dell’esistenza di un solo attore chiamato ad interpretare due ruoli, rendendo il tutto molto più credibile. Il merito di questo risultato, oltre che agli effetti speciali però, va soprattutto alla straordinaria doppia interpretazione di Edward Norton che si esibisce in un’impareggiabile diversificazione di accenti, gestualità, mimicità ed espressioni e che smentisce i dubbi inizialmente elencati, dimostrando ancora una volta il suo innegabile talento.

VOTO:

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Il pianeta delle scimmie 1968 Vs Il pianeta delle scimmie 2001

La pessimistica, terribile e inevitabile distopia della scimmia-uomo


Il_pianeta_delle_scimmie1Tre astronauti, Taylor, Landon e Dodge, approdano con la loro navicella spaziale su un pianeta in cui a governare sono le scimmie nel ruolo di vere e proprie persone, mentre ad essere sottomessi sono gli uomini, considerati degli animali. Taylor, imprigionato e impossibilitato a parlare perché ferito alla gola, lotterà per far comprendere alle scimmie la sua vera natura di persona, ma dovrà scontrarsi con l’ostracismo di alcune di loro nel voler nascondere la reale linea evolutiva della specie vivente.

Straordinario film di fantascienza del 1968, anno emblematico della contemporanea uscita del capolavoro “2001 – Odissea nello spazio”, “Il pianeta delle scimmie” è figlio di quel periodo storico e sociale, visto che si incentra, tra le altre cose, anche sulla paura del nucleare dovuta agli anni della Guerra Fredda. Ma al di là di questo sottotesto contestualizzabile in quel periodo storico-sociale, la vera valenza concettuale e teorica della pellicola assume dei contorni universali e senza età in una sorta di “fantascientifica” immortalità, quasi come quella da cui sono colti i protagonisti del film. Nel loro viaggio spaziale, infatti, ci raccontano che se sulla navicella sono passati sei mesi, sulla terra sono più avanti di 700 anni. E quando cadranno sul pianeta teatro delle loro avventure, ne saranno passati molti di più.

Ecco che allora, metaforizzati in maniera esemplare ed estremamente efficace dalla contrapposizione uomo-scimmia, ma soprattutto dal ribaltamento dei due ruoli, all’interno della pellicola è possibile ravvisare numerose tematiche sociologiche, etiche e persino politiche di non poco conto. Si arriva persino a riflettere sul ruolo della fede e della scienza e sull’interscambio tra le due entità che spesso non avviene a causa dell’oscurantismo di ognuna di esse nei confronti dell’altra, a seconda della convenienza di chi le propugna. Ad aggiungersi una riflessione profonda, intensa ed emozionante sulla natura dell’uomo, proclive alla malvagità, alla guerra, all’odio nei confronti dei suoi simili, così come efficacemente intuiamo dai brillanti dialoghi e, soprattutto, dalle caratteristiche principali del protagonista, straordinariamente interpretato da Charlton Heston. Egli ha intrapreso questo viaggio spaziale perché speranzoso di riuscire a trovare in qualche altro pianeta qualcosa di migliore dell’uomo, da lui disprezzato per la sua tendenza agli aspetti negativi succitati.

E se durante la narrazione ci ritroveremo a sperare, insieme a lui, nell’esistenza tutto sommato di un barlume di “bontà” insito nel genere umano, così come dimostrano i vari tentativi di Taylor di affermazione in questo senso, il finale, straordinariamente toccante, coinvolgente e comunicativo (oltre che sorprendente e al tempo stesso terrificante nel suo inaspettato colpo di scena), ribalterà nuovamente le carte in tavola, restituendoci un pessimismo cosmico non indifferente circa la natura dell’uomo, e di conseguenza, il futuro che spetta al genere umano proprio a causa di questa sua natura.

“Il pianeta delle scimmie” ci restituisce, inoltre, la forza delle idee, dato che partendo dalla semplice contrapposizione di ruoli (resa peraltro visivamente in maniera egregia, grazie non solo alle maschere delle scimmie, ma soprattutto al loro modo di esprimersi e di comportarsi, davvero modellato su quello dell’uomo, e viceversa per quanto riguarda gli uomini “animalizzati”), riesce a comunicare una complessità di contenuti non indifferente, oltre ad essere decisamente apprezzabile dal punto di vista prettamente “ludico” con una serie di scene d’azione davvero ben congeniate (la prima in cui i tre vengono catturati, ma anche quella in cui il protagonista cerca di scappare dal villaggio delle scimmie, o quella finale di fuga verso l’apparente libertà), arricchite anche da straordinarie scenografie.

Oltre ad essere un film di genere, dunque, “Il pianeta delle scimmie” è soprattutto una pellicola stimolante e suggestiva che permette allo spettatore di soffermarsi su argomenti di portata monumentale. E parlare di monumenti, soprattutto in riferimento a ciò che si vede nel finale, non è affatto casuale…

 

Come ridicolizzare un perfetto impianto concettuale

Il_pianeta_delle_scimmie2Questo “Planet of the apes” di Tim Burton può concorrere a pieno titolo alla gara di remake più inutili e irrispettosi della storia, oltre ad essere, bisogna dirlo, il punto più basso della carriera di un regista abilissimo e molto particolare. Un passo falso imperdonabile se si considera in correlazione al suo originale, ma più sopportabile se si pensa ai grandi film che Burton ci ha donato nel corso degli anni.

Ciò che rende “Planet of the apes” davvero insopportabile in sé per sé, però, è la pesante patina di ridicolo involontario che aleggia su tutta la pellicola a partire dalla contrapposizione uomo-scimmia, fulcro essenziale dell’idea originale e del romanzo di Boulle da cui è tratta, oltre che involucro del bagaglio teorico e metaforico della stessa, qui resa nella peggiore delle maniere con le scimmie che si arrampicano ai lampadari e si esibiscono i riti sessuali davvero assurdi.  Non si comprende, ad esempio, perché mai gli uomini di questo film sono in grado di parlare e di capire i ragionamenti delle scimmie o addirittura di assurgere al ruolo di servitù in una sorta di didascalismo estremo nella riproposizione della tematica. O perlomeno non si vorrebbe comprendere, dato che l’intento sembra essere quello di trasmettere una sorta di prigionia umana da parte di questi “mostri” che hanno preso il potere, mentre il concetto che sta alla base di questa brillante idea è proprio quello di ribaltamento della scala evolutiva, dovuto alla naturale regressione dell’uomo allo stadio animale e, di conseguenza, dell’altrettanto inevitabile ascesa dell’animale allo stadio umano.

Da denuncia, poi, l’evoluzione dei rapporti tra i vari protagonisti, con l’improponibile innamoramento di una scimmia nei confronti del protagonista, laddove nell’originale avevamo una scena di squisita e arguta ironia a questo riguardo, quella in cui Heston per ringraziare la scimmia-dottoressa che l’ha aiutato le si avvicina per darle un bacio e questa quasi inorridita gli dice chiaramente che per lei è bruttissimo, come è naturale pensare per una persona che debba baciare un essere che considera un animale. Ma anche tutti i dialoghi e le situazioni che man mano si propongono sono davvero banali, oltre che altamente stereotipati, a partire dal soldato-scimmia, fino ad arrivare a tutti i personaggi di contorno.

Tralasciando, dunque, lo scempio fatto sulla qualità primaria e straordinaria del principale concetto trasmesso dall’originale, a non convincere ci sono anche le interpretazioni dei protagonisti, soprattutto di quelli secondari nel ruolo degli uomini sottomessi, che risultano a dir poco affettate e sopra le righe, senza considerare che Mark Whalberg, comunque apprezzabile come attore, non riesce minimamente a raggiungere la grandezza recitativa del suo predecessore Charlton Heston.

Grande, e non ultimo, “delitto” compiuto da questo remake, inoltre, è il completo stravolgimento sia dell’incipit che del finale, due tra le sequenze più fenomenali della storia del cinema, in grado di esprimere in maniera concisa e profonda tutto l’universo di tematiche e sottotematiche insite nell’intera pellicola: nell’incipit avevamo il protagonista che comunicava con la terra esprimendo i suoi pensieri circa la natura dell’uomo e la sua speranza circa la sua missione, nel finale, con un semplice allargamento di prospettiva si arriva ad una terribile e insperabile consapevolezza. Uno stravolgimento che si traduce in vero e proprio impoverimento, nel tentativo di alleggerire e modernizzare una pellicola che assume solo ed univocamente la natura di film d’avventura, senza contenere al suo interno tutto ciò che di interessante e intellettualmente coinvolgente c’era nell’originale.

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I Tenenbaum

REGIA: Wes Anderson

CAST: Gene Hackman, Anjelica Huston, Danny Glover, Gwyneth Paltrow, Bill Murray, Owen Wilson, Luke Wilson, Ben Stiller, Seymour Cassel, Alec Baldwin

ANNO: 2001

Dopo più di vent’anni da quando è andato via di casa Royal Tenenbaum cerca di riallacciare i rapporti con la sua ex-moglie e con i suoi tre figli ex-bambini prodigio, ora tutti vessati da varie problematiche che vanno dalla depressione, all’amore non corrisposto, alla vedovanza. Per farlo fingerà di essere sul punto di morte, ma qualcosa andrà storto.

 

Viene ricordato, giustamente, come film più rappresentativo della poetica del talentuoso e originale Wes Anderson. “I Tenenbaum” è una pellicola molto particolare che racconta qualcosa di apparentemente semplice, ma in realtà molto complesso: la famiglia e tutte le sfaccettature che la contraddistinguono. E’ questo il leitmotiv del cinema “andersoniano” e mai come in questo caso è stato ottimamente rappresentato, perché “I Tenenbaum” è proprio uno zoom molto accurato e approfondito del tema. Tutti i componenti della famiglia vengono fotografati singolarmente con i loro tic e le loro manie per poi entrare a far parte di una sorta di “fotografia di gruppo” nella quale è possibile ravvisare il filo indistruttibile che lega indissolubilmente i componenti che fanno parte di un nucleo familiare, stabilito certamente non dalle convenzioni sociali, ma dai legami affettivi ed emotivi, al di là di qualsiasi attrito o questione irrisolta. Ed ecco che spuntano puntuali come sempre i soliti outsider che però rientrano di diritto nel “quadro”, vedasi l’amico d’infanzia che ha sempre desiderato essere un Tenenbaum, il maggiordomo indiano, il nuovo marito e soprattutto la figlia adottiva.

La bellezza di questo “quadro” sta nella maniera in cui viene dipinto, costituita da pennellate di finissima e sofisticata ironia, oltre che di gusto delicato e raffinato. Il risultato è quello di una visione al tempo stesso leggera e impegnata in un ossimoro che diventa realtà durante la visione di questo affresco dalle tinte forti e colorate, grazie anche al singolare e inimitabile utilizzo della fotografia, dei costumi, delle scenografie e degli oggetti veri e propri protagonisti del film accanto ai personaggi che divengono un tutt’uno con essi. Ecco allora che senza la pelliccia o il dito di legno di Gwyneth Paltrow, senza le tute rosse dell’Adidas di Ben Stiller e figli (che diventano nere in fase di lutto), senza la fascia da tennista di Luke Wilson, senza il cappello da cow-boy di Owen Wilson, senza i tailleur color pastello di Anjelica Huston, non si riuscirebbe a comprendere fino in fondo l’anima della pellicola. Un’anima arricchita dalla bellezza e ricercatezza della straordinaria colonna sonora (costituita da brani dei Beatles, dei Ramones, di Bob Dylan, di Paul Simon, dei Clash, dei Velvet Underground, di Nick Drake), dall’impareggiabile interpretazione degli attori protagonisti (su tutti il mastodontico Gene Hackman nel ruolo del capo-famiglia e la perfetta Gwyneth Paltrow in quello dell’annoiata e depressa figlia adottiva), e sorretta da un robusto impianto registico che tramite carrellate, piani-sequenza, inquadrature geometricamente calcolate, angolature perfette, ci restituisce tutta la bellezza del racconto e l’importanza degli ambienti nel condizionamento degli umori e nell’evoluzione degli eventi, così come dimostra la bellissima sequenza nella tenda da campeggio in cui finalmente i due fratelli adottivi possono confessarsi il proprio amore reciproco. Amore raccontato magistralmente sin dal meraviglioso incipit che mostra tutti i Tenenbaum nelle loro occupazioni fisse, soffermandosi poi su quella del fratello che sin da ragazzino non faceva altro che disegnare il volto della sorella adottiva. Amore che intenerisce ed emoziona per il suo essere ostacolato dalle restrizioni sociali che hanno portato i due a vivere delle esistenze infelici: lei sposata con un dolce e strambo psicologo che però non ama (esilarante la sequenza in cui l’uomo interpretato da un compassato Bill Murray scopre che la moglie lo ha tradito e che ha vissuto una vita oltremodo sregolata, per poi alla fine stupirsi solo del fatto che fuma di nascosto); lui in giro per il mondo su una nave dopo aver abbandonato la sua carriera tennistica sconvolto dal matrimonio di lei. Non è da meno l’altro fratello, da piccolo inventore di topi dalmata e ricco imprenditore, da adulto uomo pieno di insicurezze dovute alla prematura scomparsa della moglie che lo porta ad essere iperprotettivo nei confronti dei figli. Ognuno di loro si ritroverà a dover affrontare di petto la propria esistenza e a riallacciare i legami recisi con l’altro, il tutto scatenato dalla “follia” del redento ma recidivo genitore che in qualche modo tira le redini del gruppo nel tentativo di riassumerne il comando (la figura del “gigantesco” padre che mette in ombra tutti gli altri componenti della famiglia è molto cara al regista come dimostrano i successivi “Le avventure acquatiche di Steve Zissou”, “Il treno per il Daarjeling” e “Fantastic Mr. Fox”).

Si giunge così ad un finale affatto risolutorio o consolatorio che però costituisce un punto di partenza per la ricostruzione del mosaico distrutto nel corso degli anni. Una fine, dunque, che non è una fine, ma un imperdibile occasione per cominciare a dipingere un nuovo affresco, dopo che Royal Tenenbaum ha completato il suo “capolavoro”.

 


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Identità

REGIA: James Mangold

CAST: John Cusack, Amanda Peet, Ray Liotta, Alfred Molina, Clea Duvall, Rebecca De Mornay, John C. McGinley, Pruitt Taylor Vince, John Hawkes, William Lee Scott

ANNO: 2003


A causa di un terribile temporale e di una serie di incidenti alcune persone si ritrovano riunite in un motel nel quale poco alla volta cominciano ad essere assassinate da un personaggio misterioso. Nel frattempo si sta svolgendo un colloquio tra uno psichiatra e un giudice della corte suprema per decidere se confermare o meno la condanna a morte per un serial killer che alcuni anni prima aveva ucciso sei persone proprio in un motel…


Dopo averci provato col dramma, col poliziesco e con la commedia, Mangold si cimenta con l’horror psicologico o per meglio dire col thriller d’atmosfera. In parte riesce a convincere, soprattutto nella fase iniziale della pellicola che ricorda, anche se lontanamente, i noir d’altri tempi con questa pioggia incessante e queste atmosfere cupe e misteriose che contrassegnano il motel teatro d’azione per quasi tutta la durata del film. E’ così che lo spettatore viene coinvolto nella visione di queste strade impercorribili, di queste stanze poco eleganti e sicuramente poco sicure, di questi personaggi che sembrano essere usciti proprio da un vecchio racconto noir. C’è l’ex-poliziotto ora autista per un’attrice capricciosa, la prostituta con sogni di riscatto, la coppia appena sposata con problemi, la famigliola con figlioletto a carico che non pronuncia una parola, il sinistro gestore del motel, un poliziotto con detenuto da trasportare al seguito. Appare subito chiaro che non è ovviamente un caso il loro ritrovarsi “imprigionati” in questo fatiscente motel, così come dimostra il fatto che tutti hanno dei nomi di  uno stato e sono nati lo stesso giorno. Ad un certo punto, infatti, e purtroppo ci sarebbe da aggiungere, il tutto comincia ad essere fin troppo chiaro in una sorta di svelamento delle carte in tavola eccessivamente repentino e subitaneo che scalfisce il godimento della pellicola e soprattutto il divertimento, insito in certi tipi di film, nel doversi cimentare a scoprire l’identità dell’assassino o comunque il mistero che sta alla base della narrazione. Il problema di “Identità”, che in qualche modo già dal titolo comincia a scoprire le sue carte in tavola, sta proprio nella scomparsa del mistero già molto prima della fine della pellicola, cosa che fa perdere mordente alla narrazione e fascino al film stesso (non tutti possiedono la genialità di Hitchcock per intenderci). Tralasciando i vari omaggi, citazioni e ispirazioni, alcuni più sottili, altri fin troppo gridati, come quello al capolavoro di Aghata Christie, “10 Piccoli Indiani” (un gruppo di dieci sconosciuti che si ritrova nello stesso luogo nel quale ad uno ad uno vengono fatti fuori con tanto di chiavi trovate su ogni vittima al posto delle famose statuine del romanzo inglese), non c’è molto per cui entusiasmarsi, insomma. Passando per “Session 9” e sfiorando addirittura “Psycho”, questo “Identità” che ripercorre fedelmente e in maniera soddisfacente i topoi del genere almeno fino ad un certo punto della pellicola, è inficiato da una serie di elementi che concorrono a scalfirne il pieno apprezzamento, primo tra tutti la scarsa raffinatezza dei dialoghi e la faciloneria con la quale successivamente vengono approfonditi i vari personaggi che, questa volta, sembrano usciti direttamente da uno di quei film slasher che tanto hanno soddisfatto gli appassionati del genere (ripercorso poi anche a livello visivo e narrativo come dimostrano i vari omicidi più o meno efferati con tanto di teste nascoste nei cestelli delle lavatrici e di mazze da baseball infilate negli esofagi delle vittime). Il fatto è che “Identità” non possiede l’ironia di quel tipo di film e soprattutto non riesce a raggiungere una perfetta fusione tra il thriller-noir e lo slasher, appunto, creando una sensazione di “dissonanza” che lascia parzialmente perplessi. Ma soprattutto, a differenza dei capolavori che sono stati “10 Piccoli Indiani” e “Psycho”, che con il loro finale ci avevano lasciati spiazzati e letteralmente a bocca aperta, con questo film non si riesce a rimanere né sorpresi, né convinti dall’ulteriore cambio di registro, visto che alla fin fine si va a parare nel surreale. Una scelta sicuramente ben studiata che però non riesce ad evitare il rischio di scarsa omogeneità del racconto, dovuta ad una mancanza di equilibrio nel giostrare attentamente e più elegantemente il continuo susseguirsi di differenti soluzioni narrative. Potrebbe dunque accontentare lo spettatore alla ricerca del puro intrattenimento senza troppe pretese, e potrebbe, invece, deludere chi si era illuso di essere di fronte ad un film di genere e d’atmosfera con alla base una certa qualità del racconto.

 


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The American

REGIA: Anton Corbijn
CAST: George Clooney, Violante Placido, Paolo Bonacelli, Bruce Altman, Thekla Reuten, Filippo Timi
ANNO: 2010

Jack dopo aver ucciso tre persone in Svezia, si rifugia in un paesino dell’Abruzzo con il compito di costruire un’arma molto particolare per una donna intrigante e misteriosa. Qui, nonostante gli avvertimenti del suo boss circa la pericolosità di legami affettivi, farà la conoscenza di un prete e instaurerà un profondo legame con una prostituta. Ma cambiare vita non sarà affatto facile.

Un thriller d’altri tempi questo “The American” che sembra ripercorrere la strada battuta negli anni passati nel racconto poco fracassone e alquanto rarefatto di questa personalità molto complessa e combattuta. Dopo un incipit dall’alto impatto visivo ed emotivo (con una deflagrazione della violenza quasi “coeniana”), ciò che contrassegna la pellicola, però, è una sorta di linearità che si trasforma molto presto in piattezza e, in alcuni momenti, addirittura in noia. Non ci sono alti in “The American”, così come sostanzialmente non ci sono bassi (se si esclude il prevedibile, telefonato e retorico finale in cui si abusa di una metafora semplicistica come quella di una farfalla, animale in via d’estinzione così come il protagonista), in una sorta di monotono equilibrio che manca di scossoni, narrativi, visivi od emotivi che siano. Certo l’interpretazione controllata e quasi intimista di Clooney riesce a dare un certo spessore al film che in qualche modo risulta essere il ritratto psicologico di questo personaggio in bilico tra dovere e volere, ma ciò ovviamente non basta a far sì che incontri il pieno entusiasmo dello spettatore. Al di là della banalità del plot (ma forse il compito era più arduo di ciò che poteva sembrare, trattandosi della trasposizione del romanzo “A Very Private Gentleman” di Martin Booth, incentrato sui mutamenti interiori del protagonista), che si concentra sulla solita storia d’amore del criminale con la solita prostituta e sul superficiale confronto con un prete fin troppo interessato; un altro motivo di apprezzamento è l’interessante utilizzo dell’ambientazione abruzzese che in qualche modo cattura tutta l’attenzione dello spettatore e assurge al ruolo di protagonista accanto a Clooney stesso. Interessante anche l’impianto registico che trasmette alla perfezione questo binomio uomo/ambiente, soprattutto quando si sofferma sulle numerose inquadrature dall’alto che ben evidenziano il rapporto sempre più simbiotico e “inglobante” che si instaura tra i due elementi. Particolarmente suggestive, poi, le sortite notturne del protagonista, quasi sempre teso sulla corda del sospetto e della paura, con il pericolo che si potrebbe nascondere dietro ogni angolo, in ogni piccolo vicoletto, tranne che nel suo umile appartamento all’interno del quale con perizia e professionalità, lentamente e in piena solitudine, si esprime nella sua “arte” che è al tempo stesso la sua dannazione.
Dopo una lunga carriera nel campo dei videoclip e l’esordio cinematografico sempre incentrato sul mondo della musica con il ritratto di Ian Curtis, frontman dei mitici Joy Division; Anton Corbijn cambia totalmente genere, stile e campo d’analisi, non riscuotendo lo stesso successo dei lavori precedenti e non distinguendosi particolarmente, nonostante le alte aspettative sulla qualità dell’opera. Tutto sommato, comunque, stiamo parlando di una pellicola che, pur non risultando eccezionale o memorabile, si lascia guardare senza troppi intoppi, considerando che molto probabilmente parecchi dei cliché che la contrassegnano, soprattutto in fase di script, sono anche ricalcati sul cinema di genere al quale il regista sicuramente si è ispirato per la costruzione di questo racconto superficialmente semplice, ma in profondità davvero molto complesso.
E se le pagine di un libro possono assolvere in maniera più esaustiva e soddisfacente al compito di raccontare i risvolti intimi, psicologici e umani di un personaggio; lo stesso risultato è sicuramente più inaccessibile per una pellicola, la quale, piuttosto che al flusso continuo e illuminante delle parole, può fare ricorso, appunto, alle immagini e ai movimenti della macchina da presa, oltre che alle interpretazioni dei protagonisti. E sotto questo punto di vista si può dire che “The American” non è del tutto deludente, restituendo allo spettatore una sorta di via di mezzo che non rende la pellicola vincente, ma nemmeno perdente.

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